La relazione fra debito pubblico e disagio sociale

La relazione fra debito pubblico e disagio sociale

di Francesco Gesualdi

E’ possibile combattere la miseria senza combattere i meccanismi che la producono? La domanda è retorica: non esiste altra risposta che no. Eppure è ciò che facciamo se non affrontiamo il tema del debito pubblico.                           A onor del vero, va detto che il debito pubblico è come il colesterolo. C’è quello buono che rappresenta ricchezza e quello cattivo che rappresenta miseria.  Il debito è buono quando la moneta è gestita direttamente dallo stato in un’ottica di piena occupazione. In tale contesto la spesa in deficit si trasforma in ricchezza perché l’ammanco è finanziato con moneta stampata di fresco che entrando nel circuito economico stimola l’economia a crescere con effetti positivi su produzione, occupazione, consumi e risparmi.  Il debito è cattivo quando lo stato si priva volutamente di sovranità monetaria, ossia del potere di stampare moneta. In tal caso ogni volta che decide di spendere più di quanto incassa deve chiedere un prestito al sistema finanziario privato. Che lo darà solo in cambio di un tasso di interesse. Così il popolo si impoverisce a vantaggio di banche, assicurazioni, fondi di investimento e ogni altra struttura finanziaria che di mestiere presta denaro. Purtroppo da una trentina di anni, già prima di entrare nell’euro, lo stato italiano si è ridotto al pari di una qualsiasi famiglia o azienda che dipende dalle banche per qualsiasi spesa supplementare. Il suo debito nei confronti dei privati oggi ha raggiunto 2200 miliardi di euro e si comporta come  una zecca che affonda l’arpione nelle casse pubbliche per sottrarre denaro in base al livello dei tassi di interesse esistenti. Nel 2016 i soldi sottratti sono stati 68 miliardi di euro, nel 2012 addirittura 87 per un semplice capriccio della speculazione. Soldi di tutti, che invece di andare a finanziare asili, ospedali, scuole al servizio della collettività, vanno ad ingrassare gli azionisti delle strutture finanziarie. In effetti solo il 5% del debito pubblico italiano è detenuto dalle famiglie. Tutto Il resto è nelle mani di banche, assicurazioni, fondi d’investimento, di cui 65% italiani e 35% esteri. Si può senz’altro affermare che il debito cattivo è un meccanismo di redistribuzione alla rovescia: prende a tutti per dare ai più ricchi. Perché solo i ricchi hanno risparmi da investire in titoli di stato. E i risultati si vedono: l’Italia è sempre più disuguale. Da società a uovo si sta trasformando in società a piramide. Prima c’era un piccolo numero di famiglie con redditi bassi, un piccolo numero con redditi molto alti e nel mezzo un gran numero di famiglie con redditi medi. Oggi molte famiglie di mezzo stanno migrando verso il basso mentre quelle di cima sono sempre più esigue e naturalmente più ricche. Da un punto di vista patrimoniale, ossia della ricchezza posseduta sotto forma di case, terreni, auto, gioielli, titoli, depositi, le famiglie italiane possono essere divise in tre fasce. Quella di cima, che accoglie appena il 10%, detiene il 46% dell’intera ricchezza privata. Quella di mezzo, equivalente al 40% delle famiglie, controlla il 44% della ricchezza. Quella di fondo, pur essendo la più ampia, pari al 50% delle famiglie, si aggiudica appena il 9,4% della ricchezza. Mediamente la ricchezza delle famiglie appartenenti al 10% più ricco è 22 volte più alta di quelle appartenenti al 50% più povero. Ma se possibile la realtà è anche peggiore. Uno studio del Censis certifica che i 10 individui più ricchi d’Italia dispongono di un patrimonio di circa 75 miliardi di euro, pari a quello di quasi 500mila famiglie operaie messe insieme. Poco meno di 2mila italiani appartenenti al club mondiale degli ultraricchi, dispongono di un patrimonio complessivo superiore a 169 miliardi di euro e non è conteggiato il valore degli immobili. In altre parole lo 0,003% della popolazione italiana possiede una ricchezza pari a quella detenuta dal 4,5%.

I segni di un’Italia sempre più disuguale si ritrovano anche nella distribuzione del reddito. Il 10% più ricco della popolazione intasca il 25,3% del reddito disponibile, il 10% più povero solo il 2,1%. In termini monetari ogni individuo del 10% più ricco dispone di 77.189 euro all’anno. Quelli del 10% più povero si fermano a 6.521 euro. Un divario di quasi 12 a 1. Situazione peggiore di metà degli anni ottanta quando il rapporto era 8 a 1.

Il sottoprodotto dell’ingiustizia è la miseria che il debito aggrava tramite l’austerità, scelta classica di uno stato totalmente asservito alle banche. Al pari di una famiglia, quando uno stato senza sovranità monetaria si accorge di non avere abbastanza soldi per pagare interessi e capitale, cerca di raggranellare il dovuto aumentando le entrate e riducendo le spese. Due mosse che hanno ambedue conseguenze gravissime perché se lo stato smette di offrire servizi, le famiglie debbono rivolgersi al mercato che nel frattempo si è impossessato di servizi primari come l’acqua, i trasporti, la scuola, la sanità. Con la differenza che prima erano gratuiti, mentre ora sono a pagamento. Così le famiglie italiane già tartassate dal carico fiscale sono sempre più salassate dalle imprese private per il godimento di bisogni fondamentali. Basti dire che in ambito sanitario la spesa  privata è salita, anno 2015, a 34,5 miliardi di euro, il 3,2% in più rispetto al 2013. In totale gli italiani che si rivolgono alla sanità privata, spinti da ticket sempre più alti e da liste di attesa sempre più lunghe, sono oltre 10 milioni. Ma contemporaneamente sono cresciuti anche quelli che rinunciano a qualsiasi tipo di cura perché non hanno soldi né per pagare i ticket, né le parcelle. Nel 2016 gli italiani rinunciatari sono stati 11 milioni confermando che lo spostamento dalla sanità pubblica alla sanità privata si accompagna alla sanità negata.

Che il binomio più tasse, meno servizi, impoverisca gli italiani, lo dicono i numeri. La forma più grave di povertà è quella di chi è in arretrato con le bollette, di chi non riesce a scaldare adeguatamente la casa, di chi non può  permettersi un pasto appropriato almeno una volta ogni due giorni. Le persone in questo grave stato di deprivazione materiale sono 7 milioni, 11,6% della popolazione. Ma se allarghiamo lo sguardo a chi vive in bilico a causa del suo stato di precarietà e incertezza, troviamo che le persone a rischio povertà o esclusione sociale sono 17 milioni e mezzo, il 28,7% della popolazione italiana, il 3% in più del 2004. Persone a cui basta un dente da riparare, una batteria di esami eccezionale da fare, una riparazione d’auto fuori programma, per mandarli sott’acqua e costringerli ad arrangiarsi chiedendo un  prestito o rinunciando ad altre spese importanti.

L’assurdo della situazione è che ora neanche i creditori sono più così sicuri di voler spingere lo stato debitore a pagare. La loro paura è di finire come quei bombaroli che non avendo calcolato bene la lunghezza della miccia sono colpiti anche loro dalla deflagrazione.

Fuori di metafora, la paura è che a forza di estrarre ricchezza, il sistema possa impoverirsi a tal punto da entrare in una spirale di crisi che trascina tutti verso il fondo. Il punto delicato è la domanda, perché viviamo in un sistema che si regge sulle vendite. Solo se c’è un livello di domanda pari, o addirittura superiore, alla capacità produttiva, tutto funziona regolarmente e possono addirittura aprirsi prospettive di crescita come tutti invocano. Se invece la domanda si contrae, le imprese entrano in crisi e licenziano in una spirale sempre più ampia. Esattamente come succede nelle economie ad alto debito pubblico, dove i cittadini hanno meno soldi da spendere a causa dell’elevato livello di tassazione e lo stato stesso spende meno per risparmiare risorse da destinare agli interessi. Tanto più che neanche i ricchi aiutano. Benché con più soldi, in virtù degli interessi intascati, la loro spesa non cresce. Non spendono in consumi perché tutti i loro bisogni sono già stati soddisfatti e non spendono in investimenti perché non sono così stupidi da avviare nuove attività produttive quando non ci sono prospettive di vendita. L’unica strada che imboccano è quella della finanza che si espande sempre di più.

Negli ultimi 10 anni, complice la crisi bancaria, l’austerità e la concentrazione della ricchezza, in Italia la domanda complessiva si è ridotta ai minimi storici facendo salire la disoccupazione alle stelle. Nel 2016 i disoccupati erano 3 milioni pari all’11,7% della forza lavoro. Ma il dato si riferisce solo a chi cerca attivamente lavoro. Se si includesse nel conteggio anche quelli che un lavoro salariato lo vorrebbero, ma non lo cercano perché scoraggiati, il numero dei disoccupati salirebbe a 5 milioni e mezzo, il 21,6% della forza lavoro. Purtroppo anche la pubblica amministrazione contribuisce al problema dal momento che fra il 2013 e il 2016, ha perso 84mila unità.

La disoccupazione colpisce in maniera particolare i giovani fra 15 e 29 anni. Nel 2016 i giovani disoccupati sono 960mila pari al 44%.della forza lavoro giovanile. In pratica ogni 10 giovani disposti a lavorare, 4 non lo trovano. Ed ecco la crescita dei Neet, giovani stanchi e sfiduciati che né lavorano né studiano secondo la definizione inglese Not in education or in employment training. Nel 2016 i giovani nullafacenti fra i 15 e i 29 anni ammontano a più di 2 milioni, il 24% del totale.

Da oltre trent’anni, ogni governo dichiara di porsi come priorità l’abbattimento del debito, ma se ne va lasciandosi dietro un debito ancora più alto. E non perché viviamo al di sopra delle nostre possibilità, come qualcuno vorrebbe farci credere, ma perché non ce la facciamo a tenere la corsa con gli interessi. L’esame dei bilanci pubblici dimostra che siamo dei risparmiatori, non degli scialacquatori. Ad esempio nel 2016 abbiamo risparmiato 25 miliardi di euro perché a tanto ammonta la differenza, in negativo, fra ciò che abbiamo versato allo stato e ciò che abbiamo ricevuto indietro sotto forma di servizi, investimenti, previdenza sociale. Ciò nonostante nel 2016 il debito pubblico è cresciuto di altri 40 miliardi perché il risparmio accumulato non è stato sufficiente a coprire tutta la spesa per interessi. Questa storia si ripete dal 1992 e ciò spiega perché da allora il nostro debito è passato da 850 a 2218 miliardi di euro nonostante 768 miliardi di risparmi. E’ semplicemente successo che su una somma complessiva di 2038 miliardi di interessi, 1270 sono stati pagati a debito.

Il debito che si autoalimenta attraverso la via degli interessi è una delle forme più odiose di dominio e strangolamento di un popolo. Ogni anno avvolge attorno al suo collo un nuovo giro di catena per tenerlo sempre più stretto e succhiargli sempre più sangue. Fuori di metafora è un’organizzazione perfetta di latrocinio per travasare quote crescenti di ricchezza collettiva dalle tasche dei cittadini a quelle dei ricchi. Ma ora è arrivato il tempo di alzarci in piedi e rivendicare il diritto di sottrarci a questo meccanismo perverso. Gli strumenti per farlo ci sono: vanno dal congelamento del pagamento degli interessi, al ripudio del debito illegittimo, dall’imposizione ai più ricchi di un prestito forzoso ad una tassazione progressiva di reddito e patrimonio, dall’introduzione di una moneta complementare nazionale alla riforma della Banca Centrale Europea, dal controllo della fuga di capitali alla regolamentazione della speculazione sui titoli del debito pubblico. Il problema non sono gli strumenti, ma la volontà politica. Neanche i politici più progressisti hanno messo a fuoco la gravità della situazione ed hanno posto al centro del proprio programma politico la gestione alternativa del debito.

Per questo è urgente che si muova la società civile, con un primo obiettivo minimo: organizzare una grande campagna di informazione pubblica orientata a tre scopi: creare consapevolezza nei cittadini sui nessi esistenti  fra debito pubblico e disagio sociale; obbligare i media ad accendere i riflettori sul debito e sulle soluzioni alternative; forzare i politici a concentrarsi sul problema affinché diventi il principale argomento di dibattito pubblico.

La storia ci insegna che i cambiamenti sono possibili, ma solo se si infervorano gli animi. E gli animi si infervorano se scatta l’indignazione che deriva dalla consapevolezza. Nessuno meglio di noi può assumersi il compito di fare sapere. Possiamo e dobbiamo farlo. Ma dobbiamo unire le forze.

26 Giugno 2017 / by / in ,
Debito pubblico e miseria: il dovere di intervenire

di Francesco Gesualdi, 20 giugno 2017

 

E’ possibile combattere la miseria senza combattere i meccanismi che la producono? La domanda è retorica: non esiste altra risposta che no. Eppure è ciò che facciamo se non affrontiamo il tema del debito pubblico. A onor del vero, va detto che il debito pubblico è come il colesterolo. C’è quello buono che rappresenta ricchezza e quello cattivo che rappresenta miseria.

Il debito è buono quando la moneta è gestita direttamente dallo stato in un’ottica di piena occupazione. In tale contesto la spesa in deficit si trasforma in ricchezza perché l’ammanco è finanziato con moneta stampata di fresco che entrando nel circuito economico stimola l’economia a crescere con effetti positivi su produzione, occupazione, consumi e risparmi.

Il debito è cattivo quando lo stato si priva volutamente di sovranità monetaria, ossia del potere di stampare moneta. In tal caso ogni volta che decide di spendere più di quanto incassa deve chiedere un prestito al sistema finanziario privato. Che lo darà solo in cambio di un tasso di interesse. Così il popolo si impoverisce a vantaggio di banche, assicurazioni, fondi di investimento e ogni altra struttura finanziaria che di mestiere presta denaro.

Purtroppo da una trentina di anni, già prima di entrare nell’euro, lo stato italiano si è ridotto al pari di una qualsiasi famiglia o azienda che dipende dalle banche per qualsiasi spesa supplementare. Il suo debito nei confronti dei privati oggi ha raggiunto 2200 miliardi di euro e si comporta come una zecca che affonda l’arpione nelle casse pubbliche per sottrarre denaro in base al livello dei tassi di interesse esistenti. Nel 2016 i soldi sottratti sono stati 68 miliardi di euro, nel 2012 addirittura 87 per un semplice capriccio della speculazione. Soldi di tutti, che invece di andare a finanziare asili, ospedali, scuole al servizio della collettività, vanno ad ingrassare gli azionisti delle strutture finanziarie. In effetti solo il 5% del debito pubblico italiano è detenuto dalle famiglie. Tutto Il resto è nelle mani di banche, assicurazioni, fondi d’investimento, di cui 65% italiani e 35% esteri.[1]

Si può senz’altro affermare che il debito cattivo è un meccanismo di redistribuzione alla rovescia: prende a tutti per dare ai più ricchi. Perché solo i ricchi hanno risparmi da investire in titoli di stato. E i risultati si vedono: l’Italia è sempre più disuguale. Da società a uovo si sta trasformando in società a piramide. Prima c’era un piccolo numero di famiglie con redditi bassi, un piccolo numero con redditi molto alti e nel mezzo un gran numero di famiglie con redditi medi. Oggi molte famiglie di mezzo stanno migrando verso il basso mentre quelle di cima sono sempre più esigue e naturalmente più ricche.

Da un punto di vista patrimoniale, ossia della ricchezza posseduta sotto forma di case, terreni, auto, gioielli, titoli, depositi, le famiglie italiane possono essere divise in tre fasce. Quella di cima, che accoglie appena il 10%, detiene il 46% dell’intera ricchezza privata. Quella di mezzo, equivalente al 40% delle famiglie, controlla il 44% della ricchezza. Quella di fondo, pur essendo la più ampia, pari al 50% delle famiglie, si aggiudica appena il 9,4% della ricchezza. [2]

Mediamente la ricchezza delle famiglie appartenenti al 10% più ricco è 22 volte più alta di quelle appartenenti al 50% più povero. Ma se possibile la realtà è anche peggiore. Uno studio del Censis certifica che i 10 individui più ricchi d’Italia dispongono di un patrimonio di circa 75 miliardi di euro, pari a quello di quasi 500mila famiglie operaie messe insieme. Poco meno di 2mila italiani appartenenti al club mondiale degli ultraricchi, dispongono di un patrimonio complessivo superiore a 169 miliardi di euro e non è conteggiato il valore degli immobili. In altre parole lo 0,003% della popolazione italiana possiede una ricchezza pari a quella detenuta dal 4,5%.[3]

I segni di un’Italia sempre più disuguale si ritrovano anche nella distribuzione del reddito. Il 10% più ricco della popolazione intasca il 25,3% del reddito disponibile, il 10% più povero solo il 2,1%. In termini monetari ogni individuo del 10% più ricco dispone di 77.189 euro all’anno. Quelli del 10% più povero si fermano a 6.521 euro.[4] Un divario di quasi 12 a 1. Situazione peggiore di metà degli anni ottanta quando il rapporto era 8 a 1.

Il sottoprodotto dell’ingiustizia è la miseria che il debito aggrava tramite l’austerità, scelta classica di uno stato totalmente asservito alle banche. Al pari di una famiglia, quando uno stato senza sovranità monetaria si accorge di non avere abbastanza soldi per pagare interessi e capitale, cerca di raggranellare il dovuto aumentando le entrate e riducendo le spese. Due mosse che hanno ambedue conseguenze gravissime perché se lo stato smette di offrire servizi, le famiglie debbono rivolgersi al mercato che nel frattempo si è impossessato di servizi primari come l’acqua, i trasporti, la scuola, la sanità. Con la differenza che prima erano gratuiti, mentre ora sono a pagamento. Così le famiglie italiane già tartassate dal carico fiscale sono sempre più salassate dalle imprese private per il godimento di bisogni fondamentali. Basti dire che in ambito sanitario la spesa privata è salita, anno 2015, a 34,5 miliardi di euro, il 3,2% in più rispetto al 2013. In totale gli italiani che si rivolgono alla sanità privata, spinti da ticket sempre più alti e da liste di attesa sempre più lunghe, sono oltre 10 milioni. Ma contemporaneamente sono cresciuti anche quelli che rinunciano a qualsiasi tipo di cura perché non hanno soldi né per pagare i ticket, né le parcelle. Nel 2016 gli italiani rinunciatari sono stati 11 milioni confermando che lo spostamento dalla sanità pubblica alla sanità privata si accompagna alla sanità negata.[5]

Che il binomio più tasse, meno servizi, impoverisca gli italiani, lo dicono i numeri. La forma più grave di povertà è quella di chi è in arretrato con le bollette, di chi non riesce a scaldare adeguatamente la casa, di chi non può permettersi un pasto appropriato almeno una volta ogni due giorni. Le persone in questo grave stato di deprivazione materiale sono 7 milioni, 11,6% della popolazione. Ma se allarghiamo lo sguardo a chi vive in bilico a causa del suo stato di precarietà e incertezza, troviamo che le persone a rischio povertà o esclusione sociale sono 17 milioni e mezzo, il 28,7% della popolazione italiana, il 3% in più del 2004.[6] Persone a cui basta un dente da riparare, una batteria di esami eccezionale da fare, una riparazione d’auto fuori programma, per mandarli sott’acqua e costringerli ad arrangiarsi chiedendo un prestito o rinunciando ad altre spese importanti.

L’assurdo della situazione è che ora neanche i creditori sono più così sicuri di voler spingere lo stato debitore a pagare. La loro paura è di finire come quei bombaroli che non avendo calcolato bene la lunghezza della miccia sono colpiti anche loro dalla deflagrazione.

Fuori di metafora, la paura è che a forza di estrarre ricchezza, il sistema possa impoverirsi a tal punto da entrare in una spirale di crisi che trascina tutti verso il fondo. Il punto delicato è la domanda, perché viviamo in un sistema che si regge sulle vendite. Solo se c’è un livello di domanda pari, o addirittura superiore, alla capacità produttiva, tutto funziona regolarmente e possono addirittura aprirsi prospettive di crescita come tutti invocano. Se invece la domanda si contrae, le imprese entrano in crisi e licenziano in una spirale sempre più ampia. Esattamente come succede nelle economie ad alto debito pubblico, dove i cittadini hanno meno soldi da spendere a causa dell’elevato livello di tassazione e lo stato stesso spende meno per risparmiare risorse da destinare agli interessi. Tanto più che neanche i ricchi aiutano. Benché con più soldi, in virtù degli interessi intascati, la loro spesa non cresce. Non spendono in consumi perché tutti i loro bisogni sono già stati soddisfatti e non spendono in investimenti perché non sono così stupidi da avviare nuove attività produttive quando non ci sono prospettive di vendita. L’unica strada che imboccano è quella della finanza che si espande sempre di più.

Negli ultimi 10 anni, complice la crisi bancaria, l’austerità e la concentrazione della ricchezza, in Italia la domanda complessiva si è ridotta ai minimi storici facendo salire la disoccupazione alle stelle. Nel 2016 i disoccupati erano 3 milioni pari all’11,7% della forza lavoro. Ma il dato si riferisce solo a chi cerca attivamente lavoro. Se si includesse nel conteggio anche quelli che un lavoro salariato lo vorrebbero, ma non lo cercano perché scoraggiati, il numero dei disoccupati salirebbe a 5 milioni e mezzo, il 21,6% della forza lavoro.[7] Purtroppo anche la pubblica amministrazione contribuisce al problema dal momento che fra il 2013 e il 2016, ha perso 84mila unità.[8]

La disoccupazione colpisce in maniera particolare i giovani fra 15 e 29 anni. Nel 2016 i giovani disoccupati sono 960mila pari al 44%.della forza lavoro giovanile. In pratica ogni 10 giovani disposti a lavorare, 4 non lo trovano. Ed ecco la crescita dei Neet, giovani stanchi e sfiduciati che né lavorano né studiano secondo la definizione inglese Not in education or in employment training. Nel 2016 i giovani nullafacenti fra i 15 e i 29 anni ammontano a più di 2 milioni, il 24% del totale.[9]

Da oltre trent’anni, ogni governo dichiara di porsi come priorità l’abbattimento del debito, ma se ne va lasciandosi dietro un debito ancora più alto. E non perché viviamo al di sopra delle nostre possibilità, come qualcuno vorrebbe farci credere, ma perché non ce la facciamo a tenere la corsa con gli interessi. L’esame dei bilanci pubblici dimostra che siamo dei risparmiatori, non degli scialacquatori. Ad esempio nel 2016 abbiamo risparmiato 25 miliardi di euro perché a tanto ammonta la differenza, in negativo, fra ciò che abbiamo versato allo stato e ciò che abbiamo ricevuto indietro sotto forma di servizi, investimenti, previdenza sociale. Ciò nonostante nel 2016 il debito pubblico è cresciuto di altri 40 miliardi perché il risparmio accumulato non è stato sufficiente a coprire tutta la spesa per interessi. Questa storia si ripete dal 1992 e ciò spiega perché da allora il nostro debito è passato da 850 a 2218 miliardi di euro nonostante 768 miliardi di risparmi. E’ semplicemente successo che su una somma complessiva di 2038 miliardi di interessi, 1270 sono stati pagati a debito.[10]

Il debito che si autoalimenta attraverso la via degli interessi è una delle forme più odiose di dominio e strangolamento di un popolo. Ogni anno avvolge attorno al suo collo un nuovo giro di catena per tenerlo sempre più stretto e succhiargli sempre più sangue. Fuori di metafora è un’organizzazione perfetta di latrocinio per travasare quote crescenti di ricchezza collettiva dalle tasche dei cittadini a quelle dei ricchi. Ma ora è arrivato il tempo di alzarci in piedi e rivendicare il diritto di sottrarci a questo meccanismo perverso. Gli strumenti per farlo ci sono: vanno dal congelamento del pagamento degli interessi, al ripudio del debito illegittimo, dall’imposizione ai più ricchi di un prestito forzoso ad una tassazione progressiva di reddito e patrimonio, dall’introduzione di una moneta complementare nazionale alla riforma della Banca Centrale Europea, dal controllo della fuga di capitali alla regolamentazione della speculazione sui titoli del debito pubblico. Il problema non sono gli strumenti, ma la volontà politica. Neanche i politici più progressisti hanno messo a fuoco la gravità della situazione ed hanno posto al centro del proprio programma politico la gestione alternativa del debito.

Per questo è urgente che si muova la società civile, con un primo obiettivo minimo: organizzare una grande campagna di informazione pubblica orientata a tre scopi: creare consapevolezza nei cittadini sui nessi esistenti fra debito pubblico e disagio sociale; obbligare i media ad accendere i riflettori sul debito e sulle soluzioni alternative; forzare i politici a concentrarsi sul problema affinché diventi il principale argomento di dibattito pubblico.

La storia ci insegna che i cambiamenti sono possibili, ma solo se si infervorano gli animi. E gli animi si infervorano se scatta l’indignazione che deriva dalla consapevolezza. Nessuno meglio di noi può assumersi il compito di fare sapere. Possiamo e dobbiamo farlo. Ma dobbiamo unire le forze.

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[1] Elaborazione dati, Banca d’Italia, Finanza pubblica: fabbisogno e debito, 14 aprile 2017

[2] Banca d’Italia, La ricchezza delle famiglie italiane, Bollettino n.65 del 13 dicembre 2012

[3] Censis, Crescono le diseguaglianze sociali: il vero male che corrode l’Italia, 3 maggio 2014

[4] Banca d’Italia, I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2014, 3 dicembre 2015

[5] Censis, Dalla fotografia dell’evoluzione della sanità italiana alle soluzioni in campo, 8 giugno 2016

[6] Istat, Condizioni di vita e reddito, 6 dicembre 2016

[7] Istat, Rapporto annuale 2017

[8] Marco Rogari, Nel 2017 «effetto spending» da 30 miliard, Il sole 24 ore, 20 giugno 2017

[9] Istat, Rapporto annuale 2017

[10] Elaborazione dati Centro Nuovo Modello di Sviluppo su serie storiche Istat e Corte dei Conti

18 Giugno 2017 / by / in
Le mille piazze per il reddito di dignità partono da Napoli – da Il Manifesto

«Mille piazze per il reddito di dignità, per i diritti sociali di tutti e tutte, contro disuguaglianze, povertà e mafie». È il nome della campagna lanciata dalla rete dei Numeri Pari che attraverserà il paese sino ad ottobre. Si parte da Napoli domani, piazza San Domenico Maggiore dalle 18,30 in poi, per mettere al centro la gigantesca questione meridionale.

Non possiamo più aspettare. Le scelte politiche compiute in Italia ed in Europa sono la dimostrazione evidente che l’idea di civiltà fondata sui diritti, la giustizia sociale e la dignità non ha più gambe sulle quali camminare. Dobbiamo affermare una nuova idea di società e solidarietà, perché tutte le scelte compiute rispecchiano gli interessi economici e finanziari delle élite europee. Austerità, tagli alla spesa sociale, privatizzazioni, minori salari, pessime condizioni di lavoro, sistemi fiscali iniqui, assenza di misure di sostegno al reddito, hanno causato un aumento delle disuguaglianze e della povertà senza precedenti nella storia del nostro paese. Disuguaglianze e condizionamento politico sono sempre più connessi. È triplicata la povertà assoluta, arrivando a colpire quasi 5 milioni di persone. Così come è triplicato il numero dei miliardari: 342. L’Istat ha denunciato un welfare tra i peggiori d’Europa, sostanzialmente per due ragioni: aver tagliato l’80% del fondo nazionale per le politiche sociali, in un momento in cui avremmo dovuto aumentarlo; non aver ancora introdotto una misura di sostegno al reddito adeguata, proposta da più di 25 anni da molte risoluzioni europee. Il patto di stabilità inserito in Costituzione complica ulteriormente le cose, tagliando enormi risorse ai Comuni per dirottarle sul pagamento del debito. A distanza di 5 anni dalla sua entrata in vigore il pareggio di bilancio impedisce di garantire a tutti i diritti fondamentali: siamo il paese con il maggior impoverimento della popolazione giovanile, con la minor spesa in Europa per cultura e istruzione, quello che ha visto il maggior aumento delle disuguaglianze dopo la Gran Bretagna e la dispersione scolastica più alta.

Dinanzi a questo quadro il governo non ha saputo fare di meglio che stanziare 1,2 miliardi quest’anno e 1,7 il prossimo anno per contrastare la povertà, introducendo una misura di universalismo selettivo che non raggiunge nemmeno un terzo della popolazione in povertà assoluta, ed a quelli che ne avranno diritto non garantisce nemmeno la dignità. La narrazione dominante afferma che non si possono spendere risorse per il reddito di dignità per due motivi: 1) il reddito di cittadinanza è diseducativo perché riduce l’offerta di lavoro; 2) la crisi impone di pensare prima alla crescita economica attraverso i mercati e poi eventualmente a cascata ridistribuirla. La prima motivazione è figlia sia di fraintendimenti che di un approccio culturale che si rifà alle teorie del darwinismo applicate all’economia capitalista; la seconda è sbagliata in termini analitici, visto che la crisi è originata dalla strutturale incapacità dei mercati di garantire piena occupazione e distribuzione della ricchezza, attraverso la quale ridurre le disuguaglianze.

Disoccupazione, precarietà e disuguaglianze sono gli«effetti collaterali» del modello di crescita: per questo non sono vere priorità per tutte le forze politiche che si sono uniformate al pensiero economico dominante. Se non saranno le realtà sociali a rimettere al centro la priorità della lotta alle disuguaglianze non lo farà nessun altro, nemmeno chi grida dal web. L’introduzione del reddito di dignità ed il rifinanziamento del fondo nazionale per le politiche sociali sono misure che fondano la loro legittimità a partire dagli obblighi indicati dalla Costituzione. Allo stesso tempo contrastano il ricatto esercitato dalle mafie su quei soggetti ai margini, precari, sfruttati; garantiscono sicurezza a coloro che non possono lavorare o accedere a sistemi di sicurezza sociale; hanno effetti positivi sull’economia, sostenendo la domanda aggregata e liberando nuove energie sociali, considerando come sostiene l’Europa che anche in periodi di crisi i regimi di reddito minimo non vanno mai considerati un fattore di costo, bensì un elemento centrale della lotta alla crisi.

https://ilmanifesto.it/le-mille-piazze-per-il-reddito-di-dignita-partono-da-napoli/

15 Giugno 2017 / by / in
I 10 punti del Reddito di Dignità

Introduzione

Negli anni che vanno dal 2012 al 2015, in Italia, due importanti campagne hanno portato al centro del dibattito politico e sociale la necessità di introdurre la proposta (seppur iniziale) di un reddito garantito. Un diritto economico, di contrasto alle nuove povertà, alla precarietà emergente e per rimettere al centro la dignità della persona, nell’epoca della finanziarizzazione e delle politiche di austerità che hanno, al contrario colpito pesantemente le misure di welfare. L’idea di fondo è quella di definire un nuovo diritto, cioè di un diritto ad avere un beneficio economico che rendesse possibile il fatto che “sotto una certa soglia economica” nessun essere umano deve “scivolare”. Un principio di base che avrebbe introdotto, in uno dei paesi europei a maggior rischio esclusione sociale e disoccupazione giovanile, una nuova garanzia di dignità della persona dentro la sfera dei diritti sociali ed economici. Una proposta che rientra all’interno di un forte dibattito internazionale (con sperimentazioni di un reddito di base in numerosi paesi nel mondo: dal Kenya all’India, dal Brasile alla Namibia, solo per citarne alcuni)1 e alle esperienze di carattere europeo di reddito minimo garantito (presente in quasi tutti i paesi continentali). Un dibattito che si arricchisce sempre più anche a fronte della necessità di trovare formule nuove per individuare nuovi strumenti di tutela e redistribuzione della ricchezza anche a fronte della enorme disparità di reddito come denunciata anche da numerosi enti sovranazionali (il rapporto Oxfam solo per citarne uno). L’Italia, come è noto ha un forte ritardo, anche rispetto ai paesi europei, di una misura universale di reddito minimo. Questo malgrado già negli anni ’90, sia con la risoluzione 92/4412 in cui l’Europa indicava la necessità di introdurre in tutti i paesi membri una misura di reddito minimo, ed anche con la nota Commissione Onofri in Italia del 19973, si individuava la necessità di introdurre uno strumento di sostegno economico a fronte anche dell’emergere di nuove povertà a causa dei cambiamenti produttivi. Seppur con molti limiti, vi sono state alcune esperienze nel nostro paese, come le sperimentazioni di alcune leggi regionali (solo per citarne una, la legge del 4/2009 del Lazio, tra le migliori proposte emerse, finanziata per un solo anno dalla giunta Marrazzo), che mostrano l’intenso dibattito che ha interessato tanto i movimenti sociali, le nuove figure del lavoro precario, fino ad arrivare alle proposte di alcune forze politiche. Il dibattito ha attraversato anche il mondo culturale ed accademico, con la presa di posizione forte di giuristi e giuslavoristi, costituzionalisti, sociologi ed economisti. Insomma questo solo per dire che dagli anni’90 dello scorso secolo, in Italia, il tema del diritto ad un reddito garantito si è imposto con forza e ragione nel dibattito e nell’agenda politica e sociale del nostro paese anche se il ritardo in merito all’introduzione di questa misura è ormai spaventoso soprattutto se comparato a quelli esistenti in Europa.

Proprio le best practice o per meglio dire le esperienze già esistenti in tema di “reddito minimo garantito” presenti da tempo negli schemi di welfare di molti paesi europei, ha reso il tema ancora più percorribile dal punto di vista della fattibilità della proposta. La chiave dei “modelli europei” è stata un ottima “chiave” per raccontare questa proposta da destinare anche ai più scettici rispetto alla possibilità di definire un sistema di garanzia del reddito. Le esperienze dei paesi del nord Europa (e non solo) cosi come le diverse “indicazioni” delle istituzioni sovranazionali, che davano con alcune risoluzioni un preciso ruolo allo strumento del reddito minimo garantito, hanno sicuramente reso “più comprensibile” il tema ed hanno segnato la praticabilità di una misura di garanzia del reddito. Le esperienze europee cosi come le indicazioni sovranazionali sono diventate una sorta di “guida” per definire una idea di proposta anche per il nostro paese.

Negli anni tra il 2012 ed il 2015 hanno preso corpo nel nostro paese due importantissime campagne, come le campagne, nel 2012 e successivamente nel 2015 per definire proposte possibili.

Nella prima campagna di raccolta firme per “una legge di iniziativa popolare per il reddito minimo garantito”4, iniziata nel giugno 2012, ben oltre 60 mila firme furono consegnate nelle mani della Presidente della Camera Boldrini, che nell’aprile 2013 incontrò gli stessi proponenti dicendosi non solo a favore di una proposta simile ma che avrebbe fatto si che l’aula parlamentare la discutesse anche a prescindere dal numero di firme raccolte. Una campagna che attraversò per sei mesi l’intero paese coinvolgendo centinaia di associazioni e realtà sociali che organizzarono oltre 250 iniziative pubbliche. Nella primavera del 2015 prese corpo una nuova campagna sociale, con un’altra raccolta firme (oltre 80mila), definita: “100 giorni per un Reddito di Dignità”5. Questa volta non solo si segnalava l’aggravarsi delle condizioni sociali ed economiche per strati ancora più ampi della società italiana a causa anche dei risultati dell’aggravarsi della crisi, ma ancor più si segnalava l’urgenza dell’introduzione di una misura simile. Questa campagna pose con forza la questione del tempo entro cui si sarebbe dovuta fare una legge: “100 giorni!”. Determinata a chiedere dunque alle istituzioni un tempo entro cui dibattere e definire una legge di sostegno al reddito. A partire dall’esperienza di “Miseria Ladra”, parteciparono non solo centinaia di associazioni, ma anche enti locali, sindaci, giunte comunali sparse in tutto il paese, ma anche sindacati e studenti. L’iniziativa funzionò anche da termometro delle condizioni di difficoltà economica nel nostro paese che di volta in volta venivano denunciate dai diversi territori e dalle diverse realtà sociali partecipanti.

Se nel 2012 la casualità fu quella di trovarsi nel bel mezzo di una campagna elettorale per le elezioni politiche, nel 2015, la determinazione superò la causalità e puntò subito a coinvolgere le forze politiche chiedendo, o meglio, indicando loro un tempo certo per una misura certa: “100 giorni per una legge!” Fu definita cosi una piattaforma di 10 punti in cui i proponenti esprimevano con chiarezza alcuni concetti di base per definire una legge sul “reddito di dignità” che fosse al passo con i tempi. Una “guida ai principi irrinunciabili” utile per un eventuale articolato di legge da proporre in Parlamento. Si chiese un impegno ad personam ai diversi parlamentari a partire dalla loro firma come sostegno a questa Piattaforma che aveva l’intenzione di “mettere insieme” le diverse proposte in campo6 cosi da poter “unire” le forze politiche (e parlamentari) intorno ad un’unica proposta cosi da poter essere approvata. La richiesta di una “larga intesa” per un diritto al reddito, nel tempo delle larghe intese governative. La campagna dei “100 giorni per un reddito di dignità” ha voluto segnare il passo, definire una proposta ed arrivare ad avere finalmente un nuovo diritto nel nostro paese. Purtroppo, come è noto, malgrado vi siano delle proposte di legge in Parlamento definite in maniera diversa (ed in alcuni casi utilizzando erroneamente l’uso dei termini come per il “reddito di cittadinanza”) e con proponenti diversi, al momento non vi è alcun dibattito nè alcuna indicazioni che va nella direzione di introdurre tale misura. La proposta, cosi come indicata dalla Piattaforma del “Reddito di Dignità” utile a definire una “larga intesa” delle diverse forze politiche, ma anche e soprattutto delle diverse “buone volontà” e sensibilità presenti in Parlamento, non si è ancora avverata malgrado i tanti sottoscrittori della Piattaforma stessa (35 Senatori e 91 Deputati del M5S; 25 Deputati e 7 Senatori di SEL; 6 Deputati e 2 Senatori del PD; più altri parlamentari)7 che però, finita la campagna dei 100 giorni, non hanno dato più alcun seguito alla proposta. Vi sono state numerosi audizioni alla Commissione Lavoro del Senato, in molte di queste la proposta è riemersa con forza grazie alle associazioni ed alle realtà sociali chiamate a rinnovarne le ragioni, ma le scelte governative hanno inteso andare in altre direzioni: come il rifinanziamento alla Social Card o a misure di contrasto alla povertà molto esigue tanto dal punto di vista dei finanziamenti che dal punto di vista dell’efficacia stessa della misura. Come se si saltasse a piè pari tanto il dibattito internazionale, quanto le esperienze presenti in Europa, quanto le criticità da queste espresse, quanto il ritardo dell’introduzione di una misura di sostegno al reddito nel nostro paese vista anche la dimensione sempre più ampia delle povertà classiche e delle nuove povertà. Dunque la Piattaforma è lì, a disposizione di coloro che in Parlamento, nei Consigli Regionali, nelle Giunte Comunali, vogliano adoperarla tanto come definizione di una legge per una misura strutturale che come base sperimentale. La Piattaforma per il Reddito di Dignità non ha scadenza, la sua unica data di scadenza è la sua approvazione e in molti, passati ormai da tempo i “100 giorni”, la stanno aspettando!

Alcuni principi base del Reddito di Dignità

Nella Piattaforma del “reddito di dignità“ sono segnalati alcuni principi definiti a partire dai principi di base di alcuni schemi di reddito minimo garantito già vigenti in alcuni paesi europei cosi come erano stati proposti nel corso della loro storia; in alcuni passaggi che si trovano nelle indicazioni di alcune leggi regionali italiane; utilizzando alcuni elementi espressi nelle indicazioni delle istituzioni sovranazionali; e ancora di più cercando di comprendere al meglio i nuovi bisogni emergenti nella nuova fase produttiva, nel mondo globalizzato, nella crisi. La proposta inoltre si è alimentata di studi8, risoluzioni europee o documenti relativi a Carte9 o Trattati europei. Tra questi principi irrinunciabili che hanno definito la Piattaforma, solo per citarne alcuni: come: l’individualità della misura, la non vessazione del beneficiario attraverso stringenti contropartite e forme di condizionamento, l’accessibilità per coloro che ne hanno diritto, la residenza e non la cittadinanza, il diritto a servizi di qualità oltre il beneficio economico, la durata e l’ammontare del beneficio.

La questione infatti dell’accessibilità alla misura, cioè di non rendere “difficoltoso” da un punto di vista burocratico (nella stesura infinita di prove e contro prove, di documentazioni e certificazioni etc.) è frutto di importanti studi10 in cui si indica infatti la questione delle “difficoltà di accesso” per il beneficiario, come uno dei motivi principali per cui, molti pur avendone diritto, sono scoraggiati a chiederlo. Il rischio di determinare una sorta di “vessazione” della persona in difficoltà economica (trattato a volte o come un “nullafacente” nel migliore dei casi se non direttamente come un “furbacchione”) come riportato dagli studi (menzionati in nota) ha determinato alcune riflessioni in merito anche alle cosiddette politiche attive. Spesso queste, se esageratamente stringenti, hanno portato al contrario un alta percentuale di soggetti a rischio povertà a non chiedere più l’erogazione del beneficio. La questione dell’accessibilità, tenendo ben chiaro il rischio di controllo sociale o di vessazione verso il beneficiario, è uno dei punti più importanti espressi nella Piattaforma.

Un altro dei punti qualificanti è la questione della residenza e non della cittadinanza come criterio di accesso. Il punto di partenza è la “non discriminazione” verso il beneficiario. Non si possono infatti discriminare coloro i quali non hanno ancora ricevuto un riconoscimento di cittadinanza (ancor più in Italia dove non vi è come in altri paesi una legge sullo ius solis) tra due soggetti egualmente in difficoltà economica.

Un altro dei concetti di base è la questione della “temporalità e dell’ammontare” del beneficio. Non si può infatti definire a tavolino quando il beneficiario sarà in grado di uscire da una condizione specifica di difficoltà economica. Per questo “il tempo” del beneficio è un “tempo di garanzia del diritto e dunque della dignità della persona”. Questo d’altronde è definito proprio in alcuni degli schemi di reddito minimo garantito delle esperienze europee quando si dice che l’erogazione del reddito minimo deve considerarsi valida “fino al miglioramento della propria condizione economica”11. Vengono richiamati alcuni concetti esposti in alcune risoluzioni europee a partire dalla definizione di una “somma necessaria”, un ammontare, affinchè si possa definire una sorta di “minimo garantito”, cioè una base economica, sotto la quale nessun individuo deve scivolare. L’Europa in questo senso ricorda che i sistemi di “reddito minimo adeguati debbono stabilirsi almeno al 60% del reddito mediano dello Stato membro interessato”12.

Altrettanto importante è il tema del legame tra reddito minimo e lavoro. La cosi detta “condizionatezza” all’obbligo di accettare un lavoro qualsiasi altrimenti vi è la perdita del beneficio. Come un contrappasso la questione della condizionatezza al lavoro si è andata facendo sempre più pressante anche nelle diverse misure di reddito minimo in Europa con l’idea, come dicevamo sopra, di una “inclusione attiva” che però sembra non aver avuto l’effetto desiderato ed allo stesso tempo però aumentato i tagli proprio alle misure di welfare, reddito minimo garantito compreso. L’idea che in fondo il beneficiario sia una sorta di “parassita” sociale al quale va chiesta la continua disponibilità pare rimanere ferma in molti approcci al tema, alle esperienze delle poor laws inglesi di metà ‘80013. Il passaggio tra welfare e workfare in tutta Europa, con la conseguente erosione del finanziamento del primo a favore del secondo (dai cittadini alle imprese per favorire una maggiore occupabilità) è stato abbastanza significativo. I tagli al welfare cosi come le restrizioni proprio nelle misure di reddito minimo garantito, si sono avute in tanti paesi europei. In molte di queste riforme si è modificato anche il ruolo degli istituti del “mercato pubblico dell’offerta” di lavoro, trasformando in molti casi i centri per l’impiego pubblici, non più in luoghi di matching tra domanda e offerta, ma piuttosto in costose macchine burocratiche di controllo verso i beneficiari, chiedendo loro di adoperarsi ad ogni richiesta con il permanente ricatto di perdere il beneficio in caso di rifiuto. Il risultato è stato spesso che molti di coloro che erano aventi diritto non hanno fatto più domanda di accesso, molti dei soldi destinati a questa misura sono finiti a sostenere le politiche attive per lo più sotto forma di incentivi alle imprese.

Anche in questo caso la Piattaforma per il Reddito di Dignità prende forza e ragione dagli studi, dalle riflessioni e dalle esperienze già presenti che nel tempo hanno tenuto conto di queste criticità. Vi sono infatti in molti paesi europei, diverse sperimentazioni per “sostenere la persona a partire dalla sua autonomia” con il riconoscimento effettivo del suo portato storico, tanto professionale che esperienziale. Sta accadendo nella proposta della Regione francese dell’Acquitania14, in alcuni Comuni in Olanda15, o la sperimentazione avviata da gennaio 2017 in Finlandia16. Ma la Piattaforma del “Reddito di Dignità” si è fatta forza anche su alcuni concetti espressi da alcune leggi del nostro paese, come la legge 4/2009 del Lazio sul reddito minimo garantito in cui viene inserito per la prima volta il concetto della “congruità” della proposta di lavoro. Cioè il fatto che il lavoro offerto non sia “un lavoro qualsiasi” ma che sia congruo in relazione alle esperienze, alla formazione, all’eventuale salario precedentemente ricevuto, ed anche alle competenze informali del beneficiario. Il concetto della “congruità” dell’offerta di lavoro va nella direzione proprio della difesa della dignità della persona. La Piattaforma infatti intende innanzitutto definire le forme in cui questa possa essere garantita. Non si tratta dunqnue di “colpevolizzare” la persona in difficoltà economica come fosse qualcuno che “non ce la fa perché non si impegna abbastanza”, ma al contrario come sostegno economico in grado di valorizzare la persona che può avere delle difficoltà economiche. Non il lavoro inteso come “obbligo” con la conseguente “punizione” della perdita del beneficio in caso di rifiuto, ma al contrario il riconoscimento della “storia” che la il beneficiario porta con se, tanto dal punto di vista della sua vita professionale che formativa che informale. Inoltre tale proposta ridona un senso ed un ruolo agli strumenti pubblici del mondo del lavoro come l’ufficio per l’impiego che dovrà esso stesso adoperasi al meglio affinchè il beneficiario possa trovare un lavoro “congruo”, anche alle aspirazioni del soggetto in difficoltà.

Porre l’accento sulla valorizzazione della persona piuttosto che obbligarlo a qualsiasi lavoro solo perché beneficiario di un sostegno, definisce al meglio il concetto di “congruità”. Significava operare per riconoscere le competenze formali ed informali, la capacità che il soggetto inevitabilmente porta con se e che diventa ricchezza sociale, un capitale umano più ampio che non può essere disperso.

La logica dovrebbe essere quella che lega il beneficiario del reddito minimo al lavoro attraverso nuove opportunità che passino anche attraverso l’idea di “libertà di scelta” del lavoro. Ancor più se si vuole dare a questo un senso “emancipatorio”. Il concetto di non contrapporre il reddito minimo e la garanzia ad una vita dignitosa attraverso l’obbligo all’integrazione lavorativa è anche in questo caso mutuato dalle indicazioni sovranazionali in cui si dice che: “Il coinvolgimento attivo non deve sostituirsi all’inclusione sociale e chiunque deve poter disporre di un Reddito Minimo, e di servizi sociali di qualità a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro”17 e che nella stessa Piattaforma viene ripreso e d’altronde, cosi come sempre l’Europa ci dice: “che la causa di un’apparente esclusione dal mondo del lavoro può risiedere nella mancanza di sufficienti opportunità occupazionali dignitose piuttosto che nella mancanza di sforzi individuali”18.

Non si tratta dunque di definire una forma di “governance” del problema (povertà) dentro la sfera del “controllo sociale” (cioè dei poveri). Un riconoscimento della dignità della persona a partire non solo dal riconoscimento di una base economica, ma soprattutto al fatto che questa sia strumento di valorizzazione, di autonomia, di autodeterminazione, in una parola che vada nella direzione, sempre, di essere strumento di libertà.

Sicuramente nella classifica delle disgrazie non vi è mai fine, ma in questa epoca l’ampiezza del disagio dimostra che le forme di “precarizzazione” della vita possono assumere numeri sempre più consistenti e le fasce sociali o i soggetti coinvolti sempre più variegati. Guy Standing nel definire il “denizen”19, il cittadino senza diritti, descrive le forme di precarietà sociale e del rischio di nuove povertà mettendo insieme diversi attori sociali: pensionato, operaio in via di dismissione, i giovani, le donne, i precari del lavoro, gli ex detenuti, i migranti etc. come a raccontare una diversità ampia di figure sociali che vanno “proletarizzandosi” o spesso “sotto proletarizzandosi” a prescindere se hanno un contratto di lavoro o meno20, se vivano in una metropoli o in un piccolo paese etc. Sono figure sociali che tuttavia portano con loro storie ed esperienze che vanno ricostruite, ma soprattutto che vanno sostenute con diritti e strumenti nuovi come quello del reddito garantito. Non si tratta di costruire giustificazioni morali al “perché” c’è bisogno di un certo “tipo di reddito” ( e dunque non di un reddito minimo qualunque) ma bensì si tratta di cogliere le novità che emergono in società complesse come le nostre. L’impennata di conoscenze e socializzazione a partire dal diffondersi delle nuove tecnologie sono un fatto ormai globale cosi come l’aumento sempre più costante della flessibilità del lavoro e della insicurezza sociale nel suo insieme21. Discutere oggi di contrasto alla povertà significa dunque ampliare il discorso alle nuove forme che raccontano il rischio povertà, con l’entrata e l’uscita permanente anche tra lavoro e non lavoro, e comprendere che vi è ormai una certa trasversalità anche nei diversi contesti sociali22. Discutere dunque di reddito come strumento di contrasto alle nuove povertà significa riconoscerlo come strumento di autonomia e valorizzazione della persona. Il senso di un reddito minimo garantito nella società liquida, frammentata, scomposta può ben ritrovarsi se favorisce l’individuo a perseguire i propri interessi (tanto professionali che vitali) e dar seguito alle proprie capacità, a partire dal fatto di non determinare costantemente una pressione economica che lo rende sempre soggetto ricattabile.

I 10 punti del Reddito di Dignità

Sono diversi gli accorgimenti sulla base dei quali è possibile varare una legge nazionale anche a partire dalle diverse proposte che sono già in campo. Tuttavia riteniamo utile segnalare le seguenti priorità:

  1. Un reddito individuale attraverso l’erogazione di un beneficio in denaro e destinato a sostenere la persona, ricordando che i sistemi di redditi minimi adeguati debbano stabilirsi almeno al 60% del reddito mediano dello Stato membro interessato (come espressamente previsto al punto 15 della Risoluzione del Parlamento europeo del 20 ottobre 2010 sul ruolo del Reddito Minimo, nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa: e avvalorato dal Rapporto annuale 2014 dell’Istat su “La situazione del Paese” (pag. 227 228 – Tavola 5.17)
  2. Individuare i destinatari del Reddito Minimo o di Cittadinanza, considerando che per alcuni è uno strumento di valorizzazione ed autonomia di scelta del proprio percorso di vita, per altri sono necessarie misure di reinserimento sociale e per altri ancora è necessario attivare forme di promozione dell’occupazione.

  3. Stabilire una soglia di accesso tale da poter intervenire su tutti coloro che vivono al di sotto di una certa soglia economica (non meno del 60% del reddito mediano equivalente familiare disponibile) ed individuare eventualmente ulteriori interventi specifici, come quelli volti all’affermazione dell’autonomia sociale dei soggetti beneficiari compresi coloro che sono in formazione, cosi da garantire il diritto allo studio e, in particolare, per contrastare la dispersione scolastica e universitaria. Interventi che sono previsti nella maggior parte dei paesi dell’Unione europea sotto la forma di un “reddito di formazione” sia diretto che indiretto che si affianca al reddito minimo o di cittadinanza.

  4. I beneficiari dovranno essere residenti sul territorio nazionale.

  5. La durata temporale del beneficio sia destinata “fino al miglioramento della propria condizione economica” o comunque ad una replicabilità temporale dell’intervento cosi da non permettere che si rimanga senza alcun sostegno economico.

  6. Non contrapporre il Reddito Minimo o di Cittadinanza, e l’integrazione sociale e la garanzia ad una vita dignitosa attraverso l’obbligo all’integrazione lavorativa. In sostanza che “il coinvolgimento attivo non deve sostituirsi all’inclusione sociale e chiunque deve poter disporre di un Reddito Minimo, e di servizi sociali di qualità a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro” (Relazione per Risoluzione europea sul Coinvolgimento delle persone escluse dal mercato del lavoro – 8 aprile 2009);

  7. Incentivare la libertà della scelta lavorativacome misura di contrasto dell’esclusione sociale può evitare la ricattabilità dei soggetti in difficoltà economica. In questo caso il concetto di “congruità dell’offerta di lavoro” e non dunque “l’obbligatorietà del lavoro purché sia” può ben riferirsi alla necessità di valorizzare il soggetto beneficiario ed a trovare tutti gli strumenti utili affinché l’integrazione al lavoro tenga conto delle sue esperienze, delle sue capacità e competenze e dunque a non generare comportamenti di vessazione e imposizione verso il beneficiario. Perché “la causa di un’apparente esclusione dal mondo del lavoro può risiedere nella mancanza di sufficienti opportunità occupazionali dignitose piuttosto che nella mancanza di sforzi individuali” (Risoluzione sul Coinvolgimento delle persone escluse dal mercato del lavoro – 8 aprile 2009).

  8. Costruire un sistema integrato, oltre l’erogazione del beneficio economico, con le altre misure di welfare sociale e di servizi di qualità con il coordinamento tra gli organi preposti alla loro erogazione (Regioni e Comuni) così da definire un ventaglio di interventi mirati e diversificati a seconda delle necessità e delle difficoltà della persona e che mirano ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa.

  9. Affiancare il Reddito Minimo o di Cittadinanza all’individuazione di un progetto di integrazione sociale individuale condiviso con il beneficiario che lo richiede.

  10. Rafforzarei servizi e il sistema dei centri per l’impiego pubblici destinandoli a centri per l’impiego ed i diritti in cui potersi rivolgere anche per l’erogazione del Reddito Minimo o di Cittadinanza.

1 Vedi il dibattito e le proposte segnalate dalla rete mondiale BIEN (Basic Income Earth Network) http://basicincome.org/ e dalla rete europea UBIE (Unconditional Basic Income Europe) http://basicincome-europe.org/ubie/ in cui sono presentati numerosi progetti pilota nel mondo.

2 92/441/CEE: Raccomandazione del Consiglio delle Comunità Europee, del 24 giugno 1992, in cui si definiscono i criteri comuni in materia di risorse e prestazioni sufficienti nei sistemi di protezione sociale.

3 I lavori della Commissione per l’analisi delle compatibilità macroeconomiche della spesa sociale, più nota come “Commissione Onofri”, si sono conclusi nel 1997 con una proposta di riforma organica dello stato sociale italiano. Sul tema degli ammortizzatori sociali, la Commissione aveva formulato un progetto universalistico di protezione in caso di sospensione temporanea del lavoro e perdita del posto. La proposta includeva l’istituzione di un “reddito minimo vitale”.

4 Si può visitare il sito www.redditogarantito.it oppure il sito www.bin-italia.org in cui è possibile trovare sia l’elenco delle associazioni aderenti, sia le tante iniziative realizzate, sia l’articolato della proposta di legge.

5 Per maggiori informazioni visitare il sito www.campagnareddito.eu oppure www.bin-italia.org oppure sul sito www.libera.it

6 Diverse le proposte di legge in discussione alla Commissione Lavoro del Senato, tra cui una a firma Movimento 5 Stelle ed una a firma Sinistra Ecologia Liberà

8 In particolare la ricerca a cura del BIN Italia, “Reddito minimo garantito, un progetto necessario e possibile” Edizioni Gruppo Abele, 2012.

9 In particolare la Carta di Nizza.

10 Vedi anche lo studio di H. Frazer ed E. Marlier “Minimum income schemes across EU member” European Commission Dg Employment, Social Affairs and Equal opportunities, 2009

11 Vedi le schede sugli schemi di reddito minimo nei diversi paesi europei pubblicati nella ricerca “Reddito Garantito e nuovi diritti sociali, i sistemi di protezione sociale in Europa a confronto per una legge nella regione Lazio” Assessorato al Lavoro, Regione Lazio, 2006.

13 L’avvio delle Poor Laws può essere datato a partire dagl impianti legislativi di epoca Tudor, in particolare destinati all’assistenza di mendicanti e vagabondi. Le New Poor Laws, approvate nel 1834, ammodernate in particolare per la centralizzazione dell’assistenza e mirante alla creazione di workhouses. Istituzioni concepite per fornire lavoro e assistenza ai poveri attive in Inghilterra e nelle colonie inglesi d’America, dal XVII al XIX secolo. L’idea era che, attraverso il lavoro, i poveri avrebbero imparato le “buone abitudini”, cosi da essere “meno pigri” e “badare” a se stessi. Erano destinati alle workhouses anche orfani e bambini abbandonati o i figli di donne non sposate. Spesso coloro che erano nelle wokhouses erano destinati o obbligati a lavorare saltuariamente nelle fabbriche o nelle miniere o anche in lavori destinati alla comunità locale come domestici, braccianti agricoli ecc. Ai poveri veniva fatta indossare una uniforme cosi che tutti sapessero che era “ospite” delle workhouses. Furono abolite nel XX secolo con la definitiva affermazione del welfare state. Dal 1948 con l’introduzione nel Regno Unito del Servizio Sanitario Nazionale molti ex edifici delle workhouse furono trasformati in ospedali pubblici.

14 Il Consiglio Regionale de l’Aquitania ha approvato progetti pilota per testare l’introduzione di una “RSA incondizionato”. Il Revenu de Solidarité Active o RSA, è l’attuale strumento presente in Francia di reddito minimo garantito. La proposta è di rendere meno stringenti tanto le forme di accesso (cosi da aprire anche ai giovani dai 18 ai 25 anni) che dell’obbligo ad accettare un qualsiasi lavoro. Questo secondo i proponenti servirà a rendere questa misura meno discriminatoria e meno burocratica.

15 Sono oltre 30 i comuni olandesi che sperimenteranno un reddito minimo garantito con meno condizioni ad accettare un lavoro qualsiasi. In particolare la città di Utrecht, la quarta città più popolata dei Paesi Bassi, con la sua proposta ha attirato una forte attenzione di recente anche a livello internazionale.

16 Prima delle elezioni politiche del 2015 vi era stato un forte dibattito da parte di tutte le forze politiche finlandesi per arrivare a definire una proposta di reddito minimo incondizionato nel paese. Tale proposta è ora parte del programma di governo e si è avviata la sperimentazione a partire da gennaio 2017.

17 come recita la Relazione per Risoluzione europea sul Coinvolgimento delle persone escluse dal mercato del lavoro (2009)

18 Risoluzione sul Coinvolgimento delle persone escluse dal mercato del lavoro (2009)

19 Guy Standing, The Precariat the new dangerous class, Bloomsbury 2011

20 Solo in Italia, nel 2014, si contavano 4 milioni di working poor. Senza calcolare il numero di quelli che sono i cosi detto “lavoratori in nero”.

21 Come ben descritto nel libro di Robert Castel, L’insicurezza sociale, che significa essere protetti?, Piccola Biblioteca Einaudi 2011

22 Sempre più spesso sono in molti a dire che vi è un maggior accesso alle mense per i poveri in cui si incontrano persone che sono al lavoro o fino a qualche tempo prima erano al lavoro. E queste includono persone di ogni età, sesso, nazionalità e religione che sia.

5 Giugno 2017 / by / in
Comunicato stampa: 1000 piazze per il reddito – Napoli
Povertà, precarietà, diseguaglianze. Questo lo scenario sociale che si presenta in un Sud impoverito e colpito dall’assenza di politiche sociali strutturali e dalla devastazione ambientale. Dentro questo quadro è però necessario ricostruire una speranza che vive dentro l’impegno, la solidarietà, l’attivazione di percorsi in grado di mettere al centro la giustizia sociale e il protagonismo dei territori. Ad animare questa speranza è la Rete Numeri Pari: insieme di realtà sociali, movimenti, associazioni e singoli che ha come obiettivo il contrasto alla disparità ed alle disuguaglianze sociali a favore di una società più equa.
Il 16 Giugno si parte da Napoli, da Sud con il lancio della campagna nazionale: 1000 piazze per il reddito, contro le diseguaglianze. Una giornata che vedrà protagoniste le realtà sociali, il mondo della cooperazione sociale, del terzo settore, dei movimenti.  Al centro l’urgenza di una legge nazionale sul reddito minimo garantito. Occorre rompere con la stagione politica che ha svuotato il welfare e ridare dignità ed autonomia a milioni di persone che pagano una crisi generata dalla speculazione finanziaria.
“Partire da Sud, vuol dire assumere un punto di vista – afferma La Rete dei Numeri Pari – quello di chi è stato vittima di tagli, sprechi, incapacità e che paga sulla propria pelle il prezzo di un lavoro precario, dell’assenza di politiche sociali, energetiche, sul lavoro in grado di restituire benessere diffuso, maggiore eguaglianza, possibilità di riscatto.”  L’assemblea pubblica si svolgerà alle 18.30 a Piazza San Domenico Maggiore. “Partire da Napoli vuol dire raccontare la storia di un territorio in grande sofferenza, ma che con grande energia dal basso trova le forze per generare un cambiamento vero. Per noi il 16 Giugno – afferma il nodo campano di Numeri Pari – sarà solo l’inizio di un cammino per metterci in connessione con vertenze, rivendicazioni, battaglie presenti in tutta la Regione e che raccontano l’urgenza di un nuovo welfare.”
1 Giugno 2017 / by / in
Appello: 1000 piazze per il reddito di dignità

Povertà, precarietà, diseguaglianze sono la cifra della sofferenza sociale milioni di persone che in Europa e in Italia pagano il peso di una crisi che non hanno prodotto. Ci provano a scaricare colpe e responsabilità: noi però non abbiamo dimenticato che è il frutto di precise scelte politiche e sociali. Vite precarie, spezzate, storie di donne e di uomini lasciati soli, senza ascolto e parola. È la storia del nostro tempo: la ricchezza aumenta, ma è distribuita tra quell’1% che con le sue speculazioni finanziarie sfrutta, umilia, impoverisce miliardi di persone in tutto il mondo. In questi anni abbiamo assistito al tracollo delle politiche sociali: tagli alla sanità, al trasporto pubblico, alla cooperazione sociale. Abbiamo assistito all’aumento dei costi dell’istruzione e visto sparire il diritto allo studio dall’agenda dei governi. Le condizioni del lavoro sono peggiorate: generazioni diverse e divise tra la difficoltà a trovare un lavoro e il lavorare in condizioni inaccettabili. Lo dimostrano le statistiche sulla povertá, che ormai colpisce un italiano su tre, mentre sono 5 milioni le persone in povertá assoluta.

Non possiamo più aspettare. Bisogna cambiare rotta. Contro le diseguaglianze sociali sempre crescenti è necessario affermare una nuova idea di società e solidarietà.

Bisogna spezzare le catene della solitudine imposte da questo sistema economico. Si deve garantire il diritto fondamentale a una vita degna di essere vissuta. L’introduzione di un reddito minimo garantito e la previsione di servizi pubblici di qualità e universali sono la base, non negoziabile, di un nuovo sistema di welfare e sicurezza sociale, per tutelare le persone dai ricatti della povertà, delle mafie e di un lavoro senza diritti. Lo chiede perfino il Parlamento europeo sulla base della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Nonostante la mobilitazione di tante e tanti che negli ultimi anni ha dato vita ad una proposta di “reddito di dignità” costruita dal basso, il Governo ha scelto invece di promuovere il Reddito di Inclusione, una proposta totalmente insufficiente per platea di beneficiari e risorse investite, che non risponde nemmeno alle esigenze di un terzo della popolazione in povertà assoluta. Nonostante la nostra Costituzione prevede l’obbligo di garantire la dignità umana attraverso politiche sociali e di sostegno al reddito adeguate, le misure messe in campo da governo e parlamento introducono una forma incostituzionale di “universalismo selettivo” che divide ultimi e penultimi. Le risorse per garantire a tutti e tutte i diritti sociali ci sono, come abbiamo visto nel caso dei 20 miliardi trovati in un attimo per le banche. Quello che manca è invece la volontà politica di mettere al centro l’impegno per eliminare disuguaglianze e povertà.

Per questo dobbiamo tornare nelle piazze tutti assieme e riprendere forza e parola per una vita degna, per costruire una società capace di essere davvero solidale, per liberare l’autonomia di scelta sul proprio futuro. Non è semplicemente una lotta contro la povertà, è una battaglia di democrazia sempre più urgente e necessaria.

Vogliamo una società del benessere e non dell’esclusione sociale, sogniamo legami e relazioni che mettano al centro la felicità pubblica e non l’egoismo del libero mercato.

Dal 16 Giugno la rete di Numeri Pari sarà in piazza assieme a tante e tanti per chiedere reddito e welfare universali. Lo faremo con le donne che vogliono liberarsi da un modello di società patriarcale e maschilista. Lo faremo coi migranti per costruire assieme il diritto ad una cittadinanza vera e accogliente. Saremo in piazza con le studentesse e gli studenti per un’istruzione gratuita e non per pochi. Ci mobiliteremo con la forza lavoro impoverita, fatta di operai-e, impiegati, dipendenti, intermittenti, precari-e, partite Iva e tutte le lavoratrici e i lavoratori che soffrono il peso delle politiche sul lavoro di questi anni.

Saremo in oltre mille piazze per raccontare che sta nascendo un’alternativa di società dal basso e che si deve mobilitare assieme: sta nelle tante esperienze di mutualismo solidale, di innovazione e collaborazione, nel riuso sociale dei beni comuni, nelle sperimentazioni di cooperazione sociale. Insieme ridiamo gambe alla speranza e facciamola correre veloce nel nostro Paese.

1 Giugno 2017 / by / in