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Il governo e l’economia politica del declino

5 Febbraio 2019 Sezione: Economia e finanzaprimo piano

Dalla formazione del governo Lega-M5S l’Italia è in lieve recessione. La politica economica è senza una direzione, tra mediazioni al ribasso con i “poteri forti” e ricerca di consenso tra i “perdenti”. Il declino, tratto di un mix “lib-pop”.

I dati sull’economia resi noti dall’Istat aggiungono un tassello essenziale per capire la situazione italiana. È dal luglio 2018, dalla formazione del governo, che l’economia è in recessione: un lieve calo (-0,1 e -0,2% nei due ultimi trimestri del 2018) che però rovescia il lieve recupero avvenuto tra 2013 e 2017. Il grafico Istat qui accanto mostra che oggi siamo ancora del 5% sotto il livello in termini reali del Prodotto interno lordo (Pil) del 2008, prima della crisi: oltre un decennio di declino dell’economia italiana. Prima c’è stata la brusca caduta per la crisi finanziaria del 2008, nata negli Stati Uniti, poi nel 2011 la nuova crisi sud-europea legata all’emergenza debito pubblico. Da allora la ripresa è stata lentissima, fino alla nuova riduzione del Pil degli ultimi sei mesi.

Fonte: Istat, Statistiche flash, Stima preliminare del Pil, 31 gennaio 2019

Questo declino ha due cause principali. Quella strutturale è nel degrado della base produttiva del Paese, nella caduta del 20% degli investimenti e della produzione industriale nell’ultimo decennio, nei bassi livelli di ricerca e innovazione, che portano a produttività stagnante e bassi salari.

Quella politica è legata all’ideologia dell’austerità che ha segnato il processo d’integrazione europea e ha impedito – in particolare nei Paesi del Sud Europa – l’introduzione di misure espansive. Nel 2008 gli Stati Uniti hanno allargato massicciamente la spesa pubblica e avviato l’espansione monetaria, nota come quantitative easing; ora hanno un rapporto deficit pubblico/Pil vicino al 5%, ma una crescita del 3,5%. In Europa la reazione alla crisi del 2008 è stata opposta: restrizione monetaria e tagli di spesa; la seconda caduta del 2011 è stata il risultato dell’incapacità politica di dare stabilità all’area euro e affrontare la crisi della Grecia (relativamente piccola per dimensioni finanziarie). Il cambio di rotta di Mario Draghi (il ‘whatever it takes’ del luglio 2012) e la tardiva espansione monetaria hanno fermato la caduta, ma allargato la divergenza tra la modesta crescita di Germania ed economie satelliti, e il ristagno del sud Europa. Ora il rapporto deficit pubblico/Pil per i paesi europei è all’1%, ma il prezzo è stato un decennio perduto.

In Italia il peggioramento delle condizioni di vita è andato ben oltre il declino del Pil. Il reddito medio per abitante è ora ai livelli di vent’anni fa. Ma la media nasconde la crescita delle disuguaglianze. Il divario tra ricchi e poveri si è allargato: solo il 10% più ricco ha visto crescere i propri redditi; tra i lavoratori dipendenti, il 25% con i salari più bassi ha avuto un perdita del 20% dei salari reali; le disparità di ricchezza sono sempre maggiori, la distanza nei redditi tra nord e sud si è fatta insostenibile.

L’impoverimento e la paura di scivolare indietro sono alla radice del voto del marzo 2018 (esaminato in quest’articolo), ma l’agenda politica del governo Lega-Cinque Stelle non ha affrontato le cause del declino, ha piuttosto cavalcato le sue conseguenze. Ha tenuto fermo l’impianto liberista in economia, il ‘lasciar fare’ alle imprese, condito con una retorica populista (una politica ‘lib-pop’, analizzata qui).

Vediamo come si è mossa la politica economica. Il governo ha mantenuto in sostanza le politiche di austerità, con un deficit ‘contrattato’ con Bruxelles al 2,04% del Pil; gli effetti espansivi della spesa pubblica sono assai limitati, anche per l’aumento della spesa per interessi dovuto allo ‘spread’ sul debito pubblico.

Con l’economia in recessione i fattori che possono sostenere la crescita sono fermi. Il commercio mondiale è in rallentamento con le nuove ‘guerre commerciali’ aperte dagli Stati Uniti di Trump. Gli investimenti privati non si riprendono; con l’attuale mancanza di domanda e incertezza politica le imprese stanno a guardare e portano capitali all’estero. Gli investimenti pubblici sono stati tagliati da tutti i governi, quello Lega-Cinque Stelle compreso, peggiorando la domanda per le imprese, le infrastrutture, le condizioni di vita.

In quest’occasione, il taglio degli investimenti è servito a trovare le risorse per i due programmi prioritari di Lega e Cinque Stelle, Quota 100 sulle pensioni e Reddito di cittadinanza, due misure redistributive che intervengono su problemi reali del Paese – i danni della riforma Fornero sulle pensioni e l’assenza di un reddito minimo – ma con modalità confuse, che creano nuove disparità tra lavoratori vicini alla pensione e tra i cittadini in condizioni di povertà. Per di più, le notevoli risorse per queste misure non vengono da un aumento della tassazione dei più ricchi, ma da trasferimenti ‘orizzontali’ tra cittadini a medio reddito, e non riescono così ad avere effetti rilevanti sulla crescita.

Senza crescita, cadranno le entrate fiscali, e i conti del bilancio appena approvato dovranno essere rivisti a luglio: se non tornano, il governo ha già previsto tagli automatici per diversi miliardi, una nuova austerità che aggraverà la recessione. In più l’anno prossimo si dovranno trovare risorse per decine di miliardi per evitare gli aumenti automatici dell’Iva e misure di ‘salvaguardia’ concordate tra Bruxelles e Roma. Il bilancio appena approvato ha utilizzato tutti i margini per misure redistributive in vista delle elezioni europee di maggio 2019, ma al prezzo di serie prospettive di aggravamento della recessione.

La politica economica del governo appare così senza una direzione. Si annaspa nell’immediato, ipotecando il futuro. Non c’è un’idea di come far funzionare l’economia e di come uscire da un decennio di recessione. Se non quella – solita, e comune ai governi precedenti – di offrire alle imprese nuovi favori: fiscali (flat tax, minori controlli anti-evasione), sul costo del lavoro (la possibilità di versare alle imprese il reddito di cittadinanza dei nuovi assunti), normativi (de-regolamentazione di molte attività) e incentivi ‘orizzontali’ che trattano tutte le imprese allo stesso modo. Tra questi, resta lo sconto fiscale per le spese di ricerca e l’acquisto di macchinari, orientate soprattutto al progetto ‘Impresa 4.0’ che spinge le poche imprese già tecnologicamente avanzate a accelerare automazione e digitalizzazione, con effetti negativi su quantità e qualità del lavoro.

L’effetto immediato di tali misure è di sostenere i profitti delle imprese, riducendo in modo significativo le entrate della tassazione. Ma nel lungo periodo l’effetto è di mantenere immutata l’attuale struttura produttiva del paese, dando spazio a imprese piccole, poco produttive, a bassa tecnologia e con pochi investimenti, che possono sopravvivere solo grazie alla riduzione dei salari e al peggioramento delle condizioni di lavoro. L’esito è quello già visto: una diminuzione della produttività che alimenta il declino del paese. Si delinea così un “circolo vizioso” tra una struttura economica povera di conoscenze e tecnologie, una produttività stagnante con divari di innovazione e competitività rispetto all’Europa, la perdita di posti di lavoro e bassi salari. La precarizzazione del lavoro diventa un modo per adattarsi, con le imprese che usano lavoratori meno qualificati e peggio pagati per mantenere produzioni a basso costo.

Queste politiche – all’insegna di un liberismo d’imitazione – caratterizzano l’Italia da trent’anni e ne hanno tracciato la parabola. Si sono affidate al mercato, lasciandolo conquistare dalle grandi imprese straniere. Hanno favorito la finanza, senza avere un settore finanziario degno di questo nome. Hanno rinunciato al ruolo dello stato, senza avere imprese capaci di investire. L’illusione liberista e gli scossoni della crisi hanno ricostruito una rigida gerarchia tra le economie più forti – Cina compresa – facendo scivolare indietro l’Italia.

Quello che è nuovo oggi, in un contesto di maggiori difficoltà economiche, è che la politica del governo Lega-Cinque Stelle sembra smarrire qualunque disegno di sviluppo e ridursi ad amministrare la nuova fase del declino italiano. Se questo governo è uno dei risultati del lungo declino del paese, la sua politica ora ne accelera la traiettoria discendente. Da qui una politica economica fatta di mediazioni al ribasso con finanza, grandi imprese, poteri europei. E, dall’altro lato, di inseguimento del consenso tra i ‘perdenti’, dalle piccole imprese del nord a egemonia leghista, agli impoveriti del sud che sperano nei Cinque Stelle.

L’economia politica del declino diventa così il tratto distintivo del governo giallo-verde, un pericoloso miscuglio ‘lib-pop’, di liberismo e populismo, una rincorsa tra disagio economico, disgregazione sociale, degrado politico, che potrebbe portare l’Italia a un esito di destra estrema.

23 Febbraio 2019 / by / in ,
#Stand4Madalina: si attende la decisione del giudice sulla richiesta di sospensione del provvedimento.

Venerdì 15 febbraio decine di solidali, accademici, giornalisti, esponenti del mondo della cultura e del diritto si sono riuniti in piazza SS. Apostoli per recapitare al Prefetto Roberta Basilone le centinaia di firme raccolte nei giorni scorsi per chiedere il ritiro del provvedimento di allontanamento di 5 anni dall’Italia ai danni di Madalina Gavrilescu, attivista romena del Movimento per il Diritto all’Abitare, per ‘motivi non imperativi di pubblica sicurezza’. In particolare, a Madalina viene contestato di non essere persona ‘socialmente integrata’ a causa del suo attivismo nelle lotte sociali. Tale disposizione è stata fin da subito rigettata da Madalina e dal Movimento per il Diritto all’Abitare, che hanno da un lato inquadrato il ‘deterrente’ punitivo per i migranti e le migranti che si mobilitano nei percorsi di lotta, così come la violenta arbitrarietà di chi, sulla base di un provvedimento amministrativo, punta a criminalizzare e sradicare chi in Italia si batte per una vita degna. Un impegno che gli oltre 800 firmatari della petizione #Stand4Madalina, scritta e firmata da esponenti del mondo accademico e del diritto, hanno inquadrato e supportato appieno.

Una delegazione di firmatari della petizione, inclusa l’europarlamentare Eleonora Forenza, ha consegnato al delegato prefettizio la petizione corredata dalle firme, e reiterato la richiesta che il provvedimento venga ritirato. Dopo il colloquio si è tenuta una conferenza stampa dove varie voci, da NUDM a esponenti di associazioni e reti sociali, si sono alternate a sostegno di Madalina e della sua lotta per restare in Italia. Le testimonianze di Giuristi Democratici e a Buon Diritto hanno sottolineato l‘arbitrarietà e la pericolosità della nozione di ‘integrazione sociale’ che emerge da un simile provvedimento, ribadendo che l’impegno sociale e la passione civile di Madalina siano un elemento da premiare e valorizzare nel contesto di una società meticcia che chiede diritti e uguaglianza.
La piazza di ieri ha anche ribadito la solidarietà a Gordana Sulejmanovic, rom bosniaca attualmente detenuta al CIE di Ponte Galeria, soggetta a decreto di espulsione per aver lottato contro lo sgombero senza soluzioni del Camping River.

Scaduti ieri i 30 giorni entro i quali, secondo quanto stabilito dal decreto prefettizio, Madalina avrebbe dovuto allontanarsi ‘volontariamente’ dall’Italia, si attende adesso la decisione del giudice del tribunale civile sulla richiesta di sospensione del provvedimento depositata insieme al ricorso. Sebbene sulla base dell’ex art. 22 del Dlgs 30/2007, il provvedimento prefettizio dovrebbe considerarsi sospeso finché il giudice competente non si pronuncerà sulla richiesta di sospensiva, manteniamo alta l’attenzione intorno a Madalina ribadendo la richiesta al Prefetto di Roma di ritirare unilateralmente un provvedimento violento e ingiusto, che intendiamo combattere con ogni mezzo necessario, sia legale che di lotta.

23 Febbraio 2019 / by / in
Se il turismo senza regole aumenta le diseguaglianze

Titina è un’abitante storica del centro di Napoli. Ha 76 anni, cammina appoggiandosi a una stampella e percepisce la pensione minima. Vive insieme alla figlia, casalinga, al genero e a due nipoti. Stanno tutti insieme, in un bilocale in un vicolo nel cuore del centro storico. Marianna invece ha 30 anni, è una brillante ricercatrice e vive in affitto a piazzetta Nilo. Per i giovani che fanno un dottorato di ricerca la vita è dura, perché le borse di studio italiane sono tra le più basse in Europa, così lei arrotonda facendo lezioni private di latino e greco. 

Fino a qualche anno fa erano tante le persone che vivevano nel centro pur non avendo un reddito elevato: gli affitti e il costo della vita erano accessibili a tutti. Poi è arrivato il turismo. Inizialmente è sembrata una manna dal cielo: non è sembrato vero ai napoletani che la città passasse dall’immagine dipinta sui giornali di tutto il mondo con le tinte nere dell’emergenza rifiuti ad un’immagine di una Napoli sfavillante e piena di turisti. Ma il sogno ad occhi aperti nel giro di pochi anni si è trasformato in un incubo. I proprietari hanno iniziato, uno dopo l’altro, a sfrattare gli inquilini per investire nella nuova corsa all’oro: le case vacanze. Un appartamento che prima poteva rendere – come quello di Titina – al massimo 600 euro al mese oggi può essere affittato ai turisti anche a 50 euro a notte. 

La famiglia di Titina aveva pagato regolarmente il canone d’affitto per 15 anni, ma durante il boom del turismo era stata costretta a non pagare per quasi un anno. Il genero, che ha ricominciato da poco a lavorare, aveva subito un brutto incidente sul lavoro. La famiglia aveva provato ad accedere al fondo di “morosità incolpevole” (un fondo statale messo a disposizione dei Comuni in emergenza abitativa proprio per i casi come quello di Titina), mail proprietario aveva risposto con un secco rifiuto: girava voce nel quartiere che anche lui avesse intenzione di trasformare l’appartamento di Titina in una casa vacanze.

Marianna, invece, aveva sempre pagato regolarmente l’affitto. Eppure il proprietario le ha intimato di andar via prima della scadenza del contratto: il suo monolocale doveva essere ristrutturato e trasformato in una casa vacanze. Marianna ha protestato, ma per tutta risposta il proprietario le ha staccato il gas.

In entrambi i casi trovare una nuova casa si è rivelata un’operazione disperata. Una fetta enorme di appartamenti, infatti, negli ultimi anni sono scomparsi dal mercato residenziale per ri-materializzarsi sotto forma di case vacanze su Airbnb e Booking, spesso esentasse. A gennaio a Napoli risultano 7.169 annunci sul portale Airbnb, concentrati soprattutto nel perimetro Unesco, all’interno di un’area che misura circa 10km2. Il 59,3% di questi annunci non si riferisce a stanze singole ma ad interi appartamenti. Migliaia di case sottratte all’abitare e trasformate in strutture ricettive. L’effetto sul mercato immobiliare non ha tardato a farsi sentire: secondo l’agenzia Tecnocasa, le transazioni immobiliari ad uso investimento sono cresciute del 41% negli ultimi quattro anni. A sua volta la proliferazione delle case vacanze ha prodotto una crescita degli affitti dei pochi immobili rimasti sul mercato residenziale: Idealista ha stimato che nell’ultimo anno a Napoli le pigioni sono aumentate dell’8,6%, mentre il tasso di disoccupazione resta altissimo. Il lavoro prodotto dal turismo, infatti, spesso è a nero e la crescita del costo della vita non è minimamente proporzionale a quella dei salari. Eppure la forza della narrazione di Airbnb è proprio quella di far apparire la sharing economy come un sistema in cui tutti si arricchiscono senza alcun bisogno di regole. A guardare i dati, invece, si scopre che i pochi che usano il portale per affittare la propria stanza in modo da integrare un reddito scarso sono una minoranza. Una moltitudine di proprietari – multiproprietari, agenzie e società private – rappresentano la vera fonte di guadagno per il portale, la cui sede è in un paradiso fiscale. Airbnb protegge i propri utenti non fornendo alcun dato né ai Comuni né agli enti preposti ai controlli: così molti gestiscono una vera e propria attività d’impresa evadendo il fisco, ben protetti dalla privacy.

Dopo mesi di ricerca Marianna al momento vive senza gas. Dopo due anni, invece, Titina e i suoi familiari hanno trovato una nuova casa grazie al passaparola innescato dal nodo napoletano della rete SET. In quest’ultimo anno SET, insieme alla rete Magnammece ‘o pesone che da anni è impegnata sul fronte dell’emergenza abitativa, ha organizzato vari picchetti antisfratto consentendo alla famiglia di Titina di avere il tempo di trovare una sistemazione dignitosa. 

SET (Sud Europa di fronte alla Turistificazione) è una rete europea di associazioni e collettivi di alcune delle città del Sud Europa che in questi anni sono state travolte dall’ondata turistica – tra cui Venezia, Valencia, Siviglia, Palma, Pamplona, Lisbona, Malta, Malaga, Madrid, Barcellona. Nata in sinergia con la mobilitazione di diverse città iberiche, la rete SET – si legge in un comunicato stampa – intende “promuovere a livello internazionale una riflessione critica sulla turistificazione e un coordinamento di analisi e pratiche alternative”. Sebbene l’industria turistica, infatti, non si manifesti con le sembianze fisiche della fabbrica, il suo impatto sul territorio non è meno significativo. Se i centri urbani diventano terreno per la monocultura turistica, gli abitanti, espulsi a causa del rialzo dei prezzi e della sottrazione dal mercato residenziale di un numero di immobili sempre più elevato, si riverseranno nelle periferie in cui si assisterà ad un ulteriore rialzo dei prezzi. Un effetto a catena le cui vittime sono, come sempre, gli ultimi: chi non ha una casa di proprietà, chi lavora a nero, chi ha un basso reddito. Le conseguenze della crescita incontrollata del turismo sono già visibili a Venezia: nel centro della città, ormai spopolato e turistificato, l’amministrazione ha imposto un biglietto d’ingresso ai turisti, mentre nella periferia di Mestre si prospetta la costruzione di nuovi alberghi. Negli ultimi anni il “capitalismo di piattaforma”, cioè la nascita di portali come Airbnb e Booking, ha imposto una nuova accelerazione al processo di turistificazione delle città. L’Italia è il terzo mercato mondiale per la piattaforma Airbnb e il 73% degli alloggi italiani attualmente disponibili sono interi appartamenti. Tra il 2014 e il 2015 le abitazioni private utilizzate per locazioni turistiche temporanee hanno avuto un incremento del 553%. Questi dati sono destinanti a crescere di pari passo con l’incremento del flusso turistico mondiale che la UNTWO (World Tourism Organization delle Nazioni Unite) stima in crescita dell’80% entro il 2030. 

Il turismo è un’industria e come ogni industria ha bisogno di essere regolata, tutelando gli abitanti delle città su cui essa insiste. Delocalizzare i flussi turistici, come pure in Italia stanno proponendo (nel migliore dei casi ingenuamente) alcune amministrazioni “volenterose”, non risolve il problema ma lo moltiplica, perché i flussi sono destinati a crescere in modo indipendente e a investire sempre nuovi quartieri. SET sta lottando perché le amministrazioni si adoperino affinché le città restino uno spazio di democrazia sociale e non si trasformino in “città vacanze” senza abitanti. Le istituzioni italiane, a partire dalle amministrazioni comunali, devono trovare il coraggio di convocare le piattaforme turistiche e di porre ad esse dei limiti come hanno già fatto i comuni di Londra e Amsterdam, dove la piattaforma Airbnb ha il divieto di pubblicare annunci privati riguardanti interi appartamenti per un periodo superiore a tre mesi all’anno. Anche le amministrazioni italiane devono agire in tempo perché la casa resti un bene primario, un diritto per tutti e tutte, e perché il turismo senza regole non si trasformi in nuovo, infernale strumento di diseguaglianza sociale.

SET – Sud Europa difronte alla Turistificazione

16 Febbraio 2019 / by / in
#stand4Madalina_ 15/2 ore 11 assemblea pubblica e conferenza stampa a SS. Apostoli: il Prefetto ritiri il provvedimento di espulsione!

Ormai un mese fa, Madalina Gavrilescu, cittadina rumena abitante a Roma da dieci anni, ha ricevuto un decreto di allontanamento dall’Italia entro 30 giorni, e della durata di cinque anni, per motivi ‘non imperativi di pubblica sicurezza’ che dimostrerebbero la sua mancanza di integrazione sociale. La sua colpa? Essere una donna, migrante e rom, e attivista del Movimento per il Diritto all’Abitare, impegnata in prima linea nella lotta contro sfratti e sgomberi, nei picchetti a sostegno dei lavoratori e delle lavoratrici, nelle lotte antirazziste, nonché nella costruzione di spazi autogestiti per la collettività, come la ludoteca e il teatro Caos dell’occupazione abitativa di Casal Boccone.

In queste settimane, sono state molteplici le attestazioni di solidarietà ricevute da Madalina, che nel frattempo ha continuato a portare la propria voce e la propria storia dentro le piazze e le assemblee, da ultima quella degli Indivisibili a Macerata.

In particolare, la petizione #stand4Madalina ha raccolto in pochi giorni oltre 700 firme provenienti non solo dall’Italia, ma dalla Romania e varie parti d’Europa e del mondo. L’appello, lanciato da esponenti del mondo accademico e del diritto, ha contestato l’idea di integrazione che emerge da un tale provvedimento. Integrazione come sudditanza, sfruttamento, rinuncia a lottare per i propri diritti e la propria dignità. Anziché essere riconosciuti con segni incontrovertibili di ‘integrazione’ e cittadinanza attiva (come peraltro la giurisprudenza e le convenzioni internazionali indicherebbero), l’impegno politico e la passione civile di Madalina diventano indicatori di mancata integrazione e pericolosità sociale. Un’impostazione violenta e discriminatoria, veicolata peraltro attraverso strumenti amministrativi, ancora una volta utilizzati con grande discrezionalità per sanzionare e silenziare la libertà di movimento e il dissenso nel loro senso più ampio.

Nonostante il dibattito pubblico che ha innescato, il 15 febbraio scadranno i trenta giorni prescritti dal provvedimento per l’allontanamento ‘volontario’ di Madalina dal suolo italiano. In attesa di sapere quali esiti produrrà il ricorso legale, venerdì 15 febbraio alle ore 11 ci ritroveremo a piazza SS. Apostoli, di fronte alla Prefettura di Roma, per una assemblea pubblica e conferenza stampa con i firmatari della petizione. Ancora una volta, chiederemo al Prefetto Basilone di ritornare sulla propria decisione e di ritirare immediatamente il provvedimento contro Madalina.


#Stand4Madalina _ 15/02 public assembly and press statement: we demand the Prefect to immediately withdraw the estrangement order!

One month ago Madalina Gavrilescu, Romanian citizen who has been living in Rome for over 10 years, was notified an order of estrangement from Italy within 30 days, and effective for five years, because of ‘non imperative public security reasons’ which would confirm her lack of social integration. But what is her actual guilt? Being a migrant, Roma woman, activist within the Housing Rights Movements, who has been in the front line of the struggle against evictions and foreclosures, in the pickets supporting exploited workers, in antiracist struggles, as well as in the construction of self-managed spaces of collective utility, such as the game room and the ‘Caos’ theatre in the Casalboccone housing squat where she lives. Within these weeks, an overwhelming amount of solidarity poured on Madalina, who didn’t back down from telling her story and being vocal in public demonstrations and assemblies, last one of those the ‘Indivisibili’ one in Macerata.

In particular, the petition #stand4Madalina gathered over 700 signatures in a few days from Europe and different parts of the world, besides Italy. The call for signatures was launched by members of the academia and the law word; its goal was to contest the idea of integration underpinning the decree against Madalina. There, integration was understood as subjection, exploitation, and waiver to struggle for one’s rights and dignity. Instead of being recognised as irrefutable signs of ‘integration’ and active citizenship (as rule of law and international treaties would by the way suggest), Madalina’s political engagement and civic passion became indicators of lacking integration and social perilousness. This is a violent and discriminatory scaffolding, which is delivered through administrative tools, which are one again mobilised with great arbitrariness in order to sanction, and silence, freedom of movement and dissent in their wider understanding.

Regardless the public debate it triggered, Friday 15th February is still the deadline for Madalina’s ‘voluntary’ estrangement from Italy, as the order prescribes. While waiting for the outcomes of the legal actions against it, on Friday 15th February we will gather in piazza Ss. Apostoli (Rome), in front of the Prefect’s headquarters, for a public assembly and press statement together with the subscribers of the petition. Once again, we demand to the Prefect Basilone to rethink her decision and to withdraw the estrangement order against Madalina, effective immediately.

15 Febbraio 2019 / by / in
Massimo sarà liberato a giorni ma giustizia non è fatta!

RIMAFLOW VIVRÀ, PERCHÉ L’AUTOGESTIONE NON SI ARRESTA!

Dopo 6 mesi e mezzo di detenzione preventiva con l’accusa infamante di associazione a delinquere finalizzata allo smaltimento illecito di rifiuti, Massimo Lettieri, presidente della Cooperativa RiMaflow in autogestione, con ogni probabilità tornerà libero a giorni (il giudice non ha emesso il provvedimento oggi): sarà una gioia immensa per tutte e tutti noi! Gioia che avremmo voluto provare oggi stesso!!

Ma giustizia non è fatta, è invece prevalso il ricatto. Non è stato possibile infatti celebrare un giusto processo per dimostrare l’estraneità al reato associativo, accettando la condanna – come avremmo voluto – per i reati invece rivendicati, derivanti tutti di fatto dall’occupazione della fabbrica (mancate autorizzazioni, ecc.). Avendo tutti gli imputati patteggiato, non c’erano le condizioni per fare il processo da soli: anni di dibattimenti e costi legali impossibili da sostenere, con l’aggravante di non poter neppure beneficiare degli sconti di pena disposti dal PM. I poveri, anche quando hanno ragione, possono solo stare in galera!Massimo dovrà quindi scontare due anni in affidamento ai servizi sociali. Si tratta della pena più bassa tra tutti gli imputati, tuttavia per noi questa non è giustizia, è comunque un’infamia!

Come non solo noi ben sappiamo, Massimo paga per scelte che tutti e tutte noi di RiMaflow abbiamo deciso insieme per dare un lavoro e un reddito a chi è stato licenziato e che tra noi non ci sono delinquenti, ma persone – come Massimo – con grande coraggio e grande, grandissima dignità! Nessuno si può permettere di dire il contrario, come dimostrano le migliaia di testimonianze di solidarietà raccolte in Italia e nel mondo. Questa è la verità che il tribunale non consente di dimostrare e che conferma che la legalità senza giustizia sociale è una parola totalmente vuota. Il modo migliore di reagire a questa situazione è quello di continuare a far vivere RiMaflow con Massimo a lavorare da subito con noi!!

Non sappiamo ancora a quanto ammonteranno le sanzioni e le spese processuali a cui dovremo far fronte come Cooperativa, a cui sono stati sequestrati i beni (Iban per donazioni:
IT79D 083 8633 9100 00000 470387 int. a Associazione Fuorimercato, causale RiMaflow vivrà).

A giorni ricostituiamo RiMaflow 2 e ci attrezziamo per il riavvio di tutte le attività produttive con l’allestimento del nuovo sito per dare lavoro alle oltre 100 persone che se l’erano ricostruito.

Il mutualismo e l’autogestione non si arrestano!!

DOMENICA 3 MARZO A RIMAFLOW, FESTA DEL
6° ANNIVERSARIO, SAVE THE DATE!!

Massimo presto libero! RiMaflow E’ viva!

RiMaflow
Fuorimercato, autogestione in movimento

www.rimaflow.it
www.fuormercato.com

12 Febbraio 2019 / by / in ,
Il reddito di cittadinanza è un’altra cosa!

Lo diciamo subito: il reddito di cittadinanza è un’altra cosa. Il provvedimento varato dal governo sul reddito di cittadinanza non abolisce la povertà, come incautamente annunciato al balcone dai ministri del governo, e non introduce un vero regime di reddito di cittadinanza come definito dalle risoluzioni europee, dalla CE e da studi e ricerche scientifiche. E non riprende nemmeno la proposta avanzata nel 2013 da centinaia di realtà sociali, decine di migliaia di cittadini e istituzioni locali attraverso la campagna per il “reddito di dignità”, sottoscritta e promossa anche dai 91 deputati e 35 senatori del M5S nella scorsa legislatura. Tanta confusione e tanta propaganda non eludono un problema con il quale continueremo a lungo a fare i conti se il livello di semplificazione e ambiguità del governo rimane questo. Così come si fa fatica a spiegare ad un terzo della popolazione a rischio esclusione ed a quei nove milioni e mezzo di residenti in povertà relativa che avrebbero il diritto di beneficiare del Rdc, che l’opposizione al governo non ritiene questo istituto importante per contrastare la crisi e restituire loro dignità e libertà. Un’opposizione che rimane ancorata a visioni politiche regressive e conservatrici dopo aver avuto il demerito storico di eludere e ignorare per anni le richieste di introdurre anche in Italia una forma di Rdc e di non aver ascoltato le reti sociali ed i cittadini organizzati.

Il Rdc introdotto dal governo è un’altra cosa rispetto a quello che ovunque nel mondo viene inteso come reddito di cittadinanza o reddito minimo garantito: ne mortifica il senso e ne tradisce le finalità. Per verificarlo basta mettere a confronto le caratteristiche ed i principi del cosiddetto Rdc del governo con quelli definiti indispensabili da alcuni schemi di reddito minimo garantito già vigenti in diversi paesi europei. Ne elenchiamo alcuni: 1) l’individualità della misura; 2) la non vessazione del beneficiario attraverso stringenti contropartite e forme di condizionamento; 3) l’accessibilità per tutti coloro che vivono sotto una certa soglia economica non inferiore al 60% del reddito mediano del paese di riferimento; 4) la residenza e non la cittadinanza; 5) il diritto a servizi di qualità oltre il beneficio economico; 6) la durata e l’ammontare del beneficio; 7) la non contrapposizione del Rdc, dell’integrazione sociale e della garanzia ad una vita dignitosa con l’obbligo all’integrazione lavorativa, così come previsto dalla risoluzione europea dell’8 aprile 2009 in cui si afferma che “il coinvolgimento attivo non deve sostituirsi all’inclusione sociale e chiunque deve poter disporre di un Rdc e di servizi sociali di qualità a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro”; 8) la necessità di incentivare la libertà della scelta lavorativa come misura di contrasto dell’esclusione sociale e della ricattabilità dei soggetti in difficoltà, così da garantire la “congruità dell’offerta di lavoro” e non “l’obbligatorietà del lavoro purché sia”; 9) la necessità di rafforzare i servizi ed il sistema dei centri per l’impiego pubblici.

Su ciascuno di questi principi e caratteristiche che definiscono e rendono efficace un Rdc il governo fa l’opposto o fa molto poco: 1) la misura del governo è familiare e non individuale; 2) sono state costruite norme e dispositivi sanzionatori che colpevolizzano e stigmatizzano i beneficiari trattandoli come colpevoli e come probabili approfittatori, arrivando ad ipotizzare pene sino a 6 anni di carcere; 3) la misura stabilisce una soglia di accesso che interviene solo sulla povertà assoluta – circa 4.340.000 sui 5 milioni complessivi- e non su tutti e 9,3 milioni che vivono al di sotto di una certa soglia economica – la platea di beneficiari è meno del 50% degli aventi diritto-, e non individua interventi specifici come quelli volti all’affermazione dell’autonomia sociale dei soggetti beneficiari compresi coloro che sono in formazione, così da garantire il diritto allo studio e per contrastare la dispersione scolastica ed universitaria che nel nostro paese è tra le più alte d’Europa; 4) i beneficiari non sono tutti i residenti in povertà relativa ma solo i cittadini italiani in povertà assoluta (non tutti) ed una parte di coloro che sono nel nostro paese da oltre 10 anni; 5) manca del tutto una offerta di servizi sociali di qualità e non vi è traccia di una riforma del sistema di welfare che vada nella direzione necessaria a costruire un sistema integrato tra l’erogazione del beneficio economico e le altre misure di welfare sociale, così da definire un ventaglio di interventi mirati e diversificati a seconda della necessità delle persone; 6) il beneficio non è garantito “fino al miglioramento delle propria condizione economica”, così da non permettere che si rimanga senza alcun sostegno economico, ma viene stoppato dopo 12/18 mesi con la possibilità di ripartire in futuro; sull’ammontare del beneficio se calcoliamo che per il 2019 la cifra messa a disposizione è di 6,11 miliardi di euro, per poi salire a 7,77 nel 2020 e a 8,02 nel 2021, l’obiettivo dichiarato di portare tutti coloro che hanno un reddito inferiore alla soglia di 780 euro mensili, come prevedono i principi europei, appare impossibile da raggiungere: facendo dei calcoli la cifra media che spetta mensilmente a livello familiare sarebbe di 472 euro, a livello individuale di 156 euro al mese; 7) la misura introdotta dal governo è fortemente legata a sistemi di workfare e non di welfare, incentivando assunzioni sotto-qualificate a costi ridotti per le imprese, dando la possibilità ai datori di lavoro di ricevere sgravi contributi se assumono un lavoratore che percepisce il Rdc e non lo licenziano nei primi 24 mesi, tranne che per giusta causa; 8) la misura del governo prevede una fortissima condizionalità nei parametri che definiscono un’offerta “congrua”, imponendo così di fatto al beneficiario di accettare qualunque offerta venga proposta anche a grandi distanze dalla propria residenza, pena la perdita del Rdc; 9) la riforma ed il rafforzamento dei servizi e dei centri per l’impiego è ancora in alto mare ed è sottofinanziata. A questo aggiungiamo un’altra considerazione: si poteva e si doveva finanziare il Rdc attraverso la fiscalità generale e non in deficit. Il governo lo sa bene ma ha preferito dare priorità ad altro, e costruire la narrazione del nemico europeo per dirci che se non avremo il reddito è per colpa dell’Europa che non vuole farci fare un po’ di deficit per il bene degli italiani. Il problema è che a dirlo sono le stesse forze politiche che sostengono politiche di austerità, un fisco regressivo, i tagli alle politiche sociali ed ai Comuni: tutte scelte che determinano l’aumento di disuguaglianze e povertà. Questa spregiudicata e cinica incoerenza alimenta una discussione avvelenata e superficiale che ci allontana dai motivi e dalle ragioni per cui è necessario introdurre un nuovo diritto economico.

Vale la pena riaffermare quale sia la finalità dell’istituto del Rdc per rafforzare la consapevolezza dei cittadini e rimettere la discussione con il governo e le forze politiche sui giusti binari. Secondo quanto stabilito dalle Risoluzioni Europee, a partire dal 1992, e dalla CE, attraverso i Pilastri Sociali Europei, il Rdc o rmg serve a garantire la dignità della persona. Il Rdc va considerato per alcuni come uno strumento di valorizzazione ed autonomia di scelta, per altri come misura di reinserimento sociale e per altri ancora per attivare forme di promozione dell’occupazione. I regimi di Rdc o rdm sono innanzitutto strumento di libertà. Una libertà che evidentemente ci è stata tolta a causa di una crisi che produce ingiustizie ed esclusione sociale da oltre 10 anni e che ha generato il più grande aumento di disuguaglianze e povertà mai visto dopo la seconda guerra mondiale. Uno strumento, dunque, da intendere anche come necessario a ridistribuire una piccola parte della ricchezza sequestrata dalle elite economiche e finanziare grazie a politiche economiche che continuano a far pagare la crisi a ceti medi e ceti popolari. I numeri lo confermano: la povertà in Italia è triplicata così come sono triplicati i miliardari. Peccato che questi ultimi sono 112 e gli impoveriti più di 5 milioni. La gigantesca sproporzione racconta il furto di diritti, speranze e democrazia fatto dalle elite in questi anni, sostenute su ogni provvedimento legato all’austerità, ai tagli al sociale, alle privatizzazioni, ai salvataggi bancari, ad una fiscalità regressiva, alle ingiustizie ambientali che producono maggiori disuguaglianze sociali, proprio da quelle stesse forze politiche che oggi dicono di avversarle e strillano “prima gli italiani”. Sono queste misure che hanno determinato il contesto nel quale il provvedimento del governo si inserisce. Ed è un contesto che non sarà minimamente scalfito dall’introduzione del Rdc. E non solo perché non siamo dinanzi a quella rivoluzione annunciata per aver approvato un sussidio di povertà, non certo un vero Rdc, ma perché il resto delle misure messe in campo allargherà la distanza tra ricchi e poveri, renderà più precario il lavoro, più forte lo sfruttamento e la ricattabilità, intensificherà la guerra tra poveri scatenata scientificamente dalla violenza del linguaggio e delle misure messe in campo proprio da questo governo. Il provvedimento varato dal governo è coerente con la cultura politica manifestata da Lega e M5S: attraverso una misura spot si pone come obiettivo il controllo ed il governo dei poveri e la loro occupabilità nei confronti delle imprese. Il governo continua a distrarre l’opinione pubblica dalle cause della crisi, dalle responsabilità delle scelte politiche fatte, dalle alternative possibili in campo, spostando la colpa del peggioramento delle condizioni di vita del paese sugli impoveriti, sui migranti e su presunti nemici internazionali. Un governo forte con i deboli e debole con i forti, continuamente in campagna elettorale alla ricerca di consenso con ogni mezzo (o divisa).

A tutto questo abbiamo il dovere, il diritto e la responsabilità di ribellarci, continuando ad organizzarci, rafforzando le nostre alleanze su proposte concrete in grado di sconfiggere disuguaglianze ed esclusione sociale, raccontando la verità anche quando è scomoda. Dobbiamo ricordare innanzitutto a noi stessi che l’unico obbligo previsto dalla Repubblica per noi cittadini è all’art.2, ed è quello alla Solidarietà. Mentre per il governo l’obbligo previsto è all’art3, e consiste nel lavorare per rimuovere gli ostacoli che limitano libertà ed uguaglianza impedendo lo sviluppo e la partecipazione di tutti alla vita del paese. In gioco non c’è una misura di sostegno al reddito, ma il diritto all’esistenza di tutti e tutte.

8 Febbraio 2019 / by / in , ,
Sui beni comuni la bussola resta la Commissione Rodotà

Di Gaetano Azzariti – Il Manifesto 7 febbraio 2019

Si addensano nubi a sinistra anche sul tema dei beni comuni. Una delle categorie giuridiche innovative. È in nome dei beni comuni, infatti, che si sono sviluppate lotte che hanno permesso di contrastare le politiche più filo-liberiste dei governi dell’ultimo decennio.

Basta ricordare come, dopo la “Commissione Rodotà”, nel 2011, un referendum vittorioso pose al centro del dibattito la questione della necessità di preservare alcuni beni e garantirne l’uso al di fuori delle logiche di mercato e di profitto. L’acqua-bene comune non fu solo uno slogan, ma un modo per cercare di affermare un uso delle risorse al fine essenziale di garantire diritti fondamentali delle persone. Fu aperto un grande laboratorio per l’innovazione culturale, ma anche una faticosa battaglia politica.

Le difficoltà si manifestarono subito: due mesi dopo i referendum un decreto legge tentò di ripristinare le stesse norme appena cancellate dal corpo elettorale, e solo un provvidenziale intervento della Consulta permise di lasciare aperta la partita. Da allora un disegno di legge sui servizi pubblici idrici giace in Parlamento, in attesa di essere approvato.

Ma quel che più rattrista è che lo scontro ha ormai investito gli stessi fautori del cambiamento, dividendo proprio quei soggetti critici che dovrebbero esprimere la massima attenzione per l’istituzionalizzazione di beni extra-commercium posti al servizio dei diritti fondamentali delle persone. Alcune diversità – in realtà – avevano avuto modo di manifestarsi da tempo.

La seconda Commissione Rodotà, che nel 2013 attraversò l’Italia partendo dal Teatro Valle Occupato, si concluse con un nulla di fatto, registrando sensibilità differenti (il lettore del manifesto ricorderà articoli polemici molto espliciti, scritti dai protagonisti di quella esperienza). C’era, però, almeno una sensazione comune tra i partecipanti: si stava marciando tutti verso una medesima direzione. La lotta al neoliberismo dominante si accompagnava alla consapevolezza della difficoltà di elaborare un nuovo paradigma generale.

Oggi invece assistiamo alla diaspora e alla perdita della visione in comune. Si è passati, in sostanza, da un confronto dialettico aperto, per molti aspetti assai proficuo, alla unilateralità delle diverse posizioni. Facendo fare enormi passi indietro alla definizione di una categoria di beni che “esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona”.

Così alcuni immaginano che i beni comuni (il cui impianto culturale si rivelerebbe addirittura “succube al paradigma liberista”) possano rappresentare un cavallo di troia per la svendita del patrimonio e degli spazi pubblici; altri enfatizzano i rischi legati ad una supposta burocratizzazione e i vincoli prodotti dai criteri contabili internazionali che l’istituzione dei beni comuni deve contemplare; altri ancora, all’opposto, collegano forzatamente la lotta per i “beni comuni” ad ulteriori finalità politiche, in particolare immaginando un’indeterminata ed ossimorica “istituzione costituente a diritto invariato”; in diversi, infine, si preoccupano del rischio di uno stravolgimento dei principi e criteri direttivi che potrebbe compiere questo governo una volta che fosse investito del potere delegato. Tutti convinti sostenitori delle proprie verità assolute.

Ed invece dovremmo ritrovare un terreno di dialogo. Tutti con maggiore umiltà, consapevoli che i beni comuni rappresentano una sfida che può essere raccolta solo se riusciremmo a proporre una rivoluzione antropologica, prima ancora che politica o culturale. Una lunga marcia per affermare una nuova concezione del diritto che ponga alcuni beni al servizio dei diritti fondamentali delle persone. Proprio quella rivoluzione già scritta, ma non ancora realizzata, nell’articolo 2 della nostra costituzione.

È entro questa comune visione complessiva che possono trovare ascolto le diverse questioni che oggi agitano il dibattito e che – a ben vedere – sono sempre state parte del dialogo sui beni comuni. Da sempre ci si è domandati se l’attribuzione al demanio necessario garantisca a sufficienza questo genere di beni ovvero se è possibile anche una titolarità, non tanto a privati, quanto a comunità d’utenti a cui possono essere trasferiti servizi pubblici generali ai sensi dell’articolo 43 della costituzione; è giusto interrogarsi sulla collocazione dei beni comuni nella tensione mai risolta tra Stato comunità e Stato persona giuridica; dovremmo anche immaginare nuovi strumenti giuridici per favorire la partecipazione popolare, magari senza farsi troppe illusioni sulle virtù dell’azionariato popolare.

L’estensione della categoria ha rappresentato il vero punto dolente del dibattito sin qui sviluppato: tra i “minimalisti” (acqua, foreste e poco più) e “massimalisti” (gran parte dei diritti civili e sociali, dei beni urbani e culturali, dei beni materiali e proprietari) si rischia di perdere il fondamento costituzionale che rappresenta l’unico possibile ancoraggio per dare seguito alla “ragionevole follia” dei beni comuni.

Ci si dovrebbe sedere attorno ad un tavolo per riflettere e poi riprendere la faticosa marcia verso una nuova definizione dei beni al servizio dei diritti fondamentali. Invece, negli ultimi tempi si assiste allo spettacolo della delegittimazione reciproca. Da questo gioco al massacro ne usciremmo tutti malconci. Più divisi e soli di prima.

Un invito alla responsabilità comune e una preghiera: non dissipiamo inutilmente la lezione di Stefano Rodotà – il padre riconosciuto dei beni comuni – il quale ci ha indicato una rotta, sta a noi percorrerla. Un lascito di cui nessuno può ritenersi unico interprete, ma che tutti rischiamo di perdere.

8 Febbraio 2019 / by / in
La reale platea del reddito di cittadinanza

Nel corso dell’audizione al Senato sul cosiddetto decretone reddito-pensioni, il provvedimento che include il Reddito di Cittadinanza, Tito Boeri, presidente dell’Inps, ha ricordato come la platea dei possibili beneficiari del reddito di cittadinanza potrebbe essere molto inferiore alle stime iniziali del governo. Luigi Di Maio aveva parlato di 5 milioni quando, in realtà, la misura coinvolgerebbe  soltanto una platea di 1,2 milioni di nuclei e 2,4 milioni di persone. Il 50% dei nuclei sarebbero senza redditi e comunque senza redditi da lavoro “tra i quali si celano anche gli evasori e i sommersi totali”, sottolinea Boeri. 

I calcoli sono semplici: nove milioni di persone che versano in uno stato di povertà relativa, un terzo della popolazione a rischio di esclusione sociale, e milioni di persone  in uno stato di povertà assoluta saranno tenuti fuori dalla misura di reddito così come pensata. 

Molto lontano dalle promesse iniziali, il Reddito di Cittadinanza non rispecchia nemmeno quanto stabilito dalle risoluzioni europee a partire dal 1992 e dai Pilastri Sociali Europei.  Mentre il governo gialloverde annuncia il portale del sussidio alla povertà (uno sfondo blu e un sottotitolo “Una rivoluzione per il mondo del lavoro”), continuano ad essere molte le perplessità oggettive. Non solo secondo Boeri, che elenca, tra gli altri effetti negativi, anche il rischio che la misura si trasformi in un disincentivo al lavoro, ma anche secondo il CENSIS che, in una indagine sul welfare aziendale elaborata con Eudaimon, nota come negli ultimi dieci anni  (2007-2017) il numero di occupati nel Paese è diminuito dello 0,3% e, chi lavora, lavora sempre di più. Un paradosso italiano che conferma come il cosiddetto Reddito di Cittadinanza non solo non abolirà la povertà ma non garantirà nemmeno delle politiche occupazionali con una visione politica di ampio respiro.  

6 Febbraio 2019 / by / in ,
#Stand4Madalina: appello alla mobilitazione #dajeMada #Indivisibili

Il 15 gennaio scorso, Madalina, attivista rumena del Movimento per il Diritto all’Abitare, ha ricevuto un provvedimento di allontanamento dal suolo italiano entro 30 giorni, e per la durata di 5 anni, firmato dal Prefetto di Roma. La motivazione sarebbe la sua mancata integrazione sociale, a propria volta comprovata da notizie di reato relative al suo impegno nel movimento. Attorno a Madalina si è creato un vero e proprio cordone di solidarietà che sta smentendo le tesi del provvedimento, mobilitando i mondi e le realtà più disparate, in Italia ma non solo. Vari comunicati (di cui uno degli attivisti rom per l’abitare di Bucarest), una petizione di solidarietà sottoscritta da centinaia di accademici e giornalisti, condivisioni social, interviste e inviti nelle piazza hanno unanimemente smontato la tesi per cui Madalina non sarebbe integrata. Anzi, hanno ribadito come il suo attivismo, nelle sue varie articolazioni, dalla mobilitazione in piazza alla creazione di spazi culturali autogestiti per adulti e bambini, rappresenti la prova del fatto che Madalina sia protagonista appieno nella realtà in cui vive. Di più, hanno affermato l’idea che la partecipazione politica sia una prova di quanto la sua presenza sia stata e sia tuttora preziosa per questa città e la società meticcia che contribuisce quotidianamente a costruire. Tutte queste realtà, e singolarità, hanno chiesto a gran voce al Prefetto di Roma di ritirare questo vergognoso provvedimento ai danni di Madalina. Tuttavia, ad oggi, questo provvedimento rimane in piedi; e, stando a quanto dettato, il 15 febbraio Madalina dovrebbe andarsene dall’Italia volontariamente per evitare la reclusione prima, e il rimpatrio forzoso in Romania poi.

L’assemblea di oggi, venerdì 1 febbraio, dentro l’occupazione abitativa di Casalboccone dove Madalina abita, in quel teatro che lei ha contribuito a rendere uno spazio vitale e fruibile per gli occupanti e la città, rappresenta uno degli spazi in cui il concetto “indivisibili” vuole trovare una materialità. Siamo infatti consapevoli che quanto sta accadendo a Madalina sia il punto di precipitazione di un processo che vediamo muoversi ormai da anni. La repressione della libertà di dissenso e movimento a colpi di provvedimenti amministrativi sono una realtà che gli attivisti e le attiviste di questa città e nel resto del paese conoscono ormai da anni, essendo stati colpiti ripetutamente e a vario titolo da multe, avvisi orali, sorveglianze speciali, Daspo urbani, fogli di via, obblighi di dimora e sanzioni pecuniarie. A questo si aggiunge l’ulteriore criminalizzazione ai danni di chi, migrante, osa alzare la testa per reclamare diritti per sé e gli altri.

In questo periodo di populismo penale a targhe alterne, di razzismo istituzionale, di persone tenute come ostaggio sulle navi come merce di scambio, la misura comminata a Madalina incarna i paradossi che questo dibattito pubblico sta producendo. Se sei migrante, non devi essere accolto sulle spalle degli altri, ma non puoi nemmeno lottare per emanciparti dalla precarietà che impedisce di avere un salario dignitoso, un tetto sopra la testa, una vita decente ed autonoma. Se sei migrante e donna, va bene se ti sottoponi alla retorica della ‘vittima’ da salvare o se in silenzio accetti di fare lavori di cura, facchinaggio e pulizie; ma guai a rivendicare i tuoi diritti. Se sei donna e migrante, il tuo ruolo nella società deve essere l’invisibilità e l’obbedienza. Ma noi non siamo disposti ad accettare tutto questo. Lo dobbiamo alla dignità e al coraggio con cui Madalina ha portato avanti il proprio percorso di lotta dopo aver ricevuto questo provvedimento, senza paura e a testa alta. Lo dobbiamo a tutti gli attivisti, i solidali, gli uomini e le donne che in Madalina si riconoscono e che per lei, insieme a lei, vogliono continuare a lottare.

Per questo, chiediamo a tutte le realtà sociali, politiche e sindacali in Italia di sostenere questo percorso e di assumere la data del 15 febbraio come giornata di mobilitazione diffusa da costruire collettivamente, per affermare il diritto di Madalina a non essere deportata. Diciamo insieme “giù le mani da Madalina” perché chi tocca una tocca tutte.

4 Febbraio 2019 / by / in
Lavoro, il paradosso italiano: ce n’è di meno e si fatica di più

Invecchiamento della popolazione lavorativa, soprattutto nella pubblica amministrazione, e aumento della forbice nei salari hanno peggiorato il benessere degli occupati. Il welfare aziendale come possibile via di fuga30 Gennaio 2019

Diminuisce la creazione di lavoro, crescono gli affanni legati alla propria occupazione. E’ il “paradosso italiano” messo in evidenza dal Censis in una indagine sul welfare aziendale elaborata con Eudaimon.

Il Censis sintetizza il concetto nel “lavorare pochi, lavorare troppo” e parte nella sua analisi dal rilevare come l’ultimo decennio sia stato deficitario per il numero di occupati nel Paese, con un saldo negativo nel periodo della grande recessione (2007-2017) dello 0,3%. Un dato che si confronta con performance migliori altrove in Europa: è infatti aumentato in Germania (+8,2%), Uk (+7,6%), Francia (+4,1%) e nella media dell’Unione (+2,5%).

A fronte di questa situazione, il ‘percepito’ dei lavoratori descrive un incremento del carico, nonostante le statistiche ufficiali sulle ore lavorate abbiano in passato mostrato come l’economia nel complesso abbia faticato a recuperare i livelli lavorativi antecedenti la crisi, tanto che si è più volte parlato di boom dei part-time e del peggioramento della qualità del lavoro offerto. Secondo il Censis, in ogni caso, il 50,6% dei lavoratori afferma che negli ultimi anni “si lavora di più, con orari più lunghi e con maggiore intensità”. Il rapporto indica che “sono 2,1 milioni i lavoratori dipendenti che svolgono turni di notte, 4 milioni lavorano di domenica e festivi, 4,1 milioni lavorano da casa oltre l’orario di lavoro con e-mail e altri strumenti digitali, 4,8 milioni lavorano oltre l’orario senza pagamento degli straordinari. E con effetti “patologici rilevanti”: 5,3 milioni provano sintomi di stress da lavoro (spossatezza, mal di testa, insonnia, ansia, attacchi di panico, depressione), 4,5 milioni non hanno tempo da dedicare a se stessi 2,4 milioni vivono contrasti in famiglia perché lavorano troppo”.

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Questo quadro di peggioramento delle condizioni percepite, probabilmente si deve anche agli altri fattori che sono entrati in gioco: invecchiamento della popolazione lavorativa, difficoltà di trovare sbocchi per i giovani, aumento della forbice salariale tra meglio e peggio retribuiti. Ricorda il Censis che vent’anni fa, nel 1997, “i giovani di 15-34 anni rappresentavano il 39,6% degli occupati, nel 2017 sono scesi al 22,1%. Le persone con 55 anni e oltre erano il 10,8%, ora sono il 20,4%”. I lavoratori ‘anziani’ si trovano soprattutto nella pubblica amministrazione (il 31,6% del totale, con una differenza di 13,5 punti percentuali in più rispetto al 2011), che come noto è stata interessata dai lunghi congelamenti del turnover e delle assunzioni che hanno reso difficile il ricambio generazionale. Non per nulla, ora i sindacati temono che con la possibilità di uscire con Quota 100 si generi un esodo massiccio che rischia di mettere a repentaglio l’efficienza della macchina pubblica. Anche i settori istruzione, sanità e servizi sociali (il 29,6%, il 7,4% in più) si caratterizzano per la presenza di lavoratori più avanti negli anni. “I millennial invece sono più presenti nel settore alberghi e ristoranti (39%) e nel commercio (27,7%)”.

Quanto ai salari, rispetto al 1998, nel 2016 “il reddito individuale da lavoro dipendente degli operai è diminuito del 2,7% e quello degli impiegati si è ridotto del 2,6%, mentre quello dei dirigenti è aumentato del 9,4%. Nel 1998 il reddito da lavoro dipendente di un operaio era pari al 45,9% di quello di un dirigente ed è diminuito al 40,9% nel 2016. Quello di un impiegato era il 59,9% di quello di un dirigente e si è ridotto al 53,4% nel 2016. Le retribuzioni da lavoro dipendente degli impiegati sono sempre più schiacciate su quelle degli operai e sempre più distanti da quelle dei dirigenti”, lamenta il Censis.

In questo contesto, una via di fuga è proprio rappresentata dalle forme di welfare aziendale che contrastano la riduzione generalizzata del benessere dei lavoratori. “Da una indagine su 7.000 lavoratori che beneficiano di prestazioni di welfare aziendale risulta che l’80% ha espresso una valutazione positiva, di cui il 56% ottima e il 24% buona”. Cosa chiedono i diretti interessati? “Al primo posto c’è la tutela della salute con iniziative di prevenzione e assistenza (42,5%), seguono i servizi di supporto per la famiglia (servizi per i figli e per i familiari anziani) (37,8%), le misure di integrazione del potere d’acquisto (34,5%), i servizi per il tempo libero (banca delle ore e viaggi) (27,3%), i servizi per gestire meglio il proprio tempo (soluzioni per risolvere incombenze burocratiche e il disbrigo delle commissioni) (26,5%), infine la consulenza e il supporto per lo smart working (23,3%)”.

https://www.repubblica.it/economia/miojob/lavoro/2019/01/30/news/censis_lavoro-217819152/

31 Gennaio 2019 / by / in