25 aprile, “la Liberazione non è completa fino a quando non si garantiscono i diritti sociali e il reddito di dignità”

25 aprile, “la Liberazione non è completa fino a quando non si garantiscono i diritti sociali e il reddito di dignità”

Da Il Fatto Quotidiano, articolo di Chiara Brusini

La Liberazione non sarà completa fino a quando non saranno garantiti diritti sociali minimi anche ai 4,7 milioni di italiani che vivono sotto la soglia di povertà assoluta. E’ partito da questa considerazione, che richiama alla mente il discorso sulla Costituzione di Piero Calamandrei, il tour siciliano della Rete dei numeri pari. Che il 25 aprile ha ricordato la Resistenza discutendo a Palermo – dove in testa al corteo c’era il sindaco Leoluca Orlando – di diritto alla casa, servizi pubblici e soprattutto reddito minimo garantito. Secondo la Rete, nata lo scorso anno su impulso di gruppo Abele Libera di Don Ciotti e della Rete della Conoscenza, occorre riconoscere a ogni cittadino un “reddito di dignità“, non condizionato alla ricerca di lavoro e pari al 60% del reddito mediano pro capite – circa 800 euro al mese – come previsto dalle raccomandazioni del Parlamento europeo sulla base della Carta di Nizza.

“Il fatto che in Italia ci siano quasi 5 milioni di poveri assoluti e 9 milioni di persone in povertà relativa è illegale, perché lo Stato non sta garantendo i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione”, attacca Giuseppe De Marzo, coordinatore nazionale del movimento, a cui hanno aderito centinaia di associazioni, cooperative, onlus e progetti di mutualismo sociale. “Per tutelare l’intangibilità della dignità umana, che era il fine ultimo della Carta uscita dalla Seconda guerra mondiale, i costituenti decisero di accettare l’economia di mercato ma affermare in parallelo la tutela dei diritti sociali. Solo che le politiche di austerità se li sono mangiati e mentre i miliardari italiani triplicavano sono triplicati anche i poveri assoluti. Il buco della crisi finanziaria lo stanno pagando i più deboli: nel 2010, 300 economisti in una lettera aperta avvertirono governo e Parlamento che la strategia “lacrime e sangue” avrebbe fatto salire la disoccupazione e compresso ulteriormente i redditi. Non sono stati ascoltati. Ora, per attualizzare i valori della Resistenza, le politiche sociali vanno modificate. E si deve partire dal reddito per tutti”.

Il Reddito di inclusione (Rei) messo in campo dal governo Gentiloni attuando un ddl di Renzi non ha nessuna delle caratteristiche indispensabili secondo la Rete. “Al contrario: è famigliare invece che individuale, è ampiamente sottofinanziato, va solo a un terzo di quanti ne avrebbero diritto e crea un meccanismo di vessazione del beneficiario perché, per esempio, il limite Isee è così basso che se tuo figlio ha il motorino te lo tolgono. E per non perderlo sei obbligato ad accettare offerte di lavoro non legate al tuo percorso formativo. In più dura solo 12 mesi rinnovabili per altri sei. Poi basta, anche se alla fine di quel periodo la tua condizione non è migliorata. Così si istituzionalizza la povertà”. La proposta della Rete si differenzia però anche dal reddito di cittadinanza ipotizzato dai 5 Stelle: il reddito di dignità, spiega Di Marzo, dovrebbe essere “del tutto incondizionato”. L’inclusione sociale e lavorativa dovrebbe procedere su un binario parallelo, senza che il lavoro “purchessia” diventi un requisito costringendo a dire di sì a proposte non dignitose o lontanissime dalle competenze del beneficiario.

E le coperture? “Secondo l’Istat ci vogliono 15 miliardi: per gli 80 euro, che hanno avuto un impatto minimo sulla domanda, ne spendiamo più di 9. E ben 12,5 miliardi sono andati agli sgravi per le assunzioni con il nuovo contratto a tutele crescenti, che non hanno diminuito la precarietà né la povertà. Ci sono tante poste di bilancio usate male che possono essere riallocate”. Accanto al reddito occorrono poi servizi sociali di qualità forniti dagli enti locali: per garantirli, secondo la Rete, le relative spese dovrebbero essere escluse dal Patto di stabilità interno.

“In Sicilia vogliamo anche verificare se c’è spazio per una proposta di legge di iniziativa popolare sul welfare municipale. Servono 10mila firme”, anticipa De Marzo durante la seconda tappa del tour siciliano partito da Agrigento, dove la gestione idrica è oggetto di un’inchiesta che ipotizza l’associazione a delinquere. “Non a caso al centro dell’incontro di Agrigento abbiamo messo il tema dell’acqua pubblica: anche le ingiustizie ambientali generano povertà e disuguaglianza. A Milazzo e Messina ci concentreremo sulla lotta contro gli inceneritori, un’altra faccia di queste imgiutizie. Nelle scuole, poi, abbiamo parlato di lotta alla mafia e alla corruzione, direttamente legate al reddito di dignità. Perché, come diceva Pio La Torre, la giustizia sociale è la precondizione per sconfiggere le mafie”.

25 Aprile 2018 / by / in
Finlandia: novità dalla sperimentazione per il reddito di base

Da Basic Income Network News

La sperimentazione del reddito di base finlandese procede come previsto, tuttavia, dopo la richiesta di continuare il progetto allargando la platea, il governo anticipa le sue intenzioni dichiarando di non volerlo prolungare. Da gennaio 2017, un campione casuale di 2.000 disoccupati di età compresa tra 25 e 58 anni ha ricevuto un reddito di base incondizionato di 560 euro mensili. Tutti i destinatari, anche coloro che nel contempo hanno trovato lavoro, hanno continuato a ricevere lo stesso importo.

Secondo Kela, l’agenzia di sicurezza sociale finlandese, che sta curando la sperimentazione, i risultati cominceranno ad essere analizzati solo all’inizio del 2019 (data già concordata per la fine della sperimentazione) e alla loro pubblicazione all’inizio del 2020. Malgrado dunque non vi siano ancora i risultati definitivi della sperimentazione, il governo ha rifiutato la richiesta di finanziamenti extra da parte di Kela, di altri 40 milioni di euro, necessari ad estendere la sperimentazione ed ampliare la platea. Infatti Kela avrebbe voluto iniziare la sperimentazione anche sulle persone in attività lavorativa.

Come già noto, lo scopo dell’esperimento è valutare il comportamento dei partecipanti (al momento solo disoccupati) in termini di approccio all’occupazione, al risparmio economico in merito ad altri sistemi di sostegno al reddito e alle forme di inserimento sociale e di auto attivazione delle persone. A tal fine vengono presi in considerazione questionari e interviste, ma solo quando l’esperimento sarà finito, dicono da Kela, si avranno i risultati ufficiali di come è andata la sperimentazione. “La tempistica della raccolta dei dati richiede una pianificazione dettagliata e una valutazione dei fattori e dei criteri da analizzare, nonché una valutazione dell’impatto potenziale delle varie fasi dell’esperimento” ricorda Kela. Tuttavia, il governo di centro destra finlandese ha ribadito l’intenzione di non dare seguito alla sperimentazione dopo il 2018. Infatti, secondo Miska Simanainen, ricercatrice di Kela, “in questo momento, il governo vorrebbe apportare cambiamenti alla stessa sperimentazione”, verso un “modello di attivazione al lavoro” più simile alle misure di workfare come l’universal credit inglese che ha ridotto di gran lunga le misure di sostegno al reddito presenti nel paese da decenni. Questa misura introdotta nel 2013 prima e poi aggiornata nel 2015, è stata il punto centrale nella riforma del welfare inglese. Infatti l’ universal credit ha eliminato 6 forme di sostegno al reddito (dai benefici per l’affitto al sussidio di disoccupazione) riducendola ad un’unica misura meno generosa dal punto di vista economico e molto condizionata, sia per l’accesso che per l’obbligo ad accettare qualsiasi lavoro proposto dai job center.

Le modifiche proposte dal governo finlandese dunque vorrebbero introdurre alcune restrizioni destinate in particolare a ridurre il sistema dei benefit dell’assistenza sociale, in particolare se i beneficiari alle misure di welfare non dimostrano di lavorare almeno 18 ore ogni tre mesi. Questi cambiamenti subentrano anche per la fase di sperimentazione del reddito di base e non corrispondono, anzi sono totalmente contrapposti, a quelle che erano le indicazioni iniziali per sperimentare il reddito di base. Infatti Kela ricorda che le modifiche alla sperimentazione avrebbero dovuto allargare la platea delle persone ed arrivare ad includere anche coloro che hanno un lavoro, consentendo cosi di acquisire informazioni utili sulla capacità\possibilità delle persone di poter cambiare anche lavoro o scegliere di fare altre esperienze di vita, come la formazione o riprendere percorsi educativi.

Secondo Olli Kangas , uno dei responsabili di Kela per la sperimentazione del reddito di base, poter rinnovare la sperimentazione significherebbe “avere più tempo e più denaro per ottenere risultati più affidabili”. Purtroppo, sempre secondo Kangas, “sembra che l’entusiasmo iniziale del governo stia evaporando” e virare proprio ora e senza avere a disposizione i risultati finali, verso un’ universal credit come in Inghilterra “è deludente” dice alla BBC.

L’idea iniziale della sperimentazione era arrivare anche ad includere altre valutazioni, come ad esempio in Ontario in Canada, in cui gli obiettivi fossero anche comprendere come e se le condizioni di vita delle persone migliorino ad esempio in merito alla cura ed alla salute, all’istruzione, alla sicurezza economica, alle forme di attivazione sociale o lavorativa etc. In Finlandia invece, non realizzando un ulteriore periodo sperimentale, pare che l’obiettivo sia solo quello di verificare se le persone entrano nel mondo del “lavoro formale” o meno.

Dunque il governo di centro destra pare deciso a non allargare la platea dei beneficiari e continuare la sperimentazione, e pur non avendo ancora i risultati definitivi (che si avranno come detto solo a fine progetto dunque nel 2019) sembra deciso a seguire le formule inglesi del universal credit, una unica misura di sostegno al reddito con l’obbligo ad accettare qualsiasi lavoro.

Maggiori informazioni su:

Il sito ufficiale di KELA e della sperimentazione del reddito di base

Basic Income Earth Network

I primi risultati non ufficiali della sperimentazione

Un articolo dell’Indipendent sui primi risultati: “il reddito di base elimina l’ansia della disoccupazione”

L’esperimento reddito di base continuerà per un altro anno – Analisi degli effetti avrà inizio nel 2019 , Kela, 25 ° gennaio 2018

Esperimento Basic Income al punto a metà strada, Kela, 18 ° dicembre 2017 Kate McFarland

Finlandia: primi risultati dello studio pilota? Non esattamente , Basic Income News, 10 ° Maggio 2017

La Finlandia sta uccidendo il suo esperimento di reddito di base di fama mondiale, Business Insider – Nordic, 20 ° aprile 2018

24 Aprile 2018 / by / in
Reddito di base, che cosa è successo in Finlandia: il test continua, cambiano i requisiti per i sussidi ai disoccupati

Nessuna marcia indietro. Lesperimento finlandese del reddito di base continuerà fino a fine 2018, come previsto. E l’anno prossimo gli analisti della Kela, l’agenzia governativa che gestisce sussidi e programmi di sicurezza sociale, analizzeranno i risultati. L’unico cambiamento rispetto al piano iniziale è che nel progetto non verranno inclusi anche cittadini che un lavoro ce l’hanno: continueranno a ricevere i 560 euro al mese – senza nessun requisito – solo i 2mila disoccupati estratti a sorte all’inizio del 2017. Una svolta nel welfare di Helskinki, è vero, c’è stata, ma riguarda gli altri benefit previsti per i senza lavoro. Che da inizio aprile devono provare di essersi concretamente attivati per trovare un’occupazione, pena un taglio del sussidio limitato comunque a 32 euro al mese su quasi 700 euro totali. Per mantenere l’aiuto, peraltro, basta dimostrare di aver lavorato almeno 18 ore in un periodo di tre mesi.

 Nei giorni scorsi Business Insider Nordic ha pubblicato un pezzo intitolato La Finlandia uccide l’esperimento sul reddito di base famoso nel mondo. L’articolo parte da un’intervista al quotidiano Svenska Dagbladet di Miska Simanainen, ricercatore del Kela, che lamenta come il governo stia “attuando delle modifiche che stanno allontanando il sistema dal modello del reddito di base”. E cita anche Olli Kangas, uno degli accademici che hanno ideato il sistema, secondo cui “due anni sono un arco temporale troppo breve per stilare conclusioni soddisfacenti da un esperimento così vasto”. Il pezzo è stato ripreso da agenzie stampa e quotidiani italiani, che hanno tradotto i contenuti dell’articolo come un “flop” del reddito incondizionato. Tema politicamente sensibile, durante le trattative per la formazione del governo, visto che il reddito di cittadinanza è stato in campagna elettorale il cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle mentre Silvio Berlusconi last minute ha lanciato l’idea di un “reddito di dignità” e il Pd rivendica il reddito di inclusione che copre però solo una piccola parte di quanti ne avrebbero bisogno.

Di fatto, l’orizzonte temporale di due anni era previsto fin dall’inizio dell’esperimento finlandese. Che continuerà fino a dicembre 2018, come confermato a gennaio da Kela. Entro fine 2019 saranno pubblicati i risultati: si andrà a guardare quanti tra i 2mila selezionati lavorano, anche part-time, se il loro benessere generale è aumentato, se l’ansia legata alla disoccupazione è diminuita grazie alla sicurezza di un reddito. Una volta conclusa la sperimentazione, ha anticipato il ministro delle Finanze Petteri Orpo, ne partirà un’altra incentrata su un unico ‘universal credit‘ analogo a quello introdotto nel 2013 in Gran Bretagna al posto di una serie di sussidi diversificati come quello per la casa e quelli di sostegno al reddito.

Nel frattempo, lo scorso dicembre, l’esecutivo guidato da Juha Sipilä (Partito di Centro) ha varato modifiche allo schema dei sussidi di disoccupazione “classici”, introducendo tra i requisiti un minimo di ore lavorate (18 nel corso del trimestre) o in alternativa un introito minimo – 240 euro – da attività in proprio o cinque ore di frequenza ad attività di promozione dell’occupabilità presso enti locali, sindacati, ong e associazioni non profit. In caso contrario si rischia una decurtazione del 4,65% sull’ammontare del sussidio. Condizioni non particolarmente stringenti, dunque, ma che secondo il governo dovrebbero contribuire a ridurre il tasso di disoccupazione. Il ministero degli Affari sociali, peraltro, ha fatto sapere che a fronte della stretta aumenteranno gli stanziamenti per i sostegni al reddito indipendenti dallo stato di disoccupazione. I finlandesi comunque si sono mobilitati contro la nuova legge: una petizione che ne chiede il ritiro – lamentando che in questo modo si forzano i senza lavoro ad accettare lavoretti poco pagati – ha totalizzato 50mila firme ed è stata depositata in Parlamento all’inizio di marzo.

Da Il Fatto Quotidiano

24 Aprile 2018 / by / in
La dignità passa da un reddito

Da Il Fatto Quotidiano

E’ obbligo della Repubblica ed è nostra corresponsabilità costruire e promuovere soluzioni e strumenti che rispondano all’urgenza di garantire a tutti e tutte il “diritto all’esistenza”.Siamo partiti da qui cinque anni fa quando l’aumento della povertà e delle disuguaglianze nel nostro paese iniziava a raggiungere numeri mai visti nella storia repubblicana. La proposta di introdurre anche nel nostro paese una forma di sostegno al reddito, che abbiamo chiamato Reddito di Dignità, risponde a questa esigenza irrinunciabile. E l’abbiamo fatto non solo per quello che la Carta definisce “obbligo alla solidarietà”, ma perché convinti che l’introduzione del Reddito di dignità sia l’unica strada per garantire nell’attuale ordinamento protezione adeguata alla persona ed ai sistemi produttivi.

Quella proposta è stata costruita insieme a centinaia di associazioni, cooperative, parrocchie, comitati, istituzioni locali, centri di ricerca, cercando di valutare le esperienze migliori, i limiti ed i vantaggi. Sulla nostra proposta convergevano nello scorso Parlamento il gruppo del M5S, gli ex Sel ed una parte minoritaria del Pd. Nonostante questo, il Parlamento e i governi di questi ultimi anni hanno accuratamente evitato di discutere in Aula qualsiasi proposta. I risultati sono senza precedenti: quasi 5 milioni di persone in povertà assoluta, 9 in povertà relativa, oltre 18 a rischio esclusione sociale, 12 che hanno smesso di curarsi, 5 workingpoors, più di un milione di minori in povertà assoluta, il 48% di analfabeti funzionali, il 17,6% di dispersione scolastica. Eppure, con la crisi il numero dei miliardari è triplicato mentre le mafie continuano a fare affari ancor più di prima.

I soldi per il reddito di dignità ci sono. Abbiamo calcolato, incrociando i dati Istati con quanto stabilito dall’art.34 della Carta di Nizza, che la cifra necessaria sia intorno ai 15 miliardi. Per finanziarlo possiamo ad esempio usare i 9,1 miliardi di euro utilizzati per gli 80 euro, che non sono andati agli incapienti e non hanno avuto nessun impatto sulla domanda aggregata. Così come i 12,5 miliardi di decontribuzione fiscale regalati per il Job Act, non hanno avuto l’effetto di creare buona occupazione e potrebbero essere utilizzati diversamente. Senza nuove tassazioni ed attraverso la fiscalità generale possiamo investire come avviene in altri paesi la somma necessaria per restituire dignità a milioni di cittadini, rilanciando domanda aggregata e coesione sociale. La piena occupazione, vista come soluzione alternativa, è una presa in giro perché non è mai esistita in regime capitalistico. Contrapporre ancora il reddito al lavoro come se fossimo nell’ottocento e non ci fossero stati cambiamenti epocali è una fesseria. Reddito e lavoro possono e devono essere coniugati insieme.

C’è una relazione dunque tra aumento delle disuguaglianze, politiche di austerità, rafforzamento delle mafie, aumento della corruzione, crescita delle paure e della xenofobia. Quello che deve preoccuparci è che chiunque andrà al governo nel nostro paese ha già annunciato che continuerà con le politiche di austerità, con i tagli al sociale, con il rientro ottuso sul debito senza porsi domande del perché sia esploso proprio nel 2011. Il governatore Visco lo scorso 10 febbraio ha confermato in conferenza stampa che “nessuno toccherà il vangelo delle riforme che serve a garantire la crescita”. L’austerità serve dunque a garantire un tipo di crescita che è la più bassa d’Europa, ci fa produrre solo per le esportazioni, ci impedisce di immaginare una nuova base produttiva ecologicamente orientata, arricchisce quelli già ricchi e continua ad impoverire ceti medi e popolari.

Il tema resta in tutta la sua enormità: se si vuole fare il reddito minimo garantito o iniziare a introdurre forme di reddito di base, bisogna distaccarsi dalle politiche di austerità e riformare in maniera innovativa il welfare, rimettendo al centro le politiche sociali. L’Italia è l’unico paese nell’UE a non avere una misura di sostegno al reddito. Il Reddito di inclusione (Rei) introdotto dal governo Renzi non può essere definito come tale perchè seleziona solo una parte dei poveri assoluti senza peraltro garantire loro la realizzazione di un’esistenza libera e dignitosa, come ci dice la normativa europea sul reddito fin dagli anni ’90.

La nostra proposta in 10 punti è coerente con le indicazioni sovranazionali e le esperienze nazionali già in vigore perché pone al centro la valorizzazione e l’autonomia di scelta del proprio percorso di vita. Ma soprattutto salvaguardia i principi irrinunciabili che caratterizzano un regime di reddito minimo garantito, così come stabilito dalle istituzioni europee, a partire dalle risoluzioni e raccomandazioni che si sono succedute dal 1992 ad oggi. Tra questi principi irrinunciabili vi sono: 1) l’individualità della misura; 2) la non vessazione del beneficiario attraverso stringenti contropartite e forme di condizionamento; 3) l’accessibilità per coloro che ne hanno diritto; 4) la residenza e non la cittadinanza; 5) il diritto a servizi sociali di qualità oltre al beneficio economico; 6) la durata; 7) l’ammontare del beneficio.

Su questa proposta c’è bisogno di aprire un grande dibattito dentro e fuori dal Parlamento, che sia innanzitutto non tecnico, ma su che idea di società, di civiltà e di paese vogliamo costruire. Per leggere la complessità ma anche le opportunità della fase storica in cui siamo.

Di Giuseppe De Marzo, coordinatore Rete Numeri Pari

23 Aprile 2018 / by / in
Rete dei Numeri Pari, dal 23 al 27 aprile il “tour” della Sicilia

Un vero e proprio tour quello che si terrà in Sicilia dal 23 al 27 aprile.

A tutti gli incontri sarà presente Giuseppe De Marzo, coordinatore nazionale della Rete dei Numeri Pari. Al centro dei dibattiti diritto alla casa, servizi pubblici e reddito minimo garantito.

Ed è proprio su questo tema che si terranno importanti approfondimenti partendo dalla proposta del “Reddito di dignità“, analizzando “cos’è e come si costruisce uno strumento contro disuguaglianze, mafie e povertà”.

Queste le tappe delle assemblee e degli incontri:

Agrigento

23 aprile
ore 18 c/o Circolo Culturale Pasolini

24 aprile
ore 10 c/o Liceo “R.Politi”

Palermo

25 aprile
ore 10 Corte dal Giardino Inglese
pomeriggio in Piazza Casa Professa/Pranzo sociale/ dibattito

Messina

26 aprile
ore 18 Palacultura Antonello – incontro con le reti sociali

Scicli

27 aprile
ore 18 c/o Casa dell Culture

19 Aprile 2018 / by / in
POVERI A TORINO: DATI E AZIONI DI CONTRASTO

RETE DEI NUMERI PARI
nodo di Torino

POVERI A TORINO
Dati e azioni di contrasto

seminario

sabato 21 aprile 2018 – ore 9.00-13.00
Fabbrica delle E – corso Trapani 91 – Torino

introduce e coordina
Livio Pepino (Rete Numeri Pari)

ore 9,30
interventi introduttivi
Antonella Meo e Sandro Busso (Università di Torino)
Pierluigi Dovis (Caritas diocesana Torino)
Uberto Moreggia (Servizio prevenzione fragilità sociali, Comune Torino)

ore 10.30-12.30
dibattito

ore 12.30
conclusioni
Leopoldo Grosso (Gruppo Abele, Rete Numeri Pari)
è previsto l’intervento dell’Assessore alle politiche sociali, educative e di cittadinanza Sonia Schellino

19 Aprile 2018 / by / in
20 APRILE – LA COSTITUZIONE ALLA PROVA DEL 70° ANNIVERSARIO

ASSOCIAZIONE SALVIAMO LA COSTITUZIONE: AGGIORNARLA NON DEMOLIRLA

Convegno

La Costituzione alla prova del 70° anniversario

20 aprile 2018
ore 10.00 – 14.00
Sala Giuseppe Di Vittorio – CGIL Nazionale Corso d’Italia 25, Roma

Presiede

Prof. Alessandro Pace

Relazioni

Prof. Carlo Smuraglia – Lo ‘spirito’ costituzionale

Prof.ssa Michela Manet – I diritti costituzionali

Prof. Massimo Siclari – L’organizzazione costituzionale

Prof. Renato Balduzzi – L’autonomia costituzionale

Dibattito

Conclusioni

Prof. Gaetano Azzariti

Hanno assicurato la partecipazione

Francesca Chiavacci (Arci) – Giuseppe De Marzo (Libera) – Rossana Dettori (Cgil) – Patrizio Gonnella (Antigone) – Raniero La Valle (Comitati Dossetti) – Tommaso Montanari (Libertà & Giustizia) – Massimo Villone (Coordinamento per la Democrazia Costituzionale)

19 Aprile 2018 / by / in
Come investono i Comuni italiani: “Milano batte Roma 11 a 1”

Da Il Sole 24 ore

La rete stradale di Milano e la Tramvia di Firenze. Sono la viabilità e i trasporti a segnare le differenze tra i bilanci dei Comuni, separando le città che provano a spingere sugli investimenti da quelle che viaggiano su una gestione “ordinaria”.

Il risultato è che i numeri dei preventivi 2018 appena approvati dalle città (la scadenza era il 31 marzo) indicano che in rapporto agli abitanti Milano batte Roma 11 a 1 nei programmi di investimento, e che le spese correnti dominano anche a Torino e Bologna. Qualche sorpresa arriva dai conti di Napoli, che stando ai programmi ha in proporzione il costo del personale più leggero fra le grandi, mentre rientra fra i fenomeni più prevedibili il dominio fiorentino nella spesa per i beni culturali o quello milanese alla voce «sviluppo economico».

I numeri dei conti
Le cifre che riempiono i grafici sono tratte dai preventivi delle città maggiori (Palermo manca all’appello perché il bilancio è in ritardo), e mettono a confronto i programmi che le amministrazioni locali hanno saputo o potuto mettere in campo in un quadro di finanza locale che finalmente ha trovato un po’ d’ordine dopo gli anni difficili dei tagli e del patto di stabilità. Certo, si tratta di progetti, e bisognerà vedere a consuntivo l’effettiva capacità di tradurre in pratica i piani e le ambizioni scritte nei conti: ma le centinaia di tabelle dei preventivi, che quasi nessuno legge nonostante la pubblicazione su Internet imposta dalle leggi sulla trasparenza, sono il cuore della politica locale perché traducono in cifre le scelte (e le eredità) delle amministrazioni. I singoli numeri dipendono da mille variabili, anche congiunturali, ma è il loro insieme a definire pesi e misure dell’attività amministrativa. E a indicare che i Comuni italiani sono molto diversi fra loro.

Spese fisse e investimenti
Il primo dato chiave è quello degli investimenti, ed è qui che il derby Roma-Milano mostra il risultato più plateale. La Capitale ha messo in programma per quest’anno una spesa da 467,5 milioni di euro, che significano 163 euro ad abitante e una flessione del 15% rispetto al preventivo dello scorso anno. A Milano la stessa casella registra 2,41 miliardi (-3,1% rispetto alle previsioni 2017), cioè 1.786 euro ad abitante: 11 volte tanto il dato capitolino. Per centrare l’obiettivo, Palazzo Marino dovrà riuscire anche a portare al traguardo l’ambizioso piano di alienazioni immobiliari che dovrebbe portare in cassa 834 milioni. Anche perché lo stock di debito già accumulato nel passato costa già 205 euro ad abitante fra interessi e quota capitale.

Una distanza di valori così stellare si spiega con la diversa struttura dei due Comuni, plasmata dal territorio (Roma è grande oltre sette volte Milano) e soprattutto con una storia che negli anni ha schiacciato il Campidoglio sotto il peso di una spesa corrente rigida e di una difficoltà amministrativa a programmare e realizzare nuove opere. Se il bilancio, complici anche i buchi nella riscossione, riesce a reggere a stento i 4,7 miliardi di spesa corrente che se ne vanno ogni 12 mesi,e che rappresentano il 91% della torta, per gli investimenti resta poco fiato. E le conseguenze pratiche si incontrano per esempio per strada, cioè alla voce «trasporti e mobilità», a cui Roma dedica 293 milioni in conto capitale contro gli 1,34 miliardi di Milano (cifra che non considera i costi della nuova linea metropolitana, la M4, che transitano per la società di scopo in cui Palazzo Marino ha i due terzi delle quote). Forte anche la spesa di Firenze, che nel 2018 registra però una gobba legata alle vicende contabili dell’investimento nella tranvia: la spesa in conto capitale di quest’anno a Firenze vola a 629 milioni, contro i 270 dell’anno scorso, ma ridiscenderà ai livelli ordinari dal 2019. A Torino, invece, gli investimenti sono tenuti bassi anche dal livello di indebitamento raggiunti dal Comune negli anni delle trasformazioni urbane e delle Olimpiadi invernali, che non lascia molto spazio a nuovi slanci.

Dove vanno i soldi locali
Ma i bilanci locali, trasformati dalla riforma contabile, dicono molto di più. L’articolazione per «missioni», cioè per i diversi settori di attività a cui vengono destinate le risorse, permette di misurare l’impegno finanziario dedicato alle ramificazioni di un ente come il Comune che entra in tutti i campi della vita dei cittadini. Anche in questo caso le cifre sono il frutto di un mix fra storia, scelte politiche e possibilità pratiche; e in rapporto alla popolazione, Milano spende più delle altre città per quasi tutte le principali missioni. A parte il capitolo «trasporti», dove pesano anche il criterio di calcolo dei costi al lordo e il fatto che la rete dell’Atm serve un hinterland fitto di Comuni chiamati a rimborsare parte della spesa (fenomeno che si vede sul lato delle entrate), Palazzo Marino è in testa in voci chiave come la gestione del territorio e l’ambiente, che contempla anche la raccolta e smaltimento dei rifiuti, fino allo sviluppo economico (servizi alle imprese, al commercio e così via) e al welfare locale. Due sono invece i primati fiorentini. Oltre a quello sui beni culturali, facile da spiegare, va segnalata la spesa per «giovani e sport», dove il capoluogo toscano batte tutte le città del Nord mentre Roma chiude con soli 4 euro ad abitante.

Dare e avere
I diversi livelli di attività si riflettono in modo diretto nei costi del personale, che a Milano sono più pesanti che altrove (471 euro a cittadino), pur essendo per quest’anno previsti in leggera discesa (-4,1%) nonostante il rinnovo dei contratti. In coda, con 325 euro, c’è Napoli, dove la cura portata dai molteplici tentativi di rientro dal rischio dissesto su cui la città balla ininterrottamente dal 2012 ha limitato organici e turn over, senza però finora riuscire a riavviare il funzionamento della macchina comunale

Del resto proprio il rapporto fra il «dare» dei costi pubblici e l’«avere» dei servizi per motivare il giudizio (e i voti) dei cittadini restano i grandi assenti nella finanza locale. Anni di cantiere su federalismo fiscale e fabbisogni standard non sono riusciti a fare luce su questo tema cruciale: ma un po’ di numeri dei bilanci possono dare una mano.

Da Il Sole 24 ore

16 Aprile 2018 / by / in
NAPOLI IN CREDITO DI DIRITTI. LA RETE DEI NUMERI PARI IN PIAZZA CONTRO IL DEBITO

La rete dei Numeri Pari aderisce alla giornata di mobilitazione indetta dal Comune di Napoli contro il debito ingiusto. Napoli è la terza città d’Italia, con un milione di abitanti e una enorme quantità di contraddizioni sociali portate dal secolare peso di una questione meridionale irrisolta. Nell’ultimo decennio l’aumento delle povertà assolute e relative parli di oltre 10 milioni di donne e uomini sprofondati in condizioni indignitose. Non sono solo numeri, ma storie e volti, la maggior parte dei quali vivono nel Sud Italia.

Il peso della crisi è dettato da politiche economiche barbare che hanno scelto di sacrificare i diritti a favore del rifinanziamento delle banche e del circuito della finanza globale. Politiche che in Italia sono state frutto di scelte politiche precise e rigorosamente geo-localizzate. È il Sud il luogo che paga maggiormente il peso dei tagli ai servizi e agli enti locali e Napoli la prima città a pagare più di tutti le ingiustificabili politiche neoliberiste.

Aumentano le povertà e diminuiscono le risorse per i servizi essenziali, una contraddizione spaventosa determinata da scelte scellerate che hanno azzerato diritti, privatizzato servizi, impoverito territori. A pagare il prezzo di questa divaricazione sociale nella società sono le cittadine e i cittadini che vedono sanità, trasporti, istruzione, servizi minimi con costi eccessivi e la cui qualità è sempre più in calo. Un decennio di evidente violazione dell’articolo 3 della Costituzione: anziché rimuovere gli ostacoli di natura economica che impediscono lo sviluppo della persona si è scelto di moltiplicare tali ostacoli fino alle estreme conseguenze.

Questa è la vicenda del debito napoletano. Pensiamo, sin dalla fondazione della rete dei Numeri Pari, che il debito che grava sulle spalle dei territori e delle persone sia un fatto iniquo. La logica stessa dell’indebitamento pubblico è di per sé un concetto inaccettabile. Le amministrazioni pubbliche devono poter garantire a prescindere dalla condizione delle proprie casse, i servizi minimi.

I comuni, le strutture pubbliche, non sono aziende e non può valere la logica del debito come una colpa da espiare sulla pelle dei cittadini. Peggio è se questo debito non è prodotto né dall’attuale amministrazione comunale, né dai cittadini. La ricostruzione del terremoto degli anni ’80, l’emergenza rifiuti sono state le grandi occasioni di trasformazione delle mafie: i gruppi mafiosi grazie ai grandi gettiti di denaro statale incontrollato si sono trasformate in vere e proprie imprese dell’emergenza. Il debito che oggi grava sulle spalle delle casse comunali e che impediscono le politiche sociali minime sono frutto di due grandi speculazioni che hanno impoverito le città, costruito le periferie esterne di Napoli senza criterio e servizi, che hanno gestito nel peggiore dei modi possibili la vicenda rifiuti in Campania. È quindi allucinante che debiti milionari, gestiti da autorità commissariali negli ultimi trent’anni, poggino sulle spalle di un’amministrazione comunale che quel denaro pubblico non lo hai mai gestito.

Altro che debito! Sono i cittadini che in questi anni sono stati piuttosto in credito: di diritti, di risorse, di democrazia. Sono i cittadini di Napoli che vantano un credito da riscuotere: potere avere le stesse risorse e le stesse possibilità della altre grandi città italiane; avere il diritto di poter avere le risorse per programmare servizi pubblici di qualità e non di rincorrere continuamente e affannosamente una situazione debitoria che soffoca la città e non le permette di crescere.

La Rete Numeri Pari sarà quindi in piazza il 14 aprile al fianco del Comune di Napoli perché il Governo destini con urgenza risorse nazionali per aprire una nuova stagione di politiche sociali e culturali per la città. Napoli e i suoi quartieri ne hanno bisogno per contrastare la povertà che in questa città accresce il potere delle camorre ogni giorno, per restituire dignità a chi non ha un lavoro, futuro ai giovani in cerca di opportunità, benessere a chi ha bisogno di cure e di servizi efficienti in una così grande ed importante metropoli.

Napoli non è in debito con nessuno, tantomeno con banche e creditori privati che hanno speculato sulla città per decenni. Napoli e il Sud sono invece in credito: è il momento di riscuotere risorse, fiducia, energia, diritti, possibilità per far alzare la testa alla terza città d’Italia e darle la possibilità di correre al pari delle altre città sorelle di tutta Europa.

 

12 Aprile 2018 / by / in
Appello al Parlamento: Del reddito minimo garantito non si può più fare a meno

Ciò che fino a qualche tempo fa veniva relegato nella sfera delle utopie e delle stranezze di qualche illuso sognatore, il reddito minimo garantito, oggi è divenuto uno dei temi portanti del dibattito politico e delle elezioni del 2018. Le condizioni materiali di milioni di persone, le difficoltà economiche di strati sempre più ampi di popolazione, il peso che generazioni di precari stanno subendo hanno messo in evidenza la necessità di un percorso riformatore in questa direzione.

Il ritardo del nostro Paese su questo tema è ormai insopportabile. Ci sono delle indicazioni dalle quali pare ragionevole partire, innanzi tutto dalle diverse risoluzioni europee (non ultima quella del 2017) che invitano gli stati membri ad introdurre un reddito minimo garantito, la definizione dei 20 principi e diritti dell’European Social Pillar licenziati a novembre 2017 a Göteborg nella dichiarazione congiunta sottoscritta dagli organi dell’Unione. Infatti tra i 20 punti del pilastro sociale europeo figura al numero 14 il diritto a un «adequate minimum income» (reddito minimo adeguato). L’Unione ci chiede da anni di adeguarci ai parametri sovranazionali così come recentemente anche il Consiglio d’Europa che ha lamentato la perdurante mancanza (in violazione dell’art. 30 della Carta sociale europea) di politiche efficaci di contrasto dell’esclusione sociale. Malgrado ciò l’introduzione di un reddito minimo garantito nel nostro Paese tarda a venire.

Nel corso degli anni proposte e indicazioni sono arrivate anche da ampie porzioni di società mobilitate in campagne e iniziative pubbliche che si sono confrontate con le esperienze di altri Stati europei, del dibattito internazionale e delle sperimentazioni in corso in molti Paesi nel mondo.

Da tutto ciò emerge che il reddito minimo garantito è molto di più che una elargizione caritatevole. È uno strumento in grado di riconoscere e valorizzare le storie umane, le capacità, le competenze e le aspirazioni delle persone, nella ricerca di una vita libera e dignitosa.

Chiediamo dunque al Parlamento italiano di farsi carico di questo tema e di avviare velocemente un dibattito affinché sia introdotto anche nel nostro paese almeno un reddito minimo garantito. Ormai, ancora di più dopo il voto delle elezioni politiche del 2018, il tema non può più essere disatteso. Milioni di persone hanno infatti votato anche perché questa proposta fosse realizzata.

Sappiamo che vi sono approcci diversi e che alcune forze politiche hanno già ufficializzato delle proposte. Ma le diversità di accenti che certamente sussistono possono essere superate da una discussione priva di contrapposizioni preconcette ed è doveroso che si avvii al più presto un processo legislativo in tal senso.

Per rendere ancora più ampia e trasversale la partecipazione e il confronto politico su questo tema, crediamo sia utile e necessario partire, e chiediamo alle nuove Camere di farlo, dalla proposta di legge di iniziativa popolare sostenuta negli scorsi anni da un’ampia coalizione della società civile e ferma in Parlamento dal 2013 e dai 10 punti della Piattaforma per un reddito minimo garantito proposta dalla Rete dei Numeri Pari.

Siamo ben consapevoli del fatto che ogni proposta può essere migliorata, ma con altrettanta consapevolezza siamo certi che di un reddito minimo garantito non si possa più fare a meno.

Partiamo dal reddito minimo garantito per avviarci verso un concreto welfare universale.

Consiglio Direttivo Associazione per il reddito – Basic Income Network Italia – (BIN Italia)

Appello al Parlamento: Del reddito minimo garantito non si può più fare a meno

11 Aprile 2018 / by / in