Romanina, “Quelli del Roxy Bar” tornano con i Caffè della Legalità

Romanina, “Quelli del Roxy Bar” tornano con i Caffè della Legalità

Ogni giovedì mattina nello spazio sociale anziani di via Gregoraci 140 si volgeranno letture dei giornali aperte ai cittadini con ospiti giornalisti, personalità della cultura e delle istituzioni. E per i ragazzi delle scuole del quartiere sono previsti laboratori di scrittura.

Si sono voluti chiamare: “Quelli del Roxy Bar” perchè dopo la manifestazione a sostegno dei due baristi che hanno denunciato l’aggressione subita dai Casamonica non vogliono far spegnere le luci sulla Romnaina.  Anzi la vogliono illuminare come tutte le altre periferie della capitale. “Ricominciamo dalla Romanina” e “Non per noi ma per tutti” solo gli slogan che accompagneranno una serie di iniziative nel municipio VII con i Caffè della Legalità del giovedì.

“Dopo il presidio a Roxy Bar ci siamo lasciati con l ‘impegno di tornare nel quartiere. Per evitare iniziative spot, stiamo creando un gruppo di lavoro per programmare insieme a Libera, alla Rete Nobavaglio, Articolo 21, Ordine dei Giornalisti, Forum Terzo Settore, ai comitati di cittadini, agli studenti, all’Università di Tor Vergata e alle realtà della Rete dei Numeri Pari, che raggruppa una novantina di associazioni da DaSud a Cinecittà Bene Comune, un  calendario per programmare la nostra  presenza nei quartieri e nelle scuole per illuminare le periferie raccontando anche il lavoro difficile e prezioso di tante realtà sane e di gruppi di cittadini perbene” spiegano in una nota “Quelli del Roxy Bar”.

“Bisogna ripartire dalle realtà sociali pedr costruire aggregazione alternative reali alla malavita creando servizi e dando risposte alla povertà diffusa – incalza Giuseppe De Marzo di Libera e della Rete dei Numeri Pari – Sui fatti della Romanina le responsabilità sono di una politica ipocrita: di chi porta solidarietà e con l’altra mano tagli i servizi fondamentali creando cittadini di seria A e di serie C. L’ipocrisia di chi parla di legalità ed onestà per sgomberare persone e famiglie costrette dalla crisi o per morosità incolpevole a occupare una casa, mentre dall’altra parta non ha il coraggio di restituire i beni beni confiscati dei Casamonica e di altri clan per usi sociali ai cittadini impegnati nel contrasto alle mafie ed alle disuguaglianze”.

“Ci siamo voluti chiamare ‘Quelli del Roxy Bar’ per non scordare la mobilitazione di solidarietà nei confronti dei due giovani baristi aggrediti che hanno avuto il coraggio di denunciare le prepotenze dei Casamonica. Ma non solo abbiamo deciso di iniziare un percorso per creare iniziative e servizi in periferia partendo dalla Romanina coinvolgendo il Municipio e le istituzioni – spiegano  gli attivisti del gruppo  –  Il nostro obiettivo e anche chiedere l’assegnazione di una delle ville sequestrate ai Casamonica o ad altri clan per farla diventare la casa dei cittadini e poter ospitare così attività di aggregazione, culturali e di studio legate anche all’Università di Tor Vergata”.

“Nel frattempo abbiamo deciso di organizzare e garantire una presenza continuativa nel quartiere insieme ai comitati di cittadini e a tutte le reti delle associazioni – spiega Floriana Bulfon, giornalista e tra i promotori del gruppo “Quelli del Roxy Bar” –  la solidarietà  a parole non basta. Vogliamo essere presenti sul territorio dando un contributo concreto, partendo dalle scuole, dai più piccoli. Perché per combattere la mafia è necessario riconoscerla e investire sulla cultura dei diritti”.

Si comincia con i giovedì mattina di maggio e di giugno con le letture di giornali aperte ai cittadini e agli studenti del quartiere. E poi laboratori di scrittura “Cronista per un giorno” rivolti ai più giovani: “per spiegare e insegnare ai ragazzi delle scuole medie e delle superiori come scrivere un articolo o come poter affrontare il tema agli esami di Maturità”. Al progetto hanno già aderito alcune classi dell’Istituto comprensivo Raffaello con i docenti coordinati dalla dirigente scolastica Chiara Pinti.

Durante le mattinate del 31 maggio, 7 giugno, 14 giugno, 21 giugno e 28 giugno (che si terranno dalle 10.30 alle 12. 30 nel centro anziani di via Gregoraci 140  della Romanina, a poche centinaia di metri dal Roxy Bar)  si svolgeranno incontri tematici con giornalisti, artisti, e personalità  della cultura e delle istituzioni e i rappresentati del Comitato di quartiere della Romanina con il presidente Fabrizio Di Meo. Al primo appuntamento di giovedi 31 maggio parteciperanno tra gli altri: la Cgil Roma Sud Pomezia Castelli ( durante l’incontro è previsto  un punto di consulenza su vertenze di lavoro e su aspetti previdenziali), Alessandro Gilioli vicedirettore de l’Espresso, Paolo Borrometi presidente di Articolo 21 da anni sotto scorta perchè minacciato dai boss mafiosi, lo scrittore Paolo di Paolo. Sono previsti collgamenti anche con Giornale Radio Sociale e Radio Articolo 21.

Il programma dei successivi incontri, in via di definizione, prevede anche la presenza di Enrico Bellavia della Cronaca di Roma di Repubblica, Maurizio Landini, Valerio Carocci del Cinema America, Pietro Vereni dell’ateneo di Tor Vergata, Angela Paolicelli di Link, Francesca Re David, segretaria generale Fiom. “E al termine di ogni mattina – assicurano “Quelli del Roxy Bar” – poi andremo a prendere il caffè al Roxy Bar…”.

http://roma.repubblica.it/cronaca/2018/05/29/news/romanina_quelli_del_roxy_bar_tornano_con_i_caffe_della_legalita_-197695102/

30 Maggio 2018 / by / in
Lotta alla povertà: si doveva e si poteva fare molto di più. E meglio

La riflessione di Libera: dopo 10 anni la realtà ci racconta di un paese sempre più debole, diseguale, fragile, impaurito e soprattutto incapace di guardare al futuro con speranza.

 

 

Sono 10 anni di fila che nel nostro paese le disuguaglianze continuano a crescere: economiche, sociali, geografiche, culturali, di genere, di reddito, di opportunità. L’aumento di disuguaglianze e povertà danneggia tutti e tutte, non solo chi ne è colpito, minando democrazia e coesione sociale nel profondo. Le forze politiche che si ispirano o che accettano il modello economiche neoliberista sostengono che sia una condizione necessaria per raggiungere gli obiettivi della crescita e dell’efficienza dei mercati. La realtà dopo 10 anni ci racconta invece di un paese sempre più debole, diseguale, fragile, impaurito e soprattutto incapace di guardare al futuro con speranza. Un paese nel quale sono le mafie, la corruzione ed il populismo a trarre il massimo beneficio dall’aumento del disagio sociale e dei bisogni. Sono le mafie ad aver aumentato il loro potere di penetrazione sociale e culturale nei luoghi e nelle periferie dove è cresciuto il disagio. In questi luoghi man mano che diminuiscono la presenza delle istituzione e delle politiche sociali, cresce la presenza criminale, il lavoro informale, la zona grigia. Se all’aumento della povertà non si risponde mettendo in campo fondi, investimenti e politiche sociali adeguate, capaci di garantire a tutti i diritti e non solo ad una piccola parte, si determinano situazioni sociali esplosive che portano ad una guerra tra poveri ed alla negazione stessa della cultura giuridica fondata sulla necessità di garantire protezione ai soggetti più deboli, a quelli svantaggiati ed alle vittime. La povertà, dunque, come una colpa ed uno stigma. Ed è quello a cui stiamo assistendo nel nostro paese.

L’odio non è mai dato, ma viene costruito. Le scelte politiche di questi anni sono responsabili dell’aumento senza precedenti della povertà economica e culturale, delle violazione sistematica dei diritti costituzionali di milioni di italiani, dell’esplosione del clima d’odio che vede nei più poveri e nei migranti i colpevoli, del rafforzamento di ideologie e forze politiche xenofobe e razziste, dell’aumento della zona grigia, della precarizzazione del lavoro, del rafforzamento di quelle culture e di quei comportamenti complici e funzionali alle mafie. Si doveva e si poteva fare molto di più e meglio. Lo diciamo chiaramente, perché se finalmente lo si capisce si possono imboccare strade diverse e invertire la rotta.

I numeri di questi anni del resto sono emblematici e fotografano una vera e propria apocalisse umanitaria. L’ultimo rapporto Istat denuncia come le persone in povertà assoluta nel nostro paese abbiano superato il numero di 5 milioni. Quelle che hanno smesso di curarsi, perché non se lo possono più permettere, sono 12 milioni. Il Censis segnala come oltre il 30% della popolazione sia a rischio esclusione sociale e 9,3 milioni di italiani siano già in povertà relativa. Se compariamo la nostra condizione a quella degli altri paesi europei, ci accorgiamo che tutti i dati sulle disuguaglianze nel nostro paese sono superiori alla media europea e sono tra i peggiori in termini assoluti. Questo dato rivela più di tutti il fallimento dell’attuale classe dirigente politica italiana che è riuscita nell’impresa di fare peggio di quasi tutte le altre in questi 10 anni di crisi. Perché si poteva fare diversamente anche in regime di austerità, ed anche in presenza di una crisi che è si globale e di sistema, ma che è stata affrontata meglio da quasi tutti gli altri paesi europei, investendo su politiche sociali e sostenendo forme di reddito minimo garantito per quanti fossero in difficoltà. Si poteva e si può ancora attraverso il nostro sistema di protezione sociale ridurre l’aumento della povertà computabile all’austerità ed alla crisi globale. Se non lo si è fatto è per scelte politiche precise e perché le priorità erano e sono altre. Basti guardare quanto speso dal governo Renzi per gli 80 euro (9,1 miliardi), per la decontribuzione fiscale sul job act (12 miliardi) e per il salvataggio delle banche (20 miliardi). Più di 40 miliardi usati attraverso la fiscalità generale che non sono andati a chi è in povertà, ne hanno rilanciato la domanda aggregata, ne i consumi delle famiglie. Ma è vero anche che grazie a queste misure i miliardari nel nostro paese sono triplicati, arrivando secondo Oxfam a 324. Questo dato spiega, qualora ce ne fosse ancora bisogno, chi ha tratto vantaggio dalla crisi e dalle scelte politiche di questi ultimi dieci anni. Per la povertà invece sono stati stanziati la miseria di 1,8 miliardi di euro che forse arrivano addirittura a 2 nei prossimi anni. L’hanno chiamato Rei, reddito di inclusione, ma siamo lontanissimi da quello che l’Europa definisce reddito minimo garantito. Il Rei raggiunge infatti solo il 38% del totale delle persone in povertà assoluta ed a queste concede una somma misera molto lontana da quanto stabilisce l’Europa nella Carta di Nizza all’art.34, che stabilisce come nessun cittadino europeo debba scendere sotto la soglia del 60% del reddito mediano procapite del paese di origine. Una soglia limite sotto la quale non scendere che indica il reddito necessario a garantire un minimo di dignità. In Italia questa misura corrisponde a circa 800 euro ed i circa 120 euro previsti dal Rei a componente familiare di un nucleo sotto i 6000 euro di Isee sono una cifra molto lontana da quanto previsto nei regimi di reddito minimo garantito europei. Senza contare l’obbligo del lavoro come condizione per il beneficiario e la scadenza di 12 mesi, rinnovabili per massimo altri 6. Obbligo di lavoro e scadenza del “diritto al reddito” che le risoluzioni europee dal 1992 non prevedono di certo, anzi stabiliscono chiaramente come il reddito minimo garantito possa essere sospeso solo quando è mutata la condizione di disagio. Altrimenti non se ne capirebbe il senso, e rimarrebbe una misura spot o peggio meramente assistenziale, come il Rei. Siamo davanti, come ci ricordano i costituzionalisti, a misure che introducono forme di universalismo selettivo che sviliscono la dignità delle persone e violano il principio di universalismo del nostro welfare.

Crescono costantemente allo stesso tempo la precarietà e forme di lavoro con bassi salari. Il lavoro non stabile è aumentato di circa 200 mila unità anche lo scorso anno. Così siamo costretti a sommare ai quasi 3 milioni di disoccupati tutti quelli che svolgono lavori con contratto a tempo, che non godono di stabilità nell’impiego o che non ricevono retribuzioni adeguate a garantire una vita dignitosa. Le persone che vivono questa condizione secondo i dati di Unimpresa sono 6,55 milioni. A fine 2017 il numero totale di persone che vivono un profondo disagio sociale è arrivato a 9,29 milioni, circa 197 mila in più rispetto al 2016. Le prospettive per chi cerca lavoro e non dispone di una famiglia ricca o di una forte rendita di posizione sono nere. Una volta se nascevi figlio di operaio finivi per fare l’operaio ed a questa situazione ci si ribellava. Oggi l’ascensore sociale è completamente bloccato e se nasci figlio di operaio con ogni probabilità non farai nemmeno quello. Secondo tutti gli istituti di indagine e ricerca siamo in presenza della popolazione giovanile più impoverita della storia della repubblica. Dopo tanta retorica sui giovani, questo dimostra come nonostante il linguaggio della politica nella realtà le scelte compiute sono andate in direzione opposta. E le prospettive, se non si cambia rotta, sono peggiori. La crescita della forme di automazione e digitalizzazione dell’economia, in assenza di un forte intervento pubblico capace di orientare e porre regole, sono destinate ad aumentare ulteriormente la precarietà lavorativa ed a ridurre i redditi ed i salari della maggior parte dei lavoratori. La cosiddetta “gig economy” , i voucher, il lavoro “on demand”, la fabbrica 4.0, algoritmi e “machine learning”, sono sempre più diffusi. Gli studi fatti su questo trend sono chiari e parlano in maniera unanime di una enorme contrazione del lavoro nei paesi occidentali. Tecnica e capitalismo sono diventati una cosa sola. Siamo dinanzi ad un gigantesco processo globale di precarizzazione, flessibilizzazione e individualizzazione del lavoro iniziato con la crisi, amplificato nel nostro paese dalle riforme come il Job Act, dalla legge sulle pensione, dai tagli al sociale, dall’istituzionalizzazione della povertà. Dobbiamo porci il tema di quanti cercheranno lavoro, non lo troveranno, non hanno altri strumenti di sostegno economico e non sono ricchi. E’ questa la situazione reale e non teorica, che abbiamo davanti. Lavoro e reddito non sono in contrapposizione, anzi. La piena occupazione non è mai stata garantita nemmeno negli anni d’oro, figuriamoci adesso. Il tema è più urgente che mai. Vogliamo o no garantire a tutti e tutte il diritto all’esistenza? Le attuali politiche in campo evidentemente no!

Per queste ragioni, ma non solo, continuiamo a proporre l’introduzione del Reddito di dignità come previsto dai pilastri sociali europei definiti a partire dal 1992 in tutta Europa. Il diritto all’esistenza deve essere garantito attraverso tre misure che la CE chiede a tutti i paesi di introdurre: il reddito minimo garantito (non condizionato a forme obbligatorie di lavoro), il diritto all’abitare, l’offerta di servizi essenziali di qualità. Tre cose che da noi mancano del tutto e che determinano l’aumento senza fine delle disuguaglianze e lo scivolamento verso linguaggi e forme della politica escludenti, classiste e razziste. Se anche nel nostro paese mettessimo al centro i pilastri sociali europei ed attuassimo quanto stabilito dalla nostra Costituzione, risolveremmo la maggior parte dei problemi, restituiremmo la dignità a milioni di cittadini, spezzeremmo il ricatto delle mafie in molti luoghi in cui sono cresciuti povertà e solitudine, rafforzeremmo la coesione sociale e la partecipazione dei cittadini alla politica, riformeremmo finalmente il nostro welfare che ha da sempre schiacciato le donne nel ruolo di cura, daremmo un forte colpo all’aria grigia che nel mondo del lavoro sfrutta le debolezze ed i bisogni di chi soffre, daremmo speranza alla generazione di giovani più impoverita della storia del paese, consentendole di investire sulla propria autonomia e formazione, arresteremmo la guerra tra poveri e erigeremmo un argine fondato sui diritti contro odio e populismi.

Giuseppe De Marzo

Responsabile nazionale di Libera per le Politiche Sociali

29 Maggio 2018 / by / in
Al fianco della Casa Internazionale delle donne

Roma, in consiglio Comunale è andata in scena l’arroganza, la malafede e la violenza a 5Stelle.

Con il voto in Consiglio Comunale la giunta a 5 stelle ha dichiarato guerra alle donne e a quanti /e sono impegnate nel sociale per rendere vivibile la città. Con l’approvazione della mozione Guerrini, abbiamo visto che, di fronte alle questioni delle donne, per questa amministrazione la democrazia non esiste più.

La mozione impegna la sindaca e la giunta a togliere alla Casa delle Donne la sede del Buon Pastore, non si sa per farne cosa, cancellando un’esperienza importantissima per le donne e la città, una realtà viva della cultura, del femminismo e dei movimenti.

La mozione è stata votata:
1) rifiutando il rinvio richiesto a gran voce, data anche la riconvocazione del tavolo di confronto per lunedì, tra giunta e Casa Internazionale delle Donne
2) Impedendo l’intervento nel Consiglio Comunale di una rappresentante della Casa
3) Negando all’opposizione la documentazione necessaria
4) Negando il diritto di replica alle opposizioni

Noi certo dal Buon Pastore non ce ne andiamo e continuiamo il nostro impegno con le donne e per la città.
#giùlemanidallecasa
#lacasasiamotutte

La Casa, in risposta alle richieste del Comune, ha da mesi presentato una proposta documentata in cui si descrivono i crediti che la Casa ha accumulato in anni di manutenzione di un edificio del ‘600, in anni di prestazione di servizi sociali e culturali , e un piano di rientro ragionevole e sostenibile. Non c’è stata nessuna risposta e il tavolo è sparito. Noi restiamo in attesa di essere convocate.
La Casa non costa un euro al Comune, a parte una mancata entrata parziale per un affitto che da anni abbiamo denunciato come irragionevolmente oneroso e insostenibile. La Casa è aperta, agibile e ben mantenuta da oltre trenta anni, è frequentata da 30000 donne l’anno, senza nessun finanziamento pubblico alla gestione.
Con questi atti, il Comune si pone contro i movimenti e le associazioni delle donne e continua a negare il valore politico, sociale e culturale di centinaia di realtà che, come la Casa delle Donne, sono impegnate volontariamente a sostegno dei diritti e del benessere della cittadinanza.
La Casa Internazionale delle Donne non si può chiudere.
Noi non ce ne andiamo

Lunedì 21 maggio dalle 11:00 alle 13:00 Conferenza Stampa in Senato per accreditarsi inviare il nominativo a segreteria@casainternazionaledelledonne.org

Lunedì 21 maggio dalle 18:00
presidio davanti all’Assessorato Roma Semplice, via del Tempio di Giove 3, (Campidoglio)

19 Maggio 2018 / by / in
Roxy Bar, associazioni e giornalisti: “Una staffetta per illuminare la periferia”

“Il silenzio è mafia”, c’è scritto sul volantino che mostrano di fronte al Roxy Bar giornalisti, cittadini ed esponenti delle reti sociali accorsi in via Barzilai per portare un gesto di solidarietà a Roxana e il marito Marian, gestori del bar e vittime della prepotenza e della violenza mafiosa dei Casamonica e dei Di Silvio. Ai quali Roxana e Marian non hanno chinato la testa; anzi, hanno denunciato rompendo il muro di omertà che spesso da Ostia alla Romanina fa da filo conduttore a molte periferie della capitale controllate dei clan. Ma qualcosa si sta muovendo: il riscatto sociale parte anche da qui, via Barzilai, Romanina, estrema periferia est di Roma: ora è il turno dei giornalisti con il magistrato Giancarlo Caselli e monsignor Paolo Lojudice, vescovo della Diocesi di Roma Sud. Ma ci sono anche l’attore Ascano Celestini e il vignettista Mauro Biani. E arriva anche il sottosegretario alla Giustizia, Gennaro Migliore: “Qui ho incontrato il segretario del Pd di Roma Andrea Casu, Iside Castagnola che da sempre segue il forum legalità del Pd romano e il mio vecchio amico e collega alla Camera Fabio Nobili. E poi, soprattutto, la signora Roxana, la proprietaria del Roxy Bar, che con una denuncia contro i Casamonica ha ridato speranza e orgoglio a chi abbassava lo sguardo di fronte alle prepotenze. Le ho detto che ci saremmo rivisti presto e spero che anche molti di voi facciano un salto in questo bar speciale”.

Tutti al Roxy Bar a bere un caffè, scambiare due parole con una emozionata Roxana e ribadire che “il silenzio è mafia” e quindi, esattamente come la violenza dei clan, può uccidere. In tanti hanno riempito il bar per prendere “un caffè della legalità”. L’iniziativa è stata lanciata dalla Rete NoBavaglio, dall’associazione Articolo 21 insieme alla Federazione della stampa nazionale all’Ordine dei Giornalisti, Usigrai, Stampa Romana con decine di adesioni di associazioni e onlus come Libera e la Rete dei Numeri Pari con la Cgil e la camera del lavoro di zona. Presenti Giuseppe Giulietti presidente della Fnsi, il presidente del Municipio, Gianpiero cioffredi dell’Osservatorio per la Legalità della Regione, Libera e altre associazioni antimafia: presente anche l’attore Ascanio Celestini che vive non lontano dal Roxy: “speriamo che la periferia romana non venga dimenticata dopo che si saranno spenti i riflettori” spiega.

Presente anche il magistrato Giancarlo Caselli, ex procuratore capo di Palermo: “Le organizzazioni criminali sono forti anche per il silenzio, la condiscendenza e la tolleranza: se non ci si riunisce per dire no, è un segnale negativo”. Poi entra al bar, il caffè con Roxana, le emozioni. Poco lontano c’è monsignor Paolo Lojudice, sempre presente nelle periferie della capitale. “A fatti negativi come quelli successi qui o a Ostia bisogna rispondere con la positività della società civile presente nel tessuto romano”. Il collegamento con Ostia è suggerito anche da Giulietti: “abbiamo il dovere di continuare a tenere accesi i riflettori su realtà come questa, come Ostia e qualsiasi altro luogo dove l’oscurità fa prosperare il malaffare. Non possiamo lasciare sole queste persone”. Alla fine i rappresentanti del quartiere lanciano l’idea: “Servono spazi per il sociale, risorse per i giovani. Serve che questi territori non restino abbandonati a se stessi. Per questo lanciamo già la data del prossimo appuntamento, il 24 maggio, per dare seguito a questa iniziativa e per nuovi eventi. Nessun territorio deve essere isolato”.

“Bisogna rimediare ad anni di abbandono e alle conseguenze drammatiche portate dalla crisi economica che in questi quartieri è devastante – incalza Giuseppe De Marzo, di Libera e della Rete dei Numeri Pari – In questo modo i giovani sono consegnati alla malavita. Ma nonostante questa emergenza i tagli continui del Comune alla spesa sociale per costruire integrazione e servizi sul territorio non soi fermano anzi aumentano. C’è bisogno di ridare dignità e speranza ai cittadini di questi quartieri con interventi concreti e iniziative di vario genere”. Lo stesso Roxy Bar ma anche le scuole del quartiere e il vicino centro anziani potrebbero diventare luoghi dove costruire incontri culturali, rassegne stampa, dibattiti. Il riscatto sociale parte anche da qui, periferia est di Roma.

Da Repubblica

18 Maggio 2018 / by / in
Al Roxy Bar il caffè della legalità. Il silenzio è mafia

Giornalisti, associazioni e cittadini si sono radunati questa mattina al Roxy Bar alla Romanina, periferia di Roma, dove lo scorso aprile due esponenti dei Casamonica hanno picchiato due persone e distrutto il locale perché volevano essere serviti per primi.

Tra loro Ascanio Celestini che abita proprio in questo quartiere, da sempre. Lorenzo Face lo ha intervistato.

«Le responsabilità sono di una politica ipocrita» ha spiegato Giuseppe De Marzo della Rete dei Numeri Pari. «La sindaca Raggi viene qui a portare solidarietà ma allo stesso tempo taglia i fondi per le politiche sociali. C’è una stretta relazione tra il crescere della povertà e il rafforzarsi delle mafie in città. Bisogna investire nei servizi, nei trasporti e nelle scuole. Bisogna anche essere coerenti: non si può parlare di legalità se poi i beni confiscati alle mafie vengono continuati ad essere gestiti dai Casamonica. La legge 109 del 1996 prevede che questi beni vengano assegnati ad uso sociale, ma qui non vengono redistribuiti. Il comitato di quartiere non ha nemmeno un luogo dove riunirsi. Com’è possibile tutto questo? La lotta contro le mafie è impegno per la giustizia e la libertà».

Da il salto.net

18 Maggio 2018 / by / in
Aumenta la povertà assoluta, coinvolge 5 milioni di persone in Italia

Aumentano gli italiani in povertà assoluta. Secondo i dati forniti dal presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, nell’audizione sul Def, nel 2017 il fenomeno riguarderebbe circa 5 milioni di individui, l’8,3% della popolazione residente, in aumento rispetto al 7,9% del 2016 e al 3,9% del 2008. Le famiglie in povertà assoluta, secondo stime preliminari, sarebbero 1,8 milioni, con un’incidenza del 6,9%, in crescita di sei decimi rispetto al 6,3% del 2016 (era il 4% nel 2008).

La ripresa dell’inflazione nel 2017 spiega circa la metà (tre decimi di punto percentuale) dell’incremento dell’incidenza della povertà assoluta, ha sottolineato Alleva. “La restante parte – ha aggiunto – deriva dal peggioramento della capacità di spesa di molte famiglie che sono scese sotto la soglia di povertà”.

Complessivamente, L’Istat stima che nel 2017 siano in povertà assoluta 154 mila famiglie e 261 mila individui in più rispetto al 2016. Dal punto di vista territoriale, i dati provvisori mostrano aumenti nel Mezzogiorno e nel Nord, e una diminuzione al Centro. L’aumento delle famiglie in povertà assoluta è, inoltre, sintesi di una diminuzione in quelle in cui la persona di riferimento è occupata, e di un aumento in quelle in altra condizione.

Un milione di famiglie senza lavoro, raddoppiate in 10 anni – Nel 2017 in 1,1 milioni di famiglie italiane “tutti i componenti appartenenti alle forze di lavoro erano in cerca di occupazione”, pari a 4 famiglie su 100, in cui non si percepiva dunque alcun reddito da lavoro, contro circa la metà (535mila) nel 2008. Lo ha sottolineato il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, nel corso dell’audizione sul Def. “Di queste, – ha proseguito – più della metà (il 56,1%) è residente nel Mezzogiorno. Nel complesso si stima un leggero miglioramento rispetto al 2016 (15mila in meno), ma la situazione al Sud è in peggioramento (13mila in più)”.

© ANSA

10 Maggio 2018 / by / in
Beni confiscati alle mafie: quale possibile utilizzo sociale nella città di Roma?

Roma. Mercoledì 9 maggio assemblea pubblica ore 16 in Campidoglio, Sala del Carroccio.

A Roma sono oggi più di 600 beni confiscati,oltre 1000 quelli posti sotto sequestro dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Roma. Sono i numeri straordinari dei beni confiscati ai clan mafiosi che da anni hanno trovato nella Capitale di Roma terreno fertile per i loro affari.

Ma questo patrimonio è oggi dello Stato, grazie alla legge 109/96 che ne consente l’utilizzo sociale e il lavoro prezioso delle inchieste di questi anni. Un patrimonio ancora solo parzialmente utilizzato, che chiede con urgenza regole chiare per diventare finalmente patrimonio di tutti.

Per questa ragione la Rete dei Numeri Pari e Libera hanno convocato un’assemblea pubblica per il 9 maggio, nel giorno del quarantennale dell’uccisione di Peppino Impastato, alle ore 16:00 presso la sala del Carroccio in Campidoglio, cui parteciperanno associazioni, sindacati, cittadini, realtà che gestiscono beni confiscati, per discutere delle prospettive di riutilizzo alla luce delle proposte di Regolamento in discussione in questi giorni.

Per garantire innanzitutto l’uso sociale di questo patrimonio, la destinazione voluta dalla normativa nazionale e dall’impegno antimafiatutti coloro che per questo hanno lottato.
Il riutilizzo sociale, restituisce alle comunità quei beni, ne cambia connotazione, li rende luoghi di partecipazione ed inclusione sociale. Beni in cui si generano servizi, progetti, aggregazione, comunità, con la collaborazione di istituzioni, cittadini, associazioni. Un simbolo di riscatto, culturale economico e sociale di valore inestimabilmente superiore a quello materiale dei beni.

Un’occasione da non perdere, non solo per intervenire sui bisogni sociali di una città sempre più fragile, ma per generare quel processo di partecipazione e riscatto che è l’essenza di una norma antimafia come l’utilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie.

Rete dei Numeri Pari – Libera, Unione Inquilini, Da Sud, Cgil Roma e Lazio, Legacoopsociali Lazio, Action diritti in movimento, Bee Free società coperativa sociale, Bin Italia, Circolo Arci Sparwasser, Eureka Cooperativa Sociale, Europe Consultingonlus, Federconsumatori, Fio.Psd, Il Pioppo onlus, Il Pungiglione società cooperativa, Il Salto, Iskra cooperativa sociale onlus, La Cacciarella cooperativa sociale, La Frangia, Movimenti per il diritto all’abitare, Nonna Roma, parrocchia San Giustino, Parsec cooperativa sociale, Parte Civile, Rete della conoscenza, Rete Roma Accoglie, Slotmob, Social Pride, Ottavia società cooperativa, Spintimelabs, Casa Internazionale delle Donne, Cinecittà Bene Comune.

4 Maggio 2018 / by / in