Roma, la biblioteca nello stabile occupato: “Una luce nel tunnel” per i 50 bambini

Roma, la biblioteca nello stabile occupato: “Una luce nel tunnel” per i 50 bambini

https://video.repubblica.it/edizione/roma/roma-la-biblioteca-dei-bambini-nel-palazzo-occupato-il-sogno-del-prof-emigrato/315434/316064

“Questa biblioteca è come una luce nel tunnel”, “non possiamo permetterci un affitto, figurarsi qualcuno che faccia ripetizioni o intrattenga i bambini mentre i genitori sono fuori a lavorare”. Chi parla è Ines, studentessa di 27 anni, abitante dell’edificio occupato di viale delle Provincie a Roma e insegnante volontaria nello spazio-studio ricavato da un vecchio corridoio usato come magazzino. I libri sono arrivati dalle donazioni dei residenti del quartiere ma “molti erano abbandonati per strada e noi li abbiamo recuperati, arrivando a quasi 500 volumi”.

Qui, nell’occupazione al civico 196, da pochi mesi è nata una biblioteca “in una situazione drammatica”, ribadisce Umberto, referente politico e punto di riferimento per le oltre 450 persone “tutti poveri e migranti” che abitano nell’occupazione. Anche lui, attivista dei Blocchi Precari Metropolitani, vive nell’edificio ex Inpdap, in una stanza che fa anche da ufficio al piano terra. “Conviviamo nella costante paura di essere sgomberati, ma abbiamo deciso di guardare al futuro e di mettere in piedi una biblioteca che speriamo di aprire al quartiere, un domani”.

Nello stabile occupato ci sono almeno 50 bambini. “La biblioteca è uno spazio per loro, dove possono giocare, studiare, conoscersi e aiutarsi l’un l’altro”, spiega Rafael, professore venezuelano laureato in Sviluppo culturale e ideatore di questa iniziativa. Rafael insegna con l’approccio del pedagogista brasiliano Paulo Freire, attraverso un’educazione orizzontale. Chi è più bravo in una materia aiuta chi riesce meno. “Il tavolo su cui si studia è circolare, così tutti si guardano e tutti sono uguali”. “Vivevo per strada aCirco Massimo quando sono arrivato a Roma nel 2014 chiedendo protezione internazionale. Poi mi sono imbattuto in una manifestazione per il diritto all’abitare, ed eccomi qua. Il progetto di biblioteca è una forma di lotta culturale ma fatta con libri, carta, matite in un posto dove l’integrazione è un processo complicato”.

Viale delle provincie 196 vivono circa 130 nuclei in quelli che erano gli uffici dell’istituto di previdenza: marocchini, peruviani, eritrei, etiopi. Ma se chiedi a loro, ai bambini, sono tutti italiani.

A Roma “ci sono circa 20mila persone costrette a vivere nelle case occupate”, e non c’è nessuna volontà politica di risolvere questo problema”, sottolinea Umberto. E in merito alla circolare del ministero dell’Interno che prevede una stretta sulle occupazioni con censimenti e sgomberi, dice: “Noi siamo aperti al dialogo, preferiamo la casa all’occupazione, preferiamo un’alternativa. Ma se vengono con la forza, siamo costretti alla legittima difesa”.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/09/25/roma-la-biblioteca-nello-stabile-occupato-una-luce-nel-tunnel-per-i-50-bambini/4644967/

28 Settembre 2018 / by / in
Dall’ex clinica nasce un teatro “Ecco il senso della comunità”

Le famiglie dell’associazione di Casal Boccone hanno mantenuto la struttura, due palazzine di sei piani, un parco e una sala convegni: si sono autotassate per fare manutenzione, ripulire il parco e metterlo a disposizione dei residenti, soprattutto degli anziani.

Hanno recuperato un teatro per aprirlo al quartiere. Il modello per fronteggiare la fame di alloggi e di servizi sociali viene da Casal Boccone, poco più di diecimila residenti tra San Basilio, Castel Giubileo e la Marcigliana. Siamo nell’ex clinica Roma, fino al 2011 una casa di riposo per anziani gestita dal Comune, poi chiusa e abbandonata al suo destino. Nel corso degli anni è stata occupata e autogestita da oltre cento famiglie italiane e straniere, di cui molte residenti nel III municipio; tra di loro c’è chi ha perso la casa per uno sfratto, chi ha perso il lavoro e chi si deve accontentare di impieghi saltuari e stagionali. È nata così l’associazione Comunità di Casal Boccone, fatta di 130 famiglie che da anni gestiscono la struttura con un dialogo continuo con il municipio; giunte di centrodestra, 5Stelle e ora di centrosinistra, nessuna esclusa.

Un modello di condivisione che dà i suoi frutti. Le famiglie dell’associazione hanno mantenuto la struttura, due palazzine di sei piani, un parco e una sala convegni: si sono organizzati per fare manutenzione, ripulire il parco e metterlo a disposizione dei residenti, soprattutto degli anziani. E c’è anche uno spiazzo dove oltre 100 bambini trascorrono le giornate extrascolastiche sotto il controllo di adulti, si organizzano feste e iniziative di solidarietà. Non solo. La sala convegni è diventata un teatro sociale che aprirà sabato e sarà un punto di riferimento per il quartiere: la grande sala ospiterà gratis spettacoli, organizzerà laboratori di teatro, spazi espositivi e assemblee sui temi cari al quartiere, alcuni gruppi si sono fatti avanti e nei prossimi giorni inizieranno i primi stage.

A gestire il progetto è l’associazione delle famiglie che fa parte della Rete dei Numeri Pari, «una piattaforma che raccoglie circa 500 realtà sociali – spiega il responsabile Giuseppe De Marzo – che si batte contro la povertà e l’esclusione sociale». Il progetto Casal Boccone è nato anche con il confronto con il municipio : dialogo e cultura possono fronteggiare le emergenze sociali.

Magdalena Gavrilescu: “Far rivivere un edificio vuoto serve a contrastare il disagio”

Magdalena Gavrilescu, 39 anni, membro dell’associazione di Casal Boccone è in procinto di diventare un’assistente socio sanitario.

Perché è importante la vostra associazione e la Rete dei Numeri Pari?

Senza di noi la struttura sarebbe stata abbandonata, ci siamo occupati della manutenzione de due palazzi e del parco interno, pagando con i nostri soldi, i servizi sono lontani e facciamo tutto a nostre spese, non sempre è facile. Per i lavori tecnici paghiamo operai specializzati.

Vivere nello stesso spazio condiviso con il quartiere è un nuovo modello?

Bisogna cambiare visione, il palazzo era in condizione di degrado e gli anziani erano stati mandati via. Ora è una struttura aperta a tutti. Possiamo definirla un nuovo modello socio-abitativo, una soluzione all’emergenza casa.

Così si fa comunità e si lotta contro il disagio?

Abbiamo fatto spettacoli, assemblee, costruito una ludoteca. Nei palazzi vicini ci conoscono, ci apprezzano: dobbiamo rompere l’isolamento di chi vive in emergenza abitativa. Chi vive a Casal Boccone sa che può fare una passeggiata in un giardino curato, usufruire della ludoteca o organizzare gratis spettacoli teatrali. Un bene comune a disposizione di tutti.

Come sono i rapporti con il Comune?

Sono buoni, quando abbiamo aperto la ludoteca è venuta anche l’ex presidente del municipio, abbiamo sempre fatto tutti i passaggi con le istituzioni locali, d’altronde abbiamo 100 bambini iscritti nelle scuole di questo quartiere e stiamo tutelando famiglie che da sette anni vivono qui.

Cosa chiedete al Comune?

Tenere sempre presente il diritto alla casa: la maggior parte delle persone che vivono qui sono disoccupate, povere e senza questa struttura non avrebbero un tetto.

 

Serena Lacché: “Laboratori e spazi culturali aperti per tutto il quartiere”

Serena Lacché, 22 anni, è una delle volontarie che vie nel palazzo di Casal Boccone.

Come nasce il teatro?

L’idea nasce da una sala che altrimenti sarebbe rimasta abbandonata. Lo abbiamo ripulito e mantenuto in condizioni decorose: ci stavamo provando da sette anni, ora abbiamo trovato persone valide che ci hanno aiutato. Anche grazie a loro faremo laboratori e spettacoli gratuiti a offerta libera per mantenere la struttura in modo autosostenibile.

Quali sono le relazioni nel quartiere?

Ci siamo presentati agli altri residenti, abbiamo fatto una riunione in municipio e raccontato i nostri progetti. Tanti di loro già ci conoscono e si sono detti molto interessati. I rapporti con il quartiere sono molto buoni. Sono tutti invitati il 29 settembre: il teatro è per loro, è a loro disposizione.

C'è partecipazione intorno a voi?

Sì, contiamo anche su un professore universitario che farà corsi e laboratori a titolo gratuito. Vogliamo far capire che anche dalle emergenze abitative spesso nascono cose positive come questa, che c’è fermento culturale e proposte molto valide per favorire l’integrazione sociale e lottare contro il degrado. Tutto ciò ha un grande valore per tutta la comunità e il suo quartiere. Come nel caso del teatro chi è interessato e vuole organizzare una compagnia è sempre benvenuto.

Come farete a diffondere questo messaggio?

Da sabato studieremo un programma di iniziative e spettacoli. Molte persone ci hanno conosciuto durante il giro tra le occupazioni romane alla presenza del vicesindaco Luca Bergamo. Ripeto, l’inclusione sociale nasce così. L’alternativa all’emergenza casa non può essere dormire per strada: la cultura è sempre un fattore positivo e nel nostro caso rappresenta una soluzione.

 

25 settembre 2018, Salvatore Giuffrida, Repubblica

26 Settembre 2018 / by / in
Link Lab Osservatorio suicidi per motivazioni economiche: I suicidi per motivazioni economiche – Anni 2012-2017

In Italia, dal 2012 al 2017 sono stati 878 i casi di suicidio legati a motivazioni economiche, mentre 608 sono stati i tentati suicidi. A rilevarlo l’Osservatorio “Suicidi per motivazioni economiche” che pubblica i dati aggiornati al 2° semestre del 2017, che ha visto 56 vittime contro le 47 dei primi 6 mesi dell’anno, per un totale di 103 casi.

«I dati aggiornati al 2017 – commenta il prof. Nicola Ferrigni, direttore dell’Osservatorio e docente di Sociologia Generale e Politica della Link Campus University – evidenziano come siamo di fronte a un fenomeno che, da quando ha avuto inizio la crisi economica, sembra essere uscito da quella dimensione di “straordinarietà” legata al suo essere estrema ratio di fronte a una situazione di difficoltà, assumendo invece una allarmante dimensione di “ordinarietà”. Di qui dunque la necessità di una riforma strutturale del Welfare State in grado di ristabilire i diritti sociali. Ben vengano, dunque, interventi tangibili che sappiano conciliare il sostegno al reddito, una riforma strutturale del mercato del lavoro, che faciliti la spinta propulsiva delle imprese, e un rilancio complessivo della nostra economia. Di fronte alla evidente richiesta di aiuto che viene dalla società, è fondamentale l’impegno della politica nel rimettere al centro la dignità degli individui e la responsabilità dello Stato nel tutelare gli imprenditori e i lavoratori».

Dall’analisi complessiva dei 6 anni emerge come, nonostante la categoria professionale più colpita resti quella degli imprenditori, cresce prepotentemente il numero di vittime tra i disoccupati ma anche tra coloro che, pur possedendo un lavoro, faticano a trovare una stabilità e una serenità economica, e in molti casi a far fronte alle comuni spese quotidiane. Se dal 2012 al 2017, infatti, gli imprenditori rappresentano il 42% del totale, il 40,5% sono disoccupati e l’11,6% lavoratori dipendenti. Questi ultimi, in modo particolare, crescono dal 7,9% del 2012 al 13,6% del 2017. Considerando i dati sulla disoccupazione nel sud Italia, non sorprende che il numero più elevato di vittime tra i disoccupati si rilevi proprio nelle regioni meridionali con il 27,5% dei suicidi, mentre al Nord, patria delle piccole e medie imprese, crescono i casi tra gli imprenditori con il 31,2%.

«In questi anni il fenomeno dei suicidi per motivazioni economiche – spiega Nicola Ferrigni – ha subìto una progressiva trasformazione: se nel 2012 esso interessava infatti gli imprenditori in oltre la metà dei casi, oggi colpisce le fasce più deboli della popolazione, come chi ha perso il lavoro o chi soffre l’instabilità lavorativa ed economica. A partire dal 2015, oltre il 60% dei suicidi ha per protagonisti lavoratori dipendenti, disoccupati e pensionati».

Seppur con le differenze evidenziate, l’analisi complessiva condotta dal 2012 al 2017 mostra come il fenomeno interessi tutte le diverse aree geografiche. Se il Nord-Est infatti conta il 25,2% del totale dei suicidi avvenuti dal 2012 al 2017, rappresentano il 23,2% i casi al Sud, il 21,2% al Centro, il 19,8% nel Nord-Ovest e il 10,4% nelle Isole. Ma nel 2017, il Sud e il Nord-Ovest, entrambi con il 24,3%, superano il Nord-Est (22,3%).

In testa le regioni Veneto e Campania che nei 6 anni analizzati raccolgono rispettivamente il 16,4% e il 12,4% dei tragici episodi, in modo particolare con le province di Padova e Napoli, ma anche quelle di Venezia, Salerno e Treviso.

Dall’analisi emerge infine come la fascia d’età più esposta continui a essere quella che va dai 45 ai 54 anni, con un’incidenza percentuale pari al 34,6%. Seguono le fasce dei 55-64enni con il 24,5% degli episodi e quella dei 35-44enni con il 20,5%. A preoccupare in modo particolare è però la progressiva crescita dei casi tra i più giovani: complessivamente rappresentano circa il 10% le vittime al di sotto dei 35 anni dal 2012 al 2017; inoltre, se la fascia dei 25-34enni è passata dal 6,7% del 2012 al 10,7% del 2017, gli under 25 nel 2017 rappresentano il 4% circa del totale, quando nel 2012 non se ne contava alcun caso.

http://linklab.unilink.it/suicidi-motivazioni-economiche-2012-2017/

24 Settembre 2018 / by / in
Reddito di cittadinanza: una questione di coerenza e priorità

Questo è quanto stabiliscono le risoluzioni europee e la CE per ciò che riguarda i beneficiari del reddito di cittadinanza: “Un altro dei punti qualificanti è la questione della residenza e non della cittadinanza come criterio di accesso. Il punto di partenza è la “non discriminazione” verso il beneficiario. Non si possono infatti discriminare coloro i quali non hanno ancora ricevuto un riconoscimento di cittadinanza tra due soggetti egualmente in difficoltà economica.”

Il ministro Di Maio afferma invece che “il reddito di cittadinanza deve andare solo agli italiani”. Sono affermazioni gravi, perchèéil ministro dice una fesseria pericolosa e con la scusa di non riuscire a trovare le risorse continua promuove norme discriminatorie, rafforzando la guerra tra poveri. I diritti sono tali se possono essere goduti da tutti quelli che ne hanno diritto.

Ricordiamo al M5S, al ministro Di Maio e alla stampa, che 91 deputati e 35 senatori del M5S nella scorsa legislatura hanno  sottoscritto, appoggiato e promosso la proposta portata avanti per anni da centinaia di realtà sociali che fanno parte della Rete dei Numeri Pari e che hanno raccolto il consenso di decine di sindaci che l’hanno sottoscritta e di 100 mila cittadini/e che l’hanno firmata durante la campagna.

La proposta è sempre la stessa, l’urgenza pure, evidentemente la coerenza e le priorità no. Ci auguriamo che i deputati del M5S possano essere coerenti almeno su questo impegno assunto per anni e portato avanti insieme a centinaia di realtà e soggetti sociali. Noi continueremo a fare la nostra parte, promuovendo iniziative, incontri con la cittadinanza e le istituzioni locali, così come continueremo a chiedere anche a questo governo il Reddito di Dignità e i Servizi Sociali fuori dal patto di stabilità. Due proposte fattibili per affrontare concretamente i principali problemi del nostro paese: l’aumento delle disuguaglianze, della povertà e dell’esclusione sociale.

Giuseppe De Marzo – Coordinatore nazionale della Rete dei Numeri Pari

18 milioni di persone a rischio esclusione sociale non possono più aspettare

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22 Settembre 2018 / by / in
29 settembre – Inaugurazione Teatro Caos: Casal Boccone e la Rete dei Numeri Pari aprono le porte al quartiere

Negli ultimi anni l’ex clinica di Casal Boccone, occupata nel 2012 da 300 donne, uomini e bambini in cerca di un’abitazione degna, ha aperto le porte a piccoli spettacoli, a momenti di incontro e assemblee cittadine, provando a restituire alla sua funzione sociale un bene pubblico destinato alla privatizzazione.

Oggi, grazie anche al percorso condiviso con la Rete Dei Numeri Pari che insieme alla nostra comunità crede nel valore collettivo di questo spazio, vogliamo rilanciare il nostro impegno politico, sociale e culturale nel territorio, affiancando alle attività già esistenti (ludoteca, laboratorio di serigrafia) l’apertura del teatro.

Gli/le abitanti di Casal Boccone stanno lavorando sodo da mesi, con entusiasmo e generosità, a recuperare la struttura per aprirla a un uso pubblico e condiviso, rendendola accessibile e fruibile a chi, a partire dalle compagnie teatrali, ha bisogno di uno spazio di sperimentazione e di condivisione.

Vi invitiamo a partecipare attivamente al Teatro Caos con proposte di iniziative e progetti!

 

Intanto come evento di apertura vi proponiamo:

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Ore 17.00
Presentazione del teatro Caos a cura di Casal Boccone

Ore 17.30
Proiezione di alcuni spezzoni del film documentario PIIGS- ovvero come imparai a preoccuparmi e a combattere l’Austerity, insieme ai registi e Claudia Bonfini, presidente della coop. sociale “Il Pungiglione”.

Diretto e prodotto nel 2017 da Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre e narrato da Claudio Santamaria, il film documentario indaga le cause e i riflessi dell’austerity sulla società europea, in particolare nel Sud Europa.

Ore 19.30
Spettacolo teatrale: Chi è di scena per Lucia Bendia.

Ore 20.30
Cena meticcia

21 Settembre 2018 / by / in
Forum Disuguaglianze Diversità: A dieci anni dalla crisi più disuguaglianze e meno democrazia

Come ridare dignità alle persone? La Rete dei Numeri Pari mette al centro i più fragili proponendo il Reddito di Dignità, i servizi sociali fuori dal calcolo del patto di stabilità e una riacquisita centralità nel bilancio del paese della spesa sociale. Allo stesso tempo, la Rete porta avanti attività di mutualismo solidale in molte città, promuovendo gratuitamente diverse attività quali mense, doposcuola, corsi di italiano, casse di mutuo soccorso e laboratori di teatro.

 

Un contributo di Giuseppe De Marzo*

L’aumento di disuguaglianze economiche, sociali, geografiche, culturali, di genere, di reddito, di opportunità danneggia tutti e tutte, non solo chi ne è colpito, minando democrazia e coesione sociale nel profondo. Le forze politiche che si ispirano o che accettano il modello economico neoliberista sostengono che sia una condizione necessaria per raggiungere gli obiettivi della crescita e dell’efficienza dei mercati. La realtà, a dieci anni dalla crisi, ci racconta di un paese sempre più debole, diseguale, fragile, impaurito e soprattutto incapace di guardare al futuro con speranza.

 

Un paese nel quale sono le mafie, la corruzione e il populismo a trarre il massimo beneficio dall’aumento del disagio sociale e dei bisogni. Sono le mafie ad aver aumentato il loro potere di penetrazione sociale e culturale nei luoghi e nelle periferie dove è cresciuto il disagio e sono aumentate le disuguaglianze. In questi luoghi, a causa dei tagli al sociale, del peggioramento dei servizi e della latitanza delle istituzioni, cresce la presenza criminale, il lavoro informale, la zona grigia. Se all’aumento della povertà non si risponde mettendo in campo fondi, investimenti e politiche sociali adeguate, capaci di garantire a tutti i diritti e non solo ad una piccola parte, si determinano situazioni sociali esplosive che portano ad una guerra tra poveri e alla negazione stessa della cultura giuridica fondata sulla necessità di garantire protezione ai soggetti più deboli, a quelli svantaggiati e alle vittime. E’ quello a cui oggi assistiamo.

 

I dati di una povertà che cresce

I numeri di questi anni sono emblematici e fotografano una vera e propria apocalisse umanitaria. L’ultimo rapporto Istat denuncia come le persone in povertà assoluta nel nostro paese abbiano superato i 5 milioni. Quelle che hanno smesso di curarsi, perché non se lo possono più permettere, sono 12 milioni. Il Censis segnala come oltre il 30% della popolazione sia a rischio esclusione sociale e 9,3 milioni di italiani siano già in povertà relativa. Se confrontiamo la nostra condizione a quella degli altri paesi, ci accorgiamo che tutti i dati sulle disuguaglianze nel nostro paese sono superiori alla media europea e sono tra i peggiori in termini assoluti. Questo dato rivela più di tutti il fallimento della classe dirigente politica italiana che è riuscita nell’impresa di fare peggio di quasi tutte le altre in questi dieci anni di crisi.

 

Lavoro e reddito

Crescono costantemente allo stesso tempo la precarietà e forme di lavoro con bassi salari. Il lavoro non stabile è aumentato di circa 200 mila unità anche lo scorso anno. Così siamo costretti a sommare ai quasi 3 milioni di disoccupati tutti quelli che svolgono lavori con contratto a tempo, che non godono di stabilità nell’impiego o che non ricevono retribuzioni adeguate a garantire una vita dignitosa. Le persone che vivono questa condizione secondo i dati di Unimpresa sono 6,55 milioni. A fine 2017 il numero totale di persone che vivono un profondo disagio sociale è arrivato a 9,29 milioni, circa 197 mila in più rispetto al 2016. Le prospettive per chi cerca lavoro e non dispone di una famiglia ricca o di una forte rendita di posizione sono pessime. Secondo tutti gli istituti di indagine e ricerca siamo in presenza della popolazione giovanile più impoverita della storia della repubblica. Dopo tanta retorica sui giovani, questo dimostra come nonostante il linguaggio della politica nella realtà le scelte compiute sono andate in direzione opposta. E le prospettive, se non si cambia rotta, sono peggiori. La crescita della forme di automazione e digitalizzazione dell’economia, in assenza di un forte intervento pubblico capace di orientare e porre regole, sono destinate ad aumentare ulteriormente la precarietà lavorativa ed a ridurre i redditi ed i salari della maggior parte dei lavoratori. La cosiddetta “gig economy”, i voucher, il lavoro “on demand”, la fabbrica 4.0, algoritmi e “machine learning”, sono sempre più diffusi. Gli studi fatti su questo trend sono chiari e parlano in maniera unanime di un’enorme contrazione del lavoro nei paesi occidentali. Tecnica e capitalismo sono diventati una cosa sola. Siamo dinanzi ad un gigantesco processo globale di precarizzazione, flessibilizzazione e individualizzazione del lavoro iniziato con la crisi, amplificato nel nostro paese dalle riforme come il Job Act, dalla legge sulle pensioni, dai tagli al sociale, dall’istituzionalizzazione della povertà. Dobbiamo porci il tema di quanti cercheranno lavoro, non lo troveranno, non hanno altri strumenti di sostegno economico e non sono ricchi. E’ questa la situazione reale e non teorica, che abbiamo davanti.

 

Il Reddito di Dignità

La Rete dei numeri pari chiede di introdurre anche nel nostro paese una forma di reddito minimo garantito, come già avviene in quasi tutta Europa. La proposta è stata avanzata già cinque anni fa dalla campagna Miseria Ladra, promossa da centinaia di realtà sociali, centri di ricerca, amministratori locali, decine e decine di deputati della scorsa legislatura, e sostenuta da oltre 100 mila cittadini che avevano firmato la petizione quando l’aumento della povertà e delle disuguaglianze nel nostro paese iniziava a raggiungere numeri mai visti nella storia repubblicana e metteva seriamente in discussione il principio fondante della nostra Carta: l’intangibilità della dignità umana. La proposta di introdurre anche nel nostro paese quello che abbiamo chiamato Reddito di Dignità risponde a questa esigenza irrinunciabile. E l’abbiamo fatto non solo per quello che la Carta definisce “obbligo alla solidarietà”, ma perché convinti che l’introduzione del Reddito di dignità sia l’unica strada per garantire nell’immediato e nell’attuale ordinamento protezione adeguata alla persona ed ai sistemi produttivi. Per capirci, sia l’unica in grado di tenere insieme dinamismo economico e sociale. Ed è stata costruita insieme a centinaia di associazioni, cooperative, parrocchie, comitati, istituzioni locali, centri di ricerca, attraverso centinaia di assemblee, sulla base di quanto già avviene in tutta Europa, cercando di valutare le esperienze migliori, i limiti ed i vantaggi.

Il diritto all’esistenza deve essere garantito attraverso tre misure che la CE chiede a tutti i paesi di introdurre: il reddito minimo garantito (non condizionato a forme obbligatorie di lavoro), il diritto all’abitare, l’offerta di servizi essenziali di qualità. Tre cose che da noi mancano del tutto e che determinano l’aumento senza fine delle disuguaglianze e lo scivolamento verso linguaggi e forme della politica escludenti, classiste e razziste. Se anche nel nostro paese mettessimo al centro i pilastri sociali europei ed attuassimo quanto stabilito dalla nostra Costituzione, risolveremmo la maggior parte dei problemi, restituiremmo la dignità a milioni di cittadini, spezzeremmo il ricatto delle mafie in molti luoghi in cui sono cresciuti povertà e solitudine, rafforzeremmo la coesione sociale e la partecipazione dei cittadini alla politica, riformeremmo finalmente il nostro welfare che ha da sempre schiacciato le donne nel ruolo di cura, daremmo un forte colpo all’aria grigia che nel mondo del lavoro sfrutta le debolezze ed i bisogni di chi soffre, daremmo speranza alla generazione di giovani più impoverita della storia del paese, consentendole di investire sulla propria autonomia e formazione, arresteremmo la guerra tra poveri e erigeremmo un argine fondato sui diritti contro odio e populismi. Perché l’odio non è mai dato, ma viene costruito.

 

Il contratto di Governo

Rispetto alle questioni menzionate, nel contratto non si parla di ricapitalizzazione del fondo nazionale politiche sociali ma di ulteriore razionalizzazione della spesa pubblica che in maniera sbagliata e ipocrita si dipinge come un costo da ridurre, ignorando che compito prioritario del governo è garantire i diritti sociali previsti dalla Costituzione (poi eventualmente il rientro sul debito). Sulle politiche fiscali, la Flat Tax proposta dal governo avrà come unico impatto quello di regalare tra i 50 e gli 80 miliardi ai ricchi, tagliando di conseguenza risorse per la spesa sociale, per il sostegno al reddito, per le politiche attive sul lavoro, per l’utilizzo sociale dei beni confiscati.

Per quanto riguarda il reddito di cittadinanza, nel contratto il governo propone una classica misura di “workfare”, condizionata all’accettazione obbligatoria di qualsiasi lavoro. Siamo lontani anni luce dal Reddito Minimo Garantito. Nonostante il M5S avesse sostenuto per anni la nostra stessa proposta, la misura nel contratto assomiglia moltissimo al Rei (reddito di inclusione sociale), portata avanti dal governo Renzi-Gentiloni e aspramente criticata insieme a noi proprio dal M5S, perché ritenuta una misura sbagliata, sottofinanziata, che viola i principi stabiliti in materia dal PE: dall’individualità della misura, alla condizionalità, alla temporalità, alla cifra erogata ed alle forme di reddito indiretto previste (i pilastri sociali europei affiancano al rmg la garanzia del diritto all’abitare ed un’offerta di servizi essenziali di qualità). Uno strumento che invece di liberare l’autonomia della persona e garantirne la dignità, questo è lo scopo del rmg, diventa una odiosa misura di ricatto, controllo e sfruttamento dei più poveri.

Su come contrastare le politiche di austerità il contratto non contiene nulla. Non vi è traccia di lotta all’austerità e di misure puntuali. Eppure anche qui il M5S ha sostenuto la nostra campagna del 2016, (im)Patto Sociale, in cui chiedevamo la modifica dell’art.81 e, soprattutto, che i servizi sociali fossero messi subito fuori dal calcolo del patto di stabilità, così da garantire l’azione dei Comuni nel contrasto alla povertà. Prima i diritti delle persone, e poi i diritti della finanza speculativa dicevamo anni fa. Il contratto e la nuova squadra di governo sono invece la garanzia offerta ai mercati internazionali di continuare con le stesse politiche di austerità, con il conseguente aumento delle disuguaglianze.

 

Siamo da oltre dieci anni immersi nella più grande crisi del modello economico capitalista, dalla quale ci stanno facendo uscire con meno diritti, meno cultura e meno democrazia per garantire i profitti e le rendite delle élite economiche e finanziarie. Questo il cuore del problema, su questo vogliamo confrontarci, al di la dello storytelling che ha sostituito la politica e punta invece sulle emozioni, cercando di trovare le parole giuste, piuttosto che le soluzioni. Lo storytelling implica la sospensione del giudizio, escludendo riflessione e discussione. Il pregiudizio, in assenza di capacità di giudizio, è l’unica cosa che vale. Così mentre ci fanno credere di essere in un’epoca post-ideologica, dove destra e sinistra non ci sono più, e le emozioni sostituiscono le idee, sono invece le diverse opzioni interne alle destre che comandano e si disputano il terreno dell’egemonia. Questo contratto di governo dunque, si pone in continuità con tutte le altre misure che hanno determinato la crisi e lascia inalterati i meccanismi che dilatano le disuguaglianze.

Giuseppe De Marzo è attivista, economista, giornalista e autore di saggi sulla giustizia ecologica e ambientale come “Buen Vivir. Per una nuova democrazia della Terra”e “Anatomia di una Rivoluzione”, tra gli altri. È il coordinatore nazionale della Rete dei Numeri Pari, che raggruppa circa 400 realtà del sociale impegnate contro le disuguaglianze e la povertà. Coordina la campagna per l’introduzione anche in Italia del “Reddito di Dignità”, ed è il responsabile nazionale di Libera per le Politiche Sociali.

https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/a-dieci-anni-dalla-crisi-piu-disuguaglianze-e-meno-democrazia/

20 Settembre 2018 / by / in
FAO, IFAD, UNICEF, WFP e OMS: Continua ad aumentare la fame nel mondo

821 milioni di persone soffrono oggi la fame e oltre 150 milioni i bambini hanno ritardi nella crescita, denuncia un rapporto congiunto delle Nazioni Unite.

Roma, 11 settembre 2018 – Nuove prove continuano a segnalare che il numero delle persone che soffrono la fame nel mondo è in crescita, raggiungendo nel 2017, 821 milioni, vale a dire una persona su nove, secondo lo Stato della Sicurezza Alimentare e della Nutrizione nel mondo 2018  pubblicato oggi. Sono stati compiuti progressi limitati nell’affrontare le molteplici forme di malnutrizione, che vanno dai ritardi della crescita dei bambini all’obesità degli adulti, mettendo a rischio la salute di centinaia di milioni di persone.

La fame è cresciuta negli ultimi tre anni, tornando ai livelli di un decennio fa. Questa inversione in atto manda il chiaro avvertimento che occorre fare di più e con urgenza se si vuole raggiungere l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile di Fame Zero entro il 2030.

La situazione sta peggiorando in Sud America e nella maggior parte delle regioni dell’Africa, mentre la tendenza in calo della sotto nutrizione che ha caratterizzato l’Asia sembra aver rallentato in modo significativo.

Il rapporto annuale delle Nazioni Unite ha rilevato che la variabilità del clima che influenza l’andamento delle piogge e le stagioni agricole, oltre ad estremi climatici come siccità e alluvioni, sono tra i fattori chiave dietro l’aumento della fame, insieme ai conflitti e alle crisi economiche.

“I segnali allarmanti di aumento dell’insicurezza alimentare e gli alti livelli di diverse forme di malnutrizione sono un chiaro avvertimento che c’è ancora molto lavoro da fare per essere sicuri di “non lasciare nessuno indietro” sulla strada verso il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile in materia di sicurezza alimentare e miglioramento dell’alimentazione”, avvertono nella prefazione congiunta al rapporto i responsabili dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), del Fondo per l’Infanzia delle Nazioni Unite (UNICEF), del Programma Alimentare Mondiale (WFP) e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

“Se vogliamo raggiungere un mondo senza fame e malnutrizione in tutte le sue forme entro il 2030, è imperativo accelerare e aumentare gli interventi per rafforzare la capacità di recupero e adattamento dei sistemi alimentari e dei mezzi di sussistenza delle popolazioni in risposta alla variabilità climatica e agli eventi meteorologici estremi” hanno affermato i responsabili delle cinque organizzazioni delle Nazioni Unite autrici del rapporto.

 

L’impatto della variabilità climatica e degli eventi meteorologici estremi sulla fame
I cambiamenti climatici stanno già minando la produzione di importanti colture come grano, riso e mais nelle regioni tropicali e temperate e, senza costruire resilienza climatica, si prevede che la situazione peggiorerà con l’aumentare delle temperature.

Le analisi del rapporto mostrano che la prevalenza e il numero di persone sottonutrite tendono ad essere più alti nei paesi altamente esposti agli eventi climatici estremi. La sotto-nutrizione è ancora più alta quando l’esposizione ad eventi climatici estremi si unisce ad un’alta percentuale della popolazione che dipende da sistemi agricoli altamente sensibili alle precipitazioni e alla variabilità delle temperature.

Le anomalie della temperatura sulle aree di coltivazione agricola hanno continuato a essere superiori alla media nel periodo 2011-2016, portando a periodi più frequenti di caldo estremo negli ultimi cinque anni. Anche la natura delle stagioni delle piogge sta cambiando, inizio tardivo o precoce delle stagioni piovose e ineguale distribuzione delle precipitazioni in una stagione.

Il danno alla produzione agricola contribuisce a ridurre la disponibilità di cibo, con effetti a catena che causano aumenti dei prezzi alimentari e perdite di reddito che riducono l’accesso delle persone al cibo.

 

Progressi lenti per porre fine a tutte le forme di malnutrizione
Il rapporto afferma che sono stati compiuti scarsi progressi nella riduzione dei problemi della crescita infantile, con circa 151 milioni di bambini sotto i cinque anni di età troppo bassi a causa della malnutrizione nel 2017, rispetto ai 165 milioni del 2012. Globalmente, l’Africa e l’Asia rappresentano rispettivamente il 39% e il 55% di tutti i bambini con ritardi nella crescita.

La prevalenza di deperimento infantile rimane estremamente elevata in Asia, dove quasi un bambino su dieci sotto i cinque anni ha un peso basso per la sua altezza, rispetto a solo uno su 100 in America Latina e nei Caraibi.

Il rapporto descrive come “vergognoso” il fatto che una donna su tre in età riproduttiva a livello mondiale sia affetta da anemia, che ha conseguenze significative sulla salute e sullo sviluppo sia per le donne che per i loro bambini. Nessuna regione ha mostrato un calo nell’anemia tra le donne in età riproduttiva, e la prevalenza in Africa e Asia è quasi tre volte superiore a quella ad esempio del Nord America.

I tassi di solo allattamento materno in Africa e in Asia sono 1,5 volte più alti di quelli del Nord America, dove solo il 26% dei bambini sotto i sei mesi riceve esclusivamente il latte materno.

 

L’altro lato della fame: l’obesità in aumento
L’obesità negli adulti sta peggiorando e più di uno su otto adulti al mondo è obeso. Il problema è più significativo in Nord America, ma anche l’Africa e l’Asia stanno vivendo una tendenza al rialzo.

La denutrizione e l’obesità coesistono in molti paesi e possono anche essere visti fianco a fianco nella stessa famiglia. Uno scarso accesso al cibo nutriente a causa del suo costo più elevato, lo stress di vivere con insicurezza alimentare e gli adattamenti fisiologici alla privazione del cibo aiutano a spiegare perché le famiglie con insicurezza alimentare possono avere un maggiore rischio di sovrappeso e obesità.

 

Un appello ad intervenire
Il rapporto richiede l’attuazione e l’aumento degli interventi volti a garantire l’accesso a cibi nutrienti e la rottura del ciclo intergenerazionale della malnutrizione. Le politiche devono prestare particolare attenzione ai gruppi che sono più vulnerabili alle conseguenze dannose dello scarso accesso al cibo: neonati, bambini sotto i cinque anni, bambini in età scolare, ragazze adolescenti e donne.

Allo stesso tempo, occorre un cambiamento sostenibile verso un’agricoltura e sistemi alimentari sensibili alla nutrizione che possano fornire cibo sicuro e di alta qualità per tutti.

Il rapporto chiede anche maggiori sforzi per costruire una capacità di risposta al cambiamento climatico attraverso politiche che ne promuovano l’adattamento e la mitigazione e la riduzione del rischio di catastrofi.

Fonte: http://www.fao.org/3/I9553EN/i9553en.pdf

19 Settembre 2018 / by / in
Anticipazioni rapporto SVIMEZ 2018 sull’economia e la società del mezzogiorno

CONSIDERAZIONI DI SINTESI

Il triennio di crescita consecutiva del Mezzogiorno, al ritmo di sviluppo del resto del Paese, è un risultato non scontato. La recessione è ormai alle spalle per tutte le regioni meridionali, benché gli andamenti siano alquanto differenziati. Il consolidamento della ripresa è essenzialmente dovuto al contributo del settore privato i cui risultati, in termini di export e di investimenti, lasciano supporre che, anche dopo il massiccio disinvestimento avvenuto con la crisi, sia rimasto attivo e competitivo un nucleo industriale, anche nel settore manifatturiero, in grado di cogliere le sfide competitive.

Il recupero dell’industria meridionale desta particolare sollievo, per quanto sia da legare al tipico “haircut” delle fasi negative del ciclo, che ha estromesso dal mercato le imprese inefficienti e ha lasciato spazio a quelle più efficienti e produttive. D’altronde, l’intensità della crisi è stata tale che ha avuto anche effetti strutturali più profondi, espellendo dal mercato anche imprese sane ma non attrezzate a superare una recessione così lunga e impegnativa. L’apparato produttivo rimasto al Sud sembra essere in condizioni di ricollegarsi alla ripresa nazionale e internazionale, come dimostra anche l’andamento delle esportazioni. Tuttavia, permane il rischio che in carenza di politiche che sostengano adeguatamente l’apparato produttivo e ne favoriscano l’espansione, questo non riesca, per le sue dimensioni ormai ridotte, a garantire né l’accelerazione né il proseguimento di un ritmo di crescita peraltro insufficiente.

La ripresa degli investimenti privati, in particolare negli ultimi due anni, ha più che compensato il crollo degli investimenti pubblici, che si situano su un livello strutturalmente più basso rispetto a quello precedente la crisi (4,5 miliardi di investimenti annui in meno rispetto al 2010) e per i quali non si riesce a invertire un trend negativo. Questo rappresenta l’elemento maggiormente critico per una politica di sviluppo del Mezzogiorno, l’area che si dimostra maggiormente reattiva a questo tipo di politiche, con benefici effetti per l’interno Paese.

Insomma, il settore privato sembra avere fatto la sua parte, mentre il complesso delle politiche per il Sud e la coesione territoriale – pur con impulsi molto
positivi, in particolare con il credito di imposta per gli investimenti e i Contratti di sviluppo – non sembra aver prodotto risultati soddisfacenti. Il crollo degli investimenti pubblici, connesso non soltanto ai vincoli fiscali derivanti dal proseguimento dell’austerità, unito alla mancata ripresa dei consumi delle Pubbliche amministrazioni, rappresentano i principali elementi di divergenza rispetto al resto del Paese e un ulteriore progressivo indebolimento dell’azione pubblica, anche in termini di servizi per i cittadini e le imprese, in un’area che si dimostra non solo bisognosa di politiche pubbliche ma anche positivamente reattiva ai loro stimoli.

Se il consolidamento della ripresa del Sud suggerisce che la crisi non abbia del tutto minato la capacità del tessuto produttivo meridionale di rimanere agganciato ai processi di sviluppo, tuttavia, il ritmo della congiuntura appare del tutto insufficiente ad affrontare le emergenze sociali nell’area, che restano allarmanti. Da un lato, la crescita del 2015-2017 ha recuperato in misura solo molto parziale il patrimonio economico e sociale disperso dalla crisi, la cui perdita si è sommata al gap già esistente in termini di produttività delle imprese e benessere degli abitanti. Dall’altro, anche nella ripresa si registrano ulteriori elementi di divergenza e disuguaglianza interna, che indeboliscono il tessuto sociale: aumenta l’occupazione (benché in misura insufficiente a colmare la voragine apertasi con la crisi), ma vi è  una ridefinizione al ribasso della sua struttura e della sua qualità: i giovani sono tagliati fuori, aumentano le occupazioni a bassa qualifica e a bassa retribuzione, pertanto la crescita dei salari risulta limitata e non in grado di incidere su livelli di povertà crescenti, anche nelle famiglie in cui la persona di riferimento risulta occupata.

Il divario sempre più forte in termini di servizi pubblici, la cittadinanza “limitata” connessa alla mancata garanzia di livelli essenziali di prestazioni, incide sulla tenuta sociale dell’area e rappresenta il primo vincolo all’espansione del tessuto produttivo. Del resto, proprio questo indebolimento della qualità dei servizi ha fatto emergere una sofferenza sociale del Sud, manifestatasi anche nelle ultime elezioni, con un voto che non può essere liquidato con letture semplicistiche incentrate esclusivamente sulla richiesta di politiche assistenzialiste. Un’interpretazione sbagliata, che d’altra parte non riflette nemmeno adeguatamente la complessità della società meridionale ricca di dinamismo e di consapevolezza della necessità di in discontinuità nei rapporti tra Stato e cittadini.

A fronte di un quadro di consolidamento di una debole ripresa, in cui i segnali di resilienza sono tuttavia insufficienti a invertire il declino sociale e demografico dell’area, rischia di aprirsi una “stagione dell’incertezza” – in cui l’Italia fa segnare un rallentamento della crescita – che potrebbe determinare nel Sud una “grande frenata”. Oltre alle persistenti tensioni geopolitiche, al sorgere di spinte protezionistiche e al raffreddamento delle politiche monetarie espansive della BCE, sul Mezzogiorno pesano elementi di incertezza connessi all’avviamento delle politiche economiche proposte dal nuovo Governo, specie riguardo i tempi previsti di attuazione e le possibili ricadute territoriali (come nel caso della cd. Flat tax), che non facilita la definizione dei piani di sviluppo e investimento.

Questo è ciò che emerge dall’aggiornamento delle previsioni per il 2018-2019 del modello econometrico della SVIMEZ: in assenza di un quadro chiaro di
riferimento per la politica economica, per cui si attende la Nota di aggiornamento al DEF e la Legge di Bilancio, il “tendenziale” di crescita dell’area, nel biennio di previsione, potrebbe addirittura dimezzarsi, passando dal 1,4% del 2017 allo 0,7% del 2019. Un dato che si ripercuote negativamente sull’intero Paese, in quanto il grado di interdipendenza tra le economie delle due macroaree risulta elevato, e che dimostra quanto il Sud avrebbe bisogno di una strategia di politica per lo sviluppo.

Per il Mezzogiorno, insomma, mantenere il tasso di crescita del triennio non sarà facile. Potrebbero aiutare, per sostenere il sistema produttivo, che pure sta facendo la sua parte, non solo il proseguimento della misure di incentivazione agli investimenti più efficaci (compresa Industria 4.0 per la quale sarebbe necessario immaginare riserve per il Sud che compensino i suoi svantaggi strutturali), ma anche l’attuazione di strumenti di intervento nel Mezzogiorno, già nel paniere del Governo, come l’istituzione di Zone economiche speciali nelle principali aree portuali, con incentivi fiscali e semplificazioni amministrative. In generale, serve una politica fiscale più espansiva per favorire il consolidamento della domanda interna, che ha sostenuto la crescita del periodo e rispetto alla quale il Mezzogiorno è sempre stato particolarmente reattivo, per la quale ciò che fin qui è mancato è stato il contributo della spesa pubblica sia per i consumi che per gli investimenti. Da questo punto di vista, attuare un vero riequilibrio territoriale degli investimenti pubblici ordinari risulta cruciale. Particolarmente opportuna, appare l’indicazione del nuovo Ministro per il Sud di favorire l’attuazione della cd. “clausola del 34%” per la spesa ordinaria in conto capitale (ancora inattuata) e, ancor di più, di estenderla al Settore Pubblico Allargato delle grandi aziende partecipate.

La premessa essenziale per un rinnovato impegno pubblico per lo sviluppo  del Mezzogiorno, passa tuttavia per la riqualificazione, l’ammodernamento e la razionalizzazione delle istituzioni preposte all’amministrazione dello sviluppo e della coesione, per colmare i deficit in termini di risorse umane qualificate, in particolare sul versante della progettazione degli interventi, inefficienze organizzative a livello locale, carenza di coordinamento strategico a livello nazionale e di volontà e/o capacità di attivare efficaci poteri sostitutivi.

Ad ogni livello di governo – regionale e nazionale, ed in particolare europeo, dove porre con forza il tema delle asimmetrie e degli squilibri di una governance economica che produce divergenza – compito della politica è di non rassegnarsi sul tendenziale rallentamento di una ripresa peraltro già troppo debole, ma di riattivare una grande stagione di investimento nel Mezzogiorno, mirata al miglioramento delle infrastrutture economiche e sociali, per il miglioramento delle condizioni competitive delle imprese e dei fondamentali del benessere dei cittadini, come leva per l’accelerazione del tasso di sviluppo dell’intero Paese.

Documento completo al seguente link:

http://www.svimez.info/images/RAPPORTO/materiali2018/2018_08_01_anticipazioni_testo.pdf

18 Settembre 2018 / by / in
RETE #NOBAVAGLIO – Basta attacchi all’informazione: pronti a mobilitarci a difesa dell’articolo 21

Basta attacchi ai giornalisti: i paladini del cambiamento ripropongono i peggiori copioni del passato. L’informazione dà fastidio al governo di turno e quindi va zittita, imbavagliata. In che modo? Semplice si tagliano tutte le risorse che possono dare ossigeno alla libera stampa già travolta da una crisi senza precedenti. Così si colpisce il cuore della democrazia: l’informazione è un bene comune.

Ma noi non ci stiamo e come in passato siamo pronti a mobilitarci per difendere l’articolo 21 della costituzione e la libertà dei cittadini a potersi informare liberamente scegliendo cosa vedere e cosa leggere e non subendo le fake news e i messaggi drogati del web  e delle varie piattaforme digitali tanto care a questo governo e ai suoi azionisti di maggioranza.

RETE #NOBAVAGLIO Liberi di essere informati

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Libertà di informazione, Mattarella: «Pilastro della democrazia da tutelare»

by Fnsi
Il presidente della Repubblica ribadisce che la libera stampa «non può essere oggetto di insidie volte a fiaccarne la piena autonomia e a ridurre il ruolo del giornalismo». Il segretario Lorusso e il presidente Giulietti: «Non possiamo che ringraziarlo per le sue parole».
Il presidente Sergio Mattarella

«La libertà di informazione è architrave della Costituzione, essenziale per la democrazia, e bisogna contrastare qualsiasi tentativo di fiaccarne l’autonomia. La Federazione nazionale della Stampa italiana non può che ringraziare il presidente Sergio Matterella, che ha sentito il giustificato bisogno di riaffermare valori che non sono affatto scontati, né in Europa, dalla Polonia all’Ungheria, né in Italia». Lo affermano, in una nota, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario generale e presidente della Fnsi.

«Le minacce di colpire le leggi sull’editoria, gli annunci di scioglimento dell’Ordine dei giornalisti, le ripetute perquisizioni contro i cronisti che indagano su malaffare e corruzione, la nuova occupazione del servizio pubblico – proseguono – sono altrettanti segnali di una rinnovata campagna contro la libertà di informazione e contro i cronisti, di volta in volta, sgraditi alle oligarchie di turno. Le parole del presidente della Repubblica sono un ulteriore sprone a difendere i valori racchiusi nell’articolo 21 della Costituzione da bavagli e censure di ogni natura e colore».

 

PER APPROFONDIRE
Di seguito il testo del messaggio inviato dal presidente Mattarella all’Amministratore delegato della Società Editrice Sud Spa, Pasquale Morgante, in occasione della presentazione della nuova veste grafica della Gazzetta del Sud e del Giornale di Sicilia.

«L’intento del rilancio di due testate significative e cariche di storia come la Gazzetta del Sud e il Giornale di Sicilia appare tanto più meritevole in un contesto, quello del Mezzogiorno, in cui la battaglia per l’affermazione dei valori costituzionali e della legalità è particolarmente meritoria.
Si tratta di un impegno di valore culturale e sociale, la cui essenza trova riscontro nell’arricchimento del tessuto civile dei territori ai quali i due giornali si dirigono.

Una stampa credibile, sgombra da condizionamenti di poteri pubblici e privati, società editrici capaci di sostenere lo sforzo dell’innovazione e dell’allargamento della fruizione dei contenuti giornalistici attraverso i nuovi mezzi, sono strumenti importanti a tutela della democrazia. Questa consapevolezza deve saper guidare l’azione delle istituzioni.

L’incondizionata libertà di stampa costituisce elemento portante e fondamentale della democrazia e non può essere oggetto di insidie volte a fiaccarne la piena autonomia e a ridurre il ruolo del giornalismo.

La Gazzetta del Sud e il Giornale di Sicilia hanno da pochi mesi costruito un ponte, editoriale e culturale, tra Calabria e Sicilia investendo sulla forza del loro radicamento e su sinergie idonee ad affrontare le difficili sfide del nostro tempo.
L’impegno sviluppato dai corpi redazionali, dai reparti tecnici e grafici, dai direttori, dall’editore, è promessa di rinnovato fervore e prova di fiducia nei confronti delle opinioni pubbliche dei lettori di queste regioni. È motivo di soddisfazione e speranza, in un mercato editoriale attraversato da non poche tensioni.

Il rafforzamento di voci espressive delle realtà del Mezzogiorno rappresenta un servizio reso all’intero Paese: il pluralismo e la libertà delle opinioni – condivise o non condivise – sono condizioni imprescindibili per la democrazia.
Sono certo che la vostra fatica quotidiana, come già nel passato, aiuterà a rappresentare realtà dei vostri territori, i loro problemi e le loro attese, contribuendo a renderle protagoniste.

A questo lavoro e a questo sforzo sono lieto di augurare ogni successo».

 

Tagli all’editoria, da Di Maio nuovo attacco alla stampa

Il vicepremier annuncia la lettera alle società di Stato per invitarle a tagliare la loro pubblicità sui giornali. Crimi: “Parlano del governo solo per parlarne male”

di MARIA BERLINGUER

ROMA – Cinquestelle all’attacco sull’informazione. A dare il via alla campagna è Luigi Di Maio che denuncia “l’odio dei media” nei confronti del M5S come elemento di continuità dal 2014 a oggi.  “I giornali dei ‘prenditori editori’ ormai ogni giorno inquinano il dibattito pubblico e la cosa peggiore è che lo fanno grazie anche ai soldi della collettività: in legge di bilancio porteremo il taglio dei contributi pubblici indiretti e stiamo approntando la lettera alle società partecipate dallo Stato per chiedere di smetterla di pagare i giornali (con investimenti spropositati e dal dubbio ritorno economico) per evitare che si faccia informazione sui loro affari e per pilotare le notizie in base ai loro comodi”, tuona il vicepresidente del consiglio su Facebook.

A far saltare i nervi al capo politico dei cinquestelle è la notizia che vedrebbe il reddito di cittadinanza ridotto a 300 euro per 4 milioni di persone. ….

17 Settembre 2018 / by / in
Salute spa, il nuovo libro che racconta il “delitto perfetto” in atto sulla sanità pubblica tra politica e assicurazioni

Gli autori, Quezel e Carraro, vedono la mano delle lobby dietro al progressivo arretramento della sanità pubblica, giustificato dalle richieste di spending review dell’Ue: “E’ come se i politici stessero facendo il lavoro sporco, comprimendo le fasce di prestazioni sanitarie gratuite e di farmaci acquistabili a costo zero dai malati. Il lavoro pulito è affidato alle compagnie di assicurazione, che hanno pronto il pacchetto ideale”

14 Settembre 2018 / by / in