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La crisi da Covid è di genere

Lo tsunami sociale provocato dalla pandemia, come segnalato in un appello internazionale in giugno, colpisce le donne molto più degli uomini. Shecession (she-recession) è il termine inglese che la racconta. Tra riduzione del lavoro retribuito, aumento delle disuguaglianze di genere nei nuclei familiari, per non parlare di violenza domestica e abusi sessuali, c’è bisogno di liberare il tempo delle donne

20 Ottobre 2020 –  Alessandra Magliaro

Shecession: è il termine inglese, she-recession, con cui fare i conti sociali ed economici di questi drammatici mesi di pandemia. Indica la recessione che colpisce le donne molto più degli uomini, nel confronto con la crisi del 2008 invece denominata Hecession o Mancession, a causa della forte perdita di posti di lavoro concentrata nell’edilizia e nell’industria manifatturiera. Questa volta le donne sono le principali vittime dello sconvolgimento sociale ed economico causato dagli effetti globali del virus.

E non solo negli Stati Uniti, dove, nonostante costituiscano meno della metà della forza lavoro, in aprile hanno perso il 55 per cento dei posti di lavoro – con le donne nere e ispaniche colpite in modo peggiore. In Gran Bretagna le madri hanno la probabilità di una volta e mezzo superiore a quella dei padri di aver perso o lasciato il lavoro durante l’isolamento. Gli indici di ogni ricerca sul tema, come l’ultima pubblicata su Vox Eu, certificano tutti la stessa cosa, al di là delle percentuali: la crisi da Covid19 è una crisi di genereQuesta situazione riflette il fatto che le donne sono sovra rappresentate nei settori che sono stati maggiormente colpiti dalla crisi, come l’assistenza all’infanzia, il commercio e il turismo. Poiché le donne tendono ad avere lavori sottopagati, con un minore accesso alla protezione sociale, beneficiano meno delle reti di sicurezza che alcuni paesi stanno implementando. In Italia, secondo i recenti dati dell’Istat, ci sono 470mila occupate in meno rispetto al secondo trimestre del 2019, di queste 323mila in meno tra quelle con contratto a tempo determinato. “E così torniamo a confermare un dato che ci caratterizza da tempo: un tasso di occupazione femminile sotto il 50 per cento, per precisione al 48,4 per cento”, spiega l’economista Marcella Corsi coordinatrice di Minerva – Laboratorio di studi sulla diversità e le disuguaglianze di genere presso la Sapienza Università di Roma, tra le firme del portale ingenere.it intervenuta lo scorso 3 ottobre al festival di Internazionale 2020, a Ferrara.

La conseguenza della recessione economica è un aumento delle disuguaglianze di genere che rischiano di bruciare anni di conquiste delle donne. “Le donne – osserva la professoressa Corsi – sono state confinate a casa dal telelavoro più frequentemente degli uomini, e questo ha fatto inevitabilmente aumentare i conflitti tra lavoro retribuito e non. In particolare, tra prima e dopo il periodo di confinamento (lockdown) poco è cambiato nella divisione del lavoro all’interno dei nuclei familiari: il lavoro in casa e per i figli è aumentato per tutti, ma per le donne questo è avvenuto in misura maggiore. Con un’indagine online, promossa nell’ambito del progetto Counting Women’s Work e condotta su un campione di mille persone (uomini e donne maggiorenni) insieme alle colleghe Erica Aloè, Alessandra De Rose e Marina Zannella abbiamo rilevato informazioni sui tempi di vita e di lavoro in casa e fuori casa prima, durante e dopo il lockdown e chiesto agli intervistati e intervistate di confrontarsi con le proprie sensazioni di (in)soddisfazione, stanchezza, (in)felicità, ecc.”..

È emerso che: le ore giornaliere dedicate al lavoro retribuito sono sensibilmente diminuite per le persone intervistate che risultavano occupate prima dell’emergenza Covid19. Prima del confinamento gli uomini dedicavano in media poco più di 6 ore al giorno al lavoro retribuito, mentre le donne circa 5 ore. Durante la fase 1 dell’emergenza sanitaria, il tempo dedicato al lavoro retribuito si è ridotto di circa 90 minuti al giorno negli uomini e di 30 minuti per le donne. Lievi segni di recupero appaiono, per entrambi i sessi, nel periodo immediatamente successivo alla fine del lockdown. Quando si guarda al lavoro non retribuito occorre tenere distinte le ore dedicate al lavoro domestico in senso stretto (cucinare, lavare, fare la spesa, stirare, ecc.) da quelle impiegate per la cura dei figli e delle figlie, di diverse età. Nel periodo di lockdown il tempo medio giornaliero dedicato al lavoro domestico è passato da poco più di due ore a poco meno di quattro per il campione delle donne, mentre l’aumento è stato di circa un’ora per il campione degli uomini che hanno visto il loro contributo ai lavori domestici salire fino a una media di due ore e mezza al giorno. Un aumento decisamente rilevante si riscontra nel gruppo delle madri, per le quali il tempo dedicato ai lavori domestici è salito da due ore e mezza a circa quattro ore e mezza al giorno. Il lavoro domestico è aumentato anche per i padri intervistati (circa un’ora e mezza in più al giorno), seppure in modo meno sensibile delle madri. L’aumento più importante nel tempo dedicato a lavoro non retribuito si registra nella cura dei minori, a seguito della chiusura delle scuole e degli asili nido, e dell’impossibilità di usufruire di aiuto da parte di babysitter e nonne/i. La variazione più rilevante si registra nel caso di bambini in età compresa tra 3-5 anni, per i quali le madri intervistate hanno dichiarato di dedicare poco meno di 5 ore al giorno prima del Covid19 e circa 7 ore e mezza durante il lockdown. Un simile aumento del tempo di cura per i bambini di questa fascia di età è stato riportato anche dai padri, che sono passati dal dedicare a questo scopo 3 ore al giorno a 5 ore e mezza durante la fase acuta dell’emergenza sanitaria.

“I risultati della indagine, come quelli di ricerche svolte in altri paesi europei suggeriscono la possibilità di una vera rivoluzione, che parta dall’interno delle nostre case, attraverso la definizione di una nuova divisione del lavoro di cura. Ritengo fondamentale – dice Marcella Corsi ad ANSALIFESTYLE – che si proceda con l’introduzione di congedi di paternità obbligatori sulla base di quanto fissato dalla Direttiva europea sul work-life balance e come già accade nei paesi scandinavi. Il congedo di paternità retribuito in occasione della nascita di un figlio rafforza il legame tra padre e neonato, contribuisce a un migliore sviluppo cognitivo del bambino, diminuisce il livello di stress del padre legato alla nascita e offre un maggiore sostegno alla madre. La fase economica che sta per aprirsi – spiega la economista – potrebbe essere davvero l’occasione per investire le risorse in arrivo in modo da sanare disuguaglianze croniche nel nostro paese. Disuguaglianze di genere, provenienza, età che in Italia si sommano a un problema di disparità geografica, e che il contagio da Covid19 ha messo pienamente in luce, emerse in tutta la drammaticità. È il momento – sottolinea – di una svolta, per un nuovo rinascimento. C’è un risveglio in generale delle donne su questa problematica: ma senza un nuovo paradigma economico, e un conseguente progetto di società, ogni intervento, anche di grande portata finanziaria, come ie risorse messe in campo con il Recovery Fund rischia non incidere a fondo. Bisogna dare priorità a quei servizi che permettono di soddisfare interessi e bisogni collettivi e liberare il tempo delle donne: scuole a tempo pieno, asili, strutture per anziani, assistenza sanitaria domiciliare. Portare fuori dall’ambito domestico parte del lavoro di cura crea occupazione (femminile, ma non solo), migliora la qualità della vita di chi già lavora e rende possibile accettare un lavoro per chi lo desidera, migliorando la qualità della vita delle persone che ricevono questi servizi (bambini, anziani, malati, persone con disabilità)”.

La direttrice esecutiva della Global Initiative for Economic, Social and Cultural Rights, la cilena Magdalena Sepulveda in un commento su ingenere sottolinea come non si tratti solo di occupazione e di reddito, “la crisi da Covid19 riunisce tutti gli ingredienti di un cocktail devastante che potrebbe allargare le disuguaglianze e mettere a repentaglio i guadagni che le donne hanno ottenuto dopo aver combattuto faticosamente per decenni. La pandemia ha reso evidente l’ingiusta organizzazione sociale dei sistemi di assistenza. Le donne fanno la parte del leone nel lavoro di assistenza non retribuito. Per 3 mamme su 4 intervistate da Save The Children in un report con il titolo ben scelto de Le equilibriste: la maternità in Italia nel 2020, il carico di lavoro domestico è aumentato. Mentre l’economia comincia a riaprirsi, con i sistemi educativi ripartiti ma con criticità – lezioni in parte a casa, classi chiuse per positività di alunni e docenti – molte madri devono rinunciare al loro lavoro, soprattutto a quello che non può essere svolto a distanza, con un impatto disastroso sul loro accesso al lavoro in tutto il mondo”. Questo quadro, orientato alle problematiche economiche, non comprende la drammatica tematica della violenza di genere.

Durante il lockdown bloccate in casa, le donne sono state ulteriormente esposte alla violenza di genere, in particolare alla violenza domestica e agli abusi sessuali. Hanno dovuto passare molto più tempo con i loro aggressori con scarse possibilità di chiedere aiuto. Il Regno Unito, ad esempio, ha registrato un raddoppio del numero di femminicidi nelle prime tre settimane di isolamento. E le richieste di aiuto sono in tutto il mondo potenzialmente amplificate”.


Pubblicato su ANSALIFESTYLE con il titolo completo ‘Shecession’, il rischio recessione delle donne per la pandemia (e qui con il consenso dell’autrice, Alessandra Magliaro, Caposervizio della redazione Spettacoli, Cultura e Media dell’agenzia Ansa)

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