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Sui beni comuni la bussola resta la Commissione Rodotà

Di Gaetano Azzariti – Il Manifesto 7 febbraio 2019

Si addensano nubi a sinistra anche sul tema dei beni comuni. Una delle categorie giuridiche innovative. È in nome dei beni comuni, infatti, che si sono sviluppate lotte che hanno permesso di contrastare le politiche più filo-liberiste dei governi dell’ultimo decennio.

Basta ricordare come, dopo la “Commissione Rodotà”, nel 2011, un referendum vittorioso pose al centro del dibattito la questione della necessità di preservare alcuni beni e garantirne l’uso al di fuori delle logiche di mercato e di profitto. L’acqua-bene comune non fu solo uno slogan, ma un modo per cercare di affermare un uso delle risorse al fine essenziale di garantire diritti fondamentali delle persone. Fu aperto un grande laboratorio per l’innovazione culturale, ma anche una faticosa battaglia politica.

Le difficoltà si manifestarono subito: due mesi dopo i referendum un decreto legge tentò di ripristinare le stesse norme appena cancellate dal corpo elettorale, e solo un provvidenziale intervento della Consulta permise di lasciare aperta la partita. Da allora un disegno di legge sui servizi pubblici idrici giace in Parlamento, in attesa di essere approvato.

Ma quel che più rattrista è che lo scontro ha ormai investito gli stessi fautori del cambiamento, dividendo proprio quei soggetti critici che dovrebbero esprimere la massima attenzione per l’istituzionalizzazione di beni extra-commercium posti al servizio dei diritti fondamentali delle persone. Alcune diversità – in realtà – avevano avuto modo di manifestarsi da tempo.

La seconda Commissione Rodotà, che nel 2013 attraversò l’Italia partendo dal Teatro Valle Occupato, si concluse con un nulla di fatto, registrando sensibilità differenti (il lettore del manifesto ricorderà articoli polemici molto espliciti, scritti dai protagonisti di quella esperienza). C’era, però, almeno una sensazione comune tra i partecipanti: si stava marciando tutti verso una medesima direzione. La lotta al neoliberismo dominante si accompagnava alla consapevolezza della difficoltà di elaborare un nuovo paradigma generale.

Oggi invece assistiamo alla diaspora e alla perdita della visione in comune. Si è passati, in sostanza, da un confronto dialettico aperto, per molti aspetti assai proficuo, alla unilateralità delle diverse posizioni. Facendo fare enormi passi indietro alla definizione di una categoria di beni che “esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona”.

Così alcuni immaginano che i beni comuni (il cui impianto culturale si rivelerebbe addirittura “succube al paradigma liberista”) possano rappresentare un cavallo di troia per la svendita del patrimonio e degli spazi pubblici; altri enfatizzano i rischi legati ad una supposta burocratizzazione e i vincoli prodotti dai criteri contabili internazionali che l’istituzione dei beni comuni deve contemplare; altri ancora, all’opposto, collegano forzatamente la lotta per i “beni comuni” ad ulteriori finalità politiche, in particolare immaginando un’indeterminata ed ossimorica “istituzione costituente a diritto invariato”; in diversi, infine, si preoccupano del rischio di uno stravolgimento dei principi e criteri direttivi che potrebbe compiere questo governo una volta che fosse investito del potere delegato. Tutti convinti sostenitori delle proprie verità assolute.

Ed invece dovremmo ritrovare un terreno di dialogo. Tutti con maggiore umiltà, consapevoli che i beni comuni rappresentano una sfida che può essere raccolta solo se riusciremmo a proporre una rivoluzione antropologica, prima ancora che politica o culturale. Una lunga marcia per affermare una nuova concezione del diritto che ponga alcuni beni al servizio dei diritti fondamentali delle persone. Proprio quella rivoluzione già scritta, ma non ancora realizzata, nell’articolo 2 della nostra costituzione.

È entro questa comune visione complessiva che possono trovare ascolto le diverse questioni che oggi agitano il dibattito e che – a ben vedere – sono sempre state parte del dialogo sui beni comuni. Da sempre ci si è domandati se l’attribuzione al demanio necessario garantisca a sufficienza questo genere di beni ovvero se è possibile anche una titolarità, non tanto a privati, quanto a comunità d’utenti a cui possono essere trasferiti servizi pubblici generali ai sensi dell’articolo 43 della costituzione; è giusto interrogarsi sulla collocazione dei beni comuni nella tensione mai risolta tra Stato comunità e Stato persona giuridica; dovremmo anche immaginare nuovi strumenti giuridici per favorire la partecipazione popolare, magari senza farsi troppe illusioni sulle virtù dell’azionariato popolare.

L’estensione della categoria ha rappresentato il vero punto dolente del dibattito sin qui sviluppato: tra i “minimalisti” (acqua, foreste e poco più) e “massimalisti” (gran parte dei diritti civili e sociali, dei beni urbani e culturali, dei beni materiali e proprietari) si rischia di perdere il fondamento costituzionale che rappresenta l’unico possibile ancoraggio per dare seguito alla “ragionevole follia” dei beni comuni.

Ci si dovrebbe sedere attorno ad un tavolo per riflettere e poi riprendere la faticosa marcia verso una nuova definizione dei beni al servizio dei diritti fondamentali. Invece, negli ultimi tempi si assiste allo spettacolo della delegittimazione reciproca. Da questo gioco al massacro ne usciremmo tutti malconci. Più divisi e soli di prima.

Un invito alla responsabilità comune e una preghiera: non dissipiamo inutilmente la lezione di Stefano Rodotà – il padre riconosciuto dei beni comuni – il quale ci ha indicato una rotta, sta a noi percorrerla. Un lascito di cui nessuno può ritenersi unico interprete, ma che tutti rischiamo di perdere.

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