LiberaMente in azione: Emilia e Marco raccontano l’esperienza dei laboratori di mutualismo sociale ad Alessandrino

LiberaMente in azione: Emilia e Marco raccontano l’esperienza dei laboratori di mutualismo sociale ad Alessandrino

Un’orchestra e corsi di cucina “Così salviamo i nostri ragazzi”

Una pagina per raccontare le attività dei comitati e delle associazioni che non si arrendono all’abbandono dei propri quartieri.

Il comitato di San Giustino è l’esempio di come le parrocchie siano sempre di più il punto di riferimento per organizzare iniziative di solidarietà e integrazione a favore del quartiere e di chi ci vive. Siamo nell’Alessandrino, periferia est della città, fra Tor Sapienza e Centocelle: viale Alessandrino taglia in due un’area urbana estesa quanto una media città italiana, circa 200mila abitanti, che comprende anche il Quarticciolo, una volta cuore della resistenza all’occupazione nazista. Proprio sul viale si trova la parrocchia di San Giustino: da due anni un gruppo di genitori che frequentano la parrocchia ha creato un comitato con le altre famiglie per realizzare laboratori gratuiti per insegnare ai giovani cucina, cucito, musica ma anche robotica, elettronica e artigianato; tutti inaugurati da don Luigi Ciotti di Libera e monsignor Paolo Lojudice. Ogni settimana, a giorni fissi, un laboratorio diverso: è nata una comunità che vede coinvolte più di cento famiglie e che organizza anche iniziative culturali e cene di solidarietà: c’è Eleonora, 18 anni diplomata in scuola di Moda, che insegna come cucire e riciclare con “ago, filo e fantasia”; Stefano, 24 anni, insegna a lavorare la cera; Naomi, 22 anni laureata, insegna chitarra insieme a Giuseppe Cirimele, idraulico di 45 anni. L’obiettivo è chiaro: fare comunità e togliere i ragazzi dai rischi della strada.

Tutto è nato nell’aprile 2014 da un’idea di Marco Fallocco di fare un laboratorio di chitarra.

L’ultima iniziativa, ad aprile 2018, è l’orchestra di San Giustino: dodici ragazzi dai 12 ai 19 anni che hanno imparato a suonare violoncello, tastiera, oboe, clarinetto; a settembre i primi concerti in parrocchia e nei centri culturali. A condurre i laboratori sono i genitori, professionisti o esperti della materia, disponibili a fare lezioni gratis; sono tutti del quartiere, entrati a far parte del comitato di San Giustino. Che nei prossimi mesi inizierà a collaborare con altre associazioni: a partire da settembre l’orchestra suonerà anche con altri ragazzi, soprattutto figli di immigrati o di seconda generazione nati in Italia.

Emilia Fragale, 43 anni, insegna percussioni presso una scuola media a indirizzo musicale. Fa parte della rete dei laboratori.

Perché è importante fare rete?

«È indispensabile: la società è complessa e da soli non si può costruire molto. Solo con il concetto del “Noi” si possono trovare soluzioni ai problemi della città, soprattutto in periferia, e togliere i ragazzi dalle tentazioni della strada».

Quali sono?

«Disagio sociale, mancanza di stimoli culturali, di attività educative e formative. Nelle periferie dove c’è disuguaglianza sociale, i ragazzi affrontano già in famiglia problemi legati alla povertà: i genitori stanno molto tempo fuori casa per lavoro e i ragazzi spesso si trovano da soli. Noi diamo l’opportunità di non essere abbandonati a se stessi. Le scuole sono presenti ma spesso sono l’unico presidio e c’è bisogno di altro».

Ad esempio?

«Le politiche sociali sono indispensabili per combattere la disuguaglianza e i problemi che sono complessi e interconnessi perché mettono insieme emergenza lavoro, precariato, crisi, emergenza casa. C’è anche bisogno di sensibilizzare su temi come la presenza della mafia in alcune zone: uno dei problemi da noi ad esempio è l’usura e il sovraindebitamento».

L'orchestra è uno dei fiori all'occhiello della comunità.

«La musica è per definizione uno strumento per integrare perchè è un linguaggio che parla al di là delle parole. La musica ha messo in connessione non solo i bambini dell’orchestra ma anche i loro genitori e persone che prima neanche si salutavano e ora hanno creato una comunità».

Vuole fare un appello?

«Sarebbe bello che chi abbia uno strumento non usato lo metta a disposizione dell’orchestra: molti ragazzi non hanno disponibilità e comprare gli strumenti costa».

 

Marco Fallocco, 55 anni, progettista meccanico, vive all’Alessandrino dal 1984. È tra i fondatori e coordinatori del comitato dei genitori di San Giustino.

Come è nata l'idea di andare oltre la semplice frequentazione di una parrocchia?

«Nel 2014, per fare un laboratorio per insegnare la chitarra in modo gratuito e amatoriale. Poi ho visto che c’era parecchia partecipazione e ho pensato di proporre anche altre materie, spargendo la voce tra gli adulti per insegnare ai ragazzi le loro passioni e competenze. Oggi abbiamo decine di laboratori».

Qual è la maggiore soddisfazione?

«Tra i ragazzi c’è tanta curiosità e quando li tieni impegnati, si dimenticano pure del cellulare. E questa è una grande conquista. Inoltre si è creata una sorta di mutualismo e i ragazzi si aiutano fra loro. Ad esempio un membro dell’orchestra si è offerto di insegnare la tastiera gratis. Questa solidarietà si è estesa anche ai genitori che mettono a disposizione gratis ciò che è di loro competenza, nei limiti delle loro possibilità. Organizziamo cene e ognuno cerca di aiutare il prossimo come può».

C'è sempre bisogno di un punto di riferimento? Ad esempio un parco, una parrocchia, una scuola.

«Certamente, senza i locali della parrocchia messi a disposizione da don Stefano e don Nicola, che poi ci ha presentato anche a Giuseppe De Marzo e don Luigi Ciotti di Libera, non potevamo fare ciò che stiamo facendo. Inoltre dobbiamo ringraziare monsignor Paolo Lojudice che è stato sempre presente alle inaugurazioni dei laboratori e dell’orchestra».

Vede partecipazione tra i ragazzi?

«Non è vero che i giovani non hanno voglia di fare, siamo noi adulti che dovremmo fare e insegnare ciò che ognuno sa fare, dal pane al sapone ai robot. Bisogna stimolare la curiosità».

– s.giuf.

15 agosto 2018 – Repubblica

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30 Agosto 2018 / by / in
Conversione ecologica o barbarie

Migranti. Se si vuole rovesciare il tavolo di una partita già persa occorre andare non solo alla radice dell’insofferenza per i migranti, ormai trasformata in odio e in angherie quotidiane; e nemmeno solo alla radice dell’austerity che l’ha provocata; bensì capire che cos’è veramente ciò che l’austerity sta bloccando. E’ questa la chiave per affrontare anche molte delle cause all’origine della “crisi migratoria”, che non è un’emergenza, ma un processo secolare

L’Unione, già Comunità (che vuol dire mettere le proprie risorse in comune) Europea, si sta dissolvendo sotto i nostri occhi. Forse si è già dissolta. A prima vista la causa più evidente di questo fallimento, come molti di noi avevano previsto, è la cosiddetta “crisi migratoria”: è evidente che trattare decine o centinaia di migliaia di esseri umani come pacchi, come un peso da scaricarsi l’un l’altro e facendo finta, a ogni nuovo arrivo, di affrontare il problema per la prima volta, non è una politica lungimirante. L’UE non ha combattuto le politiche di Orbàn quando era ora di farlo, mentre aveva a suo tempo condannato quelle dell’austriaco Haider (ma non  quelle di Bossi quando per la Lega l’Unione era già “Forcolandia”). Così ha creato nel suo seno i Salvini, e i molti come lui, in tutto il continente. L’establishment europeo è stato accecato dalla sua “cultura economica”, pensando che il “resto”, l’unità politica, seguisse automaticamente (l’intendence suivra…). Così è passato come un carro armato sulla Grecia (culla della sua “civiltà”) per salvare qualche banca francese o tedesca e ora, dopo aver subito senza reagire la “brexit”, rischia di venir trascinata nel baratro dall’Italia: nazione “fondatrice” dell’Unione, ma Stato quasi fallito. Per cui, se l’Italia e i suoi abitanti sono un vuoto a perdere, con i migranti se la vedano loro…

Eppure nel dopoguerra la ricostruzione dell’Europa, quella che aveva dato vita alla Comunità europea, era stata in gran parte opera di immigrati (metà profughi dell’Est europeo, metà provenienti dalle sponde Nord, Italia compresa, e Sud del Mediterraneo). Immigrati erano stati anche i protagonisti dei “miracoli economici” degli anni ‘60 e della successiva ancorché parziale ascesa dell’Unione a potenza (economica) mondiale. La svolta è arrivata con la crisi del 2008, che ha portato alla luce pulsioni represse da tempo. L’Unione l’ha affrontata con l’austerità, rinunciando con ciò a un ruolo da protagonista;  e da allora i migranti – sia profughi, di guerra e, sempre più, anche ambientali, sia gente affamata in cerca di un lavoro – hanno cominciato a venir trattati come la peste. Le destre europee, e il popolo dei social e degli stadi che le segue, lo fanno apertamente, spesso con un linguaggio che è ormai, e in modo ostentato, nazista. Gli altri, le forze “istituzionali”, lo fanno in modo ipocrita, cercando di nasconderlo. Ma, per tutti, profughi e “migranti economici” sono solo un peso e come tali vengono trattati. Da loro   c’è solo da ricavare qualche occasione per sfruttarli meglio per ripagarsi del fatto di non essere riusciti a scacciarli.

Così, al centro delle prossime elezioni europee, ma soprattutto di un ben più importante confronto sul futuro delle nostre vite e della convivenza, ci saranno loro, i migranti; o, meglio, la capacità o meno di disfarsene; o la promessa di essere più bravi nel farlo. Privi di alternative, centro e “sinistre” non faranno che accodarsi alle ricette delle destre. Affrontare questa partita aggrappandosi alla zattera che affonda delle sinistre europee e al loro rosario di desiderata mai contestualizzati, mai veramente perseguiti e quasi sempre rinnegati – lavoro, welfare, diritti, istruzione, ricerca… – vuol dire averla già persa. Lo scontro tra accogliere e respingere è già deciso perché dietro ad “accogliere” non c’è né un programma per il “dopo” – che fare di e con chi viene accolto? – né il progetto di un’Europa diversa da quella che c’è; mentre dietro a “respingere” c’è un progetto preciso, anche se mai dichiarato: il trattamento  riservato oggi ai migranti è quello in serbo anche per la maggioranza di noi. Perché che cosa ne sarà dell’Europa di domani, qualsiasi strada imbocchi, non riguarda solo i migranti ma tutti noi.

Dunque, se si vuole rovesciare il tavolo di una partita già persa occorre andare non solo alla radice dell’insofferenza per i migranti, ormai trasformata in odio e in angherie quotidiane; e nemmeno solo alla radice dell’austerity che l’ha provocata; bensì capire che cos’è veramente ciò che l’austerity sta bloccando. E’ questa la chiave per affrontare anche molte delle cause all’origine della “crisi migratoria”, che non è un’emergenza, ma un processo secolare.

A essere bloccata è la conversione ecologica: la capacità di indirizzare forze e pensieri alle misure per far fronte ai cambiamenti climatici e a un degrado ambientale irreversibili. È l’unica scelta in grado di restituire un ruolo all’Europa, ma che è anche senza alternative che non siano la rovina del pianeta e dell’umanità e una guerra permanente contro i migranti destinata a provocare milioni di morti e ad alimentare reclutamenti di massa da parte di formazioni terroristiche. Ma è una svolta che non può più essere affidata a Governi e imprese che hanno dimostrato di non saperla affrontare. Solo quei movimenti attivi nella difesa dei territori e nel sostegno ai migranti, che sono molti e variegati, ma dispersi e scollegati, possono mettere all’ordine del giorno l’intera questione in modo concreto, con buone pratiche e un confronto aperto. Se sapranno farlo potranno riorientare anche una parte di quelle forze politiche e delle istituzioni, a partire dai governi locali, che hanno da tempo perso ogni contatto con la realtà.

La conversione ecologica non può che essere un processo partecipato e svilupparsi a partire dal livello locale, avendo però di mira tutto il pianeta. Ma di esso profughi e migranti sono una componente essenziale, perché possono portare un grande contributo alla realizzazione dei milioni di interventi diffusi necessari (l’opposto delle Grandi opere e dei grandi eventi dell’attuale modello di “sviluppo”); soprattutto se il finanziamento di quegli interventi sarà legato all’inclusione di una consistente quota di migranti tra la manodopera da coinvolgere e non da sfruttare. Assisteremmo allora a una corsa per “accaparrarseli”, mentre continuando a trattare come ora la popolazione immigrata stiamo trasformando l’Europa in un grande campo di concentramento (da gestire accanto alla vita che si svolge “come sempre “), ma anche in un campo di battaglia. Ma i migranti sono una componente essenziale della conversione ecologica anche perché il loro coinvolgimento è una strada obbligata per la rigenerazione dei loro territori di origine, a cui molti di loro vorrebbero poter tornare e con le cui comunità molti altri mantengono dei contatti. Il risanamento ambientale e sociale (la partecipazione) di quei territori ha bisogno di nuovi attori, che possono essere solo loro; certo non gli attuali Governi locali o quelli che se ne stanno appropriando in continuità con le politiche coloniali del secolo scorso; e meno che mai le multinazionali che ne stanno devastando il territorio: cioè tutti quelli del “prima noi”, non solo qui, ma anche “a casa loro”.

https://ilmanifesto.it/conversione-ecologica-o-barbarie/

29 Agosto 2018 / by / in
Ricchezza: ecco perché in Italia l’ascensore sociale si è rotto

Eurostat ha reso noti i dati su quanto reddito è in mano al quinto della popolazione più ricca rispetto al quinto di quella più povera, in ogni paese europeo negli ultimi 10 anni, che ci mostra che in Italia il reddito del quinto dei cittadini più ricchi è 6,3 volte quello del quinto dei più poveri. Siamo in questo senso nei primi posti della classifica per ampiezza della disparità: in Europa in media i più ricchi guadagnano 5 volte più dei più poveri. In Germania 4,3 volte, in Francia il 4,6, in Gran Bretagna 5,1 e nei paesi del nord Europa meno di 4 volte tanto.

E c’è di più: in Italia il gap è andato aumentando costantemente dal 2006 a oggi (nel 2006 i più ricchi guadagnavano 5,2 volte in più dei più poveri) mentre nella maggior parte degli altri paesi questo divario è rimasto stabile, come in Francia e Germania, se non addirittura diminuito, come è accaduto in Gran Bretagna.

Interessante osservare che anche fra le donne, il quinto di quelle più benestanti ha un reddito di 6,2 volte superiore rispetto alle donne meno abbienti.

Per inquadrare meglio la questione ci viene in aiuto un rapporto di Istat  pubblicato nel dicembre scorso, che conferma i dati di Eurostat: nel 2015 il quinto dei più benestanti deteneva il 37,8% del reddito, mentre il quinto dei più poveri solo il 7,2% del reddito. Anche mettendo insieme il primo e il secondo quinto dei meno abbienti non si supera il 19% del totale del reddito nel 2016 (dato Eurostat), in diminuzione di un punto percentuale rispetto al 2010. In una situazione ipotetica di perfetta eguaglianza, ogni quinto avrebbe una quota di reddito pari al 20% del totale.
C’è inoltre il fattore geografico: sempre i dati Istat citati mostrano che al centro nord una famiglia su quattro appartiene al quinto più ricco della distribuzione rispetto a una su 12 di quelle che vivono nel Sud e nelle Isole.

Non si tratta di osservazioni fine a se stesse, ma riflettono la difficoltà di confrontarsi su temi comuni come i salari, individuando parametri condivisi per misurare povertà e sfruttamento sul lavoro.

Il dato complessivo è che nel 2015 si stima che le famiglie italiane abbiano percepito un reddito netto pari in media a 29.988 euro, cioè circa 2.500 euro al mese. Tuttavia, se più realisticamente si calcola il valore mediano, ovvero il livello di reddito che separa il numero di famiglie in due metà uguali, si osserva che il 50% delle famiglie ha percepito un reddito non superiore a 24.522 euro (2.044 euro al mese).

Interessante è anche provare a ragionare in termini di gruppi sociali, come propone l’ultimo rapporto annuale di Istat per il 2017 , che cerca di tracciare i contorni di quella che definisce “classe dirigente”. Si tratta delle famiglie a maggiore reddito equivalente, con un vantaggio di quasi il 70 per cento rispetto alla media, ed e composto per il 40,9% dei casi dirigenti o quadri (quasi dieci volte più rappresentati rispetto alla media nazionale), per il 29,1% da imprenditori (sette volte più della media) e per il 30%per cento da persone ritirate dal lavoro. Stiamo parlando di 1,8 milioni di famiglie (il 7,2 per cento del totale) e di 4,6 milioni di persone, cioè solo il 7,5 per cento degli italiani.

Bene, secondo le stime di Istat, la classe dirigente detiene il 12,2 % del reddito totale, ed è il gruppo in cui si osserva la differenza più ampia fra la quota di reddito e il numero di famiglie che se lo spartiscono. Oltre a essere il gruppo per il quale si riscontra la differenza più accentuata tra reddito medio e reddito mediano. Che cosa significa questo? Significa che siamo di fronte a un’asimmetria marcata all’interno della distribuzione del reddito, data proprio dai redditi molto alti.

Inoltre la “classe dirigente” è il gruppo con il più basso rischio di povertà o esclusione sociale, che riguarda solo il 7,6 per cento di loro, mentre la media nazionale è del 30%.
Ancora una volta si ritorna alla classe sociale di appartenenza. La rilevazione Istat – che, va detto, è stata oggetto di forti dibattiti – mostra chiaramente il legame novecentesco ancora estremamente saldo fra questo piccolo sottogruppo all’interno del quinto dei più ricchi che è la “classe dirigente” (che rappresenta il 7% della popolazione ma che detiene il 12% del reddito nazionale) e la loro estrazione sociale. Al netto dei pensionati questo gruppo è costituito esclusivamente dalla “borghesia”, che secondo la definizione di Istat comprende imprenditori con almeno sette dipendenti, liberi professionisti, dirigenti e quadri. Specularmente si osserva che questa borghesia è rappresentata per il 57,8 per cento dal gruppo della classe dirigente e per il 31,7 per cento dalle pensioni d’argento.

Ritornando al dato iniziale di Eurostat, e cioè che il reddito del quinto dei cittadini italiani più ricchi è 6,3 volte quello del quinto dei più poveri, e che il gap è andato aumentando negli ultimi 10 anni, determinante è anche il ruolo dell’istruzione. La classe sociale dei genitori è cruciale infatti nel definire i percorsi educativi dei ragazzi e delle ragazze, sia nella scelta della scuola superiore, che in quella universitaria. Solo qualche mese fa Almadiploma (https://www.almadiploma.it/indagini/profilo/profilo.aspx) pubblicava i dati relativi ai diplomati del 2016, secondo cui meno di un diplomato di liceo classico su 10 sarebbe figlio di operai e impiegati. E in generale, un terzo di chi ottiene un diploma liceale proviene da famiglie di classe sociale elevata, mentre solo il 17% di essi proviene da famiglie di classe operaia.
Lo stesso meccanismo avviene per la scelta universitaria. Sempre dati Almalaurea
(https://www.almalaurea.it/sites/almalaurea.it/files/docs/universita/profilo/Profilo2016/xviii_rapporto_almalaurea_sul_profilo_dei_laureati.pdf ) mostrano che nel 2015 i figli di operai erano il 24% dei laureati dei corsi di primo livello, il 21% dei laureati magistrali biennali e solo il 15% dei laureati magistrali a ciclo unico, cioè dei medici e degli avvocati.

Niente di diverso, in fondo, da ciò che mostra Thomas Piketty, noto autore de “Il Capitale del XXI secolo” quando afferma che la (lenta) democratizzazione degli accessi all’istruzione non ha (ancora) ridotto la disuguaglianza sociale.

 

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2018/08/28/ricchezza-perche-italia-lascensore-sociale-si-rotto-2/?refresh_ce=1

29 Agosto 2018 / by / in
Rimaflow vivrà: appello a tutti e tutte!

 

HANNO COSTRETTO LA COOPERATIVA RIMAFLOW ALLA CHIUSURA E ARRESTATO IL SUO LEGALE RAPPRESENTANTE CON ACCUSE INFAMANTI. NON RIUSCIRANNO A CANCELLARE IL SUO PROGETTO SOCIALE! MASSIMO DEVE TORNARE LIBERO SUBITO !!!

Ci hanno provato in tutti i modi a mettere i bastoni tra le ruote a un progetto mutualistico di recupero di una fabbrica abbandonata a Trezzano sul Naviglio dopo il licenziamento di 330 persone. La forza del ‘fare solidale’, l’impronta ecologista, la capacità di creare senza aiuto alcuno 120 posti di lavoro, la costruzione di una rete di economia sociale popolare Fuorimercato, l’impegno contro la criminalità organizzata – in cui sono state coinvolte imprese e istituzioni di tutto il SudOvest milanese – hanno dato la forza di resistere per quasi sei anni e di far vivere una delle più significative esperienze di autogestione operaia.

Hanno trovato l’occasione della sperimentazione del recupero di materie prime da carta da parati (il 3,6% del bilancio di RiMaflow, in realtà una perdita economica trattandosi di investimento per formazione!) per presentare RiMaflow come parte di un’associazione a delinquere finalizzata al trattamento illecito dei rifiuti: l’accusa più paradossale e infamante che ci potrebbe essere rivolta!!!

Il coinvolgimento in attività criminogene di società a cui RiMaflow si è rapportata per i macchinari e gli scarti di produzione da lavorare non significa nel modo più assoluto la partecipazione della Cooperativa e del suo legale rappresentante Massimo Lettieri in tali vergognose attività. E lo dimostreremo!

Ma intanto il sequestro dei beni mobili e immobili, dei conti correnti e del sistema informatico dell’amministrazione ha cancellato violentemente la Cooperativa in tutte le sue regolari attività, impedendo di pagare stipendi, contributi, fatture e adempimenti fiscali (IVA, tasse,…) che graveranno drammaticamente nel tempo.

Questo non è giusto. Questo non è tollerabile!!

 

Il momento è gravissimo: occorre una straordinaria campagna di resistenza. Ogni realtà solidale si mobiliti in tutte le forme possibili: è il momento di dimostrare da che parte stare!!!

Cooperativa RiMaflow
Associazione Occupy Maflow
Fuorimercato, autogestione in movimento

www.rimaflow.it
www.fuormercato.com

10 Agosto 2018 / by / in
Luigi Ciotti su braccianti morti in un incidente stradale: domani raduno a Foggia per mostrare vicinanza e solidarietà

Questo sistema sembra aver dimenticato che il lavoro è la base della dignità della persona, e che questa dignità si garantisce con i diritti, con la sicurezza, con la giusta retribuzione. Altrimenti abbiamo lo sfruttamento se non la schiavitù.

 

Oggi, 12 persone morte, tre ferite. Sabato scorso, 4 persone morte, 4 ferite. Tutti migranti impegnati in Puglia nel lavoro dei campi. Non possiamo parlare di fatalità. Incidenti di questo genere si ripetono da tempo, da anni, dall’epoca in cui a lavorare nei campi erano soprattutto nostri connazionali. Abbiamo oggi una buona legge sul caporalato, che però deve essere messa in condizione di funzionare. Ma c’è a monte una questione più generale che riguarda il lavoro. Questo sistema sembra aver dimenticato che il lavoro è la base della dignità della persona, e che questa dignità si garantisce con i diritti, con la sicurezza, con la giusta retribuzione. Altrimenti abbiamo lo sfruttamento se non la schiavitù. Di fronte a quelle morti bisogna stare in silenzio, ma poi occorre chiedersi in che genere di mondo vogliamo vivere. Se in quello dove il lavoro è un diritto e un libero contributo al bene comune, o in quello, che sempre più cupamente si annuncia, dove l’essere umano sfrutta il suo prossimo e c’è solo posto per gli egoisti, per gli indifferenti, per i potenti e per i corrotti. Perché se è il primo mondo quello che vogliamo, non è più possibile assistere inerti a questo olocausto di vita e di speranza.

Luigi Ciotti, presidente Libera e Gruppo Abele


L’associazione “Libera” aderisce alla manifestazione che si terrà domani, 8 agosto, a Foggia per mostrare vicinanza alle vittime delle due stragi di migranti avvenute a Castelluccio dei Sauri e a Lesina. “16 morti in 3 giorni: la strage a cui stiamo assistendo – scrivono in una nota -, al netto delle maggiori informazioni che attendiamo dalle indagini, ci riconsegna, in un momento in cui il caporalato sembrava fosse uscito dal dibattito pubblico, il quadro reale, il disegno doloroso di un pezzo di Italia che produce ancora dolore, sfruttamento e vittime invisibili”.

“Di fronte a quelle morti bisogna stare in silenzio, ma poi occorre chiedersi in che genere di mondo vogliamo vivere. Se in quello dove il lavoro è un diritto e un libero contributo al bene comune, o in quello, che sempre più cupamente si annuncia, dove l’essere umano sfrutta il suo prossimo e c’è solo posto per gli egoisti, per gli indifferenti, per i potenti e per i corrotti. Perché se è il primo mondo quello che vogliamo, non è più possibile assistere inerti a questo olocausto di vita e di speranza”. Così ha commentato Luigi Ciotti le notizie giunte dalla Capitanata, sede nazionale dell’ultima “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”. Simbolo di quella giornata era proprio una piantina di pomodoro, emblema della ricchezza di questa terra, l’agricoltura, ma anche, purtroppo, di una piaga che ha radici profonde e storiche nella nostra terra.

“Mercoledì alle 18 saremo davanti alla stazione per il corteo con i sindacati e tante altre associazioni per rivendicare dignità e diritti per tutti i lavoratori, per protestare contro lo sfruttamento in agricoltura”, aggiunge Sasy Spinelli, coordinatore provinciale di Libera Foggia. “È il momento di stare uniti, di stringerci intorno alle famiglie delle vittime, agli amici, ai sopravvissuti e a tutti i braccianti che continuano a lavorare nelle campagne. Ma auspichiamo, subito dopo, uno scatto in più, una maggiore presa di coscienza della problematica che non può esaurirsi solo con la repressione ma coinvolge la struttura stessa del sistema economico della nostra provincia”.

Strage migranti, corteo a Foggia con raduno davanti alla stazione. L’adesione di “Libera”

7 Agosto 2018 / by / in
TERZA SEDUTA DEL TAVOLO ISTITUZIONALE: BALDASSARE APRE A COPROGETTAZIONE PER L’ASSEGNAZIONE DI UN IMMOBILE IN AUTORECUPERO MA ANNUNCIA L’IMMINENTE SGOMBERO DEL PRESIDIO PERMANENTE DI VIA SCORTICABOVE

Un colpo al cerchio ed uno alla botte: così si può sintetizzare l’esito del terzo incontro che abbiamo avuto con l’assessora Laura Baldassare, il capo staff Emanuele Montini e la coordinatrice dei servizi per l’accoglienza e l’emergenza sociale Angelina Di Prinzio, nella giornata del 6 agosto.

Infatti, nella prima parte della riunione l’assessora si è dimostrata disponibile in merito alla fattibilità di una co-progettazione finalizzata all’assegnazione, tramite bando o convenzione, di un bene pubblico in auto-recupero alla nostra comunità.
In questo terzo incontro, infatti, abbiamo deciso di arrivare preparati dimostrando all’istituzione comunale – tramite un parere legale relativo alla normativa di riferimento su cohousing ed autorecupero – la fattibilità della strada che stiamo prospettando ed evidenziando come stiamo lavorando alla scrittura di un progetto in cui saranno descritte tutte le attività ed i servizi che realizzeremo all’interno dell’immobile eventualmente assegnato: sportelli di orientamento legale, sanitario, lavorativo per richiedenti asilo; scuola di arabo ed italiano; realizzazione di un banco alimentare; avvio di una sperimentazione di ristorazione sociale con prodotti a km 0. Queste sono solo alcune delle tante attività che stiamo immaginando all’interno di un immobile che vogliamo rendere un bene comune per tutta la collettività.

Inoltre, ben consapevoli dell’impegno necessario per dar vita ad una esperienza di auto-recupero e rigenerazione urbana, ci siamo messi in contatto con alcuni docenti della facoltà di architettura dell’Università Roma Tre che si sono detti disponibili a collaborare con noi alla stesura del progetto. Infine, sapendo come per la gestione di un bene siano necessarie specifiche professionalità, stiamo procedendo a redigere un bilancio delle nostre competenze, anche al fine di avviare corsi di formazione specifici. Aspetti che abbiamo ben evidenziato all’assessora Baldassare per farle comprendere la serietà con cui stiamo affrontando questa possibilità, speriamo concreta, di assegnazione di un immobile.

Questa parte dell’incontro si è, dunque, conclusa con la volontà di avviare un tavolo tecnico con i funzionari degli assessorati competenti in materia di politiche sociali e patrimonio, al fine di definire le modalità concrete di assegnazione di un bene alla comunità, previa ricognizione del patrimonio pubblico inutilizzato da parte dei Municipi, con un nuovo incontro fissato per il 5 settembre.

Fin qui potevamo dirci abbastanza soddisfatti dell’esito del tavolo istituzionale ma purtroppo, sul finire dell’incontro, alcuni nodi sono venuti al pettine.

L’assessora Baldassarre dinanzi al nostro ennesimo rifiuto di accettare i soli quaranta posti messi a disposizione nei circuiti dell’accoglienza istituzionale, ha annunciato l’imminente sgombero del presidio permanente di via Scorticabove; affermando che numerose sono state le segnalazioni al IV Municipio da parte dei residenti e che le forze dell’ordine si sarebbero mosse di conseguenza.
Posto che dubitiamo fortemente che ci possano essere state richieste di sgombero da parte di una cittadinanza che, al contrario, ci sta dimostrando tutta la propria solidarietà, abbiamo evidenziato come un imminente sgombero comporti un evidente cortocircuito.

Infatti, posto che la situazione in cui ora ci troviamo è conseguenza della mala-accoglienza e dell’incuria istituzionale, la stessa assessora Baldassare ha evidenziato come la risposta solo emergenziale a problematiche strutturali porti esclusivamente a un vicolo cieco. Per questo se l’istituzione – come ha affermato – riconosce l’enorme valore sociale della nostra esperienza di autogestione tanto da dimostrarsi disponibile ad un percorso di co-progettazione finalizzato all’assegnazione di un bene, come può poi quella stessa istituzione non tutelarci dinanzi a uno sgombero oramai dato per certo?
Questa è la domanda che abbiamo rivolto all’assessora, convinti che una “soluzione ponte”, in attesa dell’individuazione dell’immobile da destinare alla nostra comunità, si possa e si debba trovare, evitando che per l’ennesima volta questioni sociali vengano trattate come meri problemi di ordine pubblico.

Se si ha l’ambizione istituzionale di dar vita ad un processo complesso che possa portare a delle sperimentazioni innovative in questa metropoli, poi non si possono percorrere le solite scorciatoie inutili e dannose.

Non ci fa paura uno sgombero, resisteremo con dignità e tenacia anche dinanzi all’uso della forza pubblica. Ciò che temiamo è la mancanza di coraggio da parte di un’istituzione che non si assume fino in fondo le proprie responsabilità.

In tutto questo, abbiamo però una grande certezza: continueremo a resistere e a lottare, a rimanere uniti e a pretendere che la nostra Comunità non si disperda.

Sappiamo che la nostra battaglia è quella di tanti e tante che, come noi, sono stati sfrattati o sgomberati e che nulla hanno ricevuto dalle istituzioni.
Per questo, oggi, dobbiamo continuare a lottare anche per loro, per dimostrare che grazie all’ostinazione di chi sa di essere dalla parte della ragione, alla fine, riusciremo a vincere.

[La vignetta fatta per noi da (Z)ZeroCalcare
Scorticabove resiste! Ma abbiamo bisogno anche del sostegno di tutti/e voi! Venite a trovarci]

7 Agosto 2018 / by / in