“Sei 1 di noi” verso la manifestazione del 1° dicembre: le realtà romane della Rete dei Numeri Pari sostengono e promuovono il percorso

“Sei 1 di noi” verso la manifestazione del 1° dicembre: le realtà romane della Rete dei Numeri Pari sostengono e promuovono il percorso

Le realtà romane della Rete dei Numeri Pari sostengono e promuovono il percorso lanciato dall’appello “Sei una di noi – Sei uno di noi” che, dopo l’assemblea pubblica del 13 ottobre, porterà a una mobilitazione cittadina il 1° dicembre p.v. Di seguito il comunicato.

 


Una di Noi, Uno di Noi
Verso la manifestazione del 1° dicembre

Studenti e studentesse, operatori ed operatrici sociali, lavoratori e lavoratrici precari, attivisti ed attiviste dei diritti: questi e molti altri abitanti della Capitale hanno deciso di sottoscrivere l’appello Una di Noi, Uno di noi.

Una di Noi, Uno di noi, non è solo uno slogan.  È un percorso collettivo che unisce le donne e gli uomini che non si rassegnano alle diseguaglianze, alla precarietà, allo strapotere degli interessi economici e mafiosi, al sessismo, al tentativo di resuscitare il fascismo e le forme più violente di razzismo.

Un percorso collettivo che mette al centro le difficoltà che incontriamo ogni giorno in una città diventata sempre più escludente e ricerca soluzioni e proposte creando continui momenti di confronto, riappropriandosi delle piazze, dimostrando che una nuova convivenza nei nostri quartieri è possibile e necessaria.

Per questo il 13 ottobre ci siamo ritrovati in una prima assemblea cittadina, che ha dato voce a tante e tanti, in una discussione collettiva sulle molteplici forme di diseguaglianza che attraversano la nostra città e alle molte esperienze di partecipazione, di solidarietà sociale, di mutualismo e di lotta contro il razzismo. Gli eventi delle ultime settimane ci consegnano un quadro nazionale e cittadino drammatico, che richiede una riflessione attenta ed un impellente bisogno di mobilitarsi. L’approvazione, da parte del Governo, del nuovo decreto legge su immigrazione e sicurezza renderà più difficile garantire i diritti dei migranti, dei rifugiati e dei richiedenti asilo; ostacolerà la lotta contro le mafie ma anche l’esercizio dei diritti democratici di tutti noi.

Proprio l’entrata in vigore del d.l. 113/2018 ha indotto diverse realtà sociali italiane a convocare una manifestazione nazionale a Roma il 10 novembre per chiedere di non convertire in legge una normativa così ingiusta e manifestare contro il rigurgito del fascismo e del razzismo. Obiettivi che non possiamo che condividere.

Per questo abbiamo deciso di rinviare la manifestazione del 10 novembre all’1 dicembre. Ma in queste settimane anche Roma è stata di nuovo ferita. È stata ferita dalla violenza dell’ennesimo stupro e femminicidio a danno di una ragazza di 16 anni. È stata ferita dall’ennesimo sciacallaggio sul corpo di una donna, “utilizzando” questa tragedia per fomentare l’odio razziale, per invocare rastrellamenti per le strade e sgomberi di quelli spazi occupati che, in realtà, hanno sottratto interi pezzi di questa metropoli alla speculazione ed all’abbandono.

Come Una di Noi, Uno di Noi, non possiamo che attraversare la nostra città e metterci in ascolto, per costruire relazioni, conoscenza, partecipazione e ribellione. Per questo discuteremo insieme nelle prossime settimane in quattro assemblee tematiche cittadine di diritto all’abitare, accoglienza, servizi sociali e lotta contro le mafie. Costruiremo così, insieme, la partecipazione alla manifestazione dell’1 dicembre.

 

Contro le diseguaglianze economiche e sociali.
Per un lavoro, un reddito e una casa dignitosi.
Per una scuola e una sanità pubbliche, universali e efficienti.
Per la nostra sicurezza economica e sociale.
Per aree verdi e spazi sociali per i nostri bambini.
Per una città libera dalle Mafie e dai grandi poteri finanziari ed economici.
Per una società libera da ogni tipo di discriminazione, di sessismo e di razzismo.

 

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31 Ottobre 2018 / by / in ,
UNDP: Human Development Indices and Indicators 2018 statistical update

Oggi, le persone, le nazioni e le economie sono più collegate che mai, così come lo sono i problemi di sviluppo globale che stiamo affrontando. Questi problemi si estendono ai confini, a cavallo dei settori sociale, economico e ambientale. Dall’urbanizzazione alla creazione di posti di lavoro per milioni di persone, le sfide del mondo saranno risolte solo con approcci che tengono conto sia della complessità che del contesto locale.

Ineguaglianza e conflitto sono in aumento in molti posti. I cambiamenti climatici e altre preoccupazioni ambientali stanno indebolendo lo sviluppo ora e per le generazioni future. Poiché il nostro pianeta sembra essere sempre più ineguale, più instabile e più insostenibile, offrire dati dettagliati e affidabili non è mai stato così importante.

La disuguaglianza,  è diventata una questione determinante del nostro tempo, in molti luoghi è causa di incertezza e vulnerabilità radicate. L’ineguaglianza riduce l’HDI globale di un quinto infliggendo il colpo più duro ai paesi nelle categorie di sviluppo medio-basse.

La disuguaglianza di genere rimane uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo umano. L’ISU medio per le donne è inferiore del 6% a quello degli uomini, mentre i paesi della categoria di sviluppo basso subiscono le maggiori lacune. Dati gli attuali tassi di progresso, potrebbero essere necessari oltre 200 anni per colmare il divario di genere economico in tutto il pianeta.

Inoltre, i conflitti in molte parti del mondo rimangono la norma piuttosto che l’eccezione. La violenza non solo minaccia la sicurezza umana ma erode anche i progressi dello sviluppo. Tra il 2012 e il 2017, i conflitti in Siria, Libia e Yemen hanno contribuito a far scivolare verso il basso l’ISU, a causa di cali significativi della loro aspettativa di vita o di battute d’arresto economiche. Occorreranno anni, se non decenni, per tornare ai livelli di sviluppo pre-violenza.

Infine, come mostrano gli indicatori ambientali, i progressi di oggi stanno arrivando a scapito dei nostri figli. Un clima che cambia, una massiccia diminuzione della biodiversità e l’esaurimento delle risorse di terra e di acqua dolce rappresentano gravi minacce per l’umanità. Richiedono un cambiamento immediato e ambizioso nei modelli di produzione e consumo. Sebbene le prove rimangano la linfa vitale di decisioni informate, molti decisori politici lottano comprensibilmente per sapere a chi rivolgersi per ottenere informazioni attendibili e facilmente comprensibili in mezzo all’attuale valanga di nuovi indici, indicatori e statistiche. La raccolta, l’integrazione e il filtraggio di nuovi dati sono necessari per vedere l’immagine più grande e sviluppare soluzioni migliori.

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29 Ottobre 2018 / by / in
Con i migranti per fermare la barbarie

Il manifesto – Luigi Ciotti 27 ottobre 2018

Migranti. Le conseguenze della crisi economica si stanno manifestando come crisi di civiltà. Sulla paura e il disorientamento della gente soffia il vento della propaganda

Ci sono frangenti della storia in cui il silenzio e l’inerzia diventano complici del male. Questo è uno di quelli. Le conseguenze della crisi economica si stanno manifestando come crisi di civiltà. Sulla paura e il disorientamento della gente soffia il vento della propaganda. Demagoghi scaltri e senza scrupoli si ergono a paladini del «popolo» e della «nazione» e acquistano di giorno in giorno consenso, additando nemici di comodo: erano le democrazie e gli ebrei al tempo del fascismo, oggi sono l’Europa e i migranti.

Il sistema economico dominante – quello che Papa Francesco definisce senza mezzi termini «ingiusto alla radice», responsabile di una «economia di rapina» – ha certo enormi colpe, a cominciare da un’immigrazione forzata, di fatto una deportazione indotta dalle disuguaglianze. Ma la denuncia dei suoi mali e l’impegno per eliminarli non giustifica il ritorno a società chiuse, guardinghe, attraversate dal rancore e dalla paura, avvinghiate a un’idea equivoca di sovranità, perché in un mondo interconnesso non si tratta di isolarsi – posto che sia possibile – ma di imparare a convivere e a condividere con maggiore giustizia, realizzando i principi della Costituzione, della Dichiarazione universale dei diritti umani, della Convenzione di Ginevra e di tutti i documenti scritti per archiviare una stagione di violenza e di barbarie.

Ecco allora l’importanza di uscire e di muoversi, di denunciare la perdita di umanità ma anche di capacità e onestà politica, perché un fenomeno come l’immigrazione non si può reprimere o respingere con i muri e le espulsioni, si deve governare con lungimiranza, pragmatismo e, certo, umanità. Senza smettere di chiederci come vorremmo essere trattati se al posto dei migranti ci fossimo noi.

Mettersi nei panni degli altri è la chiave dell’etica evangelica, ma lo è anche di una società consapevole che la vita non ha confini, così come non hanno confini i bisogni, le speranze, i diritti delle persone.

Facciamo sentire la voce di un’Italia che per quei diritti non smette di lottare.

27 Ottobre 2018 / by / in ,
Miti del rancore, miti per la crescita: verso un immaginario collettivo per lo sviluppo

3.1. Quando e perché siamo diventati rancorosi

Il rancore nella nostra società nasce dal blocco verso l’alto dell’ascensore sociale e dalla percezione che il nostro destino e quello dei nostri figli non abbiano orizzonti di miglioramento reale: è una condizione oggettiva e soggettiva che genera un clima sociale dagli imprevedibili sfoghi. Vince la paura di cadere più in basso, la vertigine del declassamento che alimenta una mentalità “da fortezza assediata” in cui diventa normale rimarcare le distanze dagli altri, in particolare da chi è percepito come più in basso o diverso.

Le radici socioeconomiche indicate sono profonde e visibilmente legate al trauma irrisolto della crisi, evento epocale che ha cambiato le basi materiali e psicologiche della nostra vita collettiva, lasciando in eredità un sottofondo emotivo che diventa facile ostaggio di spregiudicate imprenditorie sociopolitiche rese ancor più potenti dalle nuove opportunità del digitale.

Ecco perché non può sorprendere che la società del rancore abbia un immaginario collettivo regressivo, chiuso, infetto, proiezione di paure inconsce diffuse, intime e personali, a lungo inconfessabili e ora percepite come legittime, anzi portate a imporsi con incontenibile prepotenza come le uniche legittime, perché autenticamente sentite e condivise dal popolo.

3.2. Io starò peggio degli altri: la mutazione delle aspettative soggettive prevalenti e il caos che spaventa

La crisi cominciata nel 2008 è stata senz’altro uno spartiacque memorabile che, oltre a mutare le radici materiali della condizione sociale, ha mutato la percezione che le persone hanno di se stesse e della propria condizione socioeconomica.

È un passaggio epocale da cui non si torna indietro, perché ha radici materiali nelle condizioni economiche e perché tocca con profondità irreversibile la psicologia collettiva, che cambia senza possibilità di ritorno. La crisi è stata il grande trauma, dal quale la società e i suoi protagonisti non sono riusciti a gestire lo stress post traumatico. Utili sono alcuni esempi paradigmatici dei mutamenti avvenuti. Il primo tocca il rapporto tra le persone e gli altri e per interpretarne il senso occorre considerare che la vita quotidiana è fatta di passaggi di routine, che nel tempo tendono a ripetersi e che finiscono per diventare comportamenti e opinioni sentinella dell’evoluzione di pratiche e psicologie individuali e collettive. Così per le aspettative di inizio anno, analizzando le quali è possibile enucleare il mood prevalente della società. Per questo è molto utile interpretare i dati sulla evoluzione in venti anni delle aspettative delle persone sulla propria condizione economica e su quella degli altri: Emerge che (tavola 1):

  • nel 1998 il 27,7% degli italiani era convinto che la propria condizione economica sarebbe migliorata e il 23% che sarebbe migliorata quella in generale;

  • nel 2008, anno uno della crisi, era il 19,6% a pensare che la propria condizione sarebbe migliorata e il 20,8% a pensare che sarebbe migliorata quella degli altri;

  • nel 2018 è il 28% a dire la mia condizione economica migliorerà, e ben il 35% a pensare che migliorerà quella in generale, degli altri.

Una evidente e potente inversione di percezioni: un tempo la convinzione che per me andrà meglio che per gli altri; dalla crisi in avanti l’idea che agli altri andrà meglio che a me. E la prevalenza sociale dell’idea che gli altri staranno meglio di me, e che le cose in generale andranno meglio agli altri che a me.

Un visibile capovolgimento del rapporto tra aspettative personali e generali rispetto al prima della crisi, quando le aspettative positive sulla situazione personale erano sistematicamente superiori a quelle riferite all’intera società, alimentando la convinzione che io starò meglio degli altri.

E in parallelo, in Italia è bassa la percezione di avere le stesse opportunità degli altri per avanzare nella propria vita: infatti, è convinto di avere pari opportunità rispetto alle altre persone il 45% degli italiani, mentre è il 60% in Francia, il 70% in Germania, il 52% in Spagna, il 58% nella media dei Paesi Ue oltre l’81% in Svezia (tavola 2).

Una società che per la maggioranza degli italiani non è in grado di offrire chance di crescita o che in ogni caso spinge le persone a pensare che gli altri hanno maggiori opportunità.

E poi c’è la percezione che occorra difendersi da incertezze e paure. L’instabilità della propria condizione è la base di una sensazione più generale di incertezza, che rende vulnerabili e pronti a cedere a ogni paura. In ogni ambito occorre difendersi mettendosi nelle condizioni di affrontare situazioni impreviste.

L’ossessione dell’essere soli di fronte all’incertezza guida scelte essenziali della vita propria e familiare, a cominciare dalla destinazione del reddito. Ulteriori dati di percezione collettiva consentono di focalizzare il clima sociale che fa da sfondo e alimenta l’immaginario collettivo infetto, esito appunto di incertezze e paure.

Il 60% degli italiani è convinto che in Italia le cose stanno andando nella direzione sbagliata e solo in Grecia e in Spagna si registrano quote più elevate che fanno propria tale opinione; in Italia rispetto al 2007, cioè l’ultima anno precrisi, la quota di coloro che considerano sbagliato il sentiero su cui si muovono le cose è cresciuto di 8 punti percentuali (tavola 3). Il 39% degli italiani non ha fiducia nel futuro: in questo caso, addirittura, nel panel di paesi Ue presi in considerazione, solo la Grecia mostra una quota nettamente più alta; la stessa Spagna ha nel corpo sociale una propensione più positiva verso il futuro (tavola 4).

Percezione che le cose non vanno nella direzione giusta e sfiducia nel futuro sono probabilmente l’esito di una situazione generale che sorpassa le persone, le mette di fronte a una complessità del reale di ogni giorno che stentano a capire e più ancora a gestire.

Infatti, ben il 35% degli italiani dichiara di non capire quel che gli sta accadendo intorno e, fatta salva la Spagna, questa percezione di realtà opaca e impenetrabile connota gli italiani in misura più marcata rispetto al resto delle società della Unione Europea (tavola 5). Una incertezza che promana da una realtà impenetrabile nelle sue logiche, che incombe sulla vita familiare come una minaccia: è questo il cuore del sentiment sociale nel nostro Paese in questa fase e l’humus su cui poi si innesta il rancore di chi non vede sbocchi e soprattutto non vede uscite in avanti per la condizione propria e dei propri figli. Pensare che le cose vadano male, e che a se stessi vadano peggio che agli altri, fa crescere malanimo e rabbia interiore, che si innestano nei circuiti delle relazioni sociali alimentando le derive peggiori.

3.3. Come riuscire nella vita

Per progredire nella vita, per gli italiani sono importanti lavorare sodo e il titolo di studio e tuttavia contano anche molto, soprattutto in confronto con altri paesi Ue, la provenienza da una famiglia agiata, le conoscenze o anche gli agganci politici.

Infatti, per progredire nella vita ritengono essenziale (tavola 6):

– conoscere le persone giuste il 28% degli italiani, il 22% dei tedeschi, il 16% dei francesi, il 15% degli svedesi e il 15% dei residenti nel Regno Unito;

– provenire da una famiglia agiata, il 18% degli italiani, il 7% dei tedeschi, il 4% dei francesi, solo l’1% degli svedesi e il 6% dei residenti nel Regno Unito;

– avere i giusti contatti politici, il 22% degli italiani, il 5% dei tedeschi, il 3% dei francesi, solo l’1% degli svedesi e il 4% dei residenti nel Regno Unito.

Lavorare sodo è essenziale per la mobilità sociale in alto per il 26% degli italiani, il 23% dei tedeschi, il 25% dei francesi, 22% degli svedesi e il 45% dei residenti nel Regno Unito. Per gli italiani poi la fortuna è essenziale per il 34%, di contro al 20% dei tedeschi, 11% dei francesi, 6% degli svedesi e 8% dei residenti nel Regno Unito.

 

3.4. La mappa dei pregiudizi, anticamera dei rancori

I rancori seguono la traccia dei tanti e sollecitati pregiudizi, sempre meno inconfessabili, che afferiscono a dimensioni quotidiane quasi intime. La retorica pubblica del politically incorrect ha progressivamente sdoganato la caccia alla diversità come bersaglio su cui concentrare il fuoco del rancore.

Emerge una mappa di pregiudizi sociali, razziali, culturali sorprendente, che disegna una trama che avvolge la quotidianità. Trama che resta sottotraccia ma che sempre più è pronta a salire in superficie, tanto più se sollecitata o solleticata.

Ecco il sostrato emozionale, istintivo del rancore, che alimenta immaginari personali che trovano un filo unitario in immaginio racconti che alimentano l’immaginario collettivo regressivo.

È stato chiesto alle persone di esprimere un giudizio all’idea che la propria figlia sposi una persona con specifiche caratteristiche etniche, economiche o sociali ed è emerso che l’83% degli italiani ha almeno un pregiudizio negativo e in particolare (tavola 7):

  • il 68% è contrario al matrimonio della propria figlia con una persona con almeno 20 anni di distanza, con una dello stesso sesso o con una che ha già figli;

  • il 66% al matrimonio con persone di altra religione, in particolare islamica;

  • il 44% con immigrati, asiatici o persone di colore.

In caso di matrimonio dei figli maschi è l’80% ad avere almeno un pregiudizio, di cui:

  • il 68,2% è contrario al matrimonio con una persona con almeno 20 anni di distanza, dello stesso sesso e che ha già figli;

  • il 58,1% con persone di altra religione, in particolare islamica;

– Il 35,9% con immigrati, asiatici o persone di colore.

La mappa dei pregiudizi individuali riflette altrettante linee di diversità socioculturale che andrebbero trattate con grande cautela e su cui invece si applicano le sollecitazioni del fake digitale intenzionale e delle folate neopopuliste.

Le paure o semplici resistenze inconsce verso le diversità incontrano la rabbia sorda dell’insoddisfazione socioeconomica: se questa miscela esplosiva inerte viene sollecitata con la moltiplicazione di un immaginario collettivo divisivo, che addita le diversità come origine dei mali e la loro esclusione come soluzione, allora si arriva ai giorni nostri con rancori che diventano micidiali navigatori dei comportamenti sociali e una deriva sociale patologica.

 

L’altro immaginario collettivo che fa crescere

5.1. Verso dove andare

Vitale, palpitante, che guarda agli altri e al futuro, che è concretamente ottimista: ecco in sintesi estrema il profilo dell’immaginario collettivo che in passato ha fatto crescere l’Italia, e che costituisce la sfida sul quale il presente progetto si vuole cimentare. Un immaginario per lo sviluppo, in grado di contribuire ad alimentarlo, richiede:

– un consumo ispirato alla logica di più e meglio;

– una propensione a crescere, dalla famiglia all’economia alle condizioni del vivere civile, come cifra del pensare e dell’agire;

– un’idea del futuro come piattaforma di opportunità e non come fonte di rischi e negatività;

– la convinzione che il contesto offra le opportunità giuste per migliorarsi, crescere, ottenere il giusto beneficio quando si investe.

Questo è l’orizzonte di riferimento per un immaginario collettivo positivo, che non irrigidisca paure, arroccamenti, chiusure; che sia ottimistico, virtuoso, positivo.

5.2. L’egemonia di web e social nella formazione del senso comune

I media che più contano variano significativamente per età delle persone; tra i millennials e più ancora tra i giovani con età tra 18 e 29 anni vincono internet e i social network, che sono centrali anche per i baby boomers, tra i quali il successo di alcune piattaforme, da facebook a whats app, è decisivo (tavola 10).

Per gli anziani invece sono la televisione e i giornali a guidare la graduatoria dei media che più influenzano. In sostanza, è in atto una profonda ridefinizione generazionale dei media di riferimento, che notoriamente hanno una influenza decisiva nella formazione dell’immaginario collettivo di oggi.

È evidente una faglia decisiva tra le generazioni più giovani e gli anziani, con un evidente processo di adattamento degli adulti. Guai a sottovalutare la persistente influenza di televisione e carta stampata, ma nei processi di formazione della cultura sociale collettiva, e quindi anche dell’immaginario collettivo, è ormai decisivo il ruolo del web e dei suoi derivati, con un trionfo delle forme di espressione di una soggettività dispiegata.

5.3. Le cose che contano per le diverse generazioni

La frattura generazionale è un punto di partenza ineludibile per capire le dinamiche future attese, possibili e auspicabili del nuovo immaginario collettivo. Esempi di questa dinamica differenziante sull’immateriale, dai sogni ai desideri, alle cose che contano nella vita, emerge dai risultati di una indagine del Censis che ha consentito di individuare il punto di vista dei cittadini sulle cose che contano nell’immaginario collettivo (tavola 11).

Emerge che i millennials danno un rilievo maggiore a social e smartphone, e che questa centralità dei nuovi device Ict è ancora più alta per i più giovani di età 18-29 anni, i quali sono portatori di una rottura ancora maggiore perché hanno un’attenzione inferiore per miti decisivi delle generazioni precedenti, come il posto fisso o la proprietà della casa, nettamente inferiore. E d’altro canto i giovani sono molto più attenti alla cura del corpo (dai tatuaggi al fitness, alla chirurgia estetica, cui si ricorre per rimodellare il proprio aspetto): 21,8%. E prevale il richiamo al selfie (19,3%) rispetto al buon titolo di studio come strumento per accedere ai processi di ascesa sociale e all’automobile nuova come oggetto del desiderio (rispettivamente, il 15,5% e il 7,6%).

I pilastri dell’immaginario collettivo tradizionale della crescita, dal posto fisso alla casa di proprietà, all’automobile nuova, oggi sono meno valutati dai giovani, fortemente orientati verso quelle tecnologie della quotidianità che strutturano vite individuali e relazioni sociali.

 

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26 Ottobre 2018 / by / in ,
Il DEF e la cooperazione sociale tra stigmatizzazioni e politiche deboli

Anna Vettigli – Rappresentante regionale legacoopsociali

La cooperazione sociale rappresenta la testimonianza, attiva e concreta, che si può fare un’economia diversa, in grado di conciliare la crescita economica con il raggiungimento di specifici obiettivi sociali. In primis la riduzione delle diseguaglianze e delle povertà, l’incremento occupazionale e l’inclusione sociale.

 

Questa economia esiste già. Non bisogna inventarla ma valorizzarla e supportarla con politiche economiche e sociali adeguate.

 

Negli ultimi anni, la cooperazione sociale ha retto la forte crisi, dando un contributo positivo.

 

► I dati economici e patrimoniali relativi al periodo 2008-2013 mostrano come, in questi anni caratterizzati dal crollo del prodotto interno lordo e dalla riduzione della spesa pubblica, nelle cooperative sociali, in coerenza con la natura cooperativa, è avvenuta una riduzione drastica del risultato d’esercizio (-87,6%);

 

► Occupazione

Fonte: Istat. Registro delle istituzioni non profit – Censimento permanente delle istituzioni non profit – Cooperative sociali, dipendenti (posizioni medie annue) e volontari. Anno 2015

RIPARTIZIONI

N. coop sociali

Dipendenti

Volontari

Nord-ovest

3.577

136.445

15.988

Nord-est

2.359

105.384

11.692

Centro

3.102

84.791

5.848

Sud

4.406

53.563

7.430

Isole

2.681

35.914

2.824

ITALIA

16.125

416.097

43.781

 

► Nel Lazio, le persone occupate nelle cooperative associate Confcooperative, Federsolidarietà, Legacoopsociali e Agci sono più di 22.000, con circa 3500 soci svantaggiati e una base sociale/lavorativa per il 70% costituita da donne;

 

► Le cooperative sociali non delocalizzano, nascono sul territorio e per il territorio e vi restano radicate per la vita, valorizzando le potenzialità e le risorse della comunità di riferimento e contrapponendo, al dilagante individualismo, occasioni di socialità e confronto.

 

Secondo i dati INPS la percentuale di lavoro a tempo indeterminato nel settore delle cooperative sociali è maggiore al 70%, è in crescita ed è un’occupazione prevalentemente femminile (più del 70%).

 

Negli ultimi anni le cooperative sono state messe, però, in condizioni molto difficili dai tagli dei fondi e dalle condizioni di concorrenza spietate per sopravvivere. Il DEF appena presentato non sembra invertire questa tendenza, non valorizzando quanto appena presentato.

 

Sappiamo che non è importante solo la crescita economica, che seppur debolissima negli ultimissimi anni c’è stata, ma è importante soprattutto che la crescita economica sia socialmente sostenibile.

 

Una delle componenti più importanti per misurare il benessere di un Paese e delle sue comunità territoriali è la consistenza e la qualità delle relazioni tra le persone, il grado di solidarietà e di coesione sociale.

 

Negli ultimi anni abbiamo assistito al progressivo degrado della qualità delle relazioni umane e del tessuto sociale, dei processi di solidarietà e, di contro, all’aumento dei processi di esclusione e di disgregazione. Sono segnali molto gravi. In quest’ottica la cooperazione sociale e tutto il terzo settore potrebbero rappresentare il braccio operativo delle Pubbliche Amministrazioni, perché producono beni relazionali.

 

La nostra mission non è dare risposte di assistenza e accoglienza ai bisogni delle persone ma, attraverso le nostre attività, contribuire a creare comunità accoglienti nei confronti di tutte le differenze, costruire opportunità di lavoro inclusive delle persone svantaggiate e promuovere l’autonomia e l’autodeterminazione delle persone nell’ambito però di principi fondamentali di convivenza, rispetto reciproco e tutela dei diritti fondamentali delle donne e degli uomini.” (Eleonora Vanni – Presidente Legacoopsociali)

 

Nel DEF appena presentato, l’Esecutivo annuncia un piano di investimenti pubblici. Ciò significa che verranno spesi più soldi per varie cose. Bene! Ma l’esperienza ci dimostra che sono importanti tre fattori:

► Stanziamenti

► Come vengono allocate le risorse

► Le procedure amministrative per spendere le risorse

 

Apprezziamo ci sia un aumento degli investimenti pubblici e che ci sia la previsione di “abolire il patto di stabilità interno, che limita le capacità di intervento degli enti locali” (prevista a pag 86). Ma ci chiediamo come questo si concretizzi nella realtà. L’impatto sulla crescita e soprattutto sulla qualità della vita dipendono sia dagli stanziamenti, ma anche da dove vengono allocate le risorse.

 

Essenziale poi è la capacità della PA di favorire una concorrenza virtuosa e non viziosa; quest’ultima strangola le imprese e le costringe a lavorare senza rispettare i diritti e dignità del lavoratore.

 

La dignità e le tutele – ha affermato recentemente Papa Francesco – sono mortificate quando il lavoratore è considerato soltanto una riga di costo del bilancio” A questa logica non sfuggono le Pubbliche Amministrazioni, quando indicono appalti con il criterio del massimo ribasso e senza tenere conto della qualità e della dignità del lavoro Credendo di ottenere risparmi ed efficienza, finiscono per tradire la loro stessa missione sociale al servizio della comunità.

 

Dove si indirizzano i fondi?

Nel dibattito pubblico spesso si parla di welfare solo per sottolineare in maniera negativa i costi eccessivi. Crediamo che questo Paese, per ripartire, abbia bisogno di una visione di società che riparte dai diritti, in cui i diritti siano concretamente esigibili e le spese per il sociale siano considerate un investimento e non un costo.

 

Un investimento per migliorare la salute, creare benessere, attivare prevenzione, con evidenti ritorni in termini di benefici anche economici per tutta la comunità.

 

Nel DEF la parola Cooperativa compare, ma soprattutto a proposito dell’azione del Governo volta a potenziare la lotta alle false cooperative. Azione giustissima che noi stessi abbiamo avviato: proprio per questo riteniamo molto limitante puntare solo al controllo senza pensare allo sviluppo. Nel DEF non sono previste misure volte alla valorizzazione e allo sviluppo della cooperazione (e del terzo settore in generale).

 

Inoltre riteniamo molto deboli  le politiche attive del lavoro (quelle che creano nuova occupazione o intervengono a scopo preventivo o curativo sulle possibili cause della disoccupazione) e in questa direzione nulla è previsto rispetto alla cooperazione di tipo B, quella di inserimento lavorativo, quella che più ha risentito della crisi degli ultimi anni e che non è una risposta assistenzialistica, ma si inserisce a pieno titolo come strumento centrale di politiche attive del lavoro e di coesione territoriale, in quanto è in grado di:

  1. Generare occasioni di lavoro retribuito;

  2. Realizzare percorsi di autonomia e di empowerment per favorire la crescita professionale dei lavoratori svantaggiati;

  3. Favorire la crescita economica e sociale del territorio in cui operano.

I soggetti svantaggiati non sono un peso per la società; lavorano, pagano le tasse e, migliorando le loro condizioni di vita, incidono di meno sulla spesa in ambito sanitario e sociale. Infine, nel DEF si fa riferimento al codice degli appalti, a come rendere le procedure amministrative più snelle e trasparenti. Anche questo punto in linea teorica va bene. Ma non in merito all’orientamento del governo di alzare il limite dei 40.000 euro per gli affidamenti senza gara: questo è molto pericoloso! Se si pensano interventi sul codice degli appalti bisogna pensare soprattutto a:

  • Come favorire l’applicazione delle normative previste, come l’art. 5 della legge 381/1991 e l’art 112 del codice degli appalti che introducono delle riserve negli appalti e concessioni di beni e servizi in favore della cooperazione sociale di tipo B;

  • Come tener presente la specificità dei servizi sociali che non possono essere trattati al pari dei lavori pubblici, pur nel rispetto dei principi comunitari di trasparenza, par condicio e non discriminazione;

  • Come impedire gli appalti al massimo ribasso;

  • Come Potenziare il sistema di accreditamento per l’affidamento dei servizi socio-sanitari e come potenziare procedure amministrative collaborative che valorizzano e non mortificano il potenziale della cooperazione.

Le cooperative sociali sarebbero pronte a realizzare un programma straordinario di investimenti, se lo Stato fosse altrettanto disponibile a:

  • Valorizzare le loro competenze strategiche (ad esempio, “saper leggere i bisogni della comunità, saper costruire reti inter-organizzative, saper coordinare una pluralità di risorse (pubbliche, private e comunitarie), saper coinvolgere i cittadini e gli utenti nei processi di produzione di beni e servizi, saper assumere dei rischi”).

  • Investire in un piano straordinario per sviluppare e sostenere l’economia sociale.

25 Ottobre 2018 / by / in ,
COMUNICATO STAMPA: WE LOVE SICUREZZA SOCIALE. Le valutazioni e le proposte delle reti sociali italiane sul DEF

Roma, 17 ottobre 2018 – la Rete dei Numeri Pari, che raggruppa oltre 600 realtà in tutta Italia, tra cui reti sociali, movimenti, cooperative, centri anti-violenza, presidi antimafia, parrocchie, giuristi, magistrati, centri di ricerca e sindaci, ha organizzato presso la Federazione Nazionale della Stampa Italiana la conferenza stampa nazionale We love sicurezza sociale, esprimendo le sue valutazioni e le sue proposte riguardo al documento di economia e finanza in discussione in queste ore.

Don Luigi Ciotti: “La povertà è un reato contro la dignità delle persone e chi non se ne occupa è complice e colpevole. I poveri non chiedono elemosina ma dignità. Abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale”.

La rete dei Numeri Pari chiede un immediato confronto con le forze politiche su un tema centrale per democrazia e coesione sociale totalmente eluso dal dibattito politico.

“Non è una manovra che contrasta le disuguaglianze, provocate dai tagli al sociale, dalle politiche di austerità, da politiche fiscali regressive, dalla crescita esponenziale del lavoro precario e sottopagato, dall’assenza o dalla limitatezza di investimenti pubblici adeguati in settori ad alta intensità di lavoro o legati alla filiera della riconversione ecologica delle attività produttive. La manovra del governa in realtà allarga le disuguaglianze, prevedendo misure come “il sussidio di povertà” e la flat tax che la istituzionalizza invece di eliminarla. Realizzando queste misure si introducono forme di universalismo selettivo, rafforzando il darwinismo sociale e la guerra tra poveri, definendo chi vive in condizione di povertà come parassita che non vuole fare niente e a cui gli si dice anche come vivere” – spiega Giuseppe De Marzo delle Rete dei Numeri Pari. “La manovra non affronta un altro enorme tema legato alla garanzia dei livelli di servizi essenziali e lascia i Comuni soli nella battaglia impossibile contro i tagli provocati dal pareggio di bilancio. Allo stesso modo, viene posta in maniera pregiudiziale la questione dell’aumento del Def e il rapporto con l’Europa: il problema non è l’aumento di qualche decimale di deficit rispetto al Pil, bensì il mancato utilizzo della fiscalità generale per affrontare le priorità del paese. Fare debito senza garantire i diritti sociali delle persone è un grave errore, così come spacciare queste misure come necessarie a contrastare le politiche di austerità. Se il governo avesse realmente intenzione di combattere l’austerità ci darebbe ascolto e metterebbe subito i servizi sociali fuori dal patto di stabilità, impropriamente inserito in Costituzione dal 2012 – proposta che proprio il M5S aveva sottoscritto nella scorsa legislatura, ma che oggi sembra aver dimenticato. Se si volesse veramente fare in Europa una battaglia contro le politiche di austerità, si dovrebbe guardare alla costruzione di alleanze con quei paesi definiti PIIGS che, al contrario dell’Italia, le stanno combattendo in termini democratici. Purtroppo, il governo italiano guarda invece a Orban come modello, mettendo in campo l’ennesimo tentativo di distrazione di massa da quelli che sono i veri problemi del paese, rifiutando le proprie responsabilità. La manovra non è chiara nemmeno sul fondo nazionale politiche sociali e lascia intravedere ulteriori tagli alla spesa sociale, contrariamente alle necessità del paese”.

Alla conferenza ha partecipato anche il presidente della FNSI, Beppe Giulietti, che ha condiviso le critiche della Rete al DEF e le proposte delle centinaia di realtà sociali impegnate nel contrasto alle disuguaglianze, alle povertà e alle mafie. Allo stesso modo, il vescovo ausiliario di Roma Sud, don Paolo Lojudice, intervenendo ha ricordato le responsabilità della politica che in questi anni, nonostante il cambio dei Governi, continua a riprodurre politiche economiche e sociali non al servizio delle persone e del bene comune.

“Quello che viene erroneamente chiamato Reddito di cittadinanza non può essere definito come una forma di reddito minimo garantito, in quanto rappresenta un sussidio di povertà, condizionato al lavoro gratuito e a una serie di controlli e limitazioni che violano i principi stabiliti dalla commissione europea e dal parlamento europeo a partire dal 1992” spiega Giuseppe Allegri, del BIN Italia. “La proposta che avanziamo da tempo come Rete dei Numeri Pari articolata in 10 punti è coerente con le indicazioni sovranazionali e le esperienze nazionali già in vigore perché pone al centro la valorizzazione e l’autonomia di scelta del proprio percorso di vita. L’esatto opposto di quello che succede con il sussidio di povertà del governo. Dispiace dover costatare come anche il M5S abbia tradito l’impegno preso con centinaia di migliaia di cittadini e realtà sociali del nostro paese che da anni sono impegnate a lavorare per l’introduzione di un reddito di dignità e di quello che noi definiamo un vero e proprio diritto economico indispensabile in tempo di crisi”.

“Il diritto al reddito minimo è previsto dalla nostra Costituzione attraverso i principi di dignità, eguaglianza, solidarietà e lavoro e deve essere uno strumento di emancipazione e partecipazione attiva, non un’elemosina che lascia i poveri ai margini”, spiega Gaetano Azzariticostituzionalista. “Le politiche del governo sono indegne – nel senso di dignità espresso dalla costituzione – perché dimenticano che il principale obbligo della repubblica è quello di rimuovere i principali ostacoli che impediscono lo sviluppo della persona, individuando come principio fondamentale il dovere della solidarietà richiamato nell’art.2 che questo governo viola”

“L’introduzione di un reddito minimo garantito, che per noi si declina in un reddito di formazione, è oramai una riforma necessaria per la sostenibilità del sistema. La politica prenda immediatamente posizione proponendo misure concrete iniziando dalla ricapitalizzazione il Fondo d’investimento per L’istruzione che al momento è fermo al 3,6% del Pil nonostante il piano europea ci impone un minimo del 6%”, afferma Andrea Nicolinistudente e rappresentante della Rete della Conoscenza.

“All’interno del Def il concetto di cooperazione sociale non viene affrontato come prevede la nostra Carta, e cioè come uno strumento di sviluppo dell’autonomia della persona, della comunità e di promozione di politiche attive del lavoro”, denuncia Anna Vettigli per LegacoopSociali. “L’inclusione lavorativa di figure svantaggiate è uno strumento fondamentale che unisce la lotta contro le disuguaglianze a quella per il diritto al lavoro. Il Def tradisce una visione culturale del governo che scarica sui più deboli la colpa della loro condizione, aumentando l’esclusione sociale e colpevolizzando il lavoro della cooperazione sociale e del welfare cittadino, a cui vengono opposte politiche fondate sui tagli e sul workfare e non più sull’universalità dei diritti.”

“Per far uscire le persone dalla povertà bisogna garantire alle persone una casa ed un reddito. I nostri luoghi garantiscono dignità, autonomia e libertà, attraverso forme di reddito indiretto che il governo continua a ignorare.”, afferma Paolo Di Vetta, dei Movimenti per il Diritto all’abitare. “Sono gli stessi pilastri sociali europei a stabilire come indispensabili il diritto alla casa, il diritto ad un reddito di dignità ed un’offerta di servizi basici di qualità. Sono i principi che affermano il “diritto all’esistenza” che oggi viene messo in discussione dal Def e dal decreto Salvini che promuove una vera e propria guerra contro i poveri e tutti coloro che sono costretti ad occupare perché non hanno altra possibilità di una vita dignitosa.”

“Le disuguaglianza di genere nel nostro paese sono ormai tra le più preoccupanti ed in continua crescita.”, afferma Francesca Koch della Casa Internazionale delle Donne e dei movimenti femministi. ”Le donne sono sotto attacco ed il Def non fa nulla per riformare il nostro sistema di protezione sociale, ancora sottofinanziato e che schiaccia il ruolo delle donne agli aspetti della cura ed all’interno di una famiglia immaginata ancora su relazioni patriarcali.”

“Le disuguaglianze colpiscono oggi come non mai anche i migranti. Fenomeno migratorio che non può essere considerato come “emergenza” ma come una situazione strutturale sulla quale intervenire con altre misure se davvero abbiamo a cuore i diritti delle persone, che non sono mai in contrapposizione sulla base del colore della pelle o della razza.”, dice Rosa Mendes portavoce delle donne brasiliane. “La revoca del permesso di soggiorno e della protezione internazionale così come previste dal Def innescano un meccanismo di esposizione delle donne migranti alla malavita ed al fenomeno della tratta. Solo la piena affermazione dei tre pilastri sociali europei, a partire da un reddito di autodeterminazione basato sulla residenza, possono spezzare queste catene e liberare l’autonomia e lo sviluppo delle donne.”

Chiudono le parole di Don Luigi CiottiLa rete dei Numeri Pari è nata per lottare e sognare mentre oggi sono in troppi a scegliere un prudente silenzio. I poveri non chiedono elemosina ma dignità e la povertà è un reato contro la dignità delle persone. È un crimine di civiltà. Non voglio più parlare di diseguaglianze ma di ingiustizie sociali. Ed oggi ne abbiamo troppe nel nostro paese. Perché le parole sono azioni ed oggi dobbiamo fare una bonifica delle parole che spesso in questi anni ci sono state rubate: come legalità, antimafia, società civile. Parole svuotate, se non sono agganciate alla vita, ai diritti delle persone che non possono essere trattati come numeri, né essere in balia delle sensibilità di chi governa e delle leggi di un’economia fondata su un pensiero unico. Fare politica vuole dire partire dai bisogni e dalle speranze delle persone. Politica è etica della comunità e oggi c’è un divorzio tra politica ed etica. Se la politica è lontana dalla strada e dagli ultimi, la politica è lontana dalla politica ed è quindi un’altra cosa. Dobbiamo alzare la voce perché, pur di avere consenso, si sta calpestando la dignità delle persone creando un clima sconcertante. La distanza tra quello che bisogna fare e quello che avviene è abissale, mentre crescono la solitudine e le paure. Assistiamo allo sgretolamento della cultura dei diritti e ad una conseguente emorragia di umanità che abbiamo il dovere, la responsabilità ed il diritto di fermare. Non possiamo non dire che oggi siamo davanti al tradimento dei principi e dei valori della Costituzione, in un paese che in questi ultimi anni continua a volersi definire come “forte” senza riconoscere le proprie fragilità e quelle degli altri. Forti invece è quel paese che riconosce le proprie debolezze e fragilità ed accoglie quelle altrui. Si continua a semplificare fenomeni e situazioni complesse e difficili, spesso con slogan, retoriche e parole che disorientano e strumentalizzano le fasce più deboli. La povertà è un reato e chi non se ne occupa è complice e colpevole. Non abbiamo bisogno di far crescere e strumentalizzare il rancore ma di una rivoluzione culturale che invece metta insieme la giustizia sociale e quella ambientale, come anche la Laudato Sii di papa Francesco ci ricorda.”.

La nostra proposta: i 10 punti del reddito di dignità
I nostri obiettivi: Vecchie e nuove povertà. Quali interventi?

Ufficio stampa: 347 393 5956

19 Ottobre 2018 / by / in ,
La manovra della guerra tra poveri

Il Manifesto | 21 ottobre 2018

Il governo delle destre. Il finto reddito di cittadinanza stigmatizza chi è in difficoltà facendo passare il cosiddetto «povero» per un parassita che non vuole fare niente. Invece di sganciare il soggetto in difficoltà dal ricatto lo si rinchiude in un ulteriore trappola che serve solo agli interessi del modello economico di riferimento del governo: il liberismo economico

Il Def non interviene su nessuna delle cause che provocano l’aumento delle disuguaglianze: tagli alle politiche sociale, politiche di austerità, lavoro povero ed a bassa intensità, politiche fiscali regressive, assenza di adeguate misure di welfare, bassi investimenti pubblici e privati in settori industriali ad alta intensità di lavoro e/o legati alla riconversione ecologica delle attività produttive. Non è nemmeno una manovra che tenta di contrastare le disuguaglianze, anzi le allarga con misure come il finto reddito di cittadinanza che altro non è che un sussidio di povertà che la istituzionalizza, rafforzando la guerra tra poveri avviata con i precedenti governi.

Così il finto reddito di cittadinanza stigmatizza chi è in difficoltà facendo passare il cosiddetto “povero” per un parassita che non vuole fare niente, a cui gli si dice come vivere immaginandolo come un essere incapace di meritare fiducia e autonomia. Se sei povero la colpa è tua. Lo Stato, come nell’ottocento, ti riconosce in quanto sfigato un sussidio e ti chiede in cambio lavoro gratuito o sottopagato, rinchiudendoti in una “trappola della povertà” che ha come unico obiettivo mostrare un miglioramento degli indici che interessano Bruxelles e la finanza, senza liberare la persona dalla sua condizione difficile e senza garantirgli dignità. L’esatto opposto di quanto stabiliscono tutti i regimi di reddito minimo garantito che seguono i principi stabiliti dalle risoluzioni europee e dalla stessa Commissione Europea: individualità, valorizzazione dell’autonomia della persona, somma commisurata sul 60% del reddito mediano, residenza e non cittadinanza, nessun obbligo di lavoro purché sia, servizi sociali di qualità, costruzione di un sistema di servizi integrato. Invece di sganciare il soggetto in difficoltà dal ricatto lo si rinchiude in un ulteriore trappola che serve solo agli interessi del modello economico di riferimento del governo: il liberismo economico.

Eppure nella scorsa legislatura 91 deputati e 35 senatori del M5S avevano sottoscritto le due principali proposte di circa 600 realtà sociali della rete dei Numeri Pari: 1) l’istituzione del reddito di dignità, sulla piattaforma di 10 punti elaborata dal BIN Italia; 2) mettere i servizi sociali fuori dal patto di stabilità per liberare risorse che consentono ai Comuni di garantire i servizi sociali. Ad essere ingannati non solo le realtà sociali, ma milioni di cittadini che si aspettano riforme capaci di migliorare la loro condizione materiale ed esistenziale. Come con la flat tax: un regalo ai ricchi ed una fregatura per quasi tutti gli altri. Il Def con una mano fa finta di dare e con le altre sette costruisce un paese più impoverito, diseguale, fragile, rancoroso, in perenne guerra contro un nemico. Senza speranza.

A conferma, non c’è traccia di una delle riforme più urgenti e richieste da anni per contrastare disuguaglianze e garantire diritti sociali: la riforma del welfare. Questione denunciata anche da Alleva in Parlamento anni fa. Siamo in presenza di un sistema di protezione sociale che da anni non è più in grado di farsi carico di chi è in difficoltà. Figurarsi adesso con una platea di 18,6 milioni di persone a rischio esclusione sociale. Un welfare sottofinanziato, a macchia di leopardo, che scarica troppo peso sulle donne. Il governo annuncia invece ulteriori tagli e politiche patriarcali, decidendo scientificamente di fomentare la guerra tra poveri. Il progetto è il passaggio dal welfare al workfare e da una società inclusiva ed aperta ad una oscurantista e classista.

È questo il punto: questa manovra viola i principi fondamentali della nostra Costituzione: dignità, uguaglianza, solidarietà e lavoro. Principi che come primo “obbligo” prevedono quello alla Solidarietà all’articolo 2. Un clamoroso ribaltamento di prospettiva, compiuto con il consenso popolare.  Da questo realtà che consegna un accresciuto consenso al governo bisogna partire, ribaltando le categorie e le logiche a cui il governo costringe il dibattito e comunica con i cosiddetti poveri. Come sul tema del Deficit e del rapporto con l’Europa.

Dobbiamo dirlo chiaramente: il problema non è fare qualche decimale in più di deficit, ma capire se abbiamo utilizzato la fiscalità generale al meglio, ed il governo non l’ha fatto. Si poteva finanziare il sussidio di povertà con la fiscalità, senza fare debito, ma non è stato fatto. Così come va ribaltata l’ultima campagna di comunicazione che vuole il governo impegnato a scontrarsi con i teorici delle politiche di austerità in Europa. Se davvero si volesse farlo, si affronterebbe il nodo del patto di stabilità messo in Costituzione e si costruirebbero alleanze con i cosiddetti paesi PIIGS e non certo con Orban. Il Def esprime pienamente e compiutamente il progetto politico di una destra nazionalista che punta all’autarchia e ad alleanze simili in Europa, non certo a combattere disuguaglianze, povertà ed austerità. Una guerra tutta interna alle destre che si stanno disputando il piano dell’egemonia.

Dare forza e fare massa critica con chi sta facendo opposizione alla manovra su proposte chiare ed efficaci ancorate ai principi costituzionali, rafforzare le alleanze sociali e mettere in campo iniziative politiche larghe e plurali, è l’unica strada che abbiamo per fare emergere il perimetro di un nuovo blocco sociale presente nel paese ma ancora privo di rappresentanza.

19 Ottobre 2018 / by / in , ,
Reddito di cittadinanza e piedistalli “di sinistra”: i due nemici per un reddito di dignità

Il Salto – 18 ottobre | di Daniele Nalbone

La federazione nazionale della stampa. Il Museo di Arte contemporanea di Roma. Ieri, Giornata mondiale della povertà, povertà e reddito di dignità hanno fatto irruzione in due luoghi che raramente hanno ospitato iniziative sul merito. Da una parte, nel cuore del mondo dell’informazione, la conferenza stampa organizzata dalla Rete dei Numeri Pari; dall’altra, nel ‘nuovo’ museo – il Macro Asilo – uno dei dieci tavoli della giornata di discussione e analisi intorno al Diritto alla città è stato dedicato proprio al reddito.

Due momenti diversi tra loro, ma comunicanti. Non staremo qui a raccontarvi cos’è la Rete dei numeri pari e ci limiteremo a elencarvi solo le proposte della piattaforma per il reddito di dignità: chi legge il Salto è già più che informato sul tema (qui potete scaricare gratuitamente l’ebook sul Reddito di dignità).

Le proposte per il reddito di dignità:

1) Sfratti zero come contrasto alle nuove povertà
2) Adeguamento del Fondo nazionale sociale per la diffusione dei servizi sociali e l’affermazione su tutto il territorio nazionale dei Livelli Essenziali di Assistenza
3) Investimento sull’infanzia con una maggiore promozione all’accesso agli asili nido e alla prescolarizzazione per i bambini delle famiglie svantaggiate e donne sole. Legge nazionale sul diritto allo studio che garantisca a tutti gli studenti effettive uguali opportunità
4) Istituzione del reddito di dignità
5) Spesa sociale fuor dal Patto di stabilità

Quanto sta accadendo a livello politico nazionale, con l’avvicinarsi del reddito di cittadinanza tanto caro al Movimento 5 stelle traccia però una linea netta sul tema del reddito. Crea un “prima” e un “dopo”. Perché oggi di reddito tutti parlano. Perché oggi il reddito è da considerare uno dei “temi caldi”. Perché, soprattutto, chi parla di reddito lo fa in malafede (chi ha scritto questa legge così come chi ci si sta opponendo a livello parlamentare) o con un piano ben preciso in testa: dare la spinta finale ad anni – decenni – di politiche neoliberali di tollerenza zero; chiudere i poveri in un recinto facendo del reddito di cittadinanza una vera e propria trappola per bloccare definitivamente la mobilità sociale in questo Paese; aumentare la distanza tra centro e periferie, tra classi sociali, chiudendo le persone in contesti (tanto geografici quanto sociali) marginali.

Tanto dalla conferenza stampa – alla quale hanno preso parte Giuseppe De Marzo (Rete numeri pari); Peppe Allegri (Bin Italia); Gaetano Azzariti (costituzionalista, presidente di Salviamo la Costituzione); Francesca Koch (Casa internazionale delle donne e movimento Non una di meno); Don Luigi Ciotti (Libera e Gruppo Abele); Peppe Giulietti (presidente Fnsi); Paolo Di Vetta (Movimento per il diritto all’abitare); Don Paolo Lojudice (vescovo ausliario di Roma); Rosa Mendes (portavoce delle donne latinoamericane); Andrea Nicolini (Rete della conoscenza) – quanto dal tavolo sul reddito del pomeriggio al Macro Asilo al centro della discussione, ma soprattutto off record, è emersa la necessità di iniziare a creare un percorso di “consapevolezza popolare” su che tipo di impianto è realmente il reddito di cittadinanza. Prima, però, bisogna scendere dal piedistallo e rendersi conto della situazione in cui versa il Paese. Potrà non piacere questo dispositivo approntato dal governo Conte su spinta del Movimento 5 stelle, ma il dato di fatto è che qualsiasi cosa sarà mai il reddito di cittadinanza – e se mai ci sarà – il 1° aprile migliaia di persone si metteranno in fila nei centri per l’impiego – o “palazzi del lavoro” per dirla alla Di Maio – per chiedere questo “sussidio alla povertà”. Che sia un bancomat, una card, soldi veri o simil buoni pasto, ci sarà l’assalto. Come c’è stato prima per il Rei. Non è una battuta: in Italia la gente ha fame. Veramente.

Ed è per questo che anche l’opposizione di gran parte della sinistra a suon di pacche sulle spalle e battutine del tipo «questi danno soldi per stare sul divano» o – speculare – «questi danno una sorta di buoni pasto e lo chiamano reddito» in questa fase sono solo e soltano autogol. Perché la risposta, basta camminare per strada, è sempre la stessa: «Almeno questi qualcosa fanno».

Ripetetela come un mantra: «Almeno questi qualcosa fanno». Alla terza volta, se la testa non vi fa troppo male, vi renderete conto di come non sia anche questa una battuta. Perché se per venti anni certa sinistra si è guardata bene, in nome di una “piena occupazione” che nessun sistema economico prevede, di boicottare o stoppare ogni forma di “reddito”, che sia di base, minimo o, come in questo caso, “di cittadinanza”, ora sono le battutine l’unico rumore che riecheggia nella valle della sinistra inesistente.

Una vera opposizione di sinistra oggi avrebbe ricordato al Movimento 5 stelle che i suoi deputati e i suoi senatori sono stati tra i firmatari sia della piattaforma del reddito di dignità che della richiesta di servizi sociali fuori dal patto di stabilità (certo, prima queste proposte le avrebbe portate avanti, ma questo consideriamolo ormai il passato). Una vera opposizione oggi avrebbe ricordato alla Lega che i suoi deputati e i suoi senatori, così come i suoi europarlamentari, hanno votato (o non si sono opposti a) tutte le misure di austerity chieste da Bruxelles e Francoforte, compreso il patto di stabilità in Costituzione (certo, prima le avrebbe contrastate, ma anche questo facciamo finta sia passato).

Oggi abbiamo solo questa rete (non è sminuire ma semplice constatazione). L’unica opposizione reale, concreta e soprattutto larga, fatta di mutualismo, socialità, partecipazione e conflitto è quella messa in campo da movimenti e pezzi di sindacato; realtà sociali e cooperative; associazionismo di base, cattolico, antimafia, femminista, migrante. Sono, per fare l’esempio di Roma, 10mila persone in piazza sabato scorso per riaffermare il diritto all’abitare. È un percorso lungo, che viene da lontano, e faticoso ma che è riuscito a convincere prima e coinvolgere dopo decine e decine di comuni in tutta Italia, soprattutto in quel sud che nelle cabine elettorali ha scelto il M5s. Sono delibere approvate e impegni presi dalle istituzioni locali su spinta popolare.

Per questo l’unica strada possibile è quella di tornare (per chi ha smesso ormai da quasi decenni di farlo) o di iniziare a sudare: punti informativi sul reddito di cittadinanza, momenti assembleari per costruire nuove maglie della rete, percorsi unitari di rivendicazione dei dieci punti per il reddito di dignità in ogni città. Conflitto. E niente chiacchiere – per esempio – su “deficit sì o deficit no”: la questione non è se sia giusto andare in rosso o meno, ma per cosa si va in rosso e se andare in rosso era necessario o se i conti potevano tornare. E, soprattutto, spiegarlo a chi continua a parlare di reddito di cittadinanza, reddito minimo, reddito di base come fossero sinonimi.

Perché, intanto, «questi almeno qualcosa l’hanno fatta».

 

19 Ottobre 2018 / by / in , ,
Manovra, Rete dei Numeri Pari: “Reddito di cittadinanza è a debito e non agisce sulle cause delle disuguaglianze”

Il Fatto quotidiano – 17 ottobre |

La rete nata su impulso di gruppo Abele e Libera chiede politiche sociali che garantiscano diritti e sicurezza. Critiche alla misura anti povertà voluta dal governo perché “discrimina su basi etniche e razziali” e obbligare ad accettare “lavoretti” che non portano all’emancipazione. Presentato un progetto alternativo che comprende reddito di dignità per tutti i residenti e altre misure di welfare.

 

Reddito di cittadinanza? No, chiamiamolo sussidio di povertà”. La Rete dei Numeri Pari boccia la manovra e in particolare le misure di welfare “che welfare non è” introdotte dal governo gialloverde, con in testa il reddito. La rete – contenitore di associazioni ed esperienze territoriali che si occupano di contrasto alle mafie, lotta per i diritti e alle diseguaglianze e che vede aderire realtà come Libera di don Ciotti – ha tenuto questa mattina una conferenza stampa presso la sede della Federazione Nazionale della Stampa. Ne è emerso un giudizio critico nei confronti di una finanziaria che “istituzionalizza la povertà e il darwinismo sociale” discriminando “su basi etniche e razziali” persone a cui si dice “quali spese morali compiere”. “E’ un reddito introdotto a debito – afferma il coordinatore Giuseppe De Marzo – e non attraverso la fiscalità. In questo modo non si agiscono sulle cause che portano le diseguaglianze e, di conseguenza, non si contrastano”.

Un tema, quello del “reddito di base” che da possibile investimento sociale diventa “elemento di controllo”, ricorrente nelle valutazioni degli aderenti alla rete. “Questa manovra – ha spiegato Giuseppe Allegri, di Basic Income Network Italia – persegue la lotta ai poveri, agli esclusi e agli emarginati, ma non alla povertà, all’esclusione e alla precarietà”. In particolare “io ti controllo per cui devi passare per una mia rete burocratica di riferimento, attraverso i miei negozi, i miei prodotti, i miei professionisti”. E la soluzione suggerita è un “mercato del lavoro di secondo ordine, il cosiddetto ‘lavoretto’ che non fornisce gli strumenti adatti per l’emancipazione sociale. Un incrocio fra il sussidio di disoccupazione e un reddito vincolato”. Quello che invece veniva auspicato era “l’introduzione di un salario minimo orario” perché, “come dicono anche gli economisti liberisti, oggi il lavoro non basta più”. Una proposta sottoscritta in tempi non sospetti “anche da attuali senatori M5S”.

Nella sede della Fnsi, non poteva non esserci anche l’accento sulla difesa dell’informazione e la graduale eliminazione dei contributi pubblici all’editoria. “Da tempo i cosiddetti giornaloni non prendono più un euro – ha ricordato Beppe Giulietti, di Articolo 21 – fra le testate importanti erano rimaste solo Avvenire e Manifesto. Con questa norma, invece, si toglie sostegno a tante testate di territorio o legate a piccole realtà associative che difendevano quel diritto al pluralismo che viene tanto sbandierato”. Difesa dell’informazione che, secondo Giulietti, non può non passare dalla lotta al precariato nel giornalismo: “L’abrogazione dei co.co.co. e dei contratti iniqui e mal pagati, la lotta alle querele bavaglio, l’introduzione di assicurazioni ad hoc per i giornalisti d’inchiesta, tutte misure mai prese in considerazione”.

La Rete dei Numeri Pari, a latere dell’aspetto critico, ha anche presentato una proposta in 10 punti di possibile “reddito di dignità”, che persegue l’introduzione di un “reddito individuale”tarato sul 60% del reddito mediano dello Stato, quindi “forme di promozione dell’occupazione”, l’allargamento ai “residenti” (comprendendo anche i non cittadini, come avviene per le case popolari), la “replicabilità temporale”, la “integrazione lavorativa” e l’erogazione di “altre misure di welfare sociale e servizi di qualità”. Sul tema della “residenzialità”, da registrare la proposta di Giulietti di chiedere al Capo dello Stato la cittadinanza ad honorem per Marian e Roxana Roman, i due baristi romeni che hanno avuto il coraggio di denunciare le minacce e le violenze dei Casamonicaalla Romanina.

La proposta di “Def alternativo”, quindi, si completa con il perseguimento di battaglie storiche come “sfratti zero”, “adeguamento del Fondo Nazionale Sociale”, gli “investimenti sull’infanzia” e, soprattutto, la “spesa sociale fuori dal patto di stabilità” come – anche qui – inizialmente sottoscritto da diversi esponenti del M5S.

19 Ottobre 2018 / by / in , ,
Don Ciotti e le reti sociali contro la manovra: “Più diseguaglianze, non combatte la povertà”

Repubblica, 18 ottobre 2018 

“Distanze abissali fra quello che bisogna fare e quello che avviene”. Oltre 600 realtà in tutta Italia, movimenti, cooperative, centri anti-violenza, presidi antimafia e parrocchie, sono scettici.

ROMA –  La Rete dei Numeri Pari, che raggruppa oltre 600 realtà in tutta Italia tra  reti sociali, movimenti, cooperative, centri anti-violenza, presidi antimafia e parrocchie non  crede  alla manovra  del governo Lega-5 Stelle: non saranno le nuove misure a sanare le diseguaglianze e a sconfiggere la povertà, hanno ribadito i suoi rappresentanti in un incontro con la Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Per questo la Rete chiede un immediato confronto con le forze politiche su un tema centrale per la democrazia, ma totalmente eluso dal dibattito politico.

“Questa non è una manovra che contrasta le disuguaglianze, provocate dai tagli al sociale, dalle politiche di austerità, da politiche fiscali regressive, dalla crescita esponenziale del lavoro precario e sottopagato, dall’assenza o dalla limitatezza di investimenti pubblici adeguati in settori ad alta intensità di lavoro o legati alla filiera della riconversione ecologica delle attività produttive. La manovra del governo in realtà allarga le disuguaglianze, prevedendo misure come “il sussidio di povertà” e la flat tax che la istituzionalizza invece di eliminarla” ha detto  Giuseppe De Marzo delle Rete dei Numeri Pari. “E lascia soli i Comuni nella battaglia impossibile contro i tagli provocati dal pareggio di bilancio. Se il governo avesse realmente intenzione di combattere l’austerità ci darebbe ascolto e metterebbe subito i servizi sociali fuori dal patto di stabilità”.

Linea ribadita da Don Luigi Ciotti: “La rete dei Numeri Pari è nata per lottare e sognare mentre oggi sono in troppi a scegliere un prudente silenzio. I poveri non chiedono elemosina ma dignità e la povertà è un reato contro la dignità delle persone. È un crimine di civiltà.  La distanza tra quello che bisogna fare e quello che avviene è abissale, assistiamo allo sgretolamento della cultura dei diritti e ad una conseguente emorragia di umanità che abbiamo il dovere, la responsabilità ed il diritto di fermare” .

19 Ottobre 2018 / by / in , ,