ARTICOLICoronavirusMANIFESTAZIONI E INIZIATIVE

Il filo che tesse la “democrazia in Comune”

Nuove povertàAl Campidoglio per chiedere giustizia sociale, dopo che la pandemia ha allargato ulteriormente la forbice delle diseguaglianze. Senza tetto, precari, rifugiati, operatori sociali: il senso della Rete dei numeri pari

Di Giuseppe De Marzo – su Il Manifesto del 23 giugno 2020

Una corda lunga 100 metri realizzata da persone senza fissa dimora intrecciando la carta dei giornali trovati sulle panchine, quelli con cui ci si copre dal freddo, ha rappresentato il senso della manifestazione denominata “democrazia in Comune” svolta in Piazza del Campidoglio. Un filo che ha unito persone in carne ed ossa, accompagnate dalle parole di alcune delle vittime di questi ultimi terribili mesi di crisi che si sono alternate al microfono. Quelle che nessuno ascolta più, trattati come scarti, invisibili.

Un rifugiato ha aperto la manifestazione, poi una famiglia che non riesce a pagare l’affitto, non ha mai ricevuto il buono e rischia lo sgombero; uno studente fuori sede che non può studiare e viene sfruttato sul lavoro; le due famiglie rom buttate per strada qualche giorno fa; i volontari che hanno distribuito pacchi e alimenti alle persone tagliate fuori dall’inadeguatezza degli interventi del “decreto rilancio” del Governo e dalla volontà, non incapacità, dell’amministrazione Raggi di dare risposte a chi è rimasto indietro; i movimenti per il diritto all’abitare che vivono sulla loro pelle il dramma di non avere un tetto sicuro, a cui la politica non dà risposte nonostante l’enorme patrimonio pubblico e confiscato disponibile; le operatrici sociali impegnate nell’accoglienza e contro la violenza di genere, abbandonate a loro stesse a causa dei tagli ai servizi e dall’assenza di politiche sociali; gli operatori impegnati con i senza fissa dimora lasciati soli nell’emergenza che aspettano ancora un piano strutturale del governo ed i posti letto mai messi a disposizione dal Comune; i lavoratori della multiservizi e dei nidi comunali che stanno perdendo il lavoro; i docenti impegnati contro le mafie che hanno fatto miracoli durante questi mesi in cui la povertà educativa è cresciuta, ma non trovano nessun ascolto dalle istituzioni; i volontari che non sanno più come garantire diritti a minori e migranti transitanti; chi rischia di perdere il permesso di soggiorno perché non ha più lavoro; i cittadini costretti a subire i ricatti e le violenze di una criminalità che, in assenza di risposte istituzionali adeguate, ha messo le mani su Roma seminando terrore nelle periferie sfruttando l’aumento della povertà.

Il Covid19 non ha fatto altro che allargare ulteriormente la forbice delle disuguaglianze mostrando una quantità enorme di problemi complessi a cui servono risposte immediate. A Roma invece la politica è debole, povera, non offre alternative, premia personalismi e tattiche che cancellano ideali, concretezza, slanci e prospettive, ignorando l’importanza della partecipazione dei cittadini e delle reti sociali, condizione indispensabile a qualsiasi progetto di democrazia. E in assenza di risposte ed obiettivi pubblici condivisi, sono gli interessi privati a governare la città. Tra i tanti, i più forti sono quelli delle mafie e della borghesia mafiosa, che compongono la grande zona grigia romana che in questi anni ha risucchiato pezzi di politica e del mondo degli affari, sfregiando il volto della città. Impossibile non vederlo.

La crisi a Roma non è solo sanitaria e sociale ma è soprattutto politica per l’assenza di un progetto che sia più ampio di una candidatura. Certo, la capitale non è in queste condizioni solo per responsabilità della Sindaca Raggi. Le responsabilità sono anche dalle precedenti amministrazioni capitoline, da quella Marino a quella Alemanno, fino a quelle Veltroni e Rutelli. Il tanto sbandierato “modello Roma” ha contribuito al declino della città, non alla sua crescita. Concetto che tra l’altro andrebbe declinato in un altro modello economico, visto che in regime liberista corrisponde solo ad una crescita antieconomica

Vite di scarto che si sono messe insieme per tessere la Rete dei Numeri Pari, unendo con un filo le vite e le storie di tanti invisibili. Una trama che unisce persone in carne ed ossa su obiettivi condivisi e proposte concrete ed efficaci su casa, accoglienza, servizi sociali, lavoro e lotta alle mafie. Su questi punti le realtà del nodo romano della rete dei Numeri Pari che hanno organizzato la manifestazione in Campidoglio – più di 90 tra movimenti per il diritto all’abitare, cooperative sociali, sindacati, presidi antimafia, associazioni, sportelli di mutualismo, spazi delle donne, parrocchie, scuole, coordinamento di insegnanti, studenti, reti di giornalisti – hanno lanciato dalla piazza un percorso che a partire dalla diversità si svilupperà nei prossimi sei mesi sui bisogni e la partecipazione dei cittadini in difficoltà: “Mosaico Roma”.

Una piazza consapevole allo stesso tempo che nessuno ce la fa da solo, perché senza reciprocità, cooperazione e solidarietà non si supera la crisi: si perde tutti. Ce lo insegna la natura, di cui facciamo parte. Non ci sono scarti, ma una continua interazione fondata sull’interdipendenza e la reciprocità che sostiene tutta la comunità vivente. Se fossimo meno stupidi e avidi basterebbe imparare dalla natura per capire come uscire subito dalla crisi. La Democrazia si fa in comune.

https://ilmanifesto.it/il-filo-che-tesse-la-democrazia-in-comune/

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