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Le poste in gioco del Green New Deal

25 Gennaio 2021 – Riccardo Mastini – Gli Asini

Nel corso degli ultimi due anni, lo slogan del Green New Deal è stato adottato da molti movimenti di base in tutto il mondo per articolare le loro rivendicazioni concernenti la transizione ecologica: dal Sunrise Movement alla Grassroots Global Justice Alliance, dal The Leap al Green New Deal for Europe. La popolarità di tale slogan ha catturato l’attenzione della classe politica, con manifestazioni di autentico interesse da parte di alcuni (come nel caso di Bernie Sanders e Jeremy Corbyn) e di greenwashing da parte di altri (si pensi allo European Green Deal della Commissione europea). Il risultato è che tutti parlano di Green New Deal, ma con poco consenso su ciò che esso veramente rappresenti. In questo articolo vorrei spiegare perché il Green New Deal articolato dai movimenti di base è fondato su tre principi non negoziabili: la transizione ecologica deve essere pianificata, inclusiva, ed equa.

Il Green New Deal, per come esso è pensato dai movimenti sociali, esprime un netto rifiuto dell’approccio neoliberista nel fronteggiare la crisi ecologica e riconduce quest’ultima a un colossale fallimento del libero mercato. Ciò di cui abbiamo bisogno, dunque, è che i governi assumano attivamente un ruolo di guida seguendo la prescrizione formulata da Keynes, secondo cui “l’importante per il governo non è fare le cose che gli individui stanno già facendo, e farle un po’ meglio o un po’ peggio, ma fare le cose che al presente non vengono fatte per niente”. Un Green New Deal deve quindi andare oltre le semplici proposte di investire in ricerca e sviluppo, introdurre sussidi, e tassare le emissioni di carbonio. Mentre tutte queste misure possono essere marginalmente utili, non possono sostituire il ruolo fondamentale del settore pubblico nel coordinare e finanziare la trasformazione del sistema infrastrutturale e produttivo.

La transizione ecologica deve essere finanziata dal pubblico poiché la maggior parte degli investimenti necessari sono costosi e non remunerativi nel breve periodo: ciò li rende poco appetibili per un settore privato altamente finanziarizzato e votato al profitto immediato. Inoltre, la transizione ecologica deve anche essere coordinata, poiché la maggior parte delle infrastrutture da trasformare (rete ferroviaria e stradale, rete per la distribuzione dell’acqua e dell’elettricità, eccetera) sono dei monopoli naturali e quindi la presenza di un unico operatore è più efficiente di una pluralità d’imprese. Da tale considerazione deriva la proposta di socializzare le infrastrutture strategiche in sempre più paesi e municipalità nel mondo. Non si può affidare all’anarchia del mercato la transizione ecologica perché è un problema complesso che implica la necessità di coordinazione. Per questo è necessaria una pianificazione indicativa.

La transizione ecologica deve essere finanziata dal pubblico poiché la maggior parte degli investimenti necessari sono costosi e non remunerativi nel breve periodo

Riguardo alla questione lavorativa, risulta evidente che una trasformazione radicale del tessuto produttivo può ripercuotersi in maniera drammatica su molti lavoratori. Per tale ragione, è necessario che il Green New Deal sia un programma inclusivo all’insegna del principio della ‘transizione giusta’ (just transition): i lavoratori di quei settori che verranno soppressi o ridimensionati devono essere tutelati e impiegati in nuovi ‘lavori verdi’. La buona notizia è che i dati ci rivelano che un euro investito nella transizione ecologica produce molti più posti di lavoro dei tanti euro con cui continuiamo a foraggiare le industrie inquinanti. La produzione e installazione d’impianti energetici da rinnovabili, l’efficentamento degli edifici, le riparazioni di oggetti ed elettrodomestici, l’agroecologia su piccola scala, eccetera sono attività che possono creare molti posti di lavoro, difficili da delocalizzare e da automatizzare.

Ma oltre che creare nuovi posti di lavoro verdi nel settore privato, il Green New Deal prevede un “lavoro di cittadinanza” (job guarantee): con questo programma lo Stato s’impegna a operare come datore di lavoro di ultima istanza e offrire un lavoro a chiunque possa e voglia lavorare. Si noti che – contrariamente al famigerato workfare – il “lavoro di cittadinanza” sarebbe addizionale a tutte le misure di sussidio già esistenti e anche a un eventuale reddito di base incondizionato. Ciò permetterebbe di fornire forza lavoro a quei servizi essenziali per la transizione ecologica ma che il settore privato tende a ignorare perché non generano alti profitti: i servizi di cura dell’ambiente e delle persone.

Sia la pandemia di coronavirus che la crisi ecologica rivelano che abbiamo un disperato bisogno di una trasformazione economica che metta al centro attività di riproduzione socio-ecologica piuttosto che la produzione di beni di consumo. Per riproduzione socio-ecologica s’intende, ad esempio, la messa in sicurezza del territorio, il riciclo dei rifiuti e le filiere di approvvigionamento energetico e alimentare di prossimità, nonché istruzione, cultura e salute. È tempo di prendersi cura sia delle persone che del pianeta. La cura può diventare il segno distintivo di un’economia basata sul sostentamento del vivente, piuttosto che sull’espansione delle merci. Le attività di cura sono ad alta intensità di lavoro perché traggono il loro valore dall’attenzione e pazienza con cui vengono profuse. Risulta perciò evidente il loro potenziale nel ridurre la disoccupazione favorendo al contempo la creazione di una società più umana.

Il terzo elemento qualificante di un Green New Deal è che la transizione ecologica sia equa, ossia all’insegna della giustizia ambientale. Vi è infatti un rapporto diretto fra censo e livelli di emissioni personali, e quindi di responsabilità per la crisi ecologica (paradigmatico è il caso delle emissioni generate dal settore dell’aviazione). In Italia il 10% dei cittadini più ricchi emette in media diciotto tonnellate di Co2 pro capite all’anno, mentre il 40% più povero ne emette in media solo quattro. Al contempo vi è invece un rapporto inverso fra ricchezza personale e vulnerabilità ai disastri ambientali. Il fatto che le classi sociali più povere siano più vulnerabili alla crisi ecologica deriva dal fatto che la ricchezza funge da ammortizzatore fra un cittadino e la sua esposizione al rischio. Come ha rilevato l’Agenzia europea dell’ambiente, le persone a basso reddito tendono a essere maggiormente colpite dai rischi ambientali per la salute. Infatti, i più poveri hanno maggiori probabilità di essere esposti all’inquinamento, dipendono maggiormente da servizi pubblici sempre più scarsi e le loro abitazioni tendono a essere di qualità inferiore. Il riscaldamento globale non fa che peggiorare le cose: le estati sempre più torride colpiranno più duramente le persone a basso reddito che vivono in appartamenti non ventilati e che fanno mestieri logoranti.

In Italia il 10% dei cittadini più ricchi emette in media diciotto tonnellate di Co2 pro capite all’anno, mentre il 40% più povero ne emette in media solo quattro

Ne consegue che chi ha generato la crisi climatica debba sobbarcarsene i costi e che i più vulnerabili ricevano aiuto nel navigare in un’epoca di profonda trasformazione economica e di più frequenti disastri ambientali. Piuttosto che la carbon tax, la tassazione da utilizzare è perciò quella sui redditi e sul patrimonio per ridurre il potere d’acquisto di coloro che inquinano in maniera spropositata e redistribuire tale ricchezza a coloro che vivono in condizioni di precarietà. Per stabilire una frontiera antagonista, è perciò necessario stabilire un nesso fra la diseguaglianza economica e la responsabilità per la crisi ecologica. Ciò che è successo in Francia con le proteste dei Gilets jaunes dovrebbe essere di monito a coloro che trascurano la centralità della questione sociale nella transizione ecologica.

Coerentemente con queste premesse, il Green New Deal rifiuta di ridurre la transizione ecologica a una questione di stili di vita individuali, che rischia di avere derive di elitismo e quindi alienare la maggioranza dei cittadini. Per costruire un programma ecologista e progressista è innanzitutto necessario indicare l’élite economica e politica nazionale come responsabile dell’inazione di fronte all’emergenza climatica. Questo spostamento della frontiera antagonista – dalla denuncia dei comportamenti individuali alla denuncia dell’assenza di cambiamenti strutturali – è il primo passo verso l’allargamento dell’ecologia alle classi popolari. In termini di strategia politica, il Green New Deal ambisce quindi a radunare una coalizione eterogenea di elettori che vanno dall’operaio disoccupato delle aree deindustrializzate a cui si promette un ‘lavoro verde’ fino al giovane laureato che vive in un centro urbano ma che si preoccupa della crisi ecologica per se stesso e per i propri figli. Forse non riusciremo mai a far appassionare una maggioranza di cittadini ad astrusi modelli climatici, ma sicuramente possiamo ottenere il consenso popolare a favore di un grande progetto infrastrutturale pubblico e verde per i servizi essenziali alla resilienza socio-ecologica.

Ma per evitare che questa mobilitazione su vasta scala del potere dirigista dello Stato sia top-down è necessario includere nel processo decisionale i sindacati, le comunità locali, le associazioni dei consumatori e quelle della società civile. Porre attenzione alle esigenze specifiche di ogni territorio è un elemento chiave per rendere socialmente accettabile la transizione ecologica. Per dirla con Guido Viale, “il Green New Deal è il ‘socialismo’ del nostro secolo, completamente diverso da quello dei due secoli precedenti: (…) non si accontenta della nazionalizzazione dei mezzi di produzione, né vuole una gestione condivisa da parte di ogni comunità; invece di un piano centralizzato vuole una molteplicità di negoziazioni tra organismi e comunità autonome; invece del controllo dello Stato da parte di un partito persegue un federalismo che affianchi agli organi della rappresentanza strumenti di partecipazione popolare”.

Come il suo omonimo prima di lui, il Green New Deal sarà inevitabilmente un “compromesso di classe” fra mobilitazioni dal basso e i gruppi più lungimiranti dell’élite economica e istituzionale. Quindi, non si deve né respingere il Green New Deal per non essere sufficientemente ambizioso né accettarlo acriticamente. Ma piuttosto tenere a mente che le forme che assumerà in ogni paese saranno il risultato della forza con cui i movimenti per la giustizia climatica – come ad esempio Fridays for Future, Extinction Rebellion, i comitati contro le grandi opere inutili e dannose, quelli contro le nocività, eccetera – riusciranno a imporre le proprie rivendicazioni a livello nazionale. Per riformare il capitalismo o superarlo, i movimenti per la giustizia climatica devono porre al centro delle loro considerazioni strategiche – almeno temporaneamente – lo Stato. Le élite politiche esercitano la loro relativa autonomia dal capitale e dalle sue considerazioni di profitto immediato solo se poste sotto sufficiente pressione dal basso. Lo Stato disciplinerà il capitale solo se minacciato. E per questo abbiamo bisogno di movimenti inclusivi e strategicamente intelligenti.

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