Giù le mani dalla Ri-maflow: solidarietà e sostegno alla cooperativa e al Presidente Massimo Lettieri.

Giù le mani dalla Ri-maflow: solidarietà e sostegno alla cooperativa e al Presidente Massimo Lettieri.

Il coordinatore nazionale della Rete dei Numeri Pari, Giuseppe De Marzo, esprime la sua solidarietà e il suo sostegno ai lavoratori, alle lavoratrici e al Presidente della Cooperativa Ri-maflow, Massimo Lettieri, per quanto accaduto oggi.

“È gravissimo e paradossale – afferma De Marzo – che sia stata colpita una cooperativa e il suo presidente, che da anni si impegnano nella difesa dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente in un territorio in cui per anni hanno rappresentato l’unico presidio di legalità e contrasto alla criminalità organizzata”.  Continua affermando che “tutte le attività portate avanti dalla cooperativa, hanno come unica colpa quella di aver dimostrato che è possibile coniugare la riconversione ecologica  delle attività produttive con la creazione di posti di lavoro e la difesa del territorio”.

Infine “chiediamo quindi che Massimo Lettieri venga rimesso in libertà e che gli venga restituita la dignità che merita per l’impegno che ha da sempre dimostrato accanto ai lavoratori e alle lavoratrici della cooperativa Ri-maflow”.

 

Comunicato stampa:

TRAFFICO RIFIUTI IN LOMBARDIA. RIMAFLOW È NATA PROPRIO PER IL ‘RICICLO PULITO’ CONTRO LE BANDE CRIMINALI!

Tra gli arrestati e i siti sequestrati stamattina dai carabinieri ci sono anche il presidente della cooperativa RiMaflow e il capannone dove si è sperimentato per un periodo il recupero di materia prima da carta da parati.

Con le ditte che ci hanno conferito macchinari e materiali con regolari documenti di trasporto – alcune delle quali figurano tra quelle indagate –  non abbiamo nulla a che fare per qualsiasi altra loro attività.

La nostra unica ‘illegalità’ è quella di essere ancora in attesa di un titolo di utilizzo del sito da quando quasi sei anni fa la Maflow ha chiuso licenziando 330 persone e abbandonando la fabbrica. Gli operai si sono ricostruiti un lavoro con una regolare Cooperativa, sono nate molte botteghe artigiane che – insieme – hanno dato vita a un centinaio di posti di lavoro, mentre un business plan è stato preparato con il concorso di varie Università.

La sperimentazione sul riciclo è stata condotta acquisendo materiali (scarti di produzione di carta da parati) da ditte a cui lo restituivamo lavorato (con fatture di lavoro conto terzi) o vendute a ditte con regolari fatture. Non sappiamo l’iter successivo di questi materiali.

La sperimentazione, peraltro onerosa e quindi una perdita per noi, è terminata mesi fa, in attesa di una regolarizzazione del sito ormai in dirittura d’arrivo. Quindi nessuna attività lucrativa da parte della Cooperativa!!!

Nel capannone posto sotto sequestro abbiamo invitato a più riprese molti enti, tra cui Città Metropolitana, AMSA e A2A, con la massima trasparenza rispetto ai nostri progetti.

I lavoratori di RiMaflow non c’entrano con lo smaltimento illecito di rifiuti per cui sono implicati altri soggetti. Massimo Lettieri deve essere rimesso in libertà e deve essergli restituita tutta la dignità per il lavoro che ha sempre fatto per tutti i lavoratori e le lavoratrici e anche per la città di Trezzano sul Naviglio.

Solidarietà  è stata espressa stamattina da don Massimo Mapelli di Caritas Milano, da don Franco Colombini parroco di Trezzano, da Marco Cabassi, don Gino Rigoldi e Giuseppe De Marzo, che da anni seguono e sostengono attivamente il progetto RiMaflow.

Cooperativa RiMaflow (Luca Federici 349.6489063)

Associazione O. Maflow (Gigi Malabarba 335.1213067)

 

Trezzano, 26 luglio 2018

26 Luglio 2018 / by / in
COMUNITÀ SUDANESE DI VIA SCORTICABOVE: ECCO IL RESOCONTO DEL TAVOLO ISTITUZIONALE DEL 23 LUGLIO CON L’ASSESSORA BALDASSARRE

L’UNICA OFFERTA: “POSTI IN EMERGENZA”. ECCO PERCHÉ LI RIFIUTIAMO

Dopo lo sfratto del 5 luglio e dopo essere giunti quasi al ventesimo giorno di presidio permanente in via Scorticabove, lunedì 23 luglio abbiamo incontrato l’assessora alle politiche sociali del Comune di Roma, Laura Baldassarre.
Siamo arrivati a questo secondo appuntamento del tavolo istituzionale riaffermando quelle che sono le nostre tre rivendicazioni fondamentali: non si può risolvere la nostra situazione attraverso la “risposta emergenziale” dei centri istituzionali temporanei; non si può più parlare di “accoglienza”, trovandoci in Italia da ben 15 anni; deve essere riconosciuto il fondamentale ruolo sociale che la nostra comunità ha svolto in questi anni.
Per questo abbiamo nuovamente rifiutato l’unica proposta che la Giunta capitolina ha messo in campo rispetto alla nostra situazione, ossia offrire temporaneamente un posto alloggio presso i centri istituzionali. Proposta che non tiene conto di un percorso di autonomia da noi faticosamente messo in campo ed attuato non tramite l’aiuto delle istituzioni ma completamente realizzato da noi stessi.

ABBIAMO SUBITO LA MALA-ACCOGLIENZA E DA SOLI ABBIAMO COSTRUITO PERCORSI DI AUTONOMIA

Abbiamo ricordato all’assessora Baldassarre che la cooperativa cui era stata data in gestione l’accoglienza nell’immobile di via Scorticabove non solo non ha mai messo in campo quei servizi -come scuola di italiano e supporto nella ricerca di lavoro- cui era preposta ma non ha neanche provveduto al pagamento delle utenze e dell’affitto; non a caso è finita all’interno dell’inchiesta “Mafia Capitale”. Quindi, nell’incontro si è evidenziato come noi stessi abbiamo provveduto alla nostra accoglienza, seguendo autonomamente corsi di lingua e di formazione professionale, ricercando dei lavori per poter sopravvivere dignitosamente. Dopo l’abbandono dell’immobile da parte della cooperativa, abbiamo dato vita ad un percorso di autogestione, creando un fondo comune per pagare le utenze e per garantire il soddisfacimenti dei bisogni primari di chi, tra noi,si trovava in difficoltà; prestando servizi di assistenza ed orientamento per i richiedenti asilo appena arrivati in città.
Abbiamo fatto tutto questo solo attraverso la forza della nostra comunità, avviando sperimentazioni di mutualismo e sopperendo alle mancanze istituzionali, altro elemento che abbiamo messo in evidenza nell’incontro con l’assessora.

NON ERAVAMO “FRAGILI”, LO SIAMO DIVENTATI PER COLPA DI UNA COOPERATIVA DISONESTA E DELLE ISTITUZIONI
Noi, dunque, non eravamo “fragili”, lo siamo diventati il 5 luglio a causa di uno sfratto che si è attuato per colpa di una cooperativa disonesta, lasciata operare nel completo silenzio delle istituzioni competenti.
Uno sfratto di cui l’attuale amministrazione capitolina era ben a conoscenza, avendo la stessa assessora Baldassarre effettuato un censimento nell’immobile di via Scorticabove nel febbraio 2018 ma non avendo, poi, dato seguito in maniera preventiva ad una collaborazione con noi inquilini per immaginare già allora soluzioni strutturali da proporci.
Per questo, ora, non possiamo accettare di essere risucchiati nei circuiti dell’accoglienza emergenziale, spazzando via la nostra conquistata autonomia e l’esperienza di solidarietà ed autogestione da noi messa in campo.

ABBIAMO PRESENTATO ALL’ASSESSORA UNA PROPOSTA PER L’ASSEGNAZIONE DI UN BENE PUBBLICO, DIMOSTRANDO LA FATTIBILITA’ GIURIDICA E LA SOSTENIBILITA’ ECONOMICA
Nell’incontro del 23 luglio abbiamo dimostrato all’assessora Baldassarre che vi è la possibilità di adottare una soluzione che mantenga unita la nostra comunità, preservando l’importante lavoro sociale da noi svolto in questi anni.
Si tratta di una proposta che potrebbe vedere l’assegnazione alla nostra comunità di un bene pubblico inutilizzato, per avviare una sperimentazione di rigenerazione urbana e di co-hounsing.
Si tratta di una proposta che abbiamo presentato all’assessora Baldassare, corredata da normativa di riferimento (legge regionale n.7/2017 sulla rigenerazione urbana); da valutazioni sulla sostenibilità finanziaria (fondo sociale europeo; pon metropolitano; fami); dalla richiesta di effettuare un appello ai municipi per la ricognizione dei beni pubblici dismessi esistenti, con l’individuazione altresì di una struttura -“Tenuta del Cavaliere”- su cui effettuare una immediata verifica della disponibilità.
L’assessora si è dimostrata ben propensa a vagliare la proposta di assegnazione di un bene da noi effettuata, rimandando tuttavia la possibilità di avviare una co-progettazione sul co-housing ad una richiesta di parere da parte dell’Avvocatura di Stato.
Questione che ci preoccupa rispetto ai tempi di rilascio del suddetto parere, constatando inoltre che la normativa regionale di riferimento non pone limiti rispetto alla possibilità di una co-progettazione, che rientra tra gli strumenti giuridici di cui un’amministrazione può e deve servirsi.

IL PROSSIMO INCONTRO ISTITUZIONALE SARA’ IL 6 AGOSTO, NEL FRATTEMPO RIMANIAMO PER STRADA E NON CI SONO STATE DATE RASSICURAZIONI SULLA POSSIBILITA’ DI NON ESSERE SGOMBERATI
Il prossimo incontro fissato con l’assessora è per lunedì 6 agosto. Auspichiamo che in quella sede si possa sciogliere il punto giuridico della fattibilità di una assegnazione con l’individuazione di un bene su cui avviare tale sperimentazione. Noi annunciamo già che ci presenteremo a tale incontro con la prima bozza di un progetto di co-housing, che verrà elaborato tramite il contributo delle realtà solidali e di alcuni docenti universitari. Un progetto in cui non parleremo solo di alloggi per la comunità ma anche di servizi ed attività che intendiamo offrire e dell’avvio di sperimentazioni di start-up.
Speriamo davvero che la Giunta capitolina dimostri la capacità di avviare un progetto che potrebbe rappresentare una conquista innovativa non solo per noi rifugiati ma per l’intera città di Roma.
Nel frattempo, noi continuiamo a rimanere in presidio permanente a via Scorticabove, con una minaccia di sgombero rispetto alla quale l’assessora Baldassarre non ha voluto dare rassicurazioni.

Rimaniamo per strada, convinti che sia necessario lottare per la nostra dignità ed autodeterminazione e vi invitiamo a venire a trovarci, per conoscerci e sostenerci.
D’altronde la battaglia che stiamo portando avanti ci racconta della possibilità di realizzare una nuova idea di convivenza, della capacità di una comunità -che ha subito sulla propria pelle le conseguenze della mala-accoglienza- di avviare dei percorsi di autonomia ed autogestione; della volontà di preservare il lavoro di mutualismo effettuato e di poterlo, anzi, potenziare.
Una sfida ambiziosa che abbiamo intenzione di vincere e che vogliamo condividere con tutti coloro che vorranno essere con noi solidali.

La Comunità sudanese di via Scorticabove

26 Luglio 2018 / by / in
“FAREMO OPPOSIZIONE A TUTTO CAMPO”: risponde la Casa Internazionale delle Donne!

Roma, 25 lug. – “L`assessora Rosalba Castiglione ci ha annunciato che la memoria da noi consegnata a fine gennaio 2018 è stata respinta in toto, comprese le proposte di riduzione del debito da noi formulate.

L`assessora Castiglione ha quindi annunciato anche la revoca immediata della Convenzione che regola il rapporto fra la Casa internazionale delle donne e Roma Capitale”. Cosi` in un comunicato le esponenti del direttivo della Casa Internazionale delle donne.

“Noi- continuano le esponenti del direttivo presenti alla riunione, la presidente Francesca Koch, Lia Migale, Giulia Rodano, Maria Brighi, Loretta Bondi`- faremo opposizione a tutto campo. Non possiamo non rilevare che l`annuncio della revoca della Convenzione avviene alla vigilia di agosto, nella peggiore tradizione di ogni vertenza pubblica e privata nel nostro paese.

La Casa Internazionale delle donne e tutte le attività e servizi che al Buon Pastore vengono erogati rischiano la chiusura a causa di questo ulteriore incomprensibile attacco della giunta Capitolina al femminismo e alla vita associata a Roma”. “Noi, al contrario, abbiamo proposto una transazione che chiuda definitivamente la questione del debito. Grazie al grande sostegno che abbiamo ricevuto con la `Chiamata alle arti` e con la grande mobilitazione in Campidoglio del 21 maggio, c’è a Roma e nel paese la consapevolezza di quanto negativo e grave sarebbe scrivere la parola fine alla esperienza della Casa Internazionale delle donne.

Ci sentiamo per questo di chiedere a tutte e a tutti- conclude la delegazione di ritorno dall’incontro all’assessorato al Patrimonio, al quale erano presenti anche le assessore Laura Baldassarre e Flavia Marzano e la consigliera Gemma Guerrini- di sostenerci, di continuare la campagna di solidarietà e di mobilitazione, e anche di sottoscrivere”.

(Com/Mtr/ Dire18:19 25-07-18 .NNNN)

25 Luglio 2018 / by / in
Scorticabove si racconta: la storia di una comunità nata nel 2005

Il 5 Luglio 2018 la nostra Comunità sudanese di via Scorticabove, ha subito un improvviso e violento sfratto, mettendo dall’oggi al domani, dopo ben tredici anni, un’intera Comunità in mezzo a una strada, in una condizione di estrema precarietà e pericoli da cui era, da anni, finalmente uscita.

In questo modo si intende interrompere un importante processo di autonomia, auto-organizzazione e autogestione iniziato nel 2005 presso l’Hotel Africa, costringendo la Comunità a disgregarsi. Negli anni infatti, la nostra Comunità sudanese, da un momento iniziale in cui ha ricevuto assistenza, è passata quasi subito ad una fase di semi autonomia, raggiungendo, ormai da molti anni, un sistema esemplare di autonomia e autorganizzazione. La Comunità ha gestito a sua volta e in molte occasioni, l’accoglienza di altre persone richiedenti asilo e protezione umanitaria, collaborando attivamente con le Istituzioni, facendosi carico di molte situazioni dove il Comune stesso non arrivava a rispondere, attivando un circuito di mutuo aiuto e di solidarietà nei confronti delle persone appena arrivate che necessitavano di sostegno, accoglienza e assistenza nel superamento dei traumi per il vissuto da cui provenivano, accompagnandoli nella ricerca del lavoro e nell’iter burocratico per il riconoscimento dello status di rifugiato, sopperendo ad un vuoto istituzionale.

La Comunità rappresenta una realtà fondamentale, da prendere come esempio e valorizzare: il processo di integrazione, il passaggio dall’accoglienza all’ autorganizzazione, sono elementi fondamentali di un percorso volto all’integrazione e all’autonomia, come ribadito dalle istituzioni. All’interno di questa contraddizione troviamo una Giunta che non considera nessuna soluzione che preservi la nostra Comunità e l’autonomia acquisita, negando la nostra esistenza, i nostri valori, il percorso intrapreso e tutti i risultati ottenuti. Nessuna delle proposte alternative, valide e adeguate che mirano a preservare e a mantenere l’importante esempio che la nostra Comunità rappresenta, viene minimamente considerata.

Nonostante ci sia un ampio ventaglio di soluzioni, come ad esempio la requisizione temporanea del bene (Articolo 42 della Costituzione italiana), l’assegnazione di un bene confiscato alle mafie, l’assegnazione di strutture non utilizzate e vuote presenti in tutta la capitale, l’avvio di esperienze di co-housing, il Comune preferisce disgregare la nostra vita comunitaria consolidata in oltre 13 anni. Ogni proposta valida e percorribile che abbiamo individuato e portato al Tavolo con il Comune di Roma, frutto di un confronto e una ricerca seria ed approfondita, non è stata presa in considerazione. Le proposte che abbiamo fatto, confrontandoci con le rete di solidarietà che si è attivata con noi sin dal 5 luglio, si pone in un’ottica di collaborazione con le Istituzioni, con la consapevolezza dell’importanza del mantenimento della nostra Comunità- famiglia che invece le istituzioni negano e a cui non danno evidentemente nessun valore e nessuna importanza.

Le conseguenze dello sfratto, senza alcun preavviso e senza che sia stata trovata prima una soluzione alternativa, nonostante ci fosse stato tempo, ci ha messo in mezzo a una strada dove tutt’ora stiamo ancora vivendo. L’unica alternativa che il Comune continua a proporci è il posto letto presso varie strutture nel circuito emergenziale, dal quale siamo usciti da oltre dieci anni: individuare e scegliere unicamente questa possibilità, negando le altre fattibili che mantengono viva e attiva la nostra comunità, rappresenta il mancato riconoscimento dell’ enorme e significativo percorso fatto fin’ora, e ci ributterebbe nell’emergenza. E’ questo un enorme passo indietro per tutti noi e per l’intera società civile. Le conseguenze della mancanza di un’ alternativa valida ci vede, ancora oggi, a vivere in strada ed ha creato altre situazioni di emergenza abitativa laddove non c’erano, con il rischio di perdere il nostro posto di lavoro, oltre ad averci causato un danno economico, danni ai nostri effetti personali e, non ultimo, un considerevole stress e il rischio di incorrere in pericoli che ci eravamo illusi fossero scongiurati.

La solidarietà e la partecipazione attiva delle persone che si sono avvicinate al Presidio, ci fa ancora sperare per il futuro dell’Umanità. In tanti sono rimasti al nostro fianco e continueranno a lottare con noi per i nostri diritti: la rete di solidarietà che sta affrontando questo momento difficile insieme a noi si sente, ora, parte della stessa Comunità stessa. Siamo felici di questo e crediamo che sia un altro grande risultato che sottolinea la sensibilità, la forte capacità di interazione ed inclusione di cui la nostra Comunità sudanese è portatrice e che è in grado di trasmettere, uscendone rafforzata in termini anche di relazione con chi crede nei valori profondi dell’Umanità. Una ricchezza e un bagaglio di rapporti umani che non dovrebbe disperdersi: l’incontro e la condivisione che abbiamo con le altre realtà è un valore per tutti i cittadini e le cittadine con le quali ci sosteniamo reciprocamente, tenendo alto il senso della condivisione, dell’inclusione e della solidarietà.

Considerato:
1. Che la comunità ha raggiunto un modello esemplare di mutualismo e auto-organizzazione nella gestione della vita quotidiana, attivando anche consulenze e servizi;
2. Che questa comunità ha offerto, negli anni, servizi sociali basilari ai migranti sudanesi, anche riducendo il carico per i servizi sociali comunali e nazionali;
3. Che le migrazioni sono un fenomeno strutturale, a cui non si può dare risposta emergenziale;
4. Che questa esperienza è un modello virtuoso da replicare e non distruggere;
5. Che tutte le soluzioni proposte riportano persone che stavano superando gravi sofferenze e traumi,attraverso un percorso di integrazione sociale, ad una situazione emergenziale e precaria che stavano invece superando;

La comunità vuole:
1. Mantenersi tale e rimanere unita;
2. Continuare a svolgere importanti funzioni sociali per sé e per la cittadinanza:
3. Ottenere uno stabile da autogestire, come è stato per 13 anni.

La comunità auspica sensibilità morale e politica nel garantire i diritti di rifugiati che hanno fatto un lungo percorso per sfuggire alla dittatura e alle torture, che hanno avviato un percorso di integrazione unico e virtuoso.
Chiediamo che la nostra comunità e la nostra esperienza non si disperdano.

20 Luglio 2018 / by / in
NOI NON ABBIAMO PAURA – La risposta della Rete NoBavaglio alle aggressioni dei Casamonica

NOI NON ABBIAMO PAURA – Ci vediamo domani 19 luglio, alle 13 in corso Vittorio Emanuele, alla conferenza stampa in Fnsi organizzata dopo le aggressioni dei Casamonica ai giornalisti di Repubbluca e della Rai a Porta Furba.

Per la Rete Nobavaglio interverrà Ivano Maiorella che ha seguito l’esperienza della Romanina fin dai primi passi, un’ iniziativa che abbiamo organizzato con Floriana Bulfon (volto e voce della Rete Nobavaglio ) aggredita lei stessa mercoledì mattina insieme a Piergiorgio Giacovazzo dai Casamonica.

Ieri come oggi o domani è importante essere presenti e far sentire la nostra partecipazione ed essere al fianco di Floriana e di Piergiorgio. Per ribadire che noi non abbiamo paura e che torneremo in qualsiasi quartiere e periferia per fare il nostro lavoro: per raccontare ma anche per stare al fianco in modo attivo delle reti sociali impegnate nel cambiamento e nella rinascita di tanti quartieri dimenticati di Roma.
Marino Bisso

“Noi, insieme, dalla parte civile dei cronisti minacciati”
Conferenza stampa promossa da Fnsi, Ordine dei Giornalisti, Usigrai, Articolo21 con Floriana Bulfon e Piergiorgio Giacovazzo, aggrediti dai Casamonica


Rete #NOBAVAGLIO

BASTA MINACCE! NOI NON ABBIAMO PAURA!

CASAMONICA, ANCORA AGGRESSIONI E MINACCE AI GIORNALISTI CHE FANNO IL PROPRIO LAVORO PER GARANTIRE UN’INFORMAZIONE LIBERA. SOLIDARIETÀ AI GIORNALISTI AGGREDITI

Aggressione dei Casamonica a giornalisti Tg2 e la Repubblica.

Il Comitato di redazione del Tg2 condanna con fermezza il vile attacco mafioso contro l’informazione e la vita democratica, di cui sono state vittime i colleghi PierGiorgio Giacovazzo del Tg2 e Floriana Bulfon de la Repubblica, che seguivano gli esiti di un blitz delle forze dell’ordine contro il clan mafioso dei Casamonica.

 

I fatti – Roma, Vicolo di Porta Furba, quartiere generale del clan Casamonica. 17 luglio 2018

I colleghi Piergiorgio Giacovazzo e Floriana Bulfon entrano in una strada pubblica subito dopo il blitz delle forze dell’ordine, operato oggi contro quest’associazione per delinquere. Lavorano per dare voce al quartiere, documentare l’ambiente, raccogliere il pensiero su questi arresti.

Contro i colleghi Giacovazzo e Bulfon, e la troupe, si scagliano con violenza, prima le bambine e poi le donne della famiglia Casamonica; minacce e insulti, poi volano bastoni, scope – e tutto quello che le donne trovano – contro i giornalisti, uno colpisce l’operatore. Cercano di distruggere la telecamera strappando dei cavi, togliendo anche le schede nello zainetto che serviva per fare un collegamento in diretta alle 13. Un’aggressione finita solo per caso senza feriti, grazie all’intervento degli uomini della famiglia che hanno portato via le donne e al fatto che – saggiamente – la troupe si è spostata per evitare altri contatti.

Alla fine il collegamento in diretta il collega Giacovazzo lo ha fatto, solo perché – con la forza del giusto che difende il maltolto – ha levato dalle mani di una signora del clan, le schede telefoniche indispensabili per la diretta.

Un assalto portato avanti, non solo in barba alle più elementari regole di convivenza civile, ma anche alle leggi dello stato italiano. Quello stato che garantisce a ogni residente in Italia, anche ai Casamonica – solo per fare qualche esempio – la raccolta dei rifiuti, la fornitura dei servizi essenziali, come il pronto soccorso, il diritto all’istruzione… uno stato – non solo la Rai, il Tg2 e il collega Piergiorgio Giacovazzo – che è stato ancora una volta sopraffatto dalla volgarità e dalla violenza di questa gente di mafia.

Ai Casamonica, e a tutti quelli che pensano che in Italia la violenza possa zittire i giornalisti, il CdR del Tg2 dice che otterranno solo più giornalisti e altre telecamere e microfoni.

Vicolo di Porta Furba è nostro, dei cittadini onesti dello Stato italiano. L’informazione va vanti, senza paura e senza stop. I filmati dell’aggressione sono già in mano ai Carabinieri, ai colleghi e ai tecnici un abbraccio, la solidarietà e la vicinanza di tutti i giornalisti del Tg2.

Il comitato di Redazione del Tg2

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18 Luglio 2018 / by / in
Scorticabove incontra l’assessora Baldassarre: soluzione irricevibile

Il 12 luglio una delegazione formata da alcuni rifugiati sudanesi di via Scorticabove e alcuni rappresentanti della rete di solidarietà che sta dando supporto agli uomini sgomberati dalla loro casa la scorsa settimana, è stata ricevuta dall’assessora alle politiche sociali del Comune di Roma Laura Baldassare.

 

Come già la sera dello sgombero, l’assessora ha replicato la sua offerta di mettere a disposizione 40 posti nel circuito dell’accoglienza dedicata alle fragilità cittadine in quattro centri diversi, per un tempo dai 3 ai 6 mesi. Si è detta disponibile ad aprire un tavolo di confronto permanente per valutare insieme delle soluzioni di medio periodo, che potrebbero riguardare i beni confiscati alla criminalità organizzata, per il cui utilizzo è stato recentemente adottato un regolamento.

I rifugiati lì presenti hanno espresso perplessità rispetto a una proposta, quella dei centri di accoglienza, che innanzitutto non sarebbe sufficiente a ospitare tutte le novanta persone rimaste per strada e i cui tempi prospettati difficilmente sarebbero sufficienti a intraprendere e completare un percorso stabile e definitivo. Dopo aver comunque accettato di andare a visitare questi centri, i rifugiati hanno definito come “irricevibile” la proposta di una soluzione alloggiava temporanea che di fatto li farebbe regredire di quindici anni rispetto all’autonomia e alla capacità di autorganizzarsi acquisita.

E’ fondamentale ricordare come queste persone, che vivono in Italia da anni, sono tutte rifugiate del genocidio del Darfur e hanno dovuto attraversare anche in Italia enormi difficoltà, non da ultimo quella di essere finiti in un centro gestito da una cooperativa implicata in Mafia Capitale. Da questa ulteriore esperienza di abbandono istituzionale però, questi uomini hanno saputo reagire vivendo nello stabile di Scorticabove autogestendosi, in un modello grazie al quale chi lavora mette una parte del proprio reddito a disposizione di chi non ha possibilità, in cui si fanno turni di pulizia e la raccolta differenziata, dove chi non ha reddito si occupa di preparare da mangiare per tutti ed, elemento per noi estremamente importante e qualificante di questa esperienza, si è creato un luogo in cui continuare a parlare di Darfur e del dittatore al-Bashir che ancora opprime il popolo sudanese, creando una vera e propria rete impegnata sia in un lavoro culturale, sia in un concreto sostegno a tutti i sudanesi che nella città di Roma hanno avuto bisogno di orientamento ai servizi, mediazione, ospitalità. Da anni la comunità chiede alle istituzioni la possibilità di contribuire al pagamento dell’affitto di un luogo in cui poter abitare insieme e in cui poter continuare a far vivere questa esperienza, ed è per questo che il lungo silenzio da parte degli organismi competenti ci sembra così grave.

In questo momento i rifugiati di Scorticabove sono accampati sotto dei gazebo davanti a quella che era la loro casa, con tutta la loro vita lì, buttata in mezzo a una strada. La proprietà ha dato oggi come ultimatum per l’utilizzo dei bagni e l’accesso alla struttura per il recupero degli oggetti personali, ultimatum che se confermato aggraverebbe ancora di più la situazione di persone che di fatto si sono trovate catapultate nell’emergenza senza che gli sia stato offerto nulla di concreto. Per questo auspichiamo che almeno fino al 23 luglio, data del secondo appuntamento del tavolo cui vorremmo fosse invitata anche la Regione nelle deleghe al sociale e al patrimonio, ai rifugiati venga permesso di rimanere su via Scorticabove e gli sia consentito l’utilizzo dei bagni. Ma, soprattutto, chiediamo all’amministrazione di utilizzare buon senso, buona politica e buon governo, dando la dimostrazione di essere in grado di comprendere, distinguere e valorizzare un’esperienza di inclusione e integrazione come difficilmente se ne vedono in città, valutando tutte le soluzioni possibili che permettano ai rifugiati di vivere insieme, come da loro richiesta.

Quello dei rifugiati di via Scorticabove potrebbe essere davvero un modello cui tutti noi dovremmo guardare per progettare finalmente politiche concrete che non si limitino a governare emergenze – peraltro continuamente prodotte da quelle stesse politiche – e a evocare soluzioni assistenziali, ma che invece abbiano il coraggio di superare burocrazia e tecnicismi procedurali costruendo percorsi duraturi di valorizzazione di comunità meticce e solidali.

 

14 Luglio 2018 / by / in
Magliette rosse: perché diventino una seconda pelle

È stata un’esperienza bella, significativa e per molti versi inaspettata, quella del 7 luglio scorso, ma proprio per questo è importante farne tesoro, darle continuità. È a questo che mirano le riflessioni che voglio condividere con tutte le realtà.

 

 

 

Una grande adesione, una grande partecipazione. Un’Italia vigile, appassionata, che esce allo scoperto e riempie le piazze materiali e virtuali per dire basta alla perdita di umanità, all’innalzamento di muri, alla rimozione della memoria e alla diffusione di menzogne. Per opporsi non alle paure – che sono un sentimento umano – ma alla loro strumentalizzazione e degenerazione in cinismo e rancore.

È stata un’esperienza bella, significativa e per molti versi inaspettata, quella del 7 luglio scorso, ma proprio per questo è importante farne tesoro, darle continuità. È a questo che mirano le riflessioni che voglio condividere con Libera e con tutte le realtà – a cui sono profondamente grato – che hanno aderito al nostro appello. Riflessioni per sostare, per guardarci dentro e guardare avanti, per procedere con passo più deciso.

 

Non possiamo non occuparci dei poveri

La prima riguarda un’obiezione che ho sentito fare: Libera si occupa di mafie, che c’entra con i migranti? Chi la pensa così non tiene conto di un fatto a mio avviso fondamentale. La lotta alle mafie è, nella sua stessa sostanza, lotta per la libertà e la dignità delle persone. Lotta contro le ingiustizie e le violenze. Lo abbiamo detto tante volte: se le mafie fossero una realtà solo criminale, sarebbero sparite da tempo dalla faccia di questa terra. Ma mafia vuol dire anche corruzione, collusione, appoggio politico e favore economico. E vuol dire tessuto sociale sfibrato, anemico, privo dei globuli rossi dell’etica. Oggi non si può parlare di mafie, e progettare efficaci azioni di contrasto, senza partire dalla profonda vicinanza, a volte intreccio, delle logiche mafiose con quelle di un sistema politico-economico che Papa Francesco ha definito “ingiusto alla radice”, un sistema che provoca guerre, ingiustizie, sfruttamento di beni e persone in tante parti del mondo, e di cui le migrazioni sono un’evidente conseguenza. Ecco perché Libera – senza perdere la sua specificità, anzi arricchendola – non può fare a meno di occuparsi di migranti, come non può fare a meno di occuparsi di povertà (lo ha fatto con il progetto “Miseria ladra”, continua a farlo con la rete “Numeri pari”) e così di lavoro, di scuola, di sanità, cioè di quello Stato sociale ridotto a brandelli da un sistema che ormai non si fa più scrupolo di affermare che la dignità della persona è una variabile economica, non un diritto umano, sociale, civile.

 

Essere una spina nel fianco del sistema

Seconda riflessione: il rapporto con la politica. Si è detto e scritto sull’adesione all’iniziativa di persone o realtà che fanno capo a un partito o ne sono diretta espressione. Con inevitabile seguito di commenti, illazioni, polemiche. Ora va precisato che l’appello era rivolto soprattutto al mondo del sociale e ai cittadini, ma se alcune espressioni della politica hanno ritenuto di sottoscriverlo, ben venga: della loro sincerità risponderanno i fatti, la coerenza tra l’adesione a un testo che parla chiaro e le azioni che ne derivano.Così come va precisato – non è la prima volta, ma è bene ribadirlo –che Libera è apartitica: nessuno può affibbiarle etichette o metterci sopra le proprie insegne. Apartitica ma non apolitica, se politica significa sentirsi responsabili del bene comune, fare la propria parte per difenderlo e per promuoverlo, come ci chiede la Costituzione. È questo che da sempre cerchiamo di fare, nella convinzione che l’impegno sociale non sia mai neutrale, né limitato alla sola solidarietà. Accogliere è importante, anzi fondamentale, ma lo è altrettanto il denunciare le cause dell’esclusione e operare per eliminarle. Se manca questo aspetto l’impegno sociale rischia di diventare “delega alla solidarietà”, perdendo la sua visione, la sua carica propulsiva e innovativa. Non più spina nel fianco del sistema, ma foglia di fico delle sue inadempienze.È questo lo spirito e l’etica del nostro rapporto con la politica – un rapporto schietto, trasparente, esente da servilismi e secondi fini: piena collaborazione con chi opera per il bene comune; opposizione e denuncia di chi se ne appropria o lo trasforma in privilegio.

 

Non migrazioni ma deportazioni indotte

Terza riflessione, le semplificazioni e le falsificazioni. C’è chi ha detto: «Libera e don Ciotti sono quelli dell’ “accogliamoli tutti”». Come c’è chi ci ha accusato di non occuparci dei problemi di casa nostra, del dramma di milioni d’italiani relativamente o assolutamente poveri, costretti a tirare la cinghia, a mangiare nelle mense e a dormire per strada o nei dormitori. Libera non ha mai detto “accogliamoli tutti” ed è disonesto chi ci attribuisce queste semplificazioni. Da sempre sosteniamo che l’immigrazione è un problema enorme e complesso, che richiede interventi simultanei e su piani diversi. In estrema sintesi, ne enumero almeno quattro. Primo, riscrivere la convenzione di Dublino, perché un’Europa non corresponsabile e non collaborativa è solo un aggregato tecnico di nazioni (vedi le puntuali osservazioni in allegato di Lorenzo Trucco, presidente dell’Asgi, associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione). Secondo, modifiche strutturali, non solo superficiali e cosmetiche, di un sistema economico che innesca conflitti e produce povertà dunque migrazioni – chiamiamole deportazioni indotte, visto che nessuno abbandona casa e affetti se non a causa della fame, della guerra, della desertificazione e distruzione dell’ambiente. Terzo, creare le condizioni perché chi vive in Africa e in altre regioni del mondo che l’Occidente ha sfruttato e colonizzato, possa farlo in dignità, ovvero in piena autonomia. Quarto, impostare politiche d’interazione che sappiano coniugare accoglienza e sicurezza, diritti e legalità, tenendo conto del disagio di milioni di italiani. L’accoglienza funziona e diventa un fattore di crescita umana, culturale, economica, laddove si sono create le condizioni per accogliere, ossia laddove una politica rivolta non al potere contingente ma al bene comune presente e futuro, si è opposta allo sfascio dello Stato sociale, alla riduzione o cancellazione dei servizi, al dilagare della disoccupazione e alla crescita della dispersione scolastica. Ecco allora che dire “Libera si dimentica dei poveri e dei bambini di casa nostra”, è falso. La rete “Numeri pari” è stata concepita, come detto, proprio per rispondere ai bisogni delle persone, ma più in generale lo stesso impegno contro le mafie e la corruzione è un impegno contro la povertà, visto che le mafie – come dicono accreditati studi economici – sono una delle principali cause di povertà, e tra le loro vittime bisogna annoverare non solo i morti ammazzati ma anche le centinaia di migliaia di “morti vivi”, di persone a cui mafiosi e i corrotti tolgono lavoro, speranza, dignità.

 

Sovvertire la dittatura dell’effimero

La quarta e ultima riflessione riprende la domanda iniziale: come dare continuità all’iniziativa, come farne tesoro? Il tempo che viviamo è segnato da una dittatura dell’effimero, da un eterno presente in cui tutto accade senza lasciare traccia. Conta l’emozione, il clamore, la polemica del momento, ma poi tutto finisce lì, soppiantato da altre emozioni, clamori, polemiche. Calato il polverone dell’emergenza, il paesaggio che si offre ai nostri occhi è sempre lo stesso, solo più desolante e trascurato. È bene esserne consapevoli se vogliamo custodire lo spirito con cui abbiamo indossato quelle magliette: andare oltre la contingenza e l’emergenza. Dirò di più: andare oltre la commozione e l’indignazione. Oggi non bastano più. Come non bastano più le parole: in un’epoca in cui se ne abusa irresponsabilmente, anche quelle autentiche rischiano di essere sommerse dal chiacchiericcio. Libera sin dall’inizio cerca di opporsi a questa deriva ormai impressionante. Libera nasce per impedire che la rabbia e il dolore per le stragi del 1992 non svanissero col passare del tempo, nasce per trasformare quelle emozioni in sentimenti e quei sentimenti in consapevolezza, responsabilità, memoria viva. Ha sempre agito sapendo che non è la contingenza il banco di prova, ma la coerenza e la determinazione con cui si compie un cammino. Nella coscienza dei limiti, beninteso: nessuno è insostituibile, ma nessuno può fare al posto nostro quello che è nostro compito fare.

 

Rispondere all’appello della storia

La coscienza della responsabilità, personale e collettiva, è l’etica che abbiamo abbracciato, che abbiamo scritto prima che negli statuti nelle nostre coscienze. E questo ha sempre significato stare nel tempo, nella storia che ci è data, senza eludere i suoi appelli e le sue provocazioni, rispondendo sempre, nei nostri limiti, “ci sono, ci siamo”: «Delle parole dette mi chiederà conto la storia – diceva Tonino Bello, instancabile costruttore di pace – ma del silenzio con cui ho mancato di difendere i deboli dovrò rendere conto a Dio». Il tempo che oggi ci viene dato è un tempo difficile, ambiguo, pieno d’insidie e di pericoli, un tempo schiacciato in un presente senza prospettive, sempre più simile a un vicolo cieco. Lo dico pensando soprattutto ai giovani – alle migliaia che si riconoscono in Libera, che ci accordano una fiducia spero ben riposta e che rappresenta per noi la più alta responsabilità – perché sono loro le prime vittime di questo presente prigioniero di se stesso, ostaggio di poteri ingiusti o criminali. Un tempo nel quale si gioca – ormai credo sia chiaro a molti – una partita di civiltà. Si, civiltà. Perché quando viene meno il dovere di soccorso, un dovere che nasce dall’empatia fra gli esseri umani, dal riconoscerci gli uni e gli altri soggetti a un destino comune, viene meno il fondamento stesso della civiltà.

 

La conoscenza è sempre un atto di amore

Questo tempo ci dice che dobbiamo ripartire da due cose, umilmente ma tenacemente: le relazioni e la conoscenza. Sono le strade per crescere in umanità e in cultura, due strade che abbiamo smesso di percorrere. Partire dalle relazioni perché la premessa di una società giusta e pacifica è il mettersi nei panni degli altri, l’andare oltre le relazioni opportunistiche e d’interesse, il riconoscere l’altro e il “diverso” come un completamento, un arricchimento della nostra identità. Dalla cultura, perché un tempo complesso, soggetto a continue e rapide mutazioni, richiede parole e pensieri che lo sappiano interpretare, che sappiano orientarci nel suo groviglio, che sappiano ascoltare le nostre speranze e non solo le nostre paure. Se manca la cultura prevalgono le approssimazioni, le semplificazioni, gli slogan, e da lì le manipolazioni, le “bufale”, la propaganda. L’odio è conseguenza dell’ignoranza, perché si odia solo ciò che non si conosce, la conoscenza è sempre un atto di amore. È questo il compito che ci consegna l’iniziativa del 7 luglio. E solo se sapremo prendercene cura quotidianamente, renderlo spirito che anima i nostri atti e le nostre scelte – come già stanno facendo tante realtà in ogni parte d’Italia, a cui deve andare il nostro appoggio, il nostro incoraggiamento, la nostra gratitudine – potremmo ricordare quella data come un punto di svolta, l’inizio di una stagione di speranza, di giustizia, di ritrovata umanità.

Luigi Ciotti

http://www.libera.it/schede-563-magliette_rosse_perche_diventino_una_seconda_pelle

13 Luglio 2018 / by / in
Tante magliette rosse in nome dell’umanità

Migranti. Quei bambini che muoiono nel mediterraneo, quelle donne e quegli uomini che scappano da guerra e da condizioni economiche e sociali su cui l’occidente ed i nostri governi hanno gravissime responsabilità, interrogano innanzitutto le nostre coscienze, il modello di sviluppo, la governance europea, i gruppi dirigenti della politica italiana degli ultimi 20 anni.

 

Un’onda improvvisa, colorata di rosso, in pochissime ore ha riempito le piazze di centinaia di città italiane, da nord a sud, senza distinzioni. Un moto di dignità, di rabbia e di solidarietà, spontanea. Un sentimento e una voglia di partecipazione partita dal basso, e da dentro. Perché, in nome dell’umanità di cui facciamo parte, non possiamo rimanere fermi ed in silenzio davanti a quello che continua ad accadere nei nostri mari, che con la loro storia tanto ci ricordano. Ma evidentemente chi governa difetta di memoria, e si sa che senza memoria si è incapaci di leggere il presente e di immaginare un futuro.

Soprattutto per contrastare questa prospettiva oscura e senza speranze, è il momento di dire basta. Quei bambini che muoiono nel mediterraneo, quelle donne e quegli uomini che scappano da guerra e da condizioni economiche e sociali su cui l’occidente e i nostri governi hanno gravissime responsabilità, interrogano innanzitutto le nostre coscienze, il modello di sviluppo, la governance europea, i gruppi dirigenti della politica italiana degli ultimi 20 anni.

Dalle piazze colorate di rosso in tutto il paese arriva un messaggio chiaro e forte di speranza: noi non siamo disponibili a tradire la nostra umanità, ci sentiamo profondamente solidali e vicini a tutti coloro che in questo momento sono ostaggi di scelte politiche che mostrano il livello di incapacità, cinismo e classismo di chi governa, siamo stufi e indignati di una classe dirigente politica che in maniera vergognosa e ipocrita avvelena da anni il cuore degli italiani raccontando l’enorme bugia dei migranti come principale problema del paese.

Le piazze rosse denunciano invece come i principali problemi del paese siano la povertà, le disuguaglianze, che sono esplose a livelli paragonabili solo ai periodi di guerra: 18,6 milioni di italiani a rischio esclusione, 5 in povertà assoluta, 9,3 relativa, mentre 12 milioni non si possono più curare e 1,2 sono bambini. Vergogna dunque a quei politici che occultano le loro responsabilità, spostando il problema sui più deboli così da scatenare una guerra tra poveri, facendo crescere la paura e l’insicurezza che sono benzina per odio e razzismo. Questi stessi politici che oggi dicono prima gli italiani sono gli stessi che ci hanno impoverito tagliando i fondi alle politiche sociali, si sono rifiutati di introdurre una misura di reddito minimo, hanno tagliato sulla sanità pubblica, sulle scuole, hanno reso più precario e intermittente il lavoro, legittimando persino quello gratuito.

Con le loro scelte politiche hanno allargato la zona grigia, quella che favorisce le mafie. Perché non possiamo più nascondere quello che vediamo tutti i giorni nelle nostre periferie: il welfare sostitutivo delle mafie sta subentrando al vuoto lasciato dalle politiche sociali che sono state quasi cancellate insieme al nostro sistema di protezione sociale. Senza giustizia sociali è impossibile sconfiggere le mafie e la corruzione che si avvantaggiano della povertà economica, culturale e relazionale.

È su questo che esigiamo risposte! Ed allora è una bella giornata quando finalmente a partire dall’appello lanciato da don Luigi Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele, insieme al giornalista Francesco Viviano ed ai presidenti di Anpi, Arci e Legambiente, ci si ritrova in tanti in carne ed ossa nelle piazze reali, non virtuali, per dire a voce unica che non siamo disponibili a vedere affondare la nostra umanità su quei barconi. E che il vero problema del nostro paese come della nostra Europa è la questione sociale, e non i migranti o gli impoveriti, che sono due volte vittime: prima di un modello economico insostenibile socialmente ed ecologicamente, e poi dell’ipocrisia di un ceto politico prono agli interessi delle elite economiche e finanziare che hanno prodotto la crisi.

Siamo consapevoli che la strada è lunga. Ma è da momenti simbolici capaci di organizzare il dissenso, costruire un nuovo linguaggio e nuova solidarietà che dobbiamo ripartire. In una società avvelenata dalla povertà culturale, economica e relazionale, pensare di rimanere in piccoli spazi, peggio ancora se sicuri, non porta a nulla. Dobbiamo accettare il corpo a corpo con la realtà, partendo dai luoghi del dolore e del dissenso, mettendo insieme le voci, accordandole in un “Noi” che sappia, a partire dalla pluralità, praticare obiettivi comuni.

Giuseppe De Marzo

 

Da Il Manifesto del 8/07/2018

9 Luglio 2018 / by / in
Appello alla cittadinanza e alla Sindaca di Roma per via Scorticabove

Oggi, 6 luglio, una delegazione della comunità di rifugiati sudanesi di via Scorticabove è stata ricevuta presso il Vicariato di Roma dal vescovo ausiliario di Roma Sud e delegato della Migrantes del Lazio, Don Paolo Lojudice insieme al direttore di Migrantes di Roma. La delegazione è stata accompagnata da una rappresentanza delle realtà sociali e sindacali che da ieri si sono mobilitate al fianco della comunità ingiustamente sgomberata senza nessun preavviso e senza nessuna colpa, nonostante le 120 persone che vivevano nello stabile siano titolari dello status di rifugiato. Ci troviamo quindi, in una situazione in cui i diritti fondamentali dei titolari di protezione internazionale sono stati violati. Dopo aver passato la notte per strada con tende e sacchi a pelo, all’intera comunità non è stata proposta alcuna soluzione abitativa alternativa congrua alla loro condizione.

Chiediamo alla sindaca di Roma e all’assessorato alle politiche sociali, alla salute, alla casa e all’emergenza abitativa di trovare adeguate soluzioni seguendo le indicazioni delle Convenzioni Internazionali che tutelano i Diritti dei titolari di protezione internazionale e dall’UNHCR, le quali prevedono il pieno godimento dei diritti di cittadinanza dei rifugiati così come dei cittadini italiani. Il nostro unico obiettivo è che venga immediatamente garantita la dignità e i diritti dei 120 sudanesi che non hanno nessuna responsabilità di quanto accaduto e che sono vittime due volte: prima perché costretti a scappare dalla guerra e poi perché, invece di ricevere risposte, sono stati sgomberati ingiustamente.

Ricordiamo a tutta la cittadinanza e alle istituzioni preposte, che la comunità vive nello stabile di via Scorticabove dal 2005 su concessione dell’Amministrazione Comunale. Dal 2015 la cooperativa che si occupava del servizio di accoglienza, e che nulla ha a che vedere con la comunità sudanese, ha interrotto la gestione in seguito ai fatti di Mafia Capitale. Da quella data la comunità si è autogestita in conseguenza delle inadempienze delle autorità preposte al controllo e al governo, nonostante siano state sollecitate più volte.

Una situazione, questa, che tutta la nostra città non può e non deve accettare, in nome di quella civiltà fondata sul Diritto e sulle responsabilità, che ciascuno deve assumersi. Per questo, facciamo appello alla Sindaca di Roma, Virginia Raggi, ribadendo la nostra disponibilità a contribuire affinché vengano trovate soluzione condivise che garantiscano la coesione e la dignità di tutti.

6 Luglio 2018 / by / in
Una maglietta rossa in piazza con Don Ciotti

Sabato 7 luglio

Una maglietta rossa per fermare l’emorragia di umanità

Libera e Numeri Pari appuntamento domani 7 luglio ore 11-13 Piazza Immacolata- San Lorenzo- Roma

Presenti Luigi Ciotti,  presidente Libera e Gruppo Abele e Giuseppe De Marzo Numeri Pari

 

Sono migliaia le adesioni di associazioni, comitati, scuole, musicisti, giornalisti, scrittori, singoli cittadini che hanno risposto all’appello “Una maglietta rossa per fermare l’emorragia di umanità” da indossare sabato 7 luglio, promosso da Libera e Gruppo Abele, Arci, Legambiente, ANPI e dal giornalista Francesco Viviano.

Appuntamento centrale domani 7 luglio ore 11 in Piazza Immacolata San Lorenzo – Roma. Saranno  presenti Luigi Ciotti, presidente nazionale Libera e Gruppo Abele e Giuseppe De Marzo, coordinatore della rete di Numeri Pari. 

Di rosso era vestito il piccolo Aylan, tre anni, la cui foto nel settembre 2015 suscitò la commozione e l’indignazione di mezzo mondo. Di rosso- si legge nell’appello– erano vestiti i tre bambini annegati nei giorni scorsi davanti alle coste libiche. Di rosso ne verranno vestiti altri dalle madri, nella speranza che, in caso di naufragio, quel colore richiami l’attenzione dei soccorritori. Fermiamoci allora un giorno, sabato 7 luglio, e indossiamo tutti una maglietta, un indumento rosso, come quei bambini. Perché mettersi nei panni degli altri – cominciando da quelli dei bambini, che sono patrimonio dell’umanità – è il primo passo per costruire un mondo più giusto, dove riconoscersi diversi come persone e uguali come cittadini.

6 Luglio 2018 / by / in