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Da Centocelle la riscossa silenziosa degli insegnanti anti-mafia: “Il nostro coordinamento è già in tutta la città”

Da Centocelle la riscossa silenziosa degli insegnanti anti-mafia: “Il nostro coordinamento è già in tutta la città”

Intervista a Emilia Fragale del Coordinamento contro mafia e povertà

Ylenia Sina16 gennaio 2019 15:15

“Siamo intellettuali pagati dallo Stato per esercitare una funzione formativa. Per questo non possiamo fare finta di non vedere”. Emilia Fragale è seduta nella ‘sua’ aula. Insegna presso l’Istituto Comprensivo via dei Sesami a Centocelle e da novembre fa parte del Coordinamento dei docenti contro le mafie e le povertà: “Si tratta di un gruppo di insegnanti costituitosi in maniera quasi spontanea, snello ed aperto a tutti, che si pone l’obiettivo di studiare e condividere proposte operative, buone pratiche, materiali didattici e formazione sul tema delle mafie nel pieno rispetto della Costituzione e degli obbighi della funzione docente”. Ad oggi “siamo oltre una ventina, tra Roma e provincia. Tutte persone in qualche maniera in già in relazione tra loro per aver affrontato dei percorsi su questi temi. E stiamo crescendo”. Mi chiede di non dare risalto solo al suo nome, alla sua persona: “Ora stai parlando con me” spiega “ma nel coordinamento siamo tutti equivalenti così come l’Italia è piena di docenti che lavorano al meglio”. 

La scintilla è scattata proprio tra i quartieri Alessandrino e Centocelle “nei giorni di preparazione dell’assemblea cittadina su ‘Mafie, corruzione e zona grigia’ insieme alla Rete dei Numeri Pari” che è stata ospitata proprio nei locali dell’Istituto Comprensivo il 23 novembre scorso. Il terreno nelle scuole del territorio, però, era fertile già da qualche anno: “La prima iniziativa l’abbiamo organizzata il 23 maggio del 2017, in occasione del 25esimo anniversario della strage di via Capaci. Abbiamo messo in scena al Teatro Biblioteca Quarticciolo un concerto delle orchestre degli indirizzi musicali del territorio insieme all’Istituto Comprensivo via Luca Ghini all’Alessandrino. Quel giorno si è tenuta anche una marcia di studenti e famiglie attraverso il quartiere con il coinvolgimento del Municipio V e la partecipazione di istituzioni ed associazioni autorevoli. Nonostante in molti quartieri sia acclarata dagli enti competenti la presenza delle organizzazioni criminali, la cittadinanza ne sembrava completamente inconsapevole. Fu un modo per iniziare a parlare con i ragazzi di questi temi”. 

L’anno successivo “le scuole che hanno partecipato alla giornata, che per la seconda edizione di due giorni, ha trovato spazio anche a Largo Agosta, erano raddoppiate: si erano aggiunti l’Istituto Comprensivo via Laparelli a Tor Pignattara ed il Liceo Classico e Scienze Umane Benedetto da Norcia a Gordiani”. Nel frattempo una collaborazione “tra le scuole e la parrocchia di San Giustino Martire all’Alessandrino ha fatto scattare i laboratori di mutualismo sociale in quel quartiere”.

Perché “in molte aree della città scarseggiano i presidi sociali mentre la crisi economica dilaga. E non dobbiamo mai dimenticare che il fattore socio economico è fondamentale per reperire la manovalanza di cui si serve la criminalità per le sue attività su un territorio”. Un vero e proprio “welfare sostitutivo di fronte al quale i ragazzi devono essere preparati e dovrebbero poter avere un’alternativa”. 

È così che nei quartieri le scuole sono i presidi di formazione civica. “Una parte del percorso è nato nel segno di due simboli della lotta alle mafie come Falcone e Borsellino, ma sappiamo che gli eroi non servono. Quegli eroi erano semplicemente persone che facevano bene il proprio lavoro. Per questo siamo consapevoli che l’unico modo per incidere è lavorare bene nel quotidiano, tutti, in ogni settore”. 

Il Coordinamento è nato anche per questo: “Nel mondo della scuola ci sono tante persone che fanno bene il proprio lavoro ma troppo spesso non abbiamo uno spirito di corpo. E chi lavora su queste tematiche in alcuni contesti può sentirsi spaesato. Il nostro gruppo vuole essere invece un momento di studio e di confronto con qualunque insegnante voglia inserire questi temi nella propria didattica. Pensiamo a un portale dove mettere in comune materiali didattici, proposte di spettacoli, e corsi di formazione per l’aggiornamento professionale per docenti. Non azioni eclatanti ma un lavoro costante, a lungo termine”. 

Il primo ‘evento unitario’ del Coordinamento è già in costruzione. Sarà il prossimo 21 marzo, Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. “Momenti simili per i ragazzi sono utili per riflettere su questi temi. È importante perché a Roma parlare di mafia non è semplice. La gente la vede come qualcosa di esotico, di lontano dal proprio vissuto quotidiano. Quando coinvolgi i bambini e i ragazzi coinvolgi anche le famiglie così la mafia diventa un tema su cui riflettere anche a casa. È la conoscenza il primo ostacolo alla sua penetrazione nei territori”.

http://centocelle.romatoday.it/coordinamento-contro-mafia-poverta.html

16 Gennaio 2019 / by / in ,
Povertà, 25 miliardi all’anno vanno nelle tasche sbagliate

di Milena Gabanelli e Rita Querzè

Cinque milioni di poveri in Italia non si possono ignorare, ed è giusto dare loro un assegno di sussistenza. Ma i soldi vanno spesi bene perché a pagare l’Irpef sono sempre i soliti 41 milioni di italiani. E anche tra loro non tutti se la passano benissimo.

Troppe risorse nelle tasche sbagliate

Ogni anno l’Inps spende 53 miliardi per aiutare chi sta peggio. In gran parte vanno in assegni sociali e integrazioni al minimo. In teoria può fare domanda solo chi è sotto a un certo reddito (per la pensione sociale non bisogna superare i 5.954 euro l’anno, per esempio). Nella realtà oltre un terzo di questi soldi (ovvero 18,5 miliardi) va alle famiglie con redditi superiori alla mediaLo stesso meccanismo vale per i 18 miliardi di spesa generale per la lotta alla povertà. Oltre un terzo – 6,5 miliardi – va al 50% di italiani con redditi superiori alla media. La legge che ha istituito il Reddito di inclusione (Rei) prevedeva un riordino della spesa sociale. Non è mai stato fatto. I cittadini quando vanno a votare non premiano chi gli toglie qualcosa. E i partiti lo sanno.

Incroci a monte per scoprire gli Isee-truffa

Spesso la spesa sociale finisce a chi non ne avrebbe diritto perché è facile truccare le carte. Lo strumento che valuta come se la sta passando una famiglia è l’Isee. L’ultima riforma l’ha migliorato, ma secondo le verifiche della Guardia di Finanza, il 60% degli Isee è basato su autodichiarazioni false. Il tasso di irregolarità è del 90% per le esenzioni dai ticket sui farmaci e del 39% per le richieste di prestazioni sociali nei primi mesi del 2018. Più che aumentare i controlli a valle bisogna incrociare sempre a monte i dati delle proprietà immobiliari, dei redditi e delle giacenze medie sui conti correnti. Ancor meglio inserire i dati delle amministrazioni in un Isee già precompilato: doveva partire nel 2018, ma ancora non si è visto.

Troppi bonus: serve il casellario delle prestazioni

Prendiamo una famiglia povera della periferia di Milano a cui nasce un figlio. Può sicuramente chiedere il bonus bebè appena rifinanziato nell’ultima legge di Bilancio. Ma ci sono anche il bonus alla nascita da 800 euro – che incassano tutti, non solo i poveri – oltre al bonus nazionale per la frequenza al nido. Poi c’è la bebè card del Comune e il bonus nido della regione Lombardia. In pratica la mano destra non sa cosa fa la sinistra. Sarebbe il caso di coordinare le varie misure. L’Inps avrebbe dovuto varare il «casellario», un fascicolo con le prestazioni sociali percepite da ciascun cittadino. Il progetto non è mai decollato. Logico sarebbe che, in base all’Isee, una serie di misure scattassero in automatico, in funzione della situazione di ciascuno.

Assegni proporzionati al costo della vita nei territori

Se si guarda l’incidenza sul totale della popolazione, il record del disagio è al Sud con il 10,3% degli abitanti in povertà assoluta (contro il 5,1% del Centro e il 5,4% del Nord). Ma il 52,5% delle famiglie povere abita comunque al Centro-Nord. L’Istat ha calcolato che nelle periferia di una grande città del Nord, un single per la propria sussistenza ha bisogno di 780 euro al mese. Da qui il reddito di cittadinanza. In un piccolo comune del centro, però, bastano 707 euro, che scendono a 560 euro nel comune del Sud. Avrebbe senso dunque un assegno parametrato al costo della vita del luogo in cui vive il richiedente.

Più servizi (e non solo per l’impiego)

Anpal servizi stima che il 70% degli aspiranti al reddito non sia subito in grado di lavorare, perché ha minori o disabili a carico, problemi di salute e di dipendenze. Sono 3 milioni e mezzo di persone che dovranno stipulare un «patto per l’inclusione sociale» con i Comuni. Nel 2016 la spesa dei Comuni per i servizi sociali ammontava a 7 miliardi e 56 milioni di euro: quelli ricchi offrono servizi sociali ai loro cittadini, gli altri no anche se sul loro territorio si trova la maggior concentrazione di poveri. In Calabria, dove ci si attende il maggior numero di richieste di Reddito di Cittadinanza, la spesa procapite per i servizi sociali è di 22 euro, contro i 517 euro della Provincia Autonoma di Bolzano. Il 15% dei fondi del Rei doveva servire a potenziare i servizi sociali. Per il 2019 il nuovo governo mobilita 347 milioni, che diventeranno 587 nel 2020 e 615 dal 2021 in poi. Risorse insufficienti, mentre non è ancora chiaro con quali criteri saranno ripartite.

Lavori socialmente utili (flop dietro l’angolo)

Chi prende il reddito di cittadinanza dovrebbe fare 8 ore alla settimana di lavoro socialmente utile. Serve quindi personale che organizzi il lavori da fare. I lavoratori vanno poi formati e assicurati. Ad oggi esistono solo pochissime sperimentazioni e la maggior parte dei Comuni non è attrezzata.

Serve più tempo per potenziare i controlli sul lavoro nero e assumere navigator stabili

Le Regioni devono assumere 4.000 navigator per potenziare i propri centri per l’impiego. Vuol dire che si dovranno fare 20 bandi pubblici. Dall’emissione del bando all’assunzione ci vuole mediamente un anno (sei mesi alle Regioni più virtuose). Per aggirare l’ostacolo e partire il primo aprile con il Rdc, il governo intende assumere subito 4.000 navigator con contratti a termine tramite Anpal servizi. Successivamente i 4.000 precari (con il compito di educare i disoccupati a trovare lavoro) dovrebbero partecipare ai concorsi delle Regioni per passare a tempo indeterminato. Poi c’è il lavoro nero: nemico numero uno del reddito di cittadinanza. È vero che ci sono sgravi contributivi per chi assume un povero, ma nessuna azienda assume a tempo indeterminato se non ne ha bisogno. L’economia sta frenando, e in gran parte del Paese i centri per l’impiego non riusciranno a offrire tre occasioni di lavoro in 18 mesi. Che fare? Non escludere dagli sgravi i contratti a termine. Poi potenziare i controlli sui settori e nei territori a maggiore concentrazione di nero. In particolare agricoltura, dove la percentuale arriva al 16,4%, servizi alle persone (22,8%), costruzioni (10,8%), commercio e logistica (7,9%). La legge di Bilancio prevede l’arrivo di 930 nuovi ispettori del lavoro in tre anni, di cui 300 nel 2019. Ma è improbabile che siano operativi prima di fine anno.

Reddito agli stranieri residenti da 10 anni

Il governo stima che saranno 250.000 ad averne diritto. Le stime di fondazione Ismu parlano di 300.000 (su oltre 5 milioni di immigrati, circa un milione è residente da 10 anni, e il 30% è in stato di povertà). Il Comune di Milano ne stima 700 mila. Le richieste verranno presentate nei Comuni, che però non sono in grado di verificare «dove» hanno accumulato i 10 anni di residenza perché l’ anagrafe nazionale in capo a Sogei non è mai stata completata.In sostanza, se non si fa in fretta a completare i registri nazionali e a riorganizzare un sistema iniquo, troppi soldi continueranno a finire nelle tasche sbagliate.13 gennaio 2019 | 22:51© RIPRODUZIONE RISERVATA

14 Gennaio 2019 / by / in
Europe Consulting: Aperto il Rifugio Sant’Anna in via Merulana a Roma

Oggi, lunedì 14 gennaio, aprirà un progetto pensato e realizzato con il Primo Municipio di Roma, con la collaborazione delle Acli e della coop. Autonomamente, un centro per 20 donne e 8 uomini in condizioni socio sanitarie particolarmente critiche, in zona via Merulana, per offrire un’alternativa notturna alla strada e al freddo di questi giorni. 

È una corsa contro il tempo e contro il gelo e il vostro aiuto è prezioso. Nonostante la disponibilità di una struttura religiosa che ci ha concesso i locali e il finanziamento del Primo Municipio, le necessità per offrire il massimo sostegno sono tante e le spese anche, a partire dal riscaldamento, la luce, fino alle necessità più semplici di ogni persona.

PER CHI VOLESSE AIUTARE
abbiamo bisogno al momento in ordine di priorità:
– cuscini e copricuscini
– coprimaterassi e traverse per letti singoli
– set lenzuola per letti singoli e federe
– asciugamani e Teli da bagno (no accappatoi a meno che ne abbiate uno stock da 30 completo)
– assorbenti
– intimo donna

Il Materiale può essere portato oggi stesso o domani al Centro Binario 95 in via Marsala 95. Questa raccolta è attiva fino al 14 gennaio alle 15 poi compreremo quello che manca.

Chi volesse collaborare ma non ha questi oggetti, non li può portare o volesse comunque dare una mano per sostenere le spese anche future del centro, può contribuire direttamente con delle donazioni sul sito www.binario95.it selezionando: 
Donazione libera – oggetto Rifugio Sant’Anna
Oppure tramite IBAN IT02A0335901600100000069776
mi raccomando specificando nell’oggetto “Donazione Rifugio Sant’Anna” (*)

Grazie per tutto quello che avete fatto, state facendo e potrete ancora fare e grazie della forza che ci avete dato per riuscire a superare tutti gli ostacoli che ci hanno fatto raggiungere questo nuovo importante obiettivo, non tanto per noi ma per le persone che troveranno riparo nel RIFUGIO SANT’ANNA.

Alessandro – Europe Consulting

(*) Per ogni donazione verrà dato conto nei prossimi giorni in una sezione dedicata del sito di Binario 95 di quante donazioni sono state raccolta.

14 Gennaio 2019 / by / in
Reddito di cittadinanza. E la montagna partorì il topolino

Workfare. Una misura social-liberista per il controllo e la selezione dei poveri. Chi assumerà un beneficiario, senza licenziarlo per 24 mesi, riceverà un contributo non inferiore a 5 mensilità: è una norma simile agli incentivi del Jobs Act

Andrea Fumagalli – Il Manifesto

E la montagna partorì il topolino. Questo è il commento a caldo più consono alla lettura della bozza del decreto legge che il governo dovrebbe approvare per rendere attuativa l’introduzione del «reddito di cittadinanza» (RdC).

Si tratta comunque di un provvedimento che è meglio del nulla o del pochissimo (vedi il «reddito di inclusione», «Rei») fin qui fatto dai governi precedenti in materia di contrasto alla povertà assoluta. Perché di questo si tratta: di un provvedimento, che per la sua limitatezza e i vincoli imposti non va a incidere in modo significativo sulla distribuzione del reddito, né a invertire la sua polarizzazione, né a garantire la liberta scelta del lavoro in contrasto alla ricatto della precarietà. Incide piuttosto sulla limitazione del disagio sociale connesso alle situazioni di povertà estrema.

SECONDO I DATI forniti dallo stesso governo, la platea dei beneficiari del RdC dovrebbe essere di 1.437.000 famiglie e di 4.340.000 individui (numero inferiore, seppur di poco, ai poveri assoluti, ma pari a meno del 50% dei poveri relativi). Per il 2019, la cifra messa a disposizione ammonta a 6,11 miliardi di euro, per poi salire a 7,77 nel 2020 e a 8,02 nel 2021 (art. 12). Se questi dati vengono confermati, l’obiettivo dichiarato di portare tutto coloro che hanno un reddito inferiore alla soglia di 780 euro mensili appare difficilmente raggiungibile. Facendo infatti dei semplici calcoli matematici, la cifra media che spetta mensilmente a livello familiare sarebbe di 472 euro e, a livello individuale, di 156 euro al mese.

OCCORRE tuttavia tenere presente che il provvedimento ha come obiettivo l’integrazione ai 780 euro mensili del reddito già disponibile e che quindi non tutti riceveranno l’intera somma – come invece vogliono far credere i detrattori e i media. Più concretamente, gli importi su base annua sono composti di due elementi: un’integrazione del reddito familiare di seimila euro e una componente a integrazione del reddito per coloro che abitano in affitto fino ad un massimo di 3360 euro (art. 3). Di fatto, la soglia massima di reddito percepibile per chi è proprietario di casa non è più di 780 euro al mese, ma di 500 euro.

Il RdC potrà essere chiesto, oltre che dai cittadini italianim anche dagli extracomunitari purché siano residenti in via continuativa in Italia da almeno 10 anni. Si stima che le famiglie composte da soli stranieri in tale condizione siano 259.000 (18% delle famiglie beneficiarie, quando i poveri stranieri sono il 35% del totale dei poveri, il doppio). L’erogazione è condizionata alla dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro da parte dei componenti del nucleo familiare maggiorenni. Oltre a ciò, il disoccupato dovrà aderire a un percorso personalizzato etero-diretto finalizzato all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale: frequentare i corsi di formazione, sostenere test psico-attitudinali e prove finalizzate all’assunzione e, infine, accettare almeno una di tre offerte di lavoro congrue.

I CRITERI per definire «congrua» un’offerta di lavoro sono comunque peggiorativi rispetto a quelli definiti dalla legge di petizione popolare (tramutata nel disegno di legge 1670 del 2014): una remunerazione, come minimo, pari a quella precedentemente percepita dal soggetto interessato, il mantenimento della professionalità acquisita, e una sede di lavoro che non sia più distante di 50 km (80 minuti di tempo di trasporto) dal luogo di residenza. Ne consegue, che il soggetto beneficiario è indirettamente obbligato, pena la perdita del sussidio, ad accettare di fatto qualunque offerta viene proposta. E, tenendo conto, che la maggior parte dei poveri (53%) sono situati nelle regioni meridionali, e che la maggioranza dei posti di lavoro si trovano invece nelle regioni settentrionali, è facile immaginare lo sviluppo di nuovi flussi migratori, finanziati dallo Stato a vantaggio delle imprese del Nord.

ED È PROPRIO sul capitolo «aiuti alle imprese» che il RdC mostra la sua vera natura social-liberista. È un indiretto strumento di politica dell’offerta, finalizzata a incentivare assunzioni sotto-qualificate a costi ridotti per le imprese. I datori di lavoro che assumono un lavoratore e non lo licenziano nei primi 24 mesi (tranne che per giusta causa e giustificato motivo!) potranno, infatti, ricevere sotto forma di sgravio contributivo, un contributo comunque non inferiore a cinque mensilità. Si tratta di una norma assai simile agli incentivi stabiliti dal Jobs Act.

INFINE, il reddito viene erogato a livello familiare (non individuale!) attraverso un apposita carta RdC. Si potrà monitorare il tipo di acquisti fatto e in tal modo eventualmente intervenire se la spesa viene ritenuta non consona allo «stato di povertà». Il provvedimento si presenta così in linea con le premesse: una misura di controllo sociale, sostanzialmente di inserimento coattivo al lavoro, fortemente selettivo e non per tutti coloro che si trovano in povertà relativa, la vera misura della povertà. Ma neanche per tutti coloro che si trovano in povertà assoluta, in particolare per i migranti poveri, che non hanno una continuità di residenza in Italia da 10 anni e sono la maggioranza.

10 Gennaio 2019 / by / in
Chi cuce il filo della speranza. La sfida delle reti sociali e solidali

DI FLORIANA BULFON

Attaccato dai gialloverdi, l’associazionismo resiste. Per fare non solo charity ma anche progetti di rilancio e di inclusione. Vi raccontiamo questo mondo che da Nord a Sud anima mercati, mense, cinema e mini imprese

Forza Buoni, l'Italia della solidarietà che non si arrende al cattivismo
Striscione presso la fabbrica occupata Ri-Maflow

Ai margini di un’enorme spianata bianca su cui sorgeva una fabbrica della morte c’è un frigorifero «da aprire solo in caso di solidarietà». È a disposizione di chi ha fame. Studenti, professionisti, massaie e migranti lo riempiono a turno. Raccolgono da chi ha troppo e condividono con chi ne ha bisogno. Nella parrocchia di Don Angelo cibo e spazio sprecato diventano risorse. Accanto al frigo, c’è una stanza per essere “Solidali dalla testa ai piedi” con un servizio di docce e lavanderia e in canonica posti per dormire, perché questa è la casa di tutti. E così un luogo di confine alla periferia di Bari, tra resti di ecomostri abbattuti, vetri antiproiettile dei covi della Sacra Corona Unita e vite umane distrutte da fibre d’amianto, diventa un rifugio di speranza.

Oltre mille chilometri più a Nord, a Boves, città martire della resistenza rasa al suolo dai nazisti, i capannoni vuoti dove un tempo prosperava un’azienda di abbigliamento ospitano una ventina di persone. «Viviamo in comunità, i miei due figli sono nati e cresciuti qui», racconta Franco Monnicchi, responsabile di Emmaus. L’ultimo arrivato è un cinquantenne piemontese, ha una casa ma non trova lavoro e prima mangiava una volta a settimana: «Solo quando andavo a cena da qualche conoscente, perché mi vergognavo di frequentare la mensa dei poveri» spiega. C’è chi ha avuto problemi con la famiglia, con l’alcool, per lo più sono italiani. «Poveri che si mettono insieme per sostenere altri poveri, senza chiedere aiuto a nessuno. Perché l’urgenza è la condivisione, è questo il messaggio del nostro fondatore Abbé Pierre», chiarisce Monnicchi. Il religioso francese, eroe della resistenza, che da benestante scelse di essere povero tra i poveri, voce dei senza speranza. È la riscossa degli ultimi, di quelli che la società ha scartato: oggi lavorano ritirando ferri vecchi, carta straccia e oggetti abbandonati nelle cantine, si mantengono rivendendo quello che buttiamo via e riescono anche a donare agli altri. Negli ultimi anni hanno costruito un negozio e persino un baby parking.

Progetti di solidarietà che nascono dal basso. Una geografia della speranza che grida sottovoce e tenta di ricucire le ferite che portano all’ esclusione sociale. Ci credevamo un Paese ricco: «Ma quale crisi, i ristoranti sono sempre pieni!», proclamava da Palazzo Chigi Silvio Berlusconi. Invece in Italia la povertà ha assunto un carattere strutturale. I “Miserabili” del nuovo millennio sono oltre 5 milioni, il valore più alto da quando l’Istat lo censisce. Gente con livelli di vita inaccettabili: non possono permettersi un’alimentazione adeguata, un’abitazione riscaldata, vestiti, istruzione, salute. È la condizione di una famiglia su venti, ma quando si guarda ai migranti allora saliamo a una su tre. La diseguaglianza cresce, con una moltitudine nell’abisso.

Eppure c’è chi non si rassegna e lotta per sostenere i più fragili. Dalle comunità che accolgono le donne vittime di violenza alla casa dei gesuiti, la prima in Italia, che sulle colline torinesi ospita i papà rimasti soli con i loro figli.

Un’esigenza che ribalta l’ottica per cui siano in difficoltà solo le mamme e che accoglie l’invito di papa Francesco ad utilizzare i beni della Chiesa per dare un servizio a chi ne ha bisogno. Percorsi per riprendere i fili delle proprie vite e trovare un’alternativa al naufragio. E poi famiglie che s’incontrano e si confrontano, perché solo attraverso un cammino comune è possibile scoprire il modo per superare le crisi e afferrare il futuro. Uno scambio che non aiuta solo chi riceve. E cosi un ingegnere con i figli già all’università dedica i suoi due pomeriggi liberi ad Ahmed, un ragazzino marocchino a cui la matematica non piace, mentre i settantenni Franco e Maria sono diventati i nonni della piccola Giulia perché i loro nipoti vivono all’estero e li vedono di rado.

Accade in Veneto e uno dei promotori è lo psicoterapeuta Pasquale Borsellino. «È capacità di reagire alle condizioni avverse insieme, si attiva la resilienza comunitaria. Io stesso ne sono un testimone», constata. La sua storia personale è drammatica. Suo fratello Paolo è stato ucciso a fucilate nel 1992, pochi mesi dopo è toccato a suo padre Giuseppe che si batteva per trovare un nome agli assassini del figlio. I Borsellino volevano solo lavorare nella loro terra, in quella Sicilia dove Cosa nostra non consente ribellioni. La mafia si fa forte nei quartieri abbandonati dalle istituzioni, dove trova terreno fertile per espandersi e arricchirsi. Tanti insegnanti dallo Zen di Palermo alla periferia di Roma vogliono sconfiggerla mostrando un futuro diverso a quei ragazzini che sognano un futuro da boss e gridano «i negri non li vogliamo».

Combattono una guerra tra poveri che spiana la strada alla criminalità e al razzismo, unite nello slogan “prima gli italiani” che piace tanto pure ai boss. Con loro associazioni che accolgono costruendo insieme ai migranti. Una contaminazione fatta di partecipazione da Ventimiglia a Taranto, fino a Como. Ci sono giovani figli di emigrati che tornano in Italia. Come Giulio Vita che ha scelto la Calabria, sfidando gli indicatori statistici che la segnalano come una terra senza futuro: «Quando sono arrivato ho aiutato subito i rifugiati perché nelle loro storie ho trovato quella di mio nonno che ha preso una barca per il Venezuela senza conoscere né la lingua, né le tradizioni, né la cultura del Paese che lo avrebbe ospitato» racconta. Giulio ha in tasca l’idea di riportare il cinema ad Amantea e riesce a mettere in piedi una mostra e persino una residenza cinematografica per registi internazionali e rifugiati, dando lavoro anche a tanti ragazzi calabresi.

«Per tre anni abbiamo vinto un bando per contribuire alla valorizzazione e alla diffusione delle culture dei migranti residenti in Italia, senza alcuna raccomandazione» spiega, ma aggiunge: «Ora il ministro Alberto Bonisoli l’ha eliminato ma non ci rassegniamo: faremo la IV edizione di la Guarimba CinemAmbulante con o senza fondi pubblici». Nella lingua degli indios venezuelani “guarimba” significa posto sicuro e in un periodo in cui vengono alzati muri e confini, in questo piccolo borgo, si fondono e crescono storie ancorate alla realtà. Come i quattordici minuti raccontati dal regista di origini egiziane Mohamed Hossameldin. “Yousef” è uno chef, cittadino italiano ma con la pelle scura. È integrato, ha successo, ma quando deve decidere se aiutare chi ha subito violenza o fuggire è sopraffatto dal dubbio, teme di essere accusato ingiustamente. Ci si immerge in una crisi personale che dà un senso di vertigine. In scena c’è la paura dei migranti davanti al persistere dei pregiudizi e il cinema diventa un forma di riscatto.

Come quello che parte da Casale Caletto, periferia dimenticata della Capitale dove si insegnano i mestieri dello spettacolo come diritto all’inclusione. «Ho vissuto quasi tutta la vita dentro quattro mura» racconta con ironia Mirko Frezza presidente del comitato di quartiere «ma poi ho deciso di fare il bravo». Diventa attore. Lui, 40 anni, capelli lunghi, barba, un corpo tatuato e un passato tra galera e voglia di riscatto, in questo quartiere di amara esistenza è nato e cresciuto. Qui insegna ad altri a guadagnarsi l’opportunità di un posto di lavoro e insieme a Paola Da Grava gestisce un centro che offre 1.650 pasti al mese e raccoglie cibo con un banco alimentare. Tutto senza sovvenzioni. «Ci lavorano volontari, la benzina la mettiamo a turno. C’è anche uno sportello per le donne, a breve avremo degli psicologi per i bambini affetti da autismo» sottolinea mostrando il suo mondo alle telecamere de “I Dieci Comandamenti” di RaiTre. Un centro che è diventato un punto di riferimento tra palazzoni popolari e generazioni abbandonate a se stesse. «Proviamo a tenere pulite le strade, ripariamo tubature, aggiustiamo ascensori, insomma ci sostituiamo alle istituzioni» risponde Frezza.

Riprendersi spazi, lavoro, dignità. A Trezzano sul Naviglio centinaia di operai hanno recuperato la fabbrica chiusa e l’hanno riconvertita. «La scelta era se lasciarci ammazzare, o provare a resistere alla crisi, producendo reddito, in un territorio dove la disoccupazione è altissima, ma le professionalità ancora tante e vive», spiegano. E così i 30 mila metri quadri di capannoni della Rimaflow non sono rimasti uno scheletro industriale. Ma le istituzioni non vengono in aiuto, anzi: sull’iniziativa pende un’ordinanza di sgombero. Gli hanno solo concesso una proroga: lo sfratto è stato rinviato al prossimo aprile.

«Abbiamo fatto della legalità un idolo, dimenticando che non è il fine ma il mezzo: il fine è la giustizia sociale. La legalità da sola è una parola vuota», dice don Luigi Ciotti. Insieme a Giuseppe De Marzo, economista laico che fa parte dell’associazione del premio Nobel Amartya Sen, ha unito più di seicento realtà sparse per il Paese, dai centri antiviolenza ai movimenti per il diritto alla casa, nella Rete dei Numeri Pari. «In dieci anni la povertà nel nostro Paese è triplicata, frutto di politiche sbagliate. Anche questo governo sta tradendo le promesse, ha aumentato l’aspettativa dei ceti in difficoltà e creato senso di rancore. Di fatto manca un’opposizione e così alla fine molte persone non si sentono rappresentate», analizza De Marzo.

Provano allora a mettere insieme le esperienze dal basso. Quelle che spingono a riconoscersi come cittadini e riappropriarsi dei diritti negati. Negli Stati Uniti il tema dell’ineguaglianza si è imposto al centro del dibattito. Lara Putnam e Theda Skocpol hanno pubblicato una ricerca in cui mostrano come molte donne entrate recentemente in politica non siano solo ispirate dal movimento spontanei come il MeToo ma siano spesso il frutto di un percorso, di una partecipazione in reti civiche locali fuori dai circuiti del partito democratico.

E questa è la speranza per le democrazie occidentali: un movimento con radici nuove e idee aperte, capace di spazzare via l’onda dei populismi e dei sovranismi. Ricominciando proprio da quella crisi economica che ha spezzato le reti sociali e la solidarietà.

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2019/01/08/news/forza-buonisolidarieta-cattivismo-1.330260

10 Gennaio 2019 / by / in ,
Il DEF e le misure messe in campo dal governo non contrastano le disuguaglianze e non ci aiutano a combattere le mafie e la corruzione

Il Def e le misure messe in campo dal governo non contrastano le disuguaglianze e non ci aiutano a combattere le mafie e la corruzione. Il Def peggiora la condizione dei ceti popolari e dei ceti medi e non ci aiuta ad uscire dalla crisi, bensì la allarga ulteriormente tradendo le aspettative di milioni di cittadini.

Dopo aver annunciato “la fine della povertà” e una sequenza infinita di dichiarazioni su social e televisioni, le misure messe in campo dal governo sono nella realtà inadeguate a rispondere alla crisi generata dall’aumento delle disuguaglianze e non lavorano per ridurle, anzi le allargano e le istituzionalizzano. Assistiamo giornalmente a cambiamenti e marce indietro che stanno aumentando la distanza tra la nostra proposta di introdurre anche in Italia una forma di “Reddito di dignità” firmata tra gli altri da 91 deputati e 35 senatori del M5S nella scorsa legislatura, e l’attuale proposta del governo nazionale Lega/M5S. La misura messa in campo con il Def, impropriamente detta Reddito di cittadinanza, nella realtà altro non è che un modesto sussidio di povertà, nemmeno garantito a tutti gli aventi diritto, vincolato ad un lavoro sottopagato che non risolve la condizione di disagio economico e sociale determinata da fattori sui quali il governo volontariamente non interviene. Si riducono gli investimenti e se ne cambia il segno, mentre si continua a propagandare l’idea che le priorità siano la guerra ai migranti ed ai poveri. Si fanno battaglie mediatiche e generiche contro “l’Europa” quando in realtà il governo ha confermato tutte le misure di austerità, così come i precedenti governi, e non ha fatto nulla per mettere fuori dal patto di stabilità almeno le spese per garantire i servizi sociali e la dignità delle persone.

Abbiamo lavorato e lavoriamo per far comprendere la necessità di istituire in un quadro così cambiato a livello nazionale, europeo e mondiale un nuovo diritto economico, il diritto al reddito. Il governo viaggia invece nella direzione opposta, violando tutte le caratteristiche e gli elementi essenziali stabiliti dalle risoluzioni europee e dalla stessa CE da diversi anni. Il governo tratta i poveri come un problema, stigmatizzando la loro condizione con misure che istituzionalizzano l’esclusione ed aumentano la guerra tra poveri. Sul cosiddetto reddito di cittadinanza il governo fa l’opposto di quanto stabilito da molte risoluzioni europee, a partire dal 1992. Caratteristiche e elementi essenziali che contraddistinguono una misura di reddito minimo garantito e che vogliamo qui riportare per ulteriore chiarezza:

  1.  che il rmg venga dato a tutti quelli che stanno sotto il 60% del reddito mediano del paese, compresi coloro che sono in formazione, così da combattere la dispersione scolastica ed universitaria- il governo non stanzia la cifra necessaria, circa 17 miliardi, e non garantisce a tutta la platea degli aventi diritto questa misura, praticando forme di universalismo selettivo identiche a quelle portate avanti dal tanto criticato Rei del precedente governo;

  2. che vi sia congruità dell’offerta lavorativa in cambio del reddito e non obbligatorietà di lavoro purchè sia, visto che il reddito minimo garantito in Europa è inteso come una misura che dovrebbe garantire e liberare l’autonomia dell’individuo, valorizzandolo attraverso forme di reinserimento sociale – il governo intende invece il cosiddetto reddito di cittadinanza come una classica misura di workfare, con l’obiettivo di rendere “impiegabili” purchè sia i “poveri”, condannando il beneficiario a lavoretti mal pagati che non daranno sbocchi, ne crescita professionale, avviando milioni di individui nella cosiddetta “trappola della povertà”, svelando un approccio culturale che sposta la colpa della condizione economica e sociale sulle vittime, ritenute responsabili uniche della loro condizione;

  3. che il rmg sia individuale – il governo lo intende e lo calcola sul livello familiare, come il Rei del precedente governo;

  4. che il rmg sia riservato a tutti i residenti- il governo ha proposto qualche mese fa di darlo solo agli “italiani”, proponendo una misura palesemente discriminatoria e incostituzionale; oggi viene indicata una durata di residenza minima di almeno tre anni sul nostro territorio per chi volesse accedere al sussidio;

  5. la durata della misura è per le risoluzioni europee da intendersi fino al miglioramento della propria condizione economica in modo da impedire che si rimanga senza alcun sostegno economico- il governo stabilisce invece una durata di 18 mesi oltre la quale la misura non è rinnovabile anche se la condizione economica del beneficiario non fosse cambiata;

  6. garantire un’offerta di servizi sociali di qualità ed il diritto all’abitare come prevedono i “pilastri sociali” europei indicati dalla CE a partire dal 2008 – il governo taglia i fondi per le politiche sociali, non garantisce il diritto all’abitare ed anzi con il Decreto Salvini attacca i movimenti che rispondono all’emergenza abitativa utilizzando il patrimonio pubblico abbandonato o dismesso, promuovendo allo stesso tempo nuove forme di welfare rigenerativo capaci di rispondere a partire dalla comunità alle esigenze dei singoli;

  7. rafforzare i centri per l’impiego pubblici – il governo non ha garantito gli investimenti necessari e non ha una proposta efficace di riorganizzazione dei centri per l’impiego.

Dunque, il governo non introduce nessuna forma di reddito minimo garantito come previsto dalle risoluzioni europee e dalla CE, nonostante la propaganda e gli slogan, ma istituisce con il Def un sussidio di povertà che si configura come una misura di workfare, incapace di rispondere alle esigenze del paese ma che garantisce ulteriore sfruttamento, esclusione sociale e disuguaglianze. La misura introdotta dal governo sembra rispondere più all’esigenza di controllo sugli (im)poveriti, alla necessità di renderli “occupabili”, così da migliorare sulla carta le statistiche. Siamo dinanzi all’ennesimo business sulla pelle di chi è in difficoltà. Obiettivi diametralmente opposti alla nostra proposta di Reddito di Dignità, firmata anche dal M5S, e dalle aspettative dei cittadini che hanno sostenuto il M5S durante la campagna elettorale.

Continueremo a sostenere e batterci per il Reddito di Dignità, perché crediamo sia una misura necessaria ed urgente per contrastare la povertà; perchè ce lo chiede l’Europa dal 1992 e dal 2005 con molte risoluzioni europee; perchè è già uno strumento attivo in quasi tutti i paesi europei; per contrastare il ricatto esercitato dalle mafie su quei soggetti ai margini, precari, sfruttati; per garantire sicurezza a coloro che non possono lavorare o accedere a sistemi di sicurezza sociale; perchè avrebbe effetti positivi sull’economia, sostenendo la domanda aggregata e liberando nuove energie sociali, considerando come sostiene l’Europa che anche in periodi di crisi i regimi di reddito minimo garantito non andrebbero mai intesi come fattori di costo, bensì un elemento centrale della lotta alla crisi.

Ma c’è un’altra questione taciuta prima ed elusa oggi dalla manovra del governo: le politiche di austerità. Non ha senso parlare di reddito di cittadinanza quando poi si continuano a sostenere le politiche di austerità e le scelte di una governance liberista che per sua natura genera ingiustizie sociali ed ambientali. Così come risulta impossibile mettere insieme flat tax e lotta alle disuguaglianze, visto che parliamo di politiche fiscali regressive nel primo caso e della necessità di politiche progressive, come previste nella Costituzione, nel secondo. Delle due l’una. Il governo Lega/M5S sta infatti portando avanti le stesse identiche politiche di austerità dei precedenti governi, nonostante la propaganda e gli insulti. La sostanza dei fatti e degli atti governativi ci dice che il regime di austerità imposti dalla governance europea e dal liberismo economico sono pienamente accettati e condivisi anche da questo governo, che nulla sta facendo per andare in direzione opposta. Denunciamo anche su questo punto il tradimento del M5S che durante la campagna elettorale e nella precedente legislatura aveva firmato la proposta (im)Patto Sociale avanzata da centinaia di realtà rappresentate dalla rete dei Numeri Pari e dalla campagna Sbilanciamoci. Una proposta che puntava a mettere i servizi sociali fuori dal calcolo del deficit per il patto di stabilità, così da liberare decine di miliardi di euro dal controllo della finanza e delle banche, restituendoli alle politiche sociali in un momento in cui nel nostro paese un terzo della popolazione è a rischio esclusione sociale e non sono mai stati riscontrati nella storia della nostra Repubblica indici così alti di disuguaglianza e povertà.

Continuità con le politiche di austerità, nessuna priorità alla lotta alle disuguaglianze, propaganda da permanente campagna elettorale, nessun approfondimento sui principali problemi del paese, attacchi violenti a chiunque osi criticare l’operato del governo, continua ricerca del nemico da accusare per le proprie incapacità – siano i migranti, i poveri o l’Europa-, annunci di politiche mai realizzate, nessun ascolto dei corpi sociali intermedi e della società civile organizzata, operazioni mediatiche di facciata che scavano sul rancore e sulla frustrazione degli italiani, politiche che criminalizzano chi soffre e chi lotta per cambiare la situazione: questo è quanto sta caratterizzando l’azione di questo governo nei suoi primi mesi.

19 Dicembre 2018 / by / in
52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese | II capitolo «La società italiana al 2018»

L’Italia preda di un sovranismo psichico

 

Dopo il rancore, la cattiveria: per il 75% degli italiani gli immigrati fanno aumentare la criminalità, per il 63% sono un peso per il nostro sistema di welfare. Solo il 23% degli italiani ritiene di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori. E il 67% ora guarda il futuro con paura o incertezza. Il potere d’acquisto delle famiglie ancora giù del 6,3% rispetto al 2008. Emergenza lavoro: scompaiono i giovani laureati occupati (nel 2007 erano 249 ogni 100 lavoratori anziani, oggi sono appena 143)

Le radici sociali di un sovranismo psichico: dopo il rancore, la cattiveria. La delusione per lo sfiorire della ripresa e per l’atteso cambiamento miracoloso ha incattivito gli italiani. Ecco perché si sono mostrati pronti ad alzare l’asticella. Si sono resi disponibili a compiere un salto rischioso e dall’esito incerto, un funambolico camminare sul ciglio di un fossato che mai prima d’ora si era visto da così vicino, se la scommessa era poi quella di spiccare il volo. E non importa se si rendeva necessario forzare gli schemi politico-istituzionali e spezzare la continuità nella gestione delle finanze pubbliche. È stata quasi una ricerca programmatica del trauma, nel silenzio arrendevole delle élite, purché l’altrove vincesse sull’attuale. È una reazione pre-politica con profonde radici sociali, che alimentano una sorta di sovranismo psichico, prima ancora che politico. Che talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria ‒ dopo e oltre il rancore ‒ diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare. Il processo strutturale chiave dell’attuale situazione è l’assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive. L’Italia è ormai il Paese dell’Unione europea con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori: il 23%, contro una media Ue del 30%, il 43% in Danimarca, il 41% in Svezia, il 33% in Germania. Il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l’89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, ritenendo irrealistico poter diventare benestanti nel corso della propria vita. E il 56,3% degli italiani dichiara che non è vero che le cose nel nostro Paese hanno iniziato a cambiare veramente. Il 63,6% è convinto che nessuno ne difende interessi e identità, devono pensarci da soli (e la quota sale al 72% tra chi possiede un basso titolo di studio e al 71,3% tra chi può contare solo su redditi bassi). La insopportazione degli altri sdogana i pregiudizi, anche quelli prima inconfessabili. Le diversità dagli altri sono percepite come pericoli da cui proteggersi: il 69,7% degli italiani non vorrebbe come vicini di casa i rom, il 69,4% persone con dipendenze da droga o alcol. Il 52% è convinto che si fa di più per gli immigrati che per gli italiani, quota che raggiunge il 57% tra le persone con redditi bassi. Sono i dati di un cattivismo diffuso che erige muri invisibili, ma spessi. Rispetto al futuro, il 35,6% degli italiani è pessimista perché scruta l’orizzonte con delusione e paura, il 31,3% è incerto e solo il 33,1% è ottimista.

 

Quel bisogno radicale di sicurezza che minaccia la società aperta. Il 63% degli italiani vede in modo negativo l’immigrazione da Paesi non comunitari (contro una media Ue del 52%) e il 45% anche da quelli comunitari (rispetto al 29% medio). I più ostili verso gli extracomunitari sono gli italiani più fragili: il 71% di chi ha più di 55 anni e il 78% dei disoccupati, mentre il dato scende al 23% tra gli imprenditori. Il 58% degli italiani pensa che gli immigrati sottraggano posti di lavoro ai nostri connazionali, il 63% che rappresentano un peso per il nostro sistema di welfare e solo il 37% sottolinea il loro impatto favorevole sull’economia. Per il 75% l’immigrazione aumenta il rischio di criminalità. Cosa attendersi per il futuro? Il 59,3% degli italiani è convinto che tra dieci anni nel nostro Paese non ci sarà un buon livello di integrazione tra etnie e culture diverse.

 

La raziocinante ricerca di un egolatrico compiacimento nei consumi. Il potere d’acquisto delle famiglie italiane è ancora inferiore del 6,3% in termini reali rispetto a quello del 2008. E i soldi restano fermi, preferibilmente in contanti: nel 2017 si è registrato un +12,5% in termini reali del valore della liquidità rispetto al 2008, a fronte di un più ridotto incremento (+4,4%) riferito al portafoglio totale delle attività finanziarie delle famiglie. La forbice nei consumi tra i diversi gruppi sociali si è visibilmente allargata. Nel periodo 2014-2017 le famiglie operaie hanno registrato un -1,8% in termini reali della spesa per consumi, mentre quelle degli imprenditori un +6,6%. Fatta 100 la spesa media delle famiglie italiane, quelle operaie si posizionano oggi a 72 (erano a 76 nel 2014), quelle degli imprenditori a 123 (erano a 120 nel 2014). Molto difficilmente beni e servizi che non accendono desideri specifici dei singoli consumatori – divenuti ferocemente intelligenti nell’adottare una logica selettiva di egolatrico compiacimento – avranno una potenza attrattiva sufficiente per vincere la tendenza a tenere i soldi fermi, preferibilmente in forma cash.

 

Uno vale un divo: una società senza più miti, né eroi. I dispositivi della disintermediazione digitale continuano la loro corsa inarrestabile, battendo anno dopo anno nuovi record in termini di diffusione e di moltiplicazione degli impieghi. Oggi il 78,4% degli italiani utilizza internet, il 73,8% gli smartphone con connessioni mobili e il 72,5% i social network. Nel caso dei giovani (14-29 anni) le percentuali salgono rispettivamente al 90,2%, all’86,3% e all’85,1%. I consumi complessivi delle famiglie non sono ancora tornati ai livelli pre-crisi (-2,7% in termini reali nel 2017 rispetto al 2007), ma la spesa per i telefoni è più che triplicata nel decennio (+221,6%): nell’ultimo anno si sono spesi 23,7 miliardi di euro per cellulari, servizi di telefonia e traffico dati. E abbiamo finito per sacrificare ogni mito, divo ed eroe sull’altare del soggettivismo, potenziato nei nostri anni dalla celebrazione digitale dell’io. Nell’era biomediatica, in cui uno vale un divo, siamo tutti divi. O nessuno, in realtà, lo è più. La metà della popolazione (il 49,5%) è convinta che oggi chiunque possa diventare famoso (il dato sale al 53,3% tra i giovani di 18-34 anni). Un terzo (il 30,2%) ritiene che la popolarità sui social network sia un ingrediente «fondamentale» per poter essere una celebrità, come se si trattasse di talento o di competenze acquisite con lo studio (il dato sale al 41,6% tra i giovani). Ma, allo stesso tempo, un quarto degli italiani (il 24,6%) afferma che oggi i divi semplicemente non esistono più. E comunque appena uno su 10 dichiara di ispirarsi ad essi come miti da prendere a modello nella propria vita (il 9,9%). In più, il 41,8% crede di poter trovare su internet le risposte a tutte le domande (il 52,3% tra i giovani).

 

Dall’assalto al cielo alla difesa delle trincee: il salto d’epoca nella missione della politica. L’area del non voto in Italia si compone di 13,7 milioni di persone alla Camera e 12,6 milioni al Senato: sono gli astenuti e i votanti scheda bianca o nulla alle ultime elezioni politiche. La percentuale dell’area del non voto sul totale degli aventi diritto è salita dall’11,3% del 1968 al 23,5% del 1996, fino al 29,4% del 2018. Il 49,5% degli italiani ritiene che gli attuali politici siano tutti uguali, e la quota sale al 52,2% tra chi ha un titolo di studio basso e al 54,8% tra le persone a basso reddito. La funzione dei social network nella comunicazione politica è definita «inutile» o addirittura «dannosa» dal 52,9% degli italiani, mentre il 47,1% li giudica al contrario «utili» o «preziosi» perché eliminano ogni filtro nel rapporto tra cittadini e leader politici. L’abilità nel muoversi nella post-verità è la cifra del successo politico, se il 68,3% degli italiani ritiene che le fake news hanno un impatto «molto» o «abbastanza» importante nell’orientare l’opinione pubblica. Oggi sembra finito quel gioco combinatorio di identità e interessi che si proiettava nella domanda politica, anche perché i profili identitari dei diversi gruppi sociali sono sempre più sfumati e le relative constituency degli interessi sono sempre più disomogenee.

 

La leadership perduta dell’Unione europea. Nell’Unione europea vive il 6% della popolazione mondiale, si produce il 22% del Pil e l’euro è il secondo mezzo di pagamento negli scambi planetari. Tra l’area dell’euro e l’Ue a 28 Paesi i tassi di crescita nel 2017 risultano allineati intorno al 2,4% e il rapporto debito/Pil è in media al di sotto del 90%. Al più alto Pil pro-capite dell’area dell’euro (quasi 33.000 euro annui, contro i 30.000 dell’intera Ue) si affianca un tasso di disoccupazione di un punto e mezzo in più tra chi non aderisce alla moneta unica. La quota di popolazione esposta al rischio di povertà o esclusione sociale si aggira per le due aree intorno al 22%. Ma emerge il fallimento dei processi di convergenza. Tra i 19 Paesi aderenti all’euro, solo 7 hanno un rapporto debito/Pil inferiore al 60% come stabilito negli accordi di Maastricht, e degli altri 12 sono in 4 a presentare una quota superiore al 100%.

 

Le ragioni economiche dello stare insieme. Rispetto al 2010, in Italia gli investimenti sono ancora all’89,4% del valore di allora, i consumi delle famiglie al 97,4%, la spesa delle amministrazioni pubbliche al 99,1%, il Pil al 99,7% (a fronte di un dato medio europeo in questo caso del 110,6%). Solo l’export è cresciuto (+26,2%). Nel 2017 le esportazioni di merci hanno superato i 448 miliardi di euro (+7,4% rispetto al 2016), con un saldo commerciale positivo di 47,5 miliardi. Siamo il 9° Paese esportatore al mondo, con una quota di mercato del 2,9% (il 3,5% se si considera solo il manifatturiero). Le imprese esportatrici sono oggi 217.431 (8.431 in più dal 2012). E tutto ciò si svolge per la gran parte dentro l’Europa (il 55,6% del valore dell’export). Su 90,6 milioni di viaggiatori stranieri entrati in Italia nel 2017, ben 63,3 milioni (il 69,9% del totale) provenivano da Paesi europei. Dei 39,2 miliardi di euro spesi in Italia dai turisti stranieri, 22,8 miliardi sono attribuibili ai turisti europei (il 58,2% del totale). Ma oggi solo il 43% degli italiani pensa che l’appartenenza all’Ue abbia giovato all’Italia, contro una media europea del 68%: siamo all’ultimo posto in Europa, addirittura dietro la Grecia della troika e il Regno Unito della Brexit. Eppure, finora gli italiani hanno sempre partecipato alle elezioni europee con percentuali di affluenza di gran lunga superiori alla media dell’Ue: nel 2014 il 72,2% contro il 42,6%.

 

Crescere nell’innovazione: il traino comunitario. La spesa pubblica destinata in Italia alla ricerca è scesa da poco meno di 10 miliardi di euro nel 2008 a poco più di 8,5 miliardi nel 2017. Nel periodo è passata da 157,5 euro per abitante a 119,3 euro. Per poter competere nella dimensione dell’innovazione, l’unica chance per l’Italia è una maggiore integrazione nei processi che si realizzano a livello comunitario. Per beneficiare del traino che l’Ue esercita attraverso programmi e fondi destinati ai singoli Paesi, come Horizon 2020. Dei quasi 77 miliardi di euro previsti nel budget del programma 2014-2020 ne sono già stati assegnati oltre 33 miliardi, di cui 2,8 all’Italia. Il nostro Paese è il 5° per finanziamenti ricevuti, dopo Germania, Regno Unito, Francia e Spagna. E il 4° per numero di progetti finanziati: il 9,5% dei quasi 92.000 progetti che hanno ricevuto il contributo.

 

Le quattro Europe: identità plurime e punti di rottura. Alla vigilia delle elezioni europee del 2014, nel mezzo della crisi, i cittadini dei 28 Stati che dichiaravano di avere fiducia nell’Ue erano il 31%, ovvero 11 punti in meno del valore registrato nella primavera di quest’anno (42%). Nei Paesi in cui è elevata la fiducia nell’Ue e contemporaneamente è positivo il giudizio sulla situazione del proprio Paese si è registrata una forte risalita post-crisi, con una variazione del Pil nel periodo 2012-2017 che oscilla tra il +55,3% in termini reali dell’Irlanda e il +4% della Finlandia. Al contrario, nel gruppo di Paesi in cui la fiducia nell’Europa è bassa, anche il giudizio sulla situazione interna è negativo: tra questi figura l’Italia, insieme a Francia, Regno Unito, Spagna e Grecia. In questo gruppo il timore di rimanere senza un’occupazione è espresso dall’83% dei cittadini in Grecia e dal 69% in Italia, contro una media europea solo del 44%.

 

I giovani europeisti e le diversità culturali come destino. Le giovani generazioni in Europa sono una minoranza. La quota di cittadini europei di età compresa tra 15 e 34 anni è pari al 23,7%, quella dei giovanissimi (15-24 anni) ha un’incidenza di poco superiore al 10%. In dieci anni, dal 2007 al 2017, la coorte dei 15-34enni si è contratta dell’8%. L’Italia, con la sua quota del 20,8% di giovani di 15-34 anni sulla popolazione complessiva, di tutti i 28 Paesi membri dell’Ue è quello con la più bassa percentuale di giovani, diminuita nel decennio del 9,3%. Libera circolazione, euro e diversità culturali come valori positivi rappresentano però le tre principali accezioni attribuite all’Europa dai giovani europei.

 

Gli snodi da cui ripartire: l’ipoteca sul lavoro. Tra il 2000 e il 2017 nel nostro Paese il salario medio annuo è aumentato solo dell’1,4% in termini reali. La differenza è pari a poco più di 400 euro annui, 32 euro in più se considerati su 13 mensilità. Nello stesso periodo in Germania l’incremento è stato del 13,6%, quasi 5.000 euro annui in più, e in Francia di oltre 6.000 euro, cioè 20,4 punti percentuali in più. Se nel 2000 il salario medio italiano rappresentava l’83% di quello tedesco, nel 2017 è sceso al 74% e la forbice si è allargata di 9 punti. Tra il 2007 e il 2017 gli occupati con età compresa tra 25 e 34 anni si sono ridotti del 27,3%, cioè oltre un milione e mezzo di giovani lavoratori in meno. Nello stesso tempo gli occupati di 55-64 anni sono aumentati del 72,8%. In dieci anni siamo passati da un rapporto di 236 giovani occupati ogni 100 anziani a 99. Mentre nel segmento più istruito i 249 giovani laureati occupati ogni 100 lavoratori anziani del 2007 sono diventati appena 143. A rendere ancora più critica la situazione è la presenza di giovani in condizione di sottoccupazione, che nel 2017 ha caratterizzato il lavoro di 237.000 persone di 15-34 anni: un valore raddoppiato nell’arco di soli sei anni. Così come è aumentato sensibilmente il numero di giovani costretti a lavorare part time pur non avendolo scelto: 650.000 nel 2017, ovvero 150.000 in più rispetto al 2011.

 

I persistenti squilibri nella formazione del capitale umano. L’Italia investe in istruzione e formazione il 3,9% del Pil, contro una media europea del 4,7%. Investono meno di noi solo Slovacchia (3,8%), Romania (3,7%), Bulgaria (3,4%) e Irlanda (3,3%). Tra il 2014 e il 2017 i laureati italiani di 30-34 anni sono passati dal 23,9% al 26,9%, ma nello stesso periodo la media Ue è salita dal 37,9% al 39,9%: ben 13 punti percentuali in più. Gli abbandoni precoci dei percorsi di istruzione nel 2017 riguardano il 14% dei giovani 18-24enni, contro una media Ue del 10,6%. A parità di potere d’acquisto, la spesa per allievo risulta inferiore alla media europea di 230 dollari nella scuola primaria, di 917 dollari nella secondaria di I grado, di 1.261 dollari nella scuola secondaria di II grado. Il divario più ampio è relativo all’educazione terziaria: in Italia si spendono 11.257 dollari per studente (7.352 dollari se si escludono le spese per ricerca e sviluppo), mentre la media europea è pari a 15.998 dollari (11.132 dollari senza la R&S), con una differenza dunque di ben 4.741 dollari (il 42% in più).

 

La crescita diseguale dei territori: l’Italia che va e quella che resta indietro. A fine 2017 il Paese era ancora 4 punti sotto il valore del Pil del 2008, ma con regioni in pieno recupero (-1,3% la Lombardia e -1,5% l’Emilia Romagna) e altre in forte arretramento: -5,0% il Lazio, -6,2% il Piemonte, -7,9% la Campania, -10,3% la Sicilia, -10,7% la Liguria.

 

Una società che si lascia: la rottura delle relazioni affettive stabili. Ci si sposa sempre di meno e ci si lascia sempre di più. Dal 2006 al 2016 i matrimoni sono diminuiti del 17,4%, passando da 245.992 a 203.258. A diminuire sono soprattutto gli sposalizi religiosi (-33,6%), mentre quelli civili sono aumentati del 14,1%, fino a rappresentare il 46,9% del totale. Le separazioni sono aumentate dalle 80.407 del 2006 alle 91.706 del 2015 (+14%), mentre i divorzi, anche per impulso della legge sul «divorzio breve», raddoppiano letteralmente, passando dai 49.534 del 2006 ai 99.071 del 2016 (+100%). E cresce la «singletudine»: le persone sole non vedove sono aumentate de 50,3% dal 2007 al 2017 e oggi sono poco più di 5 milioni.

http://www.censis.it/7?shadow_comunicato_stampa=121184

7 Dicembre 2018 / by / in ,
Sbilanciamoci! 2019 | La controfinanziaria: Come usare la spesa pubblica per i diritti, la pace e l’ambiente

Il XX Rapporto Sbilanciamoci! è disponibile per essere scaricato. Questa è la Legge di Bilancio che la società civile vorrebbe, quella del cambiamento, quello vero.

Il Rapporto di Sbilanciamoc!i, intitolato “Come usare la spesa pubblica per i diritti, la pace e l’ambiente”, come ogni anno esamina in dettaglio il Disegno di Legge di Bilancio 2019 e delinea una manovra economica alternativa articolata in sette aree chiave di analisi e intervento. Dal fisco e la finanza al lavoro e al reddito, dall’istruzione e la cultura all’ambiente, dal welfare all’altraeconomia, passando per la pace e la cooperazione internazionale: proposte puntuali e praticabili da subito per contrastare le disuguaglianze e garantire giustizia, diritti e sostenibilità all’Italia.

Scheda-di-sintesi_Rapporto-2019_Sbilanciamoci

L’intero Rapporto è disponibile a questo link

6 Dicembre 2018 / by / in
Comunicato stampa Ri-Maflow | Firmato protocollo con la Prefettura e rimandato lo sgombero: primo passo verso una Ri-maflow 2.0

Come da sempre auspicato dalle lavoratrici e dai lavoratori che hanno dato vita al progetto RiMaflow, si è firmato oggi alle 9.30 presso la Prefettura di Milano un Protocollo di intesa tra UCL-Unicredit Leasing e la Cooperativa RiMaflow, con un importante ruolo di garanzia dell’imprenditore Marco Cabassi e del Direttore della Caritas ambrosiana Luciano Gualzetti.

 

L’Ufficiale giudiziario, in base al percorso concordato tra le parti, che prevede verifiche puntuali nei prossimi mesi, ha sospeso lo sfratto previsto in data odierna rinviandolo in data successiva al prossimo 30 aprile, ossia al termine dell’iter previsto.

 

UCL per la prima volta riconosce i lavoratori e le lavoratrici di RiMaflow e la loro Cooperativa come “fabbrica recuperata” e come controparte.

 

Oggi non si conclude il contenzioso, ma inizia un percorso molto impegnativo per RiMaflow e per i garanti, finalizzato al rilancio delle attività economiche e produttive che consenta ai 120 operai e artigiani di consolidare il lavoro e quindi il reddito.

 

Avremo quindi il tempo necessario (6 mesi) per programmare la nuova RiMaflow, una RiMaflow 2.0, senza le pressioni – spesso sproporzionate – volte al rispetto di normative che, senza un titolo di occupazione, eravamo in difficoltà ad ottemperare se non in tempi congrui. Rivendichiamo il merito della trasformazione di gran parte del lavoro informale iniziale in lavoro oggi regolare nel corso di questi anni.

 

Tra le varie opzioni possibili discusse con i garanti figura l’acquisizione degli immobili per tutte le attività di RiMaflow da parte di un gruppo di soggetti finanziatori che condividono il percorso di autogestione intrapreso: ciò significherà la definitiva uscita di scena di UCL dopo il 30 aprile.

 

A fronte di una proposta di UCL superiore ai prezzi di mercato per i capannoni di via Boccaccio 1, interamente da bonificare (tetti in amianto e sottosuolo inquinato) e con seri problemi strutturali, che in questi anni ne hanno reso impraticabile la vendita, RiMaflow e i garanti hanno comunicato che tale possibile acquisizione di immobile si indirizzerà verso una struttura più consona e più efficiente presente nel nostro territorio. UCL darà un contributo al fondo Caritas per il sostegno al lavoro, come richiesto da RiMaflow.

 

La Cooperativa ha riaperto nel frattempo i contatti con il Ministero dello Sviluppo Economico che, attraverso la CFI, finanzia i progetti di cooperazione nati da crisi aziendali.

 

Tra la continuità di presenza nei prossimi anni di RiMaflow nell’attuale sito di via Boccaccio 1, auspicata da UCL con la vendita a ‘noi’ del suo sito, e un sito più efficiente abbiamo deciso quest’ultima strada, come a volte praticato dalle stesse fabbriche recuperate argentine, che ci hanno ispirato, a fronte di luoghi produttivi ormai obsoleti. Siamo convinti peraltro che UCL, che con tanta tenacia aveva chiesto fino ad oggi il nostro sgombero, si troverà sul groppone per anni un immobile totalmente privo di valore e da bonificare.

 

Il Protocollo di oggi è per RiMaflow più utile di quello ‘di compromesso’ proposto dalla Prefettura 18 mesi fa, da noi accettato e che UCL si è rifiutata di sottoscrivere, perché avrebbe comportato alla lunga oneri decisamente proibitivi.

 

Peraltro RiMaflow vigilerà insieme ai cittadini di Trezzano sulle bonifiche obbligatorie che UCL dovrà effettuare nel sito di via Boccaccio 1 per evitare i danni all’ambiente e alla salute provocati dai capannoni dismessi (vedi Demalena).

 

UCL – ne siamo certi – dichiarerà di aver dato una proroga a tempo rispetto allo sgombero, che comunque sarà effettuato dopo il 30 aprile. Ma RiMaflow 2.0 dopo il 30 aprile non avrà più bisogno di UCL e la saluta volentieri!

 

Ringraziamo il Prefetto di Milano, dott. Saccone, per la sensibilità dimostrata e la dott.sa Giusi Massa che per anni ha seguito la vertenza RiMaflow, cercando una composizione del contenzioso: la firma di questo Protocollo è un risultato molto positivo per tutti i lavoratori e le lavoratrici.

 

Ci dispiace che della partita non sia stato il Comune di Trezzano, che in questi anni non è stato in grado di cogliere le potenzialità del progetto RiMaflow e non ha svolto in nessun momento un ruolo propositivo per favorire un accordo tra le parti, appellandosi ad un astratto concetto di legalità. Quando la legalità non coincide con la giustizia sociale qualcosa non funziona, dovrebbe essere noto!

 

La realtà è una sola: solo la mobilitazione dal basso, che si è concretizzata nella presenza di centinaia di persone oggi venute da tutta Italia per impedire lo sfratto, così come la mobilitazione di realtà sociali che apprezzano le scelte di solidarietà e mutualismo tra i lavoratori ha ottenuto questo risultato, riportando UCL a negoziare nella sede naturale della Prefettura di Milano.

 

Ci auguriamo ora che nei prossimi giorni Massimo Lettieri, presidente della Cooperativa, termini la detenzione ai domiciliari, uscendo definitivamente da un processo che lo aveva visto accusato in modo infamante per smaltimento illecito di rifiuti. Massimo deve essere di nuovo tra noi per il rilancio della nuova RiMaflow 2.0

 

Dal 12 al 14 aprile 2019 presso il sito di via Boccaccio 1 è da tempo convocato il 3° Incontro europeo delle imprese recuperate, realizzato con la collaborazione della Libera Masseria di Cisliano e il patrocinio dello stesso Comune di Cisliano. Oggi siamo sicuri di poter ospitare l’evento nella ‘nostra fabbrica’.

 

Cooperativa RiMaflow 349.6489063

Associazione Occupy Maflow 335.1213067

Trezzano sul Naviglio, 28 novembre 2018

28 Novembre 2018 / by / in ,
Il 28 Novembre dalle 8 di mattina saremo tutte e tutti a RiMaflow!

La mattina di mercoledì 28 novembre Unicredit Leasing rischia di cancellare con la forza la RiMaflow di Trezzano sul Naviglio, un’esperienza di autogestione operaia e di mutualismo che in quasi sei anni ha creato dal niente e senza aiuto alcuno 120 posti di lavoro.

Il Leasing caccia lavoratori e lavoratrici attraverso un decreto di sfratto nei confronti di Virum, un’immobiliare inadempiente e inesistente da anni nel sito.

Il decreto del Tribunale permette di ottenere la liberazione dell’area da persone e da cose mentre le istituzioni sbandierano un’inchiesta sullo smaltimento illecito dei rifiuti, che ha portato all’accusa infamante di RiMaflow come parte di un’associazione a delinquere e all’arresto del presidente della Cooperativa Massimo Lettieri: ossia il rovescio esatto di quanto fatto in questi anni come scelta ambientalista e di contrasto della criminalità organizzata sul nostro territorio da parte di RiMaflow!

Di questa inchiesta non si parla già più e si concluderà forse senza neppure celebrare un processo, mentre Virum si è sciolta come neve al sole ma sembra rimanere in vita solo per essere … oggetto dello sfratto! Unicredit Leasing non accetta la regolarizzazione dell’occupazione, come proposto anche dalla Prefettura di Milano per l’alto valore sociale dell’esperienza operaia di tutti questi anni, anni in cui la fabbrica sarebbe stata magari riempita di rifiuti poi dati alle fiamme, come succede ormai quotidianamente proprio in questi territori. Mentre se ciò non è avvenuto, come non è avvenuta alcuna altra conseguenza devastante di inquinamento – dati i tetti in amianto e il sottosuolo contaminato -, è proprio per la custodia del bene da parte dei lavoratori e delle lavoratrici presidianti.

Nessuna istituzione ha dato una mano a trasformare decine e decine di occasioni di lavoro informale in posti di lavoro regolari, ma decine e decine di operai e artigiani sono riusciti a regolarizzarsi proprio attraverso l’attività della Cooperativa RiMaflow colpita e messa in mora dall’inchiesta giudiziaria.

Proprio come in questi giorni a Riace o al Baobab Experience di Roma le istituzioni cancellano esempi straordinari e a noi vicini di accoglienza nel nome della ripristinata ‘legalità’, così nei confronti di RiMaflow istituzioni inadempienti gioiscono della ripristinata ‘legalità’, provocando il licenziamento per la seconda volta di 120 persone e restituendo all’abbandono e al degrado 30mila metri quadri di capannoni!

Noi non accettiamo questa situazione! Sono migliaia le personalità, le associazioni e i movimenti anche su scala internazionale, così come i semplici cittadini che hanno manifestato solidarietà a RiMaflow e hanno chiesto e chiedono un tavolo negoziale che impedisca lo sgombero.

Lo rivendicheremo fino al 28 mattina quando saremo ancora una volta tutte e tutti insieme a spiegare all’Ufficiale giudiziario le nostre ragioni e le soluzioni possibili alla controversia.

RiMaflow deve continuare a vivere e vivrà!

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27 Novembre 2018 / by / in ,