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Reddito di cittadinanza: continua la stigmatizzazione dei poveri

Giacomo Pisani

Il dibattito che ha accompagnato, in queste ore, l’apertura degli sportelli per la richiesta del reddito di cittadinanza – sono state 44 mila le domande, agli sportelli e online, nella giornata di ieri – ha dello sconcertante. Pigri, oziosi in attesa del reddito per poter passare la vita sul divano, nullafacenti volontari, coloro che stanno facendo domanda, prima ancora di percepire il reddito, si trovano al centro di una campagna mediatica fondata sulla stigmatizzazione e sulla colpevolizzazione.

C’è da dire che queste critiche, al di là del carattere violento e volgare che stanno assumendo in queste ore in Italia, non sono nuove nei paesi europei, che hanno iniziato a sperimentare dispositivi di sostegno al reddito con almeno 20 anni di anticipo rispetto al nostro paese. Semplificando, la critica si riassume nell’argomento per cui chi non contribuisce allo sviluppo della società attraverso il proprio lavoro non ha diritto a risorse pubbliche.

Tale posizione, però, tende a concepire la società come un organismo chiuso, in cui le «funzioni» attraverso le quali ciascuno può contribuire alla comunità sono stabilite a priori. È necessario formarsi e adattarsi ai posti che il mercato mette a disposizione. La libertà e la decisione sì, allora, ma soltanto se ricondotte alla scelta fra le opzioni sul tavolo. Quando eccedono i parametri, diventano sintomo di dissennatezza o, al più, di inerzia. Un po’ come quelli che, oggi, invece di andare a lavorare, preferiscono andare agli sportelli a richiedere il reddito: non solo sono colpevoli di ozio e vacuità, ma vogliono pure essere mantenuti dallo stato.

A ben guardare, però, tali posizioni tendono a far coincidere la propria concezione di «vita buona», di morale etc., con un particolare spettro di condotte, determinate dal mercato. «No!», risponderanno i difensori dell’etica del lavoro: «Deve essere lo stato a regolare il mercato, determinando i posti attraverso i quali ciascuno deve contribuire al progresso della collettività». Ma in uno scenario in cui il mercato assume carattere sempre più globale, lo stato è sempre meno in grado di svolgere quella funzione di regolazione e pianificazione dell’economia che pure nella seconda metà del Novecento era stata decisiva. Questa «regolazione», allora, avverrà sempre entro lo spettro delle possibilità concesse dal mercato, il quale fungerà da norma fondamentale anche rispetto a ciò che si identifica con l’interesse generale. In questi anni, infatti, la degradazione del lavoro, nonché la dilatazione dei tempi di disoccupazione e di inoccupazione, è avvenuta in connessione con una sempre più ampia capacità del mercato di includere nei circuiti della produzione i tempi di vita, oltre i posti di lavoro intesi in senso tradizionale. Del resto, anche la scuola e la formazione hanno subito questo processo di «mercatizzazione», nell’ambito di una generale adesione dei parametri della «vita buona» alle esigenze del mercato. Quelli che, in queste ore, si sono recati a chiedere il reddito, allora, non sono oziosi e sfaticati, ma persone che hanno diritto di vivere dignitosamente, oltre un mercato che produce sempre più esclusione e sfruttamento.

Ma andando più a fondo, la concezione che sottende tali posizioni è il lavoro come una funzione predeterminata, come lo svolgimento di una mansione già scritta: ciò accomuna sia i sostenitori dello stato che quelli del mercato. Eppure c’è un altro modo di intendere il lavoro: come momento di autorealizzazione e di autodeterminazione, a partire dalla decisione di persone libere, protagoniste del mondo. Non l’esecuzione di una mansione, ma la costruzione di un mondo a partire dai desideri, dalle speranze e dalla capacità delle persone di creare e immaginare nuove forme di relazione e di convivenza. Perché fuori dalle porte del lavoro salariato non c’è solo colpa e dissennatezza, ma anche la possibilità di immaginare un futuro diverso, oltre la banalità di ciò che è già tutto scritto. Un reddito incondizionato andrebbe proprio in questa direzione: liberando le persone dal ricatto, riconoscerebbe a tutti la possibilità di autodeterminarsi, ponendo le basi per un’altra storia.

Ma ciò che è davvero curioso è che il reddito di cittadinanza dei 5 stelle non va affatto in questa direzione. Il reddito dei 5 stelle non è svincolato dal lavoro, ma condivide l’impianto del «reddito di inclusione» già varato dal PD, pur prevedendo una disponibilità di risorse di gran lunga maggiore. Esso aggiunge la possibilità, da parte del beneficiario, di rifiutare fino a due offerte di lavoro «congrue», laddove la congruità è definita anche in relazione alle esperienze e le competenze maturate, oltre che alla distanza dal domicilio, alla durata della disoccupazione e alla retribuzione. Il beneficiario è inoltre tenuto a offrire, nell’ambito di un «patto per il lavoro e per l’inclusione sociale», «la propria disponibilità per la partecipazione a progetti a titolarità dei comuni, utili alla collettività, in ambito culturale, sociale, artistico, ambientale, formativo e di tutela dei beni comuni, da svolgere presso il medesimo comune di residenza, mettendo a disposizione un numero di ore compatibile con le altre attività del beneficiario e comunque non superiore al numero di otto ore settimanali».

Nell’ambito del «Patto per il lavoro», egli deve invece accettare una serie di obblighi, tra cui «svolgere ricerca attiva del lavoro», «accettare di essere avviato ai corsi di formazione o riqualificazione professionale, ovvero progetti per favorire l’auto-imprenditorialità», «sostenere i colloqui psicoattitudinali e le eventuali prove di selezione finalizzate all’assunzione, su indicazione dei servizi competenti e in attinenza alle competenze certificate». Il reddito di cittadinanza, inoltre, circoscrive le possibilità di spesa al soddisfacimento delle esigenze previste dalla «carta acquisti», attraverso la quale è erogato il beneficio. Sono esclusi, inoltre, i cittadini stranieri extracomunitari che risiedono in Italia da meno di 10 anni, in linea con la matrice xenofoba che alimenta le politiche di questo governo.

Insomma, il grado di condizionalità del «reddito di cittadinanza» rischia di tramutarlo da strumento di liberazione a dispositivo di ricatto, costringendo i beneficiari ad accettare condizioni di lavoro anche avvilenti. Ancor più inspiegabile, allora, appare l’opposizione di matrice «lavorista» da parte di quei soggetti che hanno sostenuto il ReI, così come tutte le accuse rivolte a coloro che percepiscono il reddito, descritti come oziosi, brutti e cattivi.

È invece necessario rilanciare l’importanza di un reddito universale e incondizionato, oltre la deformazione ricattatoria operata dai 5 stelle, combattendo, al contempo, la stigmatizzazione sociale che, in queste ore, sta colpendo chi si sta recando agli sportelli. Così, in questi giorni, il movimento femminista «Non una di meno» sta scendendo in piazza rivendicando un «reddito di autodeterminazione», per uscire dal ricatto della violenza e della precarietà. È fondamentale, insomma, affermare col reddito la possibilità universale di vivere dignitosamente, oltre il perimetro di ciò che è già scritto, perché non c’è muro che non si possa abbattere quando le persone sono libere di creare, costruire, immaginare nuovi mondi.

Tratto da L’Espresso Blog

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