Rete dei Numeri Pari

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Il voltafaccia del Movimento 5 stelle sul Reddito di cittadinanza: come doveva essere e come sarà
di Daniele Nalbone su The Post Internazionale

Roma. Gennaio 2015. Beppe Grillo, Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Nunzia Catalfo. Nella sede di Libera arrivano i massimi esponenti del Movimento 5 stelle. Ad attenderli il fondatore dell’associazione antimafia, Don Luigi Ciotti, e il responsabile della campagna Miseria Ladra, Giuseppe De Marzo.

Motivo dell’incontro: gettare le basi per l’adesione del Movimento 5 stelle sulla proposta di legge sul reddito minimo garantito. Un’adesione ribadita a gran voce e con massima enfasi dal padre fondatore del M5s che, in un video al fianco di Don Ciotti e poi in un post, spiegò l’importanza di dare all’Italia una vera misura di “contrasto non solo alla povertà, ma anche alle mafie”.

> Reddito di cittadinanza, la scheda completa

Da quel momento iniziarono una serie di incontri tra gli esponenti del Movimento e quelli della campagna contro la povertà che portarono, tra maggio e giugno del 2015, 35 senatori e 91 deputati della forza politica oggi al governo a firmare le proposte della piattaforma “Miseria Ladra”.

L’obiettivo comune era quello di dare all’Italia non una semplice misura di sostegno al reddito, ma un “vero reddito”. Minimo. Garantito. Di dignità. Non certo “di cittadinanza”, come quello contenuto nel decreto approvato dal governo il 17 gennaio 2019.

A distanza di cinque anni da quell’incontro, infatti, possiamo parlare chiaramente di voltafaccia. E i motivi sono scritti nero su bianco e assolutamente evidenti leggendo cosa si erano impegnati a fare gli esponenti del Movimento e cosa hanno fatto.(

La proposta per il reddito “di dignità”, firmata da ben 126 parlamentari del Movimento, non era una promessa elettorale ma l’impegno di sostenere i punti della piattaforma per un reddito individuale (e non “familiare” com’è il reddito di cittadinanza del Movimento 5 stelle) e senza alcun “obbligo” di “integrazione lavorativa”.

Perché, come prevede la Relazione dell’8 aprile 2009 per la Risoluzione europea le politiche sul “coinvolgimento attivo” delle persone escluse dal mercato del lavoro non devono “sostituirsi all’inclusione sociale” e “chiunque deve per disporre di un Reddito Minimo, e di servizi sociali di qualità, a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro”.

Inoltre la durata temporale del beneficio, oggi prevista in un massimo di 18 mesi, era a tempo indeterminato: “Fino al miglioramento della propria condizione economica”.

Ma il vero “voltafaccia” del reddito di cittadinanza del Movimento 5 stelle rispetto agli impegni presi quando era forza di opposizione riguardano la filosofia stessa della misura. Un vero reddito minimo, infatti, non ha l’obiettivo di trovare un lavoro a chi è disoccupato ma di garantire un’esistenza dignitosa a tutte le persone.

Era il 2015 quando il Movimento prese questo impegno con il mondo delle associazioni, con gli studenti, con (alcuni) sindacati. Con quella che, in parte, era la sua “base”. Cos’è successo tra il 2015 e il 2019?

In Europa, in una sessione plenaria dell’Europarlamento, quella del 24 ottobre 2017, venne approvata una proposta proprio del gruppo Efdd-Movimento 5 stelle che riprendeva l’articolo 34, terzo comma, della Carta dei diritti dell’Unione europea con la “raccomandazione” della Commissione europea del 3 ottobre 2008 (2007/867/CE) relativa all’inclusione delle persone escluse del mercato del lavoro.

Ebbene, in quella proposta il Movimento 5 stelle mise nero su bianco l’invito “ai Paesi membri” di “introdurre regimi di reddito minimo adeguati” e di “garantire l’accesso all’alloggio, all’assistenza sanitaria, all’istruzione e a fornire sostegno ai bambini, ai disoccupati, alle famiglie monoparentali, ai senzatetto”.

Si parte dall’assenza del lavoro, quindi, per arrivare non all’obbligo di accettare, dopo la terza proposta, qualsiasi forma di impiego sul territorio nazionale (come previsto dal “reddito” approvato dal governo Conte) ma alla garanzia di servizi sociali e misure di contrasto alla povertà concrete.

Il Movimento 5 stelle, quando non era al governo, parlava di “libertà di scelta lavorativa”. Oggi di obbligatorietà. Spiegava il reddito (ora chiamato) di cittadinanza come “forma di contrasto alle mafie e alla povertà”. Oggi lo definisce – testuale – “misura di reinserimento nel mondo del lavoro che serve a integrare i redditi familiari”.

E ancora: Grillo parlava di 10 milioni di poveri che, con un vero reddito, si sarebbero “potuti salvare”. Oggi Di Maio parla di “aiutare 5 milioni di disoccupati” e “1 milione e 800 mila famiglie”.

https://www.tpi.it/2019/01/18/reddito-cittadinanza-m5s-voltafaccia/
18 Gennaio 2019 / by / in
Il gran ballo della sicurezza: venerdì 18 gennaio – ore 10 – la città solidale assedia la Prefettura

A nulla è valso il decimo clochard morto a Roma a causa del freddo in poco più di due mesi. Ieri ancora due sgomberi contro le persone che, allontanate dalla ex Penicillina, sulla Tiburtina, avevano trovato rifugio in immobili non utilizzati. E ancora uomini e donne identificati e lasciati in strada senza soluzioni, oltretutto con addosso denunce per invasione di edifici appesantite dal decreto Salvini, da poco trasformato in legge, sulla sicurezza urbana. I morti e gli sgomberati sono accomunati da un identico destino, essere dimenticati, invisibili e quindi non vittime delle gelide temperature, ma delle pratiche di esclusione sociale e della mancanza di tutele di diritti primari quali l’alloggio e l’accoglienza. Il ripristino della legalità rimane l’unico imperativo al quale rispondere, con buona pace dei migliori sentimenti di umanità possibili. È molto più gelida la mano della Prefettura, della Questura e delle amministrazioni locali, di quella dell’inverno capitolino.Venerdì alle ore 11 andrà in scena di nuovo, nel tavolo provinciale ordine e sicurezza, il ballo degli sgomberi. Il Messaggero ha già fatto sapere che si parlerà di palazzi abitati da centinaia di famiglie e che non mancherà la presenza del vice premier Salvini. Dalle minacce si passa ai fatti?Per non lasciare un solo minuto da soli questi figuranti della legalità, abbiamo deciso di mobilitarci. E lo faremo insieme alla città solidale con chi nella capitale soffre la mancanza di una certezza del presente. Parliamo degli inquilini sotto sfratto, ai quali un tempo si concedevano proroghe legate alle festività e alle intemperie invernali. Degli abitanti delle case di Ostia minacciati di sgombero così come le tante famiglie ritenute occupanti senza titolo delle case popolari. Per non parlare degli stabili vuoti occupati per necessità e strumentalmente indicati come pericolanti e quindi da liberare con urgenza. Vogliamo sapere quanto ancora Roma intende sopportare questa sciatteria sociale. Questa incapacità di programmare politiche abitative e un welfare accettabile. Sostituendo con la mano forte della sicurezza imposta a colpi di esibizioni muscolari in giro per la città, la mancanza di un’azione sociale autorevole e organizzata. Siamo passati di fatto da mafia capitale, che lucrava sulle emergenze, alla dimenticanza capitale, dove le responsabilità vengono celate dietro parole vuote come sicurezza e legalità per i più fragili.Di nuovo il teatro decisionale sarà la sede della Prefettura. Non ci aspettiamo ripensamenti dal ministero dell’Interno, ma riteniamo che Comune e Regione non debbano avallare operazioni di polizia ulteriori e accettare, di fatto, di avvelenare ancora di più le tensioni sociali che questa città già soffre, avvalorando la necessità di una guerra contro gli occupanti. Per questo saremo in piazza Ss. Apostoli dalle ore 10 venerdì 18 gennaio.

17 Gennaio 2019 / by / in
Casacomune. Laudato si’ Laudato qui. Scuola e Azioni.

Parte una nuova sfida, una nuova avventura del Gruppo Abele. Casacomune. Laudato si’ Laudato qui. Scuola e Azioni. è un programma di formazione che prevede incontri e corsi di varia durata nell’arco dell’anno. Si ispira ai principi espressi nella stupenda enciclica di Papa Francesco, la Laudato si’: un canto d’amore per la terra, ma anche un monito all’uomo affinché ne abbia cura, nel segno di quella “ecologia integrale” che vede nella responsabilità verso il creato la necessaria premessa al benessere delle creature.

Il cambiamento ha bisogno di conoscenza. Lo sappiamo bene, ce l’ha insegnato, fra gli altri, il nostro caro Antonino Caponnetto, le cui parole sempre ricordiamo quando parliamo con i giovani di tutta Italia: «La mafia teme più la scuola della giustizia!». Quante scuole abbiamo visitato, quanti progetti di formazione e sensibilizzazione abbiamo promosso negli anni! Senza smettere di formarci noi stessi, grazie alla competenza di tanti amici che ci hanno accompagnati, guidandoci nella comprensione di questioni tecniche, storiche, giuridiche. Adesso è il momento di ampliare, una volta di più, il nostro sguardo. 

Casacomune. Laudato si’ Laudato qui. Scuola e Azioni. è un programma di formazione che prevede incontri e corsi di varia durata nell’arco dell’anno. Si ispira ai principi espressi nella stupenda enciclica di Papa Francesco, la Laudato si’: un canto d’amore per la terra, ma anche un monito all’uomo affinché ne abbia cura, nel segno di quella “ecologia integrale” che vede nella responsabilità verso il creato la necessaria premessa al benessere delle creature.

L’idea, ancora una volta, è quella di saldare il sapere col fare. Di trasformare il Laudato si’ in un Laudato qui, la contemplazione in un’azione coraggiosa di salvaguardia, risanamento, ristabilimento dell’armonia ovunque sia messa alla prova: nel rapporto fra l’uomo e la natura, fra gli uomini stessi e fra le società umane.

In un’ottica dal respiro così ampio, rientrano tutti i temi a noi più cari: i diritti, la legalità, la giustizia sociale. Con l’impegno per la legge sui reati ambientali, abbiamo già avuto modo di riflettere sulla complessità del rapporto fra l’uomo e la sua “casa”. Casacomune ci permette di approfondire quella prima riflessione,  offrendoci strumenti di analisi adeguati a un presente in continua, vorticosa e talvolta pericolosa trasformazione. 

Il calendario degli incontri sarà fitto. Affronterà di volta in volta temi sociali, ambientali, storici, economici ecc., con rigore scientifico ma senza trascurare la dimensione spirituale ed etica – con l’intervento di persone dai riferimenti culturali e religiosi più diversi – e lasciando spazio al racconto di esperienze innovative, per dare il segno di un cambiamento già iniziato.

Rafforziamo il nostro impegno, per questo cambiamento! Abbracciamo una visione più vasta, per incidere maggiormente e in modo più durevole in tutte quelle realtà nelle quali già operiamo.

programma-Scuola-Casacomune-15-17-febbraio-2019

17 Gennaio 2019 / by / in
Da Centocelle la riscossa silenziosa degli insegnanti anti-mafia: “Il nostro coordinamento è già in tutta la città”

Da Centocelle la riscossa silenziosa degli insegnanti anti-mafia: “Il nostro coordinamento è già in tutta la città”

Intervista a Emilia Fragale del Coordinamento contro mafia e povertà

Ylenia Sina16 gennaio 2019 15:15

“Siamo intellettuali pagati dallo Stato per esercitare una funzione formativa. Per questo non possiamo fare finta di non vedere”. Emilia Fragale è seduta nella ‘sua’ aula. Insegna presso l’Istituto Comprensivo via dei Sesami a Centocelle e da novembre fa parte del Coordinamento dei docenti contro le mafie e le povertà: “Si tratta di un gruppo di insegnanti costituitosi in maniera quasi spontanea, snello ed aperto a tutti, che si pone l’obiettivo di studiare e condividere proposte operative, buone pratiche, materiali didattici e formazione sul tema delle mafie nel pieno rispetto della Costituzione e degli obbighi della funzione docente”. Ad oggi “siamo oltre una ventina, tra Roma e provincia. Tutte persone in qualche maniera in già in relazione tra loro per aver affrontato dei percorsi su questi temi. E stiamo crescendo”. Mi chiede di non dare risalto solo al suo nome, alla sua persona: “Ora stai parlando con me” spiega “ma nel coordinamento siamo tutti equivalenti così come l’Italia è piena di docenti che lavorano al meglio”. 

La scintilla è scattata proprio tra i quartieri Alessandrino e Centocelle “nei giorni di preparazione dell’assemblea cittadina su ‘Mafie, corruzione e zona grigia’ insieme alla Rete dei Numeri Pari” che è stata ospitata proprio nei locali dell’Istituto Comprensivo il 23 novembre scorso. Il terreno nelle scuole del territorio, però, era fertile già da qualche anno: “La prima iniziativa l’abbiamo organizzata il 23 maggio del 2017, in occasione del 25esimo anniversario della strage di via Capaci. Abbiamo messo in scena al Teatro Biblioteca Quarticciolo un concerto delle orchestre degli indirizzi musicali del territorio insieme all’Istituto Comprensivo via Luca Ghini all’Alessandrino. Quel giorno si è tenuta anche una marcia di studenti e famiglie attraverso il quartiere con il coinvolgimento del Municipio V e la partecipazione di istituzioni ed associazioni autorevoli. Nonostante in molti quartieri sia acclarata dagli enti competenti la presenza delle organizzazioni criminali, la cittadinanza ne sembrava completamente inconsapevole. Fu un modo per iniziare a parlare con i ragazzi di questi temi”. 

L’anno successivo “le scuole che hanno partecipato alla giornata, che per la seconda edizione di due giorni, ha trovato spazio anche a Largo Agosta, erano raddoppiate: si erano aggiunti l’Istituto Comprensivo via Laparelli a Tor Pignattara ed il Liceo Classico e Scienze Umane Benedetto da Norcia a Gordiani”. Nel frattempo una collaborazione “tra le scuole e la parrocchia di San Giustino Martire all’Alessandrino ha fatto scattare i laboratori di mutualismo sociale in quel quartiere”.

Perché “in molte aree della città scarseggiano i presidi sociali mentre la crisi economica dilaga. E non dobbiamo mai dimenticare che il fattore socio economico è fondamentale per reperire la manovalanza di cui si serve la criminalità per le sue attività su un territorio”. Un vero e proprio “welfare sostitutivo di fronte al quale i ragazzi devono essere preparati e dovrebbero poter avere un’alternativa”. 

È così che nei quartieri le scuole sono i presidi di formazione civica. “Una parte del percorso è nato nel segno di due simboli della lotta alle mafie come Falcone e Borsellino, ma sappiamo che gli eroi non servono. Quegli eroi erano semplicemente persone che facevano bene il proprio lavoro. Per questo siamo consapevoli che l’unico modo per incidere è lavorare bene nel quotidiano, tutti, in ogni settore”. 

Il Coordinamento è nato anche per questo: “Nel mondo della scuola ci sono tante persone che fanno bene il proprio lavoro ma troppo spesso non abbiamo uno spirito di corpo. E chi lavora su queste tematiche in alcuni contesti può sentirsi spaesato. Il nostro gruppo vuole essere invece un momento di studio e di confronto con qualunque insegnante voglia inserire questi temi nella propria didattica. Pensiamo a un portale dove mettere in comune materiali didattici, proposte di spettacoli, e corsi di formazione per l’aggiornamento professionale per docenti. Non azioni eclatanti ma un lavoro costante, a lungo termine”. 

Il primo ‘evento unitario’ del Coordinamento è già in costruzione. Sarà il prossimo 21 marzo, Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. “Momenti simili per i ragazzi sono utili per riflettere su questi temi. È importante perché a Roma parlare di mafia non è semplice. La gente la vede come qualcosa di esotico, di lontano dal proprio vissuto quotidiano. Quando coinvolgi i bambini e i ragazzi coinvolgi anche le famiglie così la mafia diventa un tema su cui riflettere anche a casa. È la conoscenza il primo ostacolo alla sua penetrazione nei territori”.

http://centocelle.romatoday.it/coordinamento-contro-mafia-poverta.html

16 Gennaio 2019 / by / in ,
Occupazione abitativa di via del Caravaggio: un incendio di solidarietà

Occupazione abitativa di via del Caravaggio: un incendio di solidarietà

Capita che i momenti reputati più tranquilli, quelli in cui è giusto e necessario abbandonarsi a se stessi e ai propri affetti e coltivare, insieme al riposo, i sogni per un mondo più giusto, contengano anche i rischi di pericoli insidiosi. Nel caso di via del Caravaggio, dove da oltre sei anni vivono 150 nuclei familiari, il rischio ha preso le sembianze di un fornello da cui si è sprigionata una scintilla che ha appiccato il fuoco in uno dei due palazzi di cui è composta l’occupazione.

Gli abitanti del Caravaggio sono intervenuti immediatamente, contenendo le fiamme grazie agli estintori di cui sono dotati tutti i piani, favorendo poi l’azione dei vigili del fuoco. Completamente sedato l’incendio, si è passati alla conta dei danni che, alla resa dei conti, sono rimasti circoscritti ad alcune stanze e hanno riguardato in modo particolare due piani. Non ci sono stati feriti e infatti, seguendo le prescrizioni dei tecnici, isolate le aree investite dalle fiamme e certificata l’agibilità del palazzo, la maggioranza delle famiglie sono potute rientrare nei propri alloggi mentre è stato possibile comunque sistemare all’interno dell’occupazione chi si è ritrovato a fare i conti con la distruzione dei propri spazi e delle proprie cose.

È stato a questo punto che la paura ha lasciato spazio ai sorrisi. Perché già alle prime luci dell’alba, via del Caravaggio è stata investita dalla solidarietà dell’VIII Municipio: associazioni e comitati, centri sociali e partiti, insieme a tanti cittadini comuni si sono prestati per fornire aiuto e per esprimere solidarietà agli occupanti. Una manifestazione di vicinanza di gran lunga superiore per intensità a quello che è stato l’incendio e che, soprattutto, parla delle occupazioni abitative come luogo di legami forti: bambini e bambine che studiano sui banchi delle scuole dei quartiere, uomini e donne che sudano gli stessi posti di lavoro, vita sociale che rimbalza dai banchi del mercato ai bar della zone, contribuendo a rendere vivo e solidale un tessuto sociale altrimenti minacciato dalla solitudine e dall’esclusione sociale.

Dopo l’incendio, già nella giornata di sabato, l’occupazione ha ospitato un’assemblea pubblica molto partecipata, che ha raccontato i fatti e organizzato il sostegno alle famiglie maggiormente colpite. In questo momento continua la raccolta di beni strumentali come letti, reti, materassi, cuscini, lenzuola, coperte, frigoriferi, armadi, piatti, bicchieri, posate, vestiti. Il Movimento per il Diritto all’Abitare e l’occupazione di via del Caravaggio ringraziano con il cuore chi ha contribuito e chi contribuirà. Con un occhio alle insinuazioni pubblicata dalla solita stampa-spazzatura, invece, che non ha perso l’occasione per incitare allo sgombero di via del Caravaggio, ribadiamo – come nel caso dell’incendio scoppiato a novembre al 4 Stelle Occupato di via Prenestina – non consentiremo che un incidente diventi il pretesto per uno sgombero. E da questo punto di vista, siamo convinti di poter dire che la stessa solidarietà espressa nel corso del momento più difficile rappresenta un grande muro popolare: l’anima di una città meticcia niente affatto disposta a rassegnarsi alle misure razzistoidi del governo gialloverde e alle speculazioni dei soliti ladri, già condannati dalla storia. L’anima di una città che continua a gridare – come ha fatto appena pochi giorni fa riempiendo la piazza del Campidoglio per protestare contro il dl Salvini – che l’unica sicurezza che ci interessa è quella che parla di casa e reddito per tutti e tutte: una sicurezza che oggi, più che mai, vive e si organizza in via del Caravaggio. Per resistere con ogni mezzo necessario ai frutti della cattiva sorte e a quelli, ben più velenosi, di una politica continuamente impegnata a rubare ai poveri per consentire a un pugni di ricchi di continuare a ingrassare.

14 Gennaio 2019 / by / in
Povertà, 25 miliardi all’anno vanno nelle tasche sbagliate

di Milena Gabanelli e Rita Querzè

Cinque milioni di poveri in Italia non si possono ignorare, ed è giusto dare loro un assegno di sussistenza. Ma i soldi vanno spesi bene perché a pagare l’Irpef sono sempre i soliti 41 milioni di italiani. E anche tra loro non tutti se la passano benissimo.

Troppe risorse nelle tasche sbagliate

Ogni anno l’Inps spende 53 miliardi per aiutare chi sta peggio. In gran parte vanno in assegni sociali e integrazioni al minimo. In teoria può fare domanda solo chi è sotto a un certo reddito (per la pensione sociale non bisogna superare i 5.954 euro l’anno, per esempio). Nella realtà oltre un terzo di questi soldi (ovvero 18,5 miliardi) va alle famiglie con redditi superiori alla mediaLo stesso meccanismo vale per i 18 miliardi di spesa generale per la lotta alla povertà. Oltre un terzo – 6,5 miliardi – va al 50% di italiani con redditi superiori alla media. La legge che ha istituito il Reddito di inclusione (Rei) prevedeva un riordino della spesa sociale. Non è mai stato fatto. I cittadini quando vanno a votare non premiano chi gli toglie qualcosa. E i partiti lo sanno.

Incroci a monte per scoprire gli Isee-truffa

Spesso la spesa sociale finisce a chi non ne avrebbe diritto perché è facile truccare le carte. Lo strumento che valuta come se la sta passando una famiglia è l’Isee. L’ultima riforma l’ha migliorato, ma secondo le verifiche della Guardia di Finanza, il 60% degli Isee è basato su autodichiarazioni false. Il tasso di irregolarità è del 90% per le esenzioni dai ticket sui farmaci e del 39% per le richieste di prestazioni sociali nei primi mesi del 2018. Più che aumentare i controlli a valle bisogna incrociare sempre a monte i dati delle proprietà immobiliari, dei redditi e delle giacenze medie sui conti correnti. Ancor meglio inserire i dati delle amministrazioni in un Isee già precompilato: doveva partire nel 2018, ma ancora non si è visto.

Troppi bonus: serve il casellario delle prestazioni

Prendiamo una famiglia povera della periferia di Milano a cui nasce un figlio. Può sicuramente chiedere il bonus bebè appena rifinanziato nell’ultima legge di Bilancio. Ma ci sono anche il bonus alla nascita da 800 euro – che incassano tutti, non solo i poveri – oltre al bonus nazionale per la frequenza al nido. Poi c’è la bebè card del Comune e il bonus nido della regione Lombardia. In pratica la mano destra non sa cosa fa la sinistra. Sarebbe il caso di coordinare le varie misure. L’Inps avrebbe dovuto varare il «casellario», un fascicolo con le prestazioni sociali percepite da ciascun cittadino. Il progetto non è mai decollato. Logico sarebbe che, in base all’Isee, una serie di misure scattassero in automatico, in funzione della situazione di ciascuno.

Assegni proporzionati al costo della vita nei territori

Se si guarda l’incidenza sul totale della popolazione, il record del disagio è al Sud con il 10,3% degli abitanti in povertà assoluta (contro il 5,1% del Centro e il 5,4% del Nord). Ma il 52,5% delle famiglie povere abita comunque al Centro-Nord. L’Istat ha calcolato che nelle periferia di una grande città del Nord, un single per la propria sussistenza ha bisogno di 780 euro al mese. Da qui il reddito di cittadinanza. In un piccolo comune del centro, però, bastano 707 euro, che scendono a 560 euro nel comune del Sud. Avrebbe senso dunque un assegno parametrato al costo della vita del luogo in cui vive il richiedente.

Più servizi (e non solo per l’impiego)

Anpal servizi stima che il 70% degli aspiranti al reddito non sia subito in grado di lavorare, perché ha minori o disabili a carico, problemi di salute e di dipendenze. Sono 3 milioni e mezzo di persone che dovranno stipulare un «patto per l’inclusione sociale» con i Comuni. Nel 2016 la spesa dei Comuni per i servizi sociali ammontava a 7 miliardi e 56 milioni di euro: quelli ricchi offrono servizi sociali ai loro cittadini, gli altri no anche se sul loro territorio si trova la maggior concentrazione di poveri. In Calabria, dove ci si attende il maggior numero di richieste di Reddito di Cittadinanza, la spesa procapite per i servizi sociali è di 22 euro, contro i 517 euro della Provincia Autonoma di Bolzano. Il 15% dei fondi del Rei doveva servire a potenziare i servizi sociali. Per il 2019 il nuovo governo mobilita 347 milioni, che diventeranno 587 nel 2020 e 615 dal 2021 in poi. Risorse insufficienti, mentre non è ancora chiaro con quali criteri saranno ripartite.

Lavori socialmente utili (flop dietro l’angolo)

Chi prende il reddito di cittadinanza dovrebbe fare 8 ore alla settimana di lavoro socialmente utile. Serve quindi personale che organizzi il lavori da fare. I lavoratori vanno poi formati e assicurati. Ad oggi esistono solo pochissime sperimentazioni e la maggior parte dei Comuni non è attrezzata.

Serve più tempo per potenziare i controlli sul lavoro nero e assumere navigator stabili

Le Regioni devono assumere 4.000 navigator per potenziare i propri centri per l’impiego. Vuol dire che si dovranno fare 20 bandi pubblici. Dall’emissione del bando all’assunzione ci vuole mediamente un anno (sei mesi alle Regioni più virtuose). Per aggirare l’ostacolo e partire il primo aprile con il Rdc, il governo intende assumere subito 4.000 navigator con contratti a termine tramite Anpal servizi. Successivamente i 4.000 precari (con il compito di educare i disoccupati a trovare lavoro) dovrebbero partecipare ai concorsi delle Regioni per passare a tempo indeterminato. Poi c’è il lavoro nero: nemico numero uno del reddito di cittadinanza. È vero che ci sono sgravi contributivi per chi assume un povero, ma nessuna azienda assume a tempo indeterminato se non ne ha bisogno. L’economia sta frenando, e in gran parte del Paese i centri per l’impiego non riusciranno a offrire tre occasioni di lavoro in 18 mesi. Che fare? Non escludere dagli sgravi i contratti a termine. Poi potenziare i controlli sui settori e nei territori a maggiore concentrazione di nero. In particolare agricoltura, dove la percentuale arriva al 16,4%, servizi alle persone (22,8%), costruzioni (10,8%), commercio e logistica (7,9%). La legge di Bilancio prevede l’arrivo di 930 nuovi ispettori del lavoro in tre anni, di cui 300 nel 2019. Ma è improbabile che siano operativi prima di fine anno.

Reddito agli stranieri residenti da 10 anni

Il governo stima che saranno 250.000 ad averne diritto. Le stime di fondazione Ismu parlano di 300.000 (su oltre 5 milioni di immigrati, circa un milione è residente da 10 anni, e il 30% è in stato di povertà). Il Comune di Milano ne stima 700 mila. Le richieste verranno presentate nei Comuni, che però non sono in grado di verificare «dove» hanno accumulato i 10 anni di residenza perché l’ anagrafe nazionale in capo a Sogei non è mai stata completata.In sostanza, se non si fa in fretta a completare i registri nazionali e a riorganizzare un sistema iniquo, troppi soldi continueranno a finire nelle tasche sbagliate.13 gennaio 2019 | 22:51© RIPRODUZIONE RISERVATA

14 Gennaio 2019 / by / in
Europe Consulting: Aperto il Rifugio Sant’Anna in via Merulana a Roma

Oggi, lunedì 14 gennaio, aprirà un progetto pensato e realizzato con il Primo Municipio di Roma, con la collaborazione delle Acli e della coop. Autonomamente, un centro per 20 donne e 8 uomini in condizioni socio sanitarie particolarmente critiche, in zona via Merulana, per offrire un’alternativa notturna alla strada e al freddo di questi giorni. 

È una corsa contro il tempo e contro il gelo e il vostro aiuto è prezioso. Nonostante la disponibilità di una struttura religiosa che ci ha concesso i locali e il finanziamento del Primo Municipio, le necessità per offrire il massimo sostegno sono tante e le spese anche, a partire dal riscaldamento, la luce, fino alle necessità più semplici di ogni persona.

PER CHI VOLESSE AIUTARE
abbiamo bisogno al momento in ordine di priorità:
– cuscini e copricuscini
– coprimaterassi e traverse per letti singoli
– set lenzuola per letti singoli e federe
– asciugamani e Teli da bagno (no accappatoi a meno che ne abbiate uno stock da 30 completo)
– assorbenti
– intimo donna

Il Materiale può essere portato oggi stesso o domani al Centro Binario 95 in via Marsala 95. Questa raccolta è attiva fino al 14 gennaio alle 15 poi compreremo quello che manca.

Chi volesse collaborare ma non ha questi oggetti, non li può portare o volesse comunque dare una mano per sostenere le spese anche future del centro, può contribuire direttamente con delle donazioni sul sito www.binario95.it selezionando: 
Donazione libera – oggetto Rifugio Sant’Anna
Oppure tramite IBAN IT02A0335901600100000069776
mi raccomando specificando nell’oggetto “Donazione Rifugio Sant’Anna” (*)

Grazie per tutto quello che avete fatto, state facendo e potrete ancora fare e grazie della forza che ci avete dato per riuscire a superare tutti gli ostacoli che ci hanno fatto raggiungere questo nuovo importante obiettivo, non tanto per noi ma per le persone che troveranno riparo nel RIFUGIO SANT’ANNA.

Alessandro – Europe Consulting

(*) Per ogni donazione verrà dato conto nei prossimi giorni in una sezione dedicata del sito di Binario 95 di quante donazioni sono state raccolta.

14 Gennaio 2019 / by / in
Reddito di cittadinanza. E la montagna partorì il topolino

Workfare. Una misura social-liberista per il controllo e la selezione dei poveri. Chi assumerà un beneficiario, senza licenziarlo per 24 mesi, riceverà un contributo non inferiore a 5 mensilità: è una norma simile agli incentivi del Jobs Act

Andrea Fumagalli – Il Manifesto

E la montagna partorì il topolino. Questo è il commento a caldo più consono alla lettura della bozza del decreto legge che il governo dovrebbe approvare per rendere attuativa l’introduzione del «reddito di cittadinanza» (RdC).

Si tratta comunque di un provvedimento che è meglio del nulla o del pochissimo (vedi il «reddito di inclusione», «Rei») fin qui fatto dai governi precedenti in materia di contrasto alla povertà assoluta. Perché di questo si tratta: di un provvedimento, che per la sua limitatezza e i vincoli imposti non va a incidere in modo significativo sulla distribuzione del reddito, né a invertire la sua polarizzazione, né a garantire la liberta scelta del lavoro in contrasto alla ricatto della precarietà. Incide piuttosto sulla limitazione del disagio sociale connesso alle situazioni di povertà estrema.

SECONDO I DATI forniti dallo stesso governo, la platea dei beneficiari del RdC dovrebbe essere di 1.437.000 famiglie e di 4.340.000 individui (numero inferiore, seppur di poco, ai poveri assoluti, ma pari a meno del 50% dei poveri relativi). Per il 2019, la cifra messa a disposizione ammonta a 6,11 miliardi di euro, per poi salire a 7,77 nel 2020 e a 8,02 nel 2021 (art. 12). Se questi dati vengono confermati, l’obiettivo dichiarato di portare tutto coloro che hanno un reddito inferiore alla soglia di 780 euro mensili appare difficilmente raggiungibile. Facendo infatti dei semplici calcoli matematici, la cifra media che spetta mensilmente a livello familiare sarebbe di 472 euro e, a livello individuale, di 156 euro al mese.

OCCORRE tuttavia tenere presente che il provvedimento ha come obiettivo l’integrazione ai 780 euro mensili del reddito già disponibile e che quindi non tutti riceveranno l’intera somma – come invece vogliono far credere i detrattori e i media. Più concretamente, gli importi su base annua sono composti di due elementi: un’integrazione del reddito familiare di seimila euro e una componente a integrazione del reddito per coloro che abitano in affitto fino ad un massimo di 3360 euro (art. 3). Di fatto, la soglia massima di reddito percepibile per chi è proprietario di casa non è più di 780 euro al mese, ma di 500 euro.

Il RdC potrà essere chiesto, oltre che dai cittadini italianim anche dagli extracomunitari purché siano residenti in via continuativa in Italia da almeno 10 anni. Si stima che le famiglie composte da soli stranieri in tale condizione siano 259.000 (18% delle famiglie beneficiarie, quando i poveri stranieri sono il 35% del totale dei poveri, il doppio). L’erogazione è condizionata alla dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro da parte dei componenti del nucleo familiare maggiorenni. Oltre a ciò, il disoccupato dovrà aderire a un percorso personalizzato etero-diretto finalizzato all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale: frequentare i corsi di formazione, sostenere test psico-attitudinali e prove finalizzate all’assunzione e, infine, accettare almeno una di tre offerte di lavoro congrue.

I CRITERI per definire «congrua» un’offerta di lavoro sono comunque peggiorativi rispetto a quelli definiti dalla legge di petizione popolare (tramutata nel disegno di legge 1670 del 2014): una remunerazione, come minimo, pari a quella precedentemente percepita dal soggetto interessato, il mantenimento della professionalità acquisita, e una sede di lavoro che non sia più distante di 50 km (80 minuti di tempo di trasporto) dal luogo di residenza. Ne consegue, che il soggetto beneficiario è indirettamente obbligato, pena la perdita del sussidio, ad accettare di fatto qualunque offerta viene proposta. E, tenendo conto, che la maggior parte dei poveri (53%) sono situati nelle regioni meridionali, e che la maggioranza dei posti di lavoro si trovano invece nelle regioni settentrionali, è facile immaginare lo sviluppo di nuovi flussi migratori, finanziati dallo Stato a vantaggio delle imprese del Nord.

ED È PROPRIO sul capitolo «aiuti alle imprese» che il RdC mostra la sua vera natura social-liberista. È un indiretto strumento di politica dell’offerta, finalizzata a incentivare assunzioni sotto-qualificate a costi ridotti per le imprese. I datori di lavoro che assumono un lavoratore e non lo licenziano nei primi 24 mesi (tranne che per giusta causa e giustificato motivo!) potranno, infatti, ricevere sotto forma di sgravio contributivo, un contributo comunque non inferiore a cinque mensilità. Si tratta di una norma assai simile agli incentivi stabiliti dal Jobs Act.

INFINE, il reddito viene erogato a livello familiare (non individuale!) attraverso un apposita carta RdC. Si potrà monitorare il tipo di acquisti fatto e in tal modo eventualmente intervenire se la spesa viene ritenuta non consona allo «stato di povertà». Il provvedimento si presenta così in linea con le premesse: una misura di controllo sociale, sostanzialmente di inserimento coattivo al lavoro, fortemente selettivo e non per tutti coloro che si trovano in povertà relativa, la vera misura della povertà. Ma neanche per tutti coloro che si trovano in povertà assoluta, in particolare per i migranti poveri, che non hanno una continuità di residenza in Italia da 10 anni e sono la maggioranza.

10 Gennaio 2019 / by / in
Contro DL Sicurezza, sgomberi e propaganda 10 gennaio ore 16 assemblea pubblica in Campidoglio. Casa, reddito e dignità per tutt*

In queste settimane, il dibattito pubblico innescato dall’approvazione del Decreto Sicurezza ha riportato al centro dell’attenzione alcuni nodi fondamentali che i movimenti e le realtà sociali di Roma discutono nei propri spazi e nelle piazze da tempo: il tema di cosa sia la sicurezza e della libertà di movimento; la questione delle migrazioni, del welfare e del reddito; il tema del governo della città come accesso ai diritti e non esclusiva materia di ordine pubblico. Non da ultimo, il tema della residenza anagrafica e della negazione di diritti che il mancato accesso ad essa comporta, come i Movimenti denunciano dal 2014, data di approvazione del famigerato decreto Renzi-Lupi welfare di base ad essa associato, che escludeva dalla residenza gli occupanti per necessità.

Le politiche contenute nel Dl Sicurezza costituiscono un’aggravante della situazione che Movimenti, sindacati e associazioni impegnati sul terreno del diritto all’abitare denunciano già da tempo bussando alle porte del Comune di Roma che da tempo si trincera dietro la legalità di facciata, ignora qualsiasi istanza di giustizia sociale (che si tratti di sgomberare gli spazi sociali o di offrire le baracche di via Ramazzini a chi sgombera, e solo se ritenuti ‘fragilità sociali’) e anzi si allinea con Salvini approvando regolamenti di polizia urbana che recepiscono tutto il peggio del governo autoritario e violento del territorio. Sul punto, ancora una volta dobbiamo constatare l’assordante silenzio della Regione Lazio, e la totale indisponibilità al dialogo di una Prefettura totalmente allineata alla linea dura senza soluzioni del Ministero degli Interni.

Una scelta ancor più scellerata, se si considera che solo a Roma il disagio abitativo conta 15 mila famiglie alle quali l’amministrazione deve rispondere con misure adeguate. Tra queste, le famiglie delle occupazioni abitative come il 4 Stelle Occupato, sotto minaccia di sgombero a causa di un incendio accidentale che ha interessato una piccola porzione dello stabile, ma che ha portato Vigili del Fuoco e Prefettura a dichiarare l’intero stabile inagibile. O le 500 famiglie delle cosiddette ‘case di sabbia’ di Armellini a Ostia, nei confronti delle quali la chiusura del Campidoglio è totale a parte l’offerta di un ruolo di auditori di facciata. O i nuclei familiari degli ex residence, oggi Sassat, posti sotto sgombero dal Dipartimento delle Politiche Abitative per cavilli burocratici. A cui si aggiungeranno tutti migranti e richiedenti asilo espulsi dal circuito SPRAR e sgomberati dagli accampamenti informali in cui avevano trovato un seppur limitatissimo rifugio.

Come realtà autorganizzate, di base e dal basso che ogni giorno si confrontano con la materialità delle questioni sociali di questa città, e in un momento storico in cui la propaganda arriva a dichiarare chiusi i porti senza alcun atto formale lasciando 49 persone in balia del mare, riteniamo che l’opposizione al Dl Salvini non possa essere delegata ai cosiddetti ‘sindaci ribelli’, né esaurirsi sul terreno del botta e risposta colpi di tweet e post che sicuramente si intensificheranno a ridosso delle prossime scadenze elettorali. Per questo, l’assemblea cittadina convocata Giovedì 10 gennaio alle h.16 in Piazza del Campidoglio costituisce la prima tappa per un patto di solidarietà e opposizione che sappia mettere a freno la barbarie della repressione di un Governo che risponde ai soli poteri forti, lasciando indietro tutti e voltandosi solo per spargere l’illusione di una stabilità con il reddito di cittadinanza. Nelle piazze, nelle occupazioni, nelle case popolari, costruiremo la difesa dei nostri spazi e del nostro tessuto sociale, contro gli sfratti e gli sgomberi, con ogni mezzo necessario, che sia una barricata o un gilet giallo.

10 Gennaio 2019 / by / in