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Ospedale di Locri: 20.000 firme per difendere un diritto

“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti” così recita il I° comma dell’art. 32.

Il costituente con questo comma garantisce e riconosce il bene “salute” che si traduce nella tutela costituzionale dell’integrità psico-fisica, del diritto ad un ambiente salubre, del diritto alle prestazioni sanitarie e della cosiddetta libertà di cura (in altri termini, diritto di essere curato e di non essere curato). Il diritto alla salute, come diritto sociale fondamentale, viene tutelato anche dall’art. 2 Cost. (“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”).

Purtroppo nel profondo Sud della Calabria, precisamente nella Locride tali diritti definiti ‘inviolabili’ non solo vengono violati ma vengono negati, attraverso la chiusura di vari reparti e, forse, la chiusura stessa dell’Ospedale di Locri.

In un Paese dove nel 2019 oltre una persona su tre (37,3%, il 6% in più rispetto all’anno precedente) fra quelli che si sono rivolti a Cittadinanzattiva – Tribunale per i diritti del malato ha segnalato difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie del SSN, dove l’IPS 2019 (Indice di Performance Sanitaria), realizzato annualmente dall’Istituto Demoskopika,  ci consegna dei dati impressionanti per quanto riguarda la spesa sanitaria della Regione Calabria, dove sono stati oltre 319 mila, in un solo anno, i “viaggi della speranza” del Sud che hanno generato bilanci in rosso per 1,2 miliardi di euro -mentre il sistema sanitario Calabrese viene definito dalla testate giornalistiche nazionali il più “malato”- dove nel 2017 quasi 1,6 milioni di famiglie italiane hanno dichiarato di non avere i soldi, in alcuni periodi dell’anno, per poter affrontare le spese necessarie per curarsi, le famiglie in Calabria con una quota del 14,9%, quantificabile in circa 120 mila nuclei familiari vivono questa realtà, la situazione diventa tragica per chi, come me, vive nella locride.

Non solo la mancanza di infrastrutture rende poco accessibile anche l’unico ospedale vicino (gli altri sono mediamente a 50/70km), basti pensare che il 40% della popolazione di questo territorio non ha la possibilità di raggiungere un presidio ospedaliero in caso di emergenza-urgenza in meno di 60 minuti, non fa notizia che il tasso della mortalità infantile della nostra regione (4,7 per 1000 vivi) sia il più alto del Paese, non fa notizia che qui a Locri si muore nelle sale d’aspetto del Pronto Soccorso, si muore perché gli strumenti non sono a norma ed il personale scarseggia.

Non stiamo a sindacare sulle capacità dei medici che qui hanno scelto di lavorare, riteniamo però che, viste le condizioni della struttura devono certamente avere maggior inventiva e capacità per poter svolgere anche le attività più banali. Non discuto nemmeno il fatto che, causa la mala gestione le casse si contino debiti per diversi milioni di euro. Però riteniamo che al di sopra di tutti i demeriti e di tutte le cause che hanno portato a questa situazione bisognerebbe guardare oltre.

Riconoscere che qui la mancanza di un diritto inalienabile come la salute porta, inevitabilmente, alla proliferazione della ndrangheta e del malaffare. Dalla richiesta di favori per accedere alle cure, ai debiti contratti con usurai per potersi ‘permettere’ di affrontare un viaggio al nord (viaggio, vitto, alloggio, medicinali) per poter sopravvivere.

A nulla sono valse le 20.000 firme raccolte contro la chiusura dell’ospedale, a nulla sono servite le sfilate dei politici che si sono susseguiti senza trovare concretamente una soluzione.

Occorre una mobilitazione generale, perché è vero che oggi a chiudere potrebbe essere l’ospedale di Locri nel silenzio dei media nazionali e senza far clamore ma domani potrebbe toccare a un altro presidio.

La questione qui non è territoriale, non è tempo di inutili campanilismi, in campo c’è la negazione di un diritto fondamentale: siamo tutte e tutti chiamati a difendere la nostra salute, difendere la sanità pubblica, difendere un nostro diritto. Quello che rappresenta il nostro ospedale è diritto alla vita. Siamo stati fermi a guardare, a vedere cosa avrebbero fatto “gli altri”. Per questo, non siamo esenti da responsabilità, siamo divenuti complici passivi del sistema. Abbiamo diritto ad essere curati, non dobbiamo chiedere un ‘favore’ al medico di turno per essere visitati -spesso anche in una struttura privata-, abbiamo il dovere di combattere per questo. Come ci ricorda don Milani “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”(Lettera a una professoressa), ogni iniziativa come cittadini è da portare avanti, sotto nessuna bandiera, ma nel nome del nostro futuro.

 

Per il coordinamento di Libera locride – Carmen Bagalà Referente Formazione

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