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Forse non hanno capito

16/03/19 – Guido Viale

L’onda d’urto degli studenti in marcia contro l’irresponsabilità delle classi dirigenti di tutto il mondo  ieri ha dato la prima prova della sua forza, ma è solo al suo inizio. Per capire gli sconvolgimenti che è destinata a provocare nell’establishment basta forse il quotidiano Repubblica; fino a tre giorni fa riempiva le prime pagine con titoli di scatola e foto smisurate a sostegno del TAV Torino-Lione, come se da esso dipendessero le sorti, se non del pianeta, certamente del paese; da tre giorni fa altrettanto con la marcia per il clima Friday for Future e il suo simbolo, Greta Thunberg. Forse conta di assorbirne lo spirito di rivolta con qualche pacca simbolica sulle spalle di “tanti bravi giovani”, per riprendere, passata la tempesta, l’amata battaglia pro Grandi opere. Così la pensa sicuramente il neosegretario del PD Zingaretti, che ha dedicato la sua vittoria a Greta e poi è andato a complimentarsi con quelli del cantiere del Tav; prova, per lo meno, di dissociazione mentale. D’altronde la schiera dei camaleonti che faranno finta di salire sul carro di Greta sarà un vero esercito. Ma non riusciranno a prendere in giro questi ragazzi come hanno fatto per anni con i loro genitori. “Forse non ci hanno capiti”.

Quello che Greta Thunberg, e con lei milioni di studenti – e non solo studenti, e non solo giovani – esigono non è certo “una passeggiata”. Metterà a dura prova, ed è destinata a sbaraccare, tutte le “classi dirigenti” del pianeta: politici, capi d’azienda, banchieri, accademici, generali e bon vivants. Assecondare le richieste di Greta richiede cose che Signori e signorotti della Terra non sono nemmeno in grado di concepire. Per esempio:

Lasciare sottoterra tutti i giacimenti di fossili non ancora sfruttati e ridurre rapidamente a zero i prelievi da quelli operativi: niente Tap e Eastmed; niente nuove trivelle e rinnovo delle concessioni scadute. Incentivi finanziari, ma soprattutto sostegno normativo e organizzativo, alle fonti rinnovabili, alle comunità energetiche, all’efficienza in tutte le utenze, alla riduzione dei consumi superflui.

Riorganizzazione radicale della mobilità: potenziamento del trasporto di massa e a domanda, soppressione in tempi rapidi della “vacca sacra” (Mumford) delle nostre società: l’accoppiata auto-petrolio. Ma il passaggio all’elettrico non basta. L’auto privata non è solo un veicolo; è un sistema che esige la moltiplicazione di strade, parcheggi e congestione; e che alimenta consumi, dispersione (sprawl) urbana e grandi centri commerciali a spese della vita di vicinato. Abbandonarlo per una mobilità flessibile e condivisa richiede cambiamenti radicali degli stili di vita che non possono essere imposti: devono venir resi accettabili con politiche ad hoc nel trasporto pubblico, in campo commerciale, nell’edilizia.

Trasformare completamente, da domani, agricoltura e alimentazione. L’agricoltura industriale consuma dieci calorie di origine fossile per ogni caloria degli alimenti prodotti; avvelena il suolo, ne fa un deserto privo di vita; richiede dosi crescenti di fertilizzanti sintetici, di pesticidi, di erbicidi, di acqua da avvelenare rendendola inutilizzabile; e attraverso piante e animali nutriti così avvelena anche gli esseri umani. Un’alimentazione ricca di carni, poi, richiede allevamenti che danneggiano salute e ambiente, impiegano quantità insostenibili di suolo,  acqua, energia. L’agricoltura che frena i cambiamenti climatici è biologica, multicolturale, multifunzionale (oltre agli alimenti, produce energia, educazione, svago e tutela l’ambiente), di piccole aziende e di prossimità. Può creare legami tra chi produce e chi consuma (Gas o community farming) riproducibili anche in altri campi (lavorazione degli alimenti, energia, trasporto, edilizia e persino nell’industria) e dar lavoro a migliaia e migliaia di giovani acculturati che già oggi tentano un ritorno alla campagna con un grande bagaglio di conoscenze scientifiche. Il suolo vivo assorbe carbonio, più degli alberi. Quello sterilizzato dalla chimica diventa polvere, dilava e scompare per sempre. La senatrice Cattaneo sta guidando una lotta a fondo contro l’agricoltura biologica accomunandola alla stregoneria. E’ ora di spiegare ai signori che parlano in nome di una “scienza” a cui solo loro pretendono di avere accesso – e ce ne sono tanti! – che le pratiche che si oppongono alla manomissione della natura sono il futuro, mentre loro non sono che un presente gravido di catastrofi.

Porre fine alla produzione e al commercio di armi: la nostra principale industria, Leonardo, vive solo di questo. Le armi generano guerre, lutti, miseria e profughi; ma generano anche quantità enormi di CO2che non rientrano nemmeno nel computo delle emissioni misurate per sventare la catastrofe climatica.

Dimenticare il Tav Torino-Lione: la Grande opera più ridicola (insieme ai suoi sponsor, da Meloni-Salvini a Zingaretti-Calenda-Speranza) mai concepita: un cantiere che produrrà più COdell’improbabile riduzione futura basata su previsioni infondate e ipotesi fantasiose.  E con il Tav, dimenticare tutte le  altre Grandi opere, dalle nuove autostrade alla riapertura dei Navigli di Milano ridotti a rigagnoli. Ma a far danno, a portarci nel baratro, ci sono anche i Grandi eventi: dopo l’Expo, le Olimpiadi; e chi più ne ha più ne metta.

Sono pronti Zingaretti, e i giornalisti di Repubblica, e il presidente Mattarella, a un cambio di rotta come questo? L’hanno mai preso in considerazione? Ne hanno mai sentito parlare? Ne sanno qualcosa? No. Non saranno loro a imboccarlo. Ci vuole il desiderio, che loro non hanno, di una società completamente diversa da quella in cui siamo imprigionati; e un movimento di respiro europeo e mondiale come quello che sta rispondendo con convinzione all’appello di Greta Thunberg. Largo ai giovani, allora: quelli che si riconoscono non solo dall’età, ma soprattutto dal desiderio di salvare il mondo. Cambiandolo alle radici.

https://www.manifestosardo.org/forse-non-hanno-capito/

18 Marzo 2019 / by / in
Perché genere e clima sono connessi

Le donne sono più vulnerabili a disastri ambientali e conseguenze dei cambiamenti climatici, e affrontare la disuguaglianza nell’agricoltura potrebbe prevenire due miliardi di tonnellate di emissioni da qui al 2050. Perché genere e clima sono fattori fortemente connessi

Uno degli elementi più rivoluzionari del gender mainstreaming è il presupposto su cui si basa: che qualsiasi politica pubblica ha degli impatti sulle relazioni e sulle disuguaglianze di genere. Implementare un programma di governo, a qualunque livello, attento alla parità di genere non è un processo che si esaurisce nella progettazione di politiche specifiche (ad esempio, l’inserimento di quote di genere negli organismi decisionali delle aziende o in quelli rappresentativi nelle istituzioni), per sperare di essere efficace deve necessariamente prendere in considerazione l’impatto di genere di tutte le azioni che pone in essere.

Se in passato era quasi esclusivamente riservata agli addetti ai lavori, negli ultimi anni la questione sta sempre più interessando il dibattito pubblico, anche grazie a interventi come quello di Katharine Wilkinson alla TEDWomen del 2018.

In pieno stile TED, l’intervento di Wilkinson è di sicuro fonte di ispirazione e grilletto per una riflessione importante su quanto e come la piena inclusione delle donne nelle nostre economie e società cambierebbe lo scenario rispetto alle grandi sfide globali che stiamo affrontando. A partire dalla tutela dell’ambiente e dalla lotta al cambiamento climatico.

Wilkinson è una delle autrici di Project Drawdown, un libro che investiga a fondo le possibili soluzioni per combattere il riscaldamento globale e che mette tra le principali, l’emancipazione delle donne e delle ragazze.

Nel suo intervento a TEDWomen Wilkinson spiega che il legame tra parità di genere e lotta contro il cambiamento climatico si evidenzia in tre aree in particolare, “tre aree in cui possiamo garantire i diritti delle donne e delle ragazze, rafforzare la capacità di resilienza ed evitare le emissioni allo stesso tempo”.

La prima è l’accesso alle risorse – dal credito alla formazione, dagli strumenti di lavoro ai diritti sulla terra. Le donne, argomenta Wilkinson, coltivano un minor quantitativo di prodotti rispetto agli uomini, a parità di grandezza del terreno, perché dispongono di risorse sensibilmente inferiori. Eppure, tra il 60 e l’80 per cento del cibo nei paesi a basso reddito è prodotto dalle donne: questo significa che, se si colmasse la disuguaglianza di genere nell’accesso alle risorse, lo stesso terreno produrrebbe tra il 20 e il 30 per cento in più. Un aumento della produzione nei terreni già adibiti alla coltivazione renderebbe possibile evitare la deforestazione di altre aree. Secondo le stime di Project Drawdown, affrontare la disuguaglianza nell’agricoltura potrebbe prevenire due miliardi di tonnellate di emissioni da qui al 2050.

La seconda e la terza area sono, in realtà, due facce della stessa medaglia, almeno nella prospettiva illustrata da Wilkinson: la scrittrice, infatti, sostiene che una diminuzione della crescita della popolazione mondiale sarebbe un grande aiuto per l’ambiente (pensando all’impatto che avrebbe sulla domanda di cibo, trasporti, elettricità, costruzione di nuovi edifici, produzione di ogni genere di beni). Agire sull’istruzione delle giovani ragazze, da una parte, e sulla disponibilità di strumenti di controllo delle nascite, dall’altra, avrebbe quindi il doppio effetto positivo di rafforzare la capacità decisionale delle donne su loro stesse, sul loro corpo e sul proprio futuro e di ridurre le emissioni a livello globale.

Quest’ultimo percorso concettuale sembra, forse, più avventuroso e spregiudicato del precedente. Vero è, che ci aiuta a riflettere su come ogni azione, qualsiasi sia il livello decisionale al quale viene presa, porta con sé una serie di effetti non intenzionali che potrebbero aiutare ma anche completamente annullare l’effetto dell’azione stessa, oppure creare squilibri, problemi o inefficienze in altri settori.

La connessione tra la tutela dell’ambiente e la lotta al riscaldamento globale, da una parte, e la valorizzazione delle donne nella società e del lavoro femminile, dall’altra, comunque, è un nesso tutt’altro che nuovo all’interno delle istituzioni internazionali. La Convenzione quadro sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Unfccc), il più importante soggetto mondiale in materia, originariamente non menzionava la questione della disuguaglianza di genere. Grazie, però, al lavoro di molti gruppi di pressione e lobby di donne che hanno lavorato costantemente su questo negli ultimi 15 anni, la situazione è cambiata: nel 2012, il legame tra genere e clima è diventato un punto fermo all’ordine del giorno della Conferenza annuale delle parti (Cop), l’organo di governo del processo dei negoziati internazionali sul clima. È stato formato un gruppo di lavoro dedicato a questo tema all’interno del segretariato dell’Unfccc e ai governi è stato chiesto di nominare dei gender focal point, chiamati a rappresentare il punto di riferimento all’interno delle loro organizzazioni e a riferire sui progressi nella parità di genere e nel grado di considerazione dell’impatto di genere nella politica climatica del proprio paese.

Anche le istituzioni europee si sono interrogate sul legame tra cambiamento climatico e parità di genere: particolarmente rilevante è la relazione del Parlamento europeo del 2018 in cui l’aula di Strasburgo ha avanzato alcune richieste specifiche alla Commissione e a tutta la comunità internazionale. Tra queste, il testo propone che i tre meccanismi finanziari nell’ambito della Unfccc (il Fondo verde per il clima, il Fondo mondiale per l’ambiente e il Fondo di adattamento) sblocchino finanziamenti aggiuntivi per una politica di investimento a favore del clima maggiormente capace di rispondere alle problematiche di genere. Il documento richiede che gli aiuti allo sviluppo erogati dall’Unione europea siano subordinati all’inclusione di criteri fondati sui diritti umani e invita la Commissione a prendere l’iniziativa di elaborare una comunicazione esaustiva dal titolo “Parità di genere e cambiamenti climatici – rafforzare la resilienza e promuovere la giustizia climatica nelle strategie di mitigazione e di adattamento”. La Commissione europea, peraltro, nel 2017 ha pubblicato una call for proposals che metteva a disposizione 20 milioni di europer progetti volti a promuovere l’imprenditorialità femminile nel settore dell’energia sostenibile nei paesi in via di sviluppo.

Attive su questo fronte anche UN Women (molto completo il fact sheet sulla parità di genere e il cambiamento climatico) e la Banca Mondiale, che aveva pubblicato al riguardo un report divulgativo già nel 2011. Anche qui, peraltro, venivano già delineati con chiarezza i tre principali elementi che sarebbero poi stati ripresi e in certi casi ampliati da diversi soggetti internazionali: in primo luogo, che le donne sono vulnerabili in maniera sproporzionata rispetto agli effetti dei disastri naturali e del cambiamento climatico nei contesti in cui i loro diritti e il loro status socio-economico non sono uguali a quelli degli uomini; in secondo luogo, che rimediare a questa disuguaglianza e, dunque, investire sull’emancipazione delle donne è un contributo fondamentale per la costruzione della resilienza climatica; infine, che i percorsi di riduzione delle emissioni possono essere molto più efficaci ed equi se, nella loro progettazione, viene utilizzato un approccio che integra una prospettiva di genere – il che significa anche che un numero maggiore di donne deve essere presente negli organi nazionali e globali deputati a prendere decisioni su questo tema.

Insomma, il legame tra ambiente e parità di genere è tutt’altro che nuovo. Ma le istituzioni europee e internazionali non potranno mai competere con la potenza comunicativa di una TED Conference, ed è un fatto positivo che questo argomento abbia sfondato i confini del tecnico e sia arrivato al grande pubblico, perché la consapevolezza diffusa è sempre uno dei primi ingredienti dei cambiamenti di grande portata.

http://www.ingenere.it/articoli/perche-genere-clima-sono-connessi

18 Marzo 2019 / by / in
CHI SEMINA T’ACCOGLIE – Bando di assegnazione degli orti sociali del Villaggio 95 | Roma|

Un unico grande progetto che parte dalla terra per arrivare alla casa. Al via la prima iniziativa del Villaggio 95: gli orti sociali, realizzati da Binario 95 in collaborazione con l’Associazione di Promozione Sociale Orti e Mestieri, in un luogo che diventerà un’oasi della solidarietà. Situato nella zona di Casal Bertone, in Via Ignazio Pettinengo, 53, Villaggio 95 prevede la realizzazione e lo sviluppo di attività incentrate sull’accoglienza, la formazione, l’integrazione e la sostenibilità. Il terreno, di proprietà della Fondazione La Civiltà Cattolica, è concesso in comodato d’uso gratuito alla cooperativa sociale Europe Consulting Onlus, che lo gestisce.

Su una superficie di 8800 mq, 2600 mq sono destinati all’agricoltura sostenibile. Gli ORTI SOCIALI vogliono essere spazi per coinvolgere persone differenti, valorizzandone i saperi, le competenze e le abilità, per dare vita ad un laboratorio informale di cittadinanza attiva, condivisione e coesione sociale.

Sul terreno sono disponibili 26 lotti che saranno assegnati alle associazioni territoriali, ai cittadini, alle famiglie e alle persone senza dimora che usufruiscono dei servizi di supporto sociale del Binario 95.

L’assegnazione degli orti sarà regolamentata dal bando, in scadenza il 31 marzo, che attribuirà 26 lotti ad associazioni territoriali, ai cittadini, alle famiglie e alle persone senza dimora che usufruiscono dei servizi di supporto sociale del Binario 95.

#CHISEMINATIACCOGLIE

Orti sociali

13 Marzo 2019 / by / in
Seminatori d’odio, la «peste» che si propaga nel terzo millennio

«Lettera a un razzista del terzo millennio»: l’ultimo testo di don Luigi Ciotti, per le edizioni Gruppo Abele

«Il tempo che viviamo è segnato da una dittatura dell’effimero, da un eterno presente in cui tutto accade senza lasciare traccia. Conta l’emozione, il clamore, la polemica del momento, ma poi tutto finisce lì, soppiantato da altre emozioni, clamori, polemiche. Calato il polverone dell’emergenza, il passaggio che si offre ai nostri occhi è sempre lo stesso, solo più desolante e trascurato. I tempi sono bui e le prospettive ancor più fosche. Ma non abbandoniamo la speranza, a patto che non sia generica e di maniera».

È UNO DEI PASSAGGI dell’ultimo testo di don Luigi Ciotti, appena uscito in libreria: Lettera a un razzista del terzo millennio (edizioni Gruppo Abele). Circa 80 pagine scritte dando del tu, come spesso fa il fondatore del Gruppo Abele e di Libera. Una lettera densa di riflessioni, ricca di spunti, severa e giusta nei giudizi, che non cede a semplificazioni e scorciatoie. Un testo diretto, in cui vengono smontati luoghi comuni e ipocrisie, ma che allo stesso tempo chiede a ciascuno di noi un impegno ulteriore: «Non possiamo e non dobbiamo accettare il mondo così come è». Abbiamo bisogno di gesti esemplari e conflittuali, con il limite del rispetto della dignità e dell’integrità fisica delle persone, perché «oggi sono le leggi a dare diritto di cittadinanza al razzismo».

DON CIOTTI EVIDENZIA come, da tempo, le misure sanzionatorie prevalgano su quelle di inclusione, nonostante la loro inefficacia: vedi la Turco-Napolitano, a cui ha fatto seguito la Bossi-Fini, il Testo Unico sull’immigrazione, il decreto Minniti-Orlando, sino al decreto Salvini. La vera posta in palio è la messa in discussione dell’universalità dei diritti e, dunque, l’idea stessa di uguaglianza. «Non si persegue più una politica per il bene comune e per la dignità delle persone, mentre ci si vanta di perseguitare e di essere cinici», afferma.
Una Lettera la sua che non fa sconti a nessuno, in cui emergono chiare le responsabilità della fase in cui siamo. Per don Ciotti «il razzismo è a volte provocato o alimentato da situazioni di disagio reale, sfruttate dai seminatori di odio; per rimuoverlo non basta richiamare solidarietà e principi, ma bisogna affrontare concretamente i problemi con proposte e risposte efficaci, avendo come obiettivo non la solidarietà ma il diritto e la giustizia sociale per tutti».

USARE LE CATEGORIE del diritto e della giustizia aiuta a smontare le grandi ipocrisie e bugie con cui viene fabbricato il consenso dei seminatori d’odio – «invasione», «prima gli italiani», «aiutiamoli a casa loro». Nel testo, emergono le responsabilità di chi ha governato in questi ultimi vent’anni, di «una politica che svende l’etica in cambio del potere quando alimenta e sfrutta le paure invece che ragionare e lavorare per risolvere i problemi a partire dalla loro complessità».

Don Ciotti mette insieme le cause e gli effetti delle migrazioni con le «falle» del sistema economico, denunciandone i limiti. Ad esempio sappiamo che decine di milioni di persone a causa dei cambiamenti climatici sono costrette a lasciare le loro case. Senza alternative radicali continueranno a migrare, «ma di alternative radicali non si vuole parlare perché bisognerebbe dire e riconoscere le responsabilità del modello economico liberista, la sua insostenibilità sociale e ambientale che ci porta proprio in questa situazione». Chi ha potere oggi nasconde le proprie responsabilità e le sposta sui più deboli. L’autore denuncia poi le colpe del sistema nella costruzione del populismo, così come ne smonta le ragioni.

ALLO STESSO TEMPO, ricorda che in assenza di una politica fondata su una visione complessiva, sistemica e interdisciplinare sia più facile diffondere la «peste» del rancore e del razzismo grazie all’aumento delle disuguaglianze, causato proprio dalle stesse politiche economiche dei seminatori d’odio. Producendo così le condizioni per invocare l’uomo forte, descritte come l’anticamera del fascismo. «Il fascismo che riemerge è il sintomo di una democrazia malata e di una politica che non serve più il bene comune. L’impegno deve essere di tutti e non limitato alla solidarietà. Si deve accogliere ed allo stesso tempo denunciare le cause dell’esclusione ed operare per eliminarle».

NELLA «LETTERA», don Luigi ci esorta a ricostruire una civiltà che vive una profonda crisi di umanità. E lo fa con estrema franchezza, senza semplificazioni, indicando l’unica strada possibile: organizzare il dissenso e trasformarlo in progetto. Un progetto che deve partire dalle persone discriminate ed escluse, per ribellarci contro il conformismo, il condizionamento continuo, l’assopimento delle coscienze, ripartendo dalle relazioni e dalla conoscenza.

9 Marzo 2019 / by / in
SVIMEZ – Questione femminile: l’altra faccia della questione meridionale
Affrontare le questioni del Mezzogiorno al femminile consente di cogliere uno dei nodi centrali rimasti irrisolti nel nostro Paese che, in particolare nella condizione della donna, continua a marcare divari particolarmente sensibili con i principali partner europei. In occasione dell’8 marzo, la SVIMEZ anticipa alcuni aggiornamenti dei dati di una ricerca sulla condizione delle donne nel Sud, dalla quale emerge con chiarezza come la questione femminile sia una delle facce più evidenti e problematiche della più generale questione meridionale.

 

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8 Marzo 2019 / by / in
Anniversario della legge 109/96 | Le realtà romane della Rete dei Numeri Pari circondano un bene confiscato e chiedono l’attivazione del Forum e la pubblicazione delle informazioni

In occasione del 23° anniversario dell’approvazione della legge n. 109/96 per il riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati alle mafie – avvenuta grazie alla spinta di un milione di firme raccolte da Libera – le realtà sociali e sindacali della Rete dei Numeri Pari hanno circondato il bene confiscato nel 2016 al clan dei Casamonica in Via Borghesiana 287. L’azione ha rappresentato un atto simbolico di riappropriazione di un bene confiscato che, per sua natura, rappresenta un simbolo di riscatto culturale, economico e sociale di valore inestimabile, sicuramente superiore a quello materiale.

Dal 7 marzo del 1996 le esperienze di gestione di beni confiscati alle mafie si sono moltiplicate, pur restando criticità da risolvere. A Roma ci sono più di 600 beni confiscati, oltre 1000 quelli posti sotto sequestro dalla sezione misure di prevenzione del tribunale: numeri che restituiscono la misura di quanto la città sia terreno fertile per gli affari dei diversi clan mafiosi. “Durante la conferenza dei servizi convocata dall’ANBSC lo scorso 29 novembre, il Comune di Roma ha manifestato interesse ad acquisire nel proprio patrimonio 71 nuovi beni ma a oggi nessuna informazione su quali siano e su come si vogliano utilizzare è stata condivisa e diffusa, nonostante la voglia di partecipare di tante associazioni e cittadini” affermano i Movimenti per il diritto all’abitare.

“Il riutilizzo sociale, restituisce alle comunità questi beni, ne cambia connotazione, li rende luoghi di partecipazione e inclusione sociale. Beni in cui si generano servizi, progetti, aggregazione, comunità, con la collaborazione di istituzioni, cittadini, associazioni e proprio per queste ragioni è urgente scongiurarne l’assegnazione a privati o la vendita” continua Legacoopsociali.

“Nella prima città di mafie in Italia è importante ricordare che la forza delle mafie sta fuori dalle mafie nelle culture e nei comportamenti complici e funzionali, nella zona grigia, nelle convergenze e nelle alleanze, nel familismo amorale, nel relativismo e nell’insofferenza per la democrazia; nella deresponsabilizzazione degli individui; nella povertà e nelle disuguaglianze. Pio La Torre e Peppino Impastato ci ricordavano che la precondizione per sconfiggere le mafie sta nella giustizia sociale e per questo c’è bisogno di un pensiero lungo in questa città e non di slogan” afferma Libera.

A 8 mesi dall’approvazione del regolamento di Roma Capitale sulla gestione dei beni sequestrati e confiscati alle mafie – e con due mesi di ritardo rispetto ai tempi stabiliti dallo stesso – non è ancora stato attivato il Forum: “strumento importante e necessario al fine di creare meccanismi partecipativi efficaci; un luogo in cui poter creare delle sinergie, raccogliere esperienze e proposte in collaborazione con l’amministrazione” fanno notare le realtà presenti.

Il prossimo appuntamento sarà giovedì 21 marzo, in occasione della Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie, nel quartiere della Romanina. A breve programma  comunicato stampa

Rete dei Numeri Pari
A buon diritto – Action – Andrea Tudisco ONLUS – Arci Roma – Ass. Che Guevara Onlus – Ass. Cult. “Laura Lombardo Radice” – Be Free -Bin Italia – Camera del lavoro – Casa Internazionale delle Donne – Casal Boccone – CDQ Romanina – CGIL – Cinecittà Benecomune – Circolo Arci Sparwasser – Cittadinanza e minoranze – Ass. Cult. Colibrì – Coop. Soc. Eureka I – Coop. Soc. Il Pungiglione – Coop. Soc. ISKRA – Coop. Soc. La Caciarella – Coop. Soc. Prassi e Ricerca – Coop. Sociale Il Cigno a.r.l. – Coop. SS Pietro e Paolo – Coord. Democrazia Costituzionale – Coord. docenti contro mafie e disuguaglianze – Da Sud – Emmaus Roma – Europe Consulting Onlus – Ex Lavanderia – Fare rete ONLUS – FIO.P.S.D – FIOM – Fondazione Falcone – Forum Naz. Agricoltura Soc. – I.C. Via dei Sesami – Il Salto – ISICULT – Keccevò – La Frangia – Legacoopsociali – Libera “Francesco Borrelli” IV Mun – Libera “Francesco Vecchio” III Mun – Libera “Rita Atria” VII Mun – Libera “Roberto Antiochia” II Mun – Libera IX Mun – Link – Lunga marcia delle terre mutate – Made in Jail – Movimenti per il diritto all’abitare – Nonna Roma – Parrocchia San Giustino – Part civile – Rete della conoscenza – Rete NoBavaglio – Romaccoglie – SCuP Sport e Cultura Popolare – Slotmob – SocialPride – Spintime Lab – UIL – Unione Inquilini

Per info:
www.numeripari.org
347 393 5956

7 Marzo 2019 / by / in ,
Comunicato stampa – Rete dei Numeri Pari: aprire il Forum del Comune di Roma sui beni sequestrati e confiscati è priorità!

Si è svolta sabato 2 marzo, l’assemblea cittadina per l’uso dei beni confiscati alle mafie promossa dalla Rete dei Numeri Pari a otto mesi dall’approvazione del Regolamento del Comune di Roma sui beni confiscati e sequestrati alle mafie. Un confronto tra le realtà sociali romane su un tema cruciale per il futuro della Capitale d’Italia e per richiedere l’istituzione al più presto del Forum sui beni confiscati previsto dal Regolamento del Comune, uno strumento di partecipazione che consenta un vero confronto tra amministrazione capitolina e realtà sociali.

A pochi giorni dalle sentenze di condanna nei confronti dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, colpevole di corruzione e finanziamento illecito nell’inchiesta Mondo di Mezzo, e di Antonio Casamonica, condannato a sette anni per il raid al Roxy Bar, l’assemblea ricorda come Roma sia una città che per troppo tempo è stata lasciata silenziosamente in mano ai clan e dilaniata da politiche sbagliate che invece di invertire la rotta non fanno che aumentare le disuguaglianze tramite costanti tagli al budget delle politiche sociali. Questi sono due segnali importanti che ristabiliscono il principio di giustizia in città “ma sappiamo bene che la forza delle mafie sta fuori dalle mafie, nelle culture e nei comportamenti complici e funzionali, nella zona grigia, nelle convergenze e nelle alleanze, nel familismo amorale, nel relativismo e nell’insofferenza per la democrazia; nella deresponsabilizzazione degli individui; nella povertà e nelle disuguaglianze. Pio La Torre e Peppino Impastato ci ricordavano che la precondizione per sconfiggere le mafie sta nella giustizia sociale e per questo c’è bisogno di un pensiero lungo in questa città e non di slogan”, afferma Libera.

Dai tavoli di lavoro sono emersi diversi spunti di riflessione su cui continuare a lavorare, a partire dalle modifiche da apportare al regolamento, passando per il funzionamento e gli obiettivi che il Forum dovrebbe avere. Tante le possibilità considerate per costruire percorsi “che valorizzino i beni e le comunità che possono usufruirne a partire, per esempio, da una progettazione partecipata tra istituzioni e terzo settore del loro utilizzo”, continua Legacoopsociali. “Su un tema così importante è necessario che si creino meccanismi partecipativi efficaci. Per noi il forum è un luogo in cui poter creare delle sinergie, raccogliere esperienze e proposte in collaborazione con l’amministrazione”, conclude il Movimento per il diritto all’abitare.

A Roma, i beni confiscati sono molti e tanti stanno per essere trasferiti dall’ANBSC alle istituzioni locali. Per 71 di questi il Comune ha manifestato interesse ad acquisirli nel proprio patrimonio ma “a oggi nessuna informazione su quali siano e su come si vogliano utilizzare è stata condivisa e diffusa, nonostante la voglia di partecipare di tante associazioni e cittadini”, raccontano le realtà.

Il prossimo appuntamento sarà il giovedì 7 marzo, con un’azione simbolica intorno a un bene sottoposto a confisca, in occasione dell’anniversario della legge 109/96 sull’utilizzo sociale dei beni confiscati.

Rete dei Numeri Pari

A buon diritto – Action – Andrea Tudisco ONLUS – Arci Roma – Ass. Che Guevara Onlus – Ass. Cult. “Laura Lombardo Radice” – Be Free – Bin Italia – Camera del lavoro – Casa Internazionale delle Donne – Casal Boccone – CDQ Romanina – CGIL – Cinecittà Benecomune – Circolo Arci Sparwasser – Cittadinanza e minoranze – Colibrì – Coop. Soc. Eureka I – Coop. Soc. Il Pungiglione – Coop. Soc. ISKRA – Coop. Soc. La Caciarella – Coop. Soc. Prassi e Ricerca – Coop. Sociale Il Cigno a.r.l. – Coop. SS Pietro e Paolo – Coord. Democrazia Costituzionale – Coord. docenti contro mafie e disuguaglianze – Da Sud – Emmaus Roma – Europe Consulting Onlus – Ex Lavanderia – Fare rete ONLUS – FIO.P.S.D – FIOM – Fondazione Falcone – Forum Naz. Agricoltura Soc. – I.C. Via dei Sesami – Il Salto – ISICULT – Keccevò – La Frangia – Legacoopsociali – Libera “Francesco Borrelli” IV Mun – Libera “Francesco Vecchio” III Mun – Libera “Rita Atria” VII Mun – Libera “Roberto Antiochia” II Mun – Libera IX Mun – Link – Lunga marcia delle terre mutate – Made in Jail – Movimenti per il diritto all’abitare – Nonna Roma – Parrocchia San Giustino – Part civile – Rete della conoscenza – Rete NoBavaglio – Romaccoglie – SCuP Sport e Cultura Popolare – Slotmob – SocialPride – Spintime Lab – UIL – Unione Inquilini


4 Marzo 2019 / by / in ,
Lettera a un razzista del terzo millennio – Il nuovo libro di Luigi Ciotti

Nei giorni in cui il Paese prende coscienza dell’aumento degli episodi che ne confermano i propri istinti xenofobi, don Luigi Ciotti, il fondatore del Gruppo Abele e di Libera, esce in libreria con Lettera a un razzista del terzo millennio (Edizioni Gruppo Abele). Una lettera aperta che smonta la narrazione razzista e xenofoba che avvelena il discorso pubblico, proponendo principi di senso per una società più giusta.

“Di fronte all’ingiustizia che monta intorno a noi non si può più stare zitti”. Lo dice, senza mezzi termini, don Ciotti. Chiede al lettore di prendere posizione, nel prologo del libro, e lo fa con parole ferme, a volte dure, tipiche del suo stile accorato. Chiede di parlare, di gridare “prima che gridino le pietre”, contro l’intolleranza, i pregiudizi e la disinformazione tossica che falsano il sentire collettivo attorno al tema delle persone migranti. Una “ubriacatura razzista”, così la chiama, a cui in molti partecipano, chi per convinzione, chi “solo per l’influenza di un contesto in cui prevalgono le parole di troppi cattivi maestri e predicatori d’odio, che tentano di coprire così l’incapacità di chi ci governa”. Perché la costante campagna elettorale anti-migranti ci ha abituati ormai a sentire ogni giorno parole tanto accattivanti quanto false, con richiami continui a invasioni o pericoli per la salute e la sicurezza pubblica.

In questa lettera tuttavia non c’è solo la critica feroce a un Paese diviso e incattivito, ma soprattutto un invito a cambiare prospettiva e a superare i luoghi comuni che, duri a morire, continuano a insinuarsi nel discorso pubblico.

Il libro è costruito come una lettera destinata a un razzista. Non certo un razzista specifico, quanto piuttosto quell’aspetto di noi che, consapevole o no, vive immerso in un contesto quotidiano infarcito di prima gli italiani e aiutiamoli a casa loro e si nutre d’intolleranza e discriminazione. Un testo provocatorio da parte di un autore che ha spesso utilizzato la provocazione per indurre una riflessione profonda su tante questioni della società spesso taciute e sotterrate.

Un testo articolato in aree tematiche, più che in capitoli, legate all’attualità e su cui il lettore, con dati alla mano, è invitato a ragionare. Un libro che si pone vicino all’interlocutore e alle sue ragioni per invitarlo all’ascolto e al dialogo: “Ti ho dato del tu, razzista del terzo millennio, in questa lunga lettera nella quale ho provato a spiegare le ragioni per cui non posso stare dalla tua parte e non posso nemmeno tacere i motivi che mi separano da te. L’ho fatto perché non voglio perdere le tracce di un confronto”. Una lettera che prende posizione senza mai suonare pretenziosa o moralista, ma esponendo dati di realtà con precisione e, dove serve, numeri e percentuali. Luigi Ciotti espone con chiarezza che, superata la paura del diverso, l’incontro e la contaminazione di culture può essere motore di trasformazione ed evoluzione per le società. Perché il fenomeno delle migrazioni non è una minaccia da arginare, ma un fatto da capire, accogliere e dirigere con scelte politiche e sociali inclusive e costruttive.

Lettera a un razzista del terzo millennio

1 Marzo 2019 / by / in
Roxy bar, condanna Casamonica ripristina la giustizia ma bisogna continuare a illuminare le periferie

“Vergognatevi, siete schifosi, questa Italia fa schifo”. Lo hanno urlato in udienza i parenti di Antonio Casamonica nei confronti dei giudici che hanno condannato l’imputato a 7 anni di carcere per il raid al Roxy Bar. Invitati dai carabinieri a lasciare l’aula, alcuni familiari di Casamonica hanno rivolto insulti anche ai giornalisti. Le reazioni minacciose dei Casamonica alla lettura della sentenza per l’aggressione al bar della Romanina sono la dimostrazione che c’è ancora molto da fare per far fronte alle prepotenze e all’arroganza dei clan in questa città.

La condanna per l’aggressione avvenuta circa un anno fa al Roxy Bar è un importante segnale che ristabilisce un principio di giustizia in un quartiere che per troppo tempo è stato lasciato nelle mani dei Casamonica, e riconosce il coraggio di due donne che hanno infranto il muro di omertà. Ma non basta: oggi come un anno fa bisogna fare di più. Non bisogna lasciare sole quelle donne e quel quartiere divenuto simbolo delle periferie.  Non bisogna spegnere i riflettori ma continuare a lavorare. Tutti insieme, come abbiamo iniziato a fare dallo scorso maggio. La lotta alla mafia non si fa per spot ma giorno dopo giorno. Il Comitato di cittadini della Romanina, la Rete dei Numeri Pari e associazioni come Libera, la Rete NoBavaglio, la Camera del Lavoro e i movimenti per il diritto all’abitare si sono costituiti in un coordinamento, “Quelli del Roxy Bar”, con l’obiettivo di programmare una presenza nei quartieri e nelle scuole «per illuminare le periferie raccontando anche il lavoro difficile e prezioso di tante realtà sane e di gruppi di cittadini perbene». Proprio lo scorso maggio è stata avviata una prima iniziativa a poche centinaia di metri dal Roxy Bar, il “Caffè della legalità”.  Ogni giovedì mattina, nello spazio sociale anziani di via Gregoraci, è stata promossa la lettura allargata dei giornali aperta ai cittadini con ospiti giornalisti, personalità della cultura e delle istituzioni. L’iniziativa si è svolta insieme alla Fnsi, ad Articolo 21, l’Ordine dei giornalisti e all’Università di Tor Vergata. Parallelamente sono stati organizzati corsi e laboratori con i ragazzi e grazie ai docenti delle scuole del quartiere. Da qui prosegue l’impegno a non abbandonare le periferie e continuare ad illuminare i luoghi asfissiati dalla presenza delle mafie.

Per questa ragione il 21 Marzo- Giornata della Memoria e dell’impegno – tanto alla Romanina come a Formia, insieme a Libera e alla Rete dei Numeri Pari, ricorderemo le oltre 900 vittime innocenti delle mafie per ribadire che la lotta alla malavita si fa a cominciare dalla battaglia quotidiana contro le disuguaglianze e le nuove povertà. L’appuntamento è per giovedì 21 marzo per vivere una nuova primavera delle periferie a cominciare dalla Romanina, tutti e tutte insieme.

Rete Numeri Pari

A buon diritto – Action – Arci Roma – Ass. Che Guevara Onlus – Ass. Cult. Colibrì – Ass. Cult. “Laura Lombardo Radice” – Be Free – Bin Italia – Camera del lavoro – Casa Internazionale delle Donne – Casal Boccone – CDQ Romanina – CGIL – Cinecittà Benecomune – Circolo Arci Sparwasser – Cittadinanza e minoranze – Coop. Soc. Eureka I – Coop. Soc. Il Pungiglione – Coop. Soc. ISKRA – Coop. Soc. La Caciarella – Coop. Soc. Prassi e Ricerca – Coop. Sociale Il Cigno a.r.l. – Coop. SS Pietro e Paolo – Coord. Democrazia Costituzionale – Coord. docenti contro mafie e disuguaglianze – Da Sud – Emmaus Roma – Europe Consulting Onlus – Ex Lavanderia – Fare rete ONLUS – FIO.P.S.D – FIOM – Forum Naz. Agricoltura Soc. – I.C. Via dei Sesami – Il Salto – Keccevò – La Frangia – Legacoopsociali – Libera “Francesco Borrelli” IV Mun – Libera “Francesco Vecchio” III Mun – Libera “Rita Atria” VII Mun – Libera “Roberto Antiochia” II Mun – Libera IX Mun – Link – Lunga marcia delle terre mutate – Made in Jail – Movimenti per il diritto all’abitare – Nonna Roma – Parrocchia San Giustino – Part civile – Rete della conoscenza – Rete NoBavaglio – Romaccoglie – Slotmob – SocialPride – Spintime Lab – UIL – Unione Inquilini

25 Febbraio 2019 / by / in
Autonomia differenziata o secessione dei ricchi?

Il governo M5S/Lega con l’approvazione della cosiddetta “autonomia regionale differenziata” in discussione in CDM, nel silenzio generale, sta per compiere un vero e proprio furto di diritti e di futuro nei confronti di milioni di cittadini che vivono al sud cancellando l’universalità e l’uguaglianza dei diritti. Se dovesse passare la legge che introduce “l’autonomia differenziata”, sottoscritta con le Regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, i valori costituzionali che tutelano l’uguaglianza dei cittadini, l’universalità dei diritti e l’unità della Repubblica verrebbero meno. Un colpo mortale verso la Stato unitario che sbriciolerebbe definitivamente la coesione sociale, creerebbe un caos politico amministrativo senza precedenti e genererebbe maggiori disuguaglianze in un paese che è già tra i più diseguali d’Europa.

Il governo, dopo i referendum in Lombardia e Veneto nel 2017, sta interpretando in modo eversivo la Costituzione dando maggiori poteri e risorse alla Regioni del nord a causa della modifica del Titolo V della Costituzione avvenuto nel 2001. Il governo del “prima gli italiani”, della “trasparenza assoluta”, della lotta “contro i poteri forti”, con un accordo opaco di cui non si conoscono i contenuti, furbescamente taciuto ai cittadini meridionali, con l’approvazione di questa legge punta a cancellare alcuni dei principi fondamentali della nostra Costituzione: l’universalità dei diritti, l’uguaglianza e la solidarietà nazionale. Non basta più essere cittadini italiani per godere di certi diritti, perché bisogna essere ricchi e nati in una regione ricca del nord se si vogliono certezze.

Il governo con l’autonomia differenziata vuole istituzionalizzare una disparità di trattamento tra Regione e Regione, non riconoscendo l’uguaglianza dei diritti per tutti e l’obbligo di solidarietà previsti all’articolo 2 e 3 della Costituzione, aggravando ulteriormente le disuguaglianze geografiche e la disparità di trattamento tra i cittadini, già evidente per il Servizio Sanitario Nazionale. E tutto questo avviene mentre non sono stati nemmeno definiti e garantiti in tutto il territorio nazionale i livelli essenziali di prestazione – i cosiddetti LEP- nei diversi campi, che noi come Rete dei Numeri Pari insieme a tanti altri continuiamo a chiedere a questo come ai precedenti Governi. Il Governo e la sua maggioranza M5S/Lega vogliono imporre, senza nessun dibattito, che i diritti fondamentali vengano riservati in base alla disponibilità finanziaria delle regioni: alcune si, altre no. Il Governo non solo accetta le disuguaglianze mai rimosse, ma addirittura le legittima e le aggrava istituzionalizzando il “principio” per il quale è giusto che i deboli non ce la facciano: è colpa loro. Ancora una volta si spostano sui più deboli le colpe e le responsabilità dei disastri delle politiche di austerità e di scelte che premiano le élite economiche e finanziarie. Il Governo M5S/Lega continua a spostare la colpa della crisi e dell’instabilità del paese sui più deboli, sugli impoveriti, su quelli maggiormente ricattabili, su coloro che non accedono alle informazioni e non possono partecipare alle decisioni. Se passa la legge avremo uno Stato che contiene vari Stati dove i diritti cambiano in base al censo e all’appartenenza di classe: questo il cambiamento che ci attende e al cui abbiamo il dovere e la responsabilità di ribellarci.

Come cittadini e cittadine, come realtà sociali, chiediamo che non vi siano ulteriori trasferimenti di poteri e risorse alle regioni su base bilaterale, che non si compromettano le competenze delle autonomie locali che sono le più vicine alla cittadinanza e che i trasferimenti sulle materie assegnate alle Regioni siano unicamente legati ai fabbisogni dei territori, escludendo riferimenti a indicatori di ricchezza che violano i principi dell’universalità dei diritti, della solidarietà e dell’unitarietà dello Stato. Così come, chiediamo al Governo e al Parlamento che vengano immediatamente definiti i Livelli Essenziali di Prestazione, veri e propri strumenti di garanzia di inclusione sociale e non discriminazione territoriale, così da evitare un ulteriore aumento di disuguaglianze e povertà.

Se su questi punti fondamentali il governo dovesse continuare a ignorare qualsiasi dialogo e si rifiutasse di cambiare la legge, abbiamo tutti e tutte la responsabilità in nome dei nostri diritti e della Costituzione di attivarci per costruire la più ampia mobilitazione possibile e impedirne l’approvazione.

Rete dei Numeri Pari

23 Febbraio 2019 / by / in ,