Se sei donna, il debito pesa di più – Comune Info

Se sei donna, il debito pesa di più – Comune Info

Il debito non è assolutamente neutrale dal punto di vista dell’equità di genere. Al contrario, rappresenta un enorme ostacolo alla parità tra uomini e donne su scala globale. Le misure macroeconomiche ad esso associate sono sessualmente definite sia nelle caratteristiche che nei loro effetti. Ovunque, esse impongono le peggiori regressioni sociali alle popolazioni più vulnerabili e più povere, e conseguentemente principalmente alle donne. Le più vulnerabili tra queste (madri single, donne giovani o anziane, migranti, disoccupate, donne appartenenti ad una minoranza etnica o provenienti da un contesto rurale, o ancora vittime di violenza) sono quelle che subiscono le maggiori pressioni per accorrere in soccorso degli speculatori del debito. Proprio come i piani di adeguamento strutturale (PAS) impoveriscono e portano allo stremo le donne del sud del mondo da oltre 30 anni, i piani di austerità stanno ora dissanguando quelle europee. Gli stessi meccanismi derivanti da una stessa ideologia neoliberale sono all’opera ovunque. Privatizzazioni, liberalizzazioni, restrizioni di bilancio nell’agenda delle politiche neoliberiste giustificate dal debito tagliano i diritti sociali delle donne, ne accrescono la povertà, consolidano e aggravano le disuguaglianze di genere, minano le conquiste femministe.

Perdite di posti di lavoro e di reddito per le donne

Ovunque, sotto l’effetto della crisi del debito cresce il tasso di disoccupazione femminile. In Europa, l’occupazione sta diventando sempre più inaccessibile, particolarmente per le giovani donne nei paesi più colpiti dalla crisi del debito. |1| Nei paesi del Sud, molte donne perdono il lavoro a seguito dei massicci licenziamenti imposti nel servizio pubblico dalle istituzioni finanziarie internazionali (IFI) ma non solo… Altre misure strutturali dei PAS, come la svalutazione della valuta locale, la produzione mirata tutta sull’esportazione o la liberalizzazione del commercio mondiale, allontanando le donne dal mondo del lavoro retribuito o spingendole ad accettare salari al limite della schiavitù, |2| contribuiscono a fare della loro autonomia economica un obiettivo sempre più sfuggente |3|.

Quando non condanna direttamente le donne alla disoccupazione, la crisi del debito ne appiattisce considerevolmente il reddito. Infatti, una delle principali variabili per la regolazione del “sistema-debito” è la riduzione di salari e orario di lavoro dei dipendenti del settore pubblico, composto prevalentemente da donne. Questi tagli salariali comportano una tale perdita di reddito per le lavoratrici (e più specificamente quelle della pubblica amministrazione) che per poter sbarcare il lunario esse si trovano spesso a dover accettare almeno un secondo se non un terzo lavoro, questa volta il più delle volte in nero, settore dove regna l’arbitrio e lo sfruttamento a oltranza, o si trovano costrette, come avviene in Inghilterra, ad alternare i loro orari dii lavoro con il coniuge: mentre uno/a lavora di giorno, l’altro/a lavora di notte per evitare di dover destinare una parte del loro reddito alla cura dei figli.

Le più anziane non sono risparmiate da queste politiche, anzi. Dopo aver lavorato tutta la vita, sono sempre di più a ritrovarsi a vivere l’inferno di una vecchiaia indigente. Lì dove esistono le pensioni, il loro montante viene costantemente diminuito mentre l’età pensionabile per le donne viene contemporaneamente innalzata |4|. Quello delle pensionate diventa inesorabilmente uno dei gruppi più esposti al rischio povertà. Nel 2015, non meno del 16% di loro viveva sotto la soglia di povertà nell’Unione europea |5|. Questa percentuale sale ad almeno il 23% |6| tra quelle che vivono da sole.

Comprimendo costantemente il reddito delle donne, PAS e austerità alimentano un importante indicatore di disuguaglianze strutturali di genere: ovunque nel mondo, il divario salariale aumenta. Secondo le ultime stime della ILO (2016), su scala mondiale le donne guadagnano in media il 77% del salario degli uomini |7|. Oltre al saccheggio dell’occupazione femminile e alla distruzione dei redditi delle donne, la crisi del debito incoraggia anche la precarietà dell’occupazione femminile. Questa è accentuata dalla forte deregolamentazione del mercato del lavoro e dalla disintegrazione del diritto sindacale. Per le donne, rimettere in forse il diritto del lavoro sfocia in un considerevole rafforzamento del loro sfruttamento. Così, gradualmente, da nord a sud del pianeta il lavoro precario, flessibile e sotto banco delle donne costituisce più la norma che l’eccezione. Ma, in definitiva, non solo sono proprio questi lavori ad essere eliminati per primi in caso di licenziamento, ma per di più non permettono ai lavoratori, del tutto o solo in parte, l’accesso alla protezione offerta dal diritto del lavoro e dalla previdenza sociale. Inoltre, il fatto che l’uguaglianza tra i sessi non compare più come una priorità dei governi incoraggia i datori di lavoro a ricorrere impunemente a pratiche illegali quali il licenziamento delle donne in gravidanza o dopo il congedo di maternità. Così, in tutto il pianeta, in nome del rimborso del debito pubblico le donne lavorano di più per guadagnare di meno in condizioni di lavoro altamente degradate.

Ovunque si verifichi, la crisi del debito è infatti sinonimo di precarietà finanziaria, fisica e psicologica del lavoro femminile, di aumento della povertà e di perdita di autonomia finanziaria, elemento fondamentale per qualsiasi reale emancipazione delle donne. Inoltre, le politiche di austerità, penalizzando il diritto al lavoro retribuito delle donne e costringendole a rimanere confinate nella sfera privata per assumervi il loro ruolo cosiddetto ‘tradizionale’ di madre e/o sposa casalinga, sono potenti motori di riattivazione di un’ideologia patriarcale, conservatrice e sessista.

Le donne al centro della distruzione della protezione sociale

In nome del risparmio necessario per gestire la “crisi del debito”, i bilanci di protezione sociale, nei paesi che li attuano, conoscono restrizioni draconiane: riduzioni di indennità di disoccupazione, dei sussidi sociali, degli aiuti alle famiglie, delle indennità di maternità, delle prestazioni per i non-autosufficienti, ecc. Questi tagli colpiscono soprattutto le donne nella misura in cui, poiché ancora assumono il ruolo di principale responsabile della famiglia e spesso sono finanziariamente precarie, sono più dipendenti dalle prestazioni sociali rispetto agli uomini.

Politiche per la famiglia e programmi di promozione della parità di genere sono i bersagli preferiti delle politiche di austerità. I servizi di assistenza per bambini e persone da loro assistite stanno diventando sempre meno abbordabili, meno adeguati e accessibili, mentre la loro qualità si deteriora. Di conseguenza, molte donne si vedono costrette a ridurre il proprio orario di lavoro retribuito o persino abbandonare del tutto il mercato del lavoro per poter sostenere il loro ruolo riproduttivo. Le associazioni di promozione femminile sono a loro volta nell’occhio del ciclone delle restrizioni di bilancio. Le sovvenzioni a loro destinate continuano a decrescere quando non vengono semplicemente eliminate. Si può constatare fino a che punto il “sistema-debito” metta a rischio le conquiste delle lotte femministe, rinforza gli stereotipi esistenti dell’uomo come colui che ‘guadagna il pane per la famiglia’ e della donna ‘del focolare’ e come si proponga di far pagare il prezzo della crisi principalmente alle donne.

Dallo Stato sociale alla “Madre sociale”

L’austerità è un attacco a tutto campo ai servizi pubblici: servizi sociali, sanità, educazione, energia, trasporti, infrastrutture, nulla le sfugge! Tutti i servizi vengono ridotti, eliminati, privatizzati o, in alternativa, ne viene aumentato il canoni di utilizzo. Questa demolizione dello Stato sociale colpisce in primo luogo le donne, e sotto tre aspetti. Rappresentando la maggioranza dei lavoratori nell’amministrazione pubblica, sono le principali vittime dei licenziamenti imposti. Le donne sono anche i primi utenti dei servizi pubblici. La loro partecipazione al mercato del lavoro dipende dalla disponibilità di servizi all’infanzia, fanno maggior ricorso all’assistenza sanitaria per se stesse (cure ginecologiche, gravidanza, maternità, ma anche cure legate a una maggiore aspettativa di vita,…) o per i loro cari, utilizzano maggiormente i mezzi di trasporto pubblico, e così via. Infine, sono quelle che devono, attraverso un aumento del loro lavoro invisibile e non retribuito, assicurare quei compiti di cura ed educazione abbandonati dal servizio pubblico. Si assiste così ad una vera sostituzione dei ruoli e delle responsabilità essenziali dello stato da parte del privato e di conseguenza da parte delle donne, il che impedisce loro di partecipare pienamente a tutte le sfere della vita. In nome del debito pubblico, si assite ad una traduzione: dal concetto di “Stato sociale” si passa a quello di “Madre sociale”. E questo gratuitamente, per ridurre la spesa, ripagare i banchieri e rimborsare il debito: non è magnifica la crisi?

Anche i danni provocati in tutto il mondo ai diritti sessuali e riproduttivi delle donne derivano in gran parte dalle politiche del debito. Mentre da una parte permettono alle donne di esercitare un controllo sul proprio corpo e quindi sulla loro vita, austerità e PAS dall’altra tagliano i finanziamenti alle strutture che dovrebbero garantire tale diritto. Ovunque, vengono concessi finanziamenti sempre minori alla prevenzione dell’HIV, all’IVG, ai servizi di pianificazione familiare, al servizio sanitario pre e postnatale e a quello di prevenzione per la salute delle donne. I reparti di maternità e ginecologia sono solitamente i primi servizi ospedalieri ad essere soppressi in nome dei risparmi da fare per rimborsare il debito. Si noti inoltre che, nei paesi dove è state conquistata a seguito di grandi lotte, l’autodeterminazione riproduttiva delle donne è costantemente sotto attacco |8|. Così, intaccando (ove esistenti) i diritti sessuali e riproduttivi delle donne, il debito distrugge non solo la libertà delle donne di scegliere che tipo di vita vogliono condurre e quando, ma contemporaneamente rafforza quelle correnti di pensiero reazionario per le quali le donne sono prima di tutto madri e, preferibilmente, madri casalinghe.

Le politiche del debito portano ad un indebolimento generalizzato delle donne. Minate dall’impatto psicologico della crescente povertà, da una salute in costante degrado sotto il peso di troppo lavoro e dallo stress indotto dall’obbligo di doversi assumere più ruoli, le donne delle classi inferiori non hanno nemmeno il tempo di respirare, di prendersi cura della propria persona o di partecipare agli affari pubblici. Tuttavia, mentre sopportano le peggiori conseguenze del debito, le donne sono i veri creditori a livello nazionale e internazionale. Sono le titolari di un enorme debito sociale. Senza il loro lavoro gratuito di produzione, riproduzione e assistenza alle persone, le nostre società sarebbero semplicemente al collasso totale! Di conseguenza, non è affatto un eufemismo dichiarare che l’illegittimità del debito è ancora più macroscopica se si è una donna. Debito e emancipazione femminile sono in perfetta antinomia. Qualunque processo di reale emancipazione implica la lotta contro questo sistema-debito che, di concerto con il patriarcato, schiavizza le donne e impedisce loro di godere dei loro diritti più fondamentali. Ecco perché, in tutto il mondo, i movimenti femministi rifiutano questa logica nefasta e, lavorando a rafforzare le loro convergenze, scendono in campo nella lotta contro il debito illegittimo, contro le istituzioni finanziarie internazionali e, più in generale, contro il sistema neoliberista.

*(CADTM)

Note

|1| In Grecia, nel 2016, il 55,9% delle donne sotto i 25 anni è disoccupata, mentre in Spagna condivide questa realtà il 47% delle giovani donne. Eurostat, disoccupazione per età e sesso.

|2| In seguito a queste misure una nuova frazione di lavoratrici è entrata nel salariato del settore industriale o agricolo in condizioni di lavoro detestabili e con salari da fame. Molte di loro non hanno avuto altra scelta, per sopravvivere, che raggiungere le fabbriche nelle aree franche (maquiladoras) dove le leggi sul lavoro sono sospese o inesistenti e regna lo sfruttamento a oltranza, il tutto in uno contesto di esasperata violenza contro le donne.

|3| Per ulteriori informazioni sull’impatto di questi adeguamenti strutturali sul reddito delle donne nei paesi del Sud: Christine Vanden Daelen, “.La dette, les PAS: analyse des impacts sur la vie des femmes.

|4| In Austria, dal 2014, le donne devono aspettare i 60 anni anziché i 57 del sistema precedente per smettere di lavorare. Allo stesso modo, in Italia, dal 2012, le donne devono continuare a sgobbare fino ai 66 anni prima di poter prendere la loro pensione. Vedere: “Cosaprevede la RiformaFornero.

|5| Eurostat, Taux de risque de pauvreté par seuil de pauvret, âge et sexe, ricerca EU-SILC.

|6| United Nations, “The world’swomen 2015, Trends and statistics.

|7| OIT (2016), “Les Femmes au Travail, Tendances 2016.

|8| In Spagna, nel 2014, se n’è rischiata l’abolizione. Senza le massicce manifestazioni di piazza e la solidarietà internazionale, le donne di questo paese non avrebbero più diritto all’IVG. Donald Trump ha firmato, a gennaio 2017, un decreto che vieta il finanziamento delle ONG americane che sostengono l’aborto.

Se sei donna, il debito pesa di più

31 Marzo 2017 / by / in
Accoglienza. La propaganda e le proteste del rifiuto, le scelte istituzionali sbagliate – a cura di LUNARIA

In questa ricerca a cura di Lunaria vengono documentate le numerose proteste contro l’apertura o la presenza di centri di accoglienza che hanno attraversato tutto il il 2016, le quali hanno preoccupato molto le realtà sociali, soprattutto se messe in connessione con il dibattito pubblico egemonizzato dalla rivendicazione del “primato” dei cittadini nazionali, gli indirizzi delle ultime comunicazioni prodotte dalla Commissione Europea e le recenti iniziative legislative del Governo italiano. In gioco non c’è infatti solo la garanzia del principio di eguaglianza e di non discriminazione delle persone straniere in arrivo o già residenti sul territorio. La logica binaria del noi/loro e dell’amico/nemico, la sostituzione delle pratiche di solidarietà con quelle di competizione (individuale e collettiva) e la disumanizzazione delle persone che ne deriva rischiano infatti letteralmente di disintegrare le relazioni sociali e gli equilibri, già molto precari, della nostra democrazia.

In questo dossier si analizzano  innanzitutto 210 episodi di “rifiuto” dell’accoglienza monitorati nel 2016.  In secondo luogo vengono illustrati i contenuti dei Decreti Legge n.13 del 17 febbraio 2017 e n.14 del 20 febbraio 2017, la cui conversione in legge è proprio in questi giorni in discussione in Parlamento. Il DL n.13 interviene tra le altre cose a modificare il sistema di detenzione amministrativa dei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE).

https://www.lunaria.org/wp-content/uploads/2017/03/0FOCUS1_DEFINITIVO_13marzo.pdf

15 Marzo 2017 / by / in
Emmaus Italia sul reddito di inclusione, i tagli alla spesa sociale e le agevolazione per i ricchi

«La solidarietà non è dare, ma agire contro le ingiustizie»

Abbé Pierre, fondatore delle comunità e  del movimento internazionale Emmaus

Le recenti decisioni del Parlamento riguardanti il contrasto alla miseria e alle disuguaglianze ci lasciano per certi versi perplessi e, per altri, ci indignano.

Se da una parte consideriamo positivo che delle risorse, tramite il Reddito di inclusione sociale, vengano stanziate per venire in soccorso a chi vive in condizioni di miseria, dall’altra vediamo anche i limiti e le lacune di un provvedimento che non ci sembra in grado di sostenere, con tali risorse, nemmeno la metà delle famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà e di affrontare in maniera organica il problema. Al tempo stesso assistiamo anche ad altre decisioni scandalose e ingiuste, come il taglio di circa 212 milioni di euro al Fondo nazionale per le politiche sociali e di altri 50 milioni al Fondo nazionale per la non autosufficienza; se a ciò si aggiunge la proposta di detassazione – la cosiddetta Flat tax ideata dal governo per attirare i miliardari residenti all’estero – si comprende che, come al solito, si privilegiano ancora una volta i ricchi, contando sulle ‘briciole’, sulle ‘elemosine’ derivanti dai loro patrimoni costruiti sullo sfruttamento, sui paradisi fiscali, sulla demolizione dello stato sociale.

Una delle conseguenze dirette di un tale stato di cose, che noi tocchiamo con mano, è il progressivo aumento della richiesta di accoglienza all’interno delle nostre comunità da parte di persone espulse dal mondo del lavoro e dal sistema sociale. Assistiamo al loro smarrimento e alla loro rabbia, a un crescente livello di frustrazione che spinge verso scelte di disperazione e di semplificazione: tutto ciò genera inevitabilmente un clima di conflitto che prende spesso di mira altri individui disperati, diversi per provenienza e cultura.

Ribadiamo fermamente che il principio di una società solidale e civile – presente nella nostra Costituzione – è basato sul diritto e non sull’elemosina. Senza dubbio nessuno possiede la bacchetta magica. È tuttavia evidente la necessità di invertire la rotta e di attuare politiche di inclusione a partire dal lavoro.

Il lavoro è dignità e non sfruttamento; il lavoro, come ha affermato anche don Luigi Ciotti, è un bene comune e un diritto universale che non deve essere piegato alle logiche del mercato gestito da pochi potenti della finanza.

Insieme alla Rete dei numeri pari chiediamo inoltre la revisione dell’articolo 81 della Costituzione sul pareggio di bilancio, in modo da sganciare le risorse destinate al sistema sociale dal patto di stabilità, e che venga discusso e approvato il Reddito di dignità.

Franco Monnicchi

Presidente di Emmaus Italia

13 Marzo 2017 / by / in
REDDITO DI INCLUSIONE, UNA GOCCIA NEL MARE DELLA POVERTÀ ITALIANA

Il Senato ha approvato l’introduzione del Reddito di Inclusione. Una misura che erogherà circa 400 euro al mese su base familiare, poco più di cento euro a persona, e non arriva a coprire tutti i cittadini in povertà assoluta: dei quasi cinque milioni ne hanno diritto più o meno il 30%. Il provvedimento è finanziato con appena 1,6 miliardi di euro. I beneficiari del Reddito di Inclusione dovranno essere inseriti in progetti personalizzati predisposti da “un’équipe multidisciplinare” per svolgere lavori che si presumono socialmente utile da offrire in cambio del beneficio economico. Questa misura è del tutto insufficiente a garantire un minimo di dignità a quanti ne hanno diritto e nasconde i tagli per centinaia di milioni di euro fatti alle politiche sociali proprio in questi giorni. Siamo lontanissimi da quanto avviene in quasi tutti i paesi europei dove il sostegno al reddito viene garantito rispettando i concetti di dignità esplicitati nell’articolo 34 della Carta di Nizza. Diverse risoluzioni europee hanno condannato il nostro paese proprio per i tagli al sociale e per l’assenza di una misura adeguata di sostegno al reddito che avrebbero evitato l’esplosione di disuguaglianze e povertà. In altri paesi infatti nonostante la crisi i sistemi di protezione sociale hanno attutito e ridotto l’aumento della povertà. Noi invece no! Siamo diventati il paese più diseguale dopo la Gran Bretagna, con il peggior sistema di welfare insieme alla Grecia. Questo dicono le statistiche, le analisi e l’indice Gini che misura la distribuzione della ricchezza. “Nessun cittadino europeo deve scendere sotto la soglia del 60% del reddito mediano del paese di origine”. Questo dice la Cosituzione europea per garantire un minimo di dignità. Se noi italiani siamo come tutti gli altri cittadini europei, facendo i calcoli significa mettere a disposizione una cifra di circa 15 miliardi. Solo così garantisci i diritti di quelli che hanno diritto. Su questa base di tipo europeo avevamo portato avanti due anni fa con centinaia di realtà sociali la proposta del Reddito di Dignità, poi fatta propria dal M5S, da SI e da diversi deputati del PD, e mai discussa dal Parlamento. Una proposta concreta, le cui coperture previste erano garantite anche dall’Istat, che avrebbe dato risposte efficaci ed all’altezza della sfida che abbiamo davanti, contribuendo a rilanciare il paese nel suo complesso. La fiscalità generale serve a questo e le risorse per farlo c’erano tutte, ma sono state impiegate altrove, a partire dai famigerati 80 euro costati 9 miliardi. Interventi che non hanno cambiato la condizioni dei più poveri ma anzi l’hanno peggiorata. Le scelte del governo confermano come le politiche sociali siano state piegate alla logica dell’universalismo selettivo, tradendo gli obblighi della repubblica definiti dai primi articoli della Costituzione, a partire dall’articolo 3. Si poteva e si doveva fare molto di più. Invece il ministro Poletti definisce storica l’introduzione di una misura che ricorda molto le poor laws inglesi dell’ottocento, che istituzionalizza la povertà e punta a coprire l’enorme disagio sociale del paese. Una misura, come dicevamo all’inizio, che tra le altre cose nasconde i tagli ulteriori fatti in questi giorni dei fondi per le politiche sociali e per la non autosufficienza. Il taglio è di 211 milioni di euro al fondo per le politiche sociali, che passa dalla miseria di 311 a 99 milioni, e di 50 milioni a quello per la non autosufficienza, che si riduce ulteriormente da 500 a 450. Concretamente significa che questo provvedimente colpirà asili nido, famiglie in difficoltà, centri antiviolenza, assistenza domiciliare, sostegno a disabili e anziani, edilizia scolastica e sanitaria. Ci è stato detto che bisognava tagliare per “il raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica”. Una motivazione che conferma come i diritti sociali ed il diritto alla salute siano subordinati alle priorità dei vincoli di bilancio. Vincoli di bilancio che determinano le scelte della finanza pubblica ormai sganciata dal rispetto dei diritti fondamentali. Una metamorfosi degli obiettivi della democrazia completata con la legittimità costituzionale garantita dal pareggio di bilancio, imposto con la modifica dell’articolo 81. Tutte le culture che hanno contribuito alla Carta sono state schiacciate da una sola: quella liberista.  Se chi governa continua a non affrontare seriamente e con altre scelte il dramma delle disuguaglianze e della povertà, dobbiamo farci sentire di più perché evidentemente una parte di responsabilità è anche la nostra se non siamo riusciti a farlo. Non abbiamo molte alternative se non costruire una maggiore consapevolezza nelle realtà sociali e nell’opinione pubblica, comunicare in maniera più chiara e netta, portare avanti lotte che sappiano unire in basso le vittime ed i soggetti che lavorano con le vittime. Oggi più che mai, visto il quadro politico e lo scenario che ci aspetta, abbiamo bisogno di un movimento plurale, inclusivo e popolare che sappia rimettere al centro le lotte per i diritti fondamentali ed allo stesso tempo sia capace di dare risposte concrete sui territori, promuovendo cooperazione, generando solidarietà e protagonismo sociale. Oggi la prudenza non ci apparirebbe solo triste, ma inspiegabile ed ingiustificabile.

Giuseppe De Marzo
Rete dei Numeri Pari  www.numeripari.org
Il Manifesto | 11.03.2017

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https://ilmanifesto.it/reddito-di-inclusione-una-goccia-nel-mare-della-poverta-italiana/

 

 

11 Marzo 2017 / by / in
COMUNICATO STAMPA – Approvazione REI, la Rete dei numeri Pari “Basta briciole, è urgente il Reddito di Dignità!”

Approvazione REI, la Rete dei numeri Pari “Basta briciole, è urgente il Reddito di Dignità!”

La Rete dei Numeri Pari, rete di centinaia di realtà sociali attive nel Paese, esprime la propria posizione critica sul Reddito di Inclusione approvato dal Senato e sui tagli ai fondi regionali destinati al sociale.

http://www.numeripari.org/

 “Il Senato ha approvato una legge che è più simile ad una “poor law” di fine Ottocento che ad una moderna legge sul reddito minimo di respiro europeo come previsto dall’articolo 34 della Carta di Nizza. – afferma la Rete dei Numeri Pari – “La povertà sembra essere una colpa, piuttosto che una responsabilità politica di chi sta gestendo la crisi amplificando la forbice delle disuguaglianze. Oggi la povertà è un fenomeno strutturale che colpisce soprattutto donne, giovani e migranti, a cui bisogna rispondere con misure di welfare strutturali. Il Governo propone invece un Reddito di Inclusione fondato sull’esclusione e sull’assistenzialismo. La misura è infatti finanziata con 1,6 miliardi di euro, rivolta a famiglie al di sotto della soglia dei 3000 euro di ISEE con almeno un figlio minore, escludendo gran parte delle condizioni di povertà e rivolgendosi a solo il 30% dei 5 milioni di persone in soglia di povertà assoluta. In questi 5 milioni ci siamo tutti noi che abbiamo subito la crisi: giovani, precari, lavoratori poveri, senza fissa dimora, ragazze madri.”

“A ciò si aggiunge – continua la Rete dei numeri Pari – un taglio di 211 milioni di euro al fondo per le politiche sociali, che passa da 311 a 99 milioni, e di 50 milioni a quello per la non autosufficienza, che si riduce da 500 a 450. Sull’altare dei vincoli di bilancio si sacrificheranno concretamente asili nido, famiglie in difficoltà, centri antiviolenza, assistenza domiciliare, sostegno a disabili e anziani, edilizia scolastica e sanitaria. Siamo stanchi che gli equilibri di bilancio colpiscano sempre i deboli, vogliamo la revisione dell’articolo 81! Vogliamo che il parlamento discuta il “Reddito di Dignità”, che garantisce il 60% del reddito mediano e favorisca la dignità della vita, l’autodeterminazione nelle scelte familiari e di lavoro. Non possiamo accettare più misure al ribasso, mentre i ricchi si arricchiscono sempre più, come dimostrano i dati Oxfam. Ci mobiliteremo dal basso come realtà del sociale per aprire spazio alla voce dei deboli e degli esclusi a cui questa politica miope non riesce più a rivolgersi.”

RETE DEI NUMERI PARI

Per la campagna Reddito: Martina Carpani 3337979646

Responsabile Comunicazione: Martina Di Pirro 3405006449

Intervista Don Luigi Ciotti sul Reddito di Inclusione Sociale

10 Marzo 2017 / by / in
Confermato il maxi-taglio alle politiche sociali e al fondo per la non autosufficienza

di Roberto Ciccarelli 

Austerità. Il Fondo Politiche sociali perderà oltre 200 milioni, 50 in meno alla non auto-sufficienza. Saranno colpiti asili nido, centri anti-violenza, assistenza domiciliare, sostegno ai disabili e agli anziani. E oggi il Senato approverà una legge contro la povertà che esclude sette cittadini su dieci

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Mentre il ministro del lavoro e del Welfare Giuliano Poletti definisce «uno strumento universale» la legge contro la povertà che esclude sette poveri assoluti su dieci che sarà approvata oggi dal Senato, in un question time alla Camera ieri il ministro per gli affari regionali Enrico Costa ha confermato il taglio di 211 milioni di euro al fondo delle politiche sociali (ridotto da 311 a 99 milioni) e di 50 milioni a quello sulle non autosufficienze (450 da 500). In questo modo il governo colpirà gli asili nido, le famiglie in difficoltà, i centri antiviolenza, l’assistenza domiciliare e il sostegno a disabili e anziani.

La decisione è stata presa dalle regioni e dal ministero dell’Economia ed è stata confermata nei giorni scorsi dal sottosegretario al lavoro Luigi Bobba in risposta a un’interrogazione di Donata Lenzi (Pd). «Un atto gravissimo» avevano denunciato il forum del terzo settore, la Federazione italiana superamento handicap (Fish) e la federazione delle associazioni nazionali sulla disabilità (Fand). «È la definitiva cancellazione del disagio sociale dall’agenda politica – attacca Gianmario Gazzi, presidente del consiglio nazionale degli assistenti sociali – Una mossa inqualificabile, tutta monetaria e frutto delle alchimie di bilancio. Un ultimo pessimo regalo fatto proprio l’8 marzo nella festa delle donne. Saranno proprio le donne a pagare il prezzo più alto di una crisi economica che porta per loro disoccupazione e precariato. Sulle loro spalle si scaricherà il ruolo di supplenza delle istituzioni in termini di welfare familiare reso più gravoso dall’assenza di una rete di servizi».

«Un teatrino ridicolo e vile». Così i deputati del movimento 5 Stelle hanno definito la condotta omissiva e imbarazzata degli esponenti del governo incalzati nelle ultime due settimane dalle associazioni, a se guito dell’intesa Stato-regioni che ha stabilito il taglio. «Solo la scorsa settimana – sostiene M5S – Bobba si era detto assolutamente contrario ai tagli. Il Mef però li ha approvati. Ed è partito lo scaricabarile. Il governo non ha niente da dire anche sul taglio da 422 milioni al fondo sanitario nazionale». «Non c’è che dire, un gran regalo per l’8 marzo – sostiene Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana – e per chi è costretto al lavoro di cura familiare o ha bisogno di conciliare il lavoro con la famiglia. Le statistiche sul disastro sociale del paese evidentemente non le leggono».

Costa ha provato a giustificare una situazione imbarazzante per il governo nel giorno dello sciopero delle donne e a poche ore dall’approvazione del poco più che simbolico provvedimento contro la povertà. «Il fondo per le non autosufficienze per il 2017 è comunque superiore alle risorse stanziate nel 2016, malgrado la riduzione di 50 milioni». Una posizione che non giustifica la marcia indietro su un fondo che era stato incrementato con 50 milioni dalla legge di stabilità e di altrettanti dal decreto legge di fine anno sul Mezzogiorno.

Il taglio al fondo sociale è drammatico. L’accanimento dei vari governi dal 2004 a oggi è evidente. Tredici anni fa il finanziamento ammontava a 1.884 miliardi di euro. Nel 2012 era stato tagliato al punto da arrivare a 43,7 milioni per poi risalire nel 2013 a 344 milioni. Nel 2015 lo si è reso «strutturale» con una dotazione annua di 300 milioni. Oggi, nel pieno di una crisi più dura di sempre, è stato di nuovo tagliato a 99 milioni, il 5% rispetto al fondo disponibile nel 2004.

 

https://ilmanifesto.it/confermato-il-maxi-taglio-alle-politiche-sociali-e-al-fondo-non-autosufficienza/

9 Marzo 2017 / by / in