APPELLO – LA NUOVA LINEA FERROVIARIA TORINO-LIONE: RIAPRIRE IL CONFRONTO

APPELLO – LA NUOVA LINEA FERROVIARIA TORINO-LIONE: RIAPRIRE IL CONFRONTO

Dopo trent’anni di proclami e di progetti il TAV Torino-Lione è ancora ai blocchi di partenza, essendo state realizzate solo alcune opere preparatorie, anche se «l’avvio dei lavori definitivi della sezione transfrontaliera» è stato autorizzato dal Parlamento che ha ratificato precedenti accordi tra Italia e Francia.

Nel frattempo molte cose sono cambiate. La linea originariamente programmata è diventata un semplice “asse ferroviario” in cui si alternano nuove tratte progettate per sostenere l’alta velocità e tratte della preesistente linea storica (così facendo venir meno anche la coerenza interna del progetto). La Francia, pur senza mettere in discussione il tunnel di base di 57 km nella zona di confine, ha rinviato di decenni la scelta riguardante le rimanenti tratte comprese nel suo territorio. L’Italia ha ribadito l’intenzione di realizzare il tunnel (assumendosi, in maniera del tutto irrazionale, l’onere del 58 per cento delle relative spese benché esso insista sul territorio italiano solo per il 21 per cento) ma ha allo stesso tempo seguito nei fatti l’esempio francese per gran parte delle tratte site nel proprio territorio, salvo mascherare il rinvio con motivazioni meno trasparenti.

In questo quadro è stato pubblicato nei giorni scorsi un documento dell’Osservatorio per la Torino-Lione istituito presso la Presidenza del Consiglio in cui si riconosce che «molte previsioni fatte 10 anni fa, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, sono state smentite dai fatti», salvo poi giustificare comunque la realizzazione del tunnel di base e di altri interventi non meno devastanti in territorio italiano adducendo nuove opinabili ragioni concernenti l’asserita necessità di ammodernare un’infrastruttura obsoleta e non integrata.

Siamo, dunque, di fronte a un’opera progettata e studiata per far fronte a un aumento a suo tempo definito insostenibile dei traffici che viene infine deliberata dandosi atto del conclamato venir meno di tale presupposto. Si tratta di un’evidente anomalia tanto più grave se si considera che le “nuove ragioni” non sono sorrette da alcuna analisi indipendente dei costi-benefici e del ciclo di vita dell’opera e sono contestate da autorevoli tecnici di diversa estrazione, con riferimento sia agli studi previsionali sia ai modelli analitici utilizzati (la cui scarsa attendibilità ha determinato, alcuni mesi fa, la presentazione alla Procura della Repubblica di Roma, da parte di diversi soggetti tra cui alcuni sindaci della Valle, di un esposto tuttora – a quanto consta – in fase di indagini preliminari).

In tale contesto elementari ragioni di trasparenza e di prudenza impongono un supplemento di riflessione e la riapertura da parte del Governo di un confronto con la popolazione locale, le istituzioni interessate, i tecnici da queste nominati e, più in generale, il mondo degli studiosi e dell’economia.

Per questo rivolgiamo alla politica e alle autorità di governo un appello pressante. La decisione di costruire la linea ferroviaria è stata presa quasi trent’anni fa. Oggi tutto è cambiato (sul piano delle conoscenze dei danni ambientali, nella situazione economica, nelle politiche dei trasporti, nelle prospettive dello sviluppo) e i lavori per il tunnel di base non sono ancora iniziati. Aprire un tavolo di confronto reale su opportunità, praticabilità e costi dell’opera e sulle eventuali alternative non provocherebbe, dunque, né battute d’arresto né ritardi. Sarebbe, al contrario, un atto di responsabilità e di intelligenza politica. Un tavolo di confronto pubblico e trasparente, con la partecipazione di esperti nazionali e internazionali, da convocare a breve, è nell’interesse di tutti. Perché c’è bisogno di capire per decidere di conseguenza, confermando o modificando la scelta effettuata in condizioni del tutto diverse da quelle attuali.

Chiediamo dunque alle forze politiche e alle autorità di governo di aprire una nuova fase, di ascoltare i tecnici che da tempo studiano il problema, di non deludere tanta parte del Paese, di dimostrare con i fatti che si vuole davvero perseguire l’interesse pubblico. Lo chiediamo con forza e con urgenza, consapevoli che ad essere in gioco è anche la credibilità delle istituzioni, sempre più delegittimate dal perdurante rifiuto di prendere in considerazione le istanze e le aspettative dei cittadini.

23 febbraio 2018

Sandra Bonsanti (giornalista e scrittrice)  Massimo Bray (già ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo) Francesca Chiavacci (presidente nazionale Arci) Stefano Ciafani (direttore generale Legambiente) don Luigi Ciotti (presidente Libera e Gruppo Abele) Vittorio Cogliati Dezza (ambientalista) Paolo Cognetti (scrittore) Gastone Cottino (già preside della Facoltà di giurisprudenza di Torino) Vezio De Lucia (urbanista) Giuseppe De Marzo (economista, coordinatore della Rete dei Numeri Pari) Vittorio Emiliani (giornalista e scrittore) Carlo Freccero (autore televisivo e scrittore, componente Consiglio di amministrazione Rai) Mauro Furlani (presidente Federazione nazionale Pro Natura) Nadia Fusini (scrittrice e critica letteraria) Elio Germano (attore) Paul Ginsborg (storico) Valter Giuliano (giornalista e ambientalista) Franco Marcoaldi (poeta) Valerio Mastandrea (attore) Luca Mercalli (metereologo e climatologo) Tomaso Montanari (storico dell’arte, presidente Libertà e Giustizia) Giorgio Nebbia (ambientalista) Moni Ovadia (attore e drammaturgo) Giovanni Palombarini (magistrato) Livio Pepino (magistrato) Riccardo Petrella (economista) Christian Raimo (scrittore) Marco Revelli (storico e politologo) Paolo Rumiz (giornalista e scrittore) Salvatore Settis (archeologo e storico dell’arte) Gino Strada (medico, fondatore di Emergency) Gianni Tognoni (medico, segretario Tribunale permanente dei popoli) Sergio Ulgiati (professore di Analisi del ciclo di vita e Certificazione ambientale) Edoardo Zanchini (vicepresidente nazionale Legambiente) ETC ETC.

27 Febbraio 2018 / by / in ,
Parte da Roma la sfida per il Reddito minimo garantito: ” A rischio povertà 18 milioni di persone, la politica deve fare presto”

La Repubblica – di Marino Bisso – 16/02/2018

I poveri non chiedono elemosina ma dignità e la povertà è un reato contro la dignità delle persone”. Così don Luigi Ciotti, insieme alla rete dei Numeri Pari, rilancia da Roma la battaglia per il Reddito minimo garantito. Sì, perchè non è più tempo di rinvii. “Ci sono 18 milioni di persone a rischio esclusione sociale che non possono più aspettare”. Per questa ragione è nata una nuova mobilitazione, che coinvolge non solo centinaia di reti sociali e associazioni, ma anche giuristi e ricercatori universitari, per avviare un immediato confronto con le forze politiche su un tema centrale per la democrazia: il reddito minimo, totalmente eluso dal dibattito politico ed elettorale.

E non è un caso che la nuova che la nuova sfida contro le nuove povertà parta proprio dalla capitale: una città dove ci sono almeno trentamila famiglie a rischio. Un popolo che raggruppa migliaia di persone che hanno fatto richiesta di alloggio popolare, oppure che sono sotto sfratto o che vivono in occupazioni abusive o in residence per l’assistenza alloggiativa temporanea più un vasto sommerso perennemente in difficoltà strutturale. E in base all’ultimo rapporto della Caritas sono circa 7.500 le persone in povertà estrema (gli italiani sono il 45%, il 33,5% possiede un diploma di scuola media superiore) mentre sono tra le 14mila e le 16mila le persone senza fissa dimora. Insomma una vera bomba sociale che rischia di saltare.

E in questo contesto di emergenza che nasce la nuova sfida lanciata dalle due giornate di seminario “I love dignità” presso la Casa internazionale delle Donne. Una battaglia che la Rete dei Numeri Pari vuole rilanciare per non vanificare il lavoro già svolto lo scorso anno e le oltre 100mila firme raccolte coinvolgendo il 40% di deputati e senatori del M5S, di una parte del Pd e di Sel. “Per il suo livello di scientificità, la nostra proposta è l’unica in grado di rovesciare la situazione e contrastare davvero povertà, mafie, disuguaglianze, razzismo coniugando solidarietà e dinamismo economico”, spiega Giuseppe De Marzo delle Rete dei Numeri Pari. “È vergognoso che una proposta di cui beneficerebbero 18 milioni di persone a rischio esclusione sociale, oltre che la collettività tutta, non sia mai stata discussa in Parlamento mentre si sia scelto di tagliare il 93% del fondo nazionale per le politiche sociali e i trasferimenti agli enti locali”.

“L’Italia è l’unico paese nell’UE a non avere una misura di sostegno al reddito. Il Reddito di inclusione (Rei) non può essere definito come tale perchè seleziona solo una parte dei poveri assoluti senza peraltro garantire loro la realizzazione di un’esistenza libera e dignitosa, come ci dice la normativa europea sul reddito fin dagli anni ’90”, spiega Giuseppe Bronzini, magistrato e parte del BIN Italia. “La nostra proposta in 10 punti è coerente con le indicazioni sovranazionali e le esperienze nazionali già in vigore perché pone al centro la valorizzazione e l’autonomia di scelta del proprio percorso di vita. L’esatto opposto di quello che succede con il Rei dove il destinatario unico è la famiglia e tutti sono corresponsabili nella gestione di un pacchettino di 180 euro, di cui 90 versati in contati e l’altra metà in una carta prepagata”.

“Il diritto al reddito minimo è previsto dalla nostra Costituzione attraverso i principi di dignità, eguaglianza, solidarietà e lavoro. Il “reddito costituzionale” dev’essere uno strumento di emancipazione e partecipazione attiva, non un’elemosina che lascia i poveri ai margini”, spiega Gaetano Azzariti, costituzionalista. “La prestazione monetaria va necessariamente supportata con misure che garantiscano altri diritti fondamentali come l’accesso a casa, servizi sociali e trasporti”.
“Siamo la generazione più povera dalla seconda guerra mondiale. L’introduzione di un reddito minimo garantito, che per noi si declina in un reddito di formazione, è oramai una riforma necessaria per la sostenibilità del sistema. La politica prenda immediatamente posizione proponendo misure concrete”, afferma Martina Carpani, studentessa e rappresentante della Rete della Conoscenza.

“Il reddito minimo garantito vuole riscattare un’enorme parte dei nostri cittadini esclusi dalla vita democratica del paese e va supportato con misure che garantiscano la possibilità di accedere, fra gli altri, ai servizi culturali”, afferma Tomaso Montanari. “Questo paese ha il 48% degli analfabeti funzionali e un tasso di astensione alle scelte politiche del 30%. Senza l’accesso alla conoscenza, alla cultura, questo paese rischia di diventare un’oligarchia e terreno di populismi e fascismi. Il reddito minimo garantito, quindi, serve non solo a chi lo percepisce ma è uno strumento di interesse strategico della collettività. Libertà e giustizia sposa la proposta di reddito proposta dalla Rete dei Numeri Pari”.

Ma l’esortazione più forte nei confronti della politica arriva dalle parole di don Luigi Ciotti: “La rete dei Numeri Pari è nata per lottare e sognare mentre oggi sono in troppi a scegliere un prudente silenzio. I poveri non chiedono elemosina ma dignità e la povertà è un reato contro la dignità delle persone. È un crimine

di civiltà. Fare politica vuole dire partire dai bisogni e dalle speranze delle persone. Politica è etica della comunità e oggi c’è un divorzio tra politica ed etica. Se la politica è lontana dalla strada e dagli ultimi, la politica è lontana dalla politica ed è quindi un’altra cosa. Dobbiamo alzare al voce perché, pur di avere consenso, si sta calpestando la dignità della persone creando un clima sconcertante”.

22 Febbraio 2018 / by / in
Un movimento per il reddito minimo garantito

La Stampa – di Franco Brizzo – 18/02/2018

Don Luigi Ciotti: “I poveri non chiedono elemosina ma dignità, la povertà è un reato contro la dignità delle persone”. La rete dei Numeri Pari chiede un confronto su un tema centrale per democrazia e coesione sociale totalmente eluso dal dibattito elettorale

A seguito del seminario I LOVE DIGNITÀ tenutosi il 14 febbraio, presso la Casa internazionale delle Donne, la Rete dei Numeri Pari chiede un immediato confronto con le forze politiche per discutere e implementare la proposta sul Reddito Minimo Garantito che lo scorso anno vedeva convergere il 40% di deputati e senatori del M5S, di una parte del PD e SEL raccogliendo più di 100mila firme.

“Per il suo livello di scientificità, la nostra proposta è l’unica in grado di rovesciare la situazione e contrastare davvero povertà, mafie, disuguaglianze, razzismo coniugando solidarietà e dinamismo economico”, spiega Giuseppe De Marzo delle Rete dei Numeri Pari. “È vergognoso che una proposta di cui beneficerebbero 18 milioni di persone a rischio esclusione sociale, oltre che la collettività tutta, non sia mai stata discussa in Parlamento mentre si sia scelto di tagliare il 93% del fondo nazionale per le politiche sociali e i trasferimenti agli enti locali”.

“L’Italia è l’unico paese nell’UE a non avere una misura di sostegno al reddito. Il REI non può essere definito come tale perchè seleziona solo una parte dei poveri assoluti senza peraltro garantire loro la realizzazione di un’esistenza libera e dignitosa, come ci dice la normativa europea sul reddito fin dagli anni ’90”, spiega Giuseppe Bronzini, magistrato e parte del BIN Italia. “La nostra proposta in 10 punti è coerente con le indicazioni sovranazionali e le esperienze nazionali già in vigore perché pone al centro la valorizzazione e l’autonomia di scelta del proprio percorso di vita. L’esatto opposto di quello che succede con il REI dove il destinatario unico è la famiglia e tutti sono corresponsabili nella gestione di un pacchettino di 180 euro, di cui 90 versati in contati e l’altra metà in una carta prepagata”

“Il diritto al reddito minimo è previsto dalla nostra Costituzione attraverso i principi di dignità, eguaglianza, solidarietà e lavoro. Il “reddito costituzionale” dev’essere uno strumento di emancipazione e partecipazione attiva, non un’elemosina che lascia i poveri ai margini”, spiega Gaetano Azzariti, costituzionalista. “La prestazione monetaria va necessariamente supportata con misure che garantiscano altri diritti fondamentali come l’accesso a casa, servizi sociali e trasporti”.

“Siamo la generazione più povera dalla seconda guerra mondiale. L’introduzione di un reddito minimo garantito, che per noi si declina in un reddito di formazione, è oramai una riforma necessaria per la sostenibilità del sistema. La politica prenda immediatamente posizione proponendo misure concrete”, afferma Martina Carpani, studentessa e rappresentante della Rete della Conoscenza.

“Il reddito minimo garantito vuole riscattare un’enorme parte dei nostri cittadini esclusi dalla vita democratica del paese e va supportato con misure che garantiscano la possibilità di accedere, fra gli altri, ai servizi culturali”, afferma Tomaso Montanari. “Questo paese ha il 48% degli analfabeti funzionali e un tasso di astensione alle scelte politiche del 30%. Senza l’accesso alla conoscenza, alla cultura, questo paese rischia di diventare un’oligarchia e terreno di populismi e fascismi. Il reddito minimo garantito, quindi, serve non solo a chi lo percepisce ma è uno strumento di interesse strategico della collettività. Libertà e giustizia sposa la proposta di reddito proposta dalla Rete dei Numeri Pari”.

Chiudono le parole di Don Luigi Ciotti: “La rete dei Numeri Pari è nata per lottare e sognare mentre oggi sono in troppi a scegliere un prudente silenzio. I poveri non chiedono elemosina ma dignità e la povertà è un reato contro la dignità delle persone. È un crimine di civiltà. Fare politica vuole dire partire dai bisogni e dalle speranze delle persone. Politica è etica della comunità e oggi c’è un divorzio tra politica ed etica. Se la politica è lontana dalla strada e dagli ultimi, la politica è lontana dalla politica ed è quindi un’altra cosa. Dobbiamo alzare al voce perché, pur di avere consenso, si sta calpestando la dignità della persone creando un clima sconcertante”.

22 Febbraio 2018 / by / in
Per il reddito minimo, contro il fascismo

Huffington Post – di Tomaso Montanari – 09/02/2018

“Ma tu cosa voti?”. Non passa giorno senza che io – come tutti – mi senta fare questa domanda. E, prometto, proverò a rispondere anche in pubblico, prima del 4 marzo. Ma la risposta che mi viene ogni volta spontanea è brutale: “Non lo so. Ma so che la politica non abita più lì. In quelle urne, in questi parlamenti”.

Mi ha molto colpito che un politologo notevole e un deputato uscente come Carlo Galli abbia detto con grande forza che ogni possibile cambiamento non potrà venire da dentro (da dentro il Parlamento, da un ceto politico insalvabile), ma da fuori.

Da fuori: da quella parte di cittadinanza attiva che pratica e costruisce la democrazia di ogni giorno. È lì che nascono idee, progetti, visioni capaci d’invertire davvero la rotta e di rovesciare il tavolo delle diseguaglianze: tutte cose che, per diventare realtà, hanno bisogno (inevitabile paradosso che schiaccia ogni prospettiva di cambiamento) del voto di quell’inerte Parlamento.

È per questo che – insieme a Gaetano Azzariti, Giuseppe Bronzini, Martina Carpani, Luigi Ciotti e Giuseppe De Marzo – parteciperò giovedì prossimo alla conferenza stampa che presenta la proposta del Reddito minimo garantito avanzata dalla Rete dei Numeri Pari, uno “strumento contro diseguaglianze, mafie e povertà”.

Economisti, costituzionalisti, giuslavoristi, magistrati e sociologi hanno ormai spiegato perché è vitale introdurre anche in Italia questo strumento, già così largamente presente in Europa. Io vorrei aggiungere ancora un argomento, che ha che fare con la conoscenza, la cultura e la democrazia.

Oggi un italiano su tre è a rischio di povertà, quasi uno su due è analfabeta funzionale, uno su due non vota: esiste o no un nesso tra questi numeri? Con ogni evidenza il nesso esiste, ed è anzi determinante: il rischio concreto di povertà impedisce ogni formazione culturale, e dunque ogni partecipazione alla vita politica, cioè alla costruzione della polis.

A uscirne profondamente menomata, anzi moribonda, è la stessa democrazia italiana: che si avvia a diventare oligarchica non solo per la degenerazione dell’élite economica e politica, ma anche per il drastico restringimento della cittadinanza di fatto.

Il motivo per cui i costituenti inseriscono tra i principi fondamentali su cui poggia la Repubblica lo “sviluppo della cultura” è la convinzione che senza una “leva dell’intelligenza” sarebbe stata a rischio la tenuta democratica del paese. Quella che ho appena citato è un’espressione usata da Concetto Marchesi nella relazione con cui presenta all’Assemblea costituente il primo embrione di ciò che diventerà poi l’articolo 9: “E in verità non occorre chiamarsi socialisti o comunisti per riconoscere che i tre quarti della popolazione sono sottratti alla prova dell’attività intellettuale. La leva in massa degli eserciti è stata fatta da secoli, la leva dell’intelligenza mai. E importa all’Italia che questi milioni d’Italiani entrino nel circolo della vita nazionale” (1947).

Dopo settant’anni abbiamo conquistato – forse – solo un altro quarto del paese a un’istruzione e a una vita culturale che permettano l’esercizio di quel minimo senso critico individuale che consente l’effettivo esercizio della sovranità popolare solennemente affermata dall’articolo 1.

Il reddito minimo non è dunque solo uno “strumento contro diseguaglianze, mafie e povertà”, ma è anche, direttamente, uno strumento per la costruzione di democrazia attraverso lo “sviluppo della cultura”. Non puoi essere un cittadino critico e sovrano se lotti per la sopravvivenza, ostaggio di un mercato selvaggio che, attraverso il ricatto della precarietà, t’impone il silenzio.

Pensiamolo come una specie di grande riscatto collettivo: potremmo riscattare dalla schiavitù economica, culturale, civile milioni di italiani. Riscattare dei sudditi, trasformandoli in sovrani.

In giorni in cui lo squadrismo fascista diventa terrorismo per le strade delle nostre città e Casa Pound entra a Montecitorio, è tempo di comprendere che la democrazia si sostiene e si garantisce solo includendovi milioni d’italiani che, a oggi, non hanno davvero alcun motivo per amarla e difenderla.

Chiamiamolo reddito di democrazia. O reddito di sovranità. Chiamiamolo come volete: ma facciamolo.

22 Febbraio 2018 / by / in
Un reddito di dignità contro povertà, mafia e fascismo

Roma Today – di Andrea Falla –

La rete dei Numeri Pari ha presentato la sua proposta: un reddito minimo garantito, diverso sia dal Rei attualmente in vigore, che da quello del Movimento 5 Stelle

Un reddito minimo garantito. Una misura per contrastare la povertà, la diseguaglianza e la criminalità organizzata: tre ‘mali‘ che affliggono l’Italia intera. In un momento come questo, dominato dalla campagna elettorale in vista del voto del 4 marzo, il reddito per le famiglie in difficoltà è diventato protagonista tra le proposte dei diversi partiti in gioco: dal Rei, attualmente in vigore e ‘sponsorizzato’ dal Pd, al reddito di cittadinanza dei 5 stelle, fino alla proposta poco dettagliata di Berlusconi.

E’ in questo quadro di promesse elettorali che entra a gamba tesa la proposta della Rete dei Numeri pari, che unisce diverse realtà sociali su tutto il territorio nazionale, con l’obiettivo di contrastare la  disuguaglianza sociale.

La Rete, grazie al contributo di magistrati, giuristi, esperti nel sociale e ricercatori, ha realizzato il seminario “I Love Dignità” e ha realizzato la proposta di un reddito minimo garantito da discutere con il prossimo Governo. Un’idea che lo scorso anno aveva visto convergere il 40% di deputati e senatori del M5s, di una parte del Pd e Sel raccogliendo più di 100mila firme. Nonostante questo la proposta è rimasta nel dimenticatoio.

Ma adesso che le elezioni sono alle porte e il dibattito si fa sempre più acceso, la Rete dei Numeri pari ha presentato il suo reddito minimo di garantito, in una conferenza stampa tenutasi giovedì 15 febbraio presso la sede della Federazione Nazionale Stampa Italiana a Roma.

Potrebbe interessarti: http://www.today.it/economia/reddito-minimo-garantito.html
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22 Febbraio 2018 / by / in
‘I love dignità’, a Roma due giorni dedicati a reddito minimo garantito

Ammontano a 18 milioni le persone residenti in Italia in povertà e a rischio esclusione sociale e per le quali, dopo dieci anni di crisi, serve una misura reale in grado di restituire dignità, libertà e autonomia, senza trasformare la povertà in un business elettorale ma garantendo diritti e sicurezza sociale. E’ il tema al centro della due giorni romana “I love dignità”, in programma il 14 e il 15 febbraio.

Gaetano Azzariti, Giuseppe Bronzini, Martina Carpani, Don Luigi Ciotti, Leopoldo Grosso, Tomaso Montanari, Roberto Pizzuti. Questi alcuni dei nomi che interverranno all’incontro di formazione sul reddito minimo garantito promosso dalla rete dei Numeri Pari a cui seguirà, giovedì 15, una conferenza stampa presso la Federazione Nazionale della Stampa Italiana.

“Sono due appuntamenti importanti per fare chiarezza e restituire all’opinione pubblica, ai media e alla politica una proposta concreta costruita da centinaia di reti sociali dopo anni di studi e comparazioni con regimi di reddito minimo garantito già attivi in tutti paesi dell’Ue ad esclusione di Italia e Romania”, spiega De Marzo, coordinatore della rete dei Numeri Pari.

22 Febbraio 2018 / by / in
18 milioni di persone a rischio esclusione sociale non possono più aspettare

“18 milioni di persone a rischio esclusione sociale non possono più aspettare”

CENTINAIA DI RETI SOCIALI, GIURISTI, MAGISTRATI, RICERCATORI

RILANCIANO IL REDDITO MINIMO GARANTITO

Don Luigi Ciotti: “I poveri non chiedono elemosina ma dignità e la povertà è un reato contro la dignità delle persone”. La rete dei Numeri Pari chiede un immediato confronto con le forze politiche su un tema centrale per democrazia e coesione sociale totalmente eluso dal dibattito politico ed elettorale.

 

Roma, 15 febbraio 2018 – A seguito del seminario i love dignità tenutosi ieri, 14 febbraio, presso la Casa internazionale delle Donne, la Rete dei Numeri Pari chiede un immediato confronto con le forze politiche per discutere e implementare la proposta sul Reddito Minimo Garantito che lo scorso anno vedeva convergere il 40% di deputati e senatori del M5S, di una parte del PD e SEL raccogliendo più di 100mila firme.

“Per il suo livello di scientificità, la nostra proposta è l’unica in grado di rovesciare la situazione e contrastare davvero povertà, mafie, disuguaglianze, razzismo coniugando solidarietà e dinamismo economico”, spiega Giuseppe De Marzo delle Rete dei Numeri Pari. “È vergognoso che una proposta di cui beneficerebbero 18 milioni di persone a rischio esclusione sociale, oltre che la collettività tutta, non sia mai stata discussa in Parlamento mentre si sia scelto di tagliare il 93% del fondo nazionale per le politiche sociali e i trasferimenti agli enti locali”.

L’Italia è l’unico paese nell’UE a non avere una misura di sostegno al reddito. Il REI non può essere definito come tale perchè seleziona solo una parte dei poveri assoluti senza peraltro garantire loro la realizzazione di un’esistenza libera e dignitosa, come ci dice la normativa europea sul reddito fin dagli anni ’90”, spiega Giuseppe Bronzini, magistrato e parte del BIN Italia. “La nostra proposta in 10 punti è coerente con le indicazioni sovranazionali e le esperienze nazionali già in vigore perché pone al centro la valorizzazione e l’autonomia di scelta del proprio percorso di vita. L’esatto opposto di quello che succede con il REI dove il destinatario unico è la famiglia e tutti sono corresponsabili nella gestione di un pacchettino di 180 euro, di cui 90 versati in contati e l’altra metà in una carta prepagata”

Il diritto al reddito minimo è previsto dalla nostra Costituzione attraverso i principi di dignità, eguaglianza, solidarietà e lavoro. Il “reddito costituzionale” dev’essere uno strumento di emancipazione e partecipazione attiva, non un’elemosina che lascia i poveri ai margini”, spiega Gaetano Azzariti, costituzionalista. “La prestazione monetaria va necessariamente supportata con misure che garantiscano altri diritti fondamentali come l’accesso a casa, servizi sociali e trasporti”.

“Siamo la generazione più povera dalla seconda guerra mondiale. L’introduzione di un reddito minimo garantito, che per noi si declina in un reddito di formazione, è oramai una riforma necessaria per la sostenibilità del sistema. La politica prenda immediatamente posizione proponendo misure concrete”, afferma Martina Carpani, studentessa e rappresentante della Rete della Conoscenza.

“Il reddito minimo garantito vuole riscattare un’enorme parte dei nostri cittadini esclusi dalla vita democratica del paese e va supportato con misure che garantiscano la possibilità di accedere, fra gli altri, ai servizi culturali”, afferma Tomaso Montanari. “Questo paese ha il 48% degli analfabeti funzionali e un tasso di astensione alle scelte politiche del 30%. Senza l’accesso alla conoscenza, alla cultura, questo paese rischia di diventare un’oligarchia e terreno di populismi e fascismi. Il reddito minimo garantito, quindi, serve non solo a chi lo percepisce ma è uno strumento di interesse strategico della collettività. Libertà e giustizia sposa la proposta di reddito proposta dalla Rete dei Numeri Pari”.

Chiudono le parole di Don Luigi Ciotti: La rete dei Numeri Pari è nata per lottare e sognare mentre oggi sono in troppi a scegliere un prudente silenzio. I poveri non chiedono elemosina ma dignità e la povertà è un reato contro la dignità delle persone. È un crimine di civiltà. Fare politica vuole dire partire dai bisogni e dalle speranze delle persone. Politica è etica della comunità e oggi c’è un divorzio tra politica ed etica. Se la politica è lontana dalla strada e dagli ultimi, la politica è lontana dalla politica ed è quindi un’altra cosa. Dobbiamo alzare al voce perché, pur di avere consenso, si sta calpestando la dignità della persone creando un clima sconcertante”.

 

I DIECI PUNTI PER IL REDDITO

  1. Un reddito individuale attraverso l’erogazione di un beneficio in denaro e destinato a sostenere la persona, ricordando che i sistemi di redditi minimi adeguati debbano stabilirsi almeno al 60% del reddito mediano dello Stato membro interessato (come espressamente previsto al punto 15 della Risoluzione del Parlamento europeo del 20 ottobre 2010 sul ruolo del Reddito Minimo, nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa: e avvalorato dal Rapporto annuale 2014 dell’Istat su “La situazione del Paese”(pag. 227 228 – Tavola 5.17).
  2. Individuare i destinatari del Reddito Minimo o di Cittadinanza, considerando che per alcuni è uno strumento di valorizzazione ed autonomia di scelta del proprio percorso di vita, per altri sono necessarie misure di reinserimento sociale e per altri ancora è necessario attivare forme di promozione dell’occupazione.
  3. Stabilire una soglia di accesso tale da poter intervenire su tutti coloro che vivono al di sotto di una certa soglia economica (non meno del 60% del reddito mediano equivalente familiare disponibile) ed individuare eventualmente ulteriori interventi specifici, come quelli volti all’affermazione dell’autonomia sociale dei soggetti beneficiari compresi coloro che sono in formazione, cosi da garantire il diritto allo studio e, in particolare, per contrastare la dispersione scolastica e universitaria. Interventi che sono previsti nella maggior parte dei paesi dell’Unione europea sotto la forma di un “reddito di formazione” sia diretto che indiretto che si affianca al reddito minimo o di cittadinanza.
  4. I beneficiari dovranno essere residenti sul territorio nazionale.
  5. La durata temporale del beneficio sia destinata “fino al miglioramento della propria condizione economica” o comunque ad una replicabilità temporale dell’intervento cosi da non permettere che si rimanga senza alcun sostegno economico.
  6. Non contrapporre il Reddito Minimo o di Cittadinanza, e l’integrazione sociale e la garanzia ad una vita dignitosa attraverso l’obbligo all’integrazione lavorativa. In sostanza che“il coinvolgimento attivo non deve sostituirsi all’inclusione sociale e chiunque deve poter disporre di un Reddito Minimo, e di servizi sociali di qualità a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro” (Relazione per Risoluzione europea sul Coinvolgimento delle persone escluse dal mercato del lavoro – 8 aprile 2009).
  7. Incentivare la libertà della scelta lavorativa come misura di contrasto dell’esclusione sociale può evitare la ricattabilità dei soggetti in difficoltà economica. In questo caso il concetto di “congruità dell’offerta di lavoro” e non dunque “l’obbligatorietà del lavoro purché sia” può ben riferirsi alla necessità di valorizzare il soggetto beneficiario ed a trovare tutti gli strumenti utili affinché l’integrazione al lavoro tenga conto delle sue esperienze, delle sue capacità e competenze e dunque a non generare comportamenti di vessazione e imposizione verso il beneficiario. Perché “la causa di un’apparente esclusione dal mondo del lavoro può risiedere nella mancanza di sufficienti opportunità occupazionali dignitose piuttosto che nella mancanza di sforzi individuali” (Risoluzione sul Coinvolgimento delle persone escluse dal mercato del lavoro– 8 aprile 2009).
  8. Costruire un sistema integrato, oltre l’erogazione del beneficio economico, con le altre misure di welfare sociale e di servizi di qualità con il coordinamento tra gli organi preposti alla loro erogazione (Regioni e Comuni) così da definire un ventaglio di interventi mirati e diversificati a seconda delle necessità e delle difficoltà della persona e che mirano ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa.
  9. Affiancare il Reddito Minimo o di Cittadinanza all’individuazione di un progetto di integrazione sociale individuale condiviso con il beneficiario che lo richiede.
  10. Rafforzare i servizi e il sistema dei centri per l’impiego pubblici destinandoli a centri per l’impiego ed i diritti in cui potersi rivolgere anche per l’erogazione del Reddito Minimo o di Cittadinanza.
15 Febbraio 2018 / by / in ,
Il classimo nella “Scuola in chiaro”. Il commento di un’insegnante

di Alessandra Petrini, insegnante

 

Che ormai si sia di fronte a una società che frappone sempre più ostacoli “di ordine economico e sociale” per la realizzazione di un’uguaglianza anche solo formale è evidente. L’accettazione di leggi svilenti e, oso, schiaviste nel mercato del lavoro, di salari ridicoli, ha ricreato o consolidato una stratificazione sociale classista che permette solo a chi non ha nessun “ostacolo economico e sociale” di realizzarsi e compiere un processo di formazione completo.

La scuola è il primo esperimento di società e democrazia a cui i cittadini partecipano nella vita ed è da sempre un riflesso e un microcosmo della società in cui si innesta. Negli ultimi anni la scuola italiana, quella che per prima favorì il processo di inclusione e abolì le classi differenziali  si trova a vivere una dicotomia profonda: da un lato piani didattici che volgono a progetti di inclusione; corsi specialistici per il riconoscimento di DSA, per l’inserimento dei BES, per la didattica dell’italiano L2 come affiancamento a quella dell’italiano tradizionale. Dall’altro una platea di studiosi accademici che rimpiange la scuola delle conoscenze, quella degli anni ’50, di alto livello linguistico perché tale era quello in ingresso dei suoi allievi: quelli delle classi sociali più alte, quelli che a casa avevano già i libri e in testa un vocabolario ricco.

A supervisionare i due mondi un ministero che ha fatto dei finanziatori privati la vera differenza di condizione delle scuole pubbliche. E alcune scuole italiane sembrano aver seguito i monitoraggi di Cambridge Analytica, l’agenzia informatica utilizzata dai partiti per monitorare l’emotivita’ sociale degli elettori: nessun intoppo alla purezza dell’ apprendimento fa della scuola una punta di diamante del MIUR. Il rapporto di autovalutazione presentato da alcuni istituti su LA SCUOLA IN CHIARO conferma uno specchio sociale: quello che brama un ritorno alle classi, forse alle caste; quello che vede favorito il processo di apprendimento solo se gli unici ostacoli rimossi sono quelli di quegli studenti che della scuola non avrebbero neppure bisogno. Scegliere come criterio di qualità la rimozione delle problematicità sociali e delle sfumature umane che la società presenta probabilmente creerà dei cittadini eruditi, ma totalmente incapaci di vivere e analizzare il Reale nella sua complessità. Nonché li priva di un confronto fondamentale, che non è ( o non è soltanto) quello dello “scontro sociale”, ma quello di una visione della realtà attraverso un punto di vista altro.

Il compito della scuola è quello di realizzare l’uguaglianza non solo formale decantata dall’articolo 3 della Costituzione, a braccetto con l’articolo 34, ma sostanziale è la scuola che funziona davvero è quella che rende tutti i suoi alunni – italiani originali, normofelici, stranieri, rom, Bes, DSA, H- in grado di avere conoscenze, abilità e competenze tali da trovare un posto nella società che non corrisponda a una poetica immanente dell’ ostrica. Mi vengono in mente alcune delle scuole della città in cui insegno, una su tutte la Melissa Bassi dell’ istituito onnicomprensivo di via dell’ archeologia, Tor Bella Monaca (Roma), dove ho visto insegnanti fare i direttori d’ orchestra. Risuona don Milani, di recente- come dicotomia vuole- rilanciato sul piano della didattica dai convegni per gli insegnanti e bacchettato dai professoroni per un’apertura poco qualitativa, a loro avviso: ” Si metta nei panni dei miei genitori. Lei non permetterebbe che suo figlio restasse tagliato fuori. Dunque ci dovete accogliere. Ma non come cittadini di seconda buono solo per manovale”.

 

Si legga anche l’articolo di Corrado Zunino (Repubblica, 8.2.2018)

“Qui niente poveri né disabili”. Le pubblicità classiste dei licei

10 Febbraio 2018 / by / in ,
I LOVE DIGNITA’ / Comunicato stampa

I Love Dignità. Giuristi, ricercatori e realtà sociali alla due giorni romana per il diritto al reddito minimo garantito  

Mercoledì 14 febbraio dalle 10°° alle 16°° l’incontro di formazione alla Casa internazionale delle donne. Giovedì 15 febbraio alle 11°° la conferenza stampa alla Federazione Nazionale della Stampa.

Roma, 7 febbraio 2018 – Dopo dieci anni di crisi è urgente una misura reale in grado di restituire dignità, libertà e autonomia a milioni di persone residenti in Italia in povertà e a rischio esclusione sociale (18 milioni di persone). Una misura che non trasformi la povertà in un business elettorale o nel governo dei poveri, ma garantisca diritti, sicurezza sociale, un sistema produttivo all’altezza della sfida posta dalla crisi e un più efficace contrasto alle mafie.

Gaetano Azzariti, Giuseppe Bronzini, Martina Carpani, Don Luigi Ciotti, Leopoldo Grosso, Tomaso Montanari, Roberto Pizzuti. Questi alcuni dei nomi che interverranno a “I love dignità”, l’incontro di formazione sul reddito minimo garantito promosso dalla rete dei Numeri Pari a cui seguirà, giovedì 15, unaconferenza stampa presso la Federazione Nazionale della Stampa Italiana.

“Sono due appuntamenti importanti per fare chiarezza e restituire all’opinione pubblica, ai media e alla politica una proposta concreta costruita da centinaia di reti sociali dopo anni di studi e comparazioni con regimi di reddito minimo garantito già attivi in tutti paesi dell’UE ad esclusione di Italia e  Romania”, spiega De Marzo, coordinatore della rete dei Numeri Pari.

Mercoledì 14 febbraio dalle 10 alle 16 l’incontro di formazione alla Casa internazionale delle donne (Roma, via della Lungara 19).

Giovedì 15 febbraio alle 11 la conferenza stampa alla Federazione Nazionale della Stampa (Roma, Corso Vittorio Emanuele II, 349).

Qui il programma completo dell’incontro di formazione. Qui il form per iscriversi

Intervengono. Francesca Koch, Casa Int.le delle donne – Giuseppe De Marzo, Libera/Numeri Pari – Giuseppe Bronzini, magistrato – Gaetano Azzariti, costituzionalista – Felice Roberto Pizzuti, professore – Sandro Gobetti, Basic Income Network (BIN Italia) – Salvatore Esposito, Consorzio Mediterraneo Sociale – Leopoldo Grosso, Gruppo Abele – Francesca Fornario, giornalista Radio Rai – Giuseppe Allegri, ricercatore e docente – Matteo Giardiello, Ex OPG – Je so pazzo – Paolo Di Vetta, movimenti per il diritto all’abitare – Franco Monnicchi, presidente Emmaus Italia – Viviana Ruggeri, Federazione del Sociale USB – Arianna Petrosino, Rete della Conoscenza.

 

Qui il programma della conferenza stampa

Intervengono. Giuseppe De Marzo, Libera/Numeri Pari – Giuseppe Bronzini, magistrato – Gaetano Azzariti, costituzionalista – Martina Carpani, Rete della Conoscenza, Don Luigi Ciotti, Libera/Gruppo Abele. Saranno presenti in sala anche i rappresentanti delle reti sociali, dei sindacati e dei movimenti per il diritto all’abitare.

 

Per maggiori informazioni 

Mail/retenumeripari@gmail.com

Fb/retedeinumeripari

Ufficio stampa/3395005340

7 Febbraio 2018 / by / in , ,
Anche Hopeball entra nella Rete!

Il progetto Hopeball nasce nel 2016 seguendo l`intento di trasmettere nelle aree più povere del Pianeta una passione che sappia dare speranza. UN PROGETTO EDUCATIVO SPORTIVO cosa significa e perchè proponiamo un progetto educativo sportivo? PROGETTO Il raggiungimento di qualsiasi obiettivo necessita di una solida progettazione; nel caso di un progetto educativo sportivo essa è eseguita da un allenatore che assume dunque anche il ruolo di educatore/orientatore. La nostra progettazione nasce dall’intenzionalità educativa,ovvero dalla ricerca scientifica di obiettivi, metodi,e strumenti che promuovano l’emancipazione e l’espressione dell’individualità dei soggetti,consentendogli di vivere un’esperienza di apprendimento intensa non solo sul piano prestazionale, ma soprattutto su quello identitario, sostenendo e sviluppando le sue capacità e sollecitandolo alla sperimentazione di nuove. Seguendo questo progetto dunque, lo sport (come vedremo in seguito) si puo presentare come un dispositivo di formazione in grado di sollecitare positivamente la crescita e lo sviluppo dei soggetti. EDUCATIVO L’aspetto educativo è l’aspetto principale del nostro progetto: “si educa perchè non ci si accontenta dello stato presente,ma si tende a superare tale stato per realizzare un livello di vita superiore” Vivere il progetto sportivo in chiave educativa significa far esprimere il soggetto nella sua totalità,favorendo i processi di costruzione identitaria e la valorizzazione della persona; l’ allenatore (educatore) attiva percorsi di apprendimento concentrandosi sugli aspetti di personalità,sulle dinamiche di vita,sulla corporeità e,quindi, sulle storie personali dei soggetti,nell’ottica di uno sviluppo emancipativo dei soggetti in quanto persone, stimolando costantemente l’esercizio della libertà e creatività individuale. SPORTIVO Perchè abbiamo scelto di concentrare il nostro progetto educativo proprio sullo sport? Prima di analizzarne gli aspetti educativi partiamo dal significato della parola stessa. E’ curioso ed emblematico come dal semplice punto di vista lessicale la parola sport è uno di quei rari termini che non presenta delle traduzioni nelle varie lingue, dandone la definizione universale di -un insieme di attività complesse sul piano psico-fisico finalizzate al raggiungimento di un risultato conseguibile attraverso lo spirito agonistico-. E’ in chiave educativa che va letto il termine agonistico in quanto esso caratterizza la situazione nella quale i contendenti non si comportano da nemici ma da “avversari” cercando di superarsi reciprocamente secondo modalità stabilite e precedentemente accettate: in quest`ottica l`avversario è il mezzo fondamentale per misurarsi in un comune accordo di osservazione delle regole e di rispetto, confrontandosi in un`ottica costruttiva ed emancipativa,sperimentandosi in maniera critica nel rispetto del fair play: ecco come lo sport permette di sperimentare e rafforzare una moltitudine di competenze trasversali che possono essere utilizzate anche in altri ambiti di vita, prima tra tutte l`imparare a fronteggiare i problemi in maniera efficace. Alla luce di queste considerazioni lo sport è inteso come un percorso che permette di sperimentarsi,di sbagliare senza la preoccupazione di subire gravi conseguenze, di vivere un contesto teso alla sfida continua ,non solo con l`altro ma con se stessi,in ottica emancipativa. All’interno del gruppo sportivo i soggetti sperimentano competenze sociali tra cui la tolleranza,il rispetto, la collaborazione e l’interiorizzazione della norma. Lo sport,da questa prospettiva diventa esperienza,formazione identitaria, strumento veicolatore di cultura e momento di socialità. In conclusione dunque,sollecitando i soggetti e seguendo il progetto educativo,lo sport permette la sperimentazione libera e l’apprendimento di una serie di risorse cognitive e comportamentali funzionali al processo di crescita, di costruzione e al consolidamento di un immagine personale e sociale del Sè DIMENSIONI DEL PROGETTO Il nostro progetto educativo sportivo si concentra su 3 dimensioni –Dimensione democratica: L’allenatore si impegna a far sviluppare il confronto tra gli atleti,sollecitando cosi la conoscenza di sè attraverso la comprensione dell’altro e la valorizzazione del diverso. Creare un contesto e una atmosfera democratica permette a chiunque di sperimentarsi liberamente prendendo consapevolezza delle proprie capacita e dei propri limiti. –Dimensione interculturale: L’allenatore si impegna a rendere lo sport uno strumento di valori universalmente condivisibili progettando percorsi di educazione alla pace,alla solidarietà,al rispetto dell’uomo,della vita e delle diversità. –Dimensione ludica: L’allenatore si impegna a mantenere costantemente presente l’aspetto ludico; esso permette di creare un luogo di gioia,spensieratezza e piacere creando ruoli e relazioni sociali diversi da quelli comuni: la dimensione ludica dello sport permette di vivere stati d’animo quotidiani con maggiore leggerezza (gioia per una vittoria e dolore per una sconfitta). Rivalità,forza,coraggio,vittoria,sconfitta,competizione e collaborazione diventano dunque occasione di una presa di coscienza delle molte facce di sè.

1 Febbraio 2018 / by / in ,