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Le mafie stanno cambiando pelle

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Lo dice ancora una volta la relazione della Direzione Investigativa Antimafia appena pubblicata (e riferita al secondo semestre del 2018), e lo dice proprio con queste parole, usate ripetutamente: le mafie stanno “cambiando pelle”. Mutano i contesti, cambiano le condizioni politiche, si allarga il raggio d’azione territoriale, anche le strategie si adattano ma l’obiettivo delle organizzazioni criminali di stampo mafioso resta uno solo: fare soldi. E per fare soldi, appunto, cambiano pelle.

È una mafia sempre più manageriale quella di cui gli inquirenti tracciano la carta d’identità, che non rinuncia ai suoi settori tradizionali di investimento (tutt’altro), ma che si apre alle nuove frontiere di profitto. E se droghe, usura ed estorsioni restano le prime voci del bilancio criminale, o meglio, scrive la Dia, si conformano e si confermano come i “reati spia per eccellenza della presenza e del controllo mafioso sul territorio”, sono le evoluzioni manageriali e i nuovi settori d’interesse mafioso ad aver attratto l’attenzione dei magistrati e inquirenti. In particolare, c’è una figura: quella dei “facilitatori”, professionisti (meglio se) esterni che hanno come compito quello di investire i proventi derivanti dalle attività tradizionali nei nuovi settori economici.
Pagina 473: “È questo il vero momento di cesura tra quello che era la vecchia mafia e quella che sempre più diffusamente si manifesta come la nuova mafia imprenditrice, che adotta modelli manageriali per la gestione delle risorse per schermare e moltiplicare gli interessi economico-finanziari dei gruppi criminali. Si tratta di ‘facilitatori’, di veri e propri ‘artisti’ del riciclaggio, in grado anche di gestire transazioni internazionali da località off-shore”.

Questo significa che si spara meno (tranne nel napoletano e nella provincia di Foggia dove di mafia si muore ancora in mezzo alle strade delle città e nei sentieri di campagna) e si pensa di più. Per esempio, spiega la Direzione antimafia, a come “realizzare debiti risparmi d’imposta” e se “anni addietro poteva risultare paradossalmente conveniente per il mafioso essere etichettato come evasore fiscale, in quanto, pagate le tasse, poteva reinvestire le risorse sanate”, oggi “i sempre più sofisticati meccanismi finanziari e i cavilli burocratici proposti da figure professionali colluse rendono meno vantaggioso, per il mafioso, ‘ambire’ a essere tacciato di evasione”. Significa prettamente emettere false fatturazioni. Significa reinvestire il capitale anche fuori dai propri territori di genesi. E significa soprattutto, in questo modo, far nascere e poi consolidare rapporti con i soggetti economici dei territori. Gli inquirenti parlano di “articolare relazioni sociali” capaci di permeare politica e imprenditoria.

Leggendo le conclusioni tracciate dalla Dia, appare chiaro che oggi, in Italia, non c’è settore economico o produttivo vaccinato contro l’influenza criminale: agricoltura, ortofrutta, sanità e appalti pubblici, gaming (online e non), onoranze funebri e servizi cimiteriali, turismo, patrimonio culturale e beni archeologici. E, ovviamente, armi e rifiuti. Una pioggia di quattrini finisce nelle casse già laute delle mafie, che nel contempo impoverisce il Paese.

I numeri. La mappa, in termini percentuali, delle operazioni finanziarie sospette che nel 2018 sono state di interesse per la Dia dice che “su un totale di 103.576 operazioni, il 46.3% (47.909 operazioni) sono state realizzate nelle regioni del Nord, il 33.8% (35.034) al Sud e il 18.7% (19.396) nelle regioni del Centro”. Un rovesciamento definitivo dell’associazione mentale mafie/Sud, che mostra viceversa, in maniera che gli inquirenti definiscono “evidente”, come “siano le regioni del Nord a prevalere e come le ragioni di questo sbilanciamento vadano rintracciate innanzitutto nel fatto che gli investimenti effettuati dalle mafie nelle aree più produttive del Paese siano realizzati, nella maggior parte dei casi, attraverso dei prestanome. Gli indicatori di anomalia che emergono dalle operazioni finanziarie sospette tracciano, infatti, il profilo di soggetti, spesso imprenditori in difficoltà finanziaria, che per acquisire maggiore competitività si mettono a servizio delle organizzazioni mafiose”. Nettamente più sbilanciato, invece, il dato delle infiltrazioni: di tutte le aziende infiltrate (1.826 in Italia), l’86.6% opera nel Meridione, mentre identico (6.7%) è il dato riferito rispettivamente a Centro e Nord. Stime che si riversano ovviamente sulle interdittive. Di 456 provvedimenti emessi nel 2018, il 72.15% (329) riguardano aziende del Sud, il 20.61% (94) aziende del Nord e il 7.4% (33) del Centro.

 

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(piero ferrante)

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