Ma quale governo del cambiamento?

Ma quale governo del cambiamento?

Più che il governo del cambiamento, questo è il governo della restaurazione: tradisce la democrazia, non ascolta i corpi sociali intermedi, alimenta la rabbia e il rancore delle persone dando speranza solo attraverso la colpevolizzazione delle fasce più impoverite e attuando misure di workfare assistenziale. Prima sostenevano i comitati contro le grandi opere, per la riconversione ecologica, l’acqua pubblica e per “rifiuti zero”, oggi apre discariche, privatizza, si genuflette alle politiche di austerità, effettua tagli al sociale e all’istruzione ampliando, di fatto, la zona grigia in cui operano le mafie.

Mai nella storia italiana abbiamo assistito a un ribaltamento così grande della prospettiva politica di un governo, riscontrando un abisso tra quelle che erano le promesse fatte in campagna elettorale e le politiche messe in campo in piena continuità con il passato.

20 Dicembre 2018 / by / in
Il DEF e le misure messe in campo dal governo non contrastano le disuguaglianze e non ci aiutano a combattere le mafie e la corruzione

Il Def e le misure messe in campo dal governo non contrastano le disuguaglianze e non ci aiutano a combattere le mafie e la corruzione. Il Def peggiora la condizione dei ceti popolari e dei ceti medi e non ci aiuta ad uscire dalla crisi, bensì la allarga ulteriormente tradendo le aspettative di milioni di cittadini.

Dopo aver annunciato “la fine della povertà” e una sequenza infinita di dichiarazioni su social e televisioni, le misure messe in campo dal governo sono nella realtà inadeguate a rispondere alla crisi generata dall’aumento delle disuguaglianze e non lavorano per ridurle, anzi le allargano e le istituzionalizzano. Assistiamo giornalmente a cambiamenti e marce indietro che stanno aumentando la distanza tra la nostra proposta di introdurre anche in Italia una forma di “Reddito di dignità” firmata tra gli altri da 91 deputati e 35 senatori del M5S nella scorsa legislatura, e l’attuale proposta del governo nazionale Lega/M5S. La misura messa in campo con il Def, impropriamente detta Reddito di cittadinanza, nella realtà altro non è che un modesto sussidio di povertà, nemmeno garantito a tutti gli aventi diritto, vincolato ad un lavoro sottopagato che non risolve la condizione di disagio economico e sociale determinata da fattori sui quali il governo volontariamente non interviene. Si riducono gli investimenti e se ne cambia il segno, mentre si continua a propagandare l’idea che le priorità siano la guerra ai migranti ed ai poveri. Si fanno battaglie mediatiche e generiche contro “l’Europa” quando in realtà il governo ha confermato tutte le misure di austerità, così come i precedenti governi, e non ha fatto nulla per mettere fuori dal patto di stabilità almeno le spese per garantire i servizi sociali e la dignità delle persone.

Abbiamo lavorato e lavoriamo per far comprendere la necessità di istituire in un quadro così cambiato a livello nazionale, europeo e mondiale un nuovo diritto economico, il diritto al reddito. Il governo viaggia invece nella direzione opposta, violando tutte le caratteristiche e gli elementi essenziali stabiliti dalle risoluzioni europee e dalla stessa CE da diversi anni. Il governo tratta i poveri come un problema, stigmatizzando la loro condizione con misure che istituzionalizzano l’esclusione ed aumentano la guerra tra poveri. Sul cosiddetto reddito di cittadinanza il governo fa l’opposto di quanto stabilito da molte risoluzioni europee, a partire dal 1992. Caratteristiche e elementi essenziali che contraddistinguono una misura di reddito minimo garantito e che vogliamo qui riportare per ulteriore chiarezza:

  1.  che il rmg venga dato a tutti quelli che stanno sotto il 60% del reddito mediano del paese, compresi coloro che sono in formazione, così da combattere la dispersione scolastica ed universitaria- il governo non stanzia la cifra necessaria, circa 17 miliardi, e non garantisce a tutta la platea degli aventi diritto questa misura, praticando forme di universalismo selettivo identiche a quelle portate avanti dal tanto criticato Rei del precedente governo;

  2. che vi sia congruità dell’offerta lavorativa in cambio del reddito e non obbligatorietà di lavoro purchè sia, visto che il reddito minimo garantito in Europa è inteso come una misura che dovrebbe garantire e liberare l’autonomia dell’individuo, valorizzandolo attraverso forme di reinserimento sociale – il governo intende invece il cosiddetto reddito di cittadinanza come una classica misura di workfare, con l’obiettivo di rendere “impiegabili” purchè sia i “poveri”, condannando il beneficiario a lavoretti mal pagati che non daranno sbocchi, ne crescita professionale, avviando milioni di individui nella cosiddetta “trappola della povertà”, svelando un approccio culturale che sposta la colpa della condizione economica e sociale sulle vittime, ritenute responsabili uniche della loro condizione;

  3. che il rmg sia individuale – il governo lo intende e lo calcola sul livello familiare, come il Rei del precedente governo;

  4. che il rmg sia riservato a tutti i residenti- il governo ha proposto qualche mese fa di darlo solo agli “italiani”, proponendo una misura palesemente discriminatoria e incostituzionale; oggi viene indicata una durata di residenza minima di almeno tre anni sul nostro territorio per chi volesse accedere al sussidio;

  5. la durata della misura è per le risoluzioni europee da intendersi fino al miglioramento della propria condizione economica in modo da impedire che si rimanga senza alcun sostegno economico- il governo stabilisce invece una durata di 18 mesi oltre la quale la misura non è rinnovabile anche se la condizione economica del beneficiario non fosse cambiata;

  6. garantire un’offerta di servizi sociali di qualità ed il diritto all’abitare come prevedono i “pilastri sociali” europei indicati dalla CE a partire dal 2008 – il governo taglia i fondi per le politiche sociali, non garantisce il diritto all’abitare ed anzi con il Decreto Salvini attacca i movimenti che rispondono all’emergenza abitativa utilizzando il patrimonio pubblico abbandonato o dismesso, promuovendo allo stesso tempo nuove forme di welfare rigenerativo capaci di rispondere a partire dalla comunità alle esigenze dei singoli;

  7. rafforzare i centri per l’impiego pubblici – il governo non ha garantito gli investimenti necessari e non ha una proposta efficace di riorganizzazione dei centri per l’impiego.

Dunque, il governo non introduce nessuna forma di reddito minimo garantito come previsto dalle risoluzioni europee e dalla CE, nonostante la propaganda e gli slogan, ma istituisce con il Def un sussidio di povertà che si configura come una misura di workfare, incapace di rispondere alle esigenze del paese ma che garantisce ulteriore sfruttamento, esclusione sociale e disuguaglianze. La misura introdotta dal governo sembra rispondere più all’esigenza di controllo sugli (im)poveriti, alla necessità di renderli “occupabili”, così da migliorare sulla carta le statistiche. Siamo dinanzi all’ennesimo business sulla pelle di chi è in difficoltà. Obiettivi diametralmente opposti alla nostra proposta di Reddito di Dignità, firmata anche dal M5S, e dalle aspettative dei cittadini che hanno sostenuto il M5S durante la campagna elettorale.

Continueremo a sostenere e batterci per il Reddito di Dignità, perché crediamo sia una misura necessaria ed urgente per contrastare la povertà; perchè ce lo chiede l’Europa dal 1992 e dal 2005 con molte risoluzioni europee; perchè è già uno strumento attivo in quasi tutti i paesi europei; per contrastare il ricatto esercitato dalle mafie su quei soggetti ai margini, precari, sfruttati; per garantire sicurezza a coloro che non possono lavorare o accedere a sistemi di sicurezza sociale; perchè avrebbe effetti positivi sull’economia, sostenendo la domanda aggregata e liberando nuove energie sociali, considerando come sostiene l’Europa che anche in periodi di crisi i regimi di reddito minimo garantito non andrebbero mai intesi come fattori di costo, bensì un elemento centrale della lotta alla crisi.

Ma c’è un’altra questione taciuta prima ed elusa oggi dalla manovra del governo: le politiche di austerità. Non ha senso parlare di reddito di cittadinanza quando poi si continuano a sostenere le politiche di austerità e le scelte di una governance liberista che per sua natura genera ingiustizie sociali ed ambientali. Così come risulta impossibile mettere insieme flat tax e lotta alle disuguaglianze, visto che parliamo di politiche fiscali regressive nel primo caso e della necessità di politiche progressive, come previste nella Costituzione, nel secondo. Delle due l’una. Il governo Lega/M5S sta infatti portando avanti le stesse identiche politiche di austerità dei precedenti governi, nonostante la propaganda e gli insulti. La sostanza dei fatti e degli atti governativi ci dice che il regime di austerità imposti dalla governance europea e dal liberismo economico sono pienamente accettati e condivisi anche da questo governo, che nulla sta facendo per andare in direzione opposta. Denunciamo anche su questo punto il tradimento del M5S che durante la campagna elettorale e nella precedente legislatura aveva firmato la proposta (im)Patto Sociale avanzata da centinaia di realtà rappresentate dalla rete dei Numeri Pari e dalla campagna Sbilanciamoci. Una proposta che puntava a mettere i servizi sociali fuori dal calcolo del deficit per il patto di stabilità, così da liberare decine di miliardi di euro dal controllo della finanza e delle banche, restituendoli alle politiche sociali in un momento in cui nel nostro paese un terzo della popolazione è a rischio esclusione sociale e non sono mai stati riscontrati nella storia della nostra Repubblica indici così alti di disuguaglianza e povertà.

Continuità con le politiche di austerità, nessuna priorità alla lotta alle disuguaglianze, propaganda da permanente campagna elettorale, nessun approfondimento sui principali problemi del paese, attacchi violenti a chiunque osi criticare l’operato del governo, continua ricerca del nemico da accusare per le proprie incapacità – siano i migranti, i poveri o l’Europa-, annunci di politiche mai realizzate, nessun ascolto dei corpi sociali intermedi e della società civile organizzata, operazioni mediatiche di facciata che scavano sul rancore e sulla frustrazione degli italiani, politiche che criminalizzano chi soffre e chi lotta per cambiare la situazione: questo è quanto sta caratterizzando l’azione di questo governo nei suoi primi mesi.

19 Dicembre 2018 / by / in
Venerdì 14 dicembre ore 14 presentazione del 16° rapporto sui diritti globali “Un mondo alla rovescia”

La presentazione del volume si terrà venerdì 14 dicembre alle ore 14:00 presso la CGIL nazionale, Sala Santi, Corso d’Italia 25, Roma

Comunicato stampa

In tempo di Global Compact, con 258 milioni di migranti nel mondo (di cui 150 milioni per motivi di lavoro, 36 milioni bambini, 25 milioni rifugiati), meno arrivi sulle coste italiane ma più morti in mare, un’attenta analisi sul fenomeno, alla luce del populismo imperante, arriva dalla nuova edizione del Rapporto sui Diritti globali dal titolo Un mondo alla rovescia, realizzato dall’associazione Società INformazione, promosso dalla CGIL e pubblicato da Ediesse, con l’adesione di numerose altre organizzazioni.

 

Il Rapporto, che prende in esame i processi connessi con la globalizzazione e le sue ricadute sotto il profilo sociale, economico, geopolitico e ambientale, giunto alla sua sedicesima edizione, è articolato in capitoli tematici con una panoramica generale e con un focus di approfondimento sugli argomenti più rilevanti e attuali dell’anno. Il tutto corredato da cronologie dei fatti, dati statistici, riferimenti bibliografici e web.

 

Parlando di immigrazione, si parte dalla constatazione che il Mediterraneo è divenuto una fossa comune scavata nella e dalla democratica Europa, dove a fronte della diminuzione degli sbarchi rivendicata dal governo Conte-Salvini (ma prima da quello Gentiloni-Minniti), cresce la frequenza delle morti. Dal 1993 al 5 maggio 2018 sono 34.361 le morti documentate di persone che cercavano di arrivare in Europa, dunque il numero reale stimato è sensibilmente maggiore). Se dal 1° gennaio al 2 dicembre 2017 gli arrivi di migranti via mare erano stati 164.908 (di cui 117.120 in Italia), con 3.113 vittime nel Mediterraneo (di cui 2.844 nella rotta centrale verso l’Italia), nello stesso periodo del 2018 sono stati, rispettivamente, 107.583 (di cui 23.011 in Italia) con 2.133 morti o scomparsi (di cui 1.285 nella rotta verso l’Italia). È stato calcolato che negli ultimi mesi un migrante ogni cinque partiti dalla Libia risulta annegato o disperso, una percentuale da ultimo ancor più tragicamente lievitata. E a chi non muore e viene ricacciato indietro tocca l’inferno del lager libici.

 

Il prezzo del calo degli arrivi (in Italia, giacché il flusso si è semplicemente spostato verso Spagna, che ha visto raddoppiare gli arrivi nel 2018, e Grecia) è dunque assai salato, pur se nascosto e trascurato dalla disumana enfasi populista e da una politica ridotta a propaganda via twitter.

 

Il 16° Rapporto racconta poi la politica europea e la divisione tra gli Stati in materia di migranti per arrivare alla guerra alle ONG dichiarata in Italia dal nuovo governo Lega-5 stelle.

 

È un mondo alla rovescia quello in cui chi, come le Organizzazioni Non Governative, si organizza e si adopera per salvare vite umane, supplendo all’azione di governi cinici e di istituzioni incapaci, viene ostacolato, calunniato, inquisito.

 

Chiusi i porti italiani, criminalizzate le ONG, delegata dietro compenso la detenzione dei migranti ai lager libici e il blocco delle partenze ai clan della Guardia costiera di Tripoli, consegnati al cimitero marino quelli che riescono comunque a filtrare nelle maglie e a partire, predisposte le condizioni, con l’invio di una missione militare, di una barriera anti migranti ancora più arretrata nel Sahel, ora si cerca di colpire e punire i testimoni, i “complici” italiani, i “buonisti”, i sindaci, gli opinionisti (sempre meno), le associazioni, gli attivisti e i volontari che rifiutano l’arruolamento nell’esercito chiamato a difendere la patria dai barbari.

Il 2018 è stato, poi e assieme, l’anno del nazionalismo risorgente, delle crescenti spinte sovraniste, delle guerre commerciali e delle guerre tecnologiche, della fibrillazione geopolitica, bellica e neocolonialista, tutte manifestazioni di una società globale finanziarizzata. Tutto ciò inserito in un contesto politico che vede l’Europa in preoccupante crisi d’identità, mentre si avvicinano le elezioni, sottoposta alle opposte ma convergenti mire disgregatrici di Russia e Stati Uniti, i quali, dopo il Midterm, continuano a essere ostaggio del protezionismo aggressivo di Donald Trump.

 

Questo è stato anche l’anno in cui in cui appare approfondita e priva di controspinte la crescita di diseguaglianze e povertà, che dura ormai dall’inizio della crisi economica del 2008. Povertà e declassamento sociale che hanno colpito anche i ceti medi e che contribuiscono ad alimentare i populismi, nella colpevole latitanza di politiche pubbliche di sostegno dei più deboli e nella dolosa continuità di flussi enormi di risorse indirizzate verso banche e finanza, grandi imprese e gruppi multinazionali e di politiche fiscali e di deregolamentazione a favore del capitalismo delle piattaforme, con sempre maggiore compressione di diritti e salari dei lavoratori, in misura crescente costretti a un precariato a vita.

 

In Italia, poi, la povertà ha assunto un carattere strutturale, con i poveri assoluti che hanno superato i 5 milioni di unità (il valore più alto da quando l’ISTAT fornisce questo indicatore) e un corrispondente aumento non già di politiche di welfare e di sostegno bensì di criminalizzazione e di controllo autoritario sui poveri, come da ultimo nel decreto sicurezza ratificato dalle Camere, e le conseguenti spinte razziste.

Analizzando il quadro globale, il Rapporto affronta la situazione della (non) pace nel mondo, con i conflitti armati cresciuti per numero, complessità e letalità, in gran parte del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia meridionale, dove si registrano violenze prolungate, con il riflesso di violazione di diritti umani, mentre continua imperterrito il business di morte connesso alle industrie e all’export bellico, nonché alla geopolitica del petrolio e del gas. Anche quello italiano, che vede decine di migliaia di bombe prodotte in Sardegna dalla RWM Italia e consegnate all’Arabia Saudita che le utilizza per bombardare lo Yemen, nonostante la legge n. 185 del 1990 vieti la vendita di armi ai Paesi in stato di conflitto armato.

 

In parallelo cresce la minaccia e il riarmo atomico e l’inedito, preoccupante e semisconosciuto fenomeno delle nuove tecnologie belliche, i Lethal Autonomous Weapons Systems, ovvero armi in grado di individuare e colpire bersagli, umani e non, in modo indipendente e senza l’autorizzazione da parte di una persona, di cui il Rapporto denuncia attualità e rischi.

 

Tanto che il Doomsday Clock, l’Orologio dell’Apocalisse, nato nel 1947 per opera degli scienziati della rivista “Bulletin of the Atomic Scientists”, un orologio simbolico che indica la distanza temporale stimata dalla fine del mondo, dal gennaio 2018 ha spostato le lancette a due minuti dalla mezzanotte, il punto di pericolo sinora più alto raggiunto, cui concorre anche il cambiamento climatico in corso.

 

Mentre comincia la COP24 di Katowice e il neo presidente brasiliano Jair Bolsonaro si allinea alle scelte suicide di Trump riguardo gli accordi internazionali sul clima, prefigurando nuove devastazioni della foresta amazzonica e mano ancor più libera ai distruttori dell’ambiente e al capitalismo estrattivo, il 16° Rapporto sui Diritti Globali esamina lo stato del pianeta, ferito e stressato dal riscaldamento climatico, dall’aumento di eventi meteorologici estremi, con il drammatico risvolto dei milioni di profughi ambientali, con la corsa all’accaparramento delle terre, l’aumento della scarsità di acqua, l’approvvigionamento energetico, la difficile e contrastata transizione alle energie alternative.

Il Rapporto contiene poi la prefazione di Susanna CAMUSSO, l’introduzione di Sergio SEGIO, interventi di Vittorio AGNOLETTO, Santiago ALBA RICO, Mauro BIANI, Marta BORDIGNON, Ascanio CELESTINI, Francesco CARCHEDI, Marco DE PONTE, Giuseppe DE MARZO, Paolo DI VETTA, Fausto DURANTE, Amador FERNÁNDEZ-SAVATER, Alessandro GENOVESI, Marirosa IANNELLI, Malalai JOYA, Maurizio LANDINI, Antonio LISBOA, Luca MANES, Ryu MIKYUNG, Salvatore PALIDDA, Ivan PEDRETTI, Livio PEPINO, Alberto PRIETO ROZOS, Cinzia SCAFFIDI, Benedetto VECCHI

  • A illustrare e commentare il Rapporto venerdì 14 dicembre alla CGIL di Roma vi saranno, tra gli altri: Fausto Durante (Coordinatore Area Politiche Internazionali CGIL), Luca De Fraia, Segretario Generale Aggiunto ActionAid Italia, Giuseppe De Marzo (Coordinatore Rete dei numeri pari), Patrizio Gonnella (Presidente nazionale Antigone), Alessandro Metz (Armatore nave Mediterranea), Sergio Segio (curatore del Rapporto, direttore di Associazione Società Informazione)

Oltre che in libreria il Rapporto può essere prenotato e acquistato presso l’editore Ediesse (telefono: 06 44870283, fax: 06 44870335).

Ulteriori info su: https://www.dirittiglobali.it, https://www.facebook.com/rapportodirittiglobali/

https://www.ediesseonline.it, https://www.facebook.com/ediesseonline/

11 Dicembre 2018 / by / in
52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese | II capitolo «La società italiana al 2018»

L’Italia preda di un sovranismo psichico

 

Dopo il rancore, la cattiveria: per il 75% degli italiani gli immigrati fanno aumentare la criminalità, per il 63% sono un peso per il nostro sistema di welfare. Solo il 23% degli italiani ritiene di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori. E il 67% ora guarda il futuro con paura o incertezza. Il potere d’acquisto delle famiglie ancora giù del 6,3% rispetto al 2008. Emergenza lavoro: scompaiono i giovani laureati occupati (nel 2007 erano 249 ogni 100 lavoratori anziani, oggi sono appena 143)

Le radici sociali di un sovranismo psichico: dopo il rancore, la cattiveria. La delusione per lo sfiorire della ripresa e per l’atteso cambiamento miracoloso ha incattivito gli italiani. Ecco perché si sono mostrati pronti ad alzare l’asticella. Si sono resi disponibili a compiere un salto rischioso e dall’esito incerto, un funambolico camminare sul ciglio di un fossato che mai prima d’ora si era visto da così vicino, se la scommessa era poi quella di spiccare il volo. E non importa se si rendeva necessario forzare gli schemi politico-istituzionali e spezzare la continuità nella gestione delle finanze pubbliche. È stata quasi una ricerca programmatica del trauma, nel silenzio arrendevole delle élite, purché l’altrove vincesse sull’attuale. È una reazione pre-politica con profonde radici sociali, che alimentano una sorta di sovranismo psichico, prima ancora che politico. Che talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria ‒ dopo e oltre il rancore ‒ diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare. Il processo strutturale chiave dell’attuale situazione è l’assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive. L’Italia è ormai il Paese dell’Unione europea con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori: il 23%, contro una media Ue del 30%, il 43% in Danimarca, il 41% in Svezia, il 33% in Germania. Il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l’89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, ritenendo irrealistico poter diventare benestanti nel corso della propria vita. E il 56,3% degli italiani dichiara che non è vero che le cose nel nostro Paese hanno iniziato a cambiare veramente. Il 63,6% è convinto che nessuno ne difende interessi e identità, devono pensarci da soli (e la quota sale al 72% tra chi possiede un basso titolo di studio e al 71,3% tra chi può contare solo su redditi bassi). La insopportazione degli altri sdogana i pregiudizi, anche quelli prima inconfessabili. Le diversità dagli altri sono percepite come pericoli da cui proteggersi: il 69,7% degli italiani non vorrebbe come vicini di casa i rom, il 69,4% persone con dipendenze da droga o alcol. Il 52% è convinto che si fa di più per gli immigrati che per gli italiani, quota che raggiunge il 57% tra le persone con redditi bassi. Sono i dati di un cattivismo diffuso che erige muri invisibili, ma spessi. Rispetto al futuro, il 35,6% degli italiani è pessimista perché scruta l’orizzonte con delusione e paura, il 31,3% è incerto e solo il 33,1% è ottimista.

 

Quel bisogno radicale di sicurezza che minaccia la società aperta. Il 63% degli italiani vede in modo negativo l’immigrazione da Paesi non comunitari (contro una media Ue del 52%) e il 45% anche da quelli comunitari (rispetto al 29% medio). I più ostili verso gli extracomunitari sono gli italiani più fragili: il 71% di chi ha più di 55 anni e il 78% dei disoccupati, mentre il dato scende al 23% tra gli imprenditori. Il 58% degli italiani pensa che gli immigrati sottraggano posti di lavoro ai nostri connazionali, il 63% che rappresentano un peso per il nostro sistema di welfare e solo il 37% sottolinea il loro impatto favorevole sull’economia. Per il 75% l’immigrazione aumenta il rischio di criminalità. Cosa attendersi per il futuro? Il 59,3% degli italiani è convinto che tra dieci anni nel nostro Paese non ci sarà un buon livello di integrazione tra etnie e culture diverse.

 

La raziocinante ricerca di un egolatrico compiacimento nei consumi. Il potere d’acquisto delle famiglie italiane è ancora inferiore del 6,3% in termini reali rispetto a quello del 2008. E i soldi restano fermi, preferibilmente in contanti: nel 2017 si è registrato un +12,5% in termini reali del valore della liquidità rispetto al 2008, a fronte di un più ridotto incremento (+4,4%) riferito al portafoglio totale delle attività finanziarie delle famiglie. La forbice nei consumi tra i diversi gruppi sociali si è visibilmente allargata. Nel periodo 2014-2017 le famiglie operaie hanno registrato un -1,8% in termini reali della spesa per consumi, mentre quelle degli imprenditori un +6,6%. Fatta 100 la spesa media delle famiglie italiane, quelle operaie si posizionano oggi a 72 (erano a 76 nel 2014), quelle degli imprenditori a 123 (erano a 120 nel 2014). Molto difficilmente beni e servizi che non accendono desideri specifici dei singoli consumatori – divenuti ferocemente intelligenti nell’adottare una logica selettiva di egolatrico compiacimento – avranno una potenza attrattiva sufficiente per vincere la tendenza a tenere i soldi fermi, preferibilmente in forma cash.

 

Uno vale un divo: una società senza più miti, né eroi. I dispositivi della disintermediazione digitale continuano la loro corsa inarrestabile, battendo anno dopo anno nuovi record in termini di diffusione e di moltiplicazione degli impieghi. Oggi il 78,4% degli italiani utilizza internet, il 73,8% gli smartphone con connessioni mobili e il 72,5% i social network. Nel caso dei giovani (14-29 anni) le percentuali salgono rispettivamente al 90,2%, all’86,3% e all’85,1%. I consumi complessivi delle famiglie non sono ancora tornati ai livelli pre-crisi (-2,7% in termini reali nel 2017 rispetto al 2007), ma la spesa per i telefoni è più che triplicata nel decennio (+221,6%): nell’ultimo anno si sono spesi 23,7 miliardi di euro per cellulari, servizi di telefonia e traffico dati. E abbiamo finito per sacrificare ogni mito, divo ed eroe sull’altare del soggettivismo, potenziato nei nostri anni dalla celebrazione digitale dell’io. Nell’era biomediatica, in cui uno vale un divo, siamo tutti divi. O nessuno, in realtà, lo è più. La metà della popolazione (il 49,5%) è convinta che oggi chiunque possa diventare famoso (il dato sale al 53,3% tra i giovani di 18-34 anni). Un terzo (il 30,2%) ritiene che la popolarità sui social network sia un ingrediente «fondamentale» per poter essere una celebrità, come se si trattasse di talento o di competenze acquisite con lo studio (il dato sale al 41,6% tra i giovani). Ma, allo stesso tempo, un quarto degli italiani (il 24,6%) afferma che oggi i divi semplicemente non esistono più. E comunque appena uno su 10 dichiara di ispirarsi ad essi come miti da prendere a modello nella propria vita (il 9,9%). In più, il 41,8% crede di poter trovare su internet le risposte a tutte le domande (il 52,3% tra i giovani).

 

Dall’assalto al cielo alla difesa delle trincee: il salto d’epoca nella missione della politica. L’area del non voto in Italia si compone di 13,7 milioni di persone alla Camera e 12,6 milioni al Senato: sono gli astenuti e i votanti scheda bianca o nulla alle ultime elezioni politiche. La percentuale dell’area del non voto sul totale degli aventi diritto è salita dall’11,3% del 1968 al 23,5% del 1996, fino al 29,4% del 2018. Il 49,5% degli italiani ritiene che gli attuali politici siano tutti uguali, e la quota sale al 52,2% tra chi ha un titolo di studio basso e al 54,8% tra le persone a basso reddito. La funzione dei social network nella comunicazione politica è definita «inutile» o addirittura «dannosa» dal 52,9% degli italiani, mentre il 47,1% li giudica al contrario «utili» o «preziosi» perché eliminano ogni filtro nel rapporto tra cittadini e leader politici. L’abilità nel muoversi nella post-verità è la cifra del successo politico, se il 68,3% degli italiani ritiene che le fake news hanno un impatto «molto» o «abbastanza» importante nell’orientare l’opinione pubblica. Oggi sembra finito quel gioco combinatorio di identità e interessi che si proiettava nella domanda politica, anche perché i profili identitari dei diversi gruppi sociali sono sempre più sfumati e le relative constituency degli interessi sono sempre più disomogenee.

 

La leadership perduta dell’Unione europea. Nell’Unione europea vive il 6% della popolazione mondiale, si produce il 22% del Pil e l’euro è il secondo mezzo di pagamento negli scambi planetari. Tra l’area dell’euro e l’Ue a 28 Paesi i tassi di crescita nel 2017 risultano allineati intorno al 2,4% e il rapporto debito/Pil è in media al di sotto del 90%. Al più alto Pil pro-capite dell’area dell’euro (quasi 33.000 euro annui, contro i 30.000 dell’intera Ue) si affianca un tasso di disoccupazione di un punto e mezzo in più tra chi non aderisce alla moneta unica. La quota di popolazione esposta al rischio di povertà o esclusione sociale si aggira per le due aree intorno al 22%. Ma emerge il fallimento dei processi di convergenza. Tra i 19 Paesi aderenti all’euro, solo 7 hanno un rapporto debito/Pil inferiore al 60% come stabilito negli accordi di Maastricht, e degli altri 12 sono in 4 a presentare una quota superiore al 100%.

 

Le ragioni economiche dello stare insieme. Rispetto al 2010, in Italia gli investimenti sono ancora all’89,4% del valore di allora, i consumi delle famiglie al 97,4%, la spesa delle amministrazioni pubbliche al 99,1%, il Pil al 99,7% (a fronte di un dato medio europeo in questo caso del 110,6%). Solo l’export è cresciuto (+26,2%). Nel 2017 le esportazioni di merci hanno superato i 448 miliardi di euro (+7,4% rispetto al 2016), con un saldo commerciale positivo di 47,5 miliardi. Siamo il 9° Paese esportatore al mondo, con una quota di mercato del 2,9% (il 3,5% se si considera solo il manifatturiero). Le imprese esportatrici sono oggi 217.431 (8.431 in più dal 2012). E tutto ciò si svolge per la gran parte dentro l’Europa (il 55,6% del valore dell’export). Su 90,6 milioni di viaggiatori stranieri entrati in Italia nel 2017, ben 63,3 milioni (il 69,9% del totale) provenivano da Paesi europei. Dei 39,2 miliardi di euro spesi in Italia dai turisti stranieri, 22,8 miliardi sono attribuibili ai turisti europei (il 58,2% del totale). Ma oggi solo il 43% degli italiani pensa che l’appartenenza all’Ue abbia giovato all’Italia, contro una media europea del 68%: siamo all’ultimo posto in Europa, addirittura dietro la Grecia della troika e il Regno Unito della Brexit. Eppure, finora gli italiani hanno sempre partecipato alle elezioni europee con percentuali di affluenza di gran lunga superiori alla media dell’Ue: nel 2014 il 72,2% contro il 42,6%.

 

Crescere nell’innovazione: il traino comunitario. La spesa pubblica destinata in Italia alla ricerca è scesa da poco meno di 10 miliardi di euro nel 2008 a poco più di 8,5 miliardi nel 2017. Nel periodo è passata da 157,5 euro per abitante a 119,3 euro. Per poter competere nella dimensione dell’innovazione, l’unica chance per l’Italia è una maggiore integrazione nei processi che si realizzano a livello comunitario. Per beneficiare del traino che l’Ue esercita attraverso programmi e fondi destinati ai singoli Paesi, come Horizon 2020. Dei quasi 77 miliardi di euro previsti nel budget del programma 2014-2020 ne sono già stati assegnati oltre 33 miliardi, di cui 2,8 all’Italia. Il nostro Paese è il 5° per finanziamenti ricevuti, dopo Germania, Regno Unito, Francia e Spagna. E il 4° per numero di progetti finanziati: il 9,5% dei quasi 92.000 progetti che hanno ricevuto il contributo.

 

Le quattro Europe: identità plurime e punti di rottura. Alla vigilia delle elezioni europee del 2014, nel mezzo della crisi, i cittadini dei 28 Stati che dichiaravano di avere fiducia nell’Ue erano il 31%, ovvero 11 punti in meno del valore registrato nella primavera di quest’anno (42%). Nei Paesi in cui è elevata la fiducia nell’Ue e contemporaneamente è positivo il giudizio sulla situazione del proprio Paese si è registrata una forte risalita post-crisi, con una variazione del Pil nel periodo 2012-2017 che oscilla tra il +55,3% in termini reali dell’Irlanda e il +4% della Finlandia. Al contrario, nel gruppo di Paesi in cui la fiducia nell’Europa è bassa, anche il giudizio sulla situazione interna è negativo: tra questi figura l’Italia, insieme a Francia, Regno Unito, Spagna e Grecia. In questo gruppo il timore di rimanere senza un’occupazione è espresso dall’83% dei cittadini in Grecia e dal 69% in Italia, contro una media europea solo del 44%.

 

I giovani europeisti e le diversità culturali come destino. Le giovani generazioni in Europa sono una minoranza. La quota di cittadini europei di età compresa tra 15 e 34 anni è pari al 23,7%, quella dei giovanissimi (15-24 anni) ha un’incidenza di poco superiore al 10%. In dieci anni, dal 2007 al 2017, la coorte dei 15-34enni si è contratta dell’8%. L’Italia, con la sua quota del 20,8% di giovani di 15-34 anni sulla popolazione complessiva, di tutti i 28 Paesi membri dell’Ue è quello con la più bassa percentuale di giovani, diminuita nel decennio del 9,3%. Libera circolazione, euro e diversità culturali come valori positivi rappresentano però le tre principali accezioni attribuite all’Europa dai giovani europei.

 

Gli snodi da cui ripartire: l’ipoteca sul lavoro. Tra il 2000 e il 2017 nel nostro Paese il salario medio annuo è aumentato solo dell’1,4% in termini reali. La differenza è pari a poco più di 400 euro annui, 32 euro in più se considerati su 13 mensilità. Nello stesso periodo in Germania l’incremento è stato del 13,6%, quasi 5.000 euro annui in più, e in Francia di oltre 6.000 euro, cioè 20,4 punti percentuali in più. Se nel 2000 il salario medio italiano rappresentava l’83% di quello tedesco, nel 2017 è sceso al 74% e la forbice si è allargata di 9 punti. Tra il 2007 e il 2017 gli occupati con età compresa tra 25 e 34 anni si sono ridotti del 27,3%, cioè oltre un milione e mezzo di giovani lavoratori in meno. Nello stesso tempo gli occupati di 55-64 anni sono aumentati del 72,8%. In dieci anni siamo passati da un rapporto di 236 giovani occupati ogni 100 anziani a 99. Mentre nel segmento più istruito i 249 giovani laureati occupati ogni 100 lavoratori anziani del 2007 sono diventati appena 143. A rendere ancora più critica la situazione è la presenza di giovani in condizione di sottoccupazione, che nel 2017 ha caratterizzato il lavoro di 237.000 persone di 15-34 anni: un valore raddoppiato nell’arco di soli sei anni. Così come è aumentato sensibilmente il numero di giovani costretti a lavorare part time pur non avendolo scelto: 650.000 nel 2017, ovvero 150.000 in più rispetto al 2011.

 

I persistenti squilibri nella formazione del capitale umano. L’Italia investe in istruzione e formazione il 3,9% del Pil, contro una media europea del 4,7%. Investono meno di noi solo Slovacchia (3,8%), Romania (3,7%), Bulgaria (3,4%) e Irlanda (3,3%). Tra il 2014 e il 2017 i laureati italiani di 30-34 anni sono passati dal 23,9% al 26,9%, ma nello stesso periodo la media Ue è salita dal 37,9% al 39,9%: ben 13 punti percentuali in più. Gli abbandoni precoci dei percorsi di istruzione nel 2017 riguardano il 14% dei giovani 18-24enni, contro una media Ue del 10,6%. A parità di potere d’acquisto, la spesa per allievo risulta inferiore alla media europea di 230 dollari nella scuola primaria, di 917 dollari nella secondaria di I grado, di 1.261 dollari nella scuola secondaria di II grado. Il divario più ampio è relativo all’educazione terziaria: in Italia si spendono 11.257 dollari per studente (7.352 dollari se si escludono le spese per ricerca e sviluppo), mentre la media europea è pari a 15.998 dollari (11.132 dollari senza la R&S), con una differenza dunque di ben 4.741 dollari (il 42% in più).

 

La crescita diseguale dei territori: l’Italia che va e quella che resta indietro. A fine 2017 il Paese era ancora 4 punti sotto il valore del Pil del 2008, ma con regioni in pieno recupero (-1,3% la Lombardia e -1,5% l’Emilia Romagna) e altre in forte arretramento: -5,0% il Lazio, -6,2% il Piemonte, -7,9% la Campania, -10,3% la Sicilia, -10,7% la Liguria.

 

Una società che si lascia: la rottura delle relazioni affettive stabili. Ci si sposa sempre di meno e ci si lascia sempre di più. Dal 2006 al 2016 i matrimoni sono diminuiti del 17,4%, passando da 245.992 a 203.258. A diminuire sono soprattutto gli sposalizi religiosi (-33,6%), mentre quelli civili sono aumentati del 14,1%, fino a rappresentare il 46,9% del totale. Le separazioni sono aumentate dalle 80.407 del 2006 alle 91.706 del 2015 (+14%), mentre i divorzi, anche per impulso della legge sul «divorzio breve», raddoppiano letteralmente, passando dai 49.534 del 2006 ai 99.071 del 2016 (+100%). E cresce la «singletudine»: le persone sole non vedove sono aumentate de 50,3% dal 2007 al 2017 e oggi sono poco più di 5 milioni.

http://www.censis.it/7?shadow_comunicato_stampa=121184

7 Dicembre 2018 / by / in ,
Sbilanciamoci! 2019 | La controfinanziaria: Come usare la spesa pubblica per i diritti, la pace e l’ambiente

Il XX Rapporto Sbilanciamoci! è disponibile per essere scaricato. Questa è la Legge di Bilancio che la società civile vorrebbe, quella del cambiamento, quello vero.

Il Rapporto di Sbilanciamoc!i, intitolato “Come usare la spesa pubblica per i diritti, la pace e l’ambiente”, come ogni anno esamina in dettaglio il Disegno di Legge di Bilancio 2019 e delinea una manovra economica alternativa articolata in sette aree chiave di analisi e intervento. Dal fisco e la finanza al lavoro e al reddito, dall’istruzione e la cultura all’ambiente, dal welfare all’altraeconomia, passando per la pace e la cooperazione internazionale: proposte puntuali e praticabili da subito per contrastare le disuguaglianze e garantire giustizia, diritti e sostenibilità all’Italia.

Scheda-di-sintesi_Rapporto-2019_Sbilanciamoci

L’intero Rapporto è disponibile a questo link

6 Dicembre 2018 / by / in
Roma, 4 dicembre: “Le ragioni del diritto al reddito” – Assemblea del Coordinamento per la democrazia Costituzionale

Coordinamento per la democrazia costituzionale – Roma

Assemblea

 

Le ragioni del diritto al reddito

 

Relatore: Giuseppe De Marzo

Presiedono: Paolo Ciofi, Tina Stumpo

Partecipano: Pietro Adami, Giuseppe Allegri, Michela Arricale, Michela Becchis, Marina Boscaino,
Alessandro Brunetti, Giancarlo Candela, Cristina Cirillo, Daniela Caramel, Luciano Colletta, Carlo
Corsetti, Mario De Bellis, Leda Di Paolo, Roberta Fantozzi, Claudio Giambelli, Fanio Giannetto,
Daniela Lucatelli, Roberto Mamone, Vito Meloni, Roberto Morea, Roberto Musacchio, Loretta
Mussi, Fulvio Parisi, Enzo Russo, Franco Russo, Cicci Salinari

Martedì 4 dicembre h. 17.30 – 20

in Via Saluzzo 49 (metro A, fermata Ponte Lungo)

3 Dicembre 2018 / by / in
Sabato 1° dicembre anche le realtà romane della Rete dei Numeri in corteo

Sabato 1 dicembre anche le realtà romane della Rete dei Numeri Pari sono scese in piazza, insieme a migliaia di persone, per la manifestazione “Roma non sta a guardare” promossa dall’appello Sei una di noi. Sei uno di noi, contro disuguaglianze, mafie e razzismo per una città accogliente e solidale per tutte e tutti. Di seguito alcuni articoli e foto del corteo e della piazza:

3 Dicembre 2018 / by / in ,