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Anticipazioni rapporto SVIMEZ 2018 sull’economia e la società del mezzogiorno

CONSIDERAZIONI DI SINTESI

Il triennio di crescita consecutiva del Mezzogiorno, al ritmo di sviluppo del resto del Paese, è un risultato non scontato. La recessione è ormai alle spalle per tutte le regioni meridionali, benché gli andamenti siano alquanto differenziati. Il consolidamento della ripresa è essenzialmente dovuto al contributo del settore privato i cui risultati, in termini di export e di investimenti, lasciano supporre che, anche dopo il massiccio disinvestimento avvenuto con la crisi, sia rimasto attivo e competitivo un nucleo industriale, anche nel settore manifatturiero, in grado di cogliere le sfide competitive.

Il recupero dell’industria meridionale desta particolare sollievo, per quanto sia da legare al tipico “haircut” delle fasi negative del ciclo, che ha estromesso dal mercato le imprese inefficienti e ha lasciato spazio a quelle più efficienti e produttive. D’altronde, l’intensità della crisi è stata tale che ha avuto anche effetti strutturali più profondi, espellendo dal mercato anche imprese sane ma non attrezzate a superare una recessione così lunga e impegnativa. L’apparato produttivo rimasto al Sud sembra essere in condizioni di ricollegarsi alla ripresa nazionale e internazionale, come dimostra anche l’andamento delle esportazioni. Tuttavia, permane il rischio che in carenza di politiche che sostengano adeguatamente l’apparato produttivo e ne favoriscano l’espansione, questo non riesca, per le sue dimensioni ormai ridotte, a garantire né l’accelerazione né il proseguimento di un ritmo di crescita peraltro insufficiente.

La ripresa degli investimenti privati, in particolare negli ultimi due anni, ha più che compensato il crollo degli investimenti pubblici, che si situano su un livello strutturalmente più basso rispetto a quello precedente la crisi (4,5 miliardi di investimenti annui in meno rispetto al 2010) e per i quali non si riesce a invertire un trend negativo. Questo rappresenta l’elemento maggiormente critico per una politica di sviluppo del Mezzogiorno, l’area che si dimostra maggiormente reattiva a questo tipo di politiche, con benefici effetti per l’interno Paese.

Insomma, il settore privato sembra avere fatto la sua parte, mentre il complesso delle politiche per il Sud e la coesione territoriale – pur con impulsi molto
positivi, in particolare con il credito di imposta per gli investimenti e i Contratti di sviluppo – non sembra aver prodotto risultati soddisfacenti. Il crollo degli investimenti pubblici, connesso non soltanto ai vincoli fiscali derivanti dal proseguimento dell’austerità, unito alla mancata ripresa dei consumi delle Pubbliche amministrazioni, rappresentano i principali elementi di divergenza rispetto al resto del Paese e un ulteriore progressivo indebolimento dell’azione pubblica, anche in termini di servizi per i cittadini e le imprese, in un’area che si dimostra non solo bisognosa di politiche pubbliche ma anche positivamente reattiva ai loro stimoli.

Se il consolidamento della ripresa del Sud suggerisce che la crisi non abbia del tutto minato la capacità del tessuto produttivo meridionale di rimanere agganciato ai processi di sviluppo, tuttavia, il ritmo della congiuntura appare del tutto insufficiente ad affrontare le emergenze sociali nell’area, che restano allarmanti. Da un lato, la crescita del 2015-2017 ha recuperato in misura solo molto parziale il patrimonio economico e sociale disperso dalla crisi, la cui perdita si è sommata al gap già esistente in termini di produttività delle imprese e benessere degli abitanti. Dall’altro, anche nella ripresa si registrano ulteriori elementi di divergenza e disuguaglianza interna, che indeboliscono il tessuto sociale: aumenta l’occupazione (benché in misura insufficiente a colmare la voragine apertasi con la crisi), ma vi è  una ridefinizione al ribasso della sua struttura e della sua qualità: i giovani sono tagliati fuori, aumentano le occupazioni a bassa qualifica e a bassa retribuzione, pertanto la crescita dei salari risulta limitata e non in grado di incidere su livelli di povertà crescenti, anche nelle famiglie in cui la persona di riferimento risulta occupata.

Il divario sempre più forte in termini di servizi pubblici, la cittadinanza “limitata” connessa alla mancata garanzia di livelli essenziali di prestazioni, incide sulla tenuta sociale dell’area e rappresenta il primo vincolo all’espansione del tessuto produttivo. Del resto, proprio questo indebolimento della qualità dei servizi ha fatto emergere una sofferenza sociale del Sud, manifestatasi anche nelle ultime elezioni, con un voto che non può essere liquidato con letture semplicistiche incentrate esclusivamente sulla richiesta di politiche assistenzialiste. Un’interpretazione sbagliata, che d’altra parte non riflette nemmeno adeguatamente la complessità della società meridionale ricca di dinamismo e di consapevolezza della necessità di in discontinuità nei rapporti tra Stato e cittadini.

A fronte di un quadro di consolidamento di una debole ripresa, in cui i segnali di resilienza sono tuttavia insufficienti a invertire il declino sociale e demografico dell’area, rischia di aprirsi una “stagione dell’incertezza” – in cui l’Italia fa segnare un rallentamento della crescita – che potrebbe determinare nel Sud una “grande frenata”. Oltre alle persistenti tensioni geopolitiche, al sorgere di spinte protezionistiche e al raffreddamento delle politiche monetarie espansive della BCE, sul Mezzogiorno pesano elementi di incertezza connessi all’avviamento delle politiche economiche proposte dal nuovo Governo, specie riguardo i tempi previsti di attuazione e le possibili ricadute territoriali (come nel caso della cd. Flat tax), che non facilita la definizione dei piani di sviluppo e investimento.

Questo è ciò che emerge dall’aggiornamento delle previsioni per il 2018-2019 del modello econometrico della SVIMEZ: in assenza di un quadro chiaro di
riferimento per la politica economica, per cui si attende la Nota di aggiornamento al DEF e la Legge di Bilancio, il “tendenziale” di crescita dell’area, nel biennio di previsione, potrebbe addirittura dimezzarsi, passando dal 1,4% del 2017 allo 0,7% del 2019. Un dato che si ripercuote negativamente sull’intero Paese, in quanto il grado di interdipendenza tra le economie delle due macroaree risulta elevato, e che dimostra quanto il Sud avrebbe bisogno di una strategia di politica per lo sviluppo.

Per il Mezzogiorno, insomma, mantenere il tasso di crescita del triennio non sarà facile. Potrebbero aiutare, per sostenere il sistema produttivo, che pure sta facendo la sua parte, non solo il proseguimento della misure di incentivazione agli investimenti più efficaci (compresa Industria 4.0 per la quale sarebbe necessario immaginare riserve per il Sud che compensino i suoi svantaggi strutturali), ma anche l’attuazione di strumenti di intervento nel Mezzogiorno, già nel paniere del Governo, come l’istituzione di Zone economiche speciali nelle principali aree portuali, con incentivi fiscali e semplificazioni amministrative. In generale, serve una politica fiscale più espansiva per favorire il consolidamento della domanda interna, che ha sostenuto la crescita del periodo e rispetto alla quale il Mezzogiorno è sempre stato particolarmente reattivo, per la quale ciò che fin qui è mancato è stato il contributo della spesa pubblica sia per i consumi che per gli investimenti. Da questo punto di vista, attuare un vero riequilibrio territoriale degli investimenti pubblici ordinari risulta cruciale. Particolarmente opportuna, appare l’indicazione del nuovo Ministro per il Sud di favorire l’attuazione della cd. “clausola del 34%” per la spesa ordinaria in conto capitale (ancora inattuata) e, ancor di più, di estenderla al Settore Pubblico Allargato delle grandi aziende partecipate.

La premessa essenziale per un rinnovato impegno pubblico per lo sviluppo  del Mezzogiorno, passa tuttavia per la riqualificazione, l’ammodernamento e la razionalizzazione delle istituzioni preposte all’amministrazione dello sviluppo e della coesione, per colmare i deficit in termini di risorse umane qualificate, in particolare sul versante della progettazione degli interventi, inefficienze organizzative a livello locale, carenza di coordinamento strategico a livello nazionale e di volontà e/o capacità di attivare efficaci poteri sostitutivi.

Ad ogni livello di governo – regionale e nazionale, ed in particolare europeo, dove porre con forza il tema delle asimmetrie e degli squilibri di una governance economica che produce divergenza – compito della politica è di non rassegnarsi sul tendenziale rallentamento di una ripresa peraltro già troppo debole, ma di riattivare una grande stagione di investimento nel Mezzogiorno, mirata al miglioramento delle infrastrutture economiche e sociali, per il miglioramento delle condizioni competitive delle imprese e dei fondamentali del benessere dei cittadini, come leva per l’accelerazione del tasso di sviluppo dell’intero Paese.

Documento completo al seguente link:

http://www.svimez.info/images/RAPPORTO/materiali2018/2018_08_01_anticipazioni_testo.pdf

18 settembre 2018 / by / in
Salute spa, il nuovo libro che racconta il “delitto perfetto” in atto sulla sanità pubblica tra politica e assicurazioni

Gli autori, Quezel e Carraro, vedono la mano delle lobby dietro al progressivo arretramento della sanità pubblica, giustificato dalle richieste di spending review dell’Ue: “E’ come se i politici stessero facendo il lavoro sporco, comprimendo le fasce di prestazioni sanitarie gratuite e di farmaci acquistabili a costo zero dai malati. Il lavoro pulito è affidato alle compagnie di assicurazione, che hanno pronto il pacchetto ideale”

14 settembre 2018 / by / in
#mapparoma25 – L’esclusione sociale nei quartieri di Roma

L’esclusione sociale è un fenomeno che vede individui e gruppi totalmente o parzialmente esclusi dalla piena partecipazione alla società. Essere esclusi non significa quindi, come si è troppo spesso soliti pensare, essere poveri da un punto di vista monetario, quanto piuttosto non disporre dell’istruzione che consenta di cogliere le opportunità per realizzare se stessi, o non sentirsi pienamente parte della propria comunità a causa della mancanza di lavoro, o essere discriminati per il proprio genere. Partendo da queste premesse l’analisi che proponiamo riprende un lavoro iniziato da #mapparoma con le mappe dedicate alle differenze tra quartieri in termini di istruzioneoccupazionevalori immobiliari,sviluppo umanoalloggiopari opportunità e case popolari, nonché nel confronto tra le grandi aree metropolitane.

Con questa #mapparoma25 analizziamo quattro indicatori, elaborati da Istat sui dati del Censimento 2011 per laCommissione parlamentare sulle periferie (i primi tre) e da Roma Capitale (l’ultimo) sempre sui dati censuari, che mostrano diverse dimensioni dell’esclusione sociale: i residenti tra 15 e 52 anni che non hanno conseguito il diploma della scuola secondaria di primo grado (mappa in alto a sinistra); i giovani tra 15 e 29 anni che non studiano, non fanno formazione e non sono sul mercato del lavoro (i cosiddetti NEET, mappa in alto a destra); le famiglie con potenziale disagio economico, definite come i nuclei con figli la cui persona di riferimento ha meno di 64 anni e nelle quali nessun componente è occupato o pensionato (mappa in basso a sinistra); l’indice di disagio sociale calcolato sulla base di disoccupazione, occupazione, concentrazione giovanile (popolazione con meno di 25 anni) e scolarizzazione (diploma superiore o laurea) (mappa in basso a destra).

Tutti questi indicatori concordano nell’evidenziare che i problemi di ordine sociale ed economico sono concentrati nelle periferie che sorgono intorno o fuori dal GRA e in tutto il quadrante est anche all’interno del GRA stesso (Municipi IV, V e VI), oltre ad alcuni quartieri più centrali con caratteristiche peculiari come Esquilino, che di conseguenza hanno indici di disagio sociale superiori alla media romana. Sono invece generalmente le zone intorno al centro storico a mostrare le minori criticità in ognuno degli indicatori considerati, sia pure con eccezioni come Della Vittoria, e ad avere indici di disagio sociale inferiori alla media romana. L’omogeneità di questi indicatori è confermata dagli indici di correlazione elevati e significativi (compresi tra 0,5 e 0,6) in particolare tra non completamento della scuola media, potenziale disagio economico e disagio sociale, oltre che tra non completamento e NEET. Come già accennato per altre mappe, sebbene gli unici dati disponibili con questo livello di dettaglio siano quelli del Censimento 2011, che ovviamente in valore assoluto possono non rispecchiare l’andamento delle disuguaglianze e dell’esclusione sociale in seguito alla crisi economica, in termini relativi mantengono la capacità di mostrare le differenze tra i quartieri romani.

(clicca sull’immagine per ingrandire)

Il tasso di non completamento della scuola secondaria di primo grado sulla popolazione tra 15 e 52 anni (mappa in alto a sinistra) è maggiore in varie zone intorno al GRA nei quadranti est soprattutto nei Municipi V e VI (Casetta Mistica 7,5%, Tor Fiscale e Tor Cervara circa 5,5%, Omo e Torre Angela 4,5%, San Basilio 4%), sud nel Municipio IX (Santa Palomba 6,6%) e nord-ovest nel Municipio XIV (Santa Maria di Galeria 4,5%), oltre che all’Esquilino (6,3%) e al Quadraro (4,7%) probabilmente a causa dell’elevata incidenza di residenti stranieri. I valori sono invece particolarmente bassi, inferiori o pari all’1%, in varie zone semicentrali o più periferiche ma comunque benestanti a sud nei Municipi VIII e IX (Grottaperfetta, Navigatori, Tre Fontane, Cecchignola e Torrino), nord nel Municipio III (Monte Sacro Alto, che corrisponde a Talenti) e ovest nei Municipi XIII e XIV (Pineto e Aurelio Sud).

Anche il tasso NEET, ossia i giovani tra 15 e 29 anni che non studiano, non fanno formazione e non sono sul mercato del lavoro (mappa in alto a destra) si distribuisce in modo simile al precedente indicatore, raggiungendo il massimo a nord nel Municipio XV a Grotta Rossa Ovest (25%) e poi a Esquilino (22%), Santa Palomba (18%), Casetta Mistica (16%), Magliana e Quadraro (oltre 15%), Giardinetti-Tor Vergata e Tor Cervara (oltre 14%), Torre Angela, Ostia Nord e San Basilio (quasi 14%). Queste ultime zone, dove sono localizzati alcuni tra i più grandi nuclei di case popolari, evidenziano anche un preoccupante legame tra forme abitative, esclusione sociale dei giovani e rischio di cadere nelle reti criminali. I valori minori sono al contrario tipici delle zone più benestanti della città a nord e a sud: Eur e Celio (poco più del 5%), Grottaperfetta e Salario (meno del 6%), Trieste, Monte Sacro Alto e Grotta Rossa Est (6%), Medaglie d’Oro e Torrino (6,2%), Villaggio Giuliano, Navigatori, Monte Sacro e Cecchignola (circa 6,5%).

Le famiglie con potenziale disagio economico (mappa in basso a sinistra) raggiungono l’incidenza maggiore a Santa Palomba a sud (7,5%), Tor Fiscale (5%), Centro Direzionale Centocelle (4,8%) e Tor Cervara (4,1%) a est, Santa Maria di Galeria a nord-ovest (4%), ancora a est nel VI Municipio a Torre Angela, San Vittorino, Borghesiana e Lunghezza (tra 3,4 e 4%), nonché a Ostia Nord sul litorale, San Basilio e Romanina a est, Cesano a nord (3,4%). Anche in questo caso emerge il legame tra case popolari, difficoltà economiche e rischio criminale in alcune delle zone citate. I valori minori caratterizzano varie zone a nord e sud come Pineto (0,5%), Grottaperfetta, Celio, Navigatori, Eroi, Nomentano, Tre Fontane e Cecchignola (1,1-1,3%), ma anche quartieri più popolari come Appio, Latino, Tuscolano Nord e Sud a sud-est nel Municipio VII e Conca d’Oro a nord nel Municipio III (1,2-1,3%).

Infine, l’indice di disagio sociale calcolato sulla base di disoccupazione, occupazione, concentrazione giovanile e scolarizzazione (mappa in basso a destra), facendo zero la media romana, mostra i valori peggiori in diverse zone periferiche sia interne che esterne al GRA: a est nei Municipi IV e VI (Tor Cervara 8,9, San Basilio 5,1, Torre Angela 4,9, Borghesiana 4,6, Giardinetti-Tor Vergata 4,4, Tiburtino Nord, Torrespaccata e Torre Maura 4,2), sud nei Municipi IX e X (Santa Palomba 7,5 e Ostia Nord 4,3), nord nel Municipio III (Tufello 7,1 e Tor San Giovanni 4), nord-ovest nei Municipi XIV e XV (Santa Maria di Galeria 5,9 e Cesano 4) e ovest nel Municipio XI (Corviale 4,1). I valori migliori sono invece registrati sia nei quartieri tradizionalmente borghesi sia nei nuovi insediamenti intorno al GRA abitati da giovani coppie: tra i primi Acquatraversa, che corrisponde alla Camilluccia (-6,6), Parioli (-5,7) e Salario (-5,4) a nord nei Municipi II e XV, Centro Storico (-5,1) nel Municipio I e Tre Fontane (-5) a sud nel Municipio VIII; tra i secondi Magliana, che corrisponde a Muratella (-7,6) a ovest nel Municipio XI, Malafede (-6,1) a sud nel Municipio X, Sant’Alessandro, che corrisponde a Casal Monastero (-5,1), e Lucrezia Romana (-5) a est nei Municipi IV e VII.

Keti Lelo, Salvatore Monni, Federico Tomassi

NOTA: gli indicatori di non completamento del ciclo di scuola secondaria di primo grado e dei giovani NEET non sono riportati per le zone urbanistiche 1A Centro Storico, 1B Trastevere e 8A Torrespaccata, poiché i valori forniti dall’Istat non sono omogenei rispetto alle altre zone a causa delle residenze fittizie dei senza fissa dimora presso Caritas e associazioni; l’indice di disagio sociale per le stesse tre zone urbanistiche è stato invece ricalcolato rispetto a quanto pubblicato da Roma Capitale, escludendo le sezioni censuarie con le residenze fittizie.

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Fonte: elaborazione su dati Istat – Censimento 2011; per l’indice di disagio elaborazione di Roma Capitale su Censimento 2011

Scarica qui il pdf di #mapparoma25

Scarica qui gli open data

Gli autori, ferme restando le loro responsabilità per i contenuti delle mappe, sono debitori nei confronti del CROMA (Centro per lo studio di Roma dell’Università Roma Tre) e di Luoghi Idea(li) per le elaborazioni, le suggestioni e gli spunti sulle attività di mappatura del territorio romano che sono state fonte di ispirazione per la nascita di questo blog.
12 settembre 2018 / by / in
Roma. Quando la politica è debole e la povertà aumenta, le mafie fanno affari

Che a Roma ci fosse la mafia lo sappiamo lavorando su strada e nelle periferie; basterebbe leggere i rapporti della Dda per scoprire come da decenni le mafie fanno affari nella Capitale e che nell’ultimo anno i clan siano 93, mentre 100 le piazze dello spaccio.

Che la sentenza d’Appello sul “mondo di mezzo” riconosca la mafiosità dell’associazione utilizzando il 416 bis conferma l’ottimo lavoro fatto dalla procura di Roma.

Che la sindaca Raggi affermi che Mafia capitale ha devastato Roma è una fesseria enorme che serve invece a nascondere le gigantesche responsabilità e incapacità della politica, in questo caso della sua giunta.

A devastare Roma sono i tagli al sociale fatti da Raggi come dalle altre giunte, le politiche di austerità imposte dal governo Monti proseguite con Renzi e accettate anche da Salvini e Di Maio.

A devastare Roma è l’assenza di misure efficaci per combattere lo spaventoso aumento delle disuguaglianze e della povertà che ha trasformato il volto della nostra città, Roma, consegnando alle mafie decine di migliaia di disperati e bisognosi che trovano nel welfare sostitutivo mafioso l’unica risposta in campo.

A devastare Roma è l’assenza di una visione della città, in cui secondo Raggi e Salvini gli unici problemi sono i migranti e lo sgombero di qualche migliaio di famiglie e persone che per morosità incolpevole occupano un posto per sopravvivere.

A devastare Roma è l’incapacità di questa giunta, come delle altre, di lavorare per la riconversione ecologica delle attività produttive, mentre si continuano ad affossare le municipalizzate dopo aver raccontato la favola che in un mese avrebbero messo tutto a posto.

Ad affossare Roma sono gli slogan di politici come Di Maio, Salvini e Renzi, che semplificano, insultano, banalizzano, spostando l’attenzione altrove pur di non approfondire, verificare, conoscere.

Quando la politica è debole e la povertà aumenta, sono le mafie a essere forti e fare affari. La sindaca e il suo partito governano la Capitale e il Paese, se volessero contrastare e sconfiggere le mafie invece di tagliare dovrebbero investire sulle politiche sociali, promuovere il Reddito di dignità come avevano giurato di fare, mettere fuori dal patto di stabilità i servizi sociali così da ridare forza all’azione dei Comuni sui territori nel contrasto alle disuguaglianze, rafforzare le misure per garantire che i beni confiscati alle mafie vengano destinati ad usi sociali come prevede la legge, sostenere le realtà sociali e i cittadini impegnati sul campo nel contrasto alle mafie, invece di delegittimarli o ignorarli facendo il gioco dei clan e di chi ci vuole morti.

Sono misure che noi continuiamo a proporre da anni e sulle quali anche questo governo non dà risposte. Le uniche in grado di fare concretamente “male” alle mafie, costruire gli anticorpi sociali, erodere il loro consenso, impedendogli di continuare a sfruttare il ricatto che possono giocare nel tempo della crisi nelle periferie di tutte le città in cui aumentano bisogni ed ingiustizie sociali e la politica è assente.

https://www.ilsalto.net/roma-politica-poverta-mafie/

11 settembre 2018 / by / in
Se nasci povero, resti povero: nessun Paese peggio dell’Italia per immobilità sociale

La possibilità di migliorare la propria condizione economica di nascita è praticamente un’utopia: tutti gli Stati occidentali sono messi meglio di noi. I numeri di un rapporto davvero preoccupante

DI ROBERTA CARLINI

Esiste un record negativo italiano che non è misurabile in debito pubblico, deficit, giovani Neet, evasione fiscale. Ma a guardarlo da vicino fa paura almeno quanto i primi. È l’immobilità sociale, o meglio: quanto della tua vita dipende dalla famiglia in cui sei nato.

Si può misurare in tanti modi ma, comunque la contiamo, l’Italia svetta in Europa, e di gran lunga. Lo rivelano i dati del più grande database sulla mobilità sociale nel mondo, costruito dalla Banca mondiale e illustrato nel rapporto “Fair Progress?”. Tra i quali, una buona parte viene dal progetto-partner a guida italiana di Equalchances.org: sul sito, creato dal Dipartimento di economia e finanza dell’università di Bari, ciascuno può divertirsi – diciamo così – a controllare, per il proprio e per gli altri Paesi, il funzionamento dell’ascensore sociale, scorrendo gli indici della diseguaglianza di opportunità, trasmissione del reddito e dello status tra generazioni, mobilità nell’istruzione.

E una cosa è certa: qualcosa si è inceppato, servirebbe un ascensorista. Con particolare urgenza per l’Italia, dove quasi la metà del reddito dei figli è determinata dal livello di quello dei padri: condizione unica nell’Europa continentale, paragonabile solo a quella di Regno Unito e Stati Uniti, per i Paesi sviluppati. Ma, quanto a diseguaglianza delle opportunità, superiamo anche i regni di Brexit e Trump.

Di padre in figlio
«Ogni giorno nel mondo nascono 400 mila bambini. Nessuno di loro sceglie il genere, l’appartenenza etnica, il luogo in cui si è venuti al mondo. Né le condizioni economiche e sociali della famiglia. Il punto di partenza della vita è una lotteria».

Così la Banca mondiale introduce il suo rapporto, che punta a dare il primo set di numeri a copertura mondiale sulla mobilità tra generazioni. Espressione con la quale si intendono due cose: quanto, nella media, il livello di vita E benessere di una generazione è migliorato rispetto a quella precedente; e quanto la posizione di ciascuna persona sulla scala economica dipende da quella dei suoi genitori. Normalmente, le due cose vanno insieme: periodi  di forte crescita economica fanno fare salti di benessere da una generazione all’altra e rendono anche più facile ai figli emanciparsi dallo status dei genitori. È quello che è successo nel mondo occidentale negli anni Cinquanta, e sta succedendo ora in paesi come Cina e India. Ma attenzione, dice la Banca mondiale: non è automatico che questo succeda, e infatti anche in molti paesi in via di sviluppo la mobilità sociale da genitori a figli oggi è bloccata.

E poi c’è il contrappasso, quando la crescita si ferma e la marea che portava avanti tutte le barchette si ritira. Come è successo in tutti i paesi sviluppati e con particolare evidenza in Italia. «Per un certo numero di anni la crescita ha consentito a tutti di migliorare le proprie posizioni, sono stati fatti molti passi avanti soprattutto nel rapporto tra titoli di studio», spiega Vito Peragine, professore di economia politica all’università di Bari e collaboratore del progetto della Banca mondiale. I cui numeri permettono anche di confrontare la mobilità tra generazioni di oggi con quella di ieri, e ci dicono che «negli ultimi venti anni, da quando si è fermata la pur debole crescita economica, si è evidenziato il blocco dell’ascensore sociale».

Anzi, a dirla tutta lo stop ha evidenziato che quell’ascensore non ha mai funzionato bene: per esempio, l’Italia è uno di quei paesi nei quali non c’è uno stretto rapporto tra i progressi nel settore dell’istruzione e quelli nel reddito. In altre parole, il titolo di studio dei genitori è meno importante di prima nel definire quello che avranno i figli – l’operaio può bene avere il figlio dottore, si è avverato l’incubo della contessa di Paolo Pietrangeli – ma è anche poco rilevante nel determinare le opportunità relative di lavoro, reddito, benessere.

In effetti, se si vanno a guardare i numeri di equalchances.org, e si confronta la generazione nata nel ’40 con quella dell’80 – l’ultima di cui si abbiano dati completi – si vede che a scuola l’ascensore ha funzionato. L’indice che misura la mobilità tra generazioni nell’istruzione – più alto il numero, più bassa la mobilità – è sceso da 0,57 a 0,33. È successo lo stesso in Francia, Germania, persino nel Regno Unito, mentre lo stesso indice è sceso di pochissimo, da 0,34 a 0,32, negli Stati Uniti dell’istruzione privatizzata. Eppure, questo buon andamento in Italia non ha migliorato sostanzialmente la mobilità tra generazioni nel reddito, e non ha ridotto le diseguaglianze 
di opportunità. L’indice che misura la mobilità intergenerazionale dei redditi è in Italia a quota 0,48, contro lo 0,35 della Francia e lo 0,23 della Germania. Vuol dire che da noi quasi la metà del reddito dei figli dipende da quello dei genitori. È il più alto d’Europa – vicino a quello inglese – e nel mondo sviluppato inferiore solo a quello degli Stati Uniti, paesi dai quali siamo tuttavia molto distanti nella struttura sociale ed economica.

Le diseguali opportunità
Da cosa dipende questa eccezione italiana in Europa? E perché il grande balzo in avanti nell’istruzione non ha avuto grandi effetti di reddito e benessere? La stessa Banca mondiale ci aiuta a rispondere, ridimensionando un po’ il peso del fattore “istruzione”: anche se tutto il rapporto è dedicato proprio alla mobilità educativa (sia come dati che come politiche auspicate), vi si spiega anche che ci sono altre motivazioni della persistenza del reddito e del benessere da una generazione all’altra.

A parità di istruzione il peso della famiglia di origine – fatto di status sociale, conoscenze, relazioni amicali – torna prepotente e si fa sentire di più in contesti più fermi, con maggiore disoccupazione, minore apertura. Tutto ciò può spiegare il più scioccante dei numeri che si possono scoprire navigando nei dati: quelli della diseguaglianza di opportunità.

Qui superiamo anche Gran Bretagna e Stati Uniti, e per trovare paesi più in alto dobbiamo confrontarci con il Brasile, il Sud Africa, la Bulgaria. In particolare, spiega Vito Peragine, abbiamo un livello molto alto di diseguaglianza “relativa” delle opportunità, ossia di quella parte delle diseguaglianze spiegato esclusivamente dalla propria origine, dalla lotteria della nascita. Numeri che ne introducono altri, stavolta più soggettivi: quelli sulla percezione della propria posizione e quella dei propri figli. Secondo una indagine citata dalla Banca mondiale, gli italiano sono al penultimo posto – seguiti solo dalla Slovenia in pessimismo – nella previsione “i bambini che nascono oggi staranno meglio di noi”: otto su dieci non la pensano così. Mentre quasi 4 su 10 ritengono comunque di stare meglio dei propri genitori.

Tutto ciò, dice il rapporto, condiziona il futuro, il benessere, la tenuta sociale. Non a caso lo stesso gruppo di esperti della Banca Mondiale sfornerà a breve un altro rapporto sull’impatto delle diseguaglianze sul contratto sociale europeo, mettendo direttamente la mole dei numeri dell’ingiustizia sociale in correlazione con i rivolgimenti politici europei e l’ascesa dei nazional-populismi.

http://m.espresso.repubblica.it/affari/2018/09/06/news/se-nasci-povero-resti-povero-nessun-paese-peggio-italia-immobilita-sociale-1.326524

10 settembre 2018 / by / in
Diritto alla casa, il rovesciamento della Costituzione

Benché la Costituzione non proclami espressamente il diritto alla casa, dottrina e giurisprudenza non dubitano che dal complesso della Carta fondamentale emergano sicure indicazioni sull’esistenza di tale diritto.

La riflessione degli studiosi è articolata nel merito, ma che l’esigenza di avere un’abitazione sia coperta dal dettato costituzionale è oggetto di unanime riconoscimento. Valgano per tutti le esemplari considerazioni di Temistocle Martines: «L’abitazione costituisce punto di riferimento di un complesso sistema di garanzie costituzionali, e si specifica quale componente essenziale (oltre che presupposto logico) di una serie di “valori” strettamente legati a quel pieno sviluppo della persona umana che la Costituzione pone a base della democrazia sostanziale». Tali valori – precisa ancora l’Autore – sono la famiglia, la scuola, la salute e il lavoro: nessuno di questi sarebbe pensabile se mancasse il presupposto di una casa in cui vivere.

Per la giurisprudenza, punto di riferimento sono le sentenze della Corte costituzionale numero 49 del 1987, numero 217 e numero 404 del 1988, nelle quali si trova proclamata l’esistenza di un «dovere collettivo di impedire che delle persone possano rimanere prive di abitazione». La Corte precisa che tale dovere assume una duplice valenza: da un lato, «connota la forma costituzionale di Stato sociale»; dall’altro lato, «riconosce un diritto sociale all’abitazione collocabile fra i diritti inviolabili dell’uomo di cui all’art. 2 della Costituzione». La conclusione è inequivocabile: tra i «compiti cui lo Stato non può abdicare in nessun caso», al fine di «creare le condizioni minime di uno Stato sociale», rientra quello di «concorrere a garantire al maggior numero di cittadini possibile un fondamentale diritto sociale, quale quello all’abitazione», così contribuendo «a che la vita di ogni persona rifletta ogni giorno e sotto ogni aspetto l’immagine universale della dignità umana».

Ciononostante, lo Stato ha abdicato, eccome, al dovere di garantire a tutti i cittadini il fondamentale diritto sociale all’abitazione. Le risorse impiegate in materia, pari dal 26% degli investimenti pubblici totali negli anni Cinquanta, sono crollate a meno dell’1% negli anni Duemila, per scendere ulteriormente – secondo una ricerca dell’Università Bocconi – ad appena lo 0,09% delle spese per il welfare (contro l’1,19% del Regno Unito, il 2,05% della Germania e il 2,62% della Francia). Le sole politiche degli ultimi anni in materia sono state quelle rivolte a reprimere i comportamenti privati di reazione al disagio abitativo, di cui la recente circolare sugli sgomberi voluta dal ministro degli Interni (della quale in queste ore si cominciano a vedere gli effetti pratici) non è che l’estremizzazione, posto che la sua base legislativa resta il cosiddetto «decreto sicurezza Minniti-Orlando» (convertito nella legge numero 48 del 2017).

È il ribaltamento dell’impostazione costituzionale: anziché dare attuazione al diritto all’abitazione previsto nella Carta fondamentale, in modo da soddisfare le esigenze materiali a esso sottostanti, il legislatore interviene esclusivamente per impedire che tali esigenze possano sfociare in azioni volte a farvi autonomamente fronte. Con il risultato che comportamenti – come l’occupazione di immobili abbandonati – mossi dall’intento di dare soddisfazione a un bisogno riconosciuto come diritto costituzionale provocano la reazione delle autorità pubbliche sulla base di previsioni normative di rango legislativo. Un vero e proprio cortocircuito logico-giuridico.

La situazione è andata aggravandosi al punto che, secondo Federcasa, l’edilizia residenziale pubblica è attualmente in grado, sul territorio nazionale, di far fronte alle esigenze abitative di 700 mila famiglie, pari ad appena un terzo di quelle che avrebbero realmente necessità di un alloggio e non sono in condizione di procurarselo attraverso i meccanismi del mercato. Nel contempo – come riportato su questo giornale il 28 gennaio dell’anno in corso – dei circa 31 milioni di appartamenti esistenti in Italia, 7 milioni sono vuoti e 1,5 milioni sottoutilizzati: uno su quattro. Di fatto, l’offerta potenziale di abitazioni supera di sei volte la domanda, inclusa quella proveniente dall’utenza non italiana.

Non si tratta, dunque, necessariamente di costruire nuove case popolari, incrementando il già elevatissimo consumo di suolo, ma di intervenire sugli assetti proprietari esistenti, a partire dai patrimoni improduttivi dei grandi possidenti (società commerciali o singole persone fisiche). L’art. 42 Cost. delinea chiaramente il quadro normativo in cui muoversi, sancendo che la proprietà privata – oltre che riconosciuta e garantita nei limiti in cui ne sia assicurata la funzione sociale e sia resa accessibile a tutti: altro che sacra… – «può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi di interesse generale». Tra i quali non si può negare rientri quello far fronte all’emergenza abitativa che grava su una parte sempre più ampia della popolazione.

 

https://ilmanifesto.it/diritto-alla-casa-il-rovesciamento-della-costituzione/

7 settembre 2018 / by / in
Manganelli e fragilità. Contro le occupazioni la repressione “Salvini & Raggi”

Con la circolare del 1 settembre il Viminale di Matteo Salvini ha riaperto la stagione di sgomberi per le occupazioni che era stata avviata dal precedente ministro Marco Minniti con il decreto sulla sicurezza urbana. Dopo i migranti, il ministro dell’Interno ha aspettato la fine della pausa estiva per inaugurare un nuovo capitolo della guerra che il governo gialloverde sta combattendo contro i più poveri: quella ai senza casa. Un capitolo dettato dall’esigenza di dare risposte alla “proprietà privata”, portato avanti con un provvedimento spregiudicato, che ha messo in secondo piano quell’argine del “prima le alternative poi gli sgomberi” che era stato introdotto un anno fa con un’altra circolare intervenuta dopo il disastro sociale e di ordine pubblico generato dagli sgomberi romani dell’agosto del 2017.

Pensare però che questo documento abbia impresso solo il marchio del leader leghista sarebbe un errore. La circolare porta anche una firma a Cinque Stelle. E non solo perché, in molte delle sue parti, sembra esser stata scritta su misura per aiutare Virginia Raggi a uscire dall’empasse politico e pratico in cui è stata spinta dalla circolare Minniti: costruire alternative agli illegali-occupanti o bloccare gli sgomberi. La circolare rischia di assumere e sistematizzare anche il cuore della mutazione genetica delle politiche abitative dell’amministrazione a Cinque Stelle in tema di occupazioni e sgomberi: l’impiego della ‘fragilità’ quale categoria strutturale dell’azione amministrativa in tema di assistenza alloggiativa.

Non è chiaro cosa il ministro intenda per fragilità e se sia possibile mantenere la definizione di “famiglie in situazioni di disagio economico e sociale”. Conosciamo già però l’uso che la Capitale d’Italia ne ha fatto. La parola ‘fragilità’ è comparsa con la leggerezza di una trovata dettata dall’emergenza dopo gli sgomberi dell’agosto del 2017, quelli di via Quintavalle prima e di via Curtatone qualche giorno dopo, che lasciarono per strada centinaia di persone. Per quanti non hanno seguito da vicino quegli accadimenti può sembrare un fatto marginale ma da allora la ‘fragilità’ è diventata il pilastro dell’approccio delle istituzioni capitoline verso le occupazioni. Un alibi per non dover sostenere la parte di chi sgombera completamente senza alternative. Un parametro che ha da un lato progressivamente eliminato la povertà, e tutti i diritti ad essa connessi, trascinando le occupazioni fuori dal ragionamento sul disagio abitativo per motivi reddituali e dentro una nuova spirale di assistenzialismo, dall’altro ha permesso di costituire un fortissimo strumento di governance della repressione di uno degli ultimi focolai di dissenso. Un meccanismo per dividere e criminalizzare i movimenti.

La ‘fragilità’ è una categoria mutuata dalle politiche nazionali sanitarie assistenziali, che assumono su di sé il compito di farsi carico delle persone “con maggiori vulnerabilità”. Nelle politiche sociali e abitative capitoline si riferisce a tutti coloro che, oltre a vivere in uno stato di indigenza economica, quindi a non avere un reddito sufficiente a provvedere autonomamente al proprio sostentamento, sono anche soggetti ritenuti più “vulnerabili”: donne con bambini o in gravidanza, anziani, malati, disabili. Persone che, per capirci meglio, farebbero più fatica a sopravvivere per strada.

I primi a sperimentare la ‘politica della fragilità’ sono stati gli sgomberati di via Quintavalle e di via Curtatone. In quell’occasione venne prospettata una soluzione solo a donne con bambini e anziani. Non in un appartamento, ma in dormitori o in case famiglia non accessibili a padri e mariti. Rifiutarono in massa e chi accettò fu costretto a subire pesanti conseguenze sull’autonomia della propria vita quotidiana. Non a caso nella circolare si legge che gli interventi messi in campo dai comuni “non potranno essere ritenuti negoziabili”.

Da un anno a questa parte, queste soluzioni residuali sono finite al centro dell’operato dell’amministrazione Raggi e dal 1 settembre sembrano essere state assimilate quale strumento utile anche dal ministero dell’Interno. Si legge nella circolare: solo “i soggetti in situazioni di fragilità” per i quali è stata accertata l’impossibilità “di soddisfare, autonomamente o attraverso il sostegno dei parenti, le prioritarie esigenze conseguenti alla loro condizione, i Servizi sociali del Comune dovranno attivare specifici interventi. […] Per tutti gli altri occupanti che non si trovano in condizioni di fragilità potrà essere ritenuta sufficiente l’assunzione di forme più generali di assistenza” come “strutture provvisorie di accoglienza” dove collocare gli occupanti “per il tempo strettamente necessario all’individuazione da parte loro di soluzioni alloggiative alternative”.

La ‘fragilità’ si è nei mesi rivelata una categoria utilissima quale strumento di governance della repressione. La ‘fragilità’ è divisiva: separa gli illegali giustificabili dagli ingiustificabili. E anche a quest’ultimi riserva ‘soluzioni’ che annichiliscono autonomia e indipendenza nelle scelte relative alla propria vita quotidiana. La ‘fragilità’ cancella la sola povertà alla base della necessità di occupare, criminalizza quanti, senza figli o malattie, hanno deciso di non pesare, come scrive il Viminale, “sulla rete parentale” per costruirsi una vita dignitosa e indipendente. Gli sgomberati di via Quintavalle hanno resistito per sette mesi nelle tende in piazza Santi Apostoli, al freddo, sotto l’acqua. L’amministrazione a Cinque Stelle, in questi sette mesi, ha riproposto sempre e solo l’assistenza alle fragilità, in un braccio di ferro in cui mediaticamente è stato facile far ricadere la ‘colpa’ sulle famiglie.

Perché non stiamo parlando solo di ‘poveri’. Nelle occupazioni si sono formate vere e proprie comunità meticce, solidali, unite non solo dall’impossibilità economica di un accesso a una casa ma anche da una simile visione della città e del suo essere abitata. Le occupazioni non solo sottraggono materialmente spazi alla rendita urbana, ma sono anche uno dei motori principali di costruzione di un ragionamento che mette in luce le drammatiche conseguenze delle politiche che la favoriscono. Tra le occupazioni figurano anche una serie di spazi sociali.

Il Viminale lo sa bene e la circolare, pur essendo uno strumento ‘tecnico’ riservato ai prefetti, è intrisa di una forte valenza politica. Il testo riprende le condanne a carico del ministero per mancato sgombero avanzate dai proprietari degli immobili occupati e fa proprio questo pensiero: “L’occupazione abusiva non lede i soli interessi della parte proprietaria, ma lede anche il generale interesse dei consociati alla convivenza ordinata e pacifica e assume un’inequivoca valenza eversiva”.

In questo quadro la ‘teoria della fragilità’ è stata funzionale per costruire un preciso disegno politico. Il motivo è semplice: l’amministrazione Raggi non ha mai riconosciuto che le migliaia di persone che hanno occupato interi palazzi abbandonati lo abbiano fatto per necessità di natura economica. E così non si è mai assunta la responsabilità di dare le risposte che competono ad un’amministrazione pubblica in questi casi.

Non va dimenticato che la linea del Campidoglio è stata assunta in un momento in cui, dopo anni di crescente disagio abitativo aggravato dalla crisi, una delibera regionale stava andando nella direzione opposta stanziando circa 200 milioni di euro per reperire alloggi, anche attraverso percorsi di autorecupero, da destinare non solo alle liste d’attesa per l’assegnazione delle case popolari ma anche per tracciare una via d’uscita al nodo irrisolto delle occupazioni. L’amministrazione Raggi si è sempre opposta con forza a questa eventualità. “Le occupazioni abusive rappresentano un grave danno per i cittadini. E chi occupa abusivamente le case, che siano del Comune o di privati, non può trovare alcuna giustificazione per il suo operato”, le parole dell’assessora alle Politiche Abitative Rosalba Castiglione.

Su più fronti, non solo quello delle occupazioni, il governo di Virginia Raggi è da mesi orientato a restringere il campo degli aventi diritto. Esperti di comunicazione sul web quali sono i Cinque Stelle hanno abbandonato la complessità dell’abitare in una città come la Capitale d’Italia per assumere l’unico parametro, semplice e chiaro, a prova di ogni post sui social, in grado di misurare i progressi dell’azione amministrativa: la lista di assegnazione delle case popolari. Una piaga storica per Roma, che conta oltre 11 mila famiglie in attesa, alcune da molti anni. Così è nata la guerra mediatica agli “scrocconi”, con l’annuncio di 9 mila sgomberi nelle case popolari occupate, senza alcun distinguo all’interno di un patrimonio mal gestito per anni. Così su 1200 famiglie che abitano nei residence, 600 sono state escluse dal bando per la nuova assistenza, molti dei quali per motivi come non aver presentato il permesso di soggiorno pur essendo cittadini italiani o non aver tracciato una ‘x’ sul modulo, limitandosi a compilare la parte equivalente. L’assessora alle politiche abitative non ha mai pronunciato nemmeno la parola “sfratti” (se non come mandante) nonostante ogni settimana nel 2017 siano stati costretti a uscire con la forza pubblica dalle proprie case 56 famiglie. Dal Campidoglio non lo dicono mai, ma anche la maggior parte delle circa 7 mila famiglie che vivono nella sessantina di occupazioni della Capitale sono in lista per l’assegnazione di una casa popolare. Da anni.

Virginia Raggi, in particolare grazie all’operato della sua assessora Rosalba Castiglione, non ha costruito alcuna politica abitativa strutturale e si è rifiutata con ostinazione, pur avendone a sua disposizione mezzi e finanziamenti, di incardinare la ‘questione occupazioni’ all’interno dello scenario del disagio abitativo cittadino. Prediligendo il pugno duro legalitario, ben più appagante in termini di consenso, l’amministrazione ha costruito il fallimento della circolare del “prima le alternative poi gli sgomberi” aprendo la strada allo scenario odierno. Le parole di Luigi Di Maio all’indomani dello sgombero di piazza Indipendenza, che aveva portato Roma sui giornali internazionali, sono indimenticabili: “Allucinante che faccia più notizia una frase infelice di un agente che i lanci dei rifugiati contro la polizia”. E ancora, in uno slancio da prove di dialogo con la pancia leghista: Raggi “deve pensare prima ai romani”.

Con il provvedimento, Salvini sembra aver osservato il ‘laboratorio Roma’ ma anche aver scommesso su un’amministrazione compiacente che potrebbe trasformarsi in una vetrina per dimostrazioni di forza sul campo dell’ordine pubblico e della legalità. Allo stesso tempo, proprio come accadde con lo sgombero del campo rom Camping River, la Capitale per il ministro leghista potrebbe diventare terreno di contesa di consenso con l’alleato di governo. Con il vantaggio, tutto a favore di Salvini, che spetterà alla sindaca Raggi, così come a tutti gli altri primi cittadini dei comuni d’Italia, l’arduo compito di gestire una situazione difficile, tra censimenti e alternative.

Manganelli e fragilità. Contro le occupazioni la repressione “Salvini & Raggi”

* Ylenia Sina è giornalista di Romatoday

6 settembre 2018 / by / in
LiberaMente in azione: Emilia e Marco raccontano l’esperienza dei laboratori di mutualismo sociale ad Alessandrino

Un’orchestra e corsi di cucina “Così salviamo i nostri ragazzi”

Una pagina per raccontare le attività dei comitati e delle associazioni che non si arrendono all’abbandono dei propri quartieri.

Il comitato di San Giustino è l’esempio di come le parrocchie siano sempre di più il punto di riferimento per organizzare iniziative di solidarietà e integrazione a favore del quartiere e di chi ci vive. Siamo nell’Alessandrino, periferia est della città, fra Tor Sapienza e Centocelle: viale Alessandrino taglia in due un’area urbana estesa quanto una media città italiana, circa 200mila abitanti, che comprende anche il Quarticciolo, una volta cuore della resistenza all’occupazione nazista. Proprio sul viale si trova la parrocchia di San Giustino: da due anni un gruppo di genitori che frequentano la parrocchia ha creato un comitato con le altre famiglie per realizzare laboratori gratuiti per insegnare ai giovani cucina, cucito, musica ma anche robotica, elettronica e artigianato; tutti inaugurati da don Luigi Ciotti di Libera e monsignor Paolo Lojudice. Ogni settimana, a giorni fissi, un laboratorio diverso: è nata una comunità che vede coinvolte più di cento famiglie e che organizza anche iniziative culturali e cene di solidarietà: c’è Eleonora, 18 anni diplomata in scuola di Moda, che insegna come cucire e riciclare con “ago, filo e fantasia”; Stefano, 24 anni, insegna a lavorare la cera; Naomi, 22 anni laureata, insegna chitarra insieme a Giuseppe Cirimele, idraulico di 45 anni. L’obiettivo è chiaro: fare comunità e togliere i ragazzi dai rischi della strada.

Tutto è nato nell’aprile 2014 da un’idea di Marco Fallocco di fare un laboratorio di chitarra.

L’ultima iniziativa, ad aprile 2018, è l’orchestra di San Giustino: dodici ragazzi dai 12 ai 19 anni che hanno imparato a suonare violoncello, tastiera, oboe, clarinetto; a settembre i primi concerti in parrocchia e nei centri culturali. A condurre i laboratori sono i genitori, professionisti o esperti della materia, disponibili a fare lezioni gratis; sono tutti del quartiere, entrati a far parte del comitato di San Giustino. Che nei prossimi mesi inizierà a collaborare con altre associazioni: a partire da settembre l’orchestra suonerà anche con altri ragazzi, soprattutto figli di immigrati o di seconda generazione nati in Italia.

Emilia Fragale, 43 anni, insegna percussioni presso una scuola media a indirizzo musicale. Fa parte della rete dei laboratori.

Perché è importante fare rete?

«È indispensabile: la società è complessa e da soli non si può costruire molto. Solo con il concetto del “Noi” si possono trovare soluzioni ai problemi della città, soprattutto in periferia, e togliere i ragazzi dalle tentazioni della strada».

Quali sono?

«Disagio sociale, mancanza di stimoli culturali, di attività educative e formative. Nelle periferie dove c’è disuguaglianza sociale, i ragazzi affrontano già in famiglia problemi legati alla povertà: i genitori stanno molto tempo fuori casa per lavoro e i ragazzi spesso si trovano da soli. Noi diamo l’opportunità di non essere abbandonati a se stessi. Le scuole sono presenti ma spesso sono l’unico presidio e c’è bisogno di altro».

Ad esempio?

«Le politiche sociali sono indispensabili per combattere la disuguaglianza e i problemi che sono complessi e interconnessi perché mettono insieme emergenza lavoro, precariato, crisi, emergenza casa. C’è anche bisogno di sensibilizzare su temi come la presenza della mafia in alcune zone: uno dei problemi da noi ad esempio è l’usura e il sovraindebitamento».

L'orchestra è uno dei fiori all'occhiello della comunità.

«La musica è per definizione uno strumento per integrare perchè è un linguaggio che parla al di là delle parole. La musica ha messo in connessione non solo i bambini dell’orchestra ma anche i loro genitori e persone che prima neanche si salutavano e ora hanno creato una comunità».

Vuole fare un appello?

«Sarebbe bello che chi abbia uno strumento non usato lo metta a disposizione dell’orchestra: molti ragazzi non hanno disponibilità e comprare gli strumenti costa».

 

Marco Fallocco, 55 anni, progettista meccanico, vive all’Alessandrino dal 1984. È tra i fondatori e coordinatori del comitato dei genitori di San Giustino.

Come è nata l'idea di andare oltre la semplice frequentazione di una parrocchia?

«Nel 2014, per fare un laboratorio per insegnare la chitarra in modo gratuito e amatoriale. Poi ho visto che c’era parecchia partecipazione e ho pensato di proporre anche altre materie, spargendo la voce tra gli adulti per insegnare ai ragazzi le loro passioni e competenze. Oggi abbiamo decine di laboratori».

Qual è la maggiore soddisfazione?

«Tra i ragazzi c’è tanta curiosità e quando li tieni impegnati, si dimenticano pure del cellulare. E questa è una grande conquista. Inoltre si è creata una sorta di mutualismo e i ragazzi si aiutano fra loro. Ad esempio un membro dell’orchestra si è offerto di insegnare la tastiera gratis. Questa solidarietà si è estesa anche ai genitori che mettono a disposizione gratis ciò che è di loro competenza, nei limiti delle loro possibilità. Organizziamo cene e ognuno cerca di aiutare il prossimo come può».

C'è sempre bisogno di un punto di riferimento? Ad esempio un parco, una parrocchia, una scuola.

«Certamente, senza i locali della parrocchia messi a disposizione da don Stefano e don Nicola, che poi ci ha presentato anche a Giuseppe De Marzo e don Luigi Ciotti di Libera, non potevamo fare ciò che stiamo facendo. Inoltre dobbiamo ringraziare monsignor Paolo Lojudice che è stato sempre presente alle inaugurazioni dei laboratori e dell’orchestra».

Vede partecipazione tra i ragazzi?

«Non è vero che i giovani non hanno voglia di fare, siamo noi adulti che dovremmo fare e insegnare ciò che ognuno sa fare, dal pane al sapone ai robot. Bisogna stimolare la curiosità».

– s.giuf.

15 agosto 2018 – Repubblica

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30 agosto 2018 / by / in
Conversione ecologica o barbarie

Migranti. Se si vuole rovesciare il tavolo di una partita già persa occorre andare non solo alla radice dell’insofferenza per i migranti, ormai trasformata in odio e in angherie quotidiane; e nemmeno solo alla radice dell’austerity che l’ha provocata; bensì capire che cos’è veramente ciò che l’austerity sta bloccando. E’ questa la chiave per affrontare anche molte delle cause all’origine della “crisi migratoria”, che non è un’emergenza, ma un processo secolare

L’Unione, già Comunità (che vuol dire mettere le proprie risorse in comune) Europea, si sta dissolvendo sotto i nostri occhi. Forse si è già dissolta. A prima vista la causa più evidente di questo fallimento, come molti di noi avevano previsto, è la cosiddetta “crisi migratoria”: è evidente che trattare decine o centinaia di migliaia di esseri umani come pacchi, come un peso da scaricarsi l’un l’altro e facendo finta, a ogni nuovo arrivo, di affrontare il problema per la prima volta, non è una politica lungimirante. L’UE non ha combattuto le politiche di Orbàn quando era ora di farlo, mentre aveva a suo tempo condannato quelle dell’austriaco Haider (ma non  quelle di Bossi quando per la Lega l’Unione era già “Forcolandia”). Così ha creato nel suo seno i Salvini, e i molti come lui, in tutto il continente. L’establishment europeo è stato accecato dalla sua “cultura economica”, pensando che il “resto”, l’unità politica, seguisse automaticamente (l’intendence suivra…). Così è passato come un carro armato sulla Grecia (culla della sua “civiltà”) per salvare qualche banca francese o tedesca e ora, dopo aver subito senza reagire la “brexit”, rischia di venir trascinata nel baratro dall’Italia: nazione “fondatrice” dell’Unione, ma Stato quasi fallito. Per cui, se l’Italia e i suoi abitanti sono un vuoto a perdere, con i migranti se la vedano loro…

Eppure nel dopoguerra la ricostruzione dell’Europa, quella che aveva dato vita alla Comunità europea, era stata in gran parte opera di immigrati (metà profughi dell’Est europeo, metà provenienti dalle sponde Nord, Italia compresa, e Sud del Mediterraneo). Immigrati erano stati anche i protagonisti dei “miracoli economici” degli anni ‘60 e della successiva ancorché parziale ascesa dell’Unione a potenza (economica) mondiale. La svolta è arrivata con la crisi del 2008, che ha portato alla luce pulsioni represse da tempo. L’Unione l’ha affrontata con l’austerità, rinunciando con ciò a un ruolo da protagonista;  e da allora i migranti – sia profughi, di guerra e, sempre più, anche ambientali, sia gente affamata in cerca di un lavoro – hanno cominciato a venir trattati come la peste. Le destre europee, e il popolo dei social e degli stadi che le segue, lo fanno apertamente, spesso con un linguaggio che è ormai, e in modo ostentato, nazista. Gli altri, le forze “istituzionali”, lo fanno in modo ipocrita, cercando di nasconderlo. Ma, per tutti, profughi e “migranti economici” sono solo un peso e come tali vengono trattati. Da loro   c’è solo da ricavare qualche occasione per sfruttarli meglio per ripagarsi del fatto di non essere riusciti a scacciarli.

Così, al centro delle prossime elezioni europee, ma soprattutto di un ben più importante confronto sul futuro delle nostre vite e della convivenza, ci saranno loro, i migranti; o, meglio, la capacità o meno di disfarsene; o la promessa di essere più bravi nel farlo. Privi di alternative, centro e “sinistre” non faranno che accodarsi alle ricette delle destre. Affrontare questa partita aggrappandosi alla zattera che affonda delle sinistre europee e al loro rosario di desiderata mai contestualizzati, mai veramente perseguiti e quasi sempre rinnegati – lavoro, welfare, diritti, istruzione, ricerca… – vuol dire averla già persa. Lo scontro tra accogliere e respingere è già deciso perché dietro ad “accogliere” non c’è né un programma per il “dopo” – che fare di e con chi viene accolto? – né il progetto di un’Europa diversa da quella che c’è; mentre dietro a “respingere” c’è un progetto preciso, anche se mai dichiarato: il trattamento  riservato oggi ai migranti è quello in serbo anche per la maggioranza di noi. Perché che cosa ne sarà dell’Europa di domani, qualsiasi strada imbocchi, non riguarda solo i migranti ma tutti noi.

Dunque, se si vuole rovesciare il tavolo di una partita già persa occorre andare non solo alla radice dell’insofferenza per i migranti, ormai trasformata in odio e in angherie quotidiane; e nemmeno solo alla radice dell’austerity che l’ha provocata; bensì capire che cos’è veramente ciò che l’austerity sta bloccando. E’ questa la chiave per affrontare anche molte delle cause all’origine della “crisi migratoria”, che non è un’emergenza, ma un processo secolare.

A essere bloccata è la conversione ecologica: la capacità di indirizzare forze e pensieri alle misure per far fronte ai cambiamenti climatici e a un degrado ambientale irreversibili. È l’unica scelta in grado di restituire un ruolo all’Europa, ma che è anche senza alternative che non siano la rovina del pianeta e dell’umanità e una guerra permanente contro i migranti destinata a provocare milioni di morti e ad alimentare reclutamenti di massa da parte di formazioni terroristiche. Ma è una svolta che non può più essere affidata a Governi e imprese che hanno dimostrato di non saperla affrontare. Solo quei movimenti attivi nella difesa dei territori e nel sostegno ai migranti, che sono molti e variegati, ma dispersi e scollegati, possono mettere all’ordine del giorno l’intera questione in modo concreto, con buone pratiche e un confronto aperto. Se sapranno farlo potranno riorientare anche una parte di quelle forze politiche e delle istituzioni, a partire dai governi locali, che hanno da tempo perso ogni contatto con la realtà.

La conversione ecologica non può che essere un processo partecipato e svilupparsi a partire dal livello locale, avendo però di mira tutto il pianeta. Ma di esso profughi e migranti sono una componente essenziale, perché possono portare un grande contributo alla realizzazione dei milioni di interventi diffusi necessari (l’opposto delle Grandi opere e dei grandi eventi dell’attuale modello di “sviluppo”); soprattutto se il finanziamento di quegli interventi sarà legato all’inclusione di una consistente quota di migranti tra la manodopera da coinvolgere e non da sfruttare. Assisteremmo allora a una corsa per “accaparrarseli”, mentre continuando a trattare come ora la popolazione immigrata stiamo trasformando l’Europa in un grande campo di concentramento (da gestire accanto alla vita che si svolge “come sempre “), ma anche in un campo di battaglia. Ma i migranti sono una componente essenziale della conversione ecologica anche perché il loro coinvolgimento è una strada obbligata per la rigenerazione dei loro territori di origine, a cui molti di loro vorrebbero poter tornare e con le cui comunità molti altri mantengono dei contatti. Il risanamento ambientale e sociale (la partecipazione) di quei territori ha bisogno di nuovi attori, che possono essere solo loro; certo non gli attuali Governi locali o quelli che se ne stanno appropriando in continuità con le politiche coloniali del secolo scorso; e meno che mai le multinazionali che ne stanno devastando il territorio: cioè tutti quelli del “prima noi”, non solo qui, ma anche “a casa loro”.

https://ilmanifesto.it/conversione-ecologica-o-barbarie/

29 agosto 2018 / by / in
Ricchezza: ecco perché in Italia l’ascensore sociale si è rotto

Eurostat ha reso noti i dati su quanto reddito è in mano al quinto della popolazione più ricca rispetto al quinto di quella più povera, in ogni paese europeo negli ultimi 10 anni, che ci mostra che in Italia il reddito del quinto dei cittadini più ricchi è 6,3 volte quello del quinto dei più poveri. Siamo in questo senso nei primi posti della classifica per ampiezza della disparità: in Europa in media i più ricchi guadagnano 5 volte più dei più poveri. In Germania 4,3 volte, in Francia il 4,6, in Gran Bretagna 5,1 e nei paesi del nord Europa meno di 4 volte tanto.

E c’è di più: in Italia il gap è andato aumentando costantemente dal 2006 a oggi (nel 2006 i più ricchi guadagnavano 5,2 volte in più dei più poveri) mentre nella maggior parte degli altri paesi questo divario è rimasto stabile, come in Francia e Germania, se non addirittura diminuito, come è accaduto in Gran Bretagna.

Interessante osservare che anche fra le donne, il quinto di quelle più benestanti ha un reddito di 6,2 volte superiore rispetto alle donne meno abbienti.

Per inquadrare meglio la questione ci viene in aiuto un rapporto di Istat  pubblicato nel dicembre scorso, che conferma i dati di Eurostat: nel 2015 il quinto dei più benestanti deteneva il 37,8% del reddito, mentre il quinto dei più poveri solo il 7,2% del reddito. Anche mettendo insieme il primo e il secondo quinto dei meno abbienti non si supera il 19% del totale del reddito nel 2016 (dato Eurostat), in diminuzione di un punto percentuale rispetto al 2010. In una situazione ipotetica di perfetta eguaglianza, ogni quinto avrebbe una quota di reddito pari al 20% del totale.
C’è inoltre il fattore geografico: sempre i dati Istat citati mostrano che al centro nord una famiglia su quattro appartiene al quinto più ricco della distribuzione rispetto a una su 12 di quelle che vivono nel Sud e nelle Isole.

Non si tratta di osservazioni fine a se stesse, ma riflettono la difficoltà di confrontarsi su temi comuni come i salari, individuando parametri condivisi per misurare povertà e sfruttamento sul lavoro.

Il dato complessivo è che nel 2015 si stima che le famiglie italiane abbiano percepito un reddito netto pari in media a 29.988 euro, cioè circa 2.500 euro al mese. Tuttavia, se più realisticamente si calcola il valore mediano, ovvero il livello di reddito che separa il numero di famiglie in due metà uguali, si osserva che il 50% delle famiglie ha percepito un reddito non superiore a 24.522 euro (2.044 euro al mese).

Interessante è anche provare a ragionare in termini di gruppi sociali, come propone l’ultimo rapporto annuale di Istat per il 2017 , che cerca di tracciare i contorni di quella che definisce “classe dirigente”. Si tratta delle famiglie a maggiore reddito equivalente, con un vantaggio di quasi il 70 per cento rispetto alla media, ed e composto per il 40,9% dei casi dirigenti o quadri (quasi dieci volte più rappresentati rispetto alla media nazionale), per il 29,1% da imprenditori (sette volte più della media) e per il 30%per cento da persone ritirate dal lavoro. Stiamo parlando di 1,8 milioni di famiglie (il 7,2 per cento del totale) e di 4,6 milioni di persone, cioè solo il 7,5 per cento degli italiani.

Bene, secondo le stime di Istat, la classe dirigente detiene il 12,2 % del reddito totale, ed è il gruppo in cui si osserva la differenza più ampia fra la quota di reddito e il numero di famiglie che se lo spartiscono. Oltre a essere il gruppo per il quale si riscontra la differenza più accentuata tra reddito medio e reddito mediano. Che cosa significa questo? Significa che siamo di fronte a un’asimmetria marcata all’interno della distribuzione del reddito, data proprio dai redditi molto alti.

Inoltre la “classe dirigente” è il gruppo con il più basso rischio di povertà o esclusione sociale, che riguarda solo il 7,6 per cento di loro, mentre la media nazionale è del 30%.
Ancora una volta si ritorna alla classe sociale di appartenenza. La rilevazione Istat – che, va detto, è stata oggetto di forti dibattiti – mostra chiaramente il legame novecentesco ancora estremamente saldo fra questo piccolo sottogruppo all’interno del quinto dei più ricchi che è la “classe dirigente” (che rappresenta il 7% della popolazione ma che detiene il 12% del reddito nazionale) e la loro estrazione sociale. Al netto dei pensionati questo gruppo è costituito esclusivamente dalla “borghesia”, che secondo la definizione di Istat comprende imprenditori con almeno sette dipendenti, liberi professionisti, dirigenti e quadri. Specularmente si osserva che questa borghesia è rappresentata per il 57,8 per cento dal gruppo della classe dirigente e per il 31,7 per cento dalle pensioni d’argento.

Ritornando al dato iniziale di Eurostat, e cioè che il reddito del quinto dei cittadini italiani più ricchi è 6,3 volte quello del quinto dei più poveri, e che il gap è andato aumentando negli ultimi 10 anni, determinante è anche il ruolo dell’istruzione. La classe sociale dei genitori è cruciale infatti nel definire i percorsi educativi dei ragazzi e delle ragazze, sia nella scelta della scuola superiore, che in quella universitaria. Solo qualche mese fa Almadiploma (https://www.almadiploma.it/indagini/profilo/profilo.aspx) pubblicava i dati relativi ai diplomati del 2016, secondo cui meno di un diplomato di liceo classico su 10 sarebbe figlio di operai e impiegati. E in generale, un terzo di chi ottiene un diploma liceale proviene da famiglie di classe sociale elevata, mentre solo il 17% di essi proviene da famiglie di classe operaia.
Lo stesso meccanismo avviene per la scelta universitaria. Sempre dati Almalaurea
(https://www.almalaurea.it/sites/almalaurea.it/files/docs/universita/profilo/Profilo2016/xviii_rapporto_almalaurea_sul_profilo_dei_laureati.pdf ) mostrano che nel 2015 i figli di operai erano il 24% dei laureati dei corsi di primo livello, il 21% dei laureati magistrali biennali e solo il 15% dei laureati magistrali a ciclo unico, cioè dei medici e degli avvocati.

Niente di diverso, in fondo, da ciò che mostra Thomas Piketty, noto autore de “Il Capitale del XXI secolo” quando afferma che la (lenta) democratizzazione degli accessi all’istruzione non ha (ancora) ridotto la disuguaglianza sociale.

 

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2018/08/28/ricchezza-perche-italia-lascensore-sociale-si-rotto-2/?refresh_ce=1

29 agosto 2018 / by / in