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Per chi cammina c’è sempre un sole che sorge

13 agosto 2020 – Di Juan López de Uralde e Beatriz del Hoyo – su Ecologismo de Emergencia Editorial Council – blogs.publico.es

Ci ha lasciato il Vescovo dell’Amazzonia, il vescovo rosso, il vescovo dei poveri, il poeta sovversivo e il rivoluzionario guidato dalla poesia.

Pere Casaldáliga ci ha lasciati, un uomo nel buon senso della parola, buono.

Per quelli di noi che difendono una visione di ecologia integrale e sociale, indissolubilmente legata ai diritti umani e alla difesa delle persone più vulnerabili nella società, Casaldáliga è un riferimento che ci accompagna sempre. Insieme a Frei Betto e Leonardo Boff, tra gli altri, fu corresponsabile di quella meraviglia che è l’enciclica Laudato Si. Non era la prima volta che la Chiesa scriveva di ecologia e protezione ambientale. Ma era la prima volta che veniva sollevata la necessità di un’ecologia sociale e veniva chiaramente sottolineato il ruolo del capitalismo selvaggio nella distruzione della natura.

L’impronta di Casaldáliga lì era molto evidente. Non si tratta di proteggere la natura se per farlo distruggiamo coloro che la abitano. Nostro fratello lo ha imparato molto presto nella lotta: dal 1968 quando è sbarcato in Brasile e non ha mai smesso di lottare per le comunità indigene e per la protezione dell’Amazzonia. Anche se ciò significava convivere sempre con la minaccia di omicidio, sparizione o tortura. È sopravvissuto ad attacchi e vessazioni da parte di governi e paramilitari. Ha subito persecuzioni e rigetti da parte del Vaticano per aver difeso una Chiesa incentrata sui poveri e difendendo la vita: quella Chiesa che espelle i mercanti dal tempio.

Non sorprende che Casaldáliga fosse un convinto difensore della natura. Il suo impegno per la Teologia della Liberazione, che vive la fede combattendo per il popolo, spiega che ben presto ha scoperto che sono proprio gli esclusi dalla società che, prima di tutto, soffrono i disastri ambientali. Che quando un’azienda vuole sfruttare le risorse di un territorio e inganna parlando dei posti di lavoro che verranno creati, la realtà ci mostra che migliaia di persone saranno sfollate dalle loro terre e condannate ai margini della storia. E dopo, niente. Il vuoto. La tristezza di un territorio desolato. Ecco perché sappiamo anche che le lotte ambientali che non sono portate avanti dalle persone che abitano i territori non sono altro che greenwashing, feroce capitalismo che prepara la soluzione ecofascista a questa crisi ambientale che stiamo soffrendo.

L’ecologia del Vescovo dell’Amazzonia è stata impegnata e coraggiosa: riforma agraria, per restituire alla gente ciò che la gente lavora; tutela dei territori indigeni, affinché i custodi della vita continuino a tutelare la biodiversità; diritti umani per tutti, perché ecologismo senza libertà, uguaglianza e giustizia sociale non significa niente, è un parco a tema per lavare le coscienze di chi sfrutta la nostra gente; femminista, perché sapeva che senza le donne il mondo migliore a cui aspiriamo non si può costruire perché sono loro che sostengono la vita, ma la cura deve essere condivisa dalla giustizia; abolizione del capitalismo, perché il mercato non ha mai garantito diritti a nessuno; scossa delle coscienze del primo mondo, perché sapeva che possiamo salvarci solo se lo facciamo insieme; poesia della sovversione, perché sapeva che il rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d’amore.

Di recente è scoppiata la notizia che Bolsonaro vuole vendere il 15% dell’Amazzonia a fondi di investimento per la sua protezione. La pubblicazione di questa notizia ha coinciso con la celebrazione della Giornata Internazionale dei Popoli Indigeni e la morte di Dom Pedro. E vale la pena chiedersi se questa decisione di vendere a pezzi il nostro futuro abbia qualcosa ha che fare con la necessaria tutela delle risorse naturali, e se con questa politica ci sarà anche un presente per chi vive in quel territorio.

I dati sono terribili: il 33% dei poveri nelle zone rurali sono comunità indigene. Continuano a subire livelli esorbitanti di discriminazione e violenza. Una donna indigena su tre viene violentata durante la sua vita. Oltre l’86% degli indigeni nel mondo lavora nell’economia informale. Hanno quasi tre volte più probabilità di vivere in condizioni di povertà estrema rispetto alle loro controparti non indigene.  Il 47% di tutti gli indigeni che lavorano sono ignoranti e questo divario è ancora maggiore per le donne.

In questi giorni di lutto e dolore per la scomparsa fisica di Casaldáliga, dovremmo chiederci cosa avrebbe fatto, e con lui gli oltre 1.500 attivisti uccisi negli ultimi 15 anni per aver difeso il loro territorio, le loro risorse e le loro vite contro banche, fondi di investimento e governi criminali che vendono i loro compagni per una posizione nel consiglio di amministrazione di alcune società famose per le continue violazioni dei diritti umani. Quando questo accade, quando la vita e la dignità sono in pericolo, i guardiani della vita si alzano con la propria voce: sono migliaia, e hanno la pazienza di non smettere mai di combattere perché sanno che il tempo, come il ragno, tesse lentamente.
E come loro, e con loro, anche noi dobbiamo tessere lentamente la rete che ci unisce tutti nella stessa lotta. 

Non ci sarà tributo migliore a Casaldáliga che ricordare che ci sarà sempre un’alba per coloro che camminano.
Camminiamo. C’è ancora molta strada da fare.

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