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Forse non hanno capito

16/03/19 – Guido Viale

L’onda d’urto degli studenti in marcia contro l’irresponsabilità delle classi dirigenti di tutto il mondo  ieri ha dato la prima prova della sua forza, ma è solo al suo inizio. Per capire gli sconvolgimenti che è destinata a provocare nell’establishment basta forse il quotidiano Repubblica; fino a tre giorni fa riempiva le prime pagine con titoli di scatola e foto smisurate a sostegno del TAV Torino-Lione, come se da esso dipendessero le sorti, se non del pianeta, certamente del paese; da tre giorni fa altrettanto con la marcia per il clima Friday for Future e il suo simbolo, Greta Thunberg. Forse conta di assorbirne lo spirito di rivolta con qualche pacca simbolica sulle spalle di “tanti bravi giovani”, per riprendere, passata la tempesta, l’amata battaglia pro Grandi opere. Così la pensa sicuramente il neosegretario del PD Zingaretti, che ha dedicato la sua vittoria a Greta e poi è andato a complimentarsi con quelli del cantiere del Tav; prova, per lo meno, di dissociazione mentale. D’altronde la schiera dei camaleonti che faranno finta di salire sul carro di Greta sarà un vero esercito. Ma non riusciranno a prendere in giro questi ragazzi come hanno fatto per anni con i loro genitori. “Forse non ci hanno capiti”.

Quello che Greta Thunberg, e con lei milioni di studenti – e non solo studenti, e non solo giovani – esigono non è certo “una passeggiata”. Metterà a dura prova, ed è destinata a sbaraccare, tutte le “classi dirigenti” del pianeta: politici, capi d’azienda, banchieri, accademici, generali e bon vivants. Assecondare le richieste di Greta richiede cose che Signori e signorotti della Terra non sono nemmeno in grado di concepire. Per esempio:

Lasciare sottoterra tutti i giacimenti di fossili non ancora sfruttati e ridurre rapidamente a zero i prelievi da quelli operativi: niente Tap e Eastmed; niente nuove trivelle e rinnovo delle concessioni scadute. Incentivi finanziari, ma soprattutto sostegno normativo e organizzativo, alle fonti rinnovabili, alle comunità energetiche, all’efficienza in tutte le utenze, alla riduzione dei consumi superflui.

Riorganizzazione radicale della mobilità: potenziamento del trasporto di massa e a domanda, soppressione in tempi rapidi della “vacca sacra” (Mumford) delle nostre società: l’accoppiata auto-petrolio. Ma il passaggio all’elettrico non basta. L’auto privata non è solo un veicolo; è un sistema che esige la moltiplicazione di strade, parcheggi e congestione; e che alimenta consumi, dispersione (sprawl) urbana e grandi centri commerciali a spese della vita di vicinato. Abbandonarlo per una mobilità flessibile e condivisa richiede cambiamenti radicali degli stili di vita che non possono essere imposti: devono venir resi accettabili con politiche ad hoc nel trasporto pubblico, in campo commerciale, nell’edilizia.

Trasformare completamente, da domani, agricoltura e alimentazione. L’agricoltura industriale consuma dieci calorie di origine fossile per ogni caloria degli alimenti prodotti; avvelena il suolo, ne fa un deserto privo di vita; richiede dosi crescenti di fertilizzanti sintetici, di pesticidi, di erbicidi, di acqua da avvelenare rendendola inutilizzabile; e attraverso piante e animali nutriti così avvelena anche gli esseri umani. Un’alimentazione ricca di carni, poi, richiede allevamenti che danneggiano salute e ambiente, impiegano quantità insostenibili di suolo,  acqua, energia. L’agricoltura che frena i cambiamenti climatici è biologica, multicolturale, multifunzionale (oltre agli alimenti, produce energia, educazione, svago e tutela l’ambiente), di piccole aziende e di prossimità. Può creare legami tra chi produce e chi consuma (Gas o community farming) riproducibili anche in altri campi (lavorazione degli alimenti, energia, trasporto, edilizia e persino nell’industria) e dar lavoro a migliaia e migliaia di giovani acculturati che già oggi tentano un ritorno alla campagna con un grande bagaglio di conoscenze scientifiche. Il suolo vivo assorbe carbonio, più degli alberi. Quello sterilizzato dalla chimica diventa polvere, dilava e scompare per sempre. La senatrice Cattaneo sta guidando una lotta a fondo contro l’agricoltura biologica accomunandola alla stregoneria. E’ ora di spiegare ai signori che parlano in nome di una “scienza” a cui solo loro pretendono di avere accesso – e ce ne sono tanti! – che le pratiche che si oppongono alla manomissione della natura sono il futuro, mentre loro non sono che un presente gravido di catastrofi.

Porre fine alla produzione e al commercio di armi: la nostra principale industria, Leonardo, vive solo di questo. Le armi generano guerre, lutti, miseria e profughi; ma generano anche quantità enormi di CO2che non rientrano nemmeno nel computo delle emissioni misurate per sventare la catastrofe climatica.

Dimenticare il Tav Torino-Lione: la Grande opera più ridicola (insieme ai suoi sponsor, da Meloni-Salvini a Zingaretti-Calenda-Speranza) mai concepita: un cantiere che produrrà più COdell’improbabile riduzione futura basata su previsioni infondate e ipotesi fantasiose.  E con il Tav, dimenticare tutte le  altre Grandi opere, dalle nuove autostrade alla riapertura dei Navigli di Milano ridotti a rigagnoli. Ma a far danno, a portarci nel baratro, ci sono anche i Grandi eventi: dopo l’Expo, le Olimpiadi; e chi più ne ha più ne metta.

Sono pronti Zingaretti, e i giornalisti di Repubblica, e il presidente Mattarella, a un cambio di rotta come questo? L’hanno mai preso in considerazione? Ne hanno mai sentito parlare? Ne sanno qualcosa? No. Non saranno loro a imboccarlo. Ci vuole il desiderio, che loro non hanno, di una società completamente diversa da quella in cui siamo imprigionati; e un movimento di respiro europeo e mondiale come quello che sta rispondendo con convinzione all’appello di Greta Thunberg. Largo ai giovani, allora: quelli che si riconoscono non solo dall’età, ma soprattutto dal desiderio di salvare il mondo. Cambiandolo alle radici.

https://www.manifestosardo.org/forse-non-hanno-capito/

18 Marzo 2019 / by / in
Perché genere e clima sono connessi

Le donne sono più vulnerabili a disastri ambientali e conseguenze dei cambiamenti climatici, e affrontare la disuguaglianza nell’agricoltura potrebbe prevenire due miliardi di tonnellate di emissioni da qui al 2050. Perché genere e clima sono fattori fortemente connessi

Uno degli elementi più rivoluzionari del gender mainstreaming è il presupposto su cui si basa: che qualsiasi politica pubblica ha degli impatti sulle relazioni e sulle disuguaglianze di genere. Implementare un programma di governo, a qualunque livello, attento alla parità di genere non è un processo che si esaurisce nella progettazione di politiche specifiche (ad esempio, l’inserimento di quote di genere negli organismi decisionali delle aziende o in quelli rappresentativi nelle istituzioni), per sperare di essere efficace deve necessariamente prendere in considerazione l’impatto di genere di tutte le azioni che pone in essere.

Se in passato era quasi esclusivamente riservata agli addetti ai lavori, negli ultimi anni la questione sta sempre più interessando il dibattito pubblico, anche grazie a interventi come quello di Katharine Wilkinson alla TEDWomen del 2018.

In pieno stile TED, l’intervento di Wilkinson è di sicuro fonte di ispirazione e grilletto per una riflessione importante su quanto e come la piena inclusione delle donne nelle nostre economie e società cambierebbe lo scenario rispetto alle grandi sfide globali che stiamo affrontando. A partire dalla tutela dell’ambiente e dalla lotta al cambiamento climatico.

Wilkinson è una delle autrici di Project Drawdown, un libro che investiga a fondo le possibili soluzioni per combattere il riscaldamento globale e che mette tra le principali, l’emancipazione delle donne e delle ragazze.

Nel suo intervento a TEDWomen Wilkinson spiega che il legame tra parità di genere e lotta contro il cambiamento climatico si evidenzia in tre aree in particolare, “tre aree in cui possiamo garantire i diritti delle donne e delle ragazze, rafforzare la capacità di resilienza ed evitare le emissioni allo stesso tempo”.

La prima è l’accesso alle risorse – dal credito alla formazione, dagli strumenti di lavoro ai diritti sulla terra. Le donne, argomenta Wilkinson, coltivano un minor quantitativo di prodotti rispetto agli uomini, a parità di grandezza del terreno, perché dispongono di risorse sensibilmente inferiori. Eppure, tra il 60 e l’80 per cento del cibo nei paesi a basso reddito è prodotto dalle donne: questo significa che, se si colmasse la disuguaglianza di genere nell’accesso alle risorse, lo stesso terreno produrrebbe tra il 20 e il 30 per cento in più. Un aumento della produzione nei terreni già adibiti alla coltivazione renderebbe possibile evitare la deforestazione di altre aree. Secondo le stime di Project Drawdown, affrontare la disuguaglianza nell’agricoltura potrebbe prevenire due miliardi di tonnellate di emissioni da qui al 2050.

La seconda e la terza area sono, in realtà, due facce della stessa medaglia, almeno nella prospettiva illustrata da Wilkinson: la scrittrice, infatti, sostiene che una diminuzione della crescita della popolazione mondiale sarebbe un grande aiuto per l’ambiente (pensando all’impatto che avrebbe sulla domanda di cibo, trasporti, elettricità, costruzione di nuovi edifici, produzione di ogni genere di beni). Agire sull’istruzione delle giovani ragazze, da una parte, e sulla disponibilità di strumenti di controllo delle nascite, dall’altra, avrebbe quindi il doppio effetto positivo di rafforzare la capacità decisionale delle donne su loro stesse, sul loro corpo e sul proprio futuro e di ridurre le emissioni a livello globale.

Quest’ultimo percorso concettuale sembra, forse, più avventuroso e spregiudicato del precedente. Vero è, che ci aiuta a riflettere su come ogni azione, qualsiasi sia il livello decisionale al quale viene presa, porta con sé una serie di effetti non intenzionali che potrebbero aiutare ma anche completamente annullare l’effetto dell’azione stessa, oppure creare squilibri, problemi o inefficienze in altri settori.

La connessione tra la tutela dell’ambiente e la lotta al riscaldamento globale, da una parte, e la valorizzazione delle donne nella società e del lavoro femminile, dall’altra, comunque, è un nesso tutt’altro che nuovo all’interno delle istituzioni internazionali. La Convenzione quadro sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (Unfccc), il più importante soggetto mondiale in materia, originariamente non menzionava la questione della disuguaglianza di genere. Grazie, però, al lavoro di molti gruppi di pressione e lobby di donne che hanno lavorato costantemente su questo negli ultimi 15 anni, la situazione è cambiata: nel 2012, il legame tra genere e clima è diventato un punto fermo all’ordine del giorno della Conferenza annuale delle parti (Cop), l’organo di governo del processo dei negoziati internazionali sul clima. È stato formato un gruppo di lavoro dedicato a questo tema all’interno del segretariato dell’Unfccc e ai governi è stato chiesto di nominare dei gender focal point, chiamati a rappresentare il punto di riferimento all’interno delle loro organizzazioni e a riferire sui progressi nella parità di genere e nel grado di considerazione dell’impatto di genere nella politica climatica del proprio paese.

Anche le istituzioni europee si sono interrogate sul legame tra cambiamento climatico e parità di genere: particolarmente rilevante è la relazione del Parlamento europeo del 2018 in cui l’aula di Strasburgo ha avanzato alcune richieste specifiche alla Commissione e a tutta la comunità internazionale. Tra queste, il testo propone che i tre meccanismi finanziari nell’ambito della Unfccc (il Fondo verde per il clima, il Fondo mondiale per l’ambiente e il Fondo di adattamento) sblocchino finanziamenti aggiuntivi per una politica di investimento a favore del clima maggiormente capace di rispondere alle problematiche di genere. Il documento richiede che gli aiuti allo sviluppo erogati dall’Unione europea siano subordinati all’inclusione di criteri fondati sui diritti umani e invita la Commissione a prendere l’iniziativa di elaborare una comunicazione esaustiva dal titolo “Parità di genere e cambiamenti climatici – rafforzare la resilienza e promuovere la giustizia climatica nelle strategie di mitigazione e di adattamento”. La Commissione europea, peraltro, nel 2017 ha pubblicato una call for proposals che metteva a disposizione 20 milioni di europer progetti volti a promuovere l’imprenditorialità femminile nel settore dell’energia sostenibile nei paesi in via di sviluppo.

Attive su questo fronte anche UN Women (molto completo il fact sheet sulla parità di genere e il cambiamento climatico) e la Banca Mondiale, che aveva pubblicato al riguardo un report divulgativo già nel 2011. Anche qui, peraltro, venivano già delineati con chiarezza i tre principali elementi che sarebbero poi stati ripresi e in certi casi ampliati da diversi soggetti internazionali: in primo luogo, che le donne sono vulnerabili in maniera sproporzionata rispetto agli effetti dei disastri naturali e del cambiamento climatico nei contesti in cui i loro diritti e il loro status socio-economico non sono uguali a quelli degli uomini; in secondo luogo, che rimediare a questa disuguaglianza e, dunque, investire sull’emancipazione delle donne è un contributo fondamentale per la costruzione della resilienza climatica; infine, che i percorsi di riduzione delle emissioni possono essere molto più efficaci ed equi se, nella loro progettazione, viene utilizzato un approccio che integra una prospettiva di genere – il che significa anche che un numero maggiore di donne deve essere presente negli organi nazionali e globali deputati a prendere decisioni su questo tema.

Insomma, il legame tra ambiente e parità di genere è tutt’altro che nuovo. Ma le istituzioni europee e internazionali non potranno mai competere con la potenza comunicativa di una TED Conference, ed è un fatto positivo che questo argomento abbia sfondato i confini del tecnico e sia arrivato al grande pubblico, perché la consapevolezza diffusa è sempre uno dei primi ingredienti dei cambiamenti di grande portata.

http://www.ingenere.it/articoli/perche-genere-clima-sono-connessi

18 Marzo 2019 / by / in
SVIMEZ – Questione femminile: l’altra faccia della questione meridionale
Affrontare le questioni del Mezzogiorno al femminile consente di cogliere uno dei nodi centrali rimasti irrisolti nel nostro Paese che, in particolare nella condizione della donna, continua a marcare divari particolarmente sensibili con i principali partner europei. In occasione dell’8 marzo, la SVIMEZ anticipa alcuni aggiornamenti dei dati di una ricerca sulla condizione delle donne nel Sud, dalla quale emerge con chiarezza come la questione femminile sia una delle facce più evidenti e problematiche della più generale questione meridionale.

 

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8 Marzo 2019 / by / in
Autonomia differenziata o secessione dei ricchi?

Il governo M5S/Lega con l’approvazione della cosiddetta “autonomia regionale differenziata” in discussione in CDM, nel silenzio generale, sta per compiere un vero e proprio furto di diritti e di futuro nei confronti di milioni di cittadini che vivono al sud cancellando l’universalità e l’uguaglianza dei diritti. Se dovesse passare la legge che introduce “l’autonomia differenziata”, sottoscritta con le Regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, i valori costituzionali che tutelano l’uguaglianza dei cittadini, l’universalità dei diritti e l’unità della Repubblica verrebbero meno. Un colpo mortale verso la Stato unitario che sbriciolerebbe definitivamente la coesione sociale, creerebbe un caos politico amministrativo senza precedenti e genererebbe maggiori disuguaglianze in un paese che è già tra i più diseguali d’Europa.

Il governo, dopo i referendum in Lombardia e Veneto nel 2017, sta interpretando in modo eversivo la Costituzione dando maggiori poteri e risorse alla Regioni del nord a causa della modifica del Titolo V della Costituzione avvenuto nel 2001. Il governo del “prima gli italiani”, della “trasparenza assoluta”, della lotta “contro i poteri forti”, con un accordo opaco di cui non si conoscono i contenuti, furbescamente taciuto ai cittadini meridionali, con l’approvazione di questa legge punta a cancellare alcuni dei principi fondamentali della nostra Costituzione: l’universalità dei diritti, l’uguaglianza e la solidarietà nazionale. Non basta più essere cittadini italiani per godere di certi diritti, perché bisogna essere ricchi e nati in una regione ricca del nord se si vogliono certezze.

Il governo con l’autonomia differenziata vuole istituzionalizzare una disparità di trattamento tra Regione e Regione, non riconoscendo l’uguaglianza dei diritti per tutti e l’obbligo di solidarietà previsti all’articolo 2 e 3 della Costituzione, aggravando ulteriormente le disuguaglianze geografiche e la disparità di trattamento tra i cittadini, già evidente per il Servizio Sanitario Nazionale. E tutto questo avviene mentre non sono stati nemmeno definiti e garantiti in tutto il territorio nazionale i livelli essenziali di prestazione – i cosiddetti LEP- nei diversi campi, che noi come Rete dei Numeri Pari insieme a tanti altri continuiamo a chiedere a questo come ai precedenti Governi. Il Governo e la sua maggioranza M5S/Lega vogliono imporre, senza nessun dibattito, che i diritti fondamentali vengano riservati in base alla disponibilità finanziaria delle regioni: alcune si, altre no. Il Governo non solo accetta le disuguaglianze mai rimosse, ma addirittura le legittima e le aggrava istituzionalizzando il “principio” per il quale è giusto che i deboli non ce la facciano: è colpa loro. Ancora una volta si spostano sui più deboli le colpe e le responsabilità dei disastri delle politiche di austerità e di scelte che premiano le élite economiche e finanziarie. Il Governo M5S/Lega continua a spostare la colpa della crisi e dell’instabilità del paese sui più deboli, sugli impoveriti, su quelli maggiormente ricattabili, su coloro che non accedono alle informazioni e non possono partecipare alle decisioni. Se passa la legge avremo uno Stato che contiene vari Stati dove i diritti cambiano in base al censo e all’appartenenza di classe: questo il cambiamento che ci attende e al cui abbiamo il dovere e la responsabilità di ribellarci.

Come cittadini e cittadine, come realtà sociali, chiediamo che non vi siano ulteriori trasferimenti di poteri e risorse alle regioni su base bilaterale, che non si compromettano le competenze delle autonomie locali che sono le più vicine alla cittadinanza e che i trasferimenti sulle materie assegnate alle Regioni siano unicamente legati ai fabbisogni dei territori, escludendo riferimenti a indicatori di ricchezza che violano i principi dell’universalità dei diritti, della solidarietà e dell’unitarietà dello Stato. Così come, chiediamo al Governo e al Parlamento che vengano immediatamente definiti i Livelli Essenziali di Prestazione, veri e propri strumenti di garanzia di inclusione sociale e non discriminazione territoriale, così da evitare un ulteriore aumento di disuguaglianze e povertà.

Se su questi punti fondamentali il governo dovesse continuare a ignorare qualsiasi dialogo e si rifiutasse di cambiare la legge, abbiamo tutti e tutte la responsabilità in nome dei nostri diritti e della Costituzione di attivarci per costruire la più ampia mobilitazione possibile e impedirne l’approvazione.

Rete dei Numeri Pari

23 Febbraio 2019 / by / in ,
Il governo e l’economia politica del declino

5 Febbraio 2019 Sezione: Economia e finanzaprimo piano

Dalla formazione del governo Lega-M5S l’Italia è in lieve recessione. La politica economica è senza una direzione, tra mediazioni al ribasso con i “poteri forti” e ricerca di consenso tra i “perdenti”. Il declino, tratto di un mix “lib-pop”.

I dati sull’economia resi noti dall’Istat aggiungono un tassello essenziale per capire la situazione italiana. È dal luglio 2018, dalla formazione del governo, che l’economia è in recessione: un lieve calo (-0,1 e -0,2% nei due ultimi trimestri del 2018) che però rovescia il lieve recupero avvenuto tra 2013 e 2017. Il grafico Istat qui accanto mostra che oggi siamo ancora del 5% sotto il livello in termini reali del Prodotto interno lordo (Pil) del 2008, prima della crisi: oltre un decennio di declino dell’economia italiana. Prima c’è stata la brusca caduta per la crisi finanziaria del 2008, nata negli Stati Uniti, poi nel 2011 la nuova crisi sud-europea legata all’emergenza debito pubblico. Da allora la ripresa è stata lentissima, fino alla nuova riduzione del Pil degli ultimi sei mesi.

Fonte: Istat, Statistiche flash, Stima preliminare del Pil, 31 gennaio 2019

Questo declino ha due cause principali. Quella strutturale è nel degrado della base produttiva del Paese, nella caduta del 20% degli investimenti e della produzione industriale nell’ultimo decennio, nei bassi livelli di ricerca e innovazione, che portano a produttività stagnante e bassi salari.

Quella politica è legata all’ideologia dell’austerità che ha segnato il processo d’integrazione europea e ha impedito – in particolare nei Paesi del Sud Europa – l’introduzione di misure espansive. Nel 2008 gli Stati Uniti hanno allargato massicciamente la spesa pubblica e avviato l’espansione monetaria, nota come quantitative easing; ora hanno un rapporto deficit pubblico/Pil vicino al 5%, ma una crescita del 3,5%. In Europa la reazione alla crisi del 2008 è stata opposta: restrizione monetaria e tagli di spesa; la seconda caduta del 2011 è stata il risultato dell’incapacità politica di dare stabilità all’area euro e affrontare la crisi della Grecia (relativamente piccola per dimensioni finanziarie). Il cambio di rotta di Mario Draghi (il ‘whatever it takes’ del luglio 2012) e la tardiva espansione monetaria hanno fermato la caduta, ma allargato la divergenza tra la modesta crescita di Germania ed economie satelliti, e il ristagno del sud Europa. Ora il rapporto deficit pubblico/Pil per i paesi europei è all’1%, ma il prezzo è stato un decennio perduto.

In Italia il peggioramento delle condizioni di vita è andato ben oltre il declino del Pil. Il reddito medio per abitante è ora ai livelli di vent’anni fa. Ma la media nasconde la crescita delle disuguaglianze. Il divario tra ricchi e poveri si è allargato: solo il 10% più ricco ha visto crescere i propri redditi; tra i lavoratori dipendenti, il 25% con i salari più bassi ha avuto un perdita del 20% dei salari reali; le disparità di ricchezza sono sempre maggiori, la distanza nei redditi tra nord e sud si è fatta insostenibile.

L’impoverimento e la paura di scivolare indietro sono alla radice del voto del marzo 2018 (esaminato in quest’articolo), ma l’agenda politica del governo Lega-Cinque Stelle non ha affrontato le cause del declino, ha piuttosto cavalcato le sue conseguenze. Ha tenuto fermo l’impianto liberista in economia, il ‘lasciar fare’ alle imprese, condito con una retorica populista (una politica ‘lib-pop’, analizzata qui).

Vediamo come si è mossa la politica economica. Il governo ha mantenuto in sostanza le politiche di austerità, con un deficit ‘contrattato’ con Bruxelles al 2,04% del Pil; gli effetti espansivi della spesa pubblica sono assai limitati, anche per l’aumento della spesa per interessi dovuto allo ‘spread’ sul debito pubblico.

Con l’economia in recessione i fattori che possono sostenere la crescita sono fermi. Il commercio mondiale è in rallentamento con le nuove ‘guerre commerciali’ aperte dagli Stati Uniti di Trump. Gli investimenti privati non si riprendono; con l’attuale mancanza di domanda e incertezza politica le imprese stanno a guardare e portano capitali all’estero. Gli investimenti pubblici sono stati tagliati da tutti i governi, quello Lega-Cinque Stelle compreso, peggiorando la domanda per le imprese, le infrastrutture, le condizioni di vita.

In quest’occasione, il taglio degli investimenti è servito a trovare le risorse per i due programmi prioritari di Lega e Cinque Stelle, Quota 100 sulle pensioni e Reddito di cittadinanza, due misure redistributive che intervengono su problemi reali del Paese – i danni della riforma Fornero sulle pensioni e l’assenza di un reddito minimo – ma con modalità confuse, che creano nuove disparità tra lavoratori vicini alla pensione e tra i cittadini in condizioni di povertà. Per di più, le notevoli risorse per queste misure non vengono da un aumento della tassazione dei più ricchi, ma da trasferimenti ‘orizzontali’ tra cittadini a medio reddito, e non riescono così ad avere effetti rilevanti sulla crescita.

Senza crescita, cadranno le entrate fiscali, e i conti del bilancio appena approvato dovranno essere rivisti a luglio: se non tornano, il governo ha già previsto tagli automatici per diversi miliardi, una nuova austerità che aggraverà la recessione. In più l’anno prossimo si dovranno trovare risorse per decine di miliardi per evitare gli aumenti automatici dell’Iva e misure di ‘salvaguardia’ concordate tra Bruxelles e Roma. Il bilancio appena approvato ha utilizzato tutti i margini per misure redistributive in vista delle elezioni europee di maggio 2019, ma al prezzo di serie prospettive di aggravamento della recessione.

La politica economica del governo appare così senza una direzione. Si annaspa nell’immediato, ipotecando il futuro. Non c’è un’idea di come far funzionare l’economia e di come uscire da un decennio di recessione. Se non quella – solita, e comune ai governi precedenti – di offrire alle imprese nuovi favori: fiscali (flat tax, minori controlli anti-evasione), sul costo del lavoro (la possibilità di versare alle imprese il reddito di cittadinanza dei nuovi assunti), normativi (de-regolamentazione di molte attività) e incentivi ‘orizzontali’ che trattano tutte le imprese allo stesso modo. Tra questi, resta lo sconto fiscale per le spese di ricerca e l’acquisto di macchinari, orientate soprattutto al progetto ‘Impresa 4.0’ che spinge le poche imprese già tecnologicamente avanzate a accelerare automazione e digitalizzazione, con effetti negativi su quantità e qualità del lavoro.

L’effetto immediato di tali misure è di sostenere i profitti delle imprese, riducendo in modo significativo le entrate della tassazione. Ma nel lungo periodo l’effetto è di mantenere immutata l’attuale struttura produttiva del paese, dando spazio a imprese piccole, poco produttive, a bassa tecnologia e con pochi investimenti, che possono sopravvivere solo grazie alla riduzione dei salari e al peggioramento delle condizioni di lavoro. L’esito è quello già visto: una diminuzione della produttività che alimenta il declino del paese. Si delinea così un “circolo vizioso” tra una struttura economica povera di conoscenze e tecnologie, una produttività stagnante con divari di innovazione e competitività rispetto all’Europa, la perdita di posti di lavoro e bassi salari. La precarizzazione del lavoro diventa un modo per adattarsi, con le imprese che usano lavoratori meno qualificati e peggio pagati per mantenere produzioni a basso costo.

Queste politiche – all’insegna di un liberismo d’imitazione – caratterizzano l’Italia da trent’anni e ne hanno tracciato la parabola. Si sono affidate al mercato, lasciandolo conquistare dalle grandi imprese straniere. Hanno favorito la finanza, senza avere un settore finanziario degno di questo nome. Hanno rinunciato al ruolo dello stato, senza avere imprese capaci di investire. L’illusione liberista e gli scossoni della crisi hanno ricostruito una rigida gerarchia tra le economie più forti – Cina compresa – facendo scivolare indietro l’Italia.

Quello che è nuovo oggi, in un contesto di maggiori difficoltà economiche, è che la politica del governo Lega-Cinque Stelle sembra smarrire qualunque disegno di sviluppo e ridursi ad amministrare la nuova fase del declino italiano. Se questo governo è uno dei risultati del lungo declino del paese, la sua politica ora ne accelera la traiettoria discendente. Da qui una politica economica fatta di mediazioni al ribasso con finanza, grandi imprese, poteri europei. E, dall’altro lato, di inseguimento del consenso tra i ‘perdenti’, dalle piccole imprese del nord a egemonia leghista, agli impoveriti del sud che sperano nei Cinque Stelle.

L’economia politica del declino diventa così il tratto distintivo del governo giallo-verde, un pericoloso miscuglio ‘lib-pop’, di liberismo e populismo, una rincorsa tra disagio economico, disgregazione sociale, degrado politico, che potrebbe portare l’Italia a un esito di destra estrema.

23 Febbraio 2019 / by / in ,
Il reddito di cittadinanza è un’altra cosa!

Lo diciamo subito: il reddito di cittadinanza è un’altra cosa. Il provvedimento varato dal governo sul reddito di cittadinanza non abolisce la povertà, come incautamente annunciato al balcone dai ministri del governo, e non introduce un vero regime di reddito di cittadinanza come definito dalle risoluzioni europee, dalla CE e da studi e ricerche scientifiche. E non riprende nemmeno la proposta avanzata nel 2013 da centinaia di realtà sociali, decine di migliaia di cittadini e istituzioni locali attraverso la campagna per il “reddito di dignità”, sottoscritta e promossa anche dai 91 deputati e 35 senatori del M5S nella scorsa legislatura. Tanta confusione e tanta propaganda non eludono un problema con il quale continueremo a lungo a fare i conti se il livello di semplificazione e ambiguità del governo rimane questo. Così come si fa fatica a spiegare ad un terzo della popolazione a rischio esclusione ed a quei nove milioni e mezzo di residenti in povertà relativa che avrebbero il diritto di beneficiare del Rdc, che l’opposizione al governo non ritiene questo istituto importante per contrastare la crisi e restituire loro dignità e libertà. Un’opposizione che rimane ancorata a visioni politiche regressive e conservatrici dopo aver avuto il demerito storico di eludere e ignorare per anni le richieste di introdurre anche in Italia una forma di Rdc e di non aver ascoltato le reti sociali ed i cittadini organizzati.

Il Rdc introdotto dal governo è un’altra cosa rispetto a quello che ovunque nel mondo viene inteso come reddito di cittadinanza o reddito minimo garantito: ne mortifica il senso e ne tradisce le finalità. Per verificarlo basta mettere a confronto le caratteristiche ed i principi del cosiddetto Rdc del governo con quelli definiti indispensabili da alcuni schemi di reddito minimo garantito già vigenti in diversi paesi europei. Ne elenchiamo alcuni: 1) l’individualità della misura; 2) la non vessazione del beneficiario attraverso stringenti contropartite e forme di condizionamento; 3) l’accessibilità per tutti coloro che vivono sotto una certa soglia economica non inferiore al 60% del reddito mediano del paese di riferimento; 4) la residenza e non la cittadinanza; 5) il diritto a servizi di qualità oltre il beneficio economico; 6) la durata e l’ammontare del beneficio; 7) la non contrapposizione del Rdc, dell’integrazione sociale e della garanzia ad una vita dignitosa con l’obbligo all’integrazione lavorativa, così come previsto dalla risoluzione europea dell’8 aprile 2009 in cui si afferma che “il coinvolgimento attivo non deve sostituirsi all’inclusione sociale e chiunque deve poter disporre di un Rdc e di servizi sociali di qualità a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro”; 8) la necessità di incentivare la libertà della scelta lavorativa come misura di contrasto dell’esclusione sociale e della ricattabilità dei soggetti in difficoltà, così da garantire la “congruità dell’offerta di lavoro” e non “l’obbligatorietà del lavoro purché sia”; 9) la necessità di rafforzare i servizi ed il sistema dei centri per l’impiego pubblici.

Su ciascuno di questi principi e caratteristiche che definiscono e rendono efficace un Rdc il governo fa l’opposto o fa molto poco: 1) la misura del governo è familiare e non individuale; 2) sono state costruite norme e dispositivi sanzionatori che colpevolizzano e stigmatizzano i beneficiari trattandoli come colpevoli e come probabili approfittatori, arrivando ad ipotizzare pene sino a 6 anni di carcere; 3) la misura stabilisce una soglia di accesso che interviene solo sulla povertà assoluta – circa 4.340.000 sui 5 milioni complessivi- e non su tutti e 9,3 milioni che vivono al di sotto di una certa soglia economica – la platea di beneficiari è meno del 50% degli aventi diritto-, e non individua interventi specifici come quelli volti all’affermazione dell’autonomia sociale dei soggetti beneficiari compresi coloro che sono in formazione, così da garantire il diritto allo studio e per contrastare la dispersione scolastica ed universitaria che nel nostro paese è tra le più alte d’Europa; 4) i beneficiari non sono tutti i residenti in povertà relativa ma solo i cittadini italiani in povertà assoluta (non tutti) ed una parte di coloro che sono nel nostro paese da oltre 10 anni; 5) manca del tutto una offerta di servizi sociali di qualità e non vi è traccia di una riforma del sistema di welfare che vada nella direzione necessaria a costruire un sistema integrato tra l’erogazione del beneficio economico e le altre misure di welfare sociale, così da definire un ventaglio di interventi mirati e diversificati a seconda della necessità delle persone; 6) il beneficio non è garantito “fino al miglioramento delle propria condizione economica”, così da non permettere che si rimanga senza alcun sostegno economico, ma viene stoppato dopo 12/18 mesi con la possibilità di ripartire in futuro; sull’ammontare del beneficio se calcoliamo che per il 2019 la cifra messa a disposizione è di 6,11 miliardi di euro, per poi salire a 7,77 nel 2020 e a 8,02 nel 2021, l’obiettivo dichiarato di portare tutti coloro che hanno un reddito inferiore alla soglia di 780 euro mensili, come prevedono i principi europei, appare impossibile da raggiungere: facendo dei calcoli la cifra media che spetta mensilmente a livello familiare sarebbe di 472 euro, a livello individuale di 156 euro al mese; 7) la misura introdotta dal governo è fortemente legata a sistemi di workfare e non di welfare, incentivando assunzioni sotto-qualificate a costi ridotti per le imprese, dando la possibilità ai datori di lavoro di ricevere sgravi contributi se assumono un lavoratore che percepisce il Rdc e non lo licenziano nei primi 24 mesi, tranne che per giusta causa; 8) la misura del governo prevede una fortissima condizionalità nei parametri che definiscono un’offerta “congrua”, imponendo così di fatto al beneficiario di accettare qualunque offerta venga proposta anche a grandi distanze dalla propria residenza, pena la perdita del Rdc; 9) la riforma ed il rafforzamento dei servizi e dei centri per l’impiego è ancora in alto mare ed è sottofinanziata. A questo aggiungiamo un’altra considerazione: si poteva e si doveva finanziare il Rdc attraverso la fiscalità generale e non in deficit. Il governo lo sa bene ma ha preferito dare priorità ad altro, e costruire la narrazione del nemico europeo per dirci che se non avremo il reddito è per colpa dell’Europa che non vuole farci fare un po’ di deficit per il bene degli italiani. Il problema è che a dirlo sono le stesse forze politiche che sostengono politiche di austerità, un fisco regressivo, i tagli alle politiche sociali ed ai Comuni: tutte scelte che determinano l’aumento di disuguaglianze e povertà. Questa spregiudicata e cinica incoerenza alimenta una discussione avvelenata e superficiale che ci allontana dai motivi e dalle ragioni per cui è necessario introdurre un nuovo diritto economico.

Vale la pena riaffermare quale sia la finalità dell’istituto del Rdc per rafforzare la consapevolezza dei cittadini e rimettere la discussione con il governo e le forze politiche sui giusti binari. Secondo quanto stabilito dalle Risoluzioni Europee, a partire dal 1992, e dalla CE, attraverso i Pilastri Sociali Europei, il Rdc o rmg serve a garantire la dignità della persona. Il Rdc va considerato per alcuni come uno strumento di valorizzazione ed autonomia di scelta, per altri come misura di reinserimento sociale e per altri ancora per attivare forme di promozione dell’occupazione. I regimi di Rdc o rdm sono innanzitutto strumento di libertà. Una libertà che evidentemente ci è stata tolta a causa di una crisi che produce ingiustizie ed esclusione sociale da oltre 10 anni e che ha generato il più grande aumento di disuguaglianze e povertà mai visto dopo la seconda guerra mondiale. Uno strumento, dunque, da intendere anche come necessario a ridistribuire una piccola parte della ricchezza sequestrata dalle elite economiche e finanziare grazie a politiche economiche che continuano a far pagare la crisi a ceti medi e ceti popolari. I numeri lo confermano: la povertà in Italia è triplicata così come sono triplicati i miliardari. Peccato che questi ultimi sono 112 e gli impoveriti più di 5 milioni. La gigantesca sproporzione racconta il furto di diritti, speranze e democrazia fatto dalle elite in questi anni, sostenute su ogni provvedimento legato all’austerità, ai tagli al sociale, alle privatizzazioni, ai salvataggi bancari, ad una fiscalità regressiva, alle ingiustizie ambientali che producono maggiori disuguaglianze sociali, proprio da quelle stesse forze politiche che oggi dicono di avversarle e strillano “prima gli italiani”. Sono queste misure che hanno determinato il contesto nel quale il provvedimento del governo si inserisce. Ed è un contesto che non sarà minimamente scalfito dall’introduzione del Rdc. E non solo perché non siamo dinanzi a quella rivoluzione annunciata per aver approvato un sussidio di povertà, non certo un vero Rdc, ma perché il resto delle misure messe in campo allargherà la distanza tra ricchi e poveri, renderà più precario il lavoro, più forte lo sfruttamento e la ricattabilità, intensificherà la guerra tra poveri scatenata scientificamente dalla violenza del linguaggio e delle misure messe in campo proprio da questo governo. Il provvedimento varato dal governo è coerente con la cultura politica manifestata da Lega e M5S: attraverso una misura spot si pone come obiettivo il controllo ed il governo dei poveri e la loro occupabilità nei confronti delle imprese. Il governo continua a distrarre l’opinione pubblica dalle cause della crisi, dalle responsabilità delle scelte politiche fatte, dalle alternative possibili in campo, spostando la colpa del peggioramento delle condizioni di vita del paese sugli impoveriti, sui migranti e su presunti nemici internazionali. Un governo forte con i deboli e debole con i forti, continuamente in campagna elettorale alla ricerca di consenso con ogni mezzo (o divisa).

A tutto questo abbiamo il dovere, il diritto e la responsabilità di ribellarci, continuando ad organizzarci, rafforzando le nostre alleanze su proposte concrete in grado di sconfiggere disuguaglianze ed esclusione sociale, raccontando la verità anche quando è scomoda. Dobbiamo ricordare innanzitutto a noi stessi che l’unico obbligo previsto dalla Repubblica per noi cittadini è all’art.2, ed è quello alla Solidarietà. Mentre per il governo l’obbligo previsto è all’art3, e consiste nel lavorare per rimuovere gli ostacoli che limitano libertà ed uguaglianza impedendo lo sviluppo e la partecipazione di tutti alla vita del paese. In gioco non c’è una misura di sostegno al reddito, ma il diritto all’esistenza di tutti e tutte.

8 Febbraio 2019 / by / in , ,
Sui beni comuni la bussola resta la Commissione Rodotà

Di Gaetano Azzariti – Il Manifesto 7 febbraio 2019

Si addensano nubi a sinistra anche sul tema dei beni comuni. Una delle categorie giuridiche innovative. È in nome dei beni comuni, infatti, che si sono sviluppate lotte che hanno permesso di contrastare le politiche più filo-liberiste dei governi dell’ultimo decennio.

Basta ricordare come, dopo la “Commissione Rodotà”, nel 2011, un referendum vittorioso pose al centro del dibattito la questione della necessità di preservare alcuni beni e garantirne l’uso al di fuori delle logiche di mercato e di profitto. L’acqua-bene comune non fu solo uno slogan, ma un modo per cercare di affermare un uso delle risorse al fine essenziale di garantire diritti fondamentali delle persone. Fu aperto un grande laboratorio per l’innovazione culturale, ma anche una faticosa battaglia politica.

Le difficoltà si manifestarono subito: due mesi dopo i referendum un decreto legge tentò di ripristinare le stesse norme appena cancellate dal corpo elettorale, e solo un provvidenziale intervento della Consulta permise di lasciare aperta la partita. Da allora un disegno di legge sui servizi pubblici idrici giace in Parlamento, in attesa di essere approvato.

Ma quel che più rattrista è che lo scontro ha ormai investito gli stessi fautori del cambiamento, dividendo proprio quei soggetti critici che dovrebbero esprimere la massima attenzione per l’istituzionalizzazione di beni extra-commercium posti al servizio dei diritti fondamentali delle persone. Alcune diversità – in realtà – avevano avuto modo di manifestarsi da tempo.

La seconda Commissione Rodotà, che nel 2013 attraversò l’Italia partendo dal Teatro Valle Occupato, si concluse con un nulla di fatto, registrando sensibilità differenti (il lettore del manifesto ricorderà articoli polemici molto espliciti, scritti dai protagonisti di quella esperienza). C’era, però, almeno una sensazione comune tra i partecipanti: si stava marciando tutti verso una medesima direzione. La lotta al neoliberismo dominante si accompagnava alla consapevolezza della difficoltà di elaborare un nuovo paradigma generale.

Oggi invece assistiamo alla diaspora e alla perdita della visione in comune. Si è passati, in sostanza, da un confronto dialettico aperto, per molti aspetti assai proficuo, alla unilateralità delle diverse posizioni. Facendo fare enormi passi indietro alla definizione di una categoria di beni che “esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona”.

Così alcuni immaginano che i beni comuni (il cui impianto culturale si rivelerebbe addirittura “succube al paradigma liberista”) possano rappresentare un cavallo di troia per la svendita del patrimonio e degli spazi pubblici; altri enfatizzano i rischi legati ad una supposta burocratizzazione e i vincoli prodotti dai criteri contabili internazionali che l’istituzione dei beni comuni deve contemplare; altri ancora, all’opposto, collegano forzatamente la lotta per i “beni comuni” ad ulteriori finalità politiche, in particolare immaginando un’indeterminata ed ossimorica “istituzione costituente a diritto invariato”; in diversi, infine, si preoccupano del rischio di uno stravolgimento dei principi e criteri direttivi che potrebbe compiere questo governo una volta che fosse investito del potere delegato. Tutti convinti sostenitori delle proprie verità assolute.

Ed invece dovremmo ritrovare un terreno di dialogo. Tutti con maggiore umiltà, consapevoli che i beni comuni rappresentano una sfida che può essere raccolta solo se riusciremmo a proporre una rivoluzione antropologica, prima ancora che politica o culturale. Una lunga marcia per affermare una nuova concezione del diritto che ponga alcuni beni al servizio dei diritti fondamentali delle persone. Proprio quella rivoluzione già scritta, ma non ancora realizzata, nell’articolo 2 della nostra costituzione.

È entro questa comune visione complessiva che possono trovare ascolto le diverse questioni che oggi agitano il dibattito e che – a ben vedere – sono sempre state parte del dialogo sui beni comuni. Da sempre ci si è domandati se l’attribuzione al demanio necessario garantisca a sufficienza questo genere di beni ovvero se è possibile anche una titolarità, non tanto a privati, quanto a comunità d’utenti a cui possono essere trasferiti servizi pubblici generali ai sensi dell’articolo 43 della costituzione; è giusto interrogarsi sulla collocazione dei beni comuni nella tensione mai risolta tra Stato comunità e Stato persona giuridica; dovremmo anche immaginare nuovi strumenti giuridici per favorire la partecipazione popolare, magari senza farsi troppe illusioni sulle virtù dell’azionariato popolare.

L’estensione della categoria ha rappresentato il vero punto dolente del dibattito sin qui sviluppato: tra i “minimalisti” (acqua, foreste e poco più) e “massimalisti” (gran parte dei diritti civili e sociali, dei beni urbani e culturali, dei beni materiali e proprietari) si rischia di perdere il fondamento costituzionale che rappresenta l’unico possibile ancoraggio per dare seguito alla “ragionevole follia” dei beni comuni.

Ci si dovrebbe sedere attorno ad un tavolo per riflettere e poi riprendere la faticosa marcia verso una nuova definizione dei beni al servizio dei diritti fondamentali. Invece, negli ultimi tempi si assiste allo spettacolo della delegittimazione reciproca. Da questo gioco al massacro ne usciremmo tutti malconci. Più divisi e soli di prima.

Un invito alla responsabilità comune e una preghiera: non dissipiamo inutilmente la lezione di Stefano Rodotà – il padre riconosciuto dei beni comuni – il quale ci ha indicato una rotta, sta a noi percorrerla. Un lascito di cui nessuno può ritenersi unico interprete, ma che tutti rischiamo di perdere.

8 Febbraio 2019 / by / in
La reale platea del reddito di cittadinanza

Nel corso dell’audizione al Senato sul cosiddetto decretone reddito-pensioni, il provvedimento che include il Reddito di Cittadinanza, Tito Boeri, presidente dell’Inps, ha ricordato come la platea dei possibili beneficiari del reddito di cittadinanza potrebbe essere molto inferiore alle stime iniziali del governo. Luigi Di Maio aveva parlato di 5 milioni quando, in realtà, la misura coinvolgerebbe  soltanto una platea di 1,2 milioni di nuclei e 2,4 milioni di persone. Il 50% dei nuclei sarebbero senza redditi e comunque senza redditi da lavoro “tra i quali si celano anche gli evasori e i sommersi totali”, sottolinea Boeri. 

I calcoli sono semplici: nove milioni di persone che versano in uno stato di povertà relativa, un terzo della popolazione a rischio di esclusione sociale, e milioni di persone  in uno stato di povertà assoluta saranno tenuti fuori dalla misura di reddito così come pensata. 

Molto lontano dalle promesse iniziali, il Reddito di Cittadinanza non rispecchia nemmeno quanto stabilito dalle risoluzioni europee a partire dal 1992 e dai Pilastri Sociali Europei.  Mentre il governo gialloverde annuncia il portale del sussidio alla povertà (uno sfondo blu e un sottotitolo “Una rivoluzione per il mondo del lavoro”), continuano ad essere molte le perplessità oggettive. Non solo secondo Boeri, che elenca, tra gli altri effetti negativi, anche il rischio che la misura si trasformi in un disincentivo al lavoro, ma anche secondo il CENSIS che, in una indagine sul welfare aziendale elaborata con Eudaimon, nota come negli ultimi dieci anni  (2007-2017) il numero di occupati nel Paese è diminuito dello 0,3% e, chi lavora, lavora sempre di più. Un paradosso italiano che conferma come il cosiddetto Reddito di Cittadinanza non solo non abolirà la povertà ma non garantirà nemmeno delle politiche occupazionali con una visione politica di ampio respiro.  

6 Febbraio 2019 / by / in ,
Lavoro, il paradosso italiano: ce n’è di meno e si fatica di più

Invecchiamento della popolazione lavorativa, soprattutto nella pubblica amministrazione, e aumento della forbice nei salari hanno peggiorato il benessere degli occupati. Il welfare aziendale come possibile via di fuga30 Gennaio 2019

Diminuisce la creazione di lavoro, crescono gli affanni legati alla propria occupazione. E’ il “paradosso italiano” messo in evidenza dal Censis in una indagine sul welfare aziendale elaborata con Eudaimon.

Il Censis sintetizza il concetto nel “lavorare pochi, lavorare troppo” e parte nella sua analisi dal rilevare come l’ultimo decennio sia stato deficitario per il numero di occupati nel Paese, con un saldo negativo nel periodo della grande recessione (2007-2017) dello 0,3%. Un dato che si confronta con performance migliori altrove in Europa: è infatti aumentato in Germania (+8,2%), Uk (+7,6%), Francia (+4,1%) e nella media dell’Unione (+2,5%).

A fronte di questa situazione, il ‘percepito’ dei lavoratori descrive un incremento del carico, nonostante le statistiche ufficiali sulle ore lavorate abbiano in passato mostrato come l’economia nel complesso abbia faticato a recuperare i livelli lavorativi antecedenti la crisi, tanto che si è più volte parlato di boom dei part-time e del peggioramento della qualità del lavoro offerto. Secondo il Censis, in ogni caso, il 50,6% dei lavoratori afferma che negli ultimi anni “si lavora di più, con orari più lunghi e con maggiore intensità”. Il rapporto indica che “sono 2,1 milioni i lavoratori dipendenti che svolgono turni di notte, 4 milioni lavorano di domenica e festivi, 4,1 milioni lavorano da casa oltre l’orario di lavoro con e-mail e altri strumenti digitali, 4,8 milioni lavorano oltre l’orario senza pagamento degli straordinari. E con effetti “patologici rilevanti”: 5,3 milioni provano sintomi di stress da lavoro (spossatezza, mal di testa, insonnia, ansia, attacchi di panico, depressione), 4,5 milioni non hanno tempo da dedicare a se stessi 2,4 milioni vivono contrasti in famiglia perché lavorano troppo”.

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Questo quadro di peggioramento delle condizioni percepite, probabilmente si deve anche agli altri fattori che sono entrati in gioco: invecchiamento della popolazione lavorativa, difficoltà di trovare sbocchi per i giovani, aumento della forbice salariale tra meglio e peggio retribuiti. Ricorda il Censis che vent’anni fa, nel 1997, “i giovani di 15-34 anni rappresentavano il 39,6% degli occupati, nel 2017 sono scesi al 22,1%. Le persone con 55 anni e oltre erano il 10,8%, ora sono il 20,4%”. I lavoratori ‘anziani’ si trovano soprattutto nella pubblica amministrazione (il 31,6% del totale, con una differenza di 13,5 punti percentuali in più rispetto al 2011), che come noto è stata interessata dai lunghi congelamenti del turnover e delle assunzioni che hanno reso difficile il ricambio generazionale. Non per nulla, ora i sindacati temono che con la possibilità di uscire con Quota 100 si generi un esodo massiccio che rischia di mettere a repentaglio l’efficienza della macchina pubblica. Anche i settori istruzione, sanità e servizi sociali (il 29,6%, il 7,4% in più) si caratterizzano per la presenza di lavoratori più avanti negli anni. “I millennial invece sono più presenti nel settore alberghi e ristoranti (39%) e nel commercio (27,7%)”.

Quanto ai salari, rispetto al 1998, nel 2016 “il reddito individuale da lavoro dipendente degli operai è diminuito del 2,7% e quello degli impiegati si è ridotto del 2,6%, mentre quello dei dirigenti è aumentato del 9,4%. Nel 1998 il reddito da lavoro dipendente di un operaio era pari al 45,9% di quello di un dirigente ed è diminuito al 40,9% nel 2016. Quello di un impiegato era il 59,9% di quello di un dirigente e si è ridotto al 53,4% nel 2016. Le retribuzioni da lavoro dipendente degli impiegati sono sempre più schiacciate su quelle degli operai e sempre più distanti da quelle dei dirigenti”, lamenta il Censis.

In questo contesto, una via di fuga è proprio rappresentata dalle forme di welfare aziendale che contrastano la riduzione generalizzata del benessere dei lavoratori. “Da una indagine su 7.000 lavoratori che beneficiano di prestazioni di welfare aziendale risulta che l’80% ha espresso una valutazione positiva, di cui il 56% ottima e il 24% buona”. Cosa chiedono i diretti interessati? “Al primo posto c’è la tutela della salute con iniziative di prevenzione e assistenza (42,5%), seguono i servizi di supporto per la famiglia (servizi per i figli e per i familiari anziani) (37,8%), le misure di integrazione del potere d’acquisto (34,5%), i servizi per il tempo libero (banca delle ore e viaggi) (27,3%), i servizi per gestire meglio il proprio tempo (soluzioni per risolvere incombenze burocratiche e il disbrigo delle commissioni) (26,5%), infine la consulenza e il supporto per lo smart working (23,3%)”.

https://www.repubblica.it/economia/miojob/lavoro/2019/01/30/news/censis_lavoro-217819152/

31 Gennaio 2019 / by / in
Come ingrossare le file dell’irregolarità: lo sgombero del CARA di Castelnuovo di Porto

Di Valentina Calderone – A buon Diritto Onlus

La vicenda dello sgombero del CARA (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo) di Castelnuovo di Porto suscita più di qualche perplessità.

Senza avere alcuna intenzione di difendere un luogo che presentava molti problemi, sia dal punto di vista strutturale che dell’isolamento rispetto al centro abitato, quello su cui sembra importante porre l’attenzione sono le modalità con cui si è deciso di chiudere il centro e trasferire gli oltre 500 ospiti.

La cooperativa Auxilium, ente gestore del Cara, aveva un contratto in proroga con scadenza il 31 gennaio 2019 ma, nonostante chi di competenza fosse a conoscenza della volontà di non prorogare ulteriormente l’affidamento, tutta l’operazione di trasferimento è stata organizzata in meno di dieci giorni. Da quanto abbiamo potuto apprendere dai colloqui avuti sia con gli ospiti sia con gli operatori della cooperativa, la vicenda ha presentato gravi lacune amministrative e, soprattutto, la gestione dello sgombero è stata fatta senza prestare alcuna attenzione alle persone che, chi più e chi meno, consideravano quel posto come la loro casa.

Nonostante la legge preveda la sussistenza di motivate ragioni e il diritto della persone a ricevere comunicazione dell’esatto indirizzo di destinazione, niente di tutto ciò è stato rispettato. Il dipartimento libertà civili e immigrazione del ministero dell’Interno ha comunicato i “numeri” di quanti dovevano essere trasferiti: 50 persone in Piemonte, 40 in Emilia Romagna, 30 in Abruzzo… e così via. Nessuna indicazione da parte del ministero sui nomi delle persone coinvolte, nessuna valutazione, quindi, sulle loro storie personali, sui percorsi intrapresi, sui legami stabiliti. Delle loro volontà e aspirazioni, ovviamente, neanche a parlarne. Trattati come dei pacchi – con la differenza che su questi ultimi si scrive almeno l’indirizzo – queste persone sono state sradicate da un giorno all’altro, messe su un pullman e fatte partire verso destinazioni ignote.

Quasi 450 persone frequentavano la scuola, molti facevano sport, lavoravano ed erano coinvolti in attività di volontariato insieme ai cittadini di Castelnuovo di Porto. La grande solidarietà manifestata dagli abitanti dimostra un coinvolgimento attivo dei cittadini, anche grazie all’intelligenza dell’amministrazione locale che evidentemente ha saputo attrarre risorse e competenze e permettere un effettivo scambio e una vera conoscenza tra i nativi e i nuovi arrivati. D’altra parte, sicuramente, c’è la forte preoccupazione per la possibile perdita di 120 posti di lavoro, molti dei quali erano occupati proprio da abitanti del luogo.  

Quello che è importante monitorare adesso, a pochi giorni dalla fine di questa operazione, è il destino delle persone coinvolte nei trasferimenti. Quasi trecento di loro hanno un procedimento aperto presso il tribunale di Roma relativamente alla richiesta di protezione internazionale, alcuni avevano già la data dell’audizione in Commissione territoriale per la domanda d’asilo, altri attendevano notifiche di documenti importanti. Chi ha pensato a salvaguardare i percorsi già intrapresi da queste persone? Chi si occuperà di far rispettare il diritto a seguire da vicino le loro pratiche legate alla possibilità di ottenere il permesso di soggiorno?

Speriamo di essere smentiti dai fatti, ma l’impressione è che questa modalità di sgombero segua una logica ben precisa: disperdere le persone sul territorio, far perdere le loro tracce, impedirgli di fare tutto il possibile per avere un documento. Una grande operazione per agevolare e ingrossare le file dell’irregolarità, ecco cosa ci è sembrato lo sgombero del Cara di Castelnuovo di Porto.

30 Gennaio 2019 / by / in