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Lavoro, il paradosso italiano: ce n’è di meno e si fatica di più

Invecchiamento della popolazione lavorativa, soprattutto nella pubblica amministrazione, e aumento della forbice nei salari hanno peggiorato il benessere degli occupati. Il welfare aziendale come possibile via di fuga30 Gennaio 2019

Diminuisce la creazione di lavoro, crescono gli affanni legati alla propria occupazione. E’ il “paradosso italiano” messo in evidenza dal Censis in una indagine sul welfare aziendale elaborata con Eudaimon.

Il Censis sintetizza il concetto nel “lavorare pochi, lavorare troppo” e parte nella sua analisi dal rilevare come l’ultimo decennio sia stato deficitario per il numero di occupati nel Paese, con un saldo negativo nel periodo della grande recessione (2007-2017) dello 0,3%. Un dato che si confronta con performance migliori altrove in Europa: è infatti aumentato in Germania (+8,2%), Uk (+7,6%), Francia (+4,1%) e nella media dell’Unione (+2,5%).

A fronte di questa situazione, il ‘percepito’ dei lavoratori descrive un incremento del carico, nonostante le statistiche ufficiali sulle ore lavorate abbiano in passato mostrato come l’economia nel complesso abbia faticato a recuperare i livelli lavorativi antecedenti la crisi, tanto che si è più volte parlato di boom dei part-time e del peggioramento della qualità del lavoro offerto. Secondo il Censis, in ogni caso, il 50,6% dei lavoratori afferma che negli ultimi anni “si lavora di più, con orari più lunghi e con maggiore intensità”. Il rapporto indica che “sono 2,1 milioni i lavoratori dipendenti che svolgono turni di notte, 4 milioni lavorano di domenica e festivi, 4,1 milioni lavorano da casa oltre l’orario di lavoro con e-mail e altri strumenti digitali, 4,8 milioni lavorano oltre l’orario senza pagamento degli straordinari. E con effetti “patologici rilevanti”: 5,3 milioni provano sintomi di stress da lavoro (spossatezza, mal di testa, insonnia, ansia, attacchi di panico, depressione), 4,5 milioni non hanno tempo da dedicare a se stessi 2,4 milioni vivono contrasti in famiglia perché lavorano troppo”.

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Questo quadro di peggioramento delle condizioni percepite, probabilmente si deve anche agli altri fattori che sono entrati in gioco: invecchiamento della popolazione lavorativa, difficoltà di trovare sbocchi per i giovani, aumento della forbice salariale tra meglio e peggio retribuiti. Ricorda il Censis che vent’anni fa, nel 1997, “i giovani di 15-34 anni rappresentavano il 39,6% degli occupati, nel 2017 sono scesi al 22,1%. Le persone con 55 anni e oltre erano il 10,8%, ora sono il 20,4%”. I lavoratori ‘anziani’ si trovano soprattutto nella pubblica amministrazione (il 31,6% del totale, con una differenza di 13,5 punti percentuali in più rispetto al 2011), che come noto è stata interessata dai lunghi congelamenti del turnover e delle assunzioni che hanno reso difficile il ricambio generazionale. Non per nulla, ora i sindacati temono che con la possibilità di uscire con Quota 100 si generi un esodo massiccio che rischia di mettere a repentaglio l’efficienza della macchina pubblica. Anche i settori istruzione, sanità e servizi sociali (il 29,6%, il 7,4% in più) si caratterizzano per la presenza di lavoratori più avanti negli anni. “I millennial invece sono più presenti nel settore alberghi e ristoranti (39%) e nel commercio (27,7%)”.

Quanto ai salari, rispetto al 1998, nel 2016 “il reddito individuale da lavoro dipendente degli operai è diminuito del 2,7% e quello degli impiegati si è ridotto del 2,6%, mentre quello dei dirigenti è aumentato del 9,4%. Nel 1998 il reddito da lavoro dipendente di un operaio era pari al 45,9% di quello di un dirigente ed è diminuito al 40,9% nel 2016. Quello di un impiegato era il 59,9% di quello di un dirigente e si è ridotto al 53,4% nel 2016. Le retribuzioni da lavoro dipendente degli impiegati sono sempre più schiacciate su quelle degli operai e sempre più distanti da quelle dei dirigenti”, lamenta il Censis.

In questo contesto, una via di fuga è proprio rappresentata dalle forme di welfare aziendale che contrastano la riduzione generalizzata del benessere dei lavoratori. “Da una indagine su 7.000 lavoratori che beneficiano di prestazioni di welfare aziendale risulta che l’80% ha espresso una valutazione positiva, di cui il 56% ottima e il 24% buona”. Cosa chiedono i diretti interessati? “Al primo posto c’è la tutela della salute con iniziative di prevenzione e assistenza (42,5%), seguono i servizi di supporto per la famiglia (servizi per i figli e per i familiari anziani) (37,8%), le misure di integrazione del potere d’acquisto (34,5%), i servizi per il tempo libero (banca delle ore e viaggi) (27,3%), i servizi per gestire meglio il proprio tempo (soluzioni per risolvere incombenze burocratiche e il disbrigo delle commissioni) (26,5%), infine la consulenza e il supporto per lo smart working (23,3%)”.

https://www.repubblica.it/economia/miojob/lavoro/2019/01/30/news/censis_lavoro-217819152/

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