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La Rete dei Numeri Pari in audizione al Senato sul Reddito di Cittadinanza

12 febbraio 2019 – Rete dei Numeri Pari

Martedì 5 febbraio la Rete dei Numeri Pari ha partecipato all’audizione dell’ 11° Commissione Lavoro al Senato della Repubblica in merito al decreto legge sul  “Reddito di cittadinanza”. Nonostante da anni le centinaia di realtà della Rete avessero tentato di cercare un confronto istituzionale, soltanto adesso, a decreto fatto, il governo ha provato a cercare un confronto. Un confronto che non ha considerato quanto l’assenza di questi anni abbia allargato le distanze tra governo e chi lavora nei territori, che si traduce in un’incapacità di lettura sfociata proprio nell’istituzione di un sussidio di povertà, il Reddito di cittadinanza appunto, che non rispetta i principi del reddito minimo garantito così come definito dalle risoluzioni europee, da studi e ricerche scientifiche.  Già nel 2013 i dati ISTAT fotografavano un aumento fuori norma del numero delle persone in povertà in Italia e una crescita della diseguaglianza sociale, e la proposta del Reddito di Dignità avanzata all’epoca dalla campagna “Miseria Ladra” risulta tutt’ora l’unica in grado di diminuire la forbice del divario. Quella proposta, giova ricordarlo, venne sottoscritta e promossa anche da 91 deputati e 35 senatori del Movimento 5 stelle.

Il provvedimento varato dal governo è invece totalmente diverso rispetto ai contenuti del documento sottoscritto dai deputati del M5S nella scorsa legislatura:  è una misura individuale e non familiare, deve essere erogato in base al criterio della residenza e non della cittadinanza, per dirne alcune. Su ciascuno di questi principi il governo fa poco o fa l’opposto. Inoltre l’accessibilità al Reddito di Cittadinanza vessa il beneficiario attraverso stringenti contropartite e forme di condizionamento e, non meno importante, al beneficio economico non viene aggiunto il diritto a servizi sociali di qualità.  Non solo. Secondo le stime incrociate e avanzate dalla Rete dei Numeri Pari, erano necessari tra i 16 e i 17 miliardi di euro l’anno per garantire la copertura di tutte le persone in povertà assoluta e relativa. Il provvedimento attuale ne mette a disposizione solo 6,11 per il 2019, in crescita fino agli 8,2 miliardi del 2021. Risorse a cui attingere non in deficit, come stanno facendo, ma dalla fiscalità generale, proprio per evitare un aumento del debito pubblico.

“ Si tratta di capire se il Rdc italiano saprà davvero rappresentare quello zoccolo mancante nel nostro welfare e garantire le aspirazioni e i progetti di vita di chi è a rischio di esclusione sociale – afferma Sandro Gobetti, del Basic Income Network in una nota depositata – Nella scorsa legislatura, la Rete dei Numeri Pari, per sbloccare la situazione promosse la compagna sul “reddito di dignità” individuando quali fossero i punti irrinunciabili di una legge sul tema alla luce anche delle indicazioni europee, delle Carte dei diritti e delle varie Risoluzioni del Parlamento europeo. Il provvedimento appare deficitario in alcuni aspetti della sua ispirazione di fondo, quanto soprattutto al recepimento di quel dibattito internazionale che mette in discussione oggi l’utilità di soluzioni “condizionate” e selettive nella tutela dei minimi vitali.”

“ Il Reddito di cittadinanza non risponde ai principi ritenuti indispensabili dalle risoluzioni europee – continua Elisa Sermarini, della Rete dei Numeri Pari – Un esempio sono le misure sanzionatorie contenute nel provvedimento che vanno a stigmatizzare e a colpevolizzare chi beneficerà di questo reddito, arrivando a ipotizzare addirittura una pena di sei anni di carcere. Apporre delle contropartite al beneficio era invece da escludere. E’ una misura che interviene solamente sulle persone che si trovano in una condizione di povertà assoluta, e non su tutte quelle che si trovano al di sotto della soglia del 60% del Reddito mediano del paese di riferimento, così come stabilito dalle convenzioni europee. Non include poi il momento formativo della persona, e finisce per non tutelare il diritto allo studio, necessario per contrastare la dispersione scolastica che è la più alta in Europa. Il reddito minimo dovrebbe servire a restituire dignità alle persone, deve essere uno strumento di libertà, quella stessa libertà che, negli ultimi dieci anni di crisi, ci è stata tolta.”

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