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La primavera delle coscienze – 21 marzo, XXIV Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie

19 marzo 2019

Primo giorno di primavera, il 21 marzo sarà la XXIV Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Un momento di raduno collettivo nella lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione che passa, prima di tutto, dalla memoria delle oltre 900 vittime innocenti delle mafie affinché ognuno possa essere portavoce di una richiesta di verità e giustizia. Una memoria condivisa, viva, partecipe, che nomina ad alta voce, una ad una, tutte le vittime in pari dignità, a prescindere dai ruoli, dalla notorietà, dalle circostanze. Non solo un simbolo, ma una tappa del quotidiano impegno di ognuno per la giustizia, per la verità, per il bene comune.

Ufficialmente istituita per legge il 1 marzo del 2017 con voto unanime della Camera dei Deputati come giornata nazionale ma celebrata già dal 1996 su iniziativa di Libera e Avviso Pubblico, quest’anno la piazza principale sarà a Padova che accoglierà la manifestazione nazionale intitolata “Passaggio a Nord Est, orizzonti di giustizia sociale”, e simultaneamente si svolgerà in migliaia di luoghi d’Italia, d’Europa e dell’America Latina. Una scelta per stare vicino a chi non si rassegna alla violenza mafiosa, alla corruzione e agli abusi di potere e per valorizzare l’opera di tante realtà, laiche e cattoliche, istituzionali e associative, impegnate per il bene comune, per la dignità e la libertà delle persone.

Formia ospiterà invece la giornata della memoria e dell’impegno organizzata da Libera nel Lazio. La provincia di Latina, si legge nel comunicato, segue quella di Roma per sequestri e arresti antidroga e per numero di beni confiscati, una terra segnata dalla storica presenza delle camorre, dalle pressioni delle ‘ndrine calabresi o dei gruppi legati ai Casamonica, fino all’aumento di intimidazioni agli amministratori pubblici.

La Rete dei Numeri Pari, ha accolto la proposta maturata dal Coordinamento docenti contro mafie, povertà e razzismo di organizzare la manifestazione nel quartiere della Romanina. Nella periferia sud-est della capitale d’Italia, la Romanina è un territorio sotto scacco del clan dei Casamonica, ma anche luogo di esperienze positive di una comunità solidale e corresponsabile, crocevia di bisogni, desideri e speranze di chi abita i luoghi e gli spazi. Una giornata di investimento culturale ed educativo, che, dalle ore 9 alle ore 13, nel Giardino della Giustizia in viale Luigi Schiavonetti, si tramuterà in spettacoli teatrali, concerti, incontri con le associazioni e studenti.

Con 94 clan a terra, più di 100 piazze dello spaccio e lo scoppio di ‘Mafia Capitale’, parlare di mafia a Roma è ancora complicato. “ Accettare il faccia a faccia sui territori rappresenta una precondizione necessaria se si intende veramente invertire la rotta in questa città”, afferma la Rete dei Numeri Pari “È necessario dirci, con meno ipocrisia rispetto a chi ci governa, che la forza delle mafie sta fuori dalle mafie, nelle culture e nei comportamenti complici e funzionali, nella zona grigia, nelle convergenze e nelle alleanze, nel familismo amorale, nel relativismo e nell’insofferenza per la democrazia, nella deresponsabilizzazione degli individui, nella povertà e nelle disuguaglianze. Più aumentano le disuguaglianze e le povertà in Italia e a Roma e più saranno forti le mafie e la corruzione, più i governi saranno incapaci di garantire servizi nelle periferie e maggiore sarà la guerra tra poveri e il razzismo, che altro non è che l’espressione dell’esclusione sociale istituzionalizzata. La precondizione per sconfiggere le mafie sta nella giustizia sociale e per questo c’è bisogno di un pensiero lungo in questa città e non di slogan.” Un esercizio di memoria non isolato ma accompagnato da azioni quotidiane concrete che la Rete dei Numeri Pari porta avanti nel territorio da più di un anno, collaborando con insegnanti, studenti, associazioni e comitati, organizzando laboratori, iniziative e creando legami. Una cucitura solidale tra reti e persone di cui la giornata del 21 marzo è espressione e che combatte mafia, corruzione e povertà illuminando con forza i luoghi dove sono state per troppo tempo protagoniste.

Un momento per ricordare, ad alta voce, come la primavera delle coscienze richieda di non essere cittadini ad intermittenza ma di assumersi l’impegno a non delegare, ad agire, ad allontanare indifferenza e rassegnazione, a non lasciare soli quei territori che costantemente si rapportano con fenomeni di violenza mafiosa.

Martina Di Pirro

19 Marzo 2019 / by / in
Non ci faremo devastare | Una sola grande opera: casa e reddito per tutt*!

Dall’approvazione del decreto legge su sicurezza e immigrazione, in maniera inarrestabile, un blocco sociale meticcio continua ad aggirarsi per i territori reclamando diritti primari come la casa, la salute, il reddito, lo studio e la qualità dell’ambiente in cui viviamo. Un universo sociale in movimento che ritiene di non avere governi amici e si batte contro l’esclusione sociale, il razzismo istituzionale, la guerra tra poveri e la speculazione sui territori. Un mondo solidale che non intende lasciare il passo a chi alimenta tensioni e odio sociale al fine di aumentare un consenso basato sulla xenofobia e sulla paura del diverso.

Riteniamo questo il vero anticorpo al presunto cambiamento del governo giallo-verde, il cui operato è in assoluta continuità con i governi precedenti, e di cui il Ministero delle Infrastrutture è un luogo emblematico. A dispetto dei proclami elettorali, infatti, le grandi opere inutili e nocive vanno avanti e vengono spesso barattate col diritto al lavoro o alla salute, mentre l’unico atto ‘forte’ del Ministro Toninelli è stato spalleggiare il Ministro degli Interni nel chiudere politicamente i porti.

Inoltre, sul fronte del diritto all’abitare il Ministero non ha smosso una foglia, mentre l’art.5 del Piano Casa Renzi-Lupi 2014 rimane in vigore nonostante il M5S l’avesse osteggiato nelle aule parlamentari. Insomma, casa e ambiente rappresentano un’altra stella che ha smesso definitivamente di brillare per i soci di maggioranza del governo.

È chiaro che, laddove la legalità senza giustizia sociale diventa l’asse intorno al quale far ruotare tutti i provvedimenti liberticidi approvati, non basta la fascinazione del reddito di cittadinanza per produrre giustizia sociale e ambientale. Si va piuttosto verso una società di controllori e controllati, dove anche le misure di contrasto alla povertà e la realizzazione delle cosiddette grandi opere sono subordinate all’accettazione di regole dal forte sapore ricattatorio.

Dall’altra parte, le pratiche di riappropriazione messe in atto in tutta Italia nascono proprio dalla necessità di liberarsi dal ricatto di affitti e mutui esorbitanti, dallo sfruttamento del circuito d’accoglienza, dalla necessità di vivere forzatamente con i propri genitori per i giovani precari in assenza di un reddito utile per autodeterminarsi. Le occupazioni per necessità hanno in questo senso aperto un conflitto insanabile contro la rendita, le speculazioni immobiliari, il malaffare legato alla gestione dell’emergenza, il consumo di suolo e la cementificazione dei territori.

Dentro questi percorsi nasce un diritto all’abitare basato sulla rigenerazione urbana intesa come riuso, contrasto alla devastazione della rendita, riproduzione sociale in forma meticcia. Insieme inquilini senza titolo, sfrattati, morosi e occupanti di case rappresentano una leva formidabile di rivendicazione materiale di reddito diretto e indiretto, di alleanze e complicità naturali che devono potersi esprimere e rappresentare con forza ancora maggiore.

È partendo da queste riflessioni che il Movimento per il Diritto all’Abitare si dà appuntamento il 23 marzo alle ore 12 a Porta Pia per far sentire la voce alta delle lotte sotto un Ministero tanto cruciale quanto foriero di bufale come quello delle Infrastrutture, per poi raggiungere insieme piazza della Repubblica da dove partirà la marcia che porterà a Roma centinaia di istanze territoriali.
Pensando che la data del 23 marzo non sia un traguardo ma una tappa di accumulazione di forze, anche il percorso di avvicinamento alla data e i passaggi successivi diventano decisivi. Le occupazioni minacciate di sgombero, gli inquilini senza titolo delle case popolari e degli enti, i nuclei in emergenza abitativa che rischiano di essere cacciati dai residence, le persone sottoposte a procedure di sfratto per morosità, gli studenti ricattati dagli affitti in nero, i titolari insolventi di un mutuo devono assumere come necessario il conflitto perché il fabbisogno abitativo si affronti e si risolva con il patrimonio privato e pubblico già costruito. Per questo nei prossimi giorni saremo a manifestare sotto la sede dell’Inps, proprietaria di un ingente patrimonio immobiliare utilizzabile per dare una prima risposta alle necessità di questa città.

Per dare un contributo al processo che si sta innescando con la marcia del 23 marzo, anche le realtà che sono impegnate sul fronte dell’abitare devono trovare un momento di confronto per procedere insieme dentro una campagna generalizzabile per il diritto alla casa come bene d’uso e non di scambio. Come parte indivisibile di un welfare diretto non soggetto ai diktat della crisi e della sorveglianza sociale.
Siamo ancora in tempo!

23 marzo ore 12 concentramento a Porta Pia!
Una sola grande opera: casa e reddito per tutt*!

Movimento per il diritto all’abitare

18 Marzo 2019 / by / in
Padova, piazza principale della Giornata della Memoria e dell’Impegno

Il programma della Giornata: Aperte le iscrizioni dei seminari

Si svolgerà a Padova, come piazza principale, la XXIV Giornata della Memoria e dell’Impegno che ricorda di tutte le vittime innocenti delle mafie e rinnova in nome di quelle vittime l’impegno nella lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione.La giornata è promossa da Libera, Avviso Pubblico in collaborazione con  la Rai – Responsabilità sociale e sotto l’Alto Patronato del Presidente de la Repubblica. “Passaggio a Nord Est, orizzonti di giustizia sociale” è il tema che accompagnerà il 21 marzo, durante il quale i familiari di vittime innocenti delle mafie saranno presenti a Padova e nei tanti luoghi dove si svolgerà la manifestazione. Durante la giornata saranno letti i circa 1000 nomi di vittime innocenti delle mafie, semplici cittadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell’ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali morti per mano delle mafie solo perché, con rigore, hanno compiuto il loro dovere.

20 marzo – Basilica Sant’Antonio da Padova

ore 18.30 Veglia in ricordo delle vittime innocenti delle mafie

21 marzo – Padova

Dalle ore 7:00 arrivo dei partecipanti

Dalle ore 9:00 Piazzale Boschetti partenza del corteo

Ore 11:00- Prato della Valle arrivo corteo e lettura dei nomi delle vittime innocenti delle mafie dal palco;

ore 12.00 intervento finale Luigi Ciotti

Dalle ore 14:30 alle 17:00, in otto sale della città di Padova si svolgeranno i seminari tematici.

INDICAZIONI PER I PULLMAN PRIVATI
Scarico dei partecipanti: parcheggio Nord della Fiera di Padova e viale della Pace.
I bus privati potranno arrivare nei punti su indicati per lo scarico attraverso la via Friburgo (uscita autostradale PD-EST e PD-OVEST).
Sosta dei Bus: Stadio Euganeo e parcheggio di piazza Centenario  Club Ignoranti (corso Australia)
Ripartenza: Prato della Valle, alla riapertura della viabilità, ore 13:30 circa

INDICAZIONI PER CHI VIAGGIA IN TRENO

Per i gruppi organizzati (di almeno 10 persone) Trenitalia prevede la possibilità di richiedere riduzioni del 30% sui treni Frecciarossa, Frecciargento, Frecciabianca, Intercity, Intercity Notte, in carrozza cuccetta o VL.
Clicca qui per saperne di più.

Seminari

[compila il form per l’iscrizione]

1 – Oltre la riforma: dal nuovo codice antimafia alle innovazioni normative sui beni confiscati(Sala conferenze della Camera di Commercio di Padova – Piazza Insurrezione 28 aprile 1945)

2 – Le mafie nel Triveneto, dal passaggio al radicamento (Auditorium del Centro Culturale Altinate San Gaetano – via Altinate 71)

3 – Scende la neve: il traffico di sostanze stupefacenti (Sala Rossini, Caffè Pedrocchi – via VIII Febbraio 15) DISPONIBILITA’ POSTI ESAURITA

4 – Impauriti e impoveriti: quali politiche sociali per sconfiggere disuguaglianze e mafie(Aula E, Palazzo Bo – Polo di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Padova – via VIII febbraio 2) DISPONIBILITA’ POSTI ESAURITA

5 – La memoria come strumento di cucitura del legame sociale (Sala Conferenze Cuamm. Medici con l’Africa – Opera San Francesco Saverio – via San Francesco 126)

6 – Rompere i legami mafiosi per rinascere: terza via, liberi di scegliere e Amuní (Sala Paladin, Palazzo Moroni (Municipio), via VIII febbraio 8)

7 – Non restiamo in panchina: educazione e integrazione la vera partita dello sport (Aula Nievo, Palazzo Bo – Polo di Giurisprudenza dell’Università degli studi di Padova – via VIII febbraio 2)

8 – Il ruolo degli amministratori locali nella lotta a mafie e corruzione (in collaborazione con Avviso Pubblico) (Sala Anziani, Palazzo Moroni (Municipio), via VIII febbraio 8)

9 – Regole trasparenti negli appalti, per prevenire la corruzione e le infiltrazioni mafiose e per tutelare il lavoro (in collaborazione con CGIL, CISL e UIL) (Scuola Edile CPT – via Basilicata 1)

Con il Patrocinio

Regione Veneto e Comune di Padova

In collaborazione e con il sostegno

 Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Cgil, Cisl e Uil, Unioncamere Veneto e Csv Padova, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Banca Etica, BBC Credito Cooperativo Federcasse, Gruppo Unipol, Cia, Alce Nero, Coop Alleanza 3.0, Ima e Lauretana.

Vettore ufficiale della Manifestazione Trenitalia Gruppo Ferrovie dello Stato

18 Marzo 2019 / by / in
Forse non hanno capito

16/03/19 – Guido Viale

L’onda d’urto degli studenti in marcia contro l’irresponsabilità delle classi dirigenti di tutto il mondo  ieri ha dato la prima prova della sua forza, ma è solo al suo inizio. Per capire gli sconvolgimenti che è destinata a provocare nell’establishment basta forse il quotidiano Repubblica; fino a tre giorni fa riempiva le prime pagine con titoli di scatola e foto smisurate a sostegno del TAV Torino-Lione, come se da esso dipendessero le sorti, se non del pianeta, certamente del paese; da tre giorni fa altrettanto con la marcia per il clima Friday for Future e il suo simbolo, Greta Thunberg. Forse conta di assorbirne lo spirito di rivolta con qualche pacca simbolica sulle spalle di “tanti bravi giovani”, per riprendere, passata la tempesta, l’amata battaglia pro Grandi opere. Così la pensa sicuramente il neosegretario del PD Zingaretti, che ha dedicato la sua vittoria a Greta e poi è andato a complimentarsi con quelli del cantiere del Tav; prova, per lo meno, di dissociazione mentale. D’altronde la schiera dei camaleonti che faranno finta di salire sul carro di Greta sarà un vero esercito. Ma non riusciranno a prendere in giro questi ragazzi come hanno fatto per anni con i loro genitori. “Forse non ci hanno capiti”.

Quello che Greta Thunberg, e con lei milioni di studenti – e non solo studenti, e non solo giovani – esigono non è certo “una passeggiata”. Metterà a dura prova, ed è destinata a sbaraccare, tutte le “classi dirigenti” del pianeta: politici, capi d’azienda, banchieri, accademici, generali e bon vivants. Assecondare le richieste di Greta richiede cose che Signori e signorotti della Terra non sono nemmeno in grado di concepire. Per esempio:

Lasciare sottoterra tutti i giacimenti di fossili non ancora sfruttati e ridurre rapidamente a zero i prelievi da quelli operativi: niente Tap e Eastmed; niente nuove trivelle e rinnovo delle concessioni scadute. Incentivi finanziari, ma soprattutto sostegno normativo e organizzativo, alle fonti rinnovabili, alle comunità energetiche, all’efficienza in tutte le utenze, alla riduzione dei consumi superflui.

Riorganizzazione radicale della mobilità: potenziamento del trasporto di massa e a domanda, soppressione in tempi rapidi della “vacca sacra” (Mumford) delle nostre società: l’accoppiata auto-petrolio. Ma il passaggio all’elettrico non basta. L’auto privata non è solo un veicolo; è un sistema che esige la moltiplicazione di strade, parcheggi e congestione; e che alimenta consumi, dispersione (sprawl) urbana e grandi centri commerciali a spese della vita di vicinato. Abbandonarlo per una mobilità flessibile e condivisa richiede cambiamenti radicali degli stili di vita che non possono essere imposti: devono venir resi accettabili con politiche ad hoc nel trasporto pubblico, in campo commerciale, nell’edilizia.

Trasformare completamente, da domani, agricoltura e alimentazione. L’agricoltura industriale consuma dieci calorie di origine fossile per ogni caloria degli alimenti prodotti; avvelena il suolo, ne fa un deserto privo di vita; richiede dosi crescenti di fertilizzanti sintetici, di pesticidi, di erbicidi, di acqua da avvelenare rendendola inutilizzabile; e attraverso piante e animali nutriti così avvelena anche gli esseri umani. Un’alimentazione ricca di carni, poi, richiede allevamenti che danneggiano salute e ambiente, impiegano quantità insostenibili di suolo,  acqua, energia. L’agricoltura che frena i cambiamenti climatici è biologica, multicolturale, multifunzionale (oltre agli alimenti, produce energia, educazione, svago e tutela l’ambiente), di piccole aziende e di prossimità. Può creare legami tra chi produce e chi consuma (Gas o community farming) riproducibili anche in altri campi (lavorazione degli alimenti, energia, trasporto, edilizia e persino nell’industria) e dar lavoro a migliaia e migliaia di giovani acculturati che già oggi tentano un ritorno alla campagna con un grande bagaglio di conoscenze scientifiche. Il suolo vivo assorbe carbonio, più degli alberi. Quello sterilizzato dalla chimica diventa polvere, dilava e scompare per sempre. La senatrice Cattaneo sta guidando una lotta a fondo contro l’agricoltura biologica accomunandola alla stregoneria. E’ ora di spiegare ai signori che parlano in nome di una “scienza” a cui solo loro pretendono di avere accesso – e ce ne sono tanti! – che le pratiche che si oppongono alla manomissione della natura sono il futuro, mentre loro non sono che un presente gravido di catastrofi.

Porre fine alla produzione e al commercio di armi: la nostra principale industria, Leonardo, vive solo di questo. Le armi generano guerre, lutti, miseria e profughi; ma generano anche quantità enormi di CO2che non rientrano nemmeno nel computo delle emissioni misurate per sventare la catastrofe climatica.

Dimenticare il Tav Torino-Lione: la Grande opera più ridicola (insieme ai suoi sponsor, da Meloni-Salvini a Zingaretti-Calenda-Speranza) mai concepita: un cantiere che produrrà più COdell’improbabile riduzione futura basata su previsioni infondate e ipotesi fantasiose.  E con il Tav, dimenticare tutte le  altre Grandi opere, dalle nuove autostrade alla riapertura dei Navigli di Milano ridotti a rigagnoli. Ma a far danno, a portarci nel baratro, ci sono anche i Grandi eventi: dopo l’Expo, le Olimpiadi; e chi più ne ha più ne metta.

Sono pronti Zingaretti, e i giornalisti di Repubblica, e il presidente Mattarella, a un cambio di rotta come questo? L’hanno mai preso in considerazione? Ne hanno mai sentito parlare? Ne sanno qualcosa? No. Non saranno loro a imboccarlo. Ci vuole il desiderio, che loro non hanno, di una società completamente diversa da quella in cui siamo imprigionati; e un movimento di respiro europeo e mondiale come quello che sta rispondendo con convinzione all’appello di Greta Thunberg. Largo ai giovani, allora: quelli che si riconoscono non solo dall’età, ma soprattutto dal desiderio di salvare il mondo. Cambiandolo alle radici.

https://www.manifestosardo.org/forse-non-hanno-capito/

18 Marzo 2019 / by / in
Perché genere e clima sono connessi

Le donne sono più vulnerabili a disastri ambientali e conseguenze dei cambiamenti climatici, e affrontare la disuguaglianza nell’agricoltura potrebbe prevenire due miliardi di tonnellate di emissioni da qui al 2050. Perché genere e clima sono fattori fortemente connessi

Uno degli elementi più rivoluzionari del gender mainstreaming è il presupposto su cui si basa: che qualsiasi politica pubblica ha degli impatti sulle relazioni e sulle disuguaglianze di genere. Implementare un programma di governo, a qualunque livello, attento alla parità di genere non è un processo che si esaurisce nella progettazione di politiche specifiche (ad esempio, l’inserimento di quote di genere negli organismi decisionali delle aziende o in quelli rappresentativi nelle istituzioni), per sperare di essere efficace deve necessariamente prendere in considerazione l’impatto di genere di tutte le azioni che pone in essere.

Se in passato era quasi esclusivamente riservata agli addetti ai lavori, negli ultimi anni la questione sta sempre più interessando il dibattito pubblico, anche grazie a interventi come quello di Katharine Wilkinson alla TEDWomen del 2018.

In pieno stile TED, l’intervento di Wilkinson è di sicuro fonte di ispirazione e grilletto per una riflessione importante su quanto e come la piena inclusione delle donne nelle nostre economie e società cambierebbe lo scenario rispetto alle grandi sfide globali che stiamo affrontando. A partire dalla tutela dell’ambiente e dalla lotta al cambiamento climatico.

Wilkinson è una delle autrici di Project Drawdown, un libro che investiga a fondo le possibili soluzioni per combattere il riscaldamento globale e che mette tra le principali, l’emancipazione delle donne e delle ragazze.

Nel suo intervento a TEDWomen Wilkinson spiega che il legame tra parità di genere e lotta contro il cambiamento climatico si evidenzia in tre aree in particolare, “tre aree in cui possiamo garantire i diritti delle donne e delle ragazze, rafforzare la capacità di resilienza ed evitare le emissioni allo stesso tempo”.

La prima è l’accesso alle risorse – dal credito alla formazione, dagli strumenti di lavoro ai diritti sulla terra. Le donne, argomenta Wilkinson, coltivano un minor quantitativo di prodotti rispetto agli uomini, a parità di grandezza del terreno, perché dispongono di risorse sensibilmente inferiori. Eppure, tra il 60 e l’80 per cento del cibo nei paesi a basso reddito è prodotto dalle donne: questo significa che, se si colmasse la disuguaglianza di genere nell’accesso alle risorse, lo stesso terreno produrrebbe tra il 20 e il 30 per cento in più. Un aumento della produzione nei terreni già adibiti alla coltivazione renderebbe possibile evitare la deforestazione di altre aree. Secondo le stime di Project Drawdown, affrontare la disuguaglianza nell’agricoltura potrebbe prevenire due miliardi di tonnellate di emissioni da qui al 2050.

La seconda e la terza area sono, in realtà, due facce della stessa medaglia, almeno nella prospettiva illustrata da Wilkinson: la scrittrice, infatti, sostiene che una diminuzione della crescita della popolazione mondiale sarebbe un grande aiuto per l’ambiente (pensando all’impatto che avrebbe sulla domanda di cibo, trasporti, elettricità, costruzione di nuovi edifici, produzione di ogni genere di beni). Agire sull’istruzione delle giovani ragazze, da una parte, e sulla disponibilità di strumenti di controllo delle nascite, dall’altra, avrebbe quindi il doppio effetto positivo di rafforzare la capacità decisionale delle donne su loro stesse, sul loro corpo e sul proprio futuro e di ridurre le emissioni a livello globale.

Quest’ultimo percorso concettuale sembra, forse, più avventuroso e spregiudicato del precedente. Vero è, che ci aiuta a riflettere su come ogni azione, qualsiasi sia il livello decisionale al quale viene presa, porta con sé una serie di effetti non intenzionali che potrebbero aiutare ma anche completamente annullare l’effetto dell’azione stessa, oppure creare squilibri, problemi o inefficienze in altri settori.

La connessione tra la tutela dell’ambiente e la lotta al riscaldamento globale, da una parte, e la valorizzazione delle donne nella società e del lavoro femminile, dall’altra, comunque, è un nesso tutt’altro che nuovo all’interno delle istituzioni internazionali. La Convenzione quadro sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Unfccc), il più importante soggetto mondiale in materia, originariamente non menzionava la questione della disuguaglianza di genere. Grazie, però, al lavoro di molti gruppi di pressione e lobby di donne che hanno lavorato costantemente su questo negli ultimi 15 anni, la situazione è cambiata: nel 2012, il legame tra genere e clima è diventato un punto fermo all’ordine del giorno della Conferenza annuale delle parti (Cop), l’organo di governo del processo dei negoziati internazionali sul clima. È stato formato un gruppo di lavoro dedicato a questo tema all’interno del segretariato dell’Unfccc e ai governi è stato chiesto di nominare dei gender focal point, chiamati a rappresentare il punto di riferimento all’interno delle loro organizzazioni e a riferire sui progressi nella parità di genere e nel grado di considerazione dell’impatto di genere nella politica climatica del proprio paese.

Anche le istituzioni europee si sono interrogate sul legame tra cambiamento climatico e parità di genere: particolarmente rilevante è la relazione del Parlamento europeo del 2018 in cui l’aula di Strasburgo ha avanzato alcune richieste specifiche alla Commissione e a tutta la comunità internazionale. Tra queste, il testo propone che i tre meccanismi finanziari nell’ambito della Unfccc (il Fondo verde per il clima, il Fondo mondiale per l’ambiente e il Fondo di adattamento) sblocchino finanziamenti aggiuntivi per una politica di investimento a favore del clima maggiormente capace di rispondere alle problematiche di genere. Il documento richiede che gli aiuti allo sviluppo erogati dall’Unione europea siano subordinati all’inclusione di criteri fondati sui diritti umani e invita la Commissione a prendere l’iniziativa di elaborare una comunicazione esaustiva dal titolo “Parità di genere e cambiamenti climatici – rafforzare la resilienza e promuovere la giustizia climatica nelle strategie di mitigazione e di adattamento”. La Commissione europea, peraltro, nel 2017 ha pubblicato una call for proposals che metteva a disposizione 20 milioni di europer progetti volti a promuovere l’imprenditorialità femminile nel settore dell’energia sostenibile nei paesi in via di sviluppo.

Attive su questo fronte anche UN Women (molto completo il fact sheet sulla parità di genere e il cambiamento climatico) e la Banca Mondiale, che aveva pubblicato al riguardo un report divulgativo già nel 2011. Anche qui, peraltro, venivano già delineati con chiarezza i tre principali elementi che sarebbero poi stati ripresi e in certi casi ampliati da diversi soggetti internazionali: in primo luogo, che le donne sono vulnerabili in maniera sproporzionata rispetto agli effetti dei disastri naturali e del cambiamento climatico nei contesti in cui i loro diritti e il loro status socio-economico non sono uguali a quelli degli uomini; in secondo luogo, che rimediare a questa disuguaglianza e, dunque, investire sull’emancipazione delle donne è un contributo fondamentale per la costruzione della resilienza climatica; infine, che i percorsi di riduzione delle emissioni possono essere molto più efficaci ed equi se, nella loro progettazione, viene utilizzato un approccio che integra una prospettiva di genere – il che significa anche che un numero maggiore di donne deve essere presente negli organi nazionali e globali deputati a prendere decisioni su questo tema.

Insomma, il legame tra ambiente e parità di genere è tutt’altro che nuovo. Ma le istituzioni europee e internazionali non potranno mai competere con la potenza comunicativa di una TED Conference, ed è un fatto positivo che questo argomento abbia sfondato i confini del tecnico e sia arrivato al grande pubblico, perché la consapevolezza diffusa è sempre uno dei primi ingredienti dei cambiamenti di grande portata.

http://www.ingenere.it/articoli/perche-genere-clima-sono-connessi

18 Marzo 2019 / by / in
CHI SEMINA T’ACCOGLIE – Bando di assegnazione degli orti sociali del Villaggio 95 | Roma|

Un unico grande progetto che parte dalla terra per arrivare alla casa. Al via la prima iniziativa del Villaggio 95: gli orti sociali, realizzati da Binario 95 in collaborazione con l’Associazione di Promozione Sociale Orti e Mestieri, in un luogo che diventerà un’oasi della solidarietà. Situato nella zona di Casal Bertone, in Via Ignazio Pettinengo, 53, Villaggio 95 prevede la realizzazione e lo sviluppo di attività incentrate sull’accoglienza, la formazione, l’integrazione e la sostenibilità. Il terreno, di proprietà della Fondazione La Civiltà Cattolica, è concesso in comodato d’uso gratuito alla cooperativa sociale Europe Consulting Onlus, che lo gestisce.

Su una superficie di 8800 mq, 2600 mq sono destinati all’agricoltura sostenibile. Gli ORTI SOCIALI vogliono essere spazi per coinvolgere persone differenti, valorizzandone i saperi, le competenze e le abilità, per dare vita ad un laboratorio informale di cittadinanza attiva, condivisione e coesione sociale.

Sul terreno sono disponibili 26 lotti che saranno assegnati alle associazioni territoriali, ai cittadini, alle famiglie e alle persone senza dimora che usufruiscono dei servizi di supporto sociale del Binario 95.

L’assegnazione degli orti sarà regolamentata dal bando, in scadenza il 31 marzo, che attribuirà 26 lotti ad associazioni territoriali, ai cittadini, alle famiglie e alle persone senza dimora che usufruiscono dei servizi di supporto sociale del Binario 95.

#CHISEMINATIACCOGLIE

Orti sociali

13 Marzo 2019 / by / in
La profezia dello sconfinamento – Alla ricerca di un itinerario di risveglio della coscienza individuale e collettiva

Incontro – dibattito della Rete Numeri Pari Toscana

Venerdì 15 marzo ore 18
presso i locali della scuola dell’Associazione Progetto Arcobaleno
via del Leone 9, Firenze

Con:
Enrico Palmerini – Presidente Coordinamento Toscano Marginalità
Andrea Bigalli – Referente Libera Toscana
Simone Siliani – Direttore Fondazione Finanza etica
Modera Giovanna Le Divelec Devoto,
Presidente onorario Fondazione Andrea Devoto

13 Marzo 2019 / by / in
Non ancora un paese per donne

12 marzo 2019

Un otto marzo di lotta che ha visto centinaia di donne in tutta Italia manifestare per un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo e un welfare universale, autonomia e libertà di scelta sulle vite e sui corpi, ridistribuzione del carico di lavoro di cura e aborto libero e sicuro. Nel Paese del Ddl Pillon, dei femminicidi, degli stupri, degli insulti e delle molestie per strada e nei posti di lavoro, delle discriminazione sulle donne disabili, lo sciopero transfemminista globale, indetto anche in molti paesi di tutto il mondo, è stata la risposta a politiche di welfare inesistenti. 

La crisi degli ultimi dieci anni ha contribuito ad aggravare un assetto socio-economico che colpisce in primo luogo i poveri e le donne, emarginandoli in un mondo fatto di precarizzazione e penalizzazione salariale, di ricerca di lavori non all’altezza delle competenze o della aspettative. La conseguenza non è solo quella di una società più ingiusta ma anche quella di una riduzione del potenziale di crescita dell’intero Paese. 

Lo denuncia anche la SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) nel rapporto “Questione femminile: l’altra faccia della questione meridionale” che anticipa alcuni aggiornamenti dei dati di una ricerca sulla condizione delle donne nel Sud, dalla quale emerge con chiarezza come il tasso di occupazione femminilie nel Sud Italia sia il più basso d’Europa, e per le occupate la dequalificazione lavorativa è all’ordine del giorno. Nonostante i passi in avanti fatti, quindi, sono ancora tante le donne costrette a  fare i conti con una serie di barriere che limitano l’accesso al lavoro, la completa disposizione dei proprio corpi, la libertà dagli stereotipi, un’equa ridistribuzione del lavoro di cura. In presenza di un sistema di welfare incompleto e privo di sviluppo, i vecchi modelli sociali si stanno riproponendo con una rapidità disarmante, restituendo la fotografia di un Paese caratterizzato da segregazione occupazionale, impieghi poco qualificati, employment gap e sottoccupazione. 

Anche secondo il World Economic Forum la parità di genere è fortemente collegata al prosperare delle economie e delle società. Centrare  l’obbiettivo di un tasso di occupazione femminile del 60%, pensato dalla strategia di Lisbona per rendere più’ competitivo il mercato europeo, significherebbe un beneficio  di un +7% del Pil italiano, a testimoniare quanto l’intero sistema economico verrebbe a trarre assoluto vantaggio da una maggior partecipazione femminile.

La quinta edizione dello studio  “Women, business and the law 2018” (Donne, business e leggi 2018) firmato dalla Banca Mondiale, analizzando le economie di 189 paesi, ha certificato come le barriere legali che limitano l’accesso delle donne al mondo del lavoro e restringono la possibilità di lanciare un’impresa non impattano solamente sull’equità di genere, ma hanno effetti negativi anche sulla crescita globale. 

Non soltanto una battaglia politica allora. La  parità di genere in tutti gli ambiti della vita e quella per un reddito di dignità e autodeterminazione per tutti e per tutte vanno a braccetto e si trasformano in  battaglia economica comune, con l’effetto non solo di intaccare la forbice delle disuguaglianze e evitare lo scivolamento verso linguaggi e forme della politica escludenti, ma soprattutto di migliorare il sistema di welfare restituendo così dignità a milioni di cittadine, di rafforzare la coesione sociale e di arginare la guerra tra poveri.

Martina Di Pirro

12 Marzo 2019 / by / in
Seminatori d’odio, la «peste» che si propaga nel terzo millennio

«Lettera a un razzista del terzo millennio»: l’ultimo testo di don Luigi Ciotti, per le edizioni Gruppo Abele

«Il tempo che viviamo è segnato da una dittatura dell’effimero, da un eterno presente in cui tutto accade senza lasciare traccia. Conta l’emozione, il clamore, la polemica del momento, ma poi tutto finisce lì, soppiantato da altre emozioni, clamori, polemiche. Calato il polverone dell’emergenza, il passaggio che si offre ai nostri occhi è sempre lo stesso, solo più desolante e trascurato. I tempi sono bui e le prospettive ancor più fosche. Ma non abbandoniamo la speranza, a patto che non sia generica e di maniera».

È UNO DEI PASSAGGI dell’ultimo testo di don Luigi Ciotti, appena uscito in libreria: Lettera a un razzista del terzo millennio (edizioni Gruppo Abele). Circa 80 pagine scritte dando del tu, come spesso fa il fondatore del Gruppo Abele e di Libera. Una lettera densa di riflessioni, ricca di spunti, severa e giusta nei giudizi, che non cede a semplificazioni e scorciatoie. Un testo diretto, in cui vengono smontati luoghi comuni e ipocrisie, ma che allo stesso tempo chiede a ciascuno di noi un impegno ulteriore: «Non possiamo e non dobbiamo accettare il mondo così come è». Abbiamo bisogno di gesti esemplari e conflittuali, con il limite del rispetto della dignità e dell’integrità fisica delle persone, perché «oggi sono le leggi a dare diritto di cittadinanza al razzismo».

DON CIOTTI EVIDENZIA come, da tempo, le misure sanzionatorie prevalgano su quelle di inclusione, nonostante la loro inefficacia: vedi la Turco-Napolitano, a cui ha fatto seguito la Bossi-Fini, il Testo Unico sull’immigrazione, il decreto Minniti-Orlando, sino al decreto Salvini. La vera posta in palio è la messa in discussione dell’universalità dei diritti e, dunque, l’idea stessa di uguaglianza. «Non si persegue più una politica per il bene comune e per la dignità delle persone, mentre ci si vanta di perseguitare e di essere cinici», afferma.
Una Lettera la sua che non fa sconti a nessuno, in cui emergono chiare le responsabilità della fase in cui siamo. Per don Ciotti «il razzismo è a volte provocato o alimentato da situazioni di disagio reale, sfruttate dai seminatori di odio; per rimuoverlo non basta richiamare solidarietà e principi, ma bisogna affrontare concretamente i problemi con proposte e risposte efficaci, avendo come obiettivo non la solidarietà ma il diritto e la giustizia sociale per tutti».

USARE LE CATEGORIE del diritto e della giustizia aiuta a smontare le grandi ipocrisie e bugie con cui viene fabbricato il consenso dei seminatori d’odio – «invasione», «prima gli italiani», «aiutiamoli a casa loro». Nel testo, emergono le responsabilità di chi ha governato in questi ultimi vent’anni, di «una politica che svende l’etica in cambio del potere quando alimenta e sfrutta le paure invece che ragionare e lavorare per risolvere i problemi a partire dalla loro complessità».

Don Ciotti mette insieme le cause e gli effetti delle migrazioni con le «falle» del sistema economico, denunciandone i limiti. Ad esempio sappiamo che decine di milioni di persone a causa dei cambiamenti climatici sono costrette a lasciare le loro case. Senza alternative radicali continueranno a migrare, «ma di alternative radicali non si vuole parlare perché bisognerebbe dire e riconoscere le responsabilità del modello economico liberista, la sua insostenibilità sociale e ambientale che ci porta proprio in questa situazione». Chi ha potere oggi nasconde le proprie responsabilità e le sposta sui più deboli. L’autore denuncia poi le colpe del sistema nella costruzione del populismo, così come ne smonta le ragioni.

ALLO STESSO TEMPO, ricorda che in assenza di una politica fondata su una visione complessiva, sistemica e interdisciplinare sia più facile diffondere la «peste» del rancore e del razzismo grazie all’aumento delle disuguaglianze, causato proprio dalle stesse politiche economiche dei seminatori d’odio. Producendo così le condizioni per invocare l’uomo forte, descritte come l’anticamera del fascismo. «Il fascismo che riemerge è il sintomo di una democrazia malata e di una politica che non serve più il bene comune. L’impegno deve essere di tutti e non limitato alla solidarietà. Si deve accogliere ed allo stesso tempo denunciare le cause dell’esclusione ed operare per eliminarle».

NELLA «LETTERA», don Luigi ci esorta a ricostruire una civiltà che vive una profonda crisi di umanità. E lo fa con estrema franchezza, senza semplificazioni, indicando l’unica strada possibile: organizzare il dissenso e trasformarlo in progetto. Un progetto che deve partire dalle persone discriminate ed escluse, per ribellarci contro il conformismo, il condizionamento continuo, l’assopimento delle coscienze, ripartendo dalle relazioni e dalla conoscenza.

9 Marzo 2019 / by / in