#mapparoma21 – Il voto alle elezioni politiche 2018: disuguaglianze ancora una volta decisive

#mapparoma21 – Il voto alle elezioni politiche 2018: disuguaglianze ancora una volta decisive

Il 4 marzo si sono tenute le elezioni politiche per il rinnovo di Camera e Senato e quelle regionali per la scelta del presidente del Lazio. In questa #mapparoma analizziamo i risultati alla Camera, mentre nella successiva ci concentreremo sulla riconferma di Zingaretti alla Regione. Diversamente dal solito, oltre alle mappe mostreremo anche altri grafici per approfondire l’analisi mettendo in luce aspetti interessanti del voto, sempre su base territoriale.

Alle elezioni politiche ha votato esattamente un milione e mezzo di romani, per un’affluenza del 72%, un dato inferiore rispetto a tutte le elezioni politiche precedenti, ma superiore rispetto alle amministrative degli ultimi 10 anni. Sono state in gran parte confermate le dinamiche del voto alle comunali del 2016, che a loro volta avevano mostrato una geografia politica diversa rispetto al voto del 2013. In sintesi, la coalizione di Centrosinistra (formata da PD, +Europa, Insieme e Civica Popolare) prevale solo nei quartieri più centrali (40%) e, diversamente dal 2016, ma di pochissimo, nella periferia storica intorno all’anello ferroviario (quasi 31%, peraltro egemonizzata dal centrosinistra fino al 2013), con un andamento molto simile per PD e +Europa, nettamente decrescente allontanandosi dal centro della città. Ciò è coerente con le analisi a livello nazionale che mostrano il centrosinistra confinato nei centri urbani e una maggiore propensione al voto per il PD nelle classi medio-alte, cosicché sembra essere stata la condizione socio-economica a decidere le elezioni (ci torneremo alla fine).

Nel resto della città continua invece l’elevato consenso per il M5S, che prevale nella periferia anulare (35%) e in quella esterna al GRA (39%), con un andamento al contrario fortemente crescente allontanandosi dal centro della città, sebbene abbia perso alcuni punti percentuali rispetto al 2016, probabilmente a causa dei problemi dell’Amministrazione comunale. Questo calo è andato a vantaggio della Lega, che per la prima volta si afferma con percentuali notevoli soprattutto nelle periferie romane, e che mostra un andamento dei voti simile a quello del M5S, con il massimo fuori dal GRA. Nel complesso della città, è infatti proprio la coalizione di Centrodestra (composta da Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia) a vincere con il 31%, con un andamento più omogeneo rispetto agli altri due poli, caratterizzato comunque da un maggiore consenso fuori dal GRA (35%) grazie a Forza Italia e Lega, e con un forte incremento rispetto alle precedenti elezioni che gli ha permesso di avere un vantaggio di mezzo punto percentuale sul M5S e di circa tre punti sul Centrosinistra.

(clicca sulle immagini per ingrandire)

Andando più nel dettaglio, con il nostro consueto livello di analisi delle zone urbanistiche, nelle quattro mappe sono riportati i voti in percentuale per i candidati uninominali di Centrosinistra, Centrodestra, M5S e LeU.

Il Centrosinistra (mappa in alto a sinistra), che in totale ha ottenuto 324mila voti pari al 28,1%, mostra le percentuali maggiori nei Municipi I e II, dove erano candidati Gentiloni e Madia, nonché nel resto dell’area all’interno o subito fuori dall’anello ferroviario, oltre all’Eur; in particolare, le zone urbanistiche migliori sono tutte centrali: Trastevere (48%, dove anche il PD ottiene il massimo con oltre il 34%), Celio (46%, dove invece è +Europa a ottenere il massimo col 12%), Aventino e Della Vittoria (45%), Flaminio e Centro Storico (44%), Salario (43%). Al contrario, il Centrosinistra scende sotto al 20% quasi ovunque fuori dal GRA, soprattutto nei quadranti est del VI Municipio (San Vittorino e Borghesiana circa 13%, Tor Cervara 14%, Lunghezza 15%, Acqua Vergine e Torre Angela meno del 16%) e ovest (Pantano di Grano e Ponte Galeria 14,5%, Boccea e Santa Maria di Galeria circa 15,5%). I partiti della coalizione sono abbastanza sovrapponibili, soprattutto per quanto riguarda PD e +Europa, le cui distribuzioni del voto nei quartieri hanno un indice di correlazione molto alto, e peraltro simile (come vedremo) anche al consenso elettorale di LeU. Vale la pena notare la peculiarità dei quartieri centrali che compongono il collegio Roma 1 dove era candidato Gentiloni, che hanno votato solo per la coalizione di Centrosinistra, senza barrare alcun simbolo di partito, in misura enormemente superiore a ogni altro collegio capitolino: a Prati e Della Vittoria quasi l’8% dei voti è andato direttamente al Presidente del Consiglio uscente, a Centro Storico e Flaminio oltre il 7%, a Trastevere ed Esquilino circa il 6,5%.

Il Centrodestra (mappa in alto a destra) ha avuto 454mila voti pari al 31,2%, con il consenso maggiore sia nelle tradizionali roccaforti “nere” di Roma Nord (II e XV Municipio), sia nelle periferie fuori dal GRA dei quadranti nord-ovest ed est (tutto il VI Municipio e le parti esterne del XII, XIII e XIV), oltre alle ville dell’Appia Antica (VIII Municipio): tra le prime Parioli (45%, dove anche Forza Italia ottiene il massimo con quasi il 23%), Tor di Quinto (quasi 44%), Acquatraversa (43%), Grottarossa Ovest e Farnesina (42%, e nella prima Fratelli d’Italia registra il massimo con quasi il 15%); tra le seconde a ovest Boccea (43%), La Storta (42%), Cesano, Pantano di Grano e Santa Cornelia (40,5%), Santa Maria di Galeria e Prima Porta (circa 40%), a est Borghesiana e San Vittorino (38%, dove è la Lega a raggiungere il massimo con il 15-16%). Il minimo per il Centrodestra si registra in alcuni quartieri centrali e nella periferia storica dove prevalgono il Centrosinistra o LeU: San Lorenzo (21%), Testaccio (22%), Trastevere (23%), Montesacro e Garbatella (circa 24%), Tiburtino Sud (24,5%), Celio e Ostiense (circa 25,5%), Gianicolense (26%), con l’unica eccezione di Malafede, fuori dal GRA nel X Municipio, dove vince nettamente il M5S. I partiti della coalizione appaiono perfettamente complementari, poiché Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno le percentuali più elevate nei quartieri benestanti di Roma Nord, mentre la Lega mostra invece una forte capacità di attrazione nelle zone periferiche con il maggiore disagio socio-economico, e soprattutto a est nel VI Municipio, con un indice di correlazione tra Forza Italia e Lega molto basso.

Il M5S (mappa in basso a sinistra) ha ottenuto 446mila voti, pari al 30,6%, con l’ormai consueta prevalenza a ridosso o fuori dal GRA, in tutti i quadranti ma in particolare nelle periferie a sud-ovest nel X e XI Municipio verso il litorale e ad est nel VI Municipio e in quelli limitrofi: tra le prime Magliana (che corrisponde all’area di Muratella, 47%), Acilia Nord (45,5%), Ostia Antica (oltre 44%), Ponte Galeria, Acilia Sud e Malafede (circa 43%); tra le seconde Romanina (45%), Lunghezza e Acqua Vergine (che corrispondono all’area di Ponte di Nona, 43-44%), Tor Cervara e La Rustica (quasi 43%). Al contrario, le percentuali più basse sono state registrate in tutti i quartieri centrali e semiperiferici, soprattutto nel quadrante nord: il minimo a Parioli (9,5%), e poi Centro Storico, Salario e Farnesina (circa 13%), Celio e Tor di Quinto (15%), Medaglie d’Oro, Aventino, Prati, Eur e Della Vittoria (circa 16%). Rispetto alle comunali 2016, il M5S ha perso consensi un po’ ovunque, come detto probabilmente a causa delle difficoltà dell’Amministrazione comunale che guida, ma se il calo è stato più consistente nei quartieri centrali (-7 punti percentuali), dove il movimento aveva preso meno voti, appare invece più contenuto nella periferia storica (-5) e anulare (-4), e soprattutto nelle sue roccaforti fuori dal GRA (solo -2,4).

Infine, LeU (mappa in basso a destra) ha ottenuto 68mila voti, pari al 4,6%, soprattutto nelle zone centrali e nella periferia storica, in maniera simile al Centrosinistra, differenziandosene però per una minore concentrazione del consenso nei quartieri a nord-ovest e maggiore in quelli a sud-est nei Municipi VII e VIII, sempre comunque all’interno del GRA. Le zone urbanistiche con le migliori percentuali per LeU sono infatti San Lorenzo (9,2%), Montesacro (8,3%), Ostiense e Garbatella (7,6%), Testaccio, Appio, Celio e Tuscolano (7,1-7,3%), Gianicolense e Latino (6,9%), Valco San Paolo, Trastevere e Grottaperfetta (6,6%), Sacco Pastore ed Esquilino (6,5%). I quartieri peggiori sono invece tutti fuori o a ridosso del GRA nei quadranti nord-ovest ed est (soprattutto il VI Municipio), oltre all’Appia Antica; tra i primi con l’1,5% Santa Maria di Galeria e con 2,1-2,4% Ponte Galeria, Cesano, Castelluccia, Magliana, Santa Cornelia, Boccea e Pantano di Grano; tra i secondi con l’1,9% San Vittorino e con 2,2-2,6% La Rustica, Borghesiana, Torre Angela, Lunghezza e Acqua Vergine.

L’analisi del voto secondo la vicinanza o meno dal centro della città è ovviamente una semplificazione, in quanto il consenso elettorale dipende dalle caratteristiche demografiche, sociali, economiche e urbanistiche dei quartieri. Per approfondire questi fattori, il grafico seguente mostra l’andamento del voto per il M5S suddividendo le zone urbanistiche in tre gruppi di uguale numerosità, secondo il livello alto, medio o basso dei vari indicatori presi in esame. Il M5S ottiene più voti dove la densità di popolazione è bassa (36%), l’incremento dei residenti è alto (40%), l’età media è bassa (39%), i componenti del nucleo familiari sono molti (39%), i laureati sono pochi (ancora 39%), il tasso di occupazione è basso (36%), il tasso di disoccupazione è alto (38%), la disponibilità di piazze per ettaro è scarsa (39%), il disagio socio-economico è alto (37,5%). Appare evidente come il M5S prevalga nei quadranti e nelle fasce urbane periferiche dove la città si espande e cresce il numero di residenti, che però si sentono “fuori” rispetto alle dinamiche sociali, economiche e culturali, in termini di istruzioneoccupazioneopportunità per i giovaniofferta di servizi e spazi pubblici e accessibilità dei trasporti, e dove di conseguenza l’indice di sviluppo umano rimane sotto la media romana.
(clicca sull’immagine per ingrandire)

Keti Lelo, Salvatore Monni, Federico Tomassi

NOTA: nell’analisi sono considerate solo le zone urbanistiche con più di 1000 votanti.

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Fonte: elaborazione su dati Roma Capitale – Servizi elettorali

Scarica qui il pdf di #mapparoma21

Scarica qui gli open data – Scarica qui i dati elettorali dal 2000 al 2018

Gli autori, ferme restando le loro responsabilità per i contenuti delle mappe, sono debitori nei confronti del CROMA (Centro per lo studio di Roma dell’Università Roma Tre) e di Luoghi Idea(li) per le elaborazioni, le suggestioni e gli spunti sulle attività di mappatura del territorio romano che sono state fonte di ispirazione per la nascita di questo blog.
28 Marzo 2018 / by / in
“Reddito minimo garantito contro povertà ed esclusione sociale”. Intervista a Giuseppe De Marzo

In Italia 18 milioni di persone sono a rischio povertà o esclusione sociale. Sono i dati aggiornati del centro studi Cgia di Mestre, l’Associazione Artigiani e Piccole Imprese. Un rischio povertà che al sud raggiunge livelli ancor più pesanti per un paese civile: il 55,6% in Sicilia, il 49,9% in Campania e il 46,7% in Calabria.
Come affrontare questa emergenza diventata ormai strutturale negli ultimi anni? Nella campagna elettorale conclusasi con le elezioni del 4 marzo scorso se n’è parlato poco e male. Ai più non interessa e quando se ne parla regna la confusione (e la malainformazione) sulle proposte per far uscire chi è povero dalla sua condizione di oppressione, sociale e mentale. Un tema balbettato dalle forze politiche ma presente nei dibattiti e nei rapporti dettagliati di tante associazioni e movimenti che, come sempre, sono ignorati dalla gran parte dei media.
Lo scorso 14 e 15 febbraio la Rete dei Numeri Pari ha promosso un seminario  ed una conferenza stampa nazionale dal titolo «I love dignità» in cui sono intervenuti vari costituzionalisti tra cui Gaetano Azzariti, e docenti come Roberto Pizzuti e Tomaso Montanari. Un appuntamento, disertato dalle forze politiche per presentare una proposta concreta e circostanziata, in dieci punti, per il diritto a un’esistenza dignitosa.
Tra i promotori Giuseppe De Marzo (nella foto), di Libera da anni impegnato nelle reti sociali.

Quando e da dove nasce questa proposta?
Sono anni che la portiamo avanti e prima di noi l’Associazione Basic Income Network che in tutto il mondo ha lanciato proposte per contrastare la crescente povertà del pianeta.

Cosa intendete per “reddito minimo garantito”?
Uno strumento per garantire un’adeguata protezione a persone a rischio di esclusione sociale, coniugando dinamismo economico e solidarietà e garantendo la sicurezza dei sistemi produttivi.

Quali sono i punti di forza?
Un reddito individuale che corrisponda al 60% della media del paese di origine. E senza condizionalità sul lavoro: il sostegno al reddito finisce quando si esce dalla condizione di povertà e di esclusione sociale.

Perché il reddito minimo garantito “incondizionato” dovrebbe funzionare meglio?
Lo dicono i principali studi socioeconomici europei e mondiali: un reddito incondizionato libera le energie dell’individuo, la sua autonomia e creatività – nonché libera dal ricatto delle mafie, di un lavoro fuori dalle regole e pertanto dal ricatto della sua condizione economica – e libera l’individuo nella ricerca imprenditoriale di nuove idee, di nuove forme di lavoro.

Una delle principali obiezioni a questa proposta è che una simile misura renderebbe l’individuo più pigro…
Un luogo comune, uno stereotipo triste sconfessato dalle stesse scienze economiche e sociali. Colui che viene liberato attraverso il reddito minimo garantito è più produttivo per la società.

E supera la propria condizione di rassegnazione a un destino ineluttabile
Proprio così. La stessa psicologia lo conferma. Nell’individuo scatta qualcosa. Si supera la rassegnazione. E si ricomincia ad avere una speranza di un futuro migliore. Senza dimenticare che se a una persona povera gli dai settecento euro al mese cambierà radicalmente la sua propensione al consumo e quindi contribuirà non poco al dinamismo economico. E’ lo stesso Word Economic Forum a sostenere che il reddito di base rende più sicura la tutela dei sistemi produttivi.

Quando costa tutto ciò e dove si trovano i soldi?
I conti li abbiamo fatti anche con l’Istat: il costo del reddito minimo garantito oscilla tra i 14 e i 16 miliardi. Dove si trovano? Nello stesso luogo dove hanno trovato i 9 miliardi per gli ottanta euro e i 13 miliardi per il jobs act che hanno avuto un impatto pressoché nullo. E’ ai meno abbienti che devi garantire un contributo economico prima ancora che a coloro che uno stipendio ce l’hanno già.

E’ questa l’unica formula possibile per affrontare la crisi?
Non è uno strumento da mitizzare né la panacea di tutti i mali ma è una proposta sociale economica e culturale forte di cui abbiamo bisogno in una crisi drammatica come questa con un terzo della popolazione a rischio di esclusione sociale, con diseguaglianze in forte aumento.

L’attuale modello di sviluppo non è in grado di garantire piena occupazione?
Assolutamente no. Per questo riteniamo che investire 15-16 miliardi attraverso il bilancio dello stato e la fiscalità generale possa garantire almeno la dignità a chi è rimasto indietro. Non ci sembra di chiedere la luna ma di rispondere ai principi espressi dalla nostra stessa Costituzione. Siamo partiti dalle parole di Stefano Rodotà: rimettiamo al centro del dibattito politico il diritto all’esistenza di ciascun essere umano.

27 Marzo 2018 / by / in
DIGNITAS

Non possiamo più girarci intorno. Il conflitto in atto da dieci anni sta modificando assetti politici, culturali, economici, giuridici e relazionali, ma continua abilmente a tenere nascosta la vera posta in gioco, la domanda di fondo, per certi versi indicibile: il diritto all’esistenza va garantito a tutti e tutte? Quando un sistema economico e di regole non garantisce più i diritti di un terzo dei suoi cittadini e ne mette a rischio altrettanti, come avviene nel nostro paese, è evidente che non si pone più come obiettivo quello di garantire a tutti il diritto all’esistenza. E le visioni politiche rappresentate dalle principali forze del paese teorizzano una possibile uscita dalla crisi con gli stessi diritti conquistati nel ‘900 oppure sostengono invece che bisognerà rinunciarvi ed “accontentarsi”? La risposta è unanime, ed è la seconda. Non c’è più spazio per un pensiero politico della trasformazione, secondo i nostri gruppi dirigenti. Sono i dati dell’aumento senza precedenti della povertà e delle disuguaglianze nel nostro paese a confermarlo. La politica non più come strumento di cambiamento della propria condizione materiale ed esistenziale, come visione del futuro, ma semplicemente come garanzia della continuità della governance, incapace di indicare un futuro diverso e migliore per tutti. Lo confermano gli studi fatti da centri di ricerca e ong come Oxfam: le norme varate  negli ultimi dieci anni rispondono fedelmente agli interessi delle elite economiche e finanziarie. Anche qui, è inutile girarci intorno. In questa direzione ritroviamo le scelte che vanno da Berlusconi, a Monti, a Renzi, a Letta, sino ad arrivare alla coppia Di Maio-Salvini, preoccupatissima di garantire “continuità”, dopo aver strillato per anni esattamente il contrario. Strillano i capi in tv, aizzando i cittadini verso l’inesistente invasione nera, senza però spiegare di chi siano le responsabilità del peggioramento senza precedenti della nostra condizione, della scomparsa del lavoro, dell’aumento spaventoso della corruzione e dell’evasione fiscale, del rafforzamento delle mafie e dell’analfabetismo di ritorno. Abili prestigiatori nello spostare l’attenzione, asserviti alla legalità dei forti. Quando poi si governa, è il giudizio di chi li ha partoriti che va soddisfatto: quello dei mercati. Sono le nuove divinità pagane delle principali forze politiche. Ad esse si inginocchiano  sperando di non urtarne gli umori. Senza porsi domande, accettando un destino manifesto che fotografa la resa incondizionata ad un futuro di miseria e guerra per ceti medi e ceti popolari. Come la storia insegna, quando a guidare i destini rimangono in campo solo gli interessi speculativi, politici pronti a servirli ed un contesto di povertà, paura ed ignoranza. Come staranno i mercati stamattina? Una classe dirigente politica culturalmente subalterna ad un’unica visione dell’economia e della governance, priva di qualsiasi capacità di costruire alternative, ha finito per introiettare i dogmi dell’austerità a scapito degli obblighi imposti dalla nostra Costituzione, tradendola. Del resto il governatore Visco della Banca d’Italia è stato chiaro il 10 febbraio scorso in conferenza stampa: “il vangelo delle riforme non va toccato”. A conferma di quello che dicevamo, solo il dogma e la fede rimangono per spiegare la follia di voler continuare con politiche di austerità che hanno messo in ginocchio il paese ed il continente. I mercati come il verbo dei “vangeli”. Qualcuno potrebbe obiettare che in effetti la forza dei “mercati” è ormai tale che potrebbero far fallire un paese con un paio di algoritmi. Giusto: allora obiettiamo che se la politica non è in grado di distruggere un potere privato così forte e così capace di incidere negativamente nelle nostre vite, allora non serve a niente e va cambiata. Garantire a tutti la dignità ed il diritto all’esistenza attraverso politiche sociali e strumenti di sostegno al reddito già attivi in tutta Europa dal 1992 sono invece le ragioni profonde da cui siamo partiti cinque anni fa, prima con la campagna Miseria Ladra, e poi con la Rete dei Numeri Pari. Questa è la nostra idea di politica, al servizio di una civiltà fondata sul diritto all’esistenza come previsto dalla nostra Costituzione e dalla Carta dei Diritti dell’Uomo. Questo è quello che ha portato centinaia di realtà ad avanzare a voce unica la proposta di istituire anche nel nostro paese una misura di sostegno al reddito che abbiamo definito Reddito di Dignità. Esattamente come avviene già in tutta Europa. L’abbiamo fatto a partire dai punti essenziali già definiti come irrinunciabili dal PE e dalla CE. Abbiamo scoperto che siamo il paese messo peggio, e che i nostri politici sono stati richiamati da anni su questo tema. Ce lo chiede l’Europa, in questo caso non ha funzionato.

Se riteniamo essenziale per la nostra cultura giuridica e per sconfiggere la crisi, garantire a tutti il diritto all’esistenza, il sistema di welfare italiano risulta inadeguato, sottofinanziato ed incapace a garantire protezione sociale a quanti ne hanno diritto. A dirlo in Parlamento già due anni fa il presidente dell’Istat Alleva. Il fatto che nessuna forza politica abbia preso a cuore la riforma del welfare nella direzione indicata dalla costituzione, partendo dai limiti denunciati dall’Istat, dimostra la resa delle classi dirigenti difronte alla necessità del modello dominante di espellere milioni di esseri umani dalla comunità della giustizia. Continuare ad aspettarsi che il prossimo governo cambierà le cose sarebbe un grave errore, avendo compreso che in questo contesto culturale a cambiare può essere solo il volto di chi guida, mentre l’abito politico rimane lo stesso ed è confezionato dal regime dall’austerità di Francoforte. Ne usciamo solo se lavoriamo per costruire una società in movimento che abbia al centro del proprio impegno la battaglia per garantire a tutti dignità. Solo questo humus può garantire la rinascita di una visione politica all’altezza della sfida posta dal tempo della crisi. A questo siamo chiamati tutti a concorrere.

Giuseppe De Marzo, resp. naz. Libera politiche sociali, Rete Numeri Pari

26 Marzo 2018 / by / in
Il paese diseguale

L’Italia cresce, poco, in modo diseguale e a tempo determinato. Questa è la fotografia scattata dalla Banca d’Italia e dall’Istat nelle ultime rilevazioni pubblicate nei giorni scorsi.

Se è vero che il Pil italiano cresce nell’ultimo trimestre dell’1,5%, la debole ripresa, trainata dai Paesi forti dell’Unione Europea, è accompagnata da forti e crescenti disuguaglianze, soprattutto tra nord e sud del Paese, da crescente povertà e da lavoro prevalentemente a somministrazione, quindi precario.

Secondo la Banca d’Italia è in aumento il numero di individui poveri, assoluti e relativi. Sono il 23% della popolazione, circa 13,5 milioni, che si uniscono agli ulteriori 3,5 milioni di individui che sono poco sopra la soglia e sono a rischio povertà. In tutto dunque 18 milioni, il 33% della popolazione. La soglia di povertà è fissata al 60% del reddito mediano, circa 860 euro al mese. Chi sta al di sotto di questa soglia è povero, e come abbiamo visto il dato è in costante aumento.

Aumentano le disuguaglianze in termini di ricchezza netta: il 30% più povero ne detiene solo l’1% (circa 6.500 €), di cui tre quarti sono a rischio povertà; invece, il 30% più ricco detiene il 75% della ricchezza (un reddito medio di 510.00€) – e il 40% di questa ricchezza è nelle mani del 5% ancora più ricco (circa 1,3 milioni).

In mancanza di un sostegno al reddito universale, la soluzione sarebbe quella di implementare politiche che producano occupazione, e di qualità. Ancora una volta, è l’Istat a dirci che l’occupazione è in aumento, ma solo quella a tempo e a somministrazione. E il Sud resta fortemente indietro rispetto al Nord.

Mentre le forze politiche che hanno vinto le elezioni si accordano per dare un nuovo governo al Paese, risulta necessaria e non più rimandabile una misura che sollevi dalla povertà chi ne è colpito: la proposta è quella piattaforma di 10 punti del Reddito di Dignità elaborata prima da Libera e poi dalla rete dei Numeri Pari sulla base della Direttiva Europea del 992 e della Carta di Nizza del 2000. Nel 2015 le reti sociali chiedevano che entro 100 giorni si approvasse una legge che introducesse il reddito minimo, ma, nonostante l’impegno di alcuni parlamentari di SEL, ora SI, e PD, nulla è stato fatto.

Con il reddito minimo garantito, si avrebbe più tempo per una necessaria riorganizzazione del mondo del lavoro, al tempo dell’elevata automazione. In questa direzione va la proposta della riduzione del lavoro a 32 ore. Il vecchio motto è sempre quello dei movimenti e delle reti sociali: lavorare meno, lavorare tutti, a parità di salario.

Servono risorse da redistribuire, attraverso una patrimoniale, un drastico azzeramento delle spese militari e una pedagogica lotta alla corruzione all’evasione fiscale. Il fatturato annuale della mafia equivale a 10 finanziarie.

Serve, poi, uscire dal cappio al collo del pareggio di bilancio in Costituzione, che ci obbliga a versare 50 miliardi all’anno all’Europa per il rientro dal debito pubblico, obbiettivo che è impossibile da raggiungere nel 2025. E infine serve sbloccare i fondi bloccati dal patto di stabilità interno, che vincola 19 miliardi di spese sociali agli enti locali.

Dunque, le risorse ci sono, come ben si vede. Serve solo che le forze politiche che si sono candidate a governare il Paese la smettano con la demagogia e il populismo e si occupino del bene dei propri concittadini e del proprio territorio. Perché non c’è più tempo.

 

Rogero Paci

Leftlab Bari

Rete dei Numeri Pari Puglia

21 Marzo 2018 / by / in ,
Sul reddito di cittadinanza solo silenzio da parte della sinistra

Giuseppe De Marzo, 13.03.2018

Di quella sinistra che oggi ride della (finta) notizia delle file ai Caf, al Sud, per chiedere i moduli per il «reddito di cittadinanza» del M5s, nessuna traccia. Un silenzio che spiega, meglio di qualsiasi editoriale, la sua sconfitta all’ultima tornata elettorale. Mentre un terzo del paese è in povertà assoluta, relativa e a rischio esclusione sociale «Non cè più tempo».

Era il gennaio 2015 quando, ai cronisti accorsi sotto la sede di Libera, Beppe Grillo sottolineò l’importanza, urgente, di una misura di contrasto alle povertà. In ballo il «diritto all’esistenza di milioni di persone a rischio esclusione sociale», il commento di Don Ciotti. Su quel tavolo non cera solo la proposta del M5s: Sel, oggi Sinistra Italiana, e il Pd si dicevano pronti a cercare una mediazione. Quella mediazione fu trovata grazie al lavoro della campagna «Miseria Ladra», promossa dal Gruppo Abele e da Libera: «100 giorni per un reddito di dignità». Furono raccolte in pochissimo tempo 100mila firme. Da quella mediazione i 40 parlamentari di centrosinistra si dileguarono, lasciando il M5s a predicare nel deserto politico, che tornò così sulla proprie posizioni: una proposta di workfare. Più un ammortizzatore sociale che una forma di welfare diffuso, orizzontale, individuale. Un triste gioco dell’oca sulla pelle degli ultimi.

A partire dall’esperienza di «Miseria Ladra», associazioni, enti locali, sindacati, studenti, centri di ricerca e con loro decine di sindaci e giunte comunali dal Nord al Sud del paese si spesero dando vita a un guida di principi irrinunciabili utile per un eventuale articolato di legge da proporre in Parlamento. Nella campagna si chiedeva l’impegno, ad personam, a diversi parlamentari a partire dalla loro firma come sostegno a questa piattaforma che aveva l’intenzione di mettere insieme le diverse proposte in campo e unire le forze politiche e parlamentari intorno a una sola proposta. Una sorta di larga intesa per il diritto al reddito. Un percorso che non poteva finire con un semplice dietrofront delle forze politiche in campo. Da qui la nascita della Rete dei Numeri Pari, che oggi conta più di 400 realtà sparse in tutta Italia. Tre anni dopo quell’incontro, due anni e mezzo dopo quella campagna, un anno dopo la nascita della Rete, finalmente il tema del reddito è al centro del dibattito politico.

Il problema è, però, come l’informazione se ne sta occupando. Invano, lo scorso 14 e 15 febbraio la Rete dei Numeri Pari ha cercato un’interlocuzione con le forze politiche: nessun appello, nessuna chiamata diretta ma un seminario ed una conferenza stampa nazionale «I love dignità» al quale sono intervenuti costituzionalisti come Gaetano Azzariti, magistrati come Giuseppe Bronzini, docenti come Roberto Pizzuti e Tomaso Montanari. Con loro il Basic Income Network-Italia, giornalisti, realtà sociali e di movimento, studenti, parrocchie, cooperative, sindacati. Una sola proposta al centro, unitaria, che risponde alla crisi della democrazia e guarda a una vera forma di protezione sociale: dieci punti per un reddito di dignità. Tutto inutile. La politica era troppo intenta a cercare voti. Il risultato è la triste situazione attuale, con il racconto auto-assolutorio di un «popolo imbecille» che si sarebbe fatto convincere dall’assistenzialismo del M5s.

Di quella sinistra che oggi ride della (finta) notizia delle file ai Caf, al Sud, per chiedere i moduli per il «reddito di cittadinanza» del M5s, nessuna traccia. Un silenzio che spiega, meglio di qualsiasi editoriale, la sconfitta della sinistra all’ultima tornata elettorale. Un terzo del Paese – tra chi è in povertà assoluta, relativa e a rischio esclusione sociale sta gridando aiuto, intrappolato all’interno di un modello economico che per auto-alimentarsi genera diseguaglianze e disoccupazione. In un sistema del genere, la domanda che mettiamo al centro del dibattito politico è: le persone che vivono in povertà hanno diritto a esistere oppure no? Se la risposta è si, e quindi vogliamo riconoscere e garantire lo «ius existentiae», il diritto ad esistere per ogni essere umano, dobbiamo obbligatoriamente pensare a forme di welfare universali, e non selettive come hanno fatto i governi negli ultimi anni; allo stesso tempo diventa indispensabile come avvenuto in tutta Europa introdurre anche nel nostro paese un reddito minimo garantito, e non piccole forme di sostegno che nascondono in realtà lo sfruttamento della condizione di povertà, obbligando chi è già in difficoltà a forme di lavoro (?) che non tengono conto della condizione o del percorso di esperienze personali.

Chi vuole continuare a fare campagna elettorale, faccia pure. Chi punta a portare al centro la questione del reddito come strumento di contrasto alle povertà e alle paure che queste generano, dovrebbe «festeggiare» il fatto che finalmente sui media mainstream si è aperta una crepa. Su questa crepa si potrà e si dovrà costruire iniziativa politica, alleanze, rafforzando la consapevolezza sulle cause della crisi e sulle proposte da mettere in campo. A partire dai dieci punti che definiscono i principi irrinunciabili dei regimi di reddito minimo garantito stabiliti sin dal 1992 dal Parlamento Europeo e dalla Commissione UE. L’obiettivo è restituire dignità a milioni di persone. Il lavoro in questa direzione ci darà l’opportunità di rispondere all’altra sfida posta dalla crisi: coniugare giustizia sociale e dinamismo economico.

* Coordinatore della Rete dei Numeri Pari

© 2018 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

13 Marzo 2018 / by / in ,
Diritto al reddito, oltre le polemiche. Sei anni di battaglie meritano un altro racconto

di Daniele Nalbone (Il Salto)
Alla fine, non poteva mancare l’immancabile Massimo Gramellini a bollare la questione del reddito di cittadinanza come una mera “promessa elettorale”. E poco importa che la notizia delle file ai Caf per chiedere i moduli per avere 780 euro al mese si sia di fatto rivelata una “fake news”. Tanto basta per deridere – per chi non lo sapesse – non solo chi in queste ore chiede una misura i cui principi, ricordiamo, sono stati stabiliti nell’ormai lontano 1992 dal Parlamento europeo e dalla Commissione europea ma le circa 100mila persone che nella primavera del 2015 hanno firmato per la campagna di Miseria Ladra, promossa da Gruppo Abele e Libera, che proponeva dieci punti per arrivare a quello che è stato definito il reddito di dignità.

«Passare all’incasso». «Illusione». Soprattutto l’assunto per cui il «reddito di cittadinanza verrebbe finanziato anche con le mie tasse». La conclusione del solito Gramellini show ignora qualcosa come 18 milioni di persone a rischio di esclusione sociale, tra cui 4.8 milioni di persone (e 1.2 milioni di minori) in povertà assoluta e 9.1 milioni in povertà relativa (sotto la media mensile di reddito 509 euro). Senza considerare gli oltre 4 milioni di working poors ed i milioni di precari a rischio sfruttamento, anche da parte della criminalità. A tutto questo vanno aggiunti tutti i disoccupati, sempre in aumento, che non hanno più diritto di sostegno al reddito. Parliamo, in totale, del 30% della popolazione italiana. Prendere in giro, ridere delle (finte) file ai Caf per i moduli per chiedere il reddito significa ridere di loro.

Singolare, poi, che solo oggi – con il Movimento 5 stelle primo partito d’Italia – la classe politica si sia accorta del tema del reddito. Peccato, però, se ne sia accorta dando una narrazione completamente opposta a quella che meriterebbe. Era il 2012 quando la prima campagna prese piede per introdurre una proposta, seppur iniziale, di reddito garantito. Tutto parte da un principio: quello per il quale nessun essere umano deve “scivolare” sotto una certa soglia economica.

La campagna per il reddito del 2012

Nella prima campagna di raccolta firme per una “legge di iniziativa popolare per il reddito minimo garantito” – iniziata nel giugno 2012 – furono ben 60mila le firme consegnate nelle mani della presidente della Camera, Laura Boldrini, che nell’aprile del 2013 incontrò direttamente i proponenti dicendosi non solo «a favore» di una simile proposta ma che avrebbe fatto in modo che l’aula parlamentare discutesse la legge, «a prescindere dal numero di firme raccolte». Oltre 250 iniziative pubbliche dopo, con associazioni e realtà sociali in giro per l’Italia, cadde il silenzio politico.

La campagna per il reddito del 2015

Tre anni dopo prese corpo una nuova campagna sociale: “100 giorni per un Reddito di Dignità”, promossa proprio da Miseria Ladra. Questa volte le firme furono centomila. Cento giorni il termine entro il quale, l’obiettivo, arrivare a una legge. A partire dall’esperienza di “Miseria Ladra”, associazioni, enti locali, sindacati, studenti e, con loro, sindaci e giunte comunali si spesero dando vita a un “guida di principi irrinunciabili” utile per un eventuale articolato di legge da proporre in Parlamento. Nella campagna si chiede l’impegno, ad personam, a diversi parlamentari a partire dalla loro firma come sostegno a questa piattaforma che aveva l’intenzione di “mettere insieme” le diverse proposte in campo e unire le forze politiche e parlamentari incontro a una sola proposta e arrivare all’approvazione. Una sorta di “larga intesa” per il diritto al reddito.

Le firme di M5s, Sel e Pd. Poi la grande fuga

La proposta, così come indicata dalla piattaforma del Reddito di Dignità ottenne le firme di 35 senatori e 91 deputati del Movimento 5 stelle, 25 deputati e 7 senatori di Sel, 6 deputati e 2 senatori del Pd, più altri parlamentari sparsi. Terminata la campagna dei 100 giorni, il silenzio. Nessuno ha dato più seguito alla proposta. Eppure numerose furono le audizioni alla Commissione Lavoro del Senato e in molte di queste la proposta, ciclicamente, tornò a palesarsi. Nonostante ciò le scelte governative – e qui vale la pena ricordare come al Senato e alla Camera sedevano, nello scranno più alto, due esponenti “di sinistra” come Pietro Grasso e Laura Boldrini – andarono in direzione opposta: prima la Social Card, poi il Reddito di inclusione. La discussione in Parlamento di un tema così centrale per contrastare la crisi e restituire dignità a milioni di persone non è mai stato calendarizzato, nonostante il consenso sociale raggiunto attraverso la campagna per il reddito di Dignità. Eppure la Piattaforma c’è, è ancora lì, a disposizione di coloro che, in Parlamento, nei Consigli regionali, nelle Giunte comunali, vogliano rispolverarla.

Alcuni retroscena

Era il gennaio del 2015 quando Beppe Grillo, Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista e Nunzia Catalfo, il Movimento 5 stelle al gran completo, entrarono nella sede di Libera, a Roma, per incontrare Don Luigi Ciotti e Giuseppe De Marzo, responsabile della campagna Miseria Ladra. Un incontro per cercare una “quadra” su una prima forma reddito minimo garantito, per iniziare a far fare un passo avanti a tutto il paese. Da lì iniziarono una serie di incontri che portarono, come detto, una larga parte del Parlamento a firmare – a tra maggio e giugno – la Piattaforma. Durante la campagna “100 giorni per il reddito” furono molti i comuni, da Asti a Palermo passando per Napoli, a votare delibere di Giunta a favore del reddito. Era qualcosa più di una semplice testimonianza. Il sindaco di Cerveteri Alessio Pascucci (il più applaudito durante la presentazione di Liberi e Uguali, lo scorso 5 dicembre, al Pala Atlantico di Roma), solo per fare un esempio, non solo fece adottare al suo Consiglio una mozione di sostegno alla campagna “100 giorni per un reddito di dignità contro la povertà e le mafie”, ma addirittura inviò una lettera di sostegno ai sindaci e ai consiglieri comunali dei Comuni della Regione Lazio. All’interno il racconto della “giornata tipo” negli uffici comunali.

«Ogni giorno nei nostri uffici incontriamo persone di ogni età che ci chiedono accoratamente un aiuto per riuscire ad arrivare alla fine del mese. Molto spesso ci viene chiesto un posto di lavoro, altre volte un aiuto per pagare l’affitto per non ritrovarsi per strada (…). Tutte richieste relative a necessità primarie e irrinunciabili. Noi, come Sindaci, spesso ci troviamo in forte difficoltà per non saper dare a queste persone delle risposte concrete (…)».

Dopo aver presentato le iniziative della Campagna, l’appello per una Legge sul Reddito Minimo: «Sono convinto che un’iniziativa legislativa di questo tipo, oltre che rappresentare un scelta di grande civiltà sul tema dei Diritti, possa rappresentare anche una strategia concreta di lotta contro la povertà e contro i rischi sociali che si legano, come le attività della criminalità organizzata».

Lo scontro Renzi – Rodotà

Ma proprio il giorno in cui partì la raccolta firme Matteo Renzi, dal palco della festa di Repubblica a Genova, bollò il reddito di Dignità promosso da Miseria Ladra come «incostituzionale». Non solo. «La cosa meno di sinistra che esista». E ancora: «Confermare il principio che l’Italia è il paese dei furbi». Per fortuna ci pensò Stefano Rodotà in persona e rispondergli portando come arma semplicemente la Costituzione, in particolare l’articolo 36: “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Dignità. Ed è sullo Stato che grava il diritto al “reddito” e a carico della fiscalità generale il dovere di garantire a tutti un’esistenza dignitosa, in un’ottica redistributiva. Rodotà, tra i primi a sostenere ed a farsi promotore degli obiettivi della campagna Miseria Ladra, smontò poi anche la definizione di «provvedimento assistenzialista» data dall’allora premier al reddito di Dignità: «Da sempre i diritti sociali svolgono una duplice funzione. Da un lato di “assistenza e sostegno”, la cosiddetta libertà garantita; dall’altro di “abilitazione” alla partecipazione alla vita sociale. Si chiama libertà attiva». Nonostante ciò, dopo quell’affondo di Renzi, uno a uno tutti i parlamentari “di sinistra” che firmarono la Piattaforma scomparvero. Lasciando così il Movimento 5 stelle da solo, nel deserto politico, ad affrontare la questione. E trasformando così la misura di welfare contenuta nella Piattaforma nella misura di workfare della quale tanto si sente parlare in questi giorni.

Il reddito merita un altro racconto

Ora la domanda è: cosa vogliamo fare? Un plurale che non riguarda un generico “noi”, né i giornalisti, né la sinistra. Riguarda “tutti”. Abbandonare il tema del reddito – come fa Gramellini – a un ipotetico voto di scambio, a una mera promessa elettorale, paragonandola al famoso milione di posti di lavoro di berlusconiana memoria, oppure iniziare a discutere di un diritto economico, di contrasto alle povertà, alla precarietà, che rimetta al centro la dignità della persone nell’epoca della finanziarizzazione e delle politiche di austerità che hanno colpito pesantemente le misure di welfare? Perché, per chi non se ne fosse accorto, una proposta sul reddito svincolato dal lavoro rientra pienamente all’interno di un forte dibattito internazionale che si interroga sulla necessità di trovare formule nuove per individuare strumenti di tutela e redistribuzione della ricchezza. Decidete voi. Il dato di fatto è che anche il Kenya, l’India, il Brasile, la Namibia hanno dato vita a sperimentazioni di un reddito di base. Che esperienze virtuose di reddito minimo garantito sono presenti da tempo negli schermi di welfare di tutti i maggiori paesi europei. Poi, a tempo perso, magari qualcuno risponda a una semplice domanda: che fine hanno fatto quei 166 parlamentari che firmarono la Piattaforma con i dieci punti per il reddito di dignità?

I dieci punti per il reddito di dignità

1. Un reddito individuale attraverso l’erogazione di un beneficio in denaro e destinato a sostenere la persona, ricordando che i sistemi di redditi minimi adeguati debbano stabilirsi almeno al 60% del reddito mediano dello Stato membro interessato (come espressamente previsto al punto 15 della Risoluzione del Parlamento europeo del 20 ottobre 2010 sul ruolo del Reddito Minimo, nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa)

2. Individuare i destinatari del Reddito Minimo o di Cittadinanza, considerando che per alcuni è uno strumento di valorizzazione ed autonomia di scelta del proprio percorso di vita, per altri sono necessarie misure di reinserimento sociale e per altri ancora è necessario attivare forme di promozione dell’occupazione.

3. Stabilire una soglia di accesso tale da poter intervenire su tutti coloro che vivono al di sotto di una certa soglia economica (non meno del 60% del reddito mediano equivalente familiare disponibile) ed individuare eventualmente ulteriori interventi specifici, come quelli volti all’affermazione dell’autonomia sociale dei soggetti beneficiari compresi coloro che sono in formazione, cosi da garantire il diritto allo studio e, in particolare, per contrastare la dispersione scolastica e universitaria. Interventi che sono previsti nella maggior parte dei paesi dell’Unione europea sotto la forma di un “reddito di formazione” sia diretto che indiretto che si affianca al reddito minimo o di cittadinanza.

4. I beneficiari dovranno essere residenti sul territorio nazionale.

5. La durata temporale del beneficio sia destinata “fino al miglioramento della propria condizione economica” o comunque ad una replicabilità temporale dell’intervento cosi da non permettere che si rimanga senza alcun sostegno economico.

6. Non contrapporre il Reddito Minimo o di Cittadinanza, e l’integrazione sociale e la garanzia ad una vita dignitosa attraverso l’obbligo all’integrazione lavorativa. In sostanza che “il coinvolgimento attivo non deve sostituirsi all’inclusione sociale e chiunque deve poter disporre di un Reddito Minimo, e di servizi sociali di qualità a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro” (Relazione per Risoluzione europea sul Coinvolgimento delle persone escluse dal mercato del lavoro – 8 aprile 2009);

7. Incentivare la libertà della scelta lavorativacome misura di contrasto dell’esclusione sociale può evitare la ricattabilità dei soggetti in difficoltà economica. In questo caso il concetto di “congruità dell’offerta di lavoro” e non dunque “l’obbligatorietà del lavoro purché sia” può ben riferirsi alla necessità di valorizzare il soggetto beneficiario ed a trovare tutti gli strumenti utili affinché l’integrazione al lavoro tenga conto delle sue esperienze, delle sue capacità e competenze e dunque a non generare comportamenti di vessazione e imposizione verso il beneficiario. Perché “la causa di un’apparente esclusione dal mondo del lavoro può risiedere nella mancanza di sufficienti opportunità occupazionali dignitose piuttosto che nella mancanza di sforzi individuali” (Risoluzione sul Coinvolgimento delle persone escluse dal mercato del lavoro – 8 aprile 2009).

8. Costruire un sistema integrato, oltre l’erogazione del beneficio economico, con le altre misure di welfare sociale e di servizi di qualità con il coordinamento tra gli organi preposti alla loro erogazione (Regioni e Comuni) così da definire un ventaglio di interventi mirati e diversificati a seconda delle necessità e delle difficoltà della persona e che mirano ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa.

9. Affiancare il Reddito Minimo o di Cittadinanza all’individuazione di un progetto di integrazione sociale individuale condiviso con il beneficiario che lo richiede.

10. Rafforzare i servizi e il sistema dei centri per l’impiego pubblici destinandoli a centri per l’impiego ed i diritti in cui potersi rivolgere anche per l’erogazione del Reddito Minimo o di Cittadinanza.

9 Marzo 2018 / by / in ,
Il reddito di cittadinanza del M5s. Welfare o workfare? – il Salto

Cronisti politici e fini analisti da ore vanno cimentandosi nel racconto di un’Italia che, soprattutto al Sud, si è fatta convincere dal “reddito di cittadinanza” del Movimento 5 stelle. Analisi comoda e scontata. Ipotizzare una sorta di “voto di scambio” sul terreno della crisi e dell’inoccupazione è un gioco semplice, di immediato seguito, di base per la chiacchiera da bar. Poi, però, basta chiedere a chi la campagna elettorale l’ha seguita in strada per capire come del “reddito di cittadinanza”, nella realtà, fuori dai social network e da qualche studio televisivo, non c’è quasi traccia.

«Il Movimento 5 stelle ha vinto al Sud perché ha promesso il reddito di cittadinanza» è la frase più abusata. Da qui la domanda ironica di Antonio Musella, cronista di Fanpage: «Ma l’avete seguita la campagna elettorale? Nemmeno a Pomigliano, alla sua prima uscita da vincitore, Di Maio ha parlato di reddito di cittadinanza». Al centro del suo intervento, invece, c’erano i tre pilastri elettorali del Movimento: abolizione dei vitalizi, riduzione degli stipendi dei parlamentari, taglio di 30 miliardi della spesa pubblica intervenendo sugli sprechi. Del reddito di cittadinanza nessuna traccia.

Eppure ovunque si parla di dare i soldi a chi non lavora. Sbagliando lettura, come spiega Roberto Ciccarelli in un lungo articolo su il Manifestonon c’è alcun welfare nella proposta grillina ma puro workfare.

Il reddito immaginato dal M5s è «essenzialmente una politica neoliberista autoritaria basata su un’estremizzazione delle “politiche attive”, stella cometa di tutte le politiche del lavoro di oggi». Tradotto: «Il povero, il precario, il disoccupato devono mostrare la disponibilità a partecipare al grande gioco al massacro del lavoro povero in cambio di un sussidio». Che dire, un capolavoro: partorire un dispositivo liberista, lavorista, facendolo passare per un intervento sociale, di welfare. «Perché il “reddito di cittadinanza” – spiega il giornalista autore del libro Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (ed. Derive Approdi) – promette formalmente una libertà e coinciderà, quando e se sarà applicato, con il suo opposto: l’auto-sfruttamento di masse impegnate a strappare il sussidio in cambio della disponibilità a un lavoro qualsiasi».

Tanto basta per tutte le forze “lavoriste”, sinistra di centro in primis, per ritenerlo impossibile da sostenere a livello economico senza minimamente entrare nell’analisi dello strumento. Paradossalmente dovrebbe essere proprio il Partito democratico a sostenere questa misura che chiuderebbe perfettamente il cerchio con quanto previsto dal Jobs act prima e dal Reddito di inclusione sociale poi. Perché «quello del M5s può essere persino considerato un “lavorismo” al cubo, un’intensificazione del progetto neoliberale presupposto alle stesse politiche attive abbozzate da Renzi. (…) Il problema è che, oggi, la “sinistra” non lo ha capito (…) il paradosso è che se lo capisse, sarebbe persino d’accordo».

Perché una cosa è il reddito universale, individuale, incondizionato, sganciato dal ricatto del “lavoro qualsiasi”. Una cosa è un reddito erogato dietro condizioni fortemente lavoriste. Quello del Movimento 5 stelle è più un ammortizzatore sociale che una vera misura di welfare. Vediamo perché.

Come funziona il reddito di cittadinanza del Movimento 5 stelle e chi ne ha diritto.

Chi avrebbe diritto al reddito di cittadinanza del Movimento 5 stelle? E come funziona? Tutto parte dall’analisi dell’Istat: povero, in Italia, è (sarebbe) chi vive – da solo – con meno di 780 euro al mese. Una soglia, primo punto di contatto con il Rei e primo elemento di “non welfare individuale” come dovrebbe essere un vero reddito di base, che invece varia a seconda dei componenti della famiglia. Se uno dei due componenti familiari guadagna, ad esempio, 1.000 euro al mese all’altro componente spetterebbero solo 560 euro (780 x 2 – 1000).

I requisiti per avere diritto al reddito di cittadinanza sono tre:
– avere più di 18 anni;
– essere disoccupati o inoccupati;
– avere un reddito (di lavoro o pensione) inferiore alla soglia di povertà in Italia stabilita dall’Istat (oggi 780 euro).

Il problema sta nell’elenco di regole che bisogna seguire per mantenere il diritto al sussidio: è qui che sparisce il welfare, sostituito dal workfare.

1. Il beneficiario, esclusi i soggetti in età pensionabile, deve fornire immediata disponibilità al lavoro presso i centri per l’impiego.
2. Entro sette giorni dovrà intraprendere un percorso di accompagnamento all’inserimento lavorativo.
3. Il beneficiario ha l’obbligo di comunicare tempestivamente agli enti preposti ogni variazione della situazione reddituale, patrimoniale, lavorativa, familiare che comporti la perdita del diritto a percepire il reddito di cittadinanza o che comporti la modifica dell’entità dell’ammontare del reddito di cittadinanza percepito. Il beneficiario, anche nel periodo in cui sussiste il diritto al beneficio, è tenuto a rinnovare annualmente la domanda di ammissione.
4. «In coerenza con il profilo professionale del beneficiario e (…) in base agli interessi e alle propensioni emerse nel corso del colloquio sostenuto presso il centro per l’impiego, il beneficiario è tenuto ad offrire la propria disponibilità per la partecipazione a progetti gestiti dai comuni, utili alla collettività, in ambito culturale, sociale, artistico, ambientale, formativo e di tutela dei beni comuni, da svolgere presso il medesimo comune di residenza o presso quello più vicino che ne abbia fatto richiesta, mettendo a disposizione un numero di ore compatibile con le altre attività del beneficiario stabilite dalla presente legge e comunque non superiore al numero di otto ore settimanali».

Obblighi per mantenere il diritto al reddito di cittadinanza.

1. Fornire disponibilità al lavoro presso i centri per l’impiego e accreditarsi sul sistema informatico nazionale per l’impiego.
2. Sottoporsi al colloquio di orientamento.
3. Accettare espressamente di aver avviato un progetto individuale di inserimento o reinserimento nel mondo del lavoro.
4. Seguire il “percorso di bilancio previsto” e redigere, con il supporto di un operatore, il “piano di azione individuale funzionale all’inserimento lavorativo”.
5. Svolgere con continuità un’azione di ricerca attiva del lavoro «documentabile attraverso l’accesso al sistema informatico nazionale per l’impiego e la registrazione delle azioni intraprese anche attraverso l’utilizzo della pagina web personale». L’azione di ricerca attiva del lavoro non può essere inferiore a due ore giornaliere.
6. Recarsi almeno due volte al mese presso il centro per l’impiego.
7. Accettare espressamente di essere avviato ai corsi di formazione o riqualificazione professionale. Tali corsi si intendono obbligatori.
8. Sostenere colloqui psico-attitudinali ed eventuali prove di selezione finalizzate all’assunzione.

Cause di decadenza del beneficio del reddito di cittadinanza

1. Non ottempera agli obblighi.
2. Sostiene più di tre colloqui di selezione con palese volontà di ottenere esito negativo, accertata dal responsabile del centro per l’impiego attraverso le comunicazioni ricevute dai selezionatori o dai datori di lavoro.
3. Rifiuta più di tre proposte di impiego ritenute congrue.
4. Recede senza giusta causa dal contratto di lavoro per due volte nel corso dell’anno solare.

Quando una proposta di impiego è “congrua”

1. Quando è attinente alle propensioni, agli interessi e alle competenze acquisite dal beneficiario nel corso del colloquio di orientamento.
2. Quando la retribuzione è maggiore o uguale all’80 per cento di quella riferita alle mansioni di provenienza.
3. Quando il luogo di lavoro non dista oltre 50 chilometri dalla residenza ed è raggiungibile con i mezzi pubblici in un arco di tempo non superiore a ottanta minuti.

Tutto da buttare? Non proprio. Da riprendere è quel percorso interrotto ben prima della campagna elettorale dagli allora parlamentari di Sele da parte del Partito democratico che si sono “sfilati” dalla proposta, frutto di una mediazione, che aveva visto la partecipazione attiva della Rete dei Numeri Pari e di Libera, con la campagna Miseria Ladra. Da quella mediazione era uscita una proposta dalle caratteristiche ben diverse: reddito individuale, ancorato al 60% del reddito mediano pro-capite del Paese, senza alcun “ricatto” lavorativo. Il dietrofront di Sel e di quella parte del Pd che mostrò attenzione alla questione del reddito di cittadinanza portò il M5s a rinculare sulla proposta di partenza: più workfare e meno welfare.

 

«Da 5 anni portiamo avanti, come altri prima di noi, una battaglia fondamentale per la democrazia» commenta Giuseppe De Marzo della Rete dei Numeri Pari. «Oggi questa battaglia è ancora più necessaria per rispondere alla crisi che produce povertà ed esclusione sociale. Un vero reddito di cittadinanza è l’unica risposta possibile alla crisi, allo sfruttamento e, elemento non considerato guardando soprattutto al Sud, al contrasto alle mafie». Per questo non è il momento delle barricate sul tema. Anzi. «Speriamo che la nostra proposta, che ricordiamo è stata a suo tempo firmata dal Movimento 5 stelle su “via libera” di Beppe Grillo, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista in persona, venga ripresa». È da lì che si deve ripartire per costruire una proposta distrutta dal disinteresse, o dalla paura (?), di chi nel vecchio Parlamento sedeva a sinistra e che ha portato il Movimento 5 stelle a tornare indietro sulla propria proposta iniziale. «Così come emerso dal seminario sul reddito dello scorso 14 febbraio  “I Love Dignità” nel quale si sono confrontati costituzionalisti come Gaetano Azzariti, magistrati come Ernesto Bronzini e movimenti per l’abitare, studenti, sindacati» conclude De Marzo «auspichiamo un incontro, un tavolo di discussione e proposta, con chi governerà». Ne va delle sorti del Paese.

 

Qui  l’articolo di Daniele Nalbone per il Salto.

8 Marzo 2018 / by / in ,