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Reddito di cittadinanza e piedistalli “di sinistra”: i due nemici per un reddito di dignità

Il Salto – 18 ottobre | di Daniele Nalbone

La federazione nazionale della stampa. Il Museo di Arte contemporanea di Roma. Ieri, Giornata mondiale della povertà, povertà e reddito di dignità hanno fatto irruzione in due luoghi che raramente hanno ospitato iniziative sul merito. Da una parte, nel cuore del mondo dell’informazione, la conferenza stampa organizzata dalla Rete dei Numeri Pari; dall’altra, nel ‘nuovo’ museo – il Macro Asilo – uno dei dieci tavoli della giornata di discussione e analisi intorno al Diritto alla città è stato dedicato proprio al reddito.

Due momenti diversi tra loro, ma comunicanti. Non staremo qui a raccontarvi cos’è la Rete dei numeri pari e ci limiteremo a elencarvi solo le proposte della piattaforma per il reddito di dignità: chi legge il Salto è già più che informato sul tema (qui potete scaricare gratuitamente l’ebook sul Reddito di dignità).

Le proposte per il reddito di dignità:

1) Sfratti zero come contrasto alle nuove povertà
2) Adeguamento del Fondo nazionale sociale per la diffusione dei servizi sociali e l’affermazione su tutto il territorio nazionale dei Livelli Essenziali di Assistenza
3) Investimento sull’infanzia con una maggiore promozione all’accesso agli asili nido e alla prescolarizzazione per i bambini delle famiglie svantaggiate e donne sole. Legge nazionale sul diritto allo studio che garantisca a tutti gli studenti effettive uguali opportunità
4) Istituzione del reddito di dignità
5) Spesa sociale fuor dal Patto di stabilità

Quanto sta accadendo a livello politico nazionale, con l’avvicinarsi del reddito di cittadinanza tanto caro al Movimento 5 stelle traccia però una linea netta sul tema del reddito. Crea un “prima” e un “dopo”. Perché oggi di reddito tutti parlano. Perché oggi il reddito è da considerare uno dei “temi caldi”. Perché, soprattutto, chi parla di reddito lo fa in malafede (chi ha scritto questa legge così come chi ci si sta opponendo a livello parlamentare) o con un piano ben preciso in testa: dare la spinta finale ad anni – decenni – di politiche neoliberali di tollerenza zero; chiudere i poveri in un recinto facendo del reddito di cittadinanza una vera e propria trappola per bloccare definitivamente la mobilità sociale in questo Paese; aumentare la distanza tra centro e periferie, tra classi sociali, chiudendo le persone in contesti (tanto geografici quanto sociali) marginali.

Tanto dalla conferenza stampa – alla quale hanno preso parte Giuseppe De Marzo (Rete numeri pari); Peppe Allegri (Bin Italia); Gaetano Azzariti (costituzionalista, presidente di Salviamo la Costituzione); Francesca Koch (Casa internazionale delle donne e movimento Non una di meno); Don Luigi Ciotti (Libera e Gruppo Abele); Peppe Giulietti (presidente Fnsi); Paolo Di Vetta (Movimento per il diritto all’abitare); Don Paolo Lojudice (vescovo ausliario di Roma); Rosa Mendes (portavoce delle donne latinoamericane); Andrea Nicolini (Rete della conoscenza) – quanto dal tavolo sul reddito del pomeriggio al Macro Asilo al centro della discussione, ma soprattutto off record, è emersa la necessità di iniziare a creare un percorso di “consapevolezza popolare” su che tipo di impianto è realmente il reddito di cittadinanza. Prima, però, bisogna scendere dal piedistallo e rendersi conto della situazione in cui versa il Paese. Potrà non piacere questo dispositivo approntato dal governo Conte su spinta del Movimento 5 stelle, ma il dato di fatto è che qualsiasi cosa sarà mai il reddito di cittadinanza – e se mai ci sarà – il 1° aprile migliaia di persone si metteranno in fila nei centri per l’impiego – o “palazzi del lavoro” per dirla alla Di Maio – per chiedere questo “sussidio alla povertà”. Che sia un bancomat, una card, soldi veri o simil buoni pasto, ci sarà l’assalto. Come c’è stato prima per il Rei. Non è una battuta: in Italia la gente ha fame. Veramente.

Ed è per questo che anche l’opposizione di gran parte della sinistra a suon di pacche sulle spalle e battutine del tipo «questi danno soldi per stare sul divano» o – speculare – «questi danno una sorta di buoni pasto e lo chiamano reddito» in questa fase sono solo e soltano autogol. Perché la risposta, basta camminare per strada, è sempre la stessa: «Almeno questi qualcosa fanno».

Ripetetela come un mantra: «Almeno questi qualcosa fanno». Alla terza volta, se la testa non vi fa troppo male, vi renderete conto di come non sia anche questa una battuta. Perché se per venti anni certa sinistra si è guardata bene, in nome di una “piena occupazione” che nessun sistema economico prevede, di boicottare o stoppare ogni forma di “reddito”, che sia di base, minimo o, come in questo caso, “di cittadinanza”, ora sono le battutine l’unico rumore che riecheggia nella valle della sinistra inesistente.

Una vera opposizione di sinistra oggi avrebbe ricordato al Movimento 5 stelle che i suoi deputati e i suoi senatori sono stati tra i firmatari sia della piattaforma del reddito di dignità che della richiesta di servizi sociali fuori dal patto di stabilità (certo, prima queste proposte le avrebbe portate avanti, ma questo consideriamolo ormai il passato). Una vera opposizione oggi avrebbe ricordato alla Lega che i suoi deputati e i suoi senatori, così come i suoi europarlamentari, hanno votato (o non si sono opposti a) tutte le misure di austerity chieste da Bruxelles e Francoforte, compreso il patto di stabilità in Costituzione (certo, prima le avrebbe contrastate, ma anche questo facciamo finta sia passato).

Oggi abbiamo solo questa rete (non è sminuire ma semplice constatazione). L’unica opposizione reale, concreta e soprattutto larga, fatta di mutualismo, socialità, partecipazione e conflitto è quella messa in campo da movimenti e pezzi di sindacato; realtà sociali e cooperative; associazionismo di base, cattolico, antimafia, femminista, migrante. Sono, per fare l’esempio di Roma, 10mila persone in piazza sabato scorso per riaffermare il diritto all’abitare. È un percorso lungo, che viene da lontano, e faticoso ma che è riuscito a convincere prima e coinvolgere dopo decine e decine di comuni in tutta Italia, soprattutto in quel sud che nelle cabine elettorali ha scelto il M5s. Sono delibere approvate e impegni presi dalle istituzioni locali su spinta popolare.

Per questo l’unica strada possibile è quella di tornare (per chi ha smesso ormai da quasi decenni di farlo) o di iniziare a sudare: punti informativi sul reddito di cittadinanza, momenti assembleari per costruire nuove maglie della rete, percorsi unitari di rivendicazione dei dieci punti per il reddito di dignità in ogni città. Conflitto. E niente chiacchiere – per esempio – su “deficit sì o deficit no”: la questione non è se sia giusto andare in rosso o meno, ma per cosa si va in rosso e se andare in rosso era necessario o se i conti potevano tornare. E, soprattutto, spiegarlo a chi continua a parlare di reddito di cittadinanza, reddito minimo, reddito di base come fossero sinonimi.

Perché, intanto, «questi almeno qualcosa l’hanno fatta».

 

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