Abbandoni scolastici, un disastro per l’intera società

Abbandoni scolastici, un disastro per l’intera società

Di Floriana Bulfon – 29 gennaio 2019

Per la prima volta dopo dieci anni di interrotta diminuzione, nel 2017 in Italia le uscite precoci dal sistema scolastico sono aumentate. Oltre a rischiare l’esclusione sociale, questi ragazzi sono a volte facili prede della criminalità organizzata. C’è però chi non abbassa le braccia.

ragazzi giocano con la neve con sullo sfondo la torre di Pisa
Nel 2017, secondo l’Istat, i giovani di 18-24 anni con la licenza media non inseriti in un percorso di istruzione o formazione sono arrivati al 14%. In Europa solo a Malta, in Romania e in Spagna il tasso è più elevato.
(Keystone / Fabio Muzzi)

“Andavo a scuola, ma stavo ore in bagno”. Andrea fa avanti e indietro lungo il muretto di un giardino di cemento, lo skate sotto ai piedi e la bora che tira forte e lo ribalta. Andrea vive a Trieste con la mamma disoccupata e il papà che lavora in fabbrica “però non guadagna tanto, andiamo avanti come riusciamo”. Andrea ha sedici anni e la prima media. L’hanno sospeso per un banco bruciato con l’accendino e bocciato già tre volte. “Il fatto è che mi annoio spesso”, spiega. Cos’è la noia? “È un tunnel che se lo prendi bene, se ci entri bene, non ne esci”. E la scuola è noia: “Perché è fuori dalla realtà”.

“La noia? È un tunnel che se lo prendi bene, se ci entri bene, non ne esci. E la scuola è noia perché è fuori dalla realtà.”

Mille e cinquecento chilometri più a sud Mario aspetta seduto sulle scale dei palazzoni di cartongesso feriti dallo scirocco. Tra frigo e materassi su un muro qualcuno ha scritto “la tua invidia è la mia fortuna”. Mario ha quattordici anni, quattro fratelli e vive allo Zen, la Zona Espansione Nord di Palermo. “A scuola ci vado, ma solo un po’”, precisa. Ogni tanto aiuta il padre parcheggiatore abusivo. “Non commetto reati”, afferma. Altri alla sua età li ritrovi già a fare le vedette, a nascondere pistole e cristalli di cocaina. Comprati dai boss “con venti euro e due canne”.

È l’Italia degli adolescenti che abbandonano la scuola, confinati ai margini e privati del futuro. Un disastro per l’intera società perché la voragine in cui vengono inghiottiti produce esclusione sociale, povertà e necessità di altro intervento dello Stato.

Abbandoni scolastici in crescita

Per la prima volta dopo dieci anni di ininterrotta diminuzione aumentano le uscite precoci dal sistema scolastico. Nel 2017, secondo l’IstatLink esterno, i giovani di 18-24 anni con la licenza media non inseriti in un percorso di istruzione o formazione sono arrivati al 14% (erano il 13,8% nel 2016). L’Italia è al quartultimo posto in Europa. Fanno peggio solo Malta (18,6%), Spagna (18,3%) e Romania (18,1%).

L’obiettivo in base alla strategia Europa 2020 è stato fissato a meno del 10%, ma lungo la Penisola le quote di giovani che abbandonano prematuramente gli studi sono differenti: dai sette alunni ogni cento in Abruzzo a uno su cinque in Sicilia, Sardegna, ma anche in province del centro-nord come Imperia ed Arezzo.  A lasciare sono spesso i giovani più svantaggiati, un meccanismo che aggrava le diseguaglianze e che spesso non è sostenuto da politiche lungimiranti.

Spese per la scuola diminuiscono

OpenPolisLink esterno, l’osservatorio civico che in Italia si occupa di accesso ai dati pubblici, ha stilato un’accurata analisi e messo in luce la contrazione della percentuale di spesa pubblica dedicata all’istruzione. E così l’Italia, che già prima della crisi si trovava nella seconda metà della classifica europea, è scivolata in basso. Nel 2016 ha speso solo il 3,9% in rapporto al prodotto interno lordo, quintultima tra i 28 paesi dell’Unione europea. La media è del 4,7%. In Svizzera tocca il 5,6%, con un tasso di abbandono che dal 7,7% nel 2008 è passato in meno di dieci anni al 4,5%.

ragazzi in una scuola
Nel 2016 per la scuola l’Italia ha speso solo il 3,9% del prodotto interno lordo, quintultima tra i 28 paesi dell’Unione europea.
(Reuters/Max Rossi )

La quantità di spesa da sola non è una garanzia della qualità del sistema educativo, ma è un indice delle priorità per il Paese.  Basti considerare che tra chi abbandona gli studi quasi uno su due si ritrova disoccupato. Un circolo vizioso che porta in aula l’eredità dell’esclusione.

I figli della crisi sono oltre un milione

La diseguaglianza cresce, con una moltitudine nell’abisso. Oggi i figli della crisi sono oltre un milione, bambini che non possono permettersi un’alimentazione adeguata, un’abitazione riscaldata. Chi ha meno di 17 anni ha una probabilità di diventare povero cinque volte più alta rispetto ai propri nonni.

Come spiega Save The Children nel suo ‘Atlante dell’infanziaLink esterno’, l’ambiente condiziona la crescita e il futuro. Sono sufficienti pochi chilometri per varcare la soglia della segregazione educativa: a Napoli nel borghese quartiere del Vomero a essere senza diploma di scuola secondaria è solo il 2%, tra le vele di Scampia il 20%. Ragazzi che faticano a riscattarsi anche diventando grandi, privati dell’opportunità di apprendere, sperimentare, far fiorire talenti e aspirazioni. Uno spreco generazionale che segna una sconfitta per la democrazia.

E intanto dal 1995 a oggi il Belpaese ha perso lungo la strada tre milioni e mezzo di studenti. A certificarlo è un dossier di Tuttoscuola che confronta il numero di quanti sono entrati in istituti tecnici, professionali o licei e quanti ne sono usciti cinque anni dopo con un titolo. Uno su tre è scomparso e il costo degli abbandoni, guardando ai 23 anni presi in considerazione dal dossier, è di 55,4 miliardi di euro.

“Qui non mi sento scemo”

Un fallimento che cercano di arginare insegnanti di frontiera, maestri di strada, associazioni. Andrea oggi frequenta le aule del centro SMaC. Cinque giorni di lezioni con insegnanti volontari che lo aiutano a conseguire il diploma di terza media. Il progetto “Non uno di meno” della Comunità San Martino al Campo condivide con le scuole tradizionali gli stessi programmi, ma coinvolge i ragazzi con una didattica personalizzata, lezioni di educazione alla relazione e affettività, laboratori dal giardinaggio al recupero di bicilette dismesse. “Qui non mi sento scemo” dice.

Ed è proprio da questa svalutazione che inizia spesso l’abbandono. Dimostrare di preoccuparsi di loro anche se si vive in una delle più grandi piazze di spaccio d’Europa. “Chi perde i propri ragazzi non ha una scuola”, sostiene Eugenia Canfora, preside dell’Istituto professionale del Parco Verde, a Caivano, alle porte di Napoli.

Insieme a un gruppo di insegnanti è il simbolo della resistenza, di chi considera l’insegnamento uno dei valori più importanti della società. “Appena arrivo a scuola vado a cercarli, a chiamarli uno per uno, anche in giro per i bar”, racconta ai Dieci Comandamenti di RaiTre. In questa periferia dove i diritti costituzionali sono disattesi e negati, la scuola è l’unica l’unica strada per infondere i principi della legalità, l’unica porta aperta per garantire un futuro.

“Appena arrivo a scuola vado a cercarli, a chiamarli uno per uno, anche in giro per i bar.”

“Qui ci vorrebbero i professori migliori d’Italia, i più motivati. Invece, spesso arrivano persone che non riescono a reggere questo ambiente e non vedono l’ora di andarsene”, dice la Canfora.

Riannodare i fili

La sua sfida è portare in classe quelli che sono “come figli suoi”. Perché “bisogna ascoltare, capire i ragazzi che vivono qui poiché nessuno sceglie di spacciare”, spiega un’operatrice che allo Zen, nel silenzio, cerca di riannodare i fili e costruire alternative. Perché lo Zen, stereotipo di inferno, bisogna guardarlo “da dentro e dal basso”, scrive l’antropologo Ferdinando Fava. 

vista dall'alto del quartiere Zen di Palermo
Il quartiere Zen di Palermo.(wikimedia.org)

Rosalia cammina tra bottiglie di plastica che rotolano. “Tutti i giorni mi devo difendere”, dice. Undici anni e l’ombretto “abbinato al colore della maglietta”. Luca tira un calcio al pallone. Marco gli corre dietro. È tornato da poco dalla Germania: “A me lì non piace, perché chiamano subito la polizia”. “La polizia mi fa schifo”, precisa Luca, che oggi ha vinto 120 euro. “Ho chiuso la bolletta, glieli ho dati a mia madre per la spesa”. Sale scommesse a ogni angolo per sperare e riciclare. Questi bambini di dieci anni hanno una regola: “Quando ci fermano al centro commerciale è meglio non scappare. Ti portano da tua madre e deve pagare quello che hai rubato”.

“Io non scendo mai a Palermo”, dice Maria. Per lei il mondo si ferma qua. Adolescente con le trecce e “un po’ di problemi con la giustizia”, ha picchiato una vigilessa e “anche il vigile, ma nel foglio non c’è scritto”, ammette con candore.

Facili prede della criminalità

Più in là Brancaccio è un’identità scritta a forza sulle saracinesche chiuse. “Qualcuno qui dice che la mafia è bella”, confessa un quindicenne. Un suo amico ha appena fatto una rapina, la prova violenta. Del resto, l’ultimo custode del libro mastro del pizzo aveva poco più che vent’anni. Negli “Stati Uniti”, la zona accanto al passaggio a livello pozzanghera di povertà, si smontano motorini, perché “le cose rubate qui ci possono stare”.

Giovanna ha quattordici anni e abita dietro a una porta con il nome scritto sul cartone. Sono in sei in una camera e cucina vista strada. Il padre, un passato da piccolo criminale, la accompagna negli scantinati da dove si sospetta sia partita la Fiat 126 che ha seminato la morte in via D’Amelio. Oggi ci sono grembiuli e disegni colorati, come voleva Padre Pino Puglisi. “Si portava i ‘picciriddi cu iddu'”, ha svelato il suo sicario Salvatore Grigoli. Questa la sua colpa: toglierli dalla strada. 

bara di Pino Puglisi
Parroco nel quartiere Brancaccio di Palermo, don Pino Puglisi è stato assassinato dalla mafia nel settembre del 1993.(José Luiz Bernardes Ribeiro)

“Non possiamo far finta di non vedere”

A Roma una ventina di docenti hanno deciso di mettersi insieme contro le mafie e la povertà. Emilia Fragale insegna a Centocelle, periferia Sud e dice: “Siamo intellettuali pagati dallo Stato per esercitare una funzione formativa. Per questo non possiamo fare finta di non vedere”. Si tratta di un gruppo di insegnanti costituitosi in maniera quasi spontanea, snello ed aperto a tutti, che si pone l’obiettivo di studiare e condividere proposte operative, buone pratiche, materiali didattici e formazione sul tema delle mafie nel pieno rispetto della Costituzione e degli obblighi della funzione docente”.

La scintilla è scattata proprio tra i quartieri Alessandrino e Centocelle “nei giorni di preparazione dell’assemblea cittadina su ‘Mafie, corruzione e zona grigia’ insieme alla Rete dei Numeri Pari” che è stata ospitata proprio nei locali dell’Istituto Comprensivo il 23 novembre scorso.

Il terreno nelle scuole del territorio, però, era fertile già da qualche anno: “La prima iniziativa l’abbiamo organizzata il 23 maggio del 2017, in occasione del 25esimo anniversario della strage di via Capaci – prosegue Emila Fragale. Abbiamo messo in scena al Teatro Biblioteca Quarticciolo un concerto delle orchestre degli indirizzi musicali del territorio insieme all’Istituto Comprensivo via Luca Ghini all’Alessandrino. Quel giorno si è tenuta anche una marcia di studenti e famiglie attraverso il quartiere con il coinvolgimento del Municipio V e la partecipazione di istituzioni ed associazioni autorevoli. Nonostante in molti quartieri sia acclarata dagli enti competenti la presenza delle organizzazioni criminali, la cittadinanza ne sembrava completamente inconsapevole. Fu un modo per iniziare a parlare con i ragazzi di questi temi”.

Nel frattempo una collaborazione “tra le scuole e la parrocchia di San Giustino Martire all’Alessandrino ha fatto scattare i laboratori di mutualismo sociale in quel quartiere”.

Perché “in molte aree della città scarseggiano i presidi sociali mentre la crisi economica dilaga. E non dobbiamo mai dimenticare che il fattore socio economico è fondamentale per reperire la manovalanza di cui si serve la criminalità per le sue attività su un territorio”. Un vero e proprio “welfare sostitutivo di fronte al quale i ragazzi devono essere preparati e dovrebbero poter avere un’alternativa.

“Una parte del percorso è nato nel segno di due simboli della lotta alle mafie come Falcone e Borsellino, ma sappiamo che gli eroi non servono”.

“Non azioni eclatanti, ma un lavoro costante”

È così che nei quartieri le scuole sono i presidi di formazione civica. “Una parte del percorso è nato nel segno di due simboli della lotta alle mafie come Falcone e Borsellino, ma sappiamo che gli eroi non servono. Quegli eroi erano semplicemente persone che facevano bene il proprio lavoro. Per questo siamo consapevoli che l’unico modo per incidere è lavorare bene nel quotidiano, tutti, in ogni settore”.

Il Coordinamento è nato anche per questo: “Nel mondo della scuola ci sono tante persone che fanno bene il proprio lavoro ma troppo spesso non abbiamo uno spirito di corpo – spiega Emila Fragale. E chi lavora su queste tematiche in alcuni contesti può sentirsi spaesato. Il nostro gruppo vuole essere invece un momento di studio e di confronto con qualunque insegnante voglia inserire questi temi nella propria didattica. Pensiamo a un portale dove mettere in comune materiali didattici, proposte di spettacoli, e corsi di formazione per l’aggiornamento professionale per docenti. Non azioni eclatanti ma un lavoro costante, a lungo termine”. 

Luoghi aperti, strumenti vivi di riscatto dove si rimette la cultura al centro costruendo relazioni di cura educativa. Per ritrovare i dispersi, quelli bocciati, cacciati, quelli che nessuno vuole più.

29 Gennaio 2019 / by / in
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