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16/11 “Sei 1 di Noi”: Il dovere di accogliere. Incontro pubblico

Cosa vuol dire “accogliere”?

 

È vero che tagliare i costi, ridurre i servizi, concentrare le persone in grandi centri rappresenta un risparmio per la collettività?

 

Se ragioniamo solo in termini di spesa pubblica, senza indagare nel profondo i significati e le ripercussioni che questa ha in termini di obiettivi e risultati, rischiamo di ignorare la complessità della questione. In un momento in cui, stiamo assistendo alla discussione parlamentare di un decreto che mette insieme immigrazione e sicurezza, trattando la prima come un ostacolo alla realizzazione della seconda, abbiamo il dovere di affermare e ribadire che la realtà sta da tutt’altra parte.

 

Privare i richiedenti asilo, che spesso arrivano qui con un bagaglio di esperienze traumatiche, della possibilità di imparare la lingua, inserirsi nel mondo del lavoro, svolgere attività e iniziative che li mettano in contatto con il nuovo contesto in cui si trovano, non è solo miope ma è anche totalmente in contrasto con quella promessa di sicurezza che ha ormai fatto dello “straniero” il capro espiatorio e il nemico da combattere.

 

Sappiamo bene quanto la sicurezza, quella vera, si fa garantendo i diritti e non eliminandoli, e ora più che mai è necessario mettere in campo le idee, i racconti, le esperienze e le professionalità di chi in questi anni ha lavorato, tra enormi difficoltà, sapendo bene quale dovesse essere l’obiettivo: permettere alle persone che scappano dai loro paesi di avere gli strumenti per affrontare una nuova vita e riempire di senso, significato e opportunità il doloroso percorso migratorio di ognuno di loro.

 

Non dobbiamo sottrarci a un’analisi di quanto non ha funzionato, di quanto sarebbe potuto essere fatto meglio e di quanto sarà complicato fare in futuro. Ma pensiamo sia fondamentale in questo momento dare voce agli operatori che rischiano di perdere il lavoro e che spesso vengono trattati come criminali, alle donne e agli uomini che sono fuggiti dai loro paesi e che qui in Italia hanno trovato riparo, accoglienza e la possibilità di avere ancora fiducia nel futuro, a tutte quelle esperienze che partendo dal basso hanno colmato vuoti e ridato dignità, spinti da una profonda convinzione: accogliere è giusto e la solidarietà nei confronti di altri esseri umani non può essere un reato.

 

Mai.

 

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12 novembre 2018 / by / in
Iniziano i laboratori di mutualismo sociale alla Romanina!

Sono iniziati ieri i laboratori di mutualismo sociale portati  avanti dalle Realtà della Rete dei Numeri Pari che operano nel quartiere della Romanina a Roma, come la Camera del Lavoro, Cinecittà Bene Comune, il Comitato di quartiere, Libera e la Rete Nobavaglio.

Al momento sono attivi i laboratori di letteratura dell’infanzia con la scuola materna e le prime elementari – sui temi della non discriminazione e dell’inclusione – e i laboratori sul tema della giustizia sociale portati avanti da Libera nelle classi della scuola primaria e secondaria. Nelle prossime settimane saranno attivati anche i laboratori di scrittura e lettura critica dei giornali, ideati dalle giornaliste e dai giornalisti della Rete Nobavaglio e il laboratorio radiofonico.

L’obiettivo del percorso portato avanti dalle diverse realtà che operano sul territorio è quello di attivare anche dei laboratori extra scolastici destinati a tutto il quartiere e andando a coinvolgere tutta la cittadinanza. Verranno realizzati cineforum, laboratori teatrali con attrici professioniste e l’apertura di uno sportello di assistenza ai lavoratori e alle lavoratrici da parte della Camera del Lavoro.

 

9 novembre 2018 / by / in
Decreto sicurezza vs diritto all’abitare: 8/11 incontro nell’occupazione di Caravaggio

Il decreto legge 4 ottobre 2018, n.113, ribattezzato “decreto sicurezza”, contiene provvedimenti in materie molto diverse tra loro. Le novità in materia di diritto d’asilo e di protezione umanitaria, la riforma dei trattenimenti e del sistema di accoglienza, le restrizioni sulla cittadinanza, le misure antiterrorismo e di prevenzione, la gestione dei beni confiscati sono stati inseriti in un solo contenitore da un governo che afferma la legittimità di questo strumento molto aggressivo come mezzo necessario del “cambiamento”.

È chiaro che in questo modo non solo si lede solo il principio di eguaglianza, ma si alimenta ancora di più una latente guerra tra poveri. La garanzia dei diritti per tutti conquistati con le lotte di milioni di persone negli anni scompare, mentre si prova  a disinnescare ogni ipotesi di conflitto attraverso provvedimenti che colpiscono pratiche di azione diretta quali il blocco stradale, il picchetto e l’occupazione di uffici pubblici.

Il sospetto che si abbatte sui poveri, e sui migranti in particolare, non si articola solo sulla linea del colore della pelle ma produce un trattamento differenziale anche all’interno del disagio sociale, promettendo briciole di cittadinanza da una parte e implementando norme di controllo dall’altra. Un concetto di sicurezza sociale basato sulla restrizione delle libertà piuttosto che sull’allargamento dell’accesso ai diritti primari come la casa e un reddito dignitoso, la salute e l’istruzione.

Le occupazioni abitative sono luoghi paradigmatici da questo punto di vista, sia per la loro composizione meticcia, sia per le istanze che rappresentano attraverso forme di lotta sanzionate nel tempo in maniera sempre più aggressiva: l’articolo 5 nel 2014, le misure di sorveglianza speciale nei confronti degli attivisti, il decreto Minniti con il suo articolo 11 nel 2017, la circolare Salvini del 1 settembre e ora il decreto sicurezza in via di conversione in legge. Se a questo aggiungiamo le sentenze di tribunale che condannano il ministero dell’interno al risarcimento delle proprietà private per il mancato sgombero degli edifici occupati, compreso quello di viale del Caravaggio, risulta chiaro il livello di attacco contro un movimento che attraverso le pratiche di riappropriazione ha inteso affermare un diritto negato quale la casa, e in maniera indiretta anche quello al reddito.

L’idea del governo che sia necessaria una sorta di regolamento dei conti viene fuori anche dalla narrazione che si è fatta intorno allo stupro e all’omicidio di Desirée a San Lorenzo, sciacallando sulla terribile violenza subita da una ragazza di 16 anni. Accomunando in maniera squallida e strumentale un luogo degradato e abbandonato ai palazzi occupati, il ministro Salvini e molte testate giornalistiche e radio-televisive hanno di fatto voluto indicare il prossimo obiettivo da colpire.

Giovedì 8 novembre ci incontreremo nell’occupazione di via del Caravaggio per discutere insieme del decreto sicurezza e dell’attacco al diritto all’abitare. Sono invitati a partecipare: Italo Di Sabato (Osservatorio Repressione), gli avvocati Francesco Romeo, Simonetta Crisci e Rosario Cunsolo, il presidente del Municipio 8 Amedeo Ciaccheri.

#legittimadifesa #nodecretosicurezza #10novembre #indivisibili #1dicembre #1dINOI

Movimento per il diritto all’abitare

http://www.abitarenellacrisi.org/wordpress/2018/10/31/decreto-sicurezza-vs-diritto-allabitare-811-incontro-nelloccupazione-di-caravaggio/

8 novembre 2018 / by / in
Il 9 novembre Terra! presenta l’Orchestra dei braccianti

Da oggi Terra! abbraccia una nuova sfida: combattere il caporalato con l’arma della musica. Nasce così l’Orchestra dei braccianti, un nuovo progetto che riunisce musicisti, lavoratori agricoli e migranti di varie nazionalità uniti dal forte legame con la terra.

In questi anni abbiamo portato avanti ricerche e campagne sui temi dell’agricoltura delle filiere alimentari, per denunciare le cause dello sfruttamento del lavoro nei campi e l’insostenibilità di un’industria che troppo spesso produce povertà, segregazione e diseguaglianza. Con l’Orchestra dei braccianti vogliamo dare voce a chi subisce gli impatti sociali di un sistema iniquo, a chi vive nei ghetti, a chi si batte per i diritti dei lavoratori della terra.  

In ricordo di Giuseppe Di Vittorio e nella settimana di celebrazione dei 61 anni dalla sua scomparsa, il 9 novembre 2018 l’orchestra terrà il suo primo concerto a Cerignola, presso il Teatro Mercadante (Piazza Matteotti 1). Due spettacoli gratuiti – uno per le scuole alle 10.30, uno per il pubblico alle 20.30 con prenotazione obbligatoria a eventi@terraonlus.it – apriranno il percorso di questa formazione artistica, che andrà completandosi nei prossimi mesi. Ad oggi ne fanno parte 16 elementi di 9 nazionalità diverse: Italia, Francia, Gambia, Ghana, Nigeria, Libia, Tunisia, India e Stati Uniti. Grazie alla loro musica  vogliamo raccontare le storie di chi ieri e oggi, in diverse parti del mondo, lavora la terra. La narrazione viaggerà sulle note delle musiche tradizionali, dei ritmi e delle melodie dai cinque continenti. Ciascuno darà il proprio contributo con il suo strumento, la sua voce, la sua memoria, alla costruzione di una nuova comunità armonica e solidale.

L’Orchestra dei braccianti, sostenuta dal Fondo di Beneficenza Intesa Sanpaolo S.p.A., si inserisce all’interno del progetto “Voci Migranti“, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. L’evento di lancio ha ottenuto la partnership delComune di Cerignola e della Flai-Cgil. Ha sposato inoltre il progetto Salvatore Villani, musicista, etnomusicologo e direttore del Centro Studi Tradizioni Popolari del Gargano e della Capitanata.

6 novembre 2018 / by / in
Lettera delle donne occupanti di Roma alla città. Per Desiree, per l’autorganizzazione, contro ogni violenza di genere!

Come donne abitanti delle occupazioni di Roma sentiamo il bisogno di prendere parola dopo l’orribile violenza avvenuta nel quartiere di San Lorenzo su Desirée Mariottini, ancora di più dopo la vile operazione di sciacallaggio del Ministro Salvini che, respinto dalla reazione determinata che si è prodotta nel quartiere, ha comunque minacciato ritorsioni contro le occupazioni abitative con una nuova campagna di sgomberi.

Il ministro dell’Interno, incurante delle dinamiche e dei numeri che sottendono la violenza quotidiana contro le donne, ha approfittato del terribile massacro di una sedicenne per paragonare strumentalmente un luogo abbandonato, e lasciato volontariamente in stato di degrado, alle occupazioni abitative della città. In questo modo, la terribile violenza subita da Desirée diviene il pretesto per rafforzare le misure repressive contenute nel Pacchetto Sicurezza e nella Circolare Salvini, nonché per ribadire la sua linea di sostegno alla proprietà privata, inviolabile e esente da qualunque responsabilità sociale. Un attacco frontale, dunque, a chi ha scelto di reagire alla propria condizione di difficoltà economica organizzandosi in maniera autonoma e collettiva, dentro percorsi di lotta.

Come donne occupanti conosciamo bene la differenza tra posti abbandonati e spazi occupati, di fatto liberati non solo dal predominio della rendita, dove il rifiuto di qualunque forma di violenza, inclusa quella di genere, è parte del nostro sforzo quotidiano di costruire comunità solidale. I percorsi di lotta che abbiamo deciso di intraprendere sono incompatibili con ogni forma di sfruttamento, di autoritarismo, di fascismo, di razzismo e di sessismo.

Molte di noi sono arrivate nelle occupazioni dopo aver subito violenza dai propri partner o in famiglia, spesso nella totale indifferenza dei propri familiari e della società attorno; dopo aver subito uno sfratto o essersi trovate nell’impossibilità di avere una vita indipendente, autonoma e piena; dopo aver avuto un figlio o una figlia ed essersi ritrovate di fronte alla necessità di scegliere tra l’affitto e le esigenze di base della propria famiglia; dopo aver toccato con mano l’impossibilità di pagare un affitto o attendere per decenni una casa popolare a fronte di redditi precari, discontinui e ancora più a rischio per le donne; dopo aver affrontato lunghi viaggi da altri paesi per costruirsi una vita migliore e piena.

In questi spazi liberati, abbiamo trovato il coraggio per riprendere in mano la nostra vita, essere indipendenti, sperimentare la solidarietà nella lotta così come nella vita di ogni giorno, condividere il ‘lavoro di cura’ troppo spesso scaricato solo ed esclusivamente sulle spalle delle donne. Per questo le occupazioni sono luoghi dove ci sentiamo protette, e non nei termini paternalistici e infantilizzanti con cui le istituzioni vorrebbero costringerci a percepirci come fragili e incapaci di scegliere.

Rifiutiamo qualunque tentativo di controllo sui nostri corpi e sulle nostre vite da parte di chi sta provando cancellare decenni di lotte delle donne attraverso provvedimenti come il ddl Pillon, criminalizzando l’aborto, tagliando i fondi per i consultori, per i centri antiviolenza, per l’istruzione, la sanità e il welfare, mentre si trovano i soldi per proposte che ci rimandano dritte al periodo fascista come la concessione di terre alle famiglie disposte a fare il terzo figlio.

Continueremo a difenderci con ogni mezzo necessario dall’atteggiamento violento delle istituzioni, che provano a etichettarci come fragili e a infantilizzarci con proposte tese alla dipendenza invece che all’autodeterminazione, e non consentiremo a nessuno di speculare sulle nostre vite ne sulla memoria delle vittime di una violenza maschile che non passa dalla linea di colore ne dal censo.

La sicurezza di cui abbiamo bisogno sono i diritti, alla casa, al reddito, alla salute, alla cultura. Per questo saremo in piazza il 10 novembre contro il ddl Pillon e il decreto Salvini e il 24 novembre all’interno della mobilitazione di Non Una Di Meno, continuando a combattere quotidianamente contro la violenza delle istituzioni e il patriarcato nelle nostre comunità aperte, includenti e meticce.

Giù le mani dai nostri corpi e dai nostri spazi!

Le donne delle occupazioni di Roma

 

http://www.abitarenellacrisi.org/wordpress/2018/11/02/lettera-delle-donne-occupanti-di-roma-alla-citta-per-desiree-per-lautorganizzazione-contro-ogni-violenza-di-genere/

3 novembre 2018 / by / in
“Sei 1 di noi” verso la manifestazione del 1° dicembre: le realtà romane della Rete dei Numeri Pari sostengono e promuovono il percorso

Le realtà romane della Rete dei Numeri Pari sostengono e promuovono il percorso lanciato dall’appello “Sei una di noi – Sei uno di noi” che, dopo l’assemblea pubblica del 13 ottobre, porterà a una mobilitazione cittadina il 1° dicembre p.v. Di seguito il comunicato.

 


Una di Noi, Uno di Noi
Verso la manifestazione del 1° dicembre

Studenti e studentesse, operatori ed operatrici sociali, lavoratori e lavoratrici precari, attivisti ed attiviste dei diritti: questi e molti altri abitanti della Capitale hanno deciso di sottoscrivere l’appello Una di Noi, Uno di noi.

Una di Noi, Uno di noi, non è solo uno slogan.  È un percorso collettivo che unisce le donne e gli uomini che non si rassegnano alle diseguaglianze, alla precarietà, allo strapotere degli interessi economici e mafiosi, al sessismo, al tentativo di resuscitare il fascismo e le forme più violente di razzismo.

Un percorso collettivo che mette al centro le difficoltà che incontriamo ogni giorno in una città diventata sempre più escludente e ricerca soluzioni e proposte creando continui momenti di confronto, riappropriandosi delle piazze, dimostrando che una nuova convivenza nei nostri quartieri è possibile e necessaria.

Per questo il 13 ottobre ci siamo ritrovati in una prima assemblea cittadina, che ha dato voce a tante e tanti, in una discussione collettiva sulle molteplici forme di diseguaglianza che attraversano la nostra città e alle molte esperienze di partecipazione, di solidarietà sociale, di mutualismo e di lotta contro il razzismo. Gli eventi delle ultime settimane ci consegnano un quadro nazionale e cittadino drammatico, che richiede una riflessione attenta ed un impellente bisogno di mobilitarsi. L’approvazione, da parte del Governo, del nuovo decreto legge su immigrazione e sicurezza renderà più difficile garantire i diritti dei migranti, dei rifugiati e dei richiedenti asilo; ostacolerà la lotta contro le mafie ma anche l’esercizio dei diritti democratici di tutti noi.

Proprio l’entrata in vigore del d.l. 113/2018 ha indotto diverse realtà sociali italiane a convocare una manifestazione nazionale a Roma il 10 novembre per chiedere di non convertire in legge una normativa così ingiusta e manifestare contro il rigurgito del fascismo e del razzismo. Obiettivi che non possiamo che condividere.

Per questo abbiamo deciso di rinviare la manifestazione del 10 novembre all’1 dicembre. Ma in queste settimane anche Roma è stata di nuovo ferita. È stata ferita dalla violenza dell’ennesimo stupro e femminicidio a danno di una ragazza di 16 anni. È stata ferita dall’ennesimo sciacallaggio sul corpo di una donna, “utilizzando” questa tragedia per fomentare l’odio razziale, per invocare rastrellamenti per le strade e sgomberi di quelli spazi occupati che, in realtà, hanno sottratto interi pezzi di questa metropoli alla speculazione ed all’abbandono.

Come Una di Noi, Uno di Noi, non possiamo che attraversare la nostra città e metterci in ascolto, per costruire relazioni, conoscenza, partecipazione e ribellione. Per questo discuteremo insieme nelle prossime settimane in quattro assemblee tematiche cittadine di diritto all’abitare, accoglienza, servizi sociali e lotta contro le mafie. Costruiremo così, insieme, la partecipazione alla manifestazione dell’1 dicembre.

 

Contro le diseguaglianze economiche e sociali.
Per un lavoro, un reddito e una casa dignitosi.
Per una scuola e una sanità pubbliche, universali e efficienti.
Per la nostra sicurezza economica e sociale.
Per aree verdi e spazi sociali per i nostri bambini.
Per una città libera dalle Mafie e dai grandi poteri finanziari ed economici.
Per una società libera da ogni tipo di discriminazione, di sessismo e di razzismo.

 

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31 ottobre 2018 / by / in ,
UNDP: Human Development Indices and Indicators 2018 statistical update

Oggi, le persone, le nazioni e le economie sono più collegate che mai, così come lo sono i problemi di sviluppo globale che stiamo affrontando. Questi problemi si estendono ai confini, a cavallo dei settori sociale, economico e ambientale. Dall’urbanizzazione alla creazione di posti di lavoro per milioni di persone, le sfide del mondo saranno risolte solo con approcci che tengono conto sia della complessità che del contesto locale.

Ineguaglianza e conflitto sono in aumento in molti posti. I cambiamenti climatici e altre preoccupazioni ambientali stanno indebolendo lo sviluppo ora e per le generazioni future. Poiché il nostro pianeta sembra essere sempre più ineguale, più instabile e più insostenibile, offrire dati dettagliati e affidabili non è mai stato così importante.

La disuguaglianza,  è diventata una questione determinante del nostro tempo, in molti luoghi è causa di incertezza e vulnerabilità radicate. L’ineguaglianza riduce l’HDI globale di un quinto infliggendo il colpo più duro ai paesi nelle categorie di sviluppo medio-basse.

La disuguaglianza di genere rimane uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo umano. L’ISU medio per le donne è inferiore del 6% a quello degli uomini, mentre i paesi della categoria di sviluppo basso subiscono le maggiori lacune. Dati gli attuali tassi di progresso, potrebbero essere necessari oltre 200 anni per colmare il divario di genere economico in tutto il pianeta.

Inoltre, i conflitti in molte parti del mondo rimangono la norma piuttosto che l’eccezione. La violenza non solo minaccia la sicurezza umana ma erode anche i progressi dello sviluppo. Tra il 2012 e il 2017, i conflitti in Siria, Libia e Yemen hanno contribuito a far scivolare verso il basso l’ISU, a causa di cali significativi della loro aspettativa di vita o di battute d’arresto economiche. Occorreranno anni, se non decenni, per tornare ai livelli di sviluppo pre-violenza.

Infine, come mostrano gli indicatori ambientali, i progressi di oggi stanno arrivando a scapito dei nostri figli. Un clima che cambia, una massiccia diminuzione della biodiversità e l’esaurimento delle risorse di terra e di acqua dolce rappresentano gravi minacce per l’umanità. Richiedono un cambiamento immediato e ambizioso nei modelli di produzione e consumo. Sebbene le prove rimangano la linfa vitale di decisioni informate, molti decisori politici lottano comprensibilmente per sapere a chi rivolgersi per ottenere informazioni attendibili e facilmente comprensibili in mezzo all’attuale valanga di nuovi indici, indicatori e statistiche. La raccolta, l’integrazione e il filtraggio di nuovi dati sono necessari per vedere l’immagine più grande e sviluppare soluzioni migliori.

LEGGI L’INTERO DOCUMENTO

 

29 ottobre 2018 / by / in
Con i migranti per fermare la barbarie

Il manifesto – Luigi Ciotti 27 ottobre 2018

Migranti. Le conseguenze della crisi economica si stanno manifestando come crisi di civiltà. Sulla paura e il disorientamento della gente soffia il vento della propaganda

Ci sono frangenti della storia in cui il silenzio e l’inerzia diventano complici del male. Questo è uno di quelli. Le conseguenze della crisi economica si stanno manifestando come crisi di civiltà. Sulla paura e il disorientamento della gente soffia il vento della propaganda. Demagoghi scaltri e senza scrupoli si ergono a paladini del «popolo» e della «nazione» e acquistano di giorno in giorno consenso, additando nemici di comodo: erano le democrazie e gli ebrei al tempo del fascismo, oggi sono l’Europa e i migranti.

Il sistema economico dominante – quello che Papa Francesco definisce senza mezzi termini «ingiusto alla radice», responsabile di una «economia di rapina» – ha certo enormi colpe, a cominciare da un’immigrazione forzata, di fatto una deportazione indotta dalle disuguaglianze. Ma la denuncia dei suoi mali e l’impegno per eliminarli non giustifica il ritorno a società chiuse, guardinghe, attraversate dal rancore e dalla paura, avvinghiate a un’idea equivoca di sovranità, perché in un mondo interconnesso non si tratta di isolarsi – posto che sia possibile – ma di imparare a convivere e a condividere con maggiore giustizia, realizzando i principi della Costituzione, della Dichiarazione universale dei diritti umani, della Convenzione di Ginevra e di tutti i documenti scritti per archiviare una stagione di violenza e di barbarie.

Ecco allora l’importanza di uscire e di muoversi, di denunciare la perdita di umanità ma anche di capacità e onestà politica, perché un fenomeno come l’immigrazione non si può reprimere o respingere con i muri e le espulsioni, si deve governare con lungimiranza, pragmatismo e, certo, umanità. Senza smettere di chiederci come vorremmo essere trattati se al posto dei migranti ci fossimo noi.

Mettersi nei panni degli altri è la chiave dell’etica evangelica, ma lo è anche di una società consapevole che la vita non ha confini, così come non hanno confini i bisogni, le speranze, i diritti delle persone.

Facciamo sentire la voce di un’Italia che per quei diritti non smette di lottare.

27 ottobre 2018 / by / in ,
Miti del rancore, miti per la crescita: verso un immaginario collettivo per lo sviluppo

3.1. Quando e perché siamo diventati rancorosi

Il rancore nella nostra società nasce dal blocco verso l’alto dell’ascensore sociale e dalla percezione che il nostro destino e quello dei nostri figli non abbiano orizzonti di miglioramento reale: è una condizione oggettiva e soggettiva che genera un clima sociale dagli imprevedibili sfoghi. Vince la paura di cadere più in basso, la vertigine del declassamento che alimenta una mentalità “da fortezza assediata” in cui diventa normale rimarcare le distanze dagli altri, in particolare da chi è percepito come più in basso o diverso.

Le radici socioeconomiche indicate sono profonde e visibilmente legate al trauma irrisolto della crisi, evento epocale che ha cambiato le basi materiali e psicologiche della nostra vita collettiva, lasciando in eredità un sottofondo emotivo che diventa facile ostaggio di spregiudicate imprenditorie sociopolitiche rese ancor più potenti dalle nuove opportunità del digitale.

Ecco perché non può sorprendere che la società del rancore abbia un immaginario collettivo regressivo, chiuso, infetto, proiezione di paure inconsce diffuse, intime e personali, a lungo inconfessabili e ora percepite come legittime, anzi portate a imporsi con incontenibile prepotenza come le uniche legittime, perché autenticamente sentite e condivise dal popolo.

3.2. Io starò peggio degli altri: la mutazione delle aspettative soggettive prevalenti e il caos che spaventa

La crisi cominciata nel 2008 è stata senz’altro uno spartiacque memorabile che, oltre a mutare le radici materiali della condizione sociale, ha mutato la percezione che le persone hanno di se stesse e della propria condizione socioeconomica.

È un passaggio epocale da cui non si torna indietro, perché ha radici materiali nelle condizioni economiche e perché tocca con profondità irreversibile la psicologia collettiva, che cambia senza possibilità di ritorno. La crisi è stata il grande trauma, dal quale la società e i suoi protagonisti non sono riusciti a gestire lo stress post traumatico. Utili sono alcuni esempi paradigmatici dei mutamenti avvenuti. Il primo tocca il rapporto tra le persone e gli altri e per interpretarne il senso occorre considerare che la vita quotidiana è fatta di passaggi di routine, che nel tempo tendono a ripetersi e che finiscono per diventare comportamenti e opinioni sentinella dell’evoluzione di pratiche e psicologie individuali e collettive. Così per le aspettative di inizio anno, analizzando le quali è possibile enucleare il mood prevalente della società. Per questo è molto utile interpretare i dati sulla evoluzione in venti anni delle aspettative delle persone sulla propria condizione economica e su quella degli altri: Emerge che (tavola 1):

  • nel 1998 il 27,7% degli italiani era convinto che la propria condizione economica sarebbe migliorata e il 23% che sarebbe migliorata quella in generale;

  • nel 2008, anno uno della crisi, era il 19,6% a pensare che la propria condizione sarebbe migliorata e il 20,8% a pensare che sarebbe migliorata quella degli altri;

  • nel 2018 è il 28% a dire la mia condizione economica migliorerà, e ben il 35% a pensare che migliorerà quella in generale, degli altri.

Una evidente e potente inversione di percezioni: un tempo la convinzione che per me andrà meglio che per gli altri; dalla crisi in avanti l’idea che agli altri andrà meglio che a me. E la prevalenza sociale dell’idea che gli altri staranno meglio di me, e che le cose in generale andranno meglio agli altri che a me.

Un visibile capovolgimento del rapporto tra aspettative personali e generali rispetto al prima della crisi, quando le aspettative positive sulla situazione personale erano sistematicamente superiori a quelle riferite all’intera società, alimentando la convinzione che io starò meglio degli altri.

E in parallelo, in Italia è bassa la percezione di avere le stesse opportunità degli altri per avanzare nella propria vita: infatti, è convinto di avere pari opportunità rispetto alle altre persone il 45% degli italiani, mentre è il 60% in Francia, il 70% in Germania, il 52% in Spagna, il 58% nella media dei Paesi Ue oltre l’81% in Svezia (tavola 2).

Una società che per la maggioranza degli italiani non è in grado di offrire chance di crescita o che in ogni caso spinge le persone a pensare che gli altri hanno maggiori opportunità.

E poi c’è la percezione che occorra difendersi da incertezze e paure. L’instabilità della propria condizione è la base di una sensazione più generale di incertezza, che rende vulnerabili e pronti a cedere a ogni paura. In ogni ambito occorre difendersi mettendosi nelle condizioni di affrontare situazioni impreviste.

L’ossessione dell’essere soli di fronte all’incertezza guida scelte essenziali della vita propria e familiare, a cominciare dalla destinazione del reddito. Ulteriori dati di percezione collettiva consentono di focalizzare il clima sociale che fa da sfondo e alimenta l’immaginario collettivo infetto, esito appunto di incertezze e paure.

Il 60% degli italiani è convinto che in Italia le cose stanno andando nella direzione sbagliata e solo in Grecia e in Spagna si registrano quote più elevate che fanno propria tale opinione; in Italia rispetto al 2007, cioè l’ultima anno precrisi, la quota di coloro che considerano sbagliato il sentiero su cui si muovono le cose è cresciuto di 8 punti percentuali (tavola 3). Il 39% degli italiani non ha fiducia nel futuro: in questo caso, addirittura, nel panel di paesi Ue presi in considerazione, solo la Grecia mostra una quota nettamente più alta; la stessa Spagna ha nel corpo sociale una propensione più positiva verso il futuro (tavola 4).

Percezione che le cose non vanno nella direzione giusta e sfiducia nel futuro sono probabilmente l’esito di una situazione generale che sorpassa le persone, le mette di fronte a una complessità del reale di ogni giorno che stentano a capire e più ancora a gestire.

Infatti, ben il 35% degli italiani dichiara di non capire quel che gli sta accadendo intorno e, fatta salva la Spagna, questa percezione di realtà opaca e impenetrabile connota gli italiani in misura più marcata rispetto al resto delle società della Unione Europea (tavola 5). Una incertezza che promana da una realtà impenetrabile nelle sue logiche, che incombe sulla vita familiare come una minaccia: è questo il cuore del sentiment sociale nel nostro Paese in questa fase e l’humus su cui poi si innesta il rancore di chi non vede sbocchi e soprattutto non vede uscite in avanti per la condizione propria e dei propri figli. Pensare che le cose vadano male, e che a se stessi vadano peggio che agli altri, fa crescere malanimo e rabbia interiore, che si innestano nei circuiti delle relazioni sociali alimentando le derive peggiori.

3.3. Come riuscire nella vita

Per progredire nella vita, per gli italiani sono importanti lavorare sodo e il titolo di studio e tuttavia contano anche molto, soprattutto in confronto con altri paesi Ue, la provenienza da una famiglia agiata, le conoscenze o anche gli agganci politici.

Infatti, per progredire nella vita ritengono essenziale (tavola 6):

– conoscere le persone giuste il 28% degli italiani, il 22% dei tedeschi, il 16% dei francesi, il 15% degli svedesi e il 15% dei residenti nel Regno Unito;

– provenire da una famiglia agiata, il 18% degli italiani, il 7% dei tedeschi, il 4% dei francesi, solo l’1% degli svedesi e il 6% dei residenti nel Regno Unito;

– avere i giusti contatti politici, il 22% degli italiani, il 5% dei tedeschi, il 3% dei francesi, solo l’1% degli svedesi e il 4% dei residenti nel Regno Unito.

Lavorare sodo è essenziale per la mobilità sociale in alto per il 26% degli italiani, il 23% dei tedeschi, il 25% dei francesi, 22% degli svedesi e il 45% dei residenti nel Regno Unito. Per gli italiani poi la fortuna è essenziale per il 34%, di contro al 20% dei tedeschi, 11% dei francesi, 6% degli svedesi e 8% dei residenti nel Regno Unito.

 

3.4. La mappa dei pregiudizi, anticamera dei rancori

I rancori seguono la traccia dei tanti e sollecitati pregiudizi, sempre meno inconfessabili, che afferiscono a dimensioni quotidiane quasi intime. La retorica pubblica del politically incorrect ha progressivamente sdoganato la caccia alla diversità come bersaglio su cui concentrare il fuoco del rancore.

Emerge una mappa di pregiudizi sociali, razziali, culturali sorprendente, che disegna una trama che avvolge la quotidianità. Trama che resta sottotraccia ma che sempre più è pronta a salire in superficie, tanto più se sollecitata o solleticata.

Ecco il sostrato emozionale, istintivo del rancore, che alimenta immaginari personali che trovano un filo unitario in immaginio racconti che alimentano l’immaginario collettivo regressivo.

È stato chiesto alle persone di esprimere un giudizio all’idea che la propria figlia sposi una persona con specifiche caratteristiche etniche, economiche o sociali ed è emerso che l’83% degli italiani ha almeno un pregiudizio negativo e in particolare (tavola 7):

  • il 68% è contrario al matrimonio della propria figlia con una persona con almeno 20 anni di distanza, con una dello stesso sesso o con una che ha già figli;

  • il 66% al matrimonio con persone di altra religione, in particolare islamica;

  • il 44% con immigrati, asiatici o persone di colore.

In caso di matrimonio dei figli maschi è l’80% ad avere almeno un pregiudizio, di cui:

  • il 68,2% è contrario al matrimonio con una persona con almeno 20 anni di distanza, dello stesso sesso e che ha già figli;

  • il 58,1% con persone di altra religione, in particolare islamica;

– Il 35,9% con immigrati, asiatici o persone di colore.

La mappa dei pregiudizi individuali riflette altrettante linee di diversità socioculturale che andrebbero trattate con grande cautela e su cui invece si applicano le sollecitazioni del fake digitale intenzionale e delle folate neopopuliste.

Le paure o semplici resistenze inconsce verso le diversità incontrano la rabbia sorda dell’insoddisfazione socioeconomica: se questa miscela esplosiva inerte viene sollecitata con la moltiplicazione di un immaginario collettivo divisivo, che addita le diversità come origine dei mali e la loro esclusione come soluzione, allora si arriva ai giorni nostri con rancori che diventano micidiali navigatori dei comportamenti sociali e una deriva sociale patologica.

 

L’altro immaginario collettivo che fa crescere

5.1. Verso dove andare

Vitale, palpitante, che guarda agli altri e al futuro, che è concretamente ottimista: ecco in sintesi estrema il profilo dell’immaginario collettivo che in passato ha fatto crescere l’Italia, e che costituisce la sfida sul quale il presente progetto si vuole cimentare. Un immaginario per lo sviluppo, in grado di contribuire ad alimentarlo, richiede:

– un consumo ispirato alla logica di più e meglio;

– una propensione a crescere, dalla famiglia all’economia alle condizioni del vivere civile, come cifra del pensare e dell’agire;

– un’idea del futuro come piattaforma di opportunità e non come fonte di rischi e negatività;

– la convinzione che il contesto offra le opportunità giuste per migliorarsi, crescere, ottenere il giusto beneficio quando si investe.

Questo è l’orizzonte di riferimento per un immaginario collettivo positivo, che non irrigidisca paure, arroccamenti, chiusure; che sia ottimistico, virtuoso, positivo.

5.2. L’egemonia di web e social nella formazione del senso comune

I media che più contano variano significativamente per età delle persone; tra i millennials e più ancora tra i giovani con età tra 18 e 29 anni vincono internet e i social network, che sono centrali anche per i baby boomers, tra i quali il successo di alcune piattaforme, da facebook a whats app, è decisivo (tavola 10).

Per gli anziani invece sono la televisione e i giornali a guidare la graduatoria dei media che più influenzano. In sostanza, è in atto una profonda ridefinizione generazionale dei media di riferimento, che notoriamente hanno una influenza decisiva nella formazione dell’immaginario collettivo di oggi.

È evidente una faglia decisiva tra le generazioni più giovani e gli anziani, con un evidente processo di adattamento degli adulti. Guai a sottovalutare la persistente influenza di televisione e carta stampata, ma nei processi di formazione della cultura sociale collettiva, e quindi anche dell’immaginario collettivo, è ormai decisivo il ruolo del web e dei suoi derivati, con un trionfo delle forme di espressione di una soggettività dispiegata.

5.3. Le cose che contano per le diverse generazioni

La frattura generazionale è un punto di partenza ineludibile per capire le dinamiche future attese, possibili e auspicabili del nuovo immaginario collettivo. Esempi di questa dinamica differenziante sull’immateriale, dai sogni ai desideri, alle cose che contano nella vita, emerge dai risultati di una indagine del Censis che ha consentito di individuare il punto di vista dei cittadini sulle cose che contano nell’immaginario collettivo (tavola 11).

Emerge che i millennials danno un rilievo maggiore a social e smartphone, e che questa centralità dei nuovi device Ict è ancora più alta per i più giovani di età 18-29 anni, i quali sono portatori di una rottura ancora maggiore perché hanno un’attenzione inferiore per miti decisivi delle generazioni precedenti, come il posto fisso o la proprietà della casa, nettamente inferiore. E d’altro canto i giovani sono molto più attenti alla cura del corpo (dai tatuaggi al fitness, alla chirurgia estetica, cui si ricorre per rimodellare il proprio aspetto): 21,8%. E prevale il richiamo al selfie (19,3%) rispetto al buon titolo di studio come strumento per accedere ai processi di ascesa sociale e all’automobile nuova come oggetto del desiderio (rispettivamente, il 15,5% e il 7,6%).

I pilastri dell’immaginario collettivo tradizionale della crescita, dal posto fisso alla casa di proprietà, all’automobile nuova, oggi sono meno valutati dai giovani, fortemente orientati verso quelle tecnologie della quotidianità che strutturano vite individuali e relazioni sociali.

 

LEGGI L’INTERO DOCUMENTO

26 ottobre 2018 / by / in
Il DEF e la cooperazione sociale tra stigmatizzazioni e politiche deboli

Anna Vettigli – Rappresentante regionale legacoopsociali

La cooperazione sociale rappresenta la testimonianza, attiva e concreta, che si può fare un’economia diversa, in grado di conciliare la crescita economica con il raggiungimento di specifici obiettivi sociali. In primis la riduzione delle diseguaglianze e delle povertà, l’incremento occupazionale e l’inclusione sociale.

 

Questa economia esiste già. Non bisogna inventarla ma valorizzarla e supportarla con politiche economiche e sociali adeguate.

 

Negli ultimi anni, la cooperazione sociale ha retto la forte crisi, dando un contributo positivo.

 

► I dati economici e patrimoniali relativi al periodo 2008-2013 mostrano come, in questi anni caratterizzati dal crollo del prodotto interno lordo e dalla riduzione della spesa pubblica, nelle cooperative sociali, in coerenza con la natura cooperativa, è avvenuta una riduzione drastica del risultato d’esercizio (-87,6%);

 

► Occupazione

Fonte: Istat. Registro delle istituzioni non profit – Censimento permanente delle istituzioni non profit – Cooperative sociali, dipendenti (posizioni medie annue) e volontari. Anno 2015

RIPARTIZIONI

N. coop sociali

Dipendenti

Volontari

Nord-ovest

3.577

136.445

15.988

Nord-est

2.359

105.384

11.692

Centro

3.102

84.791

5.848

Sud

4.406

53.563

7.430

Isole

2.681

35.914

2.824

ITALIA

16.125

416.097

43.781

 

► Nel Lazio, le persone occupate nelle cooperative associate Confcooperative, Federsolidarietà, Legacoopsociali e Agci sono più di 22.000, con circa 3500 soci svantaggiati e una base sociale/lavorativa per il 70% costituita da donne;

 

► Le cooperative sociali non delocalizzano, nascono sul territorio e per il territorio e vi restano radicate per la vita, valorizzando le potenzialità e le risorse della comunità di riferimento e contrapponendo, al dilagante individualismo, occasioni di socialità e confronto.

 

Secondo i dati INPS la percentuale di lavoro a tempo indeterminato nel settore delle cooperative sociali è maggiore al 70%, è in crescita ed è un’occupazione prevalentemente femminile (più del 70%).

 

Negli ultimi anni le cooperative sono state messe, però, in condizioni molto difficili dai tagli dei fondi e dalle condizioni di concorrenza spietate per sopravvivere. Il DEF appena presentato non sembra invertire questa tendenza, non valorizzando quanto appena presentato.

 

Sappiamo che non è importante solo la crescita economica, che seppur debolissima negli ultimissimi anni c’è stata, ma è importante soprattutto che la crescita economica sia socialmente sostenibile.

 

Una delle componenti più importanti per misurare il benessere di un Paese e delle sue comunità territoriali è la consistenza e la qualità delle relazioni tra le persone, il grado di solidarietà e di coesione sociale.

 

Negli ultimi anni abbiamo assistito al progressivo degrado della qualità delle relazioni umane e del tessuto sociale, dei processi di solidarietà e, di contro, all’aumento dei processi di esclusione e di disgregazione. Sono segnali molto gravi. In quest’ottica la cooperazione sociale e tutto il terzo settore potrebbero rappresentare il braccio operativo delle Pubbliche Amministrazioni, perché producono beni relazionali.

 

La nostra mission non è dare risposte di assistenza e accoglienza ai bisogni delle persone ma, attraverso le nostre attività, contribuire a creare comunità accoglienti nei confronti di tutte le differenze, costruire opportunità di lavoro inclusive delle persone svantaggiate e promuovere l’autonomia e l’autodeterminazione delle persone nell’ambito però di principi fondamentali di convivenza, rispetto reciproco e tutela dei diritti fondamentali delle donne e degli uomini.” (Eleonora Vanni – Presidente Legacoopsociali)

 

Nel DEF appena presentato, l’Esecutivo annuncia un piano di investimenti pubblici. Ciò significa che verranno spesi più soldi per varie cose. Bene! Ma l’esperienza ci dimostra che sono importanti tre fattori:

► Stanziamenti

► Come vengono allocate le risorse

► Le procedure amministrative per spendere le risorse

 

Apprezziamo ci sia un aumento degli investimenti pubblici e che ci sia la previsione di “abolire il patto di stabilità interno, che limita le capacità di intervento degli enti locali” (prevista a pag 86). Ma ci chiediamo come questo si concretizzi nella realtà. L’impatto sulla crescita e soprattutto sulla qualità della vita dipendono sia dagli stanziamenti, ma anche da dove vengono allocate le risorse.

 

Essenziale poi è la capacità della PA di favorire una concorrenza virtuosa e non viziosa; quest’ultima strangola le imprese e le costringe a lavorare senza rispettare i diritti e dignità del lavoratore.

 

La dignità e le tutele – ha affermato recentemente Papa Francesco – sono mortificate quando il lavoratore è considerato soltanto una riga di costo del bilancio” A questa logica non sfuggono le Pubbliche Amministrazioni, quando indicono appalti con il criterio del massimo ribasso e senza tenere conto della qualità e della dignità del lavoro Credendo di ottenere risparmi ed efficienza, finiscono per tradire la loro stessa missione sociale al servizio della comunità.

 

Dove si indirizzano i fondi?

Nel dibattito pubblico spesso si parla di welfare solo per sottolineare in maniera negativa i costi eccessivi. Crediamo che questo Paese, per ripartire, abbia bisogno di una visione di società che riparte dai diritti, in cui i diritti siano concretamente esigibili e le spese per il sociale siano considerate un investimento e non un costo.

 

Un investimento per migliorare la salute, creare benessere, attivare prevenzione, con evidenti ritorni in termini di benefici anche economici per tutta la comunità.

 

Nel DEF la parola Cooperativa compare, ma soprattutto a proposito dell’azione del Governo volta a potenziare la lotta alle false cooperative. Azione giustissima che noi stessi abbiamo avviato: proprio per questo riteniamo molto limitante puntare solo al controllo senza pensare allo sviluppo. Nel DEF non sono previste misure volte alla valorizzazione e allo sviluppo della cooperazione (e del terzo settore in generale).

 

Inoltre riteniamo molto deboli  le politiche attive del lavoro (quelle che creano nuova occupazione o intervengono a scopo preventivo o curativo sulle possibili cause della disoccupazione) e in questa direzione nulla è previsto rispetto alla cooperazione di tipo B, quella di inserimento lavorativo, quella che più ha risentito della crisi degli ultimi anni e che non è una risposta assistenzialistica, ma si inserisce a pieno titolo come strumento centrale di politiche attive del lavoro e di coesione territoriale, in quanto è in grado di:

  1. Generare occasioni di lavoro retribuito;

  2. Realizzare percorsi di autonomia e di empowerment per favorire la crescita professionale dei lavoratori svantaggiati;

  3. Favorire la crescita economica e sociale del territorio in cui operano.

I soggetti svantaggiati non sono un peso per la società; lavorano, pagano le tasse e, migliorando le loro condizioni di vita, incidono di meno sulla spesa in ambito sanitario e sociale. Infine, nel DEF si fa riferimento al codice degli appalti, a come rendere le procedure amministrative più snelle e trasparenti. Anche questo punto in linea teorica va bene. Ma non in merito all’orientamento del governo di alzare il limite dei 40.000 euro per gli affidamenti senza gara: questo è molto pericoloso! Se si pensano interventi sul codice degli appalti bisogna pensare soprattutto a:

  • Come favorire l’applicazione delle normative previste, come l’art. 5 della legge 381/1991 e l’art 112 del codice degli appalti che introducono delle riserve negli appalti e concessioni di beni e servizi in favore della cooperazione sociale di tipo B;

  • Come tener presente la specificità dei servizi sociali che non possono essere trattati al pari dei lavori pubblici, pur nel rispetto dei principi comunitari di trasparenza, par condicio e non discriminazione;

  • Come impedire gli appalti al massimo ribasso;

  • Come Potenziare il sistema di accreditamento per l’affidamento dei servizi socio-sanitari e come potenziare procedure amministrative collaborative che valorizzano e non mortificano il potenziale della cooperazione.

Le cooperative sociali sarebbero pronte a realizzare un programma straordinario di investimenti, se lo Stato fosse altrettanto disponibile a:

  • Valorizzare le loro competenze strategiche (ad esempio, “saper leggere i bisogni della comunità, saper costruire reti inter-organizzative, saper coordinare una pluralità di risorse (pubbliche, private e comunitarie), saper coinvolgere i cittadini e gli utenti nei processi di produzione di beni e servizi, saper assumere dei rischi”).

  • Investire in un piano straordinario per sviluppare e sostenere l’economia sociale.

25 ottobre 2018 / by / in