Povertà, le associazioni colmano il vuoto dello Stato

Nella Capitale l’emergenza sociale ed economica causata da Covid-19 è stata tamponata dal terzo settore, che ora chiede alle istituzioni di non essere più lasciato solo

28 ottobre 2020 – Giacomo Capriotti – Lavialibera

Da giorni le proteste contro le nuove restrizioni anti Covid-19 infuocano le città di tutta Italia. Mentre le forze dell’ordine indagano sul ruolo giocato da frange di estrema destra e criminalità varie, si fa largo la consapevolezza che il virus non sia più l’unica emergenza. Il lockdown prima e le nuove misure ora stanno producendo un impatto sociale ed economico senza precedenti.

Secondo l’ultimo rapporto Caritas, Gli anticorpi della solidarietà, nel periodo maggio-settembre l’incidenza dei nuovi poveri sul totale degli assistiti rispetto allo scorso anno è passata dal 31 al 45 per cento: quasi una persona su due che si rivolge ora ai centri di ascolto non l’aveva mai fatto prima. Dati allarmanti, soprattutto se confrontati con quelli dell’ultima crisi economica: nell’Italia pre pandemia, il numero dei poveri assoluti era giù più che doppio rispetto a quello del Paese pre crisi del 2008.

Già capitale delle disuguaglianze, con il 40 per cento della popolazione che raggiunge appena 15mila euro di reddito annuo, Roma è l’emblema di ciò che sta succedendo in tutto il Paese. “Se possibile, ora siamo in una fase ancora più grave perché sta venendo meno l’afflato di solidarietà che aveva caratterizzato il lockdown”, ci racconta Alessandro di Esc, uno degli spazi sociali del quartiere San Lorenzo. “Sapevamo che questa nuova fase emergenziale sarebbe arrivata, eppure non c’è traccia di un intervento organico da parte delle istituzioni”, conferma Elisa Sermarini della Rete dei numeri pari. “Il nostro obiettivo è fare in modo che un giorno non ci sia più bisogno di noi – confida Carlo Stasolla, presidente dell’associazione 21 luglio di Tor Bella Monaca –. Ad oggi, purtroppo, non è così: ci ritroviamo a tamponare a fatica una situazione ormai al limite”.

Chi sono i nuovi poveri

A essere colpite sono soprattutto le persone che negli anni sono state private delle misure di welfare più elementari, i cui diritti in ambito lavorativo esistono spesso solo su carta. Un esercito di italiani e stranieri, eterni precari, lavoratori del sommerso e partite Iva, che si sono aggiunti a chi già prima della pandemia viveva in uno stato di indigenza.

Secondo gli sportelli della Caritas romana, se si guarda solo alla fascia dei regolari – tralasciando quindi i cosiddetti invisibili come gli stranieri irregolari e i lavoratori del sommerso (che pure si stima costituiscano il 20 per cento dei lavoratori a Roma) – tra i nuovi poveri troviamo persone in cassa integrazione o con contratti a termine scaduti e non rinnovati a seguito delle chiusure aziendali e delle restrizioni, in particolare nei settori del commercio al dettaglio, della ristorazione, del turismo e dei trasporti. Ma anche lavoratori del sistema scolastico e universitario: dalle mense alle pulizie, fino al personale ausiliario delle cooperative. Tutte categorie “che hanno ricevuto aiuti insufficienti, tardivi o in qualche caso anche nessun aiuto”.

In queste situazioni sono stati gli spazi sociali, le associazioni culturali, le organizzazioni del terzo settore, laiche e religiose, e i singoli cittadini a essersi messi in gioco, creando meccanismi di mutualismo territoriale che durante l’emergenza hanno fornito a centinaia di persone un’alternativa in grado di contrastare l’isolamento e la disparità sociale. Un’alternativa che ora chiedono a gran voce venga sostenuta dalle istituzioni.

Tra gli invisibili: Tor Bella Monaca

A Tor Bella Monaca, nel VI municipio, periferia est della capitale, il centro delle attività di raccolta e distribuzione dei pacchi alimentari sin dall’inizio della pandemia è al Polo ex Fienile, a Largo Mengaroni. Qui ha sede l’associazione 21 luglio che da anni supporta gruppi e individui in condizioni di segregazione e a rischio discriminazione. I volontari hanno deciso di concentrare la loro attenzione su quattro aree territoriali, caratterizzate da condizioni socioeconomiche molto difficili.

Innanzitutto il quartiere di Tor Bella Monaca, circa 30.000 abitanti, di cui il 41 per cento vive in assoluta povertà, un numero superiore di sei volte alla media nazionale e dove il 22 per cento delle famiglie percepisce reddito zero. Poi la baraccopoli di via Salone abitata da famiglie italiane, serbe, bosniache, montenegrine e romene. La terza area è il campo formale di Castel Romano (sequestrato durante l’estate e prossimo allo sgombero, nonostante a Roma la sospensione degli sgomberi sia stata prorogata fino al 31 dicembre). Infine c’è l’insediamento formale di Tor Cervara, abitato da cittadini comunitari, circa 500 persone in piccole baracche di fortuna.

L’intervento principale è dedicato ai più piccoli: l’emergenza alimentare durante la pandemia ha avuto conseguenze devastanti soprattutto per le famiglie con bambini a carico. I pacchi sono divisi in cinque fasce d’età: da quelli per i neonati, contenenti pannolini e latte in polvere, a quelli con generi alimentari per i più grandi. Vengono assemblati secondo le indicazioni di una professionista dell’alimentazione e personalizzati: i volontari, qui, conoscono una per una le mamme a cui sono destinati.

“Dovevamo colmare un vuoto e risolvere un problema urgente come quello dell’alimentazione dei più piccoli – ci racconta Guendalina, una delle volontarie –. Ma abbiamo capito subito che la crisi si sarebbe protratta”. “Abbiamo attivato le distribuzioni già nella seconda metà di marzo occupandoci di 260 bambini – ci spiega Carlo Stasolla, presidente dell’associazione –. Purtroppo la situazione è rimasta esplosiva e non accenna a migliorare. Ancora oggi, dopo aver evitato lo sgombero del campo di Castel Romano, distribuiamo circa 180 pacchi di generi alimentari a settimana tra Tor Bella Monaca e l’area del campo di Via Salone. È ovvio che il perdurare di questa condizione non fa che aumentare il rischio di esplosione sociale”.

Nel cuore della movida romana: San Lorenzo

Da Roma Est ci spostiamo di una quindicina di chilometri verso il centro. Siamo nel II municipio, a due passi dall’università La Sapienza, nel quartiere San Lorenzo. Zona di riferimento per i movimenti romani che ne hanno fatto un laboratorio di autogestione e attivismo civico, ma anche vittima della movida, della speculazione edilizia e di un abbandono da parte delle istituzioni a cui sono spesso i residenti a porre rimedio.

Esc atelier, in via dei Volsci, è uno degli spazi sociali che ha aperto le proprie porte trasformandosi in magazzino per la distribuzione dei pacchi alimentari. Un lavoro quasi porta a porta quello dei volontari e degli attivisti della Libera Repubblica di San Lorenzo – una rete di cittadini, associazioni, commercianti e spazi sociali – che si sono mobilitati per rintracciare le persone residenti che vivevano situazioni di difficoltà. “Abbiamo attaccato cartelli nei condomini e distribuito centinaia di volantini da cui è nato una sorta di nostro piccolo censimento delle famiglie in difficoltà”, ci racconta Rocco, uno degli attivisti.

“Tutte le persone che sopravvivevano grazie all’economia sommersa, magari con lavori in nero o parzialmente irregolari, sono state completamente abbandonate dalle istituzioni – ci spiega Marta di Communia, una delle realtà che compongono la Libera Repubblica –. I sussidi sono stati insufficienti o sono arrivati in ritardo. Noi qui abbiamo dato una risposta emergenziale, ma sappiamo bene che tutto questo non sarà sostenibile a lungo termine”. “Continuiamo ad avere famiglie che ci chiedono assistenza per la distribuzione di generi alimentari di prima necessità – prosegue Alessandro di Esc –, con l’ulteriore difficoltà che ora i supermercati non permettono più la spesa sospesa”.

Il silenzio assordante delle istituzioni

Da tutti i fronti la critica più dura è rivolta alle istituzioni. Se e quando erogate, le misure adottate sono sin qui risultate “di difficile fruibilità, di complessa e articolata procedura burocratica”, nonché “di portata minima per le necessità effettive di una crisi a medio e lungo termine”, è l’accusa della Caritas romana.

“Ciò che manca in questa fase, ancora pienamente emergenziale, è una risposta da parte delle istituzioni – conferma Carlo Stasolla da Tor Bella Monaca – . Il loro silenzio è assordante, tanto a livello nazionale quanto regionale e comunale, sia in termini di ricerca fondi, sia di assistenza pratica. Percepiamo una solitudine ormai quasi sistemica”.

“Sapevamo che questa nuova fase sarebbe arrivata, eppure non c’è traccia di un intervento organico da parte delle istituzioni – conferma Elisa Sermarini della Rete dei numeri pari –. Si continua a gestire a spezzoni un’emergenza che era assolutamente prevedibile. Non ci sono stati investimenti sufficienti né sulla sanità territoriale, né su trasporti o scuole. Tutto ciò appare ancora più grottesco se si pensa che tra circa sei mesi a Roma ci saranno le elezioni amministrative e la politica non si sta ponendo, nemmeno in chiave elettorale, il problema di contrastare una povertà ormai dilagante”.

Mentre a livello governativo gli aiuti arrancano, le politiche locali latitano e i litigi prevalgono, le associazioni … [continua a leggere su Lavialibera]

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