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SOCIAL COHESION PAPERS N. 2/2019 – I working poor in Italia

Gentile Ministro Di Maio,
scopriamo dai dati ISTAT, come già sapevano giornalmente dal nostro lavoro per strada e dalla realtà – non virtuale- della vita di tutti i giorni, che la povertà non è stata abolita per legge come lei ha dichiarato in maniera trionfalistica dal balcone di palazzo Chigi questo inverno. Nel nostro paese continuano a crescere povertà e disuguaglianze: questo ci dicono i dati italiani ed europei in maniera inconfutabile.
Eviti non solo brutte figure come ha fatto in passato, visto che la povertà non solo non è stata abolita ma cresce, ma soprattutto la smetta di umiliare con i suoi toni trionfalistici quanti continuano ad essere sfruttati, precari e costretti ad una vita di stenti a causa di politiche escludente fondate sul liberismo economico e l’austerità che il suo governo, purtroppo, ben rappresenta.
Rete Numeri Pari
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SOCIAL COHESION PAPER n.2 – Giugno 2019 – A cura di Michele Raitano, Università di Roma “La Sapienza”, Matteo Jessoula, Università degli Studi di Milano, Marcello Natili, Università degli Studi di Milano ed Emmanuele Pavolini, Università degli Studi di Macerata

Rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea (UE-28), l’Italia è caratterizzata da un tasso relativamente alto di in-work-poverty (di seguito IWP), ovvero della quota di lavoratori che, nonostante siano occupati, vivono in nuclei familiari a rischio di povertà: nel 2017, in Italia, l’incidenza dell’IWP era del 12,3% (in crescita di 1,2 punti percentuali rispetto al 2012), contro il 9,6% registrato in media nei Paesi dell’UE-28. Rispetto ai lavoratori dipendenti, gli autonomi sono caratterizzati da un più alta incidenza dell’IWP che, nel 2017 era, rispettivamente, del 19,5% per i primi, contro il 10,1% per i secondi. Ad essere maggiormente esposti al rischio di in-work poverty sono gli uomini, poiché spesso sono gli unici percettori di reddito all’interno del nucleo familiare. Le donne, infatti, quando occupate – benché siano pagate in media meno rispetto ai colleghi maschi –, rappresentano, nella maggior parte dei casi, la seconda fonte di reddito familiare e, come noto, i nuclei con più percettori di reddito sono meno esposti a rischi di povertà.

Più in generale, le caratteristiche del nucleo familiare sono una chiara determinante del rischio di IWP, che cresce, ad esempio, nei nuclei con minori o in quelli con bassa intensità lavorativa fra i potenziali attivi. Anche la tipologia contrattuale influenza il rischio di IWP, penalizzando chi lavora con contratti atipici: nel 2017 l’incidenza dell’IWP era del 7,8% fra i lavoratori a tempo indeterminato, ma saliva al 22,5% e al 18,6% per chi lavorava, rispettivamente, con un tempo determinato o un contratto part-time.
L’evidenza presentata in questo rapporto mostra chiaramente che l’elevata incidenza dell’IWP in Italia dipende principalmente dall’interazione tra due fenomeni: le basse retribuzioni annuali di una grossa fetta di lavoratori e il basso numero di percettori di reddito presente in molte famiglie italiane. Di conseguenza, le misure chiave da attuare per arginare la crescita dell’IWP riguardano interventi volti sia ad aumentare le retribuzioni (ad esempio, bilanciando il potere contrattuale tra sindacati e datori di lavoro) e migliorare le condizioni dei lavoratori, sia ad incrementare il numero di percettori di reddito nelle famiglie più svantaggiate, mirando in particolar modo ad accrescere la partecipazione femminile al mercato del lavoro.

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