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Autonomia regionale differenziata: un furto di diritti – Un colpo mortale che sbriciolerebbe lo Stato unitario

Pubblicato il

21 maggio 2019

Un furto di diritti ancora irrisolto alla vigilia delle elezioni europee. Così la cosiddetta “autonomia regionale differenziata”, in assenza di una legge di attuazione dell’articolo 116 della Costituzione che dopo la riforma del Titolo V voluta dal centrosinistra nel 2001 non è mai stata fatta, sta continuando a farsi strada nelle intenzioni del governo Lega/M5S. Una strada che non solo si presta a rilievi di incostituzionalità quindi, ma che si sta muovendo nella logica delle intese singole tra governo e regione sulla scia di quanto previsto dall’articolo 8 della Costituzione in materia di intese tra Stato e religioni non cattoliche e sulla scia della prassi in materia di ratifica di trattati internazionali.

La Regione diventerebbe così ordinamento “altro” rispetto allo Stato, secondo una prospettiva del tutto estranea al principio di unità e indivisibilità della Repubblica, affermato dall’articolo 5 della Carta Costituzionale, e il Parlamento vedrebbe diminuito il proprio apporto all’accordo, potendo semplicemente approvarlo o respingerlo, senza nessuna possibilità di emendarlo. Oltre a ragioni tecniche, ancora peggiori risultano le ragioni sociali e umanitarie che vengono toccate. I valori costituzionali che tutelano l’uguaglianza dei cittadini, l’universalità dei diritti e l’unità della Repubblica sarebbero i primi martiri di tale legge. Si formerebbe un Paese con cittadini di serie A e di serie B, un colpo mortale che sbriciolerebbe definitivamente la coesione sociale, creerebbe un caos politico amministrativo senza precedenti e genererebbe maggiori disuguaglianze in un paese che è già tra i più diseguali d’Europa.

Il governo con l’autonomia differenziata vuole istituzionalizzare una disparità di trattamento tra Regione e Regione, non riconoscendo l’uguaglianza dei diritti per tutti e l’obbligo di solidarietà previsti all’articolo 2 e 3 della Costituzione. Non può essere accettabile, ad esempio, l’ipotesi di regionalizzazione dell’istruzione e di reclutamento del personale con contratti regionali. Il Governo vuole riconoscere maggiore autonomia ad alcune regioni senza che siano ridotte a livello nazionale le disuguaglianze e garantiti a tutti i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione (salute, istruzione, lavoro, mobilità, tutela dell’ambiente), a prescindere dal territorio in cui si vive. Finché questi non verranno assicurati con i livelli essenziali delle prestazioni e con un adeguato sistema di redistribuzione delle risorse, il progetto di autonomia differenziata causerà solo un aumento delle già insostenibili diseguaglianze sociali e territoriali.

Qualora il provvedimento andasse in porto, 23 materie, tra cui i diritti fondamentali, sarebbero commisurate al territorio in cui un cittadino vive. Ciò significa che il gettito fiscale legato al trasferimento dello Stato alle regioni non dipenderà più da un criterio proporzionale. Le conseguenze e gli effetti di una tale decisione sono evidenti: un Paese ancora più spaccato e sottomesso a ricatti.

Rete dei Numeri Pari

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