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Eurostat, Italia maglia nera per spesa pubblica in istruzione e cultura

L’Italia è all’ultimo posto in Ue per percentuale di spesa pubblica destinata all’istruzione (7,9% nel 2014 a fronte del 10,2% medio Ue) e al penultimo posto (fa peggio solo la Grecia) per quella destinata alla cultura (1,4% a fronte del 2,1% medio Ue). È quanto emerge da dati Eurostat 2014 sulla spesa governativa divisa per funzione secondo i quali è invece più alta della media la percentuale di spesa per la protezione sociale (41,8% a fronte del 40,4% dell’Ue a 28, ma a un livello comunque inferiore a diversi paesi tra i quali la Francia al 43,1%).

Se si guarda alla percentuale sul Pil – rileva l’Eurostat – la spesa italiana per l’educazione è al 4,1% a fronte del 4,9% medio Ue, penultima dopo la Romania (3%) insieme a Spagna, Bulgaria e Slovacchia. Non va meglio per la spesa per la cultura: 0,7% contro l’1% della media Ue. Peggio fa solo la Grecia con lo 0,6%. Per la protezione sociale l’Italia spende il 21,5% del Pil (19,5% la media Ue) ai primi posti dopo Finlandia, Francia, Danimarca e Austria.

L’Italia resta a un livello molto alto di spesa per i servizi generali, l’area nella quale sono compresi oltre agli interessi sul debito le spese per gli organi elettivi e gran parte delle spese per il funzionamento della pubblica amministrazione. In quest’area l’Italia spende l’8,9% del Pil (a fronte del 6,7% medio Ue) e il 17,4% della spesa pubblica a fronte del 13,9% in Ue (in calo rispetto al 17,5% del 2013 quando in Ue era al 14,1%). Per la sanità il nostro Paese spende il 7,2% del Pil (in media con l’Ue) e il 14% della spesa pubblica (15% in Ue). Nell’istruzione la spesa è in linea con la media nell’educazione primaria, lievemente più bassa per quella secondaria mentre è molto inferiore per l’educazione terziaria ovvero universitaria e post universitaria e nella ricerca. La spesa in percentuale sul Pil nell’educazione terziaria è allo 0,8% in media Ue e allo 0,3% in Italia mentre se si guarda alla percentuale sulla spesa pubblica l’Ue si attesta in media sull’1,6% e l’Italia sullo 0,7%. Nella spesa per l’istruzione terziaria il nostro Paese è fanalino di coda in Ue, lontanissimo dai livelli tedeschi (0,9% sul Pil e 2% sulla spesa pubblica).

Da segnalare che la spesa pubblica sul Pil dell’Italia supera la media Ue. Nel 2014 eravamo al 51,3% rispetto a una media del 48,2% dei Ventotto. Più dell’Italia spendono la Finlandia (58,1%), la Francia (57,5%), la Danimarca (56%), la Svezia (51,8%) e il Portogallo (51,7%). Molto più bassa la spesa pubblica della Germania (44,3%) e della Gran Bretagna (43,9%).

Il Sole 24 Ore

29 Dicembre 2016 / by / in
Disuguaglianza sociale ed economica

Il termine disuguaglianza identifica le differenze dei livelli di benessere derivanti principalmente dalle disparità nel livello dei redditi, dei consumi, nell’accesso all’assistenza sanitaria, nell’istruzione e nella speranza di vita. Nel dibattito pubblico si tende a dare per scontato che la disuguaglianza sia solo un problema di tipo economico. Questa visione rischia però di mettere in secondo piano la complessità del fenomeno. Esistono infatti svariate forme di disuguaglianza: sociale, economica, politica, digitale….

29 Dicembre 2016 / by / in
Movimenti popolari, l’esodo possibile qui da noi

Una Terra senza male, una casa da cui nessuno possa cacciarti, un lavoro giusto e dignitoso. Tierra, techo y trabajo, terra, casa, lavoro sono le 3T del Papa, da garantire a tutte e tutti. L’incontro mondiale dei movimenti popolari appena concluso a Roma con Papa Francesco è molto più che un grande segno. Giustizia ecologica, ambientale e sociale per la prima volta connesse ed interdipendenti tra loro. Si parte da chi sta in basso per ricostruire una pratica dell’emancipazione sociale che non solo condanni il modello neoliberista ma interroghi nel profondo la nostra idea di giustizia, partendo da un’etica fondata sul Diritto della vita alla vita.

29 Dicembre 2016 / by / in
Proposte di azione trasformatrice assunte dai movimenti popolari del mondo in dialogo con Papa Francesco

Gli scartati del sistema, uomini e donne, riuniti in questo III Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari, individuano la causa comune e strutturale della crisi socio-ambientale nella tirannia del denaro, cioè nel sistema capitalista imperante e in un’ideologia che non rispetta la dignità umana.

Siamo creditori di un debito storico, sociale, economico, politico e ambientale che deve essere saldato. Per questo, abbiamo formulato collettivamente centinaia di proposte derivate dai dieci impegni assunti nell’Incontro di Santa Cruz de la Sierra, nel 2015. Sono tutte importanti, ma, in questa occasione, ci limitiamo a condividere le seguenti affermazioni:

1. Vogliamo ricordare Bertha Cáceres, portavoce del nostro primo Incontro, assassinata per la sua lotta a favore dei processi di cambiamento, ed esigiamo la fine della persecuzione di tutti i lottatori popolari. I nostri popoli difendono il diritto alla pace sulla base della giustizia sociale.
2. Nella prospettiva di una democrazia partecipativa e piena, proponiamo di dare impulso a meccanismi istituzionali che garantiscano l’accesso effettivo dei movimenti popolari, delle comunità originarie e del popolo al processo decisionale in ambito politico ed economico.

3. Nella prospettiva della destinazione universale dei beni della natura, respingiamo la privatizzazione dell’acqua, che esigiamo venga considerata come un bene di dominio pubblico, in linea con la Dichiarazione delle Nazioni Unite, affinché nessuna persona sia privata dell’accesso a questo diritto umano elementare.

4. Nella prospettiva di una riforma agraria integrale e popolare, proponiamo di proibire i brevetti e la manipolazione genetica di tutte le forme di vita, in particolare delle sementi. Ribadiamo il nostro impegno a difendere la sovranità alimentare e il diritto umano a una alimentazione sana, senza veleni agricoli, per porre fine ai gravi problemi di nutrizione di cui soffrono miliardi di persone.

5. Nella prospettiva di una riforma del lavoro nel segno della giustizia, che garantisca l’accesso pieno a un lavoro dignitoso, proponiamo l’introduzione di un salario sociale universale per tutti i lavoratori, che siano del settore pubblico, di quello privato o dell’economia popolare.

6. Nella prospettiva di una riforma urbana integrale che assicuri l’accesso a una casa dignitosa e all’habitat, proponiano che venga dichiarata l’inviolabilità della dimora familiare, per mettere fine agli sfratti che lasciano le famiglie senza un tetto.

7. Nella prospettiva della costruzione di ponti tra i popoli, proponiamo di costruire una cittadinanza universale che, senza disconoscere le identità originarie, smantelli i muri dell’esclusione e della xenofobia, accogliendo degnamente quanti si vedono obbligati ad abbandonare le proprie case.

Intendiamo lavorare insieme a Francesco affinché tali proposte si trasformino in realtà concreta come diritti esigibili e rispettati a livello locale, nazionale e internazionale. Incoraggiamo le Chiese locali a trasformare in realtà i messaggi del Papa.

SINTESI DEI LAVORI DI GRUPPO. STRATEGIE COMUNI A TUTTE LE LINEE DI AZIONE

Rafforzare gli spazi di qualificazione, formazione e coscientizzazione dei nostri movimenti.

Creare spazi di comunicazione e interconnessione fluidi e costanti, attraverso dibattiti, scambi, agende di lavoro e la pagina web dei Movimenti Popolari.

Solidarietà e creazione di alleanze a livello internazionale tra di noi e con altre istanze, oltre alle agende di lavoro che possono essere messe a punto rispetto a ciascuna delle tre “T” (Tierra, Techo, Trabajo).

Appoggio della Chiesa ai processi formativi, con investimenti economici ma anche nel rapporto con i governi.

Articolare le organizzazioni popolari e istituzioni come la Chiesa attraverso spazi di dialogo che rendano possibili i dibattiti sulle problematiche dell’agenda internazionale.

Dar vita a campagne locali e globali sui problemi relativi a Casa, Lavoro, Terra, Popolo e Democrazia, Territorio e Natura e Rifugiati e Sfollati.

POPOLO E DEMOCRAZIA

Queste le conclusioni:

Intendiamo come democrazia partecipativa quella che incorpora meccanismi di partecipazione dei settori dei lavoratori, delle donne, degli indigeni, degli oppressi, della società civile in generale nel processo decisionale e nel controllo sociale della politica pubblica.

Ci troviamo in un contesto segnato da una trasformazione o mutazione sociale, in cui la logica capitalista si è estesa anche all’azione politica. L’individualismo e la centralità del profitto e della ricchezza si sono infiltrati nelle organizzazioni politiche, lasciando sempre meno spazio ai movimenti popolari e svincolando la pubblica amministrazione dagli interessi del bene comune.

Constatiamo con tristezza che le cosiddette democrazie rappresentative rappresentano sempre di più le élite economiche, il capitale, le banche e non sempre il popolo.

Assistiano anche a una persecuzione politica delle lotte sociali in ogni angolo del pianeta, dinanzi a cui esprimiamo il nostro più energico rifiuto.

In alcuni Paesi, soprattutto latinoamericani, si viene producendo un attacco delle oligarchie locali ai governi insediatisi recentemente. Riteniamo che ciò dipenda dall’importanza geopolitica delle risorse naturali di cui dispone la regione e dal fatto che la loro amminsitrazione a beneficio della popolazione da parte di questi governi vada contro gli interessi delle minoranze e delle élite politico-economiche.

Tuttavia, abbiamo anche condiviso a partire dalla nostra esperienza quotidiana esperienze di trasformazione e cambiamento politico che hanno avuto luogo in varie regioni del mondo, come esempi di rafforzamento della democrazia attraverso consultazioni popolari, pianificazioni partecipative della gestione locale, audit sociali sulle politiche pubbliche, iniziative di legge a partire dalla società civile e a suo favore.

Celebriamo il fatto che molti dei sindacati e dei movimenti popolari sono autentici strumenti dell’esercizio della democrazia partecipativa, in grado di dimostrare solidarietà a partire dalla base. La strada, l’assemblea, la mobilitazione ci hanno educato alla cittadinanza; la strada continua a essere la nostra risorsa.

Proponiamo di:

1. Costruire in unità e sulla base della diversità e della pluralità delle nostre organizzazioni sociali una “AGENDA DEI MOVIMENTI SOCIALI”, e fare in modo che sia riconosciuta, assunta e messa in pratica dai governi.

2. Elaborare e delineare campagne di carattere politico, proposte cittadine e iniziative legislative che promuovano una democrazia partecipativa nella quale il popolo sia protagonista.

3. Promuovere spazi di dialogo con le istituzioni pubbliche, con distinte strutture dell’amministrazione pubblica degli Stati, come cammino effettivo per far giungere le nostre richieste.

4. Fare in modo che i leader dei nostri movimenti popolari integrino l’azione politica negli ambiti istituzionali, in rappresentanza del popolo, delle comunità di base e dei lavoratori, parlando la nostra stessa lingua, facendosi portavoce del sentire e delle rivendicazioni della società, traducendo le nostre proposte in politiche pubbliche a favore delle maggioranze popolari.

5. Esprimere lo scontento sociale, passando dalla rivindicazione settoriale a proposte sempre più integrate e strutturali, combinate, eventualmente, con campagne mondiali e mobilitazioni di massa a favore dei nostri diritti, affinché si tenga conto delle nostre proposte.

6. Creare reti e sinergie che vadano oltre la sfera locale. La solidarietà è fondamentale per promuovere e sostenere le nostre lotte.

7. Perseguire la democratizzazione dei mezzi di comunicazione, delle diagnosi e delle proposte dei movimenti popolari.

TERRITORIO E NATURA

Queste le nostre conclusioni:

Non possiamo parlare dei problemi della terra e del territorio senza parlare delle persone che vivono lì e dell’ecosistema che le abbraccia.

Non possiamo affrontare i problemi ambientali senza occuparci del diritto al lavoro e alla salute dei popoli, dei conflitti armati e degli interessi delle multinazionali che appartengono alla dimensione di ciò che Papa Francesco definisce come “ecologia integrale”.

Proponiamo di:

1. Lottare a favore della sovranità alimentare e contro le multinazionali e l’uso di veleni agricoli e dei transgenici sulla nostra terra. Vogliamo che venga riconosciuto il significato culturale della terra, dell’acqua e dei beni comuni, delle risorse condivise e dei diritti umani.

2. Predisporre azioni di contrasto alla privatizzazione dell’acqua e alle attività estrattive da parte delle multinazionali.

3. Esigere il rispetto della dichiarazione delle Nazioni Unite che dichiara l’acqua e i servizi igienico-sanitari di base come “diritti umani essenziali per il godimento pieno della vita e di tutti i diritti umani”.

4. Esercitare pressioni a favore della democratizzazione del suolo e della ristrutturazione della proprietà della terra, affinché sia ridistribuita tra quanti la lavorano.

5. Avanzare verso forme di proprietà collettiva, che evitino la mercificazione della terra e il suo uso a fini di profitto.

6. Perseguire il riconoscimento di nuove forme di territorialità, come i territori contadini agro-alimentari, i sistemi di protezione indigeni, i consigli comunitari, le zone di autogestione contadino-indigene.

7. Creare e rafforzare reti di lavoro globali per pianificare e coordinare azioni in difesa dell’ambiente, in rappresentanza dei 5 continenti, come la “Giornata mondiale dell’ambiente” (5 giugno) e la “Giornata mondiale per la difesa della sovranità alimentare” (16 ottobre).

8. Respingere e denunciare ogni forma di persecuzione, estorsione e criminalizzazione dei lottatori per la terra.

9. Diffondere lo slogan “Ridurre, Riutilizzare, Riciclare” per promuovere cambiamenti di condotta e ridurre i livelli di contaminazione dell’ambiente. Un compito a cui dovranno partecipare, in maniera particolare, i cartoneros e i riciclatori, essendo loro a svolgere quotidianamente questo servizio fondamentale per la cura dell’ambiente.

10. Lottare per il riconoscimento politico del settore contadino come soggetto sociale e favorirne la partecipazione reale al processo decisionale relativamente alle questioni che lo riguardano.

11. Esigere l’applicazione del diritto alla consultazione stabilito dalla Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro per qualunque iniziativa che si sviluppi nei suoi territori.

12. Esercitare pressioni a favore della promulgazione di leggi che proibiscano lo sfruttamento dei beni naturali e le attività estrattive dannose per l’ambiente (come l’uso di veleni agricoli) che abbiano come fine ultimo il profitto delle transnazionali. Lo Stato deve operare affinché tali attività prevedano meccanismi di difesa della natura come bene comune e sanzioni a chi non li rispetta.

13. Rifiutare processi di produzione industriale e di coltivazione della terra inquinanti e dannosi per la biodiversità.

14. Invitare i settori accademici e scientifici a offrire le loro conoscenze tecnologiche a favore di processi di produzione alternativi che permettano la cura della madre terra preservando la fonte di lavoro per migliaia di famiglie.

15. Promuovere l’investimento pubblico nell’infrastruttura di base per facilitare l’accesso all’acqua potabile.

LAVORO

Queste le nostre conclusioni:

Il paradigma del lavoro come “impiego” si è esaurito. Tanto nei Paesi del Sud come in quelli del Nord i lavoratori hanno assistito a una perdita sistematica dei diritti lavorativi e sociali. Abbiamo bisogno di un modello di lavoro degno perché coloro che lavorano, uomini e donne, abbiano dignità in uguaglianza di diritti.

Stiamo vivendo situazioni di sfruttamento e di precarietà in ogni parte del mondo. Se un tempo il lavoro garantiva l’accesso ai diritti sociali elementari, oggi questo consenso si è rotto e noi militanti dei movimenti popolari abbiamo creato molte forme diverse di accesso a un lavoro dignitoso e di conquista dei diritti che ci spettano. Tuttavia, le nostre iniziative sono permanentemente minacciate dal capitale, dalle grandi imprese, dagli Stati che non prestano ascolto alle nostre richieste, dalla polizia che ci perseguita e ci maltratta mettendo costantemente a repentaglio la nostra fonte di lavoro.

Proponiamo di:

1. Introdurre un salario sociale complementare per i lavoratori dell’economia popolare e i lavoratori di base (reddito per la vita, reddito di responsabilità).

2. Ottenere il loro riconoscimento come lavoratori e lavoratrici per poter avanzare nella conquista dei diritti che spettano loro. Esiste una tensione attorno al concetto di “informalità”. Alcuni compagni e compagne respingono questo termine evidenziando come non si tratti di lavoratori informali ma di costruttori di un’“economia popolare”.

3. Iniziare un dialogo e una collaborazione con i sindacati, i quali storicamente sono stati il motore delle lotte del movimento operaio organizzato, giacché le nostre e le loro prospettive di futuro sono vincolate. Questo dialogo deve aver luogo a livello tanto locale quanto internazionale. In vari dei nostri Paesi abbiamo creato sindacati e forme di associazione dei lavoratori dell’economia popolare o informale.

4. Sviluppare azioni internazionali congiunte il primo maggio, giornata storica di lotta dei lavoratori. Attraverso tali azioni, intendiamo riaffermare la nostra lotta per il lavoro dignitoso in tutto il mondo, rivendicando l’unità della classe lavoratrice (oltre la frammentazione di cui siamo vittime).

5. Realizzare programmi di sostegno economico e qualificazione a favore delle cooperative e di altre forme di lavoro popolare e associativo che abbiamo creato.

6. Realizzare programmi di creazione di impiego e di accesso al lavoro.

CASA

Queste le nostre conclusioni:

Riteniamo che la casa svolga una funzione sociale e che in tal senso non debba essere oggetto di speculazione e di lucro, né essere ridotta a merce.

Vanno ridefinite le politiche di sradicamento di villas miseria, insediamenti, favelas e quartieri informali, avanzando verso la realizzazione di politiche di integrazione urbana e di urbanizzazione dei quartieri popolari.

Proponiamo di:

1. Avanzare nel disegno di leggi e di norme che garantiscano il diritto alla casa come diritto inviolabile.

2. Operare a favore dell’usufrutto delle case sfitte, a vantaggio del popolo. Laddove vi sono, dovrebbero essere tassate e bisognerebbe espropriare quelle che non svolgono una funzione sociale.

3. Ripensare il modello abitazionale in funzione delle nostre culture e delle nostre tradizioni, creando spazi legati alle necessità e alle aspirazioni del nostro popolo.

4. Applicare il modello partecipativo per creare e consolidare il senso di comunità attraverso la costruzione di soluzioni collettive.

5. Esercitare pressioni a favore della pianificazione e della realizzazione di una politica di integrazione urbana che guardi alla casa come a un diritto umano di base, che regolarizzi il possesso della terra e garantisca l’accesso a un habitat sano.

6. Introdurre l’autogestione e il modello di auto-aiuto. Le soluzioni alternative al problema della casa promosse dalle organizzaizoni sociali devono prevedere la proprietà collettiva del suolo e delle abitazioni e il diritto di usufrutto, garantendo l’accesso a una casa dignitosa.

7. Promuovere in ottobre il mese della “lotta mondiale per l’habitat” (il 10 ottobre l’ONU celebra la giornata mondiale dell’habitat) per sviluppare azioni collettive in difesa del diritto alla casa.

8. Avviare una campagna mondiale “zero sfratti” con il sostegno di Papa Francesco.

9. Facilitare l’accesso alle terre oziose della Chiesa per promuove la costruzione delle tre “T”.

TERRA

Queste le nostre conclusioni:

L’offensiva che subiamo da parte del capitale contro l’agricoltura contadina e indigena ha come conseguenza l’accaparramento e la concentrazione di terra, i brevetti sulle sementi e la mercificazione di beni comuni come la terra, l’acqua, i monti e i boschi.

Per i movimenti popolari l’agricoltura contadina, familiare, a piccola scala e comunitaria deve essere il modello per alimentare l’umanità e proteggere la natura. Dobbiamo respingere le politiche che non rispettano e avvelenano la terra e l’essere umano.

Proponiamo di:

1. Mettere a punto azioni dirette partecipando a iniziative legislative e a patti mondiali per la difesa dei beni comuni essenziali.

2. Lottare contro le espulsioni tanto dei contadini dalle loro terre quanto delle famiglie dalle loro case. In queste lotte rifiutiamo gli aiuti stranieri che non rispettino la conoscenza locale, le culture del popolo e i suoi stili di vita.

3. Sviluppare azioni contro il rilascio di brevetti sulle sementi. La sovranità alimentare dipende dalla libertà di accesso ai semi.

4. Auto-organizzare servizi sociali come quelli relativi alla salute che riconoscano la dignità delle persone, difendendo l’identità e rispettando le tradizioni contadine e indigene.

5. Lottare contro l’accaparramento delle terre e a favore di leggi internazionali che limitino l’accesso ai capitali stranieri e la concentrazione della terra. Deve esserci una proprietà collettiva della terra, garantendo il rispetto della sua funzione sociale, che è quella di alimentare e dare la vita al popolo.

6. Costruire una riforma agraria che favorisca l’impiego locale, lottando contro i veleni agricoli e in difesa della salute e della dignità dell’essere umano e del pianeta.

7. Promuovere una pedagogia di massa creando canali di partecipazione in sintonia con la cultura del popolo e in grado di coscientizzarlo nella difesa della sicurezza alimentare, come pure della sicurezza di quelle persone che subiscono rappresaglie per la loro lotta a favore della democratizzazione della terra, dei diritti umani e del bene collettivo e sostenibile dell’essere umano e del mondo che ci circonda e ci dà la vita.

MIGRAZIONI E RIFUGIATI

Queste le nostre conclusioni:

Il problema della migrazione comprende due dimensioni principali, quella economica e quella sociale.

Lo scenario di crisi globale che stiamo vivendo nel XXI secolo, come ha espresso Francesco, risponde all’obiettivo di massimizzare il profitto da parte delle multinazionali che governano il mondo e provocano il saccheggio e la spoliazione dei beni comuni.

Quanti si trovano nell’impossibilità di accedere alla terra, alla casa e al lavoro si vedono obbligati a emigrare, a rifugiarsi in altre terre, cercando un luogo in cui vivere una vita dignitosa.

La migrazione è un atto disumanizzante: gli sfollati a causa delle guerre e delle catastrofi ambientali o per motivi economici subiscono la persecuzione, la discriminazione e la criminalizzazione da parte delle autorità dei Paesi di destinazione. L’immigrazione porta con sé problemi come la tratta, la prostituzione e il narcotraffico, in cui i potenti abusano di chi è totalmente inerme.

Proponiamo di:

1. Esigire dagli Stati e dai governi l’applicazione del piano di azione del decennio internazionale degli afrodiscendenti 2015-2024 approvato dalle Nazioni Unite.

2. Rivendicare l’esistenza di una cittadinanza universale, che indebolisca le frontiere e stabilisca una politica migratoria inclusiva, sollecitando gli Stati ad assicurare nuovi luoghi di accoglienza che rispettino i diritti dei migranti e degli sfollati interni e a creare dei meccanismi di accesso alla casa, al lavoro, alla salute e all’educazione dei bambini.

3. Creare un osservatorio che consenta di classificare attori e caratteristiche dei fatti di violenza in tutte le regioni e i Paesi del mondo.

4. Creare tribunali internazionali di opinione in grado di imporre sanzioni di natura etica e simbolica per crare coscienza a livello internazionale.

5. Creare un fondo economico mondiale nel quadro delle Nazioni Unite che consenta un intervento immediato dinanzi a situazioni di rischio che possano provocare migrazioni e spostamenti di popolazione come terremoti, uragani, cicloni ed epidemie.

6. Riaffermare il diritto all’autodeterminazione dei popoli e delle nazioni perché vivano in pace nei loro territori.

7. Esigere il riconoscimento internazionale dei migranti e degli sfollati per ragioni economiche sotto lo status di “rifugiati”, esprimendo un profondo rifiuto nei confronti dei “campi profughi” come luoghi di profonda emarginazione e proponendo la costruzione di luoghi di integrazione, convivenza e dialogo, dove si rispetti la dignità delle persone, promuoviendo la cultura dell’incontro.

29 Dicembre 2016 / by / in
CHE TIPOLOGIA DI CRISI ABBIAMO DAVANTI, COSA LA ORIGINA, COME CONTRASTARLA E QUALI PROPOSTE INTRODURRE

Una crisi inedita, strutturale e sistemica. Viviamo tempi di grandi cambiamenti. Per la prima volta l’umanità è immersa in una crisi inedita che mette insieme crisi di varia natura: ambientale, economica, finanziaria, energetica, alimentare e migratoria. Quella che incautamente è stata presentata nel 2008 in Europa e Nord America come una crisi finanziaria e del sistema bancario è, in realtà, una crisi ben più complessa. Siamo davanti a una crisi che per sua stessa natura è inedita rispetto al passato e strutturale per i meccanismi che investe e le risposte necessarie a risolverla. Le minacce maggiormente avvertite giornalmente dalla grande maggioranza della popolazione sono due: la crisi sociale e la crisi ecologica. La prima sta generando diseguaglianze insostenibili e la seconda rischia di portare la razza umana al collasso e che oggi provoca enormi danni in termini economici e umani.

L’aumento inarrestabile della povertà e dell’esclusione sociale. I dati sull’aumento della povertà e dell’esclusione sociale in Italia e nel resto del continente europeo fotografano una crisi che, per ampiezza e profondità, trova termini di paragone solo con la grande crisi del ’29.

Nel nostro paese i numeri della povertà descrivono una situazione caratterizzata da forti diseguaglianze. I dati del rapporto Istat dal 2008 al 2017 mettono in evidenza come la povertà relativa e quella assoluta siano quasi triplicate, coinvolgendo un numero di persone impressionante. Nel dettaglio, dal 2008 la povertà relativa è passata da circa 3,5 milioni a 9 milioni 368mila individui coinvolti nel 2017. Questo significa che il 15,6% della popolazione italiana è costretta a sopravvivere con 651 euro al mese, essendo questa la soglia che definisce la povertà relativa. Se guardiamo al dato della povertà assoluta, l’Istat denuncia come le persone colpite siano passate da 2,3 milioni del 2008 agli addirittura 5 milioni e 58mila individui del 2017. Parliamo dell’8,4% della popolazione complessiva che non ha la possibilità di spendere, mensilmente, la cifra necessaria per accedere a beni e servizi considerati essenziali per uno standard di vita minimamente accettabile. Spaventoso è il dato italiano della povertà minorile che pone il nostro paese in cima alla triste classifica europea delle percentuali di rischio povertà minorile: dal 2011 al 2017 i minori che vivono in condizioni di povertà assoluta sono passati da 723 mila a 1 milione 208mila, il 12,1%. All’aumento esponenziale della povertà si accompagnano: la crescita del livello di dispersione scolastica oltre il 17%, tra i peggiori d’Europa; la perdita del 25% di capacità produttiva dall’inizio della crisi; l’esplosione della disoccupazione giovanile al 31,7% nella fascia 15-24 anni e al 16% in quella dai 25 ai 34 anni; il diffondersi del precariato come elemento costituente le relazioni lavorative e sociali, coinvolgendo più di 4 milioni di “working poors”, cioè di lavoratori e lavoratrici che nonostante il lavoro non riescono, a causa delle basse retribuzioni, a uscire dalla soglia di povertà; la registrazione di circa 12 milioni di persone che non riescono più a curarsi . Questa analisi ci restituisce un dato fondamentale: il 30% della popolazione, 1 persona su 3, è a rischio esclusione sociale.

L’Italia non è l’unico paese a registrare questi dati. In Europa sono oltre 135 milioni le persone che vivono in condizioni di povertà relativa, quasi un terzo della popolazione complessiva; ben 43 milioni quelle in povertà assoluta e 20 milioni quelle disoccupate. Una crisi che ha colpito in misura e forma differenti le diverse categorie sociali e i diversi Paesi. I ceti medi e i ceti popolari sono stati i più danneggiati. Così come tra i paesi UE, i cosiddetti PIIGS- Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna – hanno pagato e continuano a pagare alla crisi un prezzo più alto rispetto agli altri. Basti pensare che solo in questi paesi sono stati ben 7 milioni i posti di lavoro persi dal 2008 a oggi.

Il ruolo delle politiche economiche e della finanza nell’aumento della povertà. La prima valutazione che possiamo fare è che una persona diviene povera quando si perde il lavoro e non si accede ai servizi garantiti attraverso le politiche sociali. Sono queste ultime, a partire dal Welfare, che assolvono il compito di ridistribuire la ricchezza, garantendo i servizi basici essenziali per il soddisfacimento dei diritti legati alla Dignità della persona. Considerando i tagli alle politiche sociali e la mancanza di investimenti pubblici per sostenere la domanda aggregata in una fase di calo dei consumi, così da sostenere e generare lavoro, ci appare evidente che l’aumento esponenziale della povertà non sia stato frutto della casualità ma sia la conseguenza di politiche economiche sbagliate o addirittura controproducenti in diversi casi: nello specifico il Fondo Nazionale Politiche Sociali è passato da 3,2 miliardi di euro dei tempi di Prodi, ad appena 99 milioni attuali. Un ulteriore elemento che ha determinato l’ampiezza e la profondità della crisi è stata l’incapacità della politica di impattare la crisi ecologica sfruttandola a proprio vantaggio creando una nuova base produttiva poggiata sulla riconversione ecologica, generando milioni di posti di lavoro in tutta Europa, indirizzando consumi e scelte culturali in termini di sostenibilità.

A tele proposito, se guardiamo all’altra minaccia accennata in precedenza, la crisi ecologica, è ormai evidente anche in questo caso come i dati, gli studi, le analisi e le prospettive indicate in maniera univoca dalla scienza, siano ormai incontrovertibili. L’aumento della temperatura del pianeta con tutte le sue molteplici conseguenze, l’inquinamento ambientale e genetico, la perdita di biodiversità, l’eccessivo e insostenibile utilizzo delle risorse non rinnovabili, sono già oggi un fattore di enorme preoccupazione e cambiamento, avendo queste degli impatti economici, sociali e culturali senza precedenti nella storia del genere umano. L’Organizzazione Meteorologica Mondiale, così come l’International Panel on Climate Change, ha denunciato come siano presenti nell’atmosfera tonnellate di sostanze clima-alteranti per una misura superiore alla soglia massima indicata nelle Convenzioni Internazionali sottoscritte da quasi tutti i governi del pianeta, raggiungendo il picco massimo nella storia umana.

La denuncia senza appello è diretta a un sistema produttivo incapace di modificare la propria struttura, adattandosi e mitigando gli effetti dei cambiamenti climatici e della crisi ecologica nel suo complesso. Se non vogliamo rischiare di mettere a rischio più di quanto già non lo sia la razza umana, la necessità di una riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica rappresenta una scelta politica indifferibile. Da anni vi è un ampio dibattito sull’urgenza irrinunciabile di promuovere un altro modello economico che abbia come obiettivo quello di creare e garantire lavoro e una buona qualità della vita per tutti e tutte, senza superare i limiti imposti dalle leggi della fisica e della natura.

In questo contesto la finanza e le politiche economiche svolgono un ruolo chiave per raggiungere gli obiettivi di piena occupazione e sostenibilità ambientale delle forze produttive. Sino a oggi questo ruolo è stato purtroppo giocato in negativo.

La performatività della finanza speculativa. La finanza internazionale è stata determinante nell’esplosione della crisi e nelle scelte, rivelatesi sbagliate, da contrapporre per arginarla. Tutti ricordano l’esplosione della bolla finanziaria che dal 2008 ha travolto centinaia di milioni di piccoli risparmiatori, a cui si accompagnò la scoperta che la maggior parte delle banche avessero in pancia titoli tossici e strumenti finanziari speculativi di grande rischio. Buchi e frodi per migliaia di miliardi. Scienziati della finanza e polizie di mezzo mondo, studiando il sistema finanziario arrivarono alla conclusione di essere dinanzi a un sistema e criminogeno mafioso senza precedenti. Abbiamo scoperto come il rapporto tra indebitamento e capitali propri, il cosiddetto leveraggio, fosse decine di volte superiore ai limiti stabiliti per legge, facendo emergere un rapporto di 40 a 1 e in molti casi addirittura di 75 a 1. Montagne di rischi e di scommesse gestiti attraverso modelli e algoritmi che grazie alla “perfotmatività” della teoria dominante hanno creato una nuova realtà all’interno della quale l’economia produttiva perde completamente di importanza, essendo diventata molto meno redditizia e ben più faticosa rispetto ai favolosi, immediati e facili guadagni offerti dalla finanza speculativa. Nel 2008 e nel 2009 quando la crisi di finanza e banche rivelava al mondo tutta la fragilità della governance politica, quasi tutti i governi si impegnarono a riformare definitivamente e in maniera radicale il sistema finanziario, ormai privo di qualsiasi controllo democratico, considerato di per sé ostativo rispetto a qualsiasi politica di rilancio dell’economia. A distanza di 5 anni dall’inizio della crisi, nonostante i giganteschi danni provocati, pochi oggi ricordano che nulla è stato fatto di quanto dichiarato dalla governance politica.

Dalla crisi finanziaria alla crisi del debito sovrano. La “wall street reform 2010” e il “rapporto Liikainen 2012 CE”, gli unici due tentativi di riforma, si sono rivelati completamente inutili e oggi siamo messi peggio di prima. Non esistono leggi per richiamare e colpire i responsabili e nonostante il mare di soldi spesi per salvare le banche, i cittadini e i loro governi non hanno nessun controllo né su queste, né sulle politiche finanziarie. Dai dati della Commissione Europea apprendiamo come tra ottobre 2008 e ottobre 2010 la stessa abbia approvato aiuti di Stato per le istituzioni finanziarie per 4.600 miliardi di euro, pari al 37% del Pil Europeo. Sono stati i governi dei paesi europei a legittimare questa spesa, assumendosi la responsabilità di salvare con soldi pubblici le grandi banche fortemente a rischio default. La crisi bancaria è stata trasformata con questa scelta politica in crisi dei bilanci pubblici, facendo esplodere i debiti dei paesi più esposti e con minori tutele sociali. Il debito aggregato europeo cresce infatti dal 2008 al 2010 di ben 20 punti percentuali, passando dal 6O% all’80%, certificando la relazione diretta tra crisi” bancaria e aumento del debito. Basti guardare all’Irlanda che per “salvare” alcune delle sue banche sull’orlo del fallimento è passata da un rapporto debito/Pil del 25% nel 2007 al 108% nel 2011. Allo stesso modo, possiamo affermare in termini di evidenza scientifica che non vi sia nessuna correlazione tra aumento del debito pubblico e spesa sociale, come invece sostenuto dai teorici e dagli estimatori delle politiche di austerità. A nostro avviso sono state proprie queste a far esplodere la crisi, rispondendo alla crisi bancaria e finanziaria nella maniera sbagliata, espandendone gli effetti prima sui bilanci nazionali, poi continuando a chiedere contrazione dei diritti e tagli al welfare in nome delle compatibilità finanziarie e delle politiche di bilancio fondate sul patto di stabilità, imponendo tagli a politiche sociali e investimenti pubblici, con la conseguenza di un enorme aumento della povertà e dell’esclusione sociale. Un ulteriore effetto negativo delle politiche di austerity sta nella perdita di credibilità e di autorevolezza delle istituzioni europee e nazionali. Una perdita di consenso nel progetto della UE causato evidentemente dall’aver devoluto alla finanza internazionale gran parte del potere decisionale prima gestito dai parlamenti nazionali, insieme allo svuotamento di senso e di utilità di molte istituzioni locali, costrette a fare i conti con i vincoli di bilancio imposti dall’austerity che hanno mutilato il ruolo degli enti locali nella lotta all’aumento delle diseguaglianze sociali. Tendenze che spiegano il rafforzamento di vecchi e nuovi nazionalismi e populismi nel continente. “L’ex presidente degli Stati Uniti, Franklin Roosevelt, ricordava durante la grande crisi del ‘29 che quando il popolo tollera l’emergere di un potere privato capace di disporre di enormi quantità di capitali in grado di alterare gli equilibri stabiliti dalle politiche economiche pubbliche, le democrazie sono a rischio.

La finanza pubblica e la cooperazione come risposta alla crisi. La finanza pubblica e la cooperazione sono formidabili strumenti da mettere in campo per rispondere ai fallimenti di modelli fondati sulla competizione e sullo sfruttamento delle risorse naturale e degli esseri umani. Ancor più utili si dimostrano in periodi di crisi come questo in cui emergono tutti i limiti e gli impatti negativi prodotti da austerity e finanza internazionale. Del resto, sempre citando il presidente Roosevelt, “la concorrenza è utile fino a un certo punto e non oltre, e la cooperazione, che è la cosa per la quale dobbiamo oggi adoperarci, inizia dove la concorrenza finisce”. Cooperare, dunque. La riflessione ulteriore da condividere e approfondire, per evitare gli errori compiuti dalla stessa cooperazione internazionale in passato, è quella sui motivi e gli obiettivi che ci spingono a cooperare. In sostanza, quali sono le finalità che ci poniamo attraverso gli strumenti della finanza pubblica e della cooperazione internazionale? Affermarli non è esercizio secondario, anzi. Gli obiettivi della finanza pubblica sono, a nostro avviso: cambiare la politica monetaria dell’eurozona, ridimensionare il ruolo della finanza internazionale, affrontare il problema del debito in termini di responsabilità comune, ristrutturare il debito, introdurre gli Eurobond con Io scopo di rifinanziare il debito pubblico degli stati membri e finanziare la riconversione ecologica della filiera produttiva europea. Anche per liberare risorse il ridimensionamento della finanza internazionale è fondamentale. In concreto significa introdurre regole stringenti che vietino le attività finanziarie più speculative e rischiose, introducendo una divisione tra banche commerciali e banche d’investimento, il controllo sui movimenti di capitale e una tassa sulle transazioni finanziarie. Se questi sono gli obiettivi, anche la cooperazione internazionale deve poter svolgere un ruolo proattivo in questa direzione sia all’interno che all’esterno dell’Europa. È Io strumento attraverso il quale perseguire le medesime finalità con soggettività di altri continenti, riproducendo un impianto condiviso di valori, espandendo il livello e la quali della partecipazione. Se la finanza pubblica viene adoperata per affrontare la crisi attraverso una restituzione dei diritti e dette scelte decisionali ai cittadini e alle cittadine, anche la cooperazione deve promuovere analoghi obiettivi e metodi. Non più una cooperazione che esporta il nostro modello di sviluppo, che riproduce uno schema paternalistico in cui il bianco “aiuta” il povero nei sud del mondo, sfruttando i fondi messi a disposizione per le emergenze e rigorosamente gestiti da agenzie occidentali, che tratterranno per loro molto più di quanto viene destinato negli interventi. Non più una cooperazione avulsa dalle culture, dalle economie e dalle comunità locali dove agisce. La cooperazione capace di stare al passo con la sfida imposta dalla crisi, deve essere fondata sulla “reciprocità” e perseguire, attraverso i suoi progetti, la giustizia ambientale e sociale.

Abbiamo compreso anche attraverso i documenti delle agenzie delle NU, come nel caso della UNDP nel 2011 a Cancun durante il vertice sul clima, come vi sia a partire dal 1992 un legame diretto tra l’aumento della povertà e la distruzione ambientale. Come affermavamo in precedenza, la giustizia ambientale costituisce la precondizione per raggiungere la giustizia sociale. È quindi l’elemento che determina il successo o meno di qualsiasi politica di contrasto all’esclusione sociale. Questo significa che ogni azione e progetto di cooperazione che si pone come orizzonte ideale la giustizia, per raggiungerla deve integrare nel proprio armamentario culturale, giuridico, economico e progettuale il perseguimento della giustizia ambientale. È proprio dall’impegno per la giustizia ambientale portato avanti da un miliardo di persone nel mondo negli ultimi 30 anni che emerge un nuovo paradigma di civilizzazione fondato sulla relazione positiva tra giustizia e sostenibilità. Questo campo, non avendo precedenti storici per modalità e obiettivi, è stato definito “ecologismo dei poveri” o “ecologia della liberazione”. Dovrebbe essere questo il “target” preferito dalla cooperazione internazionale, considerando la composizione dei soggetti e il loro portato culturale, necessario a contaminare in termini di reciprocità lo scambio: meno solidarietà e più giustizia; meno aiuti e più reciprocità; meno benessere e più buon vivere.

Il ruolo dei BRICS. Alternativa o sostegno alla finanza internazionale? La crisi strutturale e sistemica esplosa con la crisi finanziaria e bancaria, i cui effetti in Europa sono stati amplificati attraverso l’imposizione delle politiche di austerità, ha determinato modifiche anche sugli assetti geopolitici. Siamo davanti alla nascita di un potere multipolare che oscilla tra affinità e conflittualità a seconda delle diverse geografie e dei diversi ambiti di intervento.

Nel nuovo scenario planetario creato dalla crisi, il ruolo dei paesi che fanno parte dell’asse denominato BRICS, Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, è notevolmente cresciuto. Il tentativo dei paesi occidentali di marginalizzare il ruolo politico e finanziario dei paesi emergenti, a partire dalla Cina, insieme alle necessità del gigante asiatico di costruire infrastrutture finanziarie idonee a gestire la sua espansione, hanno portato alla nascita di una Nuova Banca di Sviluppo Internazionale, la New Development Bank. Annunciata proprio dai presidenti dei BRICS lo scorso 16 luglio 2014 a Fortaleza in Brasile, l’iniziativa è stata presentata come una sfida alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale. I cinque paesi dell’economie maggiormente in crescita a livello internazionale hanno deciso di aprire a Shangai la sede della NDB, dotando l’istituto di 100 miliardi di dollari. Il contributo maggiore è portato dalla Cina, con 41 miliardi, mentre Brasile, Russia e India si sono impegnate per 18 miliardi e il governo di Pretoria per 5. L’obiettivo principale dichiarato è quello di mobilitare risorse per infrastrutture e progetti di sviluppo sostenibile nei BRICS e negli altri paesi in via di sviluppo. Sulla carta, considerate le disponibilità finanziarie e gli annunci ufficiali, siamo dinanzi a una nuova banca mondiale che si pone come alternativa al FMI e alla BM, puntando a costruire una nuova architettura finanziaria globale in cui il ruolo degli USA e dei principali paesi occidentali ne esca fortemente ridimensionato. Questa è una delle possibilità. Procedendo a un’analisi più attenta, le prospettive non sono poi così certe, visti una serie di fattori. Innanzitutto, all’interno dei BRICS non sempre le vedute coincidono sui temi politici ed economici, anzi. A esempio il China Daily, subito dopo il vertice di Fortaleza, si è affannato a ricordare come in realtà i BRICS con la creazione della nuova banca “stessero venendo incontro alle richieste dell’occidente”. In effetti, in molti casi i governi dei BRICS, in particolar modo quello indiano e sudafricano, si sono dimostrati in questi anni di crisi grandi sostenitori delle politiche economiche occidentali, soprattutto in materia ambientale e finanziaria. Se il nodo da sciogliere della crisi sta nella capacità di de-finanziarizzare l’economia e dar vita a una riconversione ecologica delle attività produttive per rispondere alla crisi sociale ed ecologica, le scelte fatte in questi anni dai BRICS non sembrano troppo coerenti con il ruolo che la NDB dovrebbe svolgere. Un altro segnale di ambiguità lo si coglie dalla volontà di Mosca e Pechino di non appoggiare l’ascesa al Consiglio di Sicurezza dell’ONU degli altri tre paesi BRICS. Così come il sistema di voto proposto per la NDB, che riproduce l’identico meccanismo attraverso quote di denaro del FMI, è un ulteriore elemento che tradisce l’auspicio di una maggiore democratizzazione degli organismi sovranazionali. Rimangono dunque molti interrogativi che non consentono di definire con certezza quale sarà il ruolo politico della NDB.

Sicuramente abbiamo bisogno a livello internazionale di un’alternativa finanziaria che sia veramente sostenibile e democratica, non per stabilizzare la finanza internazionale ma piuttosto per costruire un’alternativa giusta, capace di perseguire il bene comune. Bisognerà capire se i BRICS utilizzeranno la NDB come “stabilizzatore”, e dunque sono destinati a riprodurre la crisi per ceti medi e popolari, ampliando ulteriormente quella ecologica, oppure vorranno impegnarsi per una reale alternativa inclusiva e democratica. Un ruolo fondamentale per spingere in tal senso lo giocheranno i movimenti, le reti sociali e sindacali, le organizzazioni della società civile impegnati in questi anni a difendere la giustizia ambientale e sociale e a promuovere forme di democrazia partecipate e modelli economici incentrati sul buon vivere.

Vecchie e nuove povertà nel nostro paese: quali interventi?

L’intervento sulle “vecchie” povertà tradizionali, che già conoscono la vita di strada, costituisce l’ambito più “collaudato” dell’esperienza dei servizi. Per le persone che vivono in strada, la risposta ai bisogni essenziali inevasi, costituita da mense e dormitori, pubblici e del non–profit, costituisce una rete che, pur insufficiente, è dotata di un coordinamento, di una riflessione tecnico-operativa e di una prassi consolidata che, in alcune città metropolitane in particolare dove il fenomeno si concentra, sta cercando di mettere in atto livelli essenziali di assistenza nella carenza e nella precarietà degli interventi predisposti. Rimane il problema non ancora assunto, se non in termini sporadici ed eccezionali, rispetto a quale sia la progettazione necessaria per il reinserimento sociale, finalizzato al superamento della condizione di esclusione.

L’intervento sulle nuove povertà, vulnerabilità e marginalità, rivelandosi come una necessità più recente, ha colto impreparate non solo le Amministrazioni che hanno dovuto fare da primo interfaccia alle situazioni di indigenza ma anche le stesse organizzazioni di volontariato sociale e non-profit. Come evitare la deriva sociale e la condizione di progressiva marginalità di chi per esempio ha perso il lavoro, sta perdendo di conseguenza la casa, e rischia di mettere a repentaglio la convivenza dell’unità familiare, costituisce una problematica che conserva ancora marcate valenze preventive e non costringe a un intervento dalle caratteristiche solo e meramente riparative. Impedire l’esecutività di uno sfratto, promuovere un passaggio dignitoso da casa a casa o attivare processi di mediazione fra il conduttore dell’immobile e la proprietà al fine di garantire l’abitazione per la famiglia, consente di attivare molto di più le energie e le responsabilità di quel nucleo, coinvolgendolo in iniziative di vario tipo.

Proprio nella denuncia e nella proposta di modalità più costruttive di intervento, i Numeri Pari dovranno saper affermare quegli elementi di discontinuità nell’approccio alle politiche sociali che permettono una radicale inversione di tendenza, ci riferiamo in particolare a:

  1. Sfratti zero” dovrebbe porsi come l’obiettivo di un impegno di contrasto alle nuove povertà, come prima occasione di un’attivazione nei territori, col coinvolgimento del volontariato, dell’associazionismo e della cooperazione sociale – ma non solo – nella definizione di progetti intorno alle necessità di una realtà locale, che appaiono evidenti ai cittadini, ma non sono state ancora raccolte e tantomeno risolte;

  2. Adeguamento del Fondo Nazionale Sociale” per la diffusione dei servizi sociali e l’affermazione su tutto il territorio nazionale dei Livelli Essenziali di Assistenza, senza discriminazioni regionali e locali.

  3. Investimento sull’infanzia” con una maggiore promozione all’accesso agli asili nido e alla prescolarità per i bambini delle famiglie svantaggiate e donne sole. Legge nazionale sul diritto allo studio che garantisca a tutti gli studenti effettive uguali opportunità.

  4. Istituzione del reddito di dignità”, che metta finalmente al passo anche l’Italia con tutti gli altri Stati dell’Unione Europea, da cui abbiamo fino a oggi ignorato il richiamo. Si tratta non solo di superare lo “spezzatino” delle tante ma insufficienti, e a volte contraddittorie, misure assistenziali. Il significato del reddito di dignità è più ampio: unisce a un doveroso atto di giustizia sociale l’occasione di riconnettere le risorse individuali e familiari alle esigenze scoperte delle comunità locali, restituendo protagonismo e autorevolezza sociale alle persone che vivono una condizione di marginalità e rischiano la deriva dell’emarginazione e della completa deprivazione sociale.

  5. Spesa sociale fuori dal patto di stabilità”, proposta già avanzate dalle reti e campagne sociali in questi anni, è la condizione necessaria per mettere in condizione Comuni ed Enti Locali a investire nelle politiche sociali, ridurre le disuguaglianze, sostenere esperienze innovative e co-progettazioni.

29 Dicembre 2016 / by / in
La Consulta boccia la legge regionale: i diritti non comprimibili per bilancio

Garantire i diritti fondamentali è obbligo della Repubblica ed i vincoli imposti in questi anni dal pareggio di bilancio che ne limitano l’esigibilità una palese violazione Costituzionale. A stabilirlo la sentenza del 16 dicembre della Corte Costituzionale n.275/2016, in merito ad una controversia tra Regione Abruzzo e Provincia di Pescara sul servizio di trasporto scolastico per studenti disabili. La sentenza ha stabilito che le garanzie minime per rendere effettivo il diritto allo studio e all’educazione degli alunni disabili non possono essere condizionate da motivi di bilancio….

28 Dicembre 2016 / by / in