Bari, mafie e povertà: la parrocchia di San Sabino inaugura il progetto “Solidali dalla testa ai piedi”

Bari, mafie e povertà: la parrocchia di San Sabino inaugura il progetto “Solidali dalla testa ai piedi”

La Rete dei Numeri Pari organizza per il 28 giugno alle ore 17,30 un incontro sul tema povertà e mafie.

 

L’incontro si terrà presso la Parrocchia di San Sabino. Tra i relatori dell’incontro, il Presidente di Libera, Don Luigi Ciotti, e il Sostituto Procuratore della Dda di Puglia Giuseppe Gatti.

L’iniziativa pubblica sarà moderata dalla professoressa Gabriella Falcicchio.

Sarà l’occasione per l’inaugurazione del Progetto “Solidali dalla testa ai piedi”, ‘Associazione “Giuseppe Moscati” Onlus di Bari (attivazione servizio docce e lavanderia per indigenti e senza dimora presso la Parrocchia San Sabino, Bari).

La cittadinanza tutta è invitata a partecipare.

28 Giugno 2018 / by / in
LA POVERTÀ IN ITALIA – Comunicato stampa ISTAT

Le stime diffuse in questo report si riferiscono a due distinte misure della povertà: assoluta e relativa, che derivano da due diverse definizioni e sono elaborate con metodologie diverse, utilizzando i dati dell’indagine campionaria sulle spese per consumi delle famiglie.

Nel 2017 si stimano in povertà assoluta 1 milione e 778mila famiglie residenti in cui vivono 5 milioni e 58mila individui; rispetto al 2016 la povertà assoluta cresce in termini sia di famiglie sia di individui.

L’incidenza di povertà assoluta è pari al 6,9% per le famiglie (da 6,3% nel 2016) e all’8,4% per gli individui (da 7,9%). Due decimi di punto della crescita rispetto al 2016 sia per le famiglie sia per gli individui si devono all’inflazione registrata nel 2017. Entrambi i valori sono i più alti della serie storica, che prende avvio dal 2005.

Nel 2017 l’incidenza della povertà assoluta fra i minori permane elevata e pari al 12,1% (1 milione 208mila, 12,5% nel 2016); si attesta quindi al 10,5% tra le famiglie dove è presente almeno un figlio minore, rimanendo molto diffusa tra quelle con tre o più figli minori (20,9%).

L’incidenza della povertà assoluta aumenta prevalentemente nel Mezzogiorno sia per le famiglie (da 8,5% del 2016 al 10,3%) sia per gli individui (da 9,8% a 11,4%), soprattutto per il peggioramento registrato nei comuni Centro di area metropolitana (da 5,8% a 10,1%) e nei comuni più piccoli fino a 50mila abitanti (da 7,8% del 2016 a 9,8%). La povertà aumenta anche nei centri e nelle periferie delle aree metropolitane del Nord.

L’incidenza della povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età della persona di riferimento. Il valore minimo, pari a 4,6%, si registra infatti tra le famiglie con persona di riferimento ultra sessantaquattrenne, quello massimo tra le famiglie con persona di riferimento sotto i 35 anni (9,6%).

A testimonianza del ruolo centrale del lavoro e della posizione professionale, la povertà assoluta diminuisce tra gli occupati (sia dipendenti sia indipendenti) e aumenta tra i non occupati; nelle famiglie con persona di riferimento operaio, l’incidenza della povertà assoluta (11,8%) è più che doppia rispetto a quella delle famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro (4,2%).

Cresce rispetto al 2016 l’incidenza della povertà assoluta per le famiglie con persona di riferimento che ha conseguito al massimo la licenza elementare: dall’8,2% del 2016 si porta al 10,7%. Le famiglie con persona di riferimento almeno diplomata, mostrano valori dell’incidenza molto più contenuti, pari al 3,6%.

Anche la povertà relativa cresce rispetto al 2016. Nel 2017 riguarda 3 milioni 171mila famiglie residenti (12,3%, contro 10,6% nel 2016), e 9 milioni 368mila individui (15,6% contro 14,0% dell’anno precedente).

Come la povertà assoluta, la povertà relativa è più diffusa tra le famiglie con 4 componenti (19,8%) o 5 componenti e più (30,2%), soprattutto tra quelle giovani: raggiunge il 16,3% se la persona di riferimento è un under35, mentre scende al 10,0% nel caso di un ultra sessantaquattrenne.

L’incidenza di povertà relativa si mantiene elevata per le famiglie di operai e assimilati (19,5%) e per quelle con persona di riferimento in cerca di occupazione (37,0%), queste ultime in peggioramento rispetto al 31,0% del 2016.

Si confermano le difficoltà per le famiglie di soli stranieri: l’incidenza raggiunge il 34,5%, con forti differenziazioni sul territorio (29,3% al Centro, 59,6% nel Mezzogiorno).

 

https://www.istat.it/it/files//2018/06/La-povert%C3%A0-in-Italia-2017.pdf

27 Giugno 2018 / by / in
L’invasione che non c’è. I numeri
I numeri non cambiano la testa delle persone, è difficile utilizzare argomenti razionali per riorientare un dibattito pubblico intriso di razzismo e xenofobia. Certo, in Italia negli ultimi decenni molte cose sono cambiate. Certo, negli ultimi cinque anni sulle coste italiane è sbarcato un numero consistente di persone. E certo, in alcune occasioni, anche grazie ad una persistente e prevalente gestione emergenziale dell’accoglienza, questi sbarchi hanno causato tensioni a livello locale. A cosa serve fare fact-check? A che servono i dati che proviamo a mettere in fila qui sotto (tutti ricavati da fonti ufficiali: Istat, Eurostat, Ministero degli Interni, Unhcr, Oim)? Ci aiutano a trovare argomenti per contrastare una campagna che, usando strumentalmente il disagio sociale e il disorientamento delle persone, utilizza informazioni false e fuorvianti per spiegare le proprie ragioni e giustificare politiche sbagliate. In Italia non c’è nessuna invasione, i taxi del mare non esistono e se l’accoglienza fosse meglio organizzata e più diffusa non ci sarebbe nessun business. Ci dicono è che da anni le frontiere italiane sono di fatto chiuse per quelli che in base a una classificazione ormai sempre più obsoleta, sono definiti migranti economici.  Qui sotto, insomma, proviamo a mettere in fila dei numeri, gli stessi che dovrebbero usare le istituzioni quando pensano a come rispondere a una crisi che non è cominciata ieri e non finirà – qualsiasi cosa ci raccontino – domani.

 

di Cronache di ordinario razzismo

Stiamo davvero assistendo a un’invasione?

No, non c’è nessuna invasione in corso, i dati sul numero complessivo di cittadini residenti stranieri sono piuttosto chiari: negli ultimi anni la presenza straniera è rimasta stabile, se si eccettua un effettivo aumento nel biennio 2014-2015, quando la crisi libica, quella siriana e l’avanzata dell’Isis in Iraq creano le condizioni per un incremento straordinario degli arrivi in tutta l’Europa.

Nell’infografica che segue sono rappresentati i numeri relativi alla popolazione residente in Italia, ai cittadini stranieri residenti (tutte le persone di nazionalità straniera, compresi i quasi 40mila tedeschi e i 23 mila spagnoli), ai richiedenti asilo – dato relativo a un solo anno, perché poi a queste persone viene riconosciuta la protezione internazionale, oppure viene notificato loro un decreto di espulsione – e ai rifugiati (ovvero coloro che hanno ottenuto la protezione internazionale) presenti nel nostro Paese. Nel complesso i cittadini stranieri residenti nel nostro paese sono 5 milioni, quasi 1 milione di persone sono nate in Italia.

La grandissima parte dei residenti stranieri non è arrivata oggi, né l’anno scorso, ma è il risultato di 50 anni di migrazioni. I rifugiati e richiedenti asilo sono un numero molto piccolo: una grande manifestazione, una cittadina di media grandezza, il doppio degli italiani emigrati nel 2016.

 

 

E negli altri Paesi europei come va?

La crisi dei rifugiati degli scorsi anni ha avuto un impatto molto forte in diversi Paesi: alcuni hanno accolto e aperto le loro frontiere, altri le hanno chiuse. Il confronto sui dati del 2017 di alcuni tra questi è utile per mettere in una giusta prospettiva cosa è successo anche in Italia: qui ci sono meno rifugiati e meno richiedenti asilo che altrove. Persino la Francia, che certo non ha aperto le frontiere, ha riconosciuto il diritto di asilo a più persone. Di seguito il dato assoluto e quello relativo all’incidenza sulla popolazione totale, perché è diverso accogliere 100mila persone in un Paese da 60 milioni di abitanti e in uno da 10. Si badi, il dato Unhcr sul numero di rifugiati è calcolato sulla base delle domande approvate negli ultimi 10 anni.

 

Come si può notare, Germania, Austria, Francia e Grecia hanno concesso lo status di rifugiato a un numero più alto di persone per milione di abitanti che non l’Italia. Le ragioni sono diverse, una tra tutte: nei Paesi del Nord si è arrivati soprattutto seguendo la rotta balcanica, strada per la quale sono passati più rifugiati siriani, afghani, iracheni. Il dato assoluto rimane: in Italia non ci sono più rifugiati e richiedenti asilo che altrove. Anzi.

 

2018: diminuiscono i flussi, cambiano le rotte

I dati sugli sbarchi dell’Unhcr 2018 segnalano che gli arrivi via mare sono diminuiti e che la Spagna e la Grecia ricevono per ora un numero di persone simile a quello dell’Italia (in Grecia nel 2015 arrivarono 800mila persone). L’idea che i primi sei mesi del 2018 (o gli ultimi sei del 2017) rappresentino un’emergenza è quindi una fake newsGli arrivi sono diminuiti enormemente dal luglio 2017 in poi a seguito degli accordi stipulati dallo scorso governo con le autorità libichee, prima, dall’Unione Europea con il governo turco. Si tratta di accordi sbagliati per varie ragioni, ma laddove il Governo in carica mantiene la priorità di ridimensionare i flussi verso l’Europa, a prescindere dal rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale, deve smettere di allarmare l’opinione pubblica e dire che quegli accordi hanno già avuto un effetto sui flussi. Il governo italiano in carica usa invece dati degli anni passati per mantenere alto il tema in agenda. Il momento di relativa calma andrebbe invece usato per migliorare l’organizzazione dell’accoglienza e per negoziare soluzioni europee condivise in maniera pacata.

 

Quanto e perché diminuiscono gli sbarchi?

Le ragioni per le quali il numero di persone che sbarcano sulle coste italiane ha avuto un balzo a partire dal 2014 ed è poi diminuito nella seconda metà del 2017 sono molteplici. Il primo elemento riguarda la fine della guerra civile ad alta intensità in Libia (2013) e il caos successivo, che ha determinato l’apertura della rotta senza più controlli del regime di Gheddafi – che aveva stipulato un accordo con l’Italia. Il calo del 2017 e il crollo dei primi 6 mesi del 2018 si spiega poi con gli accordi con Paesi terzi, il lavoro dell’OIM nei Paesi di provenienza, il famigerato accordo con la Libia e quelli con le tribù del sud del Paese dove si usano spesso metodi disumani nei confronti dei migranti. Ci sono meno navi attive nel Mediterraneo centrale e la campagna di vera e propria criminalizzazione delle Ong che prestano soccorso in mare ha reso molto più difficile il loro lavoro. Il dato del 2018 è comunque parziale e relativo: la maggior parte degli sbarchi avvengono sempre nel periodo maggio-settembre. Certo è che una diminuzione dei flussi c’è stata.

Ricollocazione dei richiedenti asilo e riforma della convenzione di Dublino: l’Europa non solidale

 

Nel settembre 2015, al culmine della crisi umanitaria siriana, l’Ue adottò un sistema di ricollocazione delle persone che arrivavano in Grecia e in Italia. In teoria si trattava di condividere lo sforzo fatto dai due Paesi che in quella fase erano sotto una pressione migratoria straordinaria . Quell’accordo, definitivamente adottato con l’Agenda europea sulla migrazione nel settembre 2015, si è concluso nel settembre 2017 ed è stato riavviato in forma ridimensionata nel 2018. I numeri parlano di un rispetto quasi nullo degli accordi, con alcuni Paesi che adempiono in parte ai propri impegni e altri (Ungheria, Danimarca, Regno Unito, Polonia) che si rifiutano di accogliere anche un solo rifugiato.

Problema: l’Italia ha dichiarato di trovarsi politicamente d’accordo con quei Paesi che dicono no all’immigrazione per ragioni ideologiche (Ungheria e Polonia, ad esempio); nello stesso tempo a Bruxelles chiede un sistema di ricollocazione davvero condiviso e una profonda riforma del Regolamento di Dublino. Qual’è la vera posizione del governo italiano?

 

Finti rifugiati, veri migranti economici? Mica tanto

 

Uno degli argomenti preferiti di chi sostiene che non sia necessario accoglierele persone che arrivano dal mare recita: “Non sono veri rifugiati, sono immigrati che mentono per poter entrare nel nostro Paese”. È davvero così? I numeri dicono che una percentuale che oscilla tra il 40 e il 50% delle persone che fanno domanda ottiene una qualche forma di protezione legale da parte della autorità italiane. E siccome l’onere della prova (il dover dimostrare di essere in fuga da una guerra, una persecuzione personale, una discriminazione) è a carico di chi chiede il riconoscimento dello status di rifugiato, questo significa che un numero consistente di persone non è affatto un migrante economico.

Il dato sui dinieghi in prima istanza (prima cioè del ricorso) non si discosta di troppo dalla media europea segnalata dall’European Asylum Support Office (come abbiamo segnalato qui) in ogni caso, coloro che usano canali irregolari per entrare e cercare lavoro hanno una ragione: a causa della sostanziale chiusura dei flussi – il numero di ingressi per motivi di lavoro programmati ogni anno –  è quasi impossibile entrare regolarmente in Italia. L’esempio del 2017 è perfetto: il decreto stabilisce la possibilità di concedere 30.850 permessi di lavoro, 13.850 sono conversioni di permessi di persone già presenti in Italia, 20.000 sono permessi stagionali. Nessun nuovo ingresso per lavoro non stagionale, insomma. Il decreto flussi del 2008 prevedeva 150mila ingressi, sebbene per la maggior parte per motivi di lavoro domestico e assistenza e provenienti da Paesi che avevano siglato accordi con l’Italia in materia.

 

Alberghi di lusso? Il vizio di un’accoglienza emergenziale

I dati sull’accoglienza spiegano perfettamente perché l’allarme emergenza sia fuorviante: a fronte di un aumento della necessità di accoglienza dal 2015, il sistema ordinario di accoglienza SPRAR diffuso sul territorio (poche persone per comune) è rimasto sostanzialmente fermo, i centri di prima accoglienza straordinari allestiti in modo emergenziale accolgono invece 100mila persone in più. E’ la gestione emergenziale a favorire la cattiva accoglienza, a lasciare spazio a un improprio utilizzo delle risorse pubbliche, a determinare maltrattamenti e condizioni di vita non dignitose all’interno dei centri. L’emergenza non è stata creata dai migranti in arrivo, ma dal rifiuto di molti amministratori locali ad aderire allo Sprar e dal forte ritardo con cui l’Italia ha deciso di ampliare il sistema di accoglienza ricorrendo a interventi improvvisati e emergenziali.

Ancora a fine 2012 lo Sprar aveva una capienza di soli 3000 posti. A fine 2017 aveva una capienza di circa 24mila, ma il totale delle persone accolte era pari a 186mila: più di 151mila persone erano accolte in strutture straordinarie, spesso di grandi dimensioni. Proprio la cattiva accoglienza è stata al centro di più o meno spontanee proteste e manifestazioni di intolleranza a livello locale.

 

Fonte: Cronache di ordinario razzismo
26 Giugno 2018 / by / in ,
#mapparoma24 – Disuguaglianze e case popolari nei quartieri di Roma

Questa mapparoma è la prima in cui apriamo una collaborazione con altri studiosi di Roma, in modo da allargare l’ambito delle nostre osservazioni ad altri temi di interesse per approfondire le dinamiche in corso nella città. Parliamo di case popolari, grazie ai dati e alle analisi di Enrico Puccini, autore del libro “Verso una politica della casa” e animatore del blog Osservatorio Casa Roma.

La politica per la casa in Italia rappresenta da sempre un ambito residuale di intervento pubblico, in termini di impegno amministrativo e di risorse finanziarie, peraltro con una forte frammentazione negli strumenti utilizzati. Il modello mediterraneo di housing e welfare, rispetto a quanto avviene in altri paesi con sistemi sociali più robusti, è caratterizzato da un’alta percentuale di abitazioni in proprietà, un mercato degli affitti ristretto e poco dinamico, e una limitata quota di edilizia residenziale pubblica (ERP), con una certa tolleranza per le pratiche informali e abusive. Più recentemente, il protrarsi della crisi economico-finanziaria e il conseguente impatto sul reddito disponibile delle famiglie hanno accentuato l’incidenza dei costi relativi all’abitazione sulla spesa complessiva. Molte famiglie manifestano sintomi di disagio abitativo, che non interessa più solo le fasce più deboli della popolazione, e si è esteso anche ai percettori di redditi fissi che non rientrano nei limiti previsti per l’ERP, ma non sono neanche in grado di accedere alla casa a condizioni di mercato.

Alcune di queste dinamiche le abbiamo già osservate nella #mapparoma8 sulle quotazioni immobiliari, con la tendenza generalizzata verso l’aumento dei prezzi di vendita tra il 2003 e il 2010, e nella #mapparoma15 sulle caratteristiche delle abitazioni dei romani, dove emergeva l’ampia diffusione della residenza in case di proprietà con percentuali molto elevate, eccetto il centro storico e appunto le periferie caratterizzate da ERP.

Gli insediamenti ERP più vecchi hanno ormai subito grandi trasformazioni a causa della successione delle generazioni, con un certo mix sociale anche connesso alla vendita del patrimonio pubblico, ad esempio a Garbatella, Testaccio e Montesacro. Ma nella maggior parte dei quartieri ERP costruiti tra gli anni 50 e 80 gli elementi di forte caratterizzazione sono il disagio sociale e le disuguaglianze con il resto della città, alte e costanti da molti anni, soprattutto nel settore orientale della città, dove si concentra una quota elevata di case popolari, e sul litorale di Ostia, dove sorge un altro nucleo importante di alloggi. Sebbene vi siano varie esperienze positive di partecipazione sociale, ad esempio con il progetto di rigenerazione e riqualificazione urbana a Corviale o con il Teatro di Tor Bella Monaca, laddove vari fattori di disagio si sommano alle problematiche tipiche delle case popolari emergono facilmente tensioni politiche su cui si inserisce l’estrema destra, come è successo nel 2014 intorno al nucleo ERP di Tor Sapienza. Dagli anni 90 in poi l’intervento pubblico nelle case popolari è stato inesistente, eccetto Ponte di Nona, mentre dilagano i nuovi quartieri di iniziativa privata edificati nei pressi e oltre il GRA.

Il numero delle persone che abitano in alloggi ERP a Roma è paragonabile alla popolazione di un intero municipio, circa 170mila persone. Ma definire con esattezza il numero degli alloggi in regime ERP non è facile, pur essendo una questione prioritaria, poiché il patrimonio pubblico è da sempre lo strumento privilegiato per contrastare il disagio abitativo,e i problemi gestionali sono complessi e di difficile soluzione se non affrontati con una strategia pluriennale. Ciò dipende da vari fattori. Il primo, e anche il più gravoso, è determinato dalla doppia natura di tale patrimonio: uno comunale gestito da Roma Capitale (circa 28.500 alloggi) e l’altro regionale gestito da ATER (46mila), ognuno ovviamente su una banca dati diversa e non collegate fra loro. Il secondo riguarda i fitti passivi, ossia i 3.337 alloggi di enti o privati affittati dal pubblico e che vengono assegnati alla graduatoria ERP. Il terzo è la presenza di alloggi popolari che seppure destinati alla graduatoria romana si trovano fuori comune, acquistati nell’hinterland romano per convenienza dall’Amministrazione comunale, e che negli anni passati venivano assegnati solo su base volontaria ai vincitori del bando romano (allo stato attuale sono 2.262, soprattutto a Ciampino, Anzio, Cerveteri, Guidonia, Marino, Nettuno e Pomezia, non riportati nelle mappe).

Nelle mappe che seguono, elaborate da Gennaro Monaciliuni che ringraziamo, diamo conto di tutte e tre le categorie di alloggi ERP dentro il territorio comunale, per zona urbanistica, grazie alla localizzazione tramite GIS degli indirizzi: regionali, comunali e in fitto passivo, oltre al totale.

(clicca sull’immagine per ingrandire)

Nella distribuzione del patrimonio ATER (mappa in alto a sinistra) esistono forti sperequazioni fra un municipio e l’altro. Il III Municipio con 8.650 alloggi è quello maggiormente investito dal fenomeno, a seguire il IV con 7.634 e il V con 4.112; invece quelli maggiormente scarichi risultano essere il VII, XII, XIII e XV in cui il numero degli alloggi arriva a malapena al migliaio. Il quadrante nord-est, da Fidene a Tor Bella Monaca, è quello su cui grava la maggior parte degli alloggi popolari, fortemente concentrati solo in alcune aree a causa della loro stessa modalità di realizzazione. Non è un caso che Tufello con 3418 alloggi, San Basilio con 3251 e Primavalle con 2678, quartieri interamente composti da sole case popolari, siano quelli predominanti sulla mappa. Oltre alla zona nord-est emergono altre concentrazioni più limitate, innanzitutto sull’asse di espansione verso il mare che da Garbatella arriva fino ad Ostia Nord, passando per Laurentino, Corviale e Acilia, e inoltre il grosso nucleo nella zona di Primavalle e Fogaccia.

Anche per gli alloggi popolari di proprietà di Roma Capitale (mappa in alto a destra) il quadrante est è quello con la maggiore concentrazione. In particolare il VI Municipio, quello delle Torri, è primo in assoluto con i suoi 6400 alloggi, mentre IV, V e X seguono con circa la metà. Al contrario II, XIII e XV Municipio non arrivano a cento alloggi. L’analisi per zone urbanistiche ci rivela come il fenomeno sia prevalentemente concentrato solo in alcune aree. Torre Angela (con Tor Bella Monaca) detiene il primato assoluto con i suoi 4200 alloggi pubblici, quasi il triplo rispetto a Gordiani che si colloca in seconda posizione con 1504. Sull’asse verso il mare emergono Acilia e Ostia Nord con insediamenti di oltre 1000 alloggi, e un altro nucleo è nel XIV Municipio, in cui la maggior parte degli alloggi sono concentrati a Primavalle.

Infine, la case popolari in fitto passivo (mappa in basso a sinistra), per le quali il Comune spende 25 milioni di euro all’anno (dati del 2015), con un costo al mese medio 640 euro per alloggio che poi viene locato a canoni ERP di 80 euro in media, sono prevalentemente concentrate in poche zone: Ostia Nord (1467), Casal Bruciato (1338) e Magliana (776).

Nel complesso (mappa in basso a destra) le concentrazioni maggiori di case popolari si hanno nelle aree vicino al GRA di Torre Angela (dove ricade Tor Bella Monaca) e San Basilio, e più in generale nel quadrante est tra le vie Tiburtina e Casilina, nonché verso il litorale ad Acilia e Ostia Nord. Nel quadrante ovest la zona di Primavalle è invece quella con una maggiore concentrazione, insieme al Trullo, e a nord anche Vigne Nuove e Fidene presentano valori elevati. Le singole zone urbanistiche con il numero maggiore di alloggi popolari sono Torre Angela (6244), Ostia Nord (5536), San Basilio (4680) e Primavalle-Fogaccia (3692).

Nella mappa conclusiva è riportata la localizzazione di tutti i più grandi quartieri ERP e il relativo numero di alloggi, che sono oggetto di una specifica analisi socio-economica basata sui dati censuari utile per evidenziare le disuguaglianze in termini demografici, educativi e lavorativi tra i nuclei di case popolari (quindi con un dettaglio territoriale più fine e omogeneo rispetto alle zone urbanistiche) e il resto della città.

(clicca sull’immagine per ingrandire)

Keti Lelo, Salvatore Monni, Enrico Puccini, Federico Tomassi

NOTA: le mappe sono state elaborate da Gennaro Monaciliuni

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Fonte: elaborazione di Enrico Puccini su dati Roma Capitale e ATER

Scarica qui il pdf di #mapparoma24

Scarica qui gli open data

26 Giugno 2018 / by / in
Beni confiscati: grazie all’impegno delle reti sociali anche Roma ha il suo primo regolamento

Si è tenuto ieri, 21 giugno, il Consiglio comunale durante il quale è stato finalmente approvato il Regolamento per la gestione dei Beni Confiscati alle mafie e alla criminalità organizzata della capitale.

Le principali proposte presentate dalla rete dei Numeri Pari, che mette insieme presidi antimafia, cooperative sociali, movimenti per il diritto all’abitare, movimenti di donne, sindacati, centri antiviolenza, parrocchie, comitati di quartiere, associazioni, movimenti studenteschi,sono state accolte, consentendo di migliorare il testo su alcuni punti decisivi, fatta eccezione per alcuni su cui vi è l’impegno ad un lavoro di confronto. Si restringono, per esempio, le possibilità lucrative sui beni confiscati, ampliando le possibilità di utilizzo sociale anche all’accoglienza territoriale integrata di persone con status di rifugiato e richiedenti asilo. Cosa che prima non era prevista. Si amplia la possibilità di partecipazione al bando per tutti i soggetti sociali, eliminando i passaggi penalizzanti per quelle realtà che possano aver avuto contenziosi con l’amministrazione. Sono migliorati gli impegni di trasparenza e monitoraggio del riutilizzo dei beni e, ancora, si estendono le durate delle concessioni fino a 12 anni di affidamento possibili.

Non si è invece raggiunto un pieno accordo sulla richiesta di una consulta cittadina sui beni confiscati alle mafie, su cui rimane l’impegno reciproco a un confronto aperto con l’amministrazione per la definizione di uno strumento efficace e inclusivo di partecipazione che consenta ad associazioni, reti e movimenti di contribuire attivamente ad un percorso così importante di antimafia collettiva.

L’approvazione della delibera con il voto determinante delle opposizioni, a causa dell’assenza di diversi consiglieri del M5S, rappresenta un significativo passo avanti, importante per tutti e tutte.  Durante il dibattito sono stati invitati a intervenire in aula Giulio Cesare due rappresentanti della rete dei Numeri Pari, Giuseppe De Marzo di Libera e Margherita Grazioli dei movimenti per il Diritto all’abitare. Un fatto anche questo in discontinuità con il recente passato, vista la chiusura al confronto dimostrata dalla giunta Raggi in questi primi due anni nei confronti delle reti sociali e dei movimenti cittadini.

Margherita Grazioli e Giuseppe De Marzo, a nome delle decine di realtà sociali giornalmente impegnate nel contrasto alle mafie ed alle disuguaglianze, hanno ricordato come la precondizione per sconfiggere le mafie sia la giustizia sociale. Hanno denunciato come a causa dell’aumento senza precedenti della povertà e delle disuguaglianze le mafie siano oggi molto più forti. I tagli alle politiche sociali,portati avanti dai governi nazionali e locali in questi anni, come dalla stessa giunta Raggi, la chiusura di molti servizi sociali, l’assenza di una misura di sostegno al reddito, l’assenza di politiche attive sul lavoro, l’aumento senza precedenti della precarietà favorita da leggi sbagliate come il Job Act, l’emergenza abitativa, rafforzano il potere di penetrazione economica, sociale e culturale delle mafie nei territori. Le mafie sfruttano i bisogni e diventano forti quando la democrazia è debole. La Direzione distrettuale antimafia parla infatti di 94 clan attivi nella Capitale e di 100 piazze dello spaccio. Il “welfare sostitutivo” delle mafie è la risposta all’assenza di politiche sociali all’altezza della sfida.

I portavoce della rete hanno ricordato in aula Giulio Cesare non solo le responsabilità della politica, chiedendo impegno e coerenza sulla lotta alle mafie, ma hanno messo in evidenza la relazione tra aumento delle disuguaglianze, mafie e politiche di austerità: “C’è un potere criminale, ma c’è anche una criminalità del potere ancora più forte”. La vera forza della mafia sta fuori dalla mafia: nelle convergenze, nella zona “grigia”, nel familismo amorale, nel patriarcato che legittima la cultura mafiosa, nel “relativismo democratico” e nell’insofferenza per la democrazia, nella cultura della scorciatoia, nella deresponsabilizzazione individuale che rafforza la malsana idea dell’uomo forte al comando, la negazione del diritto, la povertà culturale e relazionale. Qui sta la forza delle mafie e su questo la politica deve intervenire, altrimenti anche un ottimo strumento come il regolamento servirebbe a poco. Per questo, al di la dei toni trionfalistici tipici di un’idea della politica fondata sullo story telling e l’affabulazione, la lotta alle mafie richiede un impegno molto più ampio, una consapevolezza maggiore e, soprattutto, va costruita con il coinvolgimento e la partecipazione dei cittadini, a partire dalle realtà direttamente impegnate nel contrasto alle mafie che spesso sono state lasciate solo in questi anni in città.

Rete dei Numeri Pari – Action diritti in movimento, Arci Roma, Bin Italia, Binario 95, Bee Free società cooperativa sociale, Casa Internazionale delle Donne, Camera del lavoro Roma sud- Pomezia – Castelli, Cinecittà Bene Comune, Cgil Roma e Lazio, Comitato di Quartiere Romanina, Comitati per la democrazia costituzionale,  Cooperativa Santi Pietro e Paolo Patroni di Roma, Da Sud, Eureka Cooperativa Sociale, Europe Consultingonlus, Federconsumatori, Fio.Psd, Il Pioppo onlus, Il Pungiglione società cooperativa, Il Salto, Iskra cooperativa sociale onlus, La Cacciarella cooperativa sociale, La Frangia, Legacoopsociali Lazio, Made in Jail, Movimenti per il diritto all’abitare, Nonna Roma, Ottavia società cooperativa, Parrocchia San Giustino, Parsec cooperativa sociale, Parte Civile, presidio Libera Francesco Vecchio, presidio Libera IX municipio, presidio Libera Roberto Antiochia, presidio libera Francesco borrelli Rete della conoscenza, Rete Roma Accoglie,  Rete Nobavaglio, Slotmob, Social Pride, Unione Inquilini, Spintimelabs.

22 Giugno 2018 / by / in
SCARICA L’E-BOOK | Reddito di dignità – Uno strumento contro disuguaglianze, mafie e povertà

L’e-book de il Salto e della Rete dei Numeri Pari sul Reddito minimo garantito. Cos’è e come si costruisce uno strumento contro disuguaglianze, mafie e povertà.

Scarica l’e-book sul Reddito minimo garantito

In anteprima su il Salto la postfazione di Don Luigi Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele

La solidarietà non basta
In queste pagine dialogano persone e realtà che da anni portano avanti, nei loro territori e nell’ambito delle loro specifiche competenze, attività a servizio dei più deboli e fragili. Viene spontaneo ripensare alla storia del Gruppo Abele, che quest’anno compie 53 anni, passati tutti sulla strada, e sottolineare un aspetto tutt’altro che scontato: i poveri non chiedono mai elemosina, chiedono sempre dignità. E questo va detto con forza, così come occorre ribadire con forza che la solidarietà per troppo tempo ha contribuito a nascondere il vuoto dei diritti, i ritardi e le omissioni delle politiche. Vuoti, ritardi e omissioni da imputare non solo a chi ha remato contro, a chi si è messo d’ostacolo, ma anche a chi – pure nel mondo del terzo settore – si è rifugiato in un prudente silenzio.
Beninteso, non voglio sminuire il valore della solidarietà, che resta il presupposto, il punto di partenza dell’impegno, ma non smetto di augurarmi un futuro in cui ci sia sempre meno solidarietà e sempre più diritti e più giustizia sociale, perché questo è lo scopo dell’impegno e del servizio alle persone.

Una politica che riconosca le persone
Quanto alla politica di chi governa e ci amministra, è necessario ricordare che fare politica significa partire dai bisogni e dalle speranze della comunità: la politica deve muoversi dalle vite concrete delle persone, abbandonando la pretesa di conoscere e decidere da posizioni garantite, distanti, spesso tramite informazioni di seconda mano.
Se la politica è lontana dalla strada, dai poveri, dagli ultimi, è lontana da se stessa e dalla sua ragion d’essere: il servizio al bene comune. Perché politica è responsabilità, e la responsabilità comincia dalla relazione, dall’empatia, dalla capacità di metterci nei panni degli altri.
Anche qui coltivo un sogno, una speranza: che la politica inizi a pensare alle persone in quanto persone e smetta di considerarle come semplici elettori, di cui assicurarsi il consenso. Anche su questo siamo chiamati ad alzare la voce, perché la ricerca del consenso ha creato nel nostro Paese una situazione sconcertante, una deriva di manipolazioni e di falsità. Ed è per questo sogno che dobbiamo lottare, perché la vita privata di sogni perde slancio, sapore, significato.

Civiltà, poi legalità
Due mesi prima della strage di Capaci mi trovavo con Giovanni Falcone a Gorizia per un corso di formazione sulla droga. Lui trattava gli aspetti legislativi, io l’accoglienza dei giovani, l’ascolto delle famiglie, la prevenzione e l’educazione. Ci siamo lasciati dandoci un appuntamento che purtroppo non si è verificato, ma di quell’incontro serbo un ricordo forte: parlando di contrasto alle mafie Falcone usò più volte l’espressione «lotta di legalità e civiltà».
Ebbene, negli ultimi anni abbiamo fatto della legalità un idolo, dimenticando che la legalità non è il fine ma il mezzo: il fine è la giustizia, in particolare la giustizia sociale.
Si è parlato così tanto di legalità, in questi anni, e così tanto a sproposito, che la parola si è svuotata di senso e di vita, perché se non diventa lavoro, casa, reddito, servizi, salute, la legalità resta un’astrazione. Per non parlare di quella legalità che invece della giustizia serve il potere: quante leggi ad personam,.. quante leggi ammorbidite in corso d’opera per non disturbare questo o quel potente…
Falcone parlava di legalità e civiltà e oggi viviamo una crisi di civiltà. Per questo sono convinto che non sconfiggeremo mai le mafie se non affronteremo le questioni sociali, culturali e educative che stanno alla base del loro potere.
Lo dico con il massimo rispetto per l’opera dei magistrati e delle forze di polizia, ma se non si affrontano quei nodi le organizzazioni criminali continueranno a riprodursi, perché è vero che le mafie non sono figlie della povertà e dell’arretratezza, ma di queste si avvalgono e trovano terreno fertile per espandersi e diffondersi.
Ecco perché dobbiamo gridare che la povertà è un reato contro la dignità delle persone: perché le priva della libertà.
Dignità e libertà… Per questo è nata la rete dei Numeri Pari. Strumento per sostenere chi fa fatica, per contrastare le solitudine e i disagi. Ma anche per denunciare i soprusi e costruire insieme un mondo più giusto, dove riconoscerci diversi come persone e uguali come cittadini.

20 Giugno 2018 / by / in
LA LOTTA CONTRO LE MAFIE È INNANZITUTTO UN ESERCIZIO DI PARTECIPAZIONE COLLETTIVA

Si è tenuto ieri, lunedì 18 giugno, l’incontro dei rappresentanti della Rete Numeri Pari presso la Commissione Patrimonio del Comune di Roma, per discutere il futuro regolamento sui beni confiscati alle mafie, una risorsa preziosa ed essenziale per il contrasto alle organizzazioni di stampo mafioso che consente da più di vent’anni di utilizzare socialmente i beni sottratti, colpendo il potere economico dei clan, oggi sempre più pericoloso per lo sviluppo dei nostri territori e in particolare nella Capitale d’Italia.

 

Dopo un confronto approfondito sulle modifiche del futuro regolamento di Roma Capitale in materia di gestione dei beni confiscati alle mafie, le principali proposte delle reti sociali, dei sindacati e delle associazioni sono state accolte, fatta eccezione per alcuni punti su cui vi è l’impegno ad un lavoro di confronto. Proposte che verranno quindi incluse nel testo presentato in aula giovedì 21, e che hanno consentito di migliorare il testo sotto tanti punti di vista.

 

Si restringono, per esempio, le possibilità lucrative sui beni confiscati, ampliando le possibilità di utilizzo sociale anche all’accoglienza territoriale integrata di persone con status di rifugiato e richiedenti asilo. Si amplia la possibilità di partecipazione al bando per tutti i soggetti sociali, eliminando i passaggi penalizzanti per quelle realtà che possano aver avuto contenziosi con l’amministrazione. Sono migliorati gli impegni di trasparenza e monitoraggio del riutilizzo dei beni e, ancora, si estendono le durate delle concessioni fino a 12 anni di affidamento possibili.

 

Non si è invece raggiunto un pieno accordo sulla richiesta di una consulta cittadina sui beni confiscati alle mafie, su cui rimane l’impegno reciproco a un confronto aperto con l’amministrazione per la definizione di uno strumento efficace e inclusivo di partecipazione che consenta ad associazioni, reti e movimenti di contribuire attivamente ad un percorso così importante di antimafia collettiva.

 

Un passo avanti importante per tutti e tutte, dunque, grazie all’impegno delle associazioni e delle realtà che con forza hanno richiesto all’amministrazione un confronto per migliorare il testo: sono  presidi antimafia, cooperative sociali, movimenti per il diritto all’abitare, movimenti di donne, sindacati, centri antiviolenza, parrocchie, comitati di quartiere, associazioni, movimenti studenteschi, che ogni giorno sono presenti e attive sul territorio in forme di impegno sociale e di antimafia, e che già oggi si impegnano concretamente anche sul fronte del riutilizzo dei patrimoni dei clan.

 

Il 21 giugno sarà, quindi, un momento importante di riscossa della città, e saremo presenti in aula Giulio Cesare per testimoniare l’impegno di questi anni sul fronte della lotta alle mafie e alle disuguaglianze, sociali, economiche, di genere, culturali e geografiche. Questioni strettamente collegate che vanno affrontate avendo come bussola la Costituzione e la giustizia sociale, e che trovano oggi nuovi e preziosi strumenti che devono vivere nelle buone pratiche di istituzioni e corpi associativi, per far vivere pienamente uno strumento fondamentale di antimafia sociale come la legge 109/96, che porta oggi i frutti della lotta e dell’impegno di tanti e tante.

 

Rete dei Numeri Pari – Action diritti in movimento, Arci Roma, Bin Italia, Binario 95, Bee Free società cooperativa sociale, Casa Internazionale delle Donne, Camera del lavoro Roma sud- Pomezia – Castelli, Cinecittà Bene Comune, Cgil Roma e Lazio, Comitato di Quartiere Romanina, Comitati per la democrazia costituzionale, Da Sud, Eureka Cooperativa Sociale, Europe Consultingonlus, Federconsumatori, Fio.Psd, Il Pioppo onlus, Il Pungiglione società cooperativa, Il Salto, Iskra cooperativa sociale onlus, La Cacciarella cooperativa sociale, La Frangia, Legacoopsociali Lazio, Made in Jail, Movimenti per il diritto all’abitare, Nonna Roma, Ottavia società cooperativa, Parrocchia San Giustino, Parsec cooperativa sociale, Parte Civile, Rete della conoscenza, presidio Libera Francesco Vecchio, presidio Libera IX municipio, presidio Libera Roberto Antiochia, presidio libera Francesco borrelli Rete Roma Accoglie, Slotmob, Social Pride, Unione Inquilini, Spintimelabs.

19 Giugno 2018 / by / in
#mapparoma23 – Gli incidenti sulle strade di Roma

Nel 2011 le Nazioni Unite lanciano il Decennio per le azioni per la sicurezza stradale. Nel settembre 2015 sempre alle Nazioni Unite c’è il lancio degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs): nell’ambito dell’obiettivo 3 “Garantire una vita sana e promuovere il benessere per tutti a tutte le età”, il target 3.6 torna sul punto e indica come obiettivo quello di dimezzare entro il 2020 il numero di decessi a livello mondiale e le lesioni da incidenti stradali. Quello della sicurezza stradale non è quindi un problema esclusivamente italiano o romano se preferiamo, ma mondiale come ben evidenziano queste iniziative al massimo livello.

Intanto però dieci anni sono ormai quasi trascorsi, siamo vicini al 2020, e l’Istat nei suoi focus sugli incidenti in Italia e nel Lazio ci ricorda che Roma nel 2016, con le 105 vittime su strade urbane e le 35 su strade extraurbane, rispetto alle 3.283 del totale italiano, detiene il triste primato negativo di morti avvenute a livello nazionale, pari al 4,3% del totale. Il tasso di mortalità stradale è quindi elevato, pari a 4,9 vittime ogni 100mila abitanti, sebbene in diminuzione del 23% rispetto al 2010; fra le vittime, si contano 87 conducenti, 38 pedoni e 15 passeggeri. Nel complesso, gli incidenti a Roma sono stati 13.241, di cui 11.611 sulle strade urbane e 1.630 su quelle extraurbane, e hanno provocato 17.306 feriti, pari a 1,3 per incidente e 603 ogni 100mila abitanti.

Per un confronto tra le grandi città possiamo scomporre il tasso di mortalità stradale (morti / residenti) in tre fattori: l’indice di gravità degli incidenti (morti / incidenti), il rischio di coinvolgimento in incidenti (incidenti / veicoli) e il tasso di motorizzazione (veicoli / residenti). Roma ha un tasso di mortalità (come detto 4,9) maggiore rispetto a Milano (3,7), Napoli e Torino (3,1), come risultato di un tasso di motorizzazione simile alle altre metropoli (0,7-0,8), un rischio di coinvolgimento in incidenti (5,6 incidenti ogni 1000 veicoli) elevato rispetto a Napoli (3,2) e Torino (4,3) ma inferiore a Milano (9,6), e un indice di gravità degli incidenti (1,1 morti ogni 100 incidenti) poco più basso di Napoli (1,3) ma superiore a Torino (0,9) e quasi il doppio di Milano (0,6); ne consegue che gli incidenti a Roma sono meno frequenti di Milano ma più gravi, più frequenti di Napoli ma meno gravi. Tuttavia, questo dato si ridimensiona in parte se consideriamo solo gli incidenti sulle strade urbane, poiché l’estensione del territorio comunale romano comprende ampie aree extraurbane e lunghi tratti autostradali a differenza delle altre metropoli italiane: l’indice di mortalità stradale urbana a Roma è pari a 3,7 ogni 100mila abitanti, di poco superiore a Milano (3,4), Torino (3) e Napoli (2,8).

Il dato romano, per quanto sintomo di un problema grave e persistente, come al solito non consente di leggere le differenze presenti nel vasto territorio comunale di Roma, e pertanto la nostra #mapparoma23 mostra il dettaglio per le 155 zone urbanistiche in cui è suddivisa la città, con un’attenzione particolare sulle strade dove avvengono gli incidenti più che sui quartieri. Utilizziamo i valori assoluti perché rapportarli alla popolazione residente di ogni zona urbanistica sarebbe fuorviante, visto che chiaramente gli incidenti avvengono tra veicoli circolanti in tutta la città, non solo di quel quartiere specifico. I dati sono sempre del 2016, ma di fonte Roma Capitale per avere la disaggregazione territoriale, per cui rispetto ai dati Istat sopra ricordati è differente l’insieme degli incidenti considerati (che comprende tutti quelli che si sono verificati, anche senza feriti, in cui è intervenuta la polizia municipale), e quindi il totale delle vittime registrate (89 invece che 140).

(clicca sull’immagine per ingrandire)
La mappa in alto a sinistra mostra il numero di incidenti: i valori assoluti più elevati riguardano sia le zone centrali della città, dove è maggiore l’attrazione degli spostamenti e la congestione stradale, sia quelle periferiche lungo le strade consolari e le altri grandi arterie extra-urbane. Tra le prime emergono Esquilino (663 incidenti nel 2016), Della Vittoria (581), Centro Storico (532), Gianicolense (438), Trieste (413) e Nomentano (407); tra le seconde Torre Angela (691), Eur (668), Primavalle (548), Centocelle (545) e Val Cannuta (423), nonché Ostia Nord (421). A parte il centro, le strade più interessate da incidenti sono a est la via Prenestina e la via Casilina fuori dal GRA, a sud la Colombo sia all’interno che all’esterno del GRA, a ovest la via Aurelia dentro il GRA. Al contrario, le condizioni urbanistiche fanno sì che il minor numero di incidenti, meno di 25, sia stato registrato a Tor Fiscale, Castel Romano, Appia Antica Sud, Massimina e Santa Palomba.In alto a destra è riportato il numero di morti in incidenti stradali: essendo in totale 89, i valori assoluti sono molto bassi quasi ovunque, con l’eccezione delle 4 vittime nella zona Alessandrina nel V Municipio, tra viale Togliatti e via Casilina, e dei 3 morti a Lunghezza nel VI Municipio (tra le vie Collatina e Prenestina), Fogaccia nel XIII (lungo via di Boccea) e Acilia Sud nel X (lungo la via del Mare e l’Ostiense). Altre 17 zone registrano 2 vittime, tra cui quelle più centrali sono Esquilino, Verano (tra la via Tiburtina e la Tangenziale Est) e Tuscolano Sud (lungo le via Tuscolana e Appia Nuova); infine, in 42 zone si è avuta una sola vittima e nelle restanti 92 nessuna.

La mappa in basso a sinistra mostra invece il numero di feriti, che come lecito attendersi si distribuisce in maniera simile rispetto agli incidenti, con i valori più elevati sia nelle zone più centrali, attrattive e congestionate della città, sia in quelle periferiche lungo le principali arterie stradali. Tra le prime prevalgono anche in questo caso Esquilino (371 feriti nel 2016), Della Vittoria (234) e Centro Storico (232), oltre ad Aurelio Sud (211) e Garbatella (200); tra le seconde Eur (316), Primavalle (301), Centocelle (263), Torre Angela (260), Val Cannuta (246) e Borghesiana (202). Analogamente agli incidenti, 10 feriti o meno si sono registrati a Castel Romano, Santa Palomba, Tor Fiscale, Santa Maria di Galeria, Bufalotta, Appia Antica Sud e Massimina.

Infine, in basso a destra è riportato il numero dei feriti in bicicletta che presenta dei picchi nelle zone centrali della città e lungo alcune strade sia dentro che fuori dal GRA: 4 feriti nel Centro Storico, 3 a Esquilino, Trastevere e Infernetto (lungo la Colombo), 2 a Tuscolano Sud (tra le vie Tuscolana e Appia Nuova), Gordiani (lungo la via Prenestina) e Settecamini (lungo la via Tiburtina), un solo ferito in altre 25 zone.

Keti Lelo, Salvatore Monni, Federico TomassiNOTA: i dati di fonte Roma Capitale sono stati normalizzati da Erica Gemignani.

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Fonte: elaborazione su dati Roma Capitale

Scarica qui il pdf di #mapparoma23

Scarica qui gli open data

Gli autori, ferme restando le loro responsabilità per i contenuti delle mappe, sono debitori nei confronti del CROMA (Centro per lo studio di Roma dell’Università Roma Tre) e di Luoghi Idea(li) per le elaborazioni, le suggestioni e gli spunti sulle attività di mappatura del territorio romano che sono state fonte di ispirazione per la nascita di questo blog.
18 Giugno 2018 / by / in
Contratto di governo, l’intervento: “Non affronta i meccanismi che aumentano le disuguaglianze e riducono i diritti sociali”

Pubblichiamo l’intervento di Giuseppe De Marzo, coordinatore nazionale della Rete Numeri Pari: “Non si parla di ricapitalizzazione del fondo nazionale politiche sociali né di utilizzo del patrimonio sequestrato e confiscato alle mafie e dei beni pubblici dismessi per generare nuove forme di welfare e rispondere all’emergenza abitativa. La flat tax regalerà miliardi ai ricchi e il reddito di cittadinanza è condizionato all’accettazione di qualsiasi lavoro”

 

Il contratto di governo sul quale è stata cementata l’alleanza tra M5S e Lega contiene delle proposte in grado di sconfiggere, o almeno contrastare, l’aumento senza precedenti delle disuguaglianze economichesocialigeografiche, di genere, culturali, che nel nostro paese continuano a crescere come non è mai avvenuto prima? Il contratto mette finalmente in discussione le politiche di austerità come annunciato in campagna elettorale? Il contratto introduce finalmente per la prima volta una forma di reddito di cittadinanza? Nel contratto ci sono misure in grado di contrastare la forza ed il ricatto delle mafie che grazie all’aumento della povertà hanno aumentato il loro potere e la loro capacità di penetrazione culturale ed economica? Nel contratto ci sono finalmente misure chiare per rilanciare e indirizzare al meglio la spesa pubblica così da garantire i diritti sociali a milioni di cittadini a cui sono stati violati in questi dieci anni? Nel contratto ci sono politiche fiscali in grado di migliorare la distribuzione della ricchezza che non è mai stata dal ’48 ad oggi così a vantaggio dei più ricchi (basterebbe pensare che i miliardari sono triplicati nel paese, 342: a dimostrazione che il problema non è di certo l’assenza di ricchezza o di risorse)?

In questi ultimi sei anni con centinaia e centinaia di realtà sociali e del volontariato e con decine di istituzioni locali di diverso colore, da nord a sud abbiamo portato avanti proposte, risoluzioni, progetti e iniziative di mutualismo molto concrete, con l’unico obiettivo di garantire la dignità a quanti sono rimasti indietro. E sono ormai troppi: 18,6 milioni a rischio esclusione sociale, 5 in povertà assoluta, 12 che non si possono più curare, 9,3 in povertà relativa. Perché per noi la politica è agire insieme con l’obiettivo di migliorare la condizione di chi sta peggio, non per buonismo ma perché è quanto prevede la nostra Costituzione per garantire la coesione sociale.

 

Di chi sono dunque le responsabilità di questa apocalisseumanitaria, perché siamo diventati quasi tutti più poveri e precari? Le responsabilità sono delle scelte fatta in questi anni dalla politica. Ne ricordiamo alcune, per chiarezza ed allo stesso tempo per capire se il nuovo governo si muoverà in continuità con queste: azzeramento del fondo nazionale politiche sociali (dai 3,2 miliardi del governo Prodi ai 99 milioni attuali); politiche fiscali regressive (i ricchi pagano sempre meno ed evadono il fisco sempre di più); nessuna misura congrua di sostegno al reddito in grado di liberare l’autonomia della persona e rilanciare la domanda aggregata, come avviene in quasi tutto il resto d’Europa; la modifica della nostra Costituzione che ha inserito all’art.81 il pareggio di bilancio, tagliando di conseguenza miliardi di trasferimenti ai Comuni, nonostante incidano sul debito solo per il 5%; la precarizzazione dei diritti dei lavoratori causata da riforme come il Job Act che hanno reso più povero, ricattabile e insicuro il lavoro (200 miliardi si sono spostati dal lavoro ai profitti: circa il 10% del Pil); l’incapacità di comprendere la natura strutturale e sistemica della crisi, così da investire su soluzioni alternative e preparare il paese; la non comprensione dei processi di automazione e digitalizzazione dell’economia ed il loro impatto sulla perdita di posti di lavoro (la cosiddetta Gig economy); l’assenza di forze politiche che avessero al centro della propria agenda la lotta contro le disuguaglianze.

Se queste sono le politiche che hanno determinato l’esplosione delle disuguaglianze, il contratto del governo M5S-Lega va nella stessa direzione? Andiamo rapidamente per ordine. Nel contratto non si parla di ricapitalizzazione del fondo nazionale politiche sociali ma di ulteriore razionalizzazione della spesa pubblica che in maniera sbagliata e ipocrita si dipinge come un costo da ridurre, ignorando che compito prioritario del governo è garantire i diritti sociali previsti dalla Costituzione (poi eventualmente il rientro sul debito). Sulle politiche fiscali, la Flat Tax proposta dal governo avrà come unico impatto quello di regalare tra i 50 e gli 80 miliardi ai ricchi, tagliando di conseguenza risorse per la spesa sociale, per il sostegno al reddito, per le politiche attive sul lavoro, per l’utilizzo sociale dei beni confiscati. Troviamo incredibile che un ministro nell’esercizio delle sue funzioni dica senza un minimo di imbarazzo che trova giusto che chi guadagna di più paghi di meno. Più che di giustizia si tratta di furto di risorse, destinate a garantire i diritti di molti, a vantaggio di una piccola élite. Il sud esce penalizzato anche dalla Flat tax. Le dichiarazioni dei redditi inferiori ai 26.000 euro nelle città del sud sono circa il 73%, contro una percentuale di dieci punti più bassa in quelle del nord. Si trattano le regioni del sud ancora una volta in maniera discriminatoria, invece di operare misure di riequilibrio come sarebbe invece la defiscalizzazione dei redditi più bassi. Anche sulle misure da mettere in campo al sud, dove si concentrano 2/3 della povertà, non vi è nulla nel contratto a conferma dell’assenza di una visione strategica.

 

Per quanto riguarda il reddito di cittadinanza, nel contratto il governo propone una classica misura di “workfare”, condizionata all’accettazione obbligatoria di qualsiasi lavoro. Siamo lontani anni luce da quello che l’Europa definisce Reddito Minimo Garantito. Nonostante il M5S avesse sostenuto per anni la nostra proposta di introdurre anche in Italia un “reddito di dignità” sulla base dei principi europei, la misura proposta nel contratto assomiglia moltissimo al Rei (reddito di inclusione sociale), portata avanti dal governo Renzi-Gentiloni e aspramente criticata insieme a noi proprio dal M5S, perché ritenuta una misura sbagliata, sottofinanziata, che viola i principi stabiliti in materia dal PE: dall’individualità della misura, alla condizionalità, alla temporalità, alla cifra erogata ed alle forme di reddito indiretto previste (i pilastri sociali europei affiancano al rmg la garanzia del diritto all’abitare ed un’offerta di servizi essenziali di qualità). Uno strumento che invece di liberare l’autonomia della persona e garantirne la dignità, questo è lo scopo del rmg, diventa una odiosa misura di ricatto, controllo e sfruttamento dei più poveri.

 

Su come contrastare le politiche di austerità il contratto non contiene nulla. Non vi è traccia di lotta all’austerità e di misure puntuali. Eppure anche qui il M5S ha sostenuto la nostra campagna del 2016, (im)Patto Sociale, in cui chiedevamo la modifica dell’art.81 e, soprattutto, che i servizi sociali fossero messi subito fuori dal calcolo del patto di stabilità, così da garantire l’azione dei Comuni nel contrasto alla povertà. Prima i diritti delle persone, e poi i diritti della finanza speculativa dicevamo anni fa. Il contratto e la nuova squadra di governo sono invece la garanzia offerta ai mercati internazionali di continuare con le stesse politiche di austerità, con il conseguente aumento delle disuguaglianze.

 

Sull’utilizzo sociale dell’enorme patrimonio sequestrato e confiscato alle mafie e sull’utilizzo dei beni pubblici dismessi per generare nuove forme di welfare e rispondere all’emergenza abitativa esplosa nelle città proprio per l’aumento della povertà, il contratto non dice nulla. Anzi, dalle parole del ministro Salvini abbiamo capito la sua idea: vendere i beni confiscati per fare cassa, tradendo lo spirito della legge 109 del 1996 che tanto impegno e tante vite sono costate nella guerra alle mafie.

 

Siamo da oltre dieci anni immersi nella più grande crisi del modello economico capitalista, dalla quale ci stanno facendo uscire con meno diritti, meno cultura e meno democrazia per garantire i profitti e le rendite delle elite economiche e finanziarie. Questo il cuore del problema, su questo vogliamo confrontarci, al di la dello story telling che ha sostituito la politica e punta invece sulle emozioni, cercando di trovare le parole giuste, piuttosto che le soluzioni. Lo story telling implica la sospensione del giudizi, escludendo riflessione e discussione. Il pregiudizio, in assenza di capacità di giudizio, è l’unica cosa che vale. Così mentre ci fanno credere di essere in un’epoca post-ideologica, dove destra e sinistra non ci sono più, e le emozioni sostituiscono le idee, sono invece le diverse opzioni interne alle destre che comandano e si disputano il terreno dell’egemonia. Questo contratto di governo dunque, si pone in continuità con tutte le altre misure che hanno determinato la crisi e lascia inalterati i meccanismi che dilatano le disuguaglianze.

 

Giuseppe De Marzo, coordinatore nazionale Rete Numeri Pari

Da https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/15/contratto-di-governo-lintervento-non-affronta-i-meccanismi-che-aumentano-le-disuguaglianze-e-riducono-i-diritti-sociali/4424293/

18 Giugno 2018 / by / in
(IM)patto sociale – La cooperazione tra benessere e inclusione

In un mercato sempre più votato al profitto, dove l’utenza e gli addetti ai servizi rappresentano solo numeri di un bilancio da far quadrare, la Cooperazione sociale può e deve rappresentare una strada etica, sostenibile e professionale, in grado di conciliare il valore economico con la promozione dell’interesse generale della comunità e il rispetto della persona. Mutualità interna ed esterna, quindi, come un antidoto alle disuguaglianze, al razzismo ed alle mafie.

Di questi ed altri temi tratterà il seminario “(IM)patto sociale – La cooperazione tra benessere e inclusione”, organizzato da Legacoopsociali Lazio e Rete dei Numeri Pari martedì 19 giugno dalle ore 9,30 alle ore 13,30.

Nella cornice della Città dell’Altra Economia (Largo Dino Frisullo – Roma), si confronteranno diversi punti di vista, con l’obiettivo di favorire una corretta comunicazione e smentire i falsi luoghi comuni che si sono creati intorno alla cooperazione sociale, soprattutto negli ultimi anni. A raccontarsi non saranno solo cooperative e cooperatori, quindi, ma anche studiosi e Istituzioni.

Punto di partenza del dibattito saranno alcuni spunti generali, ma fondamentali per la comprensione di un fenomeno in costante evoluzione:

  • La cooperazione può rappresentare una possibile “via di salvezza” verso una società più giusta ed etica.
  • Le potenzialità della cooperazione sono fortemente compromesse dai tagli ai fondi del welfare (generati dall’adesione alle politiche di austerità senza un’adeguata valutazione degli impatti sociali), bandi al massimo ribasso, tempi di pagamento lunghissimi. Ne snaturano la vocazione, portando il lavoro della cooperazione sul piano del mero valore economico.
  • C’è una difficoltà a mantenere una dimensione di mutualità ed attrarre nuovi soci, avviando anche quel doveroso ricambio generazionale degli organismi dirigenti che fa parte dei principi cardine dello stesso movimento cooperativo.
  • Diffidenza e sospetto hanno caratterizzato i rapporti tra cooperative ed istituzioni ma, anche, tra cooperative e cittadini e con gli organismi del Terzo Settore.
18 Giugno 2018 / by / in