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Povertà, 25 miliardi all’anno vanno nelle tasche sbagliate

di Milena Gabanelli e Rita Querzè

Cinque milioni di poveri in Italia non si possono ignorare, ed è giusto dare loro un assegno di sussistenza. Ma i soldi vanno spesi bene perché a pagare l’Irpef sono sempre i soliti 41 milioni di italiani. E anche tra loro non tutti se la passano benissimo.

Troppe risorse nelle tasche sbagliate

Ogni anno l’Inps spende 53 miliardi per aiutare chi sta peggio. In gran parte vanno in assegni sociali e integrazioni al minimo. In teoria può fare domanda solo chi è sotto a un certo reddito (per la pensione sociale non bisogna superare i 5.954 euro l’anno, per esempio). Nella realtà oltre un terzo di questi soldi (ovvero 18,5 miliardi) va alle famiglie con redditi superiori alla mediaLo stesso meccanismo vale per i 18 miliardi di spesa generale per la lotta alla povertà. Oltre un terzo – 6,5 miliardi – va al 50% di italiani con redditi superiori alla media. La legge che ha istituito il Reddito di inclusione (Rei) prevedeva un riordino della spesa sociale. Non è mai stato fatto. I cittadini quando vanno a votare non premiano chi gli toglie qualcosa. E i partiti lo sanno.

Incroci a monte per scoprire gli Isee-truffa

Spesso la spesa sociale finisce a chi non ne avrebbe diritto perché è facile truccare le carte. Lo strumento che valuta come se la sta passando una famiglia è l’Isee. L’ultima riforma l’ha migliorato, ma secondo le verifiche della Guardia di Finanza, il 60% degli Isee è basato su autodichiarazioni false. Il tasso di irregolarità è del 90% per le esenzioni dai ticket sui farmaci e del 39% per le richieste di prestazioni sociali nei primi mesi del 2018. Più che aumentare i controlli a valle bisogna incrociare sempre a monte i dati delle proprietà immobiliari, dei redditi e delle giacenze medie sui conti correnti. Ancor meglio inserire i dati delle amministrazioni in un Isee già precompilato: doveva partire nel 2018, ma ancora non si è visto.

Troppi bonus: serve il casellario delle prestazioni

Prendiamo una famiglia povera della periferia di Milano a cui nasce un figlio. Può sicuramente chiedere il bonus bebè appena rifinanziato nell’ultima legge di Bilancio. Ma ci sono anche il bonus alla nascita da 800 euro – che incassano tutti, non solo i poveri – oltre al bonus nazionale per la frequenza al nido. Poi c’è la bebè card del Comune e il bonus nido della regione Lombardia. In pratica la mano destra non sa cosa fa la sinistra. Sarebbe il caso di coordinare le varie misure. L’Inps avrebbe dovuto varare il «casellario», un fascicolo con le prestazioni sociali percepite da ciascun cittadino. Il progetto non è mai decollato. Logico sarebbe che, in base all’Isee, una serie di misure scattassero in automatico, in funzione della situazione di ciascuno.

Assegni proporzionati al costo della vita nei territori

Se si guarda l’incidenza sul totale della popolazione, il record del disagio è al Sud con il 10,3% degli abitanti in povertà assoluta (contro il 5,1% del Centro e il 5,4% del Nord). Ma il 52,5% delle famiglie povere abita comunque al Centro-Nord. L’Istat ha calcolato che nelle periferia di una grande città del Nord, un single per la propria sussistenza ha bisogno di 780 euro al mese. Da qui il reddito di cittadinanza. In un piccolo comune del centro, però, bastano 707 euro, che scendono a 560 euro nel comune del Sud. Avrebbe senso dunque un assegno parametrato al costo della vita del luogo in cui vive il richiedente.

Più servizi (e non solo per l’impiego)

Anpal servizi stima che il 70% degli aspiranti al reddito non sia subito in grado di lavorare, perché ha minori o disabili a carico, problemi di salute e di dipendenze. Sono 3 milioni e mezzo di persone che dovranno stipulare un «patto per l’inclusione sociale» con i Comuni. Nel 2016 la spesa dei Comuni per i servizi sociali ammontava a 7 miliardi e 56 milioni di euro: quelli ricchi offrono servizi sociali ai loro cittadini, gli altri no anche se sul loro territorio si trova la maggior concentrazione di poveri. In Calabria, dove ci si attende il maggior numero di richieste di Reddito di Cittadinanza, la spesa procapite per i servizi sociali è di 22 euro, contro i 517 euro della Provincia Autonoma di Bolzano. Il 15% dei fondi del Rei doveva servire a potenziare i servizi sociali. Per il 2019 il nuovo governo mobilita 347 milioni, che diventeranno 587 nel 2020 e 615 dal 2021 in poi. Risorse insufficienti, mentre non è ancora chiaro con quali criteri saranno ripartite.

Lavori socialmente utili (flop dietro l’angolo)

Chi prende il reddito di cittadinanza dovrebbe fare 8 ore alla settimana di lavoro socialmente utile. Serve quindi personale che organizzi il lavori da fare. I lavoratori vanno poi formati e assicurati. Ad oggi esistono solo pochissime sperimentazioni e la maggior parte dei Comuni non è attrezzata.

Serve più tempo per potenziare i controlli sul lavoro nero e assumere navigator stabili

Le Regioni devono assumere 4.000 navigator per potenziare i propri centri per l’impiego. Vuol dire che si dovranno fare 20 bandi pubblici. Dall’emissione del bando all’assunzione ci vuole mediamente un anno (sei mesi alle Regioni più virtuose). Per aggirare l’ostacolo e partire il primo aprile con il Rdc, il governo intende assumere subito 4.000 navigator con contratti a termine tramite Anpal servizi. Successivamente i 4.000 precari (con il compito di educare i disoccupati a trovare lavoro) dovrebbero partecipare ai concorsi delle Regioni per passare a tempo indeterminato. Poi c’è il lavoro nero: nemico numero uno del reddito di cittadinanza. È vero che ci sono sgravi contributivi per chi assume un povero, ma nessuna azienda assume a tempo indeterminato se non ne ha bisogno. L’economia sta frenando, e in gran parte del Paese i centri per l’impiego non riusciranno a offrire tre occasioni di lavoro in 18 mesi. Che fare? Non escludere dagli sgravi i contratti a termine. Poi potenziare i controlli sui settori e nei territori a maggiore concentrazione di nero. In particolare agricoltura, dove la percentuale arriva al 16,4%, servizi alle persone (22,8%), costruzioni (10,8%), commercio e logistica (7,9%). La legge di Bilancio prevede l’arrivo di 930 nuovi ispettori del lavoro in tre anni, di cui 300 nel 2019. Ma è improbabile che siano operativi prima di fine anno.

Reddito agli stranieri residenti da 10 anni

Il governo stima che saranno 250.000 ad averne diritto. Le stime di fondazione Ismu parlano di 300.000 (su oltre 5 milioni di immigrati, circa un milione è residente da 10 anni, e il 30% è in stato di povertà). Il Comune di Milano ne stima 700 mila. Le richieste verranno presentate nei Comuni, che però non sono in grado di verificare «dove» hanno accumulato i 10 anni di residenza perché l’ anagrafe nazionale in capo a Sogei non è mai stata completata.In sostanza, se non si fa in fretta a completare i registri nazionali e a riorganizzare un sistema iniquo, troppi soldi continueranno a finire nelle tasche sbagliate.13 gennaio 2019 | 22:51© RIPRODUZIONE RISERVATA

14 Gennaio 2019 / by / in
Reddito di cittadinanza. E la montagna partorì il topolino

Workfare. Una misura social-liberista per il controllo e la selezione dei poveri. Chi assumerà un beneficiario, senza licenziarlo per 24 mesi, riceverà un contributo non inferiore a 5 mensilità: è una norma simile agli incentivi del Jobs Act

Andrea Fumagalli – Il Manifesto

E la montagna partorì il topolino. Questo è il commento a caldo più consono alla lettura della bozza del decreto legge che il governo dovrebbe approvare per rendere attuativa l’introduzione del «reddito di cittadinanza» (RdC).

Si tratta comunque di un provvedimento che è meglio del nulla o del pochissimo (vedi il «reddito di inclusione», «Rei») fin qui fatto dai governi precedenti in materia di contrasto alla povertà assoluta. Perché di questo si tratta: di un provvedimento, che per la sua limitatezza e i vincoli imposti non va a incidere in modo significativo sulla distribuzione del reddito, né a invertire la sua polarizzazione, né a garantire la liberta scelta del lavoro in contrasto alla ricatto della precarietà. Incide piuttosto sulla limitazione del disagio sociale connesso alle situazioni di povertà estrema.

SECONDO I DATI forniti dallo stesso governo, la platea dei beneficiari del RdC dovrebbe essere di 1.437.000 famiglie e di 4.340.000 individui (numero inferiore, seppur di poco, ai poveri assoluti, ma pari a meno del 50% dei poveri relativi). Per il 2019, la cifra messa a disposizione ammonta a 6,11 miliardi di euro, per poi salire a 7,77 nel 2020 e a 8,02 nel 2021 (art. 12). Se questi dati vengono confermati, l’obiettivo dichiarato di portare tutto coloro che hanno un reddito inferiore alla soglia di 780 euro mensili appare difficilmente raggiungibile. Facendo infatti dei semplici calcoli matematici, la cifra media che spetta mensilmente a livello familiare sarebbe di 472 euro e, a livello individuale, di 156 euro al mese.

OCCORRE tuttavia tenere presente che il provvedimento ha come obiettivo l’integrazione ai 780 euro mensili del reddito già disponibile e che quindi non tutti riceveranno l’intera somma – come invece vogliono far credere i detrattori e i media. Più concretamente, gli importi su base annua sono composti di due elementi: un’integrazione del reddito familiare di seimila euro e una componente a integrazione del reddito per coloro che abitano in affitto fino ad un massimo di 3360 euro (art. 3). Di fatto, la soglia massima di reddito percepibile per chi è proprietario di casa non è più di 780 euro al mese, ma di 500 euro.

Il RdC potrà essere chiesto, oltre che dai cittadini italianim anche dagli extracomunitari purché siano residenti in via continuativa in Italia da almeno 10 anni. Si stima che le famiglie composte da soli stranieri in tale condizione siano 259.000 (18% delle famiglie beneficiarie, quando i poveri stranieri sono il 35% del totale dei poveri, il doppio). L’erogazione è condizionata alla dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro da parte dei componenti del nucleo familiare maggiorenni. Oltre a ciò, il disoccupato dovrà aderire a un percorso personalizzato etero-diretto finalizzato all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale: frequentare i corsi di formazione, sostenere test psico-attitudinali e prove finalizzate all’assunzione e, infine, accettare almeno una di tre offerte di lavoro congrue.

I CRITERI per definire «congrua» un’offerta di lavoro sono comunque peggiorativi rispetto a quelli definiti dalla legge di petizione popolare (tramutata nel disegno di legge 1670 del 2014): una remunerazione, come minimo, pari a quella precedentemente percepita dal soggetto interessato, il mantenimento della professionalità acquisita, e una sede di lavoro che non sia più distante di 50 km (80 minuti di tempo di trasporto) dal luogo di residenza. Ne consegue, che il soggetto beneficiario è indirettamente obbligato, pena la perdita del sussidio, ad accettare di fatto qualunque offerta viene proposta. E, tenendo conto, che la maggior parte dei poveri (53%) sono situati nelle regioni meridionali, e che la maggioranza dei posti di lavoro si trovano invece nelle regioni settentrionali, è facile immaginare lo sviluppo di nuovi flussi migratori, finanziati dallo Stato a vantaggio delle imprese del Nord.

ED È PROPRIO sul capitolo «aiuti alle imprese» che il RdC mostra la sua vera natura social-liberista. È un indiretto strumento di politica dell’offerta, finalizzata a incentivare assunzioni sotto-qualificate a costi ridotti per le imprese. I datori di lavoro che assumono un lavoratore e non lo licenziano nei primi 24 mesi (tranne che per giusta causa e giustificato motivo!) potranno, infatti, ricevere sotto forma di sgravio contributivo, un contributo comunque non inferiore a cinque mensilità. Si tratta di una norma assai simile agli incentivi stabiliti dal Jobs Act.

INFINE, il reddito viene erogato a livello familiare (non individuale!) attraverso un apposita carta RdC. Si potrà monitorare il tipo di acquisti fatto e in tal modo eventualmente intervenire se la spesa viene ritenuta non consona allo «stato di povertà». Il provvedimento si presenta così in linea con le premesse: una misura di controllo sociale, sostanzialmente di inserimento coattivo al lavoro, fortemente selettivo e non per tutti coloro che si trovano in povertà relativa, la vera misura della povertà. Ma neanche per tutti coloro che si trovano in povertà assoluta, in particolare per i migranti poveri, che non hanno una continuità di residenza in Italia da 10 anni e sono la maggioranza.

10 Gennaio 2019 / by / in
Il DEF e le misure messe in campo dal governo non contrastano le disuguaglianze e non ci aiutano a combattere le mafie e la corruzione

Il Def e le misure messe in campo dal governo non contrastano le disuguaglianze e non ci aiutano a combattere le mafie e la corruzione. Il Def peggiora la condizione dei ceti popolari e dei ceti medi e non ci aiuta ad uscire dalla crisi, bensì la allarga ulteriormente tradendo le aspettative di milioni di cittadini.

Dopo aver annunciato “la fine della povertà” e una sequenza infinita di dichiarazioni su social e televisioni, le misure messe in campo dal governo sono nella realtà inadeguate a rispondere alla crisi generata dall’aumento delle disuguaglianze e non lavorano per ridurle, anzi le allargano e le istituzionalizzano. Assistiamo giornalmente a cambiamenti e marce indietro che stanno aumentando la distanza tra la nostra proposta di introdurre anche in Italia una forma di “Reddito di dignità” firmata tra gli altri da 91 deputati e 35 senatori del M5S nella scorsa legislatura, e l’attuale proposta del governo nazionale Lega/M5S. La misura messa in campo con il Def, impropriamente detta Reddito di cittadinanza, nella realtà altro non è che un modesto sussidio di povertà, nemmeno garantito a tutti gli aventi diritto, vincolato ad un lavoro sottopagato che non risolve la condizione di disagio economico e sociale determinata da fattori sui quali il governo volontariamente non interviene. Si riducono gli investimenti e se ne cambia il segno, mentre si continua a propagandare l’idea che le priorità siano la guerra ai migranti ed ai poveri. Si fanno battaglie mediatiche e generiche contro “l’Europa” quando in realtà il governo ha confermato tutte le misure di austerità, così come i precedenti governi, e non ha fatto nulla per mettere fuori dal patto di stabilità almeno le spese per garantire i servizi sociali e la dignità delle persone.

Abbiamo lavorato e lavoriamo per far comprendere la necessità di istituire in un quadro così cambiato a livello nazionale, europeo e mondiale un nuovo diritto economico, il diritto al reddito. Il governo viaggia invece nella direzione opposta, violando tutte le caratteristiche e gli elementi essenziali stabiliti dalle risoluzioni europee e dalla stessa CE da diversi anni. Il governo tratta i poveri come un problema, stigmatizzando la loro condizione con misure che istituzionalizzano l’esclusione ed aumentano la guerra tra poveri. Sul cosiddetto reddito di cittadinanza il governo fa l’opposto di quanto stabilito da molte risoluzioni europee, a partire dal 1992. Caratteristiche e elementi essenziali che contraddistinguono una misura di reddito minimo garantito e che vogliamo qui riportare per ulteriore chiarezza:

  1.  che il rmg venga dato a tutti quelli che stanno sotto il 60% del reddito mediano del paese, compresi coloro che sono in formazione, così da combattere la dispersione scolastica ed universitaria- il governo non stanzia la cifra necessaria, circa 17 miliardi, e non garantisce a tutta la platea degli aventi diritto questa misura, praticando forme di universalismo selettivo identiche a quelle portate avanti dal tanto criticato Rei del precedente governo;

  2. che vi sia congruità dell’offerta lavorativa in cambio del reddito e non obbligatorietà di lavoro purchè sia, visto che il reddito minimo garantito in Europa è inteso come una misura che dovrebbe garantire e liberare l’autonomia dell’individuo, valorizzandolo attraverso forme di reinserimento sociale – il governo intende invece il cosiddetto reddito di cittadinanza come una classica misura di workfare, con l’obiettivo di rendere “impiegabili” purchè sia i “poveri”, condannando il beneficiario a lavoretti mal pagati che non daranno sbocchi, ne crescita professionale, avviando milioni di individui nella cosiddetta “trappola della povertà”, svelando un approccio culturale che sposta la colpa della condizione economica e sociale sulle vittime, ritenute responsabili uniche della loro condizione;

  3. che il rmg sia individuale – il governo lo intende e lo calcola sul livello familiare, come il Rei del precedente governo;

  4. che il rmg sia riservato a tutti i residenti- il governo ha proposto qualche mese fa di darlo solo agli “italiani”, proponendo una misura palesemente discriminatoria e incostituzionale; oggi viene indicata una durata di residenza minima di almeno tre anni sul nostro territorio per chi volesse accedere al sussidio;

  5. la durata della misura è per le risoluzioni europee da intendersi fino al miglioramento della propria condizione economica in modo da impedire che si rimanga senza alcun sostegno economico- il governo stabilisce invece una durata di 18 mesi oltre la quale la misura non è rinnovabile anche se la condizione economica del beneficiario non fosse cambiata;

  6. garantire un’offerta di servizi sociali di qualità ed il diritto all’abitare come prevedono i “pilastri sociali” europei indicati dalla CE a partire dal 2008 – il governo taglia i fondi per le politiche sociali, non garantisce il diritto all’abitare ed anzi con il Decreto Salvini attacca i movimenti che rispondono all’emergenza abitativa utilizzando il patrimonio pubblico abbandonato o dismesso, promuovendo allo stesso tempo nuove forme di welfare rigenerativo capaci di rispondere a partire dalla comunità alle esigenze dei singoli;

  7. rafforzare i centri per l’impiego pubblici – il governo non ha garantito gli investimenti necessari e non ha una proposta efficace di riorganizzazione dei centri per l’impiego.

Dunque, il governo non introduce nessuna forma di reddito minimo garantito come previsto dalle risoluzioni europee e dalla CE, nonostante la propaganda e gli slogan, ma istituisce con il Def un sussidio di povertà che si configura come una misura di workfare, incapace di rispondere alle esigenze del paese ma che garantisce ulteriore sfruttamento, esclusione sociale e disuguaglianze. La misura introdotta dal governo sembra rispondere più all’esigenza di controllo sugli (im)poveriti, alla necessità di renderli “occupabili”, così da migliorare sulla carta le statistiche. Siamo dinanzi all’ennesimo business sulla pelle di chi è in difficoltà. Obiettivi diametralmente opposti alla nostra proposta di Reddito di Dignità, firmata anche dal M5S, e dalle aspettative dei cittadini che hanno sostenuto il M5S durante la campagna elettorale.

Continueremo a sostenere e batterci per il Reddito di Dignità, perché crediamo sia una misura necessaria ed urgente per contrastare la povertà; perchè ce lo chiede l’Europa dal 1992 e dal 2005 con molte risoluzioni europee; perchè è già uno strumento attivo in quasi tutti i paesi europei; per contrastare il ricatto esercitato dalle mafie su quei soggetti ai margini, precari, sfruttati; per garantire sicurezza a coloro che non possono lavorare o accedere a sistemi di sicurezza sociale; perchè avrebbe effetti positivi sull’economia, sostenendo la domanda aggregata e liberando nuove energie sociali, considerando come sostiene l’Europa che anche in periodi di crisi i regimi di reddito minimo garantito non andrebbero mai intesi come fattori di costo, bensì un elemento centrale della lotta alla crisi.

Ma c’è un’altra questione taciuta prima ed elusa oggi dalla manovra del governo: le politiche di austerità. Non ha senso parlare di reddito di cittadinanza quando poi si continuano a sostenere le politiche di austerità e le scelte di una governance liberista che per sua natura genera ingiustizie sociali ed ambientali. Così come risulta impossibile mettere insieme flat tax e lotta alle disuguaglianze, visto che parliamo di politiche fiscali regressive nel primo caso e della necessità di politiche progressive, come previste nella Costituzione, nel secondo. Delle due l’una. Il governo Lega/M5S sta infatti portando avanti le stesse identiche politiche di austerità dei precedenti governi, nonostante la propaganda e gli insulti. La sostanza dei fatti e degli atti governativi ci dice che il regime di austerità imposti dalla governance europea e dal liberismo economico sono pienamente accettati e condivisi anche da questo governo, che nulla sta facendo per andare in direzione opposta. Denunciamo anche su questo punto il tradimento del M5S che durante la campagna elettorale e nella precedente legislatura aveva firmato la proposta (im)Patto Sociale avanzata da centinaia di realtà rappresentate dalla rete dei Numeri Pari e dalla campagna Sbilanciamoci. Una proposta che puntava a mettere i servizi sociali fuori dal calcolo del deficit per il patto di stabilità, così da liberare decine di miliardi di euro dal controllo della finanza e delle banche, restituendoli alle politiche sociali in un momento in cui nel nostro paese un terzo della popolazione è a rischio esclusione sociale e non sono mai stati riscontrati nella storia della nostra Repubblica indici così alti di disuguaglianza e povertà.

Continuità con le politiche di austerità, nessuna priorità alla lotta alle disuguaglianze, propaganda da permanente campagna elettorale, nessun approfondimento sui principali problemi del paese, attacchi violenti a chiunque osi criticare l’operato del governo, continua ricerca del nemico da accusare per le proprie incapacità – siano i migranti, i poveri o l’Europa-, annunci di politiche mai realizzate, nessun ascolto dei corpi sociali intermedi e della società civile organizzata, operazioni mediatiche di facciata che scavano sul rancore e sulla frustrazione degli italiani, politiche che criminalizzano chi soffre e chi lotta per cambiare la situazione: questo è quanto sta caratterizzando l’azione di questo governo nei suoi primi mesi.

19 Dicembre 2018 / by / in
52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese | II capitolo «La società italiana al 2018»

L’Italia preda di un sovranismo psichico

 

Dopo il rancore, la cattiveria: per il 75% degli italiani gli immigrati fanno aumentare la criminalità, per il 63% sono un peso per il nostro sistema di welfare. Solo il 23% degli italiani ritiene di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori. E il 67% ora guarda il futuro con paura o incertezza. Il potere d’acquisto delle famiglie ancora giù del 6,3% rispetto al 2008. Emergenza lavoro: scompaiono i giovani laureati occupati (nel 2007 erano 249 ogni 100 lavoratori anziani, oggi sono appena 143)

Le radici sociali di un sovranismo psichico: dopo il rancore, la cattiveria. La delusione per lo sfiorire della ripresa e per l’atteso cambiamento miracoloso ha incattivito gli italiani. Ecco perché si sono mostrati pronti ad alzare l’asticella. Si sono resi disponibili a compiere un salto rischioso e dall’esito incerto, un funambolico camminare sul ciglio di un fossato che mai prima d’ora si era visto da così vicino, se la scommessa era poi quella di spiccare il volo. E non importa se si rendeva necessario forzare gli schemi politico-istituzionali e spezzare la continuità nella gestione delle finanze pubbliche. È stata quasi una ricerca programmatica del trauma, nel silenzio arrendevole delle élite, purché l’altrove vincesse sull’attuale. È una reazione pre-politica con profonde radici sociali, che alimentano una sorta di sovranismo psichico, prima ancora che politico. Che talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria ‒ dopo e oltre il rancore ‒ diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare. Il processo strutturale chiave dell’attuale situazione è l’assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive. L’Italia è ormai il Paese dell’Unione europea con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori: il 23%, contro una media Ue del 30%, il 43% in Danimarca, il 41% in Svezia, il 33% in Germania. Il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l’89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, ritenendo irrealistico poter diventare benestanti nel corso della propria vita. E il 56,3% degli italiani dichiara che non è vero che le cose nel nostro Paese hanno iniziato a cambiare veramente. Il 63,6% è convinto che nessuno ne difende interessi e identità, devono pensarci da soli (e la quota sale al 72% tra chi possiede un basso titolo di studio e al 71,3% tra chi può contare solo su redditi bassi). La insopportazione degli altri sdogana i pregiudizi, anche quelli prima inconfessabili. Le diversità dagli altri sono percepite come pericoli da cui proteggersi: il 69,7% degli italiani non vorrebbe come vicini di casa i rom, il 69,4% persone con dipendenze da droga o alcol. Il 52% è convinto che si fa di più per gli immigrati che per gli italiani, quota che raggiunge il 57% tra le persone con redditi bassi. Sono i dati di un cattivismo diffuso che erige muri invisibili, ma spessi. Rispetto al futuro, il 35,6% degli italiani è pessimista perché scruta l’orizzonte con delusione e paura, il 31,3% è incerto e solo il 33,1% è ottimista.

 

Quel bisogno radicale di sicurezza che minaccia la società aperta. Il 63% degli italiani vede in modo negativo l’immigrazione da Paesi non comunitari (contro una media Ue del 52%) e il 45% anche da quelli comunitari (rispetto al 29% medio). I più ostili verso gli extracomunitari sono gli italiani più fragili: il 71% di chi ha più di 55 anni e il 78% dei disoccupati, mentre il dato scende al 23% tra gli imprenditori. Il 58% degli italiani pensa che gli immigrati sottraggano posti di lavoro ai nostri connazionali, il 63% che rappresentano un peso per il nostro sistema di welfare e solo il 37% sottolinea il loro impatto favorevole sull’economia. Per il 75% l’immigrazione aumenta il rischio di criminalità. Cosa attendersi per il futuro? Il 59,3% degli italiani è convinto che tra dieci anni nel nostro Paese non ci sarà un buon livello di integrazione tra etnie e culture diverse.

 

La raziocinante ricerca di un egolatrico compiacimento nei consumi. Il potere d’acquisto delle famiglie italiane è ancora inferiore del 6,3% in termini reali rispetto a quello del 2008. E i soldi restano fermi, preferibilmente in contanti: nel 2017 si è registrato un +12,5% in termini reali del valore della liquidità rispetto al 2008, a fronte di un più ridotto incremento (+4,4%) riferito al portafoglio totale delle attività finanziarie delle famiglie. La forbice nei consumi tra i diversi gruppi sociali si è visibilmente allargata. Nel periodo 2014-2017 le famiglie operaie hanno registrato un -1,8% in termini reali della spesa per consumi, mentre quelle degli imprenditori un +6,6%. Fatta 100 la spesa media delle famiglie italiane, quelle operaie si posizionano oggi a 72 (erano a 76 nel 2014), quelle degli imprenditori a 123 (erano a 120 nel 2014). Molto difficilmente beni e servizi che non accendono desideri specifici dei singoli consumatori – divenuti ferocemente intelligenti nell’adottare una logica selettiva di egolatrico compiacimento – avranno una potenza attrattiva sufficiente per vincere la tendenza a tenere i soldi fermi, preferibilmente in forma cash.

 

Uno vale un divo: una società senza più miti, né eroi. I dispositivi della disintermediazione digitale continuano la loro corsa inarrestabile, battendo anno dopo anno nuovi record in termini di diffusione e di moltiplicazione degli impieghi. Oggi il 78,4% degli italiani utilizza internet, il 73,8% gli smartphone con connessioni mobili e il 72,5% i social network. Nel caso dei giovani (14-29 anni) le percentuali salgono rispettivamente al 90,2%, all’86,3% e all’85,1%. I consumi complessivi delle famiglie non sono ancora tornati ai livelli pre-crisi (-2,7% in termini reali nel 2017 rispetto al 2007), ma la spesa per i telefoni è più che triplicata nel decennio (+221,6%): nell’ultimo anno si sono spesi 23,7 miliardi di euro per cellulari, servizi di telefonia e traffico dati. E abbiamo finito per sacrificare ogni mito, divo ed eroe sull’altare del soggettivismo, potenziato nei nostri anni dalla celebrazione digitale dell’io. Nell’era biomediatica, in cui uno vale un divo, siamo tutti divi. O nessuno, in realtà, lo è più. La metà della popolazione (il 49,5%) è convinta che oggi chiunque possa diventare famoso (il dato sale al 53,3% tra i giovani di 18-34 anni). Un terzo (il 30,2%) ritiene che la popolarità sui social network sia un ingrediente «fondamentale» per poter essere una celebrità, come se si trattasse di talento o di competenze acquisite con lo studio (il dato sale al 41,6% tra i giovani). Ma, allo stesso tempo, un quarto degli italiani (il 24,6%) afferma che oggi i divi semplicemente non esistono più. E comunque appena uno su 10 dichiara di ispirarsi ad essi come miti da prendere a modello nella propria vita (il 9,9%). In più, il 41,8% crede di poter trovare su internet le risposte a tutte le domande (il 52,3% tra i giovani).

 

Dall’assalto al cielo alla difesa delle trincee: il salto d’epoca nella missione della politica. L’area del non voto in Italia si compone di 13,7 milioni di persone alla Camera e 12,6 milioni al Senato: sono gli astenuti e i votanti scheda bianca o nulla alle ultime elezioni politiche. La percentuale dell’area del non voto sul totale degli aventi diritto è salita dall’11,3% del 1968 al 23,5% del 1996, fino al 29,4% del 2018. Il 49,5% degli italiani ritiene che gli attuali politici siano tutti uguali, e la quota sale al 52,2% tra chi ha un titolo di studio basso e al 54,8% tra le persone a basso reddito. La funzione dei social network nella comunicazione politica è definita «inutile» o addirittura «dannosa» dal 52,9% degli italiani, mentre il 47,1% li giudica al contrario «utili» o «preziosi» perché eliminano ogni filtro nel rapporto tra cittadini e leader politici. L’abilità nel muoversi nella post-verità è la cifra del successo politico, se il 68,3% degli italiani ritiene che le fake news hanno un impatto «molto» o «abbastanza» importante nell’orientare l’opinione pubblica. Oggi sembra finito quel gioco combinatorio di identità e interessi che si proiettava nella domanda politica, anche perché i profili identitari dei diversi gruppi sociali sono sempre più sfumati e le relative constituency degli interessi sono sempre più disomogenee.

 

La leadership perduta dell’Unione europea. Nell’Unione europea vive il 6% della popolazione mondiale, si produce il 22% del Pil e l’euro è il secondo mezzo di pagamento negli scambi planetari. Tra l’area dell’euro e l’Ue a 28 Paesi i tassi di crescita nel 2017 risultano allineati intorno al 2,4% e il rapporto debito/Pil è in media al di sotto del 90%. Al più alto Pil pro-capite dell’area dell’euro (quasi 33.000 euro annui, contro i 30.000 dell’intera Ue) si affianca un tasso di disoccupazione di un punto e mezzo in più tra chi non aderisce alla moneta unica. La quota di popolazione esposta al rischio di povertà o esclusione sociale si aggira per le due aree intorno al 22%. Ma emerge il fallimento dei processi di convergenza. Tra i 19 Paesi aderenti all’euro, solo 7 hanno un rapporto debito/Pil inferiore al 60% come stabilito negli accordi di Maastricht, e degli altri 12 sono in 4 a presentare una quota superiore al 100%.

 

Le ragioni economiche dello stare insieme. Rispetto al 2010, in Italia gli investimenti sono ancora all’89,4% del valore di allora, i consumi delle famiglie al 97,4%, la spesa delle amministrazioni pubbliche al 99,1%, il Pil al 99,7% (a fronte di un dato medio europeo in questo caso del 110,6%). Solo l’export è cresciuto (+26,2%). Nel 2017 le esportazioni di merci hanno superato i 448 miliardi di euro (+7,4% rispetto al 2016), con un saldo commerciale positivo di 47,5 miliardi. Siamo il 9° Paese esportatore al mondo, con una quota di mercato del 2,9% (il 3,5% se si considera solo il manifatturiero). Le imprese esportatrici sono oggi 217.431 (8.431 in più dal 2012). E tutto ciò si svolge per la gran parte dentro l’Europa (il 55,6% del valore dell’export). Su 90,6 milioni di viaggiatori stranieri entrati in Italia nel 2017, ben 63,3 milioni (il 69,9% del totale) provenivano da Paesi europei. Dei 39,2 miliardi di euro spesi in Italia dai turisti stranieri, 22,8 miliardi sono attribuibili ai turisti europei (il 58,2% del totale). Ma oggi solo il 43% degli italiani pensa che l’appartenenza all’Ue abbia giovato all’Italia, contro una media europea del 68%: siamo all’ultimo posto in Europa, addirittura dietro la Grecia della troika e il Regno Unito della Brexit. Eppure, finora gli italiani hanno sempre partecipato alle elezioni europee con percentuali di affluenza di gran lunga superiori alla media dell’Ue: nel 2014 il 72,2% contro il 42,6%.

 

Crescere nell’innovazione: il traino comunitario. La spesa pubblica destinata in Italia alla ricerca è scesa da poco meno di 10 miliardi di euro nel 2008 a poco più di 8,5 miliardi nel 2017. Nel periodo è passata da 157,5 euro per abitante a 119,3 euro. Per poter competere nella dimensione dell’innovazione, l’unica chance per l’Italia è una maggiore integrazione nei processi che si realizzano a livello comunitario. Per beneficiare del traino che l’Ue esercita attraverso programmi e fondi destinati ai singoli Paesi, come Horizon 2020. Dei quasi 77 miliardi di euro previsti nel budget del programma 2014-2020 ne sono già stati assegnati oltre 33 miliardi, di cui 2,8 all’Italia. Il nostro Paese è il 5° per finanziamenti ricevuti, dopo Germania, Regno Unito, Francia e Spagna. E il 4° per numero di progetti finanziati: il 9,5% dei quasi 92.000 progetti che hanno ricevuto il contributo.

 

Le quattro Europe: identità plurime e punti di rottura. Alla vigilia delle elezioni europee del 2014, nel mezzo della crisi, i cittadini dei 28 Stati che dichiaravano di avere fiducia nell’Ue erano il 31%, ovvero 11 punti in meno del valore registrato nella primavera di quest’anno (42%). Nei Paesi in cui è elevata la fiducia nell’Ue e contemporaneamente è positivo il giudizio sulla situazione del proprio Paese si è registrata una forte risalita post-crisi, con una variazione del Pil nel periodo 2012-2017 che oscilla tra il +55,3% in termini reali dell’Irlanda e il +4% della Finlandia. Al contrario, nel gruppo di Paesi in cui la fiducia nell’Europa è bassa, anche il giudizio sulla situazione interna è negativo: tra questi figura l’Italia, insieme a Francia, Regno Unito, Spagna e Grecia. In questo gruppo il timore di rimanere senza un’occupazione è espresso dall’83% dei cittadini in Grecia e dal 69% in Italia, contro una media europea solo del 44%.

 

I giovani europeisti e le diversità culturali come destino. Le giovani generazioni in Europa sono una minoranza. La quota di cittadini europei di età compresa tra 15 e 34 anni è pari al 23,7%, quella dei giovanissimi (15-24 anni) ha un’incidenza di poco superiore al 10%. In dieci anni, dal 2007 al 2017, la coorte dei 15-34enni si è contratta dell’8%. L’Italia, con la sua quota del 20,8% di giovani di 15-34 anni sulla popolazione complessiva, di tutti i 28 Paesi membri dell’Ue è quello con la più bassa percentuale di giovani, diminuita nel decennio del 9,3%. Libera circolazione, euro e diversità culturali come valori positivi rappresentano però le tre principali accezioni attribuite all’Europa dai giovani europei.

 

Gli snodi da cui ripartire: l’ipoteca sul lavoro. Tra il 2000 e il 2017 nel nostro Paese il salario medio annuo è aumentato solo dell’1,4% in termini reali. La differenza è pari a poco più di 400 euro annui, 32 euro in più se considerati su 13 mensilità. Nello stesso periodo in Germania l’incremento è stato del 13,6%, quasi 5.000 euro annui in più, e in Francia di oltre 6.000 euro, cioè 20,4 punti percentuali in più. Se nel 2000 il salario medio italiano rappresentava l’83% di quello tedesco, nel 2017 è sceso al 74% e la forbice si è allargata di 9 punti. Tra il 2007 e il 2017 gli occupati con età compresa tra 25 e 34 anni si sono ridotti del 27,3%, cioè oltre un milione e mezzo di giovani lavoratori in meno. Nello stesso tempo gli occupati di 55-64 anni sono aumentati del 72,8%. In dieci anni siamo passati da un rapporto di 236 giovani occupati ogni 100 anziani a 99. Mentre nel segmento più istruito i 249 giovani laureati occupati ogni 100 lavoratori anziani del 2007 sono diventati appena 143. A rendere ancora più critica la situazione è la presenza di giovani in condizione di sottoccupazione, che nel 2017 ha caratterizzato il lavoro di 237.000 persone di 15-34 anni: un valore raddoppiato nell’arco di soli sei anni. Così come è aumentato sensibilmente il numero di giovani costretti a lavorare part time pur non avendolo scelto: 650.000 nel 2017, ovvero 150.000 in più rispetto al 2011.

 

I persistenti squilibri nella formazione del capitale umano. L’Italia investe in istruzione e formazione il 3,9% del Pil, contro una media europea del 4,7%. Investono meno di noi solo Slovacchia (3,8%), Romania (3,7%), Bulgaria (3,4%) e Irlanda (3,3%). Tra il 2014 e il 2017 i laureati italiani di 30-34 anni sono passati dal 23,9% al 26,9%, ma nello stesso periodo la media Ue è salita dal 37,9% al 39,9%: ben 13 punti percentuali in più. Gli abbandoni precoci dei percorsi di istruzione nel 2017 riguardano il 14% dei giovani 18-24enni, contro una media Ue del 10,6%. A parità di potere d’acquisto, la spesa per allievo risulta inferiore alla media europea di 230 dollari nella scuola primaria, di 917 dollari nella secondaria di I grado, di 1.261 dollari nella scuola secondaria di II grado. Il divario più ampio è relativo all’educazione terziaria: in Italia si spendono 11.257 dollari per studente (7.352 dollari se si escludono le spese per ricerca e sviluppo), mentre la media europea è pari a 15.998 dollari (11.132 dollari senza la R&S), con una differenza dunque di ben 4.741 dollari (il 42% in più).

 

La crescita diseguale dei territori: l’Italia che va e quella che resta indietro. A fine 2017 il Paese era ancora 4 punti sotto il valore del Pil del 2008, ma con regioni in pieno recupero (-1,3% la Lombardia e -1,5% l’Emilia Romagna) e altre in forte arretramento: -5,0% il Lazio, -6,2% il Piemonte, -7,9% la Campania, -10,3% la Sicilia, -10,7% la Liguria.

 

Una società che si lascia: la rottura delle relazioni affettive stabili. Ci si sposa sempre di meno e ci si lascia sempre di più. Dal 2006 al 2016 i matrimoni sono diminuiti del 17,4%, passando da 245.992 a 203.258. A diminuire sono soprattutto gli sposalizi religiosi (-33,6%), mentre quelli civili sono aumentati del 14,1%, fino a rappresentare il 46,9% del totale. Le separazioni sono aumentate dalle 80.407 del 2006 alle 91.706 del 2015 (+14%), mentre i divorzi, anche per impulso della legge sul «divorzio breve», raddoppiano letteralmente, passando dai 49.534 del 2006 ai 99.071 del 2016 (+100%). E cresce la «singletudine»: le persone sole non vedove sono aumentate de 50,3% dal 2007 al 2017 e oggi sono poco più di 5 milioni.

http://www.censis.it/7?shadow_comunicato_stampa=121184

7 Dicembre 2018 / by / in ,
Sbilanciamoci! 2019 | La controfinanziaria: Come usare la spesa pubblica per i diritti, la pace e l’ambiente

Il XX Rapporto Sbilanciamoci! è disponibile per essere scaricato. Questa è la Legge di Bilancio che la società civile vorrebbe, quella del cambiamento, quello vero.

Il Rapporto di Sbilanciamoc!i, intitolato “Come usare la spesa pubblica per i diritti, la pace e l’ambiente”, come ogni anno esamina in dettaglio il Disegno di Legge di Bilancio 2019 e delinea una manovra economica alternativa articolata in sette aree chiave di analisi e intervento. Dal fisco e la finanza al lavoro e al reddito, dall’istruzione e la cultura all’ambiente, dal welfare all’altraeconomia, passando per la pace e la cooperazione internazionale: proposte puntuali e praticabili da subito per contrastare le disuguaglianze e garantire giustizia, diritti e sostenibilità all’Italia.

Scheda-di-sintesi_Rapporto-2019_Sbilanciamoci

L’intero Rapporto è disponibile a questo link

6 Dicembre 2018 / by / in
Il 28 Novembre dalle 8 di mattina saremo tutte e tutti a RiMaflow!

La mattina di mercoledì 28 novembre Unicredit Leasing rischia di cancellare con la forza la RiMaflow di Trezzano sul Naviglio, un’esperienza di autogestione operaia e di mutualismo che in quasi sei anni ha creato dal niente e senza aiuto alcuno 120 posti di lavoro.

Il Leasing caccia lavoratori e lavoratrici attraverso un decreto di sfratto nei confronti di Virum, un’immobiliare inadempiente e inesistente da anni nel sito.

Il decreto del Tribunale permette di ottenere la liberazione dell’area da persone e da cose mentre le istituzioni sbandierano un’inchiesta sullo smaltimento illecito dei rifiuti, che ha portato all’accusa infamante di RiMaflow come parte di un’associazione a delinquere e all’arresto del presidente della Cooperativa Massimo Lettieri: ossia il rovescio esatto di quanto fatto in questi anni come scelta ambientalista e di contrasto della criminalità organizzata sul nostro territorio da parte di RiMaflow!

Di questa inchiesta non si parla già più e si concluderà forse senza neppure celebrare un processo, mentre Virum si è sciolta come neve al sole ma sembra rimanere in vita solo per essere … oggetto dello sfratto! Unicredit Leasing non accetta la regolarizzazione dell’occupazione, come proposto anche dalla Prefettura di Milano per l’alto valore sociale dell’esperienza operaia di tutti questi anni, anni in cui la fabbrica sarebbe stata magari riempita di rifiuti poi dati alle fiamme, come succede ormai quotidianamente proprio in questi territori. Mentre se ciò non è avvenuto, come non è avvenuta alcuna altra conseguenza devastante di inquinamento – dati i tetti in amianto e il sottosuolo contaminato -, è proprio per la custodia del bene da parte dei lavoratori e delle lavoratrici presidianti.

Nessuna istituzione ha dato una mano a trasformare decine e decine di occasioni di lavoro informale in posti di lavoro regolari, ma decine e decine di operai e artigiani sono riusciti a regolarizzarsi proprio attraverso l’attività della Cooperativa RiMaflow colpita e messa in mora dall’inchiesta giudiziaria.

Proprio come in questi giorni a Riace o al Baobab Experience di Roma le istituzioni cancellano esempi straordinari e a noi vicini di accoglienza nel nome della ripristinata ‘legalità’, così nei confronti di RiMaflow istituzioni inadempienti gioiscono della ripristinata ‘legalità’, provocando il licenziamento per la seconda volta di 120 persone e restituendo all’abbandono e al degrado 30mila metri quadri di capannoni!

Noi non accettiamo questa situazione! Sono migliaia le personalità, le associazioni e i movimenti anche su scala internazionale, così come i semplici cittadini che hanno manifestato solidarietà a RiMaflow e hanno chiesto e chiedono un tavolo negoziale che impedisca lo sgombero.

Lo rivendicheremo fino al 28 mattina quando saremo ancora una volta tutte e tutti insieme a spiegare all’Ufficiale giudiziario le nostre ragioni e le soluzioni possibili alla controversia.

RiMaflow deve continuare a vivere e vivrà!

https://www.facebook.com/events/284023438986257/

27 Novembre 2018 / by / in ,
Disuguaglianze sociali nelle città italiane

Disuguaglianze sociali in Italia | Città metropolitane Roma, Milano e Napoli sono le capitali d’Italia, ma in queste realtà metropolitane ci sono enormi disuguaglianze tra centri e periferie. Nelle nostre città abbiamo bisogno di politiche inclusive, spesa sociale e politiche per il lavoro.  

 

Dopo aver mostrato nel nostro precedente articolo su economiaepolitica l’esclusione sociale nel comune di Roma emersa nel progetto #mapparoma, in questo articolo intendiamo comparare le tre più popolose città metropolitane italiane: Roma, Milano e Napoli. A questo fine, mettiamo insieme le suddivisioni sub-comunali dei capoluoghi con gli altri comuni dell’hinterland: per Roma 155 zone urbanistiche e 120 comuni, per Milano 88 nuclei di identità locale e 133 comuni, per Napoli 30 quartieri e 91 comuni. Come nell’articolo precedente i dati, di fonte censuaria e illustrati dal presidente dell’Istat nella sua audizione alla Commissione parlamentare sulle periferie, sono resi disponibili in formato aperto (open data) e liberamente riutilizzabili.

 

Roma, Milano e Napoli, pur paragonabili in termini di popolazione residente, non lo sono in termini di superficie, forma urbana e performance economica. Rappresentano infatti bene lo storico divario tra il Nord e il Sud del Paese. Un divario che in seguito alla crisi scoppiata sul finire del 2007 risulta addirittura aumentato in termini di crescita, occupazione e benessere come mostra il capitolo di Riccardo Realfonzo, Paola Corbo e Angelantonio Viscione “Competitività e sviluppo nella città metropolitana di Napoli” pubblicato nel volume curato da Lucio D’Alessandro e Riccardo Realfonzo Per una strategia di sviluppo della Città metropolitana di Napoli. Per un approfondimento della competitività territoriale delle diverse città metropolitane rimandiamo al Primo rapporto della Scuola di Governo del Territorio, recensito per economiaepolitica.it da Stefano Lucarelli e Gaetano Perone.

 

Le tre città metropolitane hanno diverse dimensioni territoriali: Milano e Napoli raggiungono insieme 274mila ettari, la metà dell’estensione di Roma (536mila ettari), un dato ancora più evidente a livello comunale, dove la somma dei capoluoghi Milano e Napoli rappresenta solo il 23% del territorio di Roma Capitale. Roma è caratterizzata dall’eccezionale dimensione del comune capoluogo, il cui limite amministrativo include ampie porzioni di campagna, mentre le aree urbane di Milano e Napoli superano i limiti delle rispettive città metropolitane, andando a saldarsi con le province confinanti. In ogni caso le periferie non rimangono immutabili, ma cambiano forme e funzioni dando vita a peculiari conformazioni urbane sia con una distribuzione eterogenea dei luoghi a rischio di esclusione sia con un’alternanza di situazioni diversificate, che diventano ancora più forti quando l’analisi si allarga oltre i confini amministrativi comunali per arrivare a quelli metropolitani, come evidenzia bene l’introduzione “Milano città in uscita” di Rosangela Lodigiani al Rapporto sulla città di Milano 2018.

 

In questa sede ci concentriamo su tre dimensioni essenziali dello sviluppo economico: reddito medio per abitante, istruzione e occupazione, rimandando per un’analisi più dettagliata, comprendente anche altre dimensioni, al nostro lavoro “Disuguaglianze metropolitane: un confronto con Milano e Napoli” pubblicato nel volume curato da Ernesto d’Albergo e Daniela De Leo Politiche urbane per Roma: le sfide di una capitale debole.

Il reddito

Per quanto riguarda il reddito medio annuo per contribuente (Figura 1) è interessante osservare, da un lato, come quasi l’intero territorio della città metropolitana di Milano si collochi nella fascia di reddito superiore a 20.000 euro e, dall’altro, che Milano (30.600 euro) non è il comune più ricco essendo scavalcato da cinque comuni dell’hinterland i cui redditi medi superano i 31.000 euro (Basiglio, Cusago, Segrate, San Donato e Arese). Nella città metropolitana di Roma gli unici due comuni che superano, di poco, 25.000 euro di reddito medio sono Formello e Grottaferrata, situati nella prima cintura, mentre Roma rimane poco al di sotto (24.700 euro, un valore probabilmente “appiattito” per effetto della variabilità interna all’esteso territorio comunale) e la maggior parte dei comuni dell’hinterland si colloca nella fascia tra 15 e 22.000 euro. Ben diversa si presenta la situazione della città metropolitana di Napoli dove, ad esclusione di Capri, San Sebastiano al Vesuvio, Procida e Sorrento, il resto dei comuni non supera i 20.000 euro di reddito medio; Napoli è leggermente al di sotto (19.900 euro), e numerosi comuni hanno un reddito medio per contribuente inferiore ai 15.000 euro. Nei diagrammi a scatola (Figura 2) la variabilità di questi dati è mostrata in relazione a tutti i comuni delle tre città metropolitane*.

 

Figura 1 – Reddito medio per contribuente (€ 2015)

Fonte: elaborazione degli autori su dati Agenzia delle Entrate.

 

Figura 2 – Variabilità del reddito medio per contribuente (€ 2015)

Fonte: elaborazione degli autori su dati Agenzia delle Entrate.

I laureati

La distribuzione della popolazione residente con più di venti anni per titolo di studio è fra le caratteristiche socio-demografiche che maggiormente condizionano la composizione socio-economica delle diverse aree urbane. Se a Roma e Milano la quota di laureati più elevata si osserva nei quartieri più centrali e in pochi altri comuni dell’hinterland, a Napoli il disagio socio-economico di parte del centro storico fa sì che i titoli di studio più elevati siano concentrati soprattutto nelle zone benestanti semicentrali (Figura 3).

 

A Roma, come già descritto su EticaEconomia, la distanza dal centro è anche una distanza sociale. Infatti, i laureati ai Parioli (49,2%) sono ben otto volte quelli della periferia di Tor Cervara (6%): la loro percentuale supera il 42% nei quartieri benestanti a nord, mentre scende sotto al 10% soprattutto nelle periferie esterne o prossime al GRA a est, e anche nell’hinterland i laureati non superano mai il 25%.

 

Anche a Milano le differenze tra centro e periferia sono nette, poiché i laureati a Pagano e Magenta-San Vittore (entrambi 51,2%) sono sette volte quelli di Quarto Oggiaro (7,6%). La quota di residenti laureati supera il 42% in tutto il centro all’interno della cerchia dei Bastioni e nei quartieri limitrofi, mentre è inferiore al 12% in numerose periferie in tutti i quadranti. Nell’hinterland i valori sono più bassi, come nel caso romano, poiché – con una sola eccezione – i laureati non superano mai il 27%.

 

A Napoli le differenze sono ancora più marcate rispetto a Roma e Milano, in quanto i laureati a Posillipo, Chiaia e Vomero (circa 40%, dato comunque inferiore rispetto ai valori massimi delle altre due città) sono nove volte quelli di Scampia, San Giovanni a Teduccio e Miano (4,5%). Anche nell’hinterland i laureati sono pochi, al massimo il 15-17% della popolazione residente – è il caso di Nola e di alcuni comuni a est e nella penisola Sorrentina – una quota comunque inferiore a quella rilevata nelle città metropolitane di Roma e Milano. In un grande numero di comuni del napoletano – tra cui, considerando solo quelli più popolosi, molti a nord (il più popoloso è Afragola) e a sud-est – la quota di laureati è inferiore al 7%.

 

Nei diagrammi a scatola (Figura 4) la variabilità di questi dati è mostrata in relazione a tutti i comuni delle tre città metropolitane e alle suddivisioni sub-comunali dei capoluoghi.

 

Figura 3 – Laureati (% pop. 20+, 2011)

Fonte: elaborazione degli autori su dati ISTAT.

 

Figura 4 – Variabilità dei laureati (% pop. 20+, 2011)

Fonte: elaborazione degli autori su dati ISTAT.

L’occupazione

Per quanto riguarda il tasso di occupazione rispetto alla popolazione con più di 15 anni (Figura 5), a Roma supera il 55% solo nei nuovi insediamenti periferici con coppie giovani a sud-ovest (tra cui Malafede e Vallerano Castel di Leva) e ad est (tra cui Ponte di Nona e Casal Monastero), mentre è di poco superiore al 40% nei quartieri popolari della periferia storica a nord (Tufello) ed est (Torrespaccata, Casilino, Don Bosco, Gordiani), oltre che a Ostia Nord sul litorale. Nell’hinterland il tasso di occupazione risulta più basso: è intorno al 50-52% solo in alcuni comuni a nord nella valle del Tevere e a Monterotondo, e a sud-est (soprattutto Pomezia), oltre che a Fiumicino sul litorale, mentre è di poco superiore al 40% (guardando solo ai comuni più popolosi) nel litorale sud (Nettuno e Anzio) e a sud-est nei Castelli Romani.

 

A Milano il tasso di occupazione è mediamente più alto che a Roma, poiché, a parte tre nuclei poco popolosi, è compreso tra il 55 e il 60% nel centro storico e in vari quartieri limitrofi al centro stesso o più periferici a nord ed est. Il tasso rimane comunque inferiore al 45% in alcune periferie in tutti i quadranti (tra cui Gallaratese, Quarto Oggiaro e Niguarda Cà Granda). Anche nell’hinterland sono numerosi i comuni di media grandezza il cui tasso di occupazione è compreso tra il 55 e il 60%, quindi al di sopra dei valori romani, mentre è inferiore al 50% in tutta la popolosa cintura nord tra Milano e Monza (in particolare Sesto San Giovanni, Cinisello Balsamo e Cologno Monzese).

 

A Napoli i tassi di occupazione sono più bassi di quelli dell’area romana e le differenze tra quartieri molto più marcate, con il tasso di occupazione del 43% a Posillipo che è il doppio rispetto al bassissimo 22% di Scampia. Il tasso raggiunge valori intorno al 40-43%, tipici delle zone popolari di Roma, solo nei quartieri occidentali del ceto medio-alto (Posillipo, San Giuseppe, Chiaia, Vomero e Arenella), ed è inferiore al 30% nelle popolose periferie nord (tra cui Scampia e Secondigliano), est (in particolare Ponticelli e Barra) e ovest (Soccavo), oltre a Mercato e Pendino in centro. Anche nell’hinterland il tasso di occupazione supera il 40% esclusivamente nelle isole e nella penisola Sorrentina.

 

Anche in questo caso nei diagrammi a scatola (Figura 6) la variabilità dei dati è mostrata in relazione a tutti i comuni delle tre città metropolitane e alle suddivisioni sub-comunali dei capoluoghi.

 

Figura 5 – Tasso di occupazione (% pop. 15+, 2011)

Fonte: elaborazione degli autori su dati ISTAT.

 

Figura 6 – Variabilità del tasso di occupazione (% pop. 15+, 2011)

Fonte: elaborazione degli autori su dati ISTAT.

 

Spunti conclusivi

In conclusione, dal nostro lavoro emergono evidenti forme di esclusione sociale e di polarizzazione tra le periferie scarsamente dotate di opportunità e i quartieri centrali e benestanti, in una sorta di crescita a due velocità. Questo fenomeno è più evidente a Napoli e Roma, ma è presente anche a Milano, capitale dell’opulento Nord. Le città metropolitane escono dalla crisi più profonda che il nostro Paese abbia mai conosciuto con una classe di esclusi presenti peraltro non solo nelle periferie e nelle classi sociali meno abbienti, ma anche in quella che era un tempo la classe media. Le parti deboli della società non sono riuscite a cogliere i benefici apportati dalla crescita del settore terziario avanzato che si è verificata nell’ultimo decennio, sia pure con intensità diversa, a Milano, Napoli e Roma. Insufficiente attenzione è stata data alle aree periferiche, la povertà non è stata ridotta, e ampie fasce di popolazione soffrono l’esclusione sociale, essendo anche fisicamente lontane dalle zone più dinamiche delle città, dove sono maggiormente frequenti le interrelazioni sociali e l’offerta culturale. I ceti medi subiscono l’aumento del costo della vita e dei prezzi degli immobili che, nonostante il calo degli ultimi anni, rimangono spesso proibitivi.

 

Queste evidenze, emerse anche nella Relazione finale della Commissione parlamentare sulle periferie, suggeriscono la necessità di politiche specifiche non solo per le diverse aree metropolitane, ma anche internamente ad esse. Per combattere le disuguaglianze nelle realtà metropolitane è importante mettere al centro delle politiche gli individui, ossia ripartire innanzitutto dai loro bisogni. Per poter fare questo nella maniera più efficace, per non cadere nella trappola dei luoghi comuni, è indispensabile una migliore conoscenza del territorio nelle sue varie sfaccettature. Solo così può migliorare la capacità delle amministrazioni di elaborare politiche in grado di contrastare le diverse e nuove forme di marginalità ed esclusione sociale.

https://www.economiaepolitica.it/2018-anno-10-n-16-sem-2/disuguaglianze-sociali-citta-italiane/

Breve bibliografia

Alleva, G. (2017), Audizione alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie, Camera dei Deputati, Roma.

Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie (2017), Relazione sull’attività svolta dalla Commissione, Camera dei Deputati, Roma (parte II, cap. 1 “Roma”: 261-331 – cap. 2 “Napoli”: 333-354 – cap. 3 “Milano”: 355-380).

Lelo, K., Monni, S., Tomassi, F. (2018) “Urban inequalities in Italy: a comparison between Rome, Milan and Naples”, di prossima pubblicazione in Entrepreneurship and Sustainability Issues.

Lelo, K., Monni, S., Tomassi, F. (2018) “Disuguaglianze metropolitane: un confronto con Milano e Napoli” in d’Albergo, E., De Leo, D. (2018), Politiche urbane per Roma: le sfide di una capitale debole, Sapienza Università Editrice, Roma: 17-35.

Lelo, K., Monni, S., Tomassi, F. (2017) “Roma, tra centro e periferie: come incidono le dinamiche urbanistiche sulle disuguaglianze socio-economiche”, Roma Moderna e Contemporanea, 25, 1-2: 131-146.

Lodigiani, R. (a cura di) (2018) “Milano 2018 – Agenda 2040, Rapporto sulla citta”, Rapporto di Ambrosianeum Fondazione Culturale, Franco Angeli, Milano.

Realfonzo, R. (a cura di) (2016) “La competitività italiana Le imprese, i territori, le città metropolitane. Primo rapporto della Scuola di Governo del Territorio”, Franco Angeli, Milano.

Realfonzo, R., Corbo, P., Viscione, A. (2018) ”Competitività e sviluppo nella città metropolitana di Napoli” in D’Alessandro, L., Realfonzo, R. (a cura di) (2018) “Per una strategia di sviluppo della Città metropolitana di Napoli”, Franco Angeli, Milano.

* “Baffo” superiore = massimo, lato superiore della scatola = terzo quartile, linea dentro la scatola = secondo quartile (mediana), lato inferiore della scatola = primo quartile, “baffo” inferiore = minimo.

24 Novembre 2018 / by / in
Progetto Famiglie in Rete: la testimonianza sull’esperienza dell’accoglienza e dell’affido

Siamo Chiara, Ilaria ed Elena e abbiamo 20, 19 e 17 anni. Siamo state introdotte nel mondo dell’accoglienza fin da piccole quando per tre anni di seguito, durante le vacanze estive, nel mese di luglio, ospitavamo a casa nostra una bambina della nostra età che proveniva dalla Bielorussia. Questa breve esperienza, seppur con le sue difficoltà, ci ha fatto capire realmente cosa significa condividere i propri spazi con qualcuno estraneo alla nostra famiglia.

 

Dopo un paio di anni, una decina di anni fa, con la nascita della rete di famiglie abbiamo iniziato a vivere più consapevolmente l’accoglienza. All’inizio, quando i nostri genitori partecipavano agli incontri, per noi era ancora una realtà molto lontana e astratta perché non la vivevamo in prima persona. Quando poi però c’è stata la prima proposta di accogliere, per un pomeriggio a settimana, una bambina di origini marocchine che faceva le elementari con noi, c’è un po’ crollato il mondo addosso. Noi per prime infatti avevamo dei pregiudizi nei suoi confronti e la nostra paura era che i nostri amici ci giudicassero e allontanassero per una decisione che non dipendeva da noi.

 

In questa esperienza infatti ci siamo lasciate coinvolgere il minimo indispensabile.

 

Ci siamo fatte trascinare sicuramente di più nella seconda accoglienza: due fratelli che venivano da noi qualche sera a settimana e che prima non conoscevamo. Vivevamo questa nuova situazione con più entusiasmo e disponibilità. Per questo motivo riconosciamo che i rapporti che si sono creati erano più forti e ancora oggi, quando capita di incrociarli, ci vengono in mente bei ricordi.

 

Nel complesso l’esperienza di accoglienza vissuta con la rete di famiglie se da un lato non ci ha risparmiato il peso del pregiudizio che sentivamo che gli altri avrebbero avuto su di noi, dall’altro ci ha permesso di aprire gli occhi sul fatto che c’erano tanti bambini, anche vicino a noi, che non avevano le nostre fortune e le nostre possibilità.

 

Questa esperienza, nella sua caratteristica di avere un tempo limitato e ben definito (per noi qualche ora a settimana) ci ha lasciato una certa libertà nello scegliere come vivere questi rapporti e sicuramente il fatto di essere tre sorelle ci ha permesso, in diverse occasioni, di prenderci i nostri spazi e vivere l’accoglienza con i tempi e i modi che decidevamo noi.

 

L’appartenenza dei nostri genitori alla rete di famiglie ci ha fatto entrare a piccoli passi nel contesto dell’affido.

 

In questa occasione, mentre i nostri genitori frequentavano il corso per prepararsi, anche se non eravamo del tutto convinte di quello che stavano facendo, abbiamo cominciato a immaginarci ipoteticamente chi sarebbe potuto venire a casa nostra, sempre però pensandoci in modo positivo.

 

La realtà è che siamo state catapultate nella prima esperienza di affido da un momento all’altro senza aver avuto la possibilità di confrontarci bene con i nostri genitori e per questo fin dall’inizio abbiamo vissuto con insofferenza l’arrivo di una bambina di dieci anni in casa nostra.

 

Anche se dopo un paio di mesi questo affido si è rivelato essere davvero difficile e impegnativo possiamo dire che questo ha permesso di unirci molto come famiglia ma in particolare come sorelle. L’esperienza di affido infatti inevitabilmente ha cambiato le dinamiche della nostra famiglia perché in ogni caso la persona che accogli invade in modo consistente i tuoi spazi e stravolge i ritmi ad esempio pranza e cena sempre con te, usa il tuo bagno, condivide la stanza, richiede le attenzioni dei tuoi genitori.

 

La particolare difficoltà di questo affido ci ha dato modo però di rafforzare le motivazioni che ti portano a prendere certe decisioni. Infatti quando ai nostri genitori, qualche mese dopo la chiusura del primo affido, è stato proposto quello di una bambina di cinque anni in carrozzina abbiamo detto tutti insieme di sì dopo averci pensato bene.

 

Quest’ultima esperienza, iniziata nell’ottobre del 2016, ci ha proprio cambiato la vita perché, ormai anche noi più grandi, con una sensibilità diversa e più matura, abbiamo davvero colto in profondità il senso dell’essere una famiglia accogliente. Questo affido inoltre ci ha aiutato ad aprire il cuore e gli occhi anche alla realtà della disabilità fisica.

 

Sicuramente il nostro coinvolgimento attivo nelle varie esperienze di accoglienza è dipeso da chi abbiamo ospitato perché si tratta di bambini e ragazzi con culture, storie e caratteri diversi. Per questa ragione il coinvolgimento cambia anche rispetto a chi realmente e fisicamente ci troviamo davanti.

 

Di fronte all’esperienza dell’affido ci siamo rese conto che, oltre che alle dinamiche, cambiano anche le nostre priorità attraverso un nuovo spirito di collaborazione che si è creato all’interno della nostra famiglia.

 

Noi ci siamo rese conto che abbiamo ricevuto davvero tanto dai nostri genitori che ci hanno sempre voluto bene e non ci hanno mai fatto mancare niente e hanno contribuito in maniera fondamentale a essere ciò che siamo e allora perché non dare questa possibilità di crescere in un ambiente di vita sereno anche ad altri bambini e bambine?

http://progettofamiglieinrete.it/

24 Novembre 2018 / by / in ,
UNDP: Human Development Indices and Indicators 2018 statistical update

Oggi, le persone, le nazioni e le economie sono più collegate che mai, così come lo sono i problemi di sviluppo globale che stiamo affrontando. Questi problemi si estendono ai confini, a cavallo dei settori sociale, economico e ambientale. Dall’urbanizzazione alla creazione di posti di lavoro per milioni di persone, le sfide del mondo saranno risolte solo con approcci che tengono conto sia della complessità che del contesto locale.

Ineguaglianza e conflitto sono in aumento in molti posti. I cambiamenti climatici e altre preoccupazioni ambientali stanno indebolendo lo sviluppo ora e per le generazioni future. Poiché il nostro pianeta sembra essere sempre più ineguale, più instabile e più insostenibile, offrire dati dettagliati e affidabili non è mai stato così importante.

La disuguaglianza,  è diventata una questione determinante del nostro tempo, in molti luoghi è causa di incertezza e vulnerabilità radicate. L’ineguaglianza riduce l’HDI globale di un quinto infliggendo il colpo più duro ai paesi nelle categorie di sviluppo medio-basse.

La disuguaglianza di genere rimane uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo umano. L’ISU medio per le donne è inferiore del 6% a quello degli uomini, mentre i paesi della categoria di sviluppo basso subiscono le maggiori lacune. Dati gli attuali tassi di progresso, potrebbero essere necessari oltre 200 anni per colmare il divario di genere economico in tutto il pianeta.

Inoltre, i conflitti in molte parti del mondo rimangono la norma piuttosto che l’eccezione. La violenza non solo minaccia la sicurezza umana ma erode anche i progressi dello sviluppo. Tra il 2012 e il 2017, i conflitti in Siria, Libia e Yemen hanno contribuito a far scivolare verso il basso l’ISU, a causa di cali significativi della loro aspettativa di vita o di battute d’arresto economiche. Occorreranno anni, se non decenni, per tornare ai livelli di sviluppo pre-violenza.

Infine, come mostrano gli indicatori ambientali, i progressi di oggi stanno arrivando a scapito dei nostri figli. Un clima che cambia, una massiccia diminuzione della biodiversità e l’esaurimento delle risorse di terra e di acqua dolce rappresentano gravi minacce per l’umanità. Richiedono un cambiamento immediato e ambizioso nei modelli di produzione e consumo. Sebbene le prove rimangano la linfa vitale di decisioni informate, molti decisori politici lottano comprensibilmente per sapere a chi rivolgersi per ottenere informazioni attendibili e facilmente comprensibili in mezzo all’attuale valanga di nuovi indici, indicatori e statistiche. La raccolta, l’integrazione e il filtraggio di nuovi dati sono necessari per vedere l’immagine più grande e sviluppare soluzioni migliori.

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29 Ottobre 2018 / by / in
Miti del rancore, miti per la crescita: verso un immaginario collettivo per lo sviluppo

3.1. Quando e perché siamo diventati rancorosi

Il rancore nella nostra società nasce dal blocco verso l’alto dell’ascensore sociale e dalla percezione che il nostro destino e quello dei nostri figli non abbiano orizzonti di miglioramento reale: è una condizione oggettiva e soggettiva che genera un clima sociale dagli imprevedibili sfoghi. Vince la paura di cadere più in basso, la vertigine del declassamento che alimenta una mentalità “da fortezza assediata” in cui diventa normale rimarcare le distanze dagli altri, in particolare da chi è percepito come più in basso o diverso.

Le radici socioeconomiche indicate sono profonde e visibilmente legate al trauma irrisolto della crisi, evento epocale che ha cambiato le basi materiali e psicologiche della nostra vita collettiva, lasciando in eredità un sottofondo emotivo che diventa facile ostaggio di spregiudicate imprenditorie sociopolitiche rese ancor più potenti dalle nuove opportunità del digitale.

Ecco perché non può sorprendere che la società del rancore abbia un immaginario collettivo regressivo, chiuso, infetto, proiezione di paure inconsce diffuse, intime e personali, a lungo inconfessabili e ora percepite come legittime, anzi portate a imporsi con incontenibile prepotenza come le uniche legittime, perché autenticamente sentite e condivise dal popolo.

3.2. Io starò peggio degli altri: la mutazione delle aspettative soggettive prevalenti e il caos che spaventa

La crisi cominciata nel 2008 è stata senz’altro uno spartiacque memorabile che, oltre a mutare le radici materiali della condizione sociale, ha mutato la percezione che le persone hanno di se stesse e della propria condizione socioeconomica.

È un passaggio epocale da cui non si torna indietro, perché ha radici materiali nelle condizioni economiche e perché tocca con profondità irreversibile la psicologia collettiva, che cambia senza possibilità di ritorno. La crisi è stata il grande trauma, dal quale la società e i suoi protagonisti non sono riusciti a gestire lo stress post traumatico. Utili sono alcuni esempi paradigmatici dei mutamenti avvenuti. Il primo tocca il rapporto tra le persone e gli altri e per interpretarne il senso occorre considerare che la vita quotidiana è fatta di passaggi di routine, che nel tempo tendono a ripetersi e che finiscono per diventare comportamenti e opinioni sentinella dell’evoluzione di pratiche e psicologie individuali e collettive. Così per le aspettative di inizio anno, analizzando le quali è possibile enucleare il mood prevalente della società. Per questo è molto utile interpretare i dati sulla evoluzione in venti anni delle aspettative delle persone sulla propria condizione economica e su quella degli altri: Emerge che (tavola 1):

  • nel 1998 il 27,7% degli italiani era convinto che la propria condizione economica sarebbe migliorata e il 23% che sarebbe migliorata quella in generale;

  • nel 2008, anno uno della crisi, era il 19,6% a pensare che la propria condizione sarebbe migliorata e il 20,8% a pensare che sarebbe migliorata quella degli altri;

  • nel 2018 è il 28% a dire la mia condizione economica migliorerà, e ben il 35% a pensare che migliorerà quella in generale, degli altri.

Una evidente e potente inversione di percezioni: un tempo la convinzione che per me andrà meglio che per gli altri; dalla crisi in avanti l’idea che agli altri andrà meglio che a me. E la prevalenza sociale dell’idea che gli altri staranno meglio di me, e che le cose in generale andranno meglio agli altri che a me.

Un visibile capovolgimento del rapporto tra aspettative personali e generali rispetto al prima della crisi, quando le aspettative positive sulla situazione personale erano sistematicamente superiori a quelle riferite all’intera società, alimentando la convinzione che io starò meglio degli altri.

E in parallelo, in Italia è bassa la percezione di avere le stesse opportunità degli altri per avanzare nella propria vita: infatti, è convinto di avere pari opportunità rispetto alle altre persone il 45% degli italiani, mentre è il 60% in Francia, il 70% in Germania, il 52% in Spagna, il 58% nella media dei Paesi Ue oltre l’81% in Svezia (tavola 2).

Una società che per la maggioranza degli italiani non è in grado di offrire chance di crescita o che in ogni caso spinge le persone a pensare che gli altri hanno maggiori opportunità.

E poi c’è la percezione che occorra difendersi da incertezze e paure. L’instabilità della propria condizione è la base di una sensazione più generale di incertezza, che rende vulnerabili e pronti a cedere a ogni paura. In ogni ambito occorre difendersi mettendosi nelle condizioni di affrontare situazioni impreviste.

L’ossessione dell’essere soli di fronte all’incertezza guida scelte essenziali della vita propria e familiare, a cominciare dalla destinazione del reddito. Ulteriori dati di percezione collettiva consentono di focalizzare il clima sociale che fa da sfondo e alimenta l’immaginario collettivo infetto, esito appunto di incertezze e paure.

Il 60% degli italiani è convinto che in Italia le cose stanno andando nella direzione sbagliata e solo in Grecia e in Spagna si registrano quote più elevate che fanno propria tale opinione; in Italia rispetto al 2007, cioè l’ultima anno precrisi, la quota di coloro che considerano sbagliato il sentiero su cui si muovono le cose è cresciuto di 8 punti percentuali (tavola 3). Il 39% degli italiani non ha fiducia nel futuro: in questo caso, addirittura, nel panel di paesi Ue presi in considerazione, solo la Grecia mostra una quota nettamente più alta; la stessa Spagna ha nel corpo sociale una propensione più positiva verso il futuro (tavola 4).

Percezione che le cose non vanno nella direzione giusta e sfiducia nel futuro sono probabilmente l’esito di una situazione generale che sorpassa le persone, le mette di fronte a una complessità del reale di ogni giorno che stentano a capire e più ancora a gestire.

Infatti, ben il 35% degli italiani dichiara di non capire quel che gli sta accadendo intorno e, fatta salva la Spagna, questa percezione di realtà opaca e impenetrabile connota gli italiani in misura più marcata rispetto al resto delle società della Unione Europea (tavola 5). Una incertezza che promana da una realtà impenetrabile nelle sue logiche, che incombe sulla vita familiare come una minaccia: è questo il cuore del sentiment sociale nel nostro Paese in questa fase e l’humus su cui poi si innesta il rancore di chi non vede sbocchi e soprattutto non vede uscite in avanti per la condizione propria e dei propri figli. Pensare che le cose vadano male, e che a se stessi vadano peggio che agli altri, fa crescere malanimo e rabbia interiore, che si innestano nei circuiti delle relazioni sociali alimentando le derive peggiori.

3.3. Come riuscire nella vita

Per progredire nella vita, per gli italiani sono importanti lavorare sodo e il titolo di studio e tuttavia contano anche molto, soprattutto in confronto con altri paesi Ue, la provenienza da una famiglia agiata, le conoscenze o anche gli agganci politici.

Infatti, per progredire nella vita ritengono essenziale (tavola 6):

– conoscere le persone giuste il 28% degli italiani, il 22% dei tedeschi, il 16% dei francesi, il 15% degli svedesi e il 15% dei residenti nel Regno Unito;

– provenire da una famiglia agiata, il 18% degli italiani, il 7% dei tedeschi, il 4% dei francesi, solo l’1% degli svedesi e il 6% dei residenti nel Regno Unito;

– avere i giusti contatti politici, il 22% degli italiani, il 5% dei tedeschi, il 3% dei francesi, solo l’1% degli svedesi e il 4% dei residenti nel Regno Unito.

Lavorare sodo è essenziale per la mobilità sociale in alto per il 26% degli italiani, il 23% dei tedeschi, il 25% dei francesi, 22% degli svedesi e il 45% dei residenti nel Regno Unito. Per gli italiani poi la fortuna è essenziale per il 34%, di contro al 20% dei tedeschi, 11% dei francesi, 6% degli svedesi e 8% dei residenti nel Regno Unito.

 

3.4. La mappa dei pregiudizi, anticamera dei rancori

I rancori seguono la traccia dei tanti e sollecitati pregiudizi, sempre meno inconfessabili, che afferiscono a dimensioni quotidiane quasi intime. La retorica pubblica del politically incorrect ha progressivamente sdoganato la caccia alla diversità come bersaglio su cui concentrare il fuoco del rancore.

Emerge una mappa di pregiudizi sociali, razziali, culturali sorprendente, che disegna una trama che avvolge la quotidianità. Trama che resta sottotraccia ma che sempre più è pronta a salire in superficie, tanto più se sollecitata o solleticata.

Ecco il sostrato emozionale, istintivo del rancore, che alimenta immaginari personali che trovano un filo unitario in immaginio racconti che alimentano l’immaginario collettivo regressivo.

È stato chiesto alle persone di esprimere un giudizio all’idea che la propria figlia sposi una persona con specifiche caratteristiche etniche, economiche o sociali ed è emerso che l’83% degli italiani ha almeno un pregiudizio negativo e in particolare (tavola 7):

  • il 68% è contrario al matrimonio della propria figlia con una persona con almeno 20 anni di distanza, con una dello stesso sesso o con una che ha già figli;

  • il 66% al matrimonio con persone di altra religione, in particolare islamica;

  • il 44% con immigrati, asiatici o persone di colore.

In caso di matrimonio dei figli maschi è l’80% ad avere almeno un pregiudizio, di cui:

  • il 68,2% è contrario al matrimonio con una persona con almeno 20 anni di distanza, dello stesso sesso e che ha già figli;

  • il 58,1% con persone di altra religione, in particolare islamica;

– Il 35,9% con immigrati, asiatici o persone di colore.

La mappa dei pregiudizi individuali riflette altrettante linee di diversità socioculturale che andrebbero trattate con grande cautela e su cui invece si applicano le sollecitazioni del fake digitale intenzionale e delle folate neopopuliste.

Le paure o semplici resistenze inconsce verso le diversità incontrano la rabbia sorda dell’insoddisfazione socioeconomica: se questa miscela esplosiva inerte viene sollecitata con la moltiplicazione di un immaginario collettivo divisivo, che addita le diversità come origine dei mali e la loro esclusione come soluzione, allora si arriva ai giorni nostri con rancori che diventano micidiali navigatori dei comportamenti sociali e una deriva sociale patologica.

 

L’altro immaginario collettivo che fa crescere

5.1. Verso dove andare

Vitale, palpitante, che guarda agli altri e al futuro, che è concretamente ottimista: ecco in sintesi estrema il profilo dell’immaginario collettivo che in passato ha fatto crescere l’Italia, e che costituisce la sfida sul quale il presente progetto si vuole cimentare. Un immaginario per lo sviluppo, in grado di contribuire ad alimentarlo, richiede:

– un consumo ispirato alla logica di più e meglio;

– una propensione a crescere, dalla famiglia all’economia alle condizioni del vivere civile, come cifra del pensare e dell’agire;

– un’idea del futuro come piattaforma di opportunità e non come fonte di rischi e negatività;

– la convinzione che il contesto offra le opportunità giuste per migliorarsi, crescere, ottenere il giusto beneficio quando si investe.

Questo è l’orizzonte di riferimento per un immaginario collettivo positivo, che non irrigidisca paure, arroccamenti, chiusure; che sia ottimistico, virtuoso, positivo.

5.2. L’egemonia di web e social nella formazione del senso comune

I media che più contano variano significativamente per età delle persone; tra i millennials e più ancora tra i giovani con età tra 18 e 29 anni vincono internet e i social network, che sono centrali anche per i baby boomers, tra i quali il successo di alcune piattaforme, da facebook a whats app, è decisivo (tavola 10).

Per gli anziani invece sono la televisione e i giornali a guidare la graduatoria dei media che più influenzano. In sostanza, è in atto una profonda ridefinizione generazionale dei media di riferimento, che notoriamente hanno una influenza decisiva nella formazione dell’immaginario collettivo di oggi.

È evidente una faglia decisiva tra le generazioni più giovani e gli anziani, con un evidente processo di adattamento degli adulti. Guai a sottovalutare la persistente influenza di televisione e carta stampata, ma nei processi di formazione della cultura sociale collettiva, e quindi anche dell’immaginario collettivo, è ormai decisivo il ruolo del web e dei suoi derivati, con un trionfo delle forme di espressione di una soggettività dispiegata.

5.3. Le cose che contano per le diverse generazioni

La frattura generazionale è un punto di partenza ineludibile per capire le dinamiche future attese, possibili e auspicabili del nuovo immaginario collettivo. Esempi di questa dinamica differenziante sull’immateriale, dai sogni ai desideri, alle cose che contano nella vita, emerge dai risultati di una indagine del Censis che ha consentito di individuare il punto di vista dei cittadini sulle cose che contano nell’immaginario collettivo (tavola 11).

Emerge che i millennials danno un rilievo maggiore a social e smartphone, e che questa centralità dei nuovi device Ict è ancora più alta per i più giovani di età 18-29 anni, i quali sono portatori di una rottura ancora maggiore perché hanno un’attenzione inferiore per miti decisivi delle generazioni precedenti, come il posto fisso o la proprietà della casa, nettamente inferiore. E d’altro canto i giovani sono molto più attenti alla cura del corpo (dai tatuaggi al fitness, alla chirurgia estetica, cui si ricorre per rimodellare il proprio aspetto): 21,8%. E prevale il richiamo al selfie (19,3%) rispetto al buon titolo di studio come strumento per accedere ai processi di ascesa sociale e all’automobile nuova come oggetto del desiderio (rispettivamente, il 15,5% e il 7,6%).

I pilastri dell’immaginario collettivo tradizionale della crescita, dal posto fisso alla casa di proprietà, all’automobile nuova, oggi sono meno valutati dai giovani, fortemente orientati verso quelle tecnologie della quotidianità che strutturano vite individuali e relazioni sociali.

 

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26 Ottobre 2018 / by / in