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Un’alleanza non basta se non viene dal basso

Tratto dal settimanale di Politica, Cultura, Economia L’Espresso – N.35 Anno LXV 25 agosto 2019

Per sconfiggere le destre e l’ondata d’odio che sembra avvolgere il destino politico del nostro paese non basta costruire un’alleanza politica, a prescindere da chi la guidi. Serve prima ristabilire l’ordine naturale delle cose, ripartendo dalla necessità di ricostruire un’alleanza sociale con tutti quei soggetti, realtà, associazioni, comitati, operatori, insegnanti, lavoratori, comunità, artigiani, piccoli imprenditori, cittadini che in questi anni di crisi hanno continuato a battersi, credere e lavorare per un paese più giusto, solidale, in cui valesse la pena viverci. Solo mobilitando la parte viva e sana del paese è possibile superare una crisi di sistema e di visione come quella in cui per la prima volta siamo immersi.

Va costruita un’alleanza che si assuma la responsabilità storica di perseguire la giustizia sociale, ambientale ed ecologica come unica strada possibile per garantire libertà e diritti sociali a tutti e tutte nel terzo millennio, ristabilendo il primato della politica e della democrazia sul caos generato dall’assenza di pensiero che ha reso possibile l’aumento senza precedenti dell’esclusione sociale e la conseguente egemonia culturale delle destre. È l’assenza di una alternativa al pensiero unico liberista in tutti questi anni ad aver reso possibile e accettabile la guerra tra poveri, sino a capovolgere le priorità politiche, arrivando a farci odiare poveri e migranti invece che chi ha impoverito noi e loro, rendendo la nostra casa comune un posto sempre più insicuro.

Non si può pensare di costruire un progetto contro qualcuno o qualcosa quando non si è portatori di una visione alternativa e di una proposta di sistema in grado di rispondere alla catastrofe sociale, ambientale, culturale e morale in cui siamo immersi, anche per responsabilità delle forze politiche del centro sinistra. La copertina dell’Espresso della scorsa settimana e l’editoriale del direttore Damilano fotografano una verità a lungo elusa. In assenza di visioni differenti, la partita è stata sulle sfumature e sul livello personale. Terreno su cui vince sempre la destra. Abbiamo invece bisogno di fare il percorso inverso: spersonalizzare il dibattito per poterlo politicizzare, così da far emergere e rendere visibili differenze, convergenze e blocchi sociali ed economici di interesse e di riferimento. Ad esigerlo è l’evidenza dei fatti, a partire dalla crisi che ha precipitato l’Italia agli ultimi gradini delle statistiche europee sulle disuguaglianze sociali, con i più bassi investimenti e risorse stanziate per sconfiggerne le cause ed invertire la rotta. Dai numeri emerge che a prescindere dal colore dei governi in questi ultimi anni nessuno abbia messo al centro della propria agenda politica la necessità di sconfiggere il principale problema: l’aumento senza precedenti delle disuguaglianze e dell’esclusione sociale. E’ questo che ha favorito mafie e corruzione ed oggi rappresenta il vero carburante per la destra xenofoba. I numeri non mentono e ci dicono che nonostante la crisi mordesse in tutta Europa a causa delle politiche di austerità, sostenute in maniera bipartizan da socialisti e conservatori, in quasi tutti i paesi, tranne che da noi, grazie ai sistemi di protezione sociale si è ridotta una parte dell’aumento della povertà provocata dalla politiche di austerità. Dove è stato fatto le forze di estrema destra arretrano. In Italia il sistema di protezione sociale è inadeguato e sottofinanziato rispetto all’aumento senza precedenti della povertà nella storia repubblicana: 5 milioni in povertà assoluta, 9,1 in povertà relativa, 18,6 a rischio esclusione sociale, 11 che non possono più curarsi. A denunciarlo l’ex presidente dell’Istat, Alleva, già il 20 maggio 2016 in Parlamento. Eppure nulla è stato fatto e di riforma del welfare nemmeno a parlarne. A sentire il governo la povertà è stata abolita per legge e certificata dal balcone con una festa a 5 stelle. Peccato che non sia così e che l’unica misura acchiappa voti messa in campo dal governo sia stata quella che impropriamente chiamano reddito di cittadinanza. Hanno spacciato al posto del reddito di cittadinanza uno strumento di workfare ed un sussidio per le famiglie, con l’obiettivo di rendere “occupabili” i poveri chiedendogli di svolgere lavori sottopagati o gratuiti, così da mostrare un miglioramento delle statistiche, non certo delle condizioni di vita. Niente che riguarda l’autonomia e la dignità della persona, così come richiamato dai social pillar europei e dall’art.34 della Carta di Nizza. Le politiche di destra, come le privatizzazioni, l’austerità, i tagli al sociale, alla scuola, alla ricerca, la precarizzazione del lavoro, le mancate bonifiche ambientali, hanno sempre favorito i più ricchi e dato garanzie alla rendita mafiosa, mentre impoveriscono ceti medi e popolari. Altro che prima gli italiani. Forse il ministro dell’inferno si riferisce ai suoi amici ultraricchi o in odore di mafia, visto che ad essere triplicata negli ultimi dieci anni non è solo la povertà ma anche il numero dei miliardari: da 12 a 35.

Giustizia, migrazioni, terra. La nostra agenda politica deve partire da qui, non separando ma mettendo insieme temi che sono collegati e relazionati, offrendo soluzioni coerenti ed efficaci che risolvano i problemi. Consapevoli di come l’economia sia solo un sottosistema dell’ecologia, e che oggi senza giustizia ambientale ed ecologica sia impossibile raggiungere la giustizia sociale. È questa l’unica via per rimettere insieme il diritto al lavoro con il diritto alla salute, i diritti umani con i diritti della natura. E’ questa la visione e l’agenda che mobiliterebbe una parte maggioritaria del paese: non contro qualcuno ma per costruire finalmente un processo di trasformazione e di partecipazione in grado di risolvere i problemi e ridare speranza e fiducia nel futuro. La politica è lo strumento per migliorare la nostra condizione materiale ed esistenziale, altrimenti è vassallaggio al sistema dominante ed esercizio del più forte.

Giuseppe De Marzo

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