CENSIS

52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese | II capitolo «La società italiana al 2018»

L’Italia preda di un sovranismo psichico

 

Dopo il rancore, la cattiveria: per il 75% degli italiani gli immigrati fanno aumentare la criminalità, per il 63% sono un peso per il nostro sistema di welfare. Solo il 23% degli italiani ritiene di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori. E il 67% ora guarda il futuro con paura o incertezza. Il potere d’acquisto delle famiglie ancora giù del 6,3% rispetto al 2008. Emergenza lavoro: scompaiono i giovani laureati occupati (nel 2007 erano 249 ogni 100 lavoratori anziani, oggi sono appena 143)

Le radici sociali di un sovranismo psichico: dopo il rancore, la cattiveria. La delusione per lo sfiorire della ripresa e per l’atteso cambiamento miracoloso ha incattivito gli italiani. Ecco perché si sono mostrati pronti ad alzare l’asticella. Si sono resi disponibili a compiere un salto rischioso e dall’esito incerto, un funambolico camminare sul ciglio di un fossato che mai prima d’ora si era visto da così vicino, se la scommessa era poi quella di spiccare il volo. E non importa se si rendeva necessario forzare gli schemi politico-istituzionali e spezzare la continuità nella gestione delle finanze pubbliche. È stata quasi una ricerca programmatica del trauma, nel silenzio arrendevole delle élite, purché l’altrove vincesse sull’attuale. È una reazione pre-politica con profonde radici sociali, che alimentano una sorta di sovranismo psichico, prima ancora che politico. Che talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria ‒ dopo e oltre il rancore ‒ diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare. Il processo strutturale chiave dell’attuale situazione è l’assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive. L’Italia è ormai il Paese dell’Unione europea con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori: il 23%, contro una media Ue del 30%, il 43% in Danimarca, il 41% in Svezia, il 33% in Germania. Il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l’89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, ritenendo irrealistico poter diventare benestanti nel corso della propria vita. E il 56,3% degli italiani dichiara che non è vero che le cose nel nostro Paese hanno iniziato a cambiare veramente. Il 63,6% è convinto che nessuno ne difende interessi e identità, devono pensarci da soli (e la quota sale al 72% tra chi possiede un basso titolo di studio e al 71,3% tra chi può contare solo su redditi bassi). La insopportazione degli altri sdogana i pregiudizi, anche quelli prima inconfessabili. Le diversità dagli altri sono percepite come pericoli da cui proteggersi: il 69,7% degli italiani non vorrebbe come vicini di casa i rom, il 69,4% persone con dipendenze da droga o alcol. Il 52% è convinto che si fa di più per gli immigrati che per gli italiani, quota che raggiunge il 57% tra le persone con redditi bassi. Sono i dati di un cattivismo diffuso che erige muri invisibili, ma spessi. Rispetto al futuro, il 35,6% degli italiani è pessimista perché scruta l’orizzonte con delusione e paura, il 31,3% è incerto e solo il 33,1% è ottimista.

 

Quel bisogno radicale di sicurezza che minaccia la società aperta. Il 63% degli italiani vede in modo negativo l’immigrazione da Paesi non comunitari (contro una media Ue del 52%) e il 45% anche da quelli comunitari (rispetto al 29% medio). I più ostili verso gli extracomunitari sono gli italiani più fragili: il 71% di chi ha più di 55 anni e il 78% dei disoccupati, mentre il dato scende al 23% tra gli imprenditori. Il 58% degli italiani pensa che gli immigrati sottraggano posti di lavoro ai nostri connazionali, il 63% che rappresentano un peso per il nostro sistema di welfare e solo il 37% sottolinea il loro impatto favorevole sull’economia. Per il 75% l’immigrazione aumenta il rischio di criminalità. Cosa attendersi per il futuro? Il 59,3% degli italiani è convinto che tra dieci anni nel nostro Paese non ci sarà un buon livello di integrazione tra etnie e culture diverse.

 

La raziocinante ricerca di un egolatrico compiacimento nei consumi. Il potere d’acquisto delle famiglie italiane è ancora inferiore del 6,3% in termini reali rispetto a quello del 2008. E i soldi restano fermi, preferibilmente in contanti: nel 2017 si è registrato un +12,5% in termini reali del valore della liquidità rispetto al 2008, a fronte di un più ridotto incremento (+4,4%) riferito al portafoglio totale delle attività finanziarie delle famiglie. La forbice nei consumi tra i diversi gruppi sociali si è visibilmente allargata. Nel periodo 2014-2017 le famiglie operaie hanno registrato un -1,8% in termini reali della spesa per consumi, mentre quelle degli imprenditori un +6,6%. Fatta 100 la spesa media delle famiglie italiane, quelle operaie si posizionano oggi a 72 (erano a 76 nel 2014), quelle degli imprenditori a 123 (erano a 120 nel 2014). Molto difficilmente beni e servizi che non accendono desideri specifici dei singoli consumatori – divenuti ferocemente intelligenti nell’adottare una logica selettiva di egolatrico compiacimento – avranno una potenza attrattiva sufficiente per vincere la tendenza a tenere i soldi fermi, preferibilmente in forma cash.

 

Uno vale un divo: una società senza più miti, né eroi. I dispositivi della disintermediazione digitale continuano la loro corsa inarrestabile, battendo anno dopo anno nuovi record in termini di diffusione e di moltiplicazione degli impieghi. Oggi il 78,4% degli italiani utilizza internet, il 73,8% gli smartphone con connessioni mobili e il 72,5% i social network. Nel caso dei giovani (14-29 anni) le percentuali salgono rispettivamente al 90,2%, all’86,3% e all’85,1%. I consumi complessivi delle famiglie non sono ancora tornati ai livelli pre-crisi (-2,7% in termini reali nel 2017 rispetto al 2007), ma la spesa per i telefoni è più che triplicata nel decennio (+221,6%): nell’ultimo anno si sono spesi 23,7 miliardi di euro per cellulari, servizi di telefonia e traffico dati. E abbiamo finito per sacrificare ogni mito, divo ed eroe sull’altare del soggettivismo, potenziato nei nostri anni dalla celebrazione digitale dell’io. Nell’era biomediatica, in cui uno vale un divo, siamo tutti divi. O nessuno, in realtà, lo è più. La metà della popolazione (il 49,5%) è convinta che oggi chiunque possa diventare famoso (il dato sale al 53,3% tra i giovani di 18-34 anni). Un terzo (il 30,2%) ritiene che la popolarità sui social network sia un ingrediente «fondamentale» per poter essere una celebrità, come se si trattasse di talento o di competenze acquisite con lo studio (il dato sale al 41,6% tra i giovani). Ma, allo stesso tempo, un quarto degli italiani (il 24,6%) afferma che oggi i divi semplicemente non esistono più. E comunque appena uno su 10 dichiara di ispirarsi ad essi come miti da prendere a modello nella propria vita (il 9,9%). In più, il 41,8% crede di poter trovare su internet le risposte a tutte le domande (il 52,3% tra i giovani).

 

Dall’assalto al cielo alla difesa delle trincee: il salto d’epoca nella missione della politica. L’area del non voto in Italia si compone di 13,7 milioni di persone alla Camera e 12,6 milioni al Senato: sono gli astenuti e i votanti scheda bianca o nulla alle ultime elezioni politiche. La percentuale dell’area del non voto sul totale degli aventi diritto è salita dall’11,3% del 1968 al 23,5% del 1996, fino al 29,4% del 2018. Il 49,5% degli italiani ritiene che gli attuali politici siano tutti uguali, e la quota sale al 52,2% tra chi ha un titolo di studio basso e al 54,8% tra le persone a basso reddito. La funzione dei social network nella comunicazione politica è definita «inutile» o addirittura «dannosa» dal 52,9% degli italiani, mentre il 47,1% li giudica al contrario «utili» o «preziosi» perché eliminano ogni filtro nel rapporto tra cittadini e leader politici. L’abilità nel muoversi nella post-verità è la cifra del successo politico, se il 68,3% degli italiani ritiene che le fake news hanno un impatto «molto» o «abbastanza» importante nell’orientare l’opinione pubblica. Oggi sembra finito quel gioco combinatorio di identità e interessi che si proiettava nella domanda politica, anche perché i profili identitari dei diversi gruppi sociali sono sempre più sfumati e le relative constituency degli interessi sono sempre più disomogenee.

 

La leadership perduta dell’Unione europea. Nell’Unione europea vive il 6% della popolazione mondiale, si produce il 22% del Pil e l’euro è il secondo mezzo di pagamento negli scambi planetari. Tra l’area dell’euro e l’Ue a 28 Paesi i tassi di crescita nel 2017 risultano allineati intorno al 2,4% e il rapporto debito/Pil è in media al di sotto del 90%. Al più alto Pil pro-capite dell’area dell’euro (quasi 33.000 euro annui, contro i 30.000 dell’intera Ue) si affianca un tasso di disoccupazione di un punto e mezzo in più tra chi non aderisce alla moneta unica. La quota di popolazione esposta al rischio di povertà o esclusione sociale si aggira per le due aree intorno al 22%. Ma emerge il fallimento dei processi di convergenza. Tra i 19 Paesi aderenti all’euro, solo 7 hanno un rapporto debito/Pil inferiore al 60% come stabilito negli accordi di Maastricht, e degli altri 12 sono in 4 a presentare una quota superiore al 100%.

 

Le ragioni economiche dello stare insieme. Rispetto al 2010, in Italia gli investimenti sono ancora all’89,4% del valore di allora, i consumi delle famiglie al 97,4%, la spesa delle amministrazioni pubbliche al 99,1%, il Pil al 99,7% (a fronte di un dato medio europeo in questo caso del 110,6%). Solo l’export è cresciuto (+26,2%). Nel 2017 le esportazioni di merci hanno superato i 448 miliardi di euro (+7,4% rispetto al 2016), con un saldo commerciale positivo di 47,5 miliardi. Siamo il 9° Paese esportatore al mondo, con una quota di mercato del 2,9% (il 3,5% se si considera solo il manifatturiero). Le imprese esportatrici sono oggi 217.431 (8.431 in più dal 2012). E tutto ciò si svolge per la gran parte dentro l’Europa (il 55,6% del valore dell’export). Su 90,6 milioni di viaggiatori stranieri entrati in Italia nel 2017, ben 63,3 milioni (il 69,9% del totale) provenivano da Paesi europei. Dei 39,2 miliardi di euro spesi in Italia dai turisti stranieri, 22,8 miliardi sono attribuibili ai turisti europei (il 58,2% del totale). Ma oggi solo il 43% degli italiani pensa che l’appartenenza all’Ue abbia giovato all’Italia, contro una media europea del 68%: siamo all’ultimo posto in Europa, addirittura dietro la Grecia della troika e il Regno Unito della Brexit. Eppure, finora gli italiani hanno sempre partecipato alle elezioni europee con percentuali di affluenza di gran lunga superiori alla media dell’Ue: nel 2014 il 72,2% contro il 42,6%.

 

Crescere nell’innovazione: il traino comunitario. La spesa pubblica destinata in Italia alla ricerca è scesa da poco meno di 10 miliardi di euro nel 2008 a poco più di 8,5 miliardi nel 2017. Nel periodo è passata da 157,5 euro per abitante a 119,3 euro. Per poter competere nella dimensione dell’innovazione, l’unica chance per l’Italia è una maggiore integrazione nei processi che si realizzano a livello comunitario. Per beneficiare del traino che l’Ue esercita attraverso programmi e fondi destinati ai singoli Paesi, come Horizon 2020. Dei quasi 77 miliardi di euro previsti nel budget del programma 2014-2020 ne sono già stati assegnati oltre 33 miliardi, di cui 2,8 all’Italia. Il nostro Paese è il 5° per finanziamenti ricevuti, dopo Germania, Regno Unito, Francia e Spagna. E il 4° per numero di progetti finanziati: il 9,5% dei quasi 92.000 progetti che hanno ricevuto il contributo.

 

Le quattro Europe: identità plurime e punti di rottura. Alla vigilia delle elezioni europee del 2014, nel mezzo della crisi, i cittadini dei 28 Stati che dichiaravano di avere fiducia nell’Ue erano il 31%, ovvero 11 punti in meno del valore registrato nella primavera di quest’anno (42%). Nei Paesi in cui è elevata la fiducia nell’Ue e contemporaneamente è positivo il giudizio sulla situazione del proprio Paese si è registrata una forte risalita post-crisi, con una variazione del Pil nel periodo 2012-2017 che oscilla tra il +55,3% in termini reali dell’Irlanda e il +4% della Finlandia. Al contrario, nel gruppo di Paesi in cui la fiducia nell’Europa è bassa, anche il giudizio sulla situazione interna è negativo: tra questi figura l’Italia, insieme a Francia, Regno Unito, Spagna e Grecia. In questo gruppo il timore di rimanere senza un’occupazione è espresso dall’83% dei cittadini in Grecia e dal 69% in Italia, contro una media europea solo del 44%.

 

I giovani europeisti e le diversità culturali come destino. Le giovani generazioni in Europa sono una minoranza. La quota di cittadini europei di età compresa tra 15 e 34 anni è pari al 23,7%, quella dei giovanissimi (15-24 anni) ha un’incidenza di poco superiore al 10%. In dieci anni, dal 2007 al 2017, la coorte dei 15-34enni si è contratta dell’8%. L’Italia, con la sua quota del 20,8% di giovani di 15-34 anni sulla popolazione complessiva, di tutti i 28 Paesi membri dell’Ue è quello con la più bassa percentuale di giovani, diminuita nel decennio del 9,3%. Libera circolazione, euro e diversità culturali come valori positivi rappresentano però le tre principali accezioni attribuite all’Europa dai giovani europei.

 

Gli snodi da cui ripartire: l’ipoteca sul lavoro. Tra il 2000 e il 2017 nel nostro Paese il salario medio annuo è aumentato solo dell’1,4% in termini reali. La differenza è pari a poco più di 400 euro annui, 32 euro in più se considerati su 13 mensilità. Nello stesso periodo in Germania l’incremento è stato del 13,6%, quasi 5.000 euro annui in più, e in Francia di oltre 6.000 euro, cioè 20,4 punti percentuali in più. Se nel 2000 il salario medio italiano rappresentava l’83% di quello tedesco, nel 2017 è sceso al 74% e la forbice si è allargata di 9 punti. Tra il 2007 e il 2017 gli occupati con età compresa tra 25 e 34 anni si sono ridotti del 27,3%, cioè oltre un milione e mezzo di giovani lavoratori in meno. Nello stesso tempo gli occupati di 55-64 anni sono aumentati del 72,8%. In dieci anni siamo passati da un rapporto di 236 giovani occupati ogni 100 anziani a 99. Mentre nel segmento più istruito i 249 giovani laureati occupati ogni 100 lavoratori anziani del 2007 sono diventati appena 143. A rendere ancora più critica la situazione è la presenza di giovani in condizione di sottoccupazione, che nel 2017 ha caratterizzato il lavoro di 237.000 persone di 15-34 anni: un valore raddoppiato nell’arco di soli sei anni. Così come è aumentato sensibilmente il numero di giovani costretti a lavorare part time pur non avendolo scelto: 650.000 nel 2017, ovvero 150.000 in più rispetto al 2011.

 

I persistenti squilibri nella formazione del capitale umano. L’Italia investe in istruzione e formazione il 3,9% del Pil, contro una media europea del 4,7%. Investono meno di noi solo Slovacchia (3,8%), Romania (3,7%), Bulgaria (3,4%) e Irlanda (3,3%). Tra il 2014 e il 2017 i laureati italiani di 30-34 anni sono passati dal 23,9% al 26,9%, ma nello stesso periodo la media Ue è salita dal 37,9% al 39,9%: ben 13 punti percentuali in più. Gli abbandoni precoci dei percorsi di istruzione nel 2017 riguardano il 14% dei giovani 18-24enni, contro una media Ue del 10,6%. A parità di potere d’acquisto, la spesa per allievo risulta inferiore alla media europea di 230 dollari nella scuola primaria, di 917 dollari nella secondaria di I grado, di 1.261 dollari nella scuola secondaria di II grado. Il divario più ampio è relativo all’educazione terziaria: in Italia si spendono 11.257 dollari per studente (7.352 dollari se si escludono le spese per ricerca e sviluppo), mentre la media europea è pari a 15.998 dollari (11.132 dollari senza la R&S), con una differenza dunque di ben 4.741 dollari (il 42% in più).

 

La crescita diseguale dei territori: l’Italia che va e quella che resta indietro. A fine 2017 il Paese era ancora 4 punti sotto il valore del Pil del 2008, ma con regioni in pieno recupero (-1,3% la Lombardia e -1,5% l’Emilia Romagna) e altre in forte arretramento: -5,0% il Lazio, -6,2% il Piemonte, -7,9% la Campania, -10,3% la Sicilia, -10,7% la Liguria.

 

Una società che si lascia: la rottura delle relazioni affettive stabili. Ci si sposa sempre di meno e ci si lascia sempre di più. Dal 2006 al 2016 i matrimoni sono diminuiti del 17,4%, passando da 245.992 a 203.258. A diminuire sono soprattutto gli sposalizi religiosi (-33,6%), mentre quelli civili sono aumentati del 14,1%, fino a rappresentare il 46,9% del totale. Le separazioni sono aumentate dalle 80.407 del 2006 alle 91.706 del 2015 (+14%), mentre i divorzi, anche per impulso della legge sul «divorzio breve», raddoppiano letteralmente, passando dai 49.534 del 2006 ai 99.071 del 2016 (+100%). E cresce la «singletudine»: le persone sole non vedove sono aumentate de 50,3% dal 2007 al 2017 e oggi sono poco più di 5 milioni.

http://www.censis.it/7?shadow_comunicato_stampa=121184

7 Dicembre 2018 / by / in , ,
Miti del rancore, miti per la crescita: verso un immaginario collettivo per lo sviluppo

3.1. Quando e perché siamo diventati rancorosi

Il rancore nella nostra società nasce dal blocco verso l’alto dell’ascensore sociale e dalla percezione che il nostro destino e quello dei nostri figli non abbiano orizzonti di miglioramento reale: è una condizione oggettiva e soggettiva che genera un clima sociale dagli imprevedibili sfoghi. Vince la paura di cadere più in basso, la vertigine del declassamento che alimenta una mentalità “da fortezza assediata” in cui diventa normale rimarcare le distanze dagli altri, in particolare da chi è percepito come più in basso o diverso.

Le radici socioeconomiche indicate sono profonde e visibilmente legate al trauma irrisolto della crisi, evento epocale che ha cambiato le basi materiali e psicologiche della nostra vita collettiva, lasciando in eredità un sottofondo emotivo che diventa facile ostaggio di spregiudicate imprenditorie sociopolitiche rese ancor più potenti dalle nuove opportunità del digitale.

Ecco perché non può sorprendere che la società del rancore abbia un immaginario collettivo regressivo, chiuso, infetto, proiezione di paure inconsce diffuse, intime e personali, a lungo inconfessabili e ora percepite come legittime, anzi portate a imporsi con incontenibile prepotenza come le uniche legittime, perché autenticamente sentite e condivise dal popolo.

3.2. Io starò peggio degli altri: la mutazione delle aspettative soggettive prevalenti e il caos che spaventa

La crisi cominciata nel 2008 è stata senz’altro uno spartiacque memorabile che, oltre a mutare le radici materiali della condizione sociale, ha mutato la percezione che le persone hanno di se stesse e della propria condizione socioeconomica.

È un passaggio epocale da cui non si torna indietro, perché ha radici materiali nelle condizioni economiche e perché tocca con profondità irreversibile la psicologia collettiva, che cambia senza possibilità di ritorno. La crisi è stata il grande trauma, dal quale la società e i suoi protagonisti non sono riusciti a gestire lo stress post traumatico. Utili sono alcuni esempi paradigmatici dei mutamenti avvenuti. Il primo tocca il rapporto tra le persone e gli altri e per interpretarne il senso occorre considerare che la vita quotidiana è fatta di passaggi di routine, che nel tempo tendono a ripetersi e che finiscono per diventare comportamenti e opinioni sentinella dell’evoluzione di pratiche e psicologie individuali e collettive. Così per le aspettative di inizio anno, analizzando le quali è possibile enucleare il mood prevalente della società. Per questo è molto utile interpretare i dati sulla evoluzione in venti anni delle aspettative delle persone sulla propria condizione economica e su quella degli altri: Emerge che (tavola 1):

  • nel 1998 il 27,7% degli italiani era convinto che la propria condizione economica sarebbe migliorata e il 23% che sarebbe migliorata quella in generale;

  • nel 2008, anno uno della crisi, era il 19,6% a pensare che la propria condizione sarebbe migliorata e il 20,8% a pensare che sarebbe migliorata quella degli altri;

  • nel 2018 è il 28% a dire la mia condizione economica migliorerà, e ben il 35% a pensare che migliorerà quella in generale, degli altri.

Una evidente e potente inversione di percezioni: un tempo la convinzione che per me andrà meglio che per gli altri; dalla crisi in avanti l’idea che agli altri andrà meglio che a me. E la prevalenza sociale dell’idea che gli altri staranno meglio di me, e che le cose in generale andranno meglio agli altri che a me.

Un visibile capovolgimento del rapporto tra aspettative personali e generali rispetto al prima della crisi, quando le aspettative positive sulla situazione personale erano sistematicamente superiori a quelle riferite all’intera società, alimentando la convinzione che io starò meglio degli altri.

E in parallelo, in Italia è bassa la percezione di avere le stesse opportunità degli altri per avanzare nella propria vita: infatti, è convinto di avere pari opportunità rispetto alle altre persone il 45% degli italiani, mentre è il 60% in Francia, il 70% in Germania, il 52% in Spagna, il 58% nella media dei Paesi Ue oltre l’81% in Svezia (tavola 2).

Una società che per la maggioranza degli italiani non è in grado di offrire chance di crescita o che in ogni caso spinge le persone a pensare che gli altri hanno maggiori opportunità.

E poi c’è la percezione che occorra difendersi da incertezze e paure. L’instabilità della propria condizione è la base di una sensazione più generale di incertezza, che rende vulnerabili e pronti a cedere a ogni paura. In ogni ambito occorre difendersi mettendosi nelle condizioni di affrontare situazioni impreviste.

L’ossessione dell’essere soli di fronte all’incertezza guida scelte essenziali della vita propria e familiare, a cominciare dalla destinazione del reddito. Ulteriori dati di percezione collettiva consentono di focalizzare il clima sociale che fa da sfondo e alimenta l’immaginario collettivo infetto, esito appunto di incertezze e paure.

Il 60% degli italiani è convinto che in Italia le cose stanno andando nella direzione sbagliata e solo in Grecia e in Spagna si registrano quote più elevate che fanno propria tale opinione; in Italia rispetto al 2007, cioè l’ultima anno precrisi, la quota di coloro che considerano sbagliato il sentiero su cui si muovono le cose è cresciuto di 8 punti percentuali (tavola 3). Il 39% degli italiani non ha fiducia nel futuro: in questo caso, addirittura, nel panel di paesi Ue presi in considerazione, solo la Grecia mostra una quota nettamente più alta; la stessa Spagna ha nel corpo sociale una propensione più positiva verso il futuro (tavola 4).

Percezione che le cose non vanno nella direzione giusta e sfiducia nel futuro sono probabilmente l’esito di una situazione generale che sorpassa le persone, le mette di fronte a una complessità del reale di ogni giorno che stentano a capire e più ancora a gestire.

Infatti, ben il 35% degli italiani dichiara di non capire quel che gli sta accadendo intorno e, fatta salva la Spagna, questa percezione di realtà opaca e impenetrabile connota gli italiani in misura più marcata rispetto al resto delle società della Unione Europea (tavola 5). Una incertezza che promana da una realtà impenetrabile nelle sue logiche, che incombe sulla vita familiare come una minaccia: è questo il cuore del sentiment sociale nel nostro Paese in questa fase e l’humus su cui poi si innesta il rancore di chi non vede sbocchi e soprattutto non vede uscite in avanti per la condizione propria e dei propri figli. Pensare che le cose vadano male, e che a se stessi vadano peggio che agli altri, fa crescere malanimo e rabbia interiore, che si innestano nei circuiti delle relazioni sociali alimentando le derive peggiori.

3.3. Come riuscire nella vita

Per progredire nella vita, per gli italiani sono importanti lavorare sodo e il titolo di studio e tuttavia contano anche molto, soprattutto in confronto con altri paesi Ue, la provenienza da una famiglia agiata, le conoscenze o anche gli agganci politici.

Infatti, per progredire nella vita ritengono essenziale (tavola 6):

– conoscere le persone giuste il 28% degli italiani, il 22% dei tedeschi, il 16% dei francesi, il 15% degli svedesi e il 15% dei residenti nel Regno Unito;

– provenire da una famiglia agiata, il 18% degli italiani, il 7% dei tedeschi, il 4% dei francesi, solo l’1% degli svedesi e il 6% dei residenti nel Regno Unito;

– avere i giusti contatti politici, il 22% degli italiani, il 5% dei tedeschi, il 3% dei francesi, solo l’1% degli svedesi e il 4% dei residenti nel Regno Unito.

Lavorare sodo è essenziale per la mobilità sociale in alto per il 26% degli italiani, il 23% dei tedeschi, il 25% dei francesi, 22% degli svedesi e il 45% dei residenti nel Regno Unito. Per gli italiani poi la fortuna è essenziale per il 34%, di contro al 20% dei tedeschi, 11% dei francesi, 6% degli svedesi e 8% dei residenti nel Regno Unito.

 

3.4. La mappa dei pregiudizi, anticamera dei rancori

I rancori seguono la traccia dei tanti e sollecitati pregiudizi, sempre meno inconfessabili, che afferiscono a dimensioni quotidiane quasi intime. La retorica pubblica del politically incorrect ha progressivamente sdoganato la caccia alla diversità come bersaglio su cui concentrare il fuoco del rancore.

Emerge una mappa di pregiudizi sociali, razziali, culturali sorprendente, che disegna una trama che avvolge la quotidianità. Trama che resta sottotraccia ma che sempre più è pronta a salire in superficie, tanto più se sollecitata o solleticata.

Ecco il sostrato emozionale, istintivo del rancore, che alimenta immaginari personali che trovano un filo unitario in immaginio racconti che alimentano l’immaginario collettivo regressivo.

È stato chiesto alle persone di esprimere un giudizio all’idea che la propria figlia sposi una persona con specifiche caratteristiche etniche, economiche o sociali ed è emerso che l’83% degli italiani ha almeno un pregiudizio negativo e in particolare (tavola 7):

  • il 68% è contrario al matrimonio della propria figlia con una persona con almeno 20 anni di distanza, con una dello stesso sesso o con una che ha già figli;

  • il 66% al matrimonio con persone di altra religione, in particolare islamica;

  • il 44% con immigrati, asiatici o persone di colore.

In caso di matrimonio dei figli maschi è l’80% ad avere almeno un pregiudizio, di cui:

  • il 68,2% è contrario al matrimonio con una persona con almeno 20 anni di distanza, dello stesso sesso e che ha già figli;

  • il 58,1% con persone di altra religione, in particolare islamica;

– Il 35,9% con immigrati, asiatici o persone di colore.

La mappa dei pregiudizi individuali riflette altrettante linee di diversità socioculturale che andrebbero trattate con grande cautela e su cui invece si applicano le sollecitazioni del fake digitale intenzionale e delle folate neopopuliste.

Le paure o semplici resistenze inconsce verso le diversità incontrano la rabbia sorda dell’insoddisfazione socioeconomica: se questa miscela esplosiva inerte viene sollecitata con la moltiplicazione di un immaginario collettivo divisivo, che addita le diversità come origine dei mali e la loro esclusione come soluzione, allora si arriva ai giorni nostri con rancori che diventano micidiali navigatori dei comportamenti sociali e una deriva sociale patologica.

 

L’altro immaginario collettivo che fa crescere

5.1. Verso dove andare

Vitale, palpitante, che guarda agli altri e al futuro, che è concretamente ottimista: ecco in sintesi estrema il profilo dell’immaginario collettivo che in passato ha fatto crescere l’Italia, e che costituisce la sfida sul quale il presente progetto si vuole cimentare. Un immaginario per lo sviluppo, in grado di contribuire ad alimentarlo, richiede:

– un consumo ispirato alla logica di più e meglio;

– una propensione a crescere, dalla famiglia all’economia alle condizioni del vivere civile, come cifra del pensare e dell’agire;

– un’idea del futuro come piattaforma di opportunità e non come fonte di rischi e negatività;

– la convinzione che il contesto offra le opportunità giuste per migliorarsi, crescere, ottenere il giusto beneficio quando si investe.

Questo è l’orizzonte di riferimento per un immaginario collettivo positivo, che non irrigidisca paure, arroccamenti, chiusure; che sia ottimistico, virtuoso, positivo.

5.2. L’egemonia di web e social nella formazione del senso comune

I media che più contano variano significativamente per età delle persone; tra i millennials e più ancora tra i giovani con età tra 18 e 29 anni vincono internet e i social network, che sono centrali anche per i baby boomers, tra i quali il successo di alcune piattaforme, da facebook a whats app, è decisivo (tavola 10).

Per gli anziani invece sono la televisione e i giornali a guidare la graduatoria dei media che più influenzano. In sostanza, è in atto una profonda ridefinizione generazionale dei media di riferimento, che notoriamente hanno una influenza decisiva nella formazione dell’immaginario collettivo di oggi.

È evidente una faglia decisiva tra le generazioni più giovani e gli anziani, con un evidente processo di adattamento degli adulti. Guai a sottovalutare la persistente influenza di televisione e carta stampata, ma nei processi di formazione della cultura sociale collettiva, e quindi anche dell’immaginario collettivo, è ormai decisivo il ruolo del web e dei suoi derivati, con un trionfo delle forme di espressione di una soggettività dispiegata.

5.3. Le cose che contano per le diverse generazioni

La frattura generazionale è un punto di partenza ineludibile per capire le dinamiche future attese, possibili e auspicabili del nuovo immaginario collettivo. Esempi di questa dinamica differenziante sull’immateriale, dai sogni ai desideri, alle cose che contano nella vita, emerge dai risultati di una indagine del Censis che ha consentito di individuare il punto di vista dei cittadini sulle cose che contano nell’immaginario collettivo (tavola 11).

Emerge che i millennials danno un rilievo maggiore a social e smartphone, e che questa centralità dei nuovi device Ict è ancora più alta per i più giovani di età 18-29 anni, i quali sono portatori di una rottura ancora maggiore perché hanno un’attenzione inferiore per miti decisivi delle generazioni precedenti, come il posto fisso o la proprietà della casa, nettamente inferiore. E d’altro canto i giovani sono molto più attenti alla cura del corpo (dai tatuaggi al fitness, alla chirurgia estetica, cui si ricorre per rimodellare il proprio aspetto): 21,8%. E prevale il richiamo al selfie (19,3%) rispetto al buon titolo di studio come strumento per accedere ai processi di ascesa sociale e all’automobile nuova come oggetto del desiderio (rispettivamente, il 15,5% e il 7,6%).

I pilastri dell’immaginario collettivo tradizionale della crescita, dal posto fisso alla casa di proprietà, all’automobile nuova, oggi sono meno valutati dai giovani, fortemente orientati verso quelle tecnologie della quotidianità che strutturano vite individuali e relazioni sociali.

 

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26 Ottobre 2018 / by / in ,
Presentato al «Welfare Day 2018» il Rapporto Censis-Rbm Assicurazione Salute sulla sanità pubblica, privata e intermediata
Sale a 40 miliardi di euro la spesa di tasca propria degli italiani per la sanità (+9,6% nel periodo 2013-2017). E pesa di più sulle famiglie a basso reddito: la tredicesima di un operaio se ne va in cure sanitarie per sé e i familiari. Ora 13 milioni di italiani dicono stop alla mobilità sanitaria fuori regione («ognuno si curi a casa propria»). E in 21 milioni ritengono giusto limitare le risorse pubbliche per le persone con stili di vita nocivi (dai fumatori agli obesi). Gli elettori di Lega e 5 Stelle sono i più rancorosi verso il Servizio sanitario: molto ha contato nelle urne, per questo la sanità sarà il vero banco di prova per il nuovo esecutivo

Roma, 6 giugno 2018 – Mentre i consumi arrancano, la spesa sanitaria privata decolla. La spesa sanitaria privata degli italiani arriverà a fine anno al valore record di 40 miliardi di euro (era di 37,3 miliardi lo scorso anno). Nel periodo 2013-2017 è aumentata del 9,6% in termini reali, molto più dei consumi complessivi (+5,3%). Nell’ultimo anno sono stati 44 milioni gli italiani che hanno speso soldi di tasca propria per pagare prestazioni sanitarie per intero o in parte con il ticket. È quanto emerge dal Rapporto Censis-Rbm Assicurazione Salute presentato oggi al «Welfare Day 2018».

E incide di più sui redditi bassi. La spesa sanitaria privata pesa di più sui budget delle famiglie più deboli. Nel periodo 2014-2016 i consumi delle famiglie operaie sono rimasti fermi (+0,1%), ma le spese sanitarie private sono aumentate del 6,4% (in media 86 euro in più nell’ultimo anno per famiglia). Per gli imprenditori c’è stato invece un forte incremento dei consumi (+6%) e una crescita inferiore della spesa sanitaria privata (+4,5%: in media 80 euro in più nell’ultimo anno). Per gli operai l’intera tredicesima se ne va per pagare cure sanitarie familiari: quasi 1.100 euro all’anno. Per 7 famiglie a basso reddito su 10 la spesa privata per la salute incide pesantemente sulle risorse familiari.

C’è chi si indebita per pagare la sanità. Nell’ultimo anno, per pagare le spese per la salute 7 milioni di italiani si sono indebitati e 2,8 milioni hanno dovuto usare il ricavato della vendita di una casa o svincolare risparmi. Solo il 41% degli italiani copre le spese sanitarie esclusivamente con il proprio reddito: il 23,3% deve integrarlo attingendo ai risparmi, mentre il 35,6% deve usare i risparmi o fare debiti (in questo caso la percentuale sale al 41% tra le famiglie a basso reddito). Il 47% degli italiani taglia le altre spese per pagarsi la sanità (e la quota sale al 51% tra le famiglie meno abbienti). In sintesi: meno guadagni, più devi trovare soldi aggiuntivi al reddito per pagare la sanità di cui hai bisogno.

«Sono 150 milioni le prestazioni sanitarie pagate di tasca propria dagli italiani. Nella top five delle cure, 7 cittadini su 10 hanno acquistato farmaci (per una spesa complessiva di 17 miliardi di euro), 6 cittadini su 10 visite specialistiche (per 7,5 miliardi), 4 su 10 prestazioni odontoiatriche (per 8 miliardi), 5 su 10 prestazioni diagnostiche e analisi di laboratorio (per 3,8 miliardi) e 1 su 10 protesi e presidi (per quasi 1 miliardo), con un esborso medio di 655 euro per cittadino», ha detto Marco Vecchietti, Amministratore Delegato di Rbm Assicurazione Salute. «La salute è da sempre uno dei beni di maggiore importanza per tutti i cittadini, ma in questi anni non è mai stata al centro dell’agenda politica. La spesa sanitaria di tasca propria è la più grande forma di disuguaglianza in sanità, perché colpisce in particolar modo i redditi più bassi, le Regioni con situazioni economiche più critiche, i cittadini più fragili e gli anziani. Questa situazione può essere contrastata solo restituendo una dimensione sociale alla spesa sanitaria privata attraverso una intermediazione strutturata da parte del settore assicurativo e dei fondi sanitari integrativi. Bisogna superare posizioni di retroguardia e attivare subito, come già avvenuto in tutti gli altri grandi Paesi europei, un secondo pilastro anche in sanità che renda disponibile su base universale – quindi a tutti i cittadini – le soluzioni che attualmente molte aziende riservano ai propri dipendenti. In questo modo si potrebbe dimezzare il costo delle cure che oggi schiaccia i redditi familiari, con un risparmio per ciascun cittadino di circa 340 euro all’anno. I soldi per farlo già ci sono, basterebbe recuperarli dalle detrazioni sanitarie che favoriscono solo i redditi più elevati e promuovono il consumismo sanitario. Ci dichiariamo sin d’ora disponibili ad illustrare al nuovo governo la nostra proposta, che può assicurare oltre 20 miliardi di risorse da investire sulla salute di tutti», ha concluso Vecchietti.

La percezione di una sanità ingiusta. Il 68% degli occupati ha dovuto assentarsi dal lavoro per recarsi presso strutture sanitarie pubbliche per se stessi o per i propri familiari, perché erano chiuse in orari non lavorativi. Intanto non mancano i furbi: 12 milioni di italiani hanno saltato le lunghe liste d’attesa nel Servizio sanitario grazie a conoscenze e raccomandazioni. Ormai il 54,7% degli italiani è convinto che non si hanno più opportunità di diagnosi e cura uguali per tutti. Sono questi i contorni di una sanità che chiede un surplus di sacrifici alle persone con redditi bassi e ai lavoratori, e premia i furbi: ecco l’origine del rancore per la sanità.

«Ognuno si curi a casa propria». È questa una delle reazioni alla sanità percepita come ingiusta, il sintomo del rancore di chi vuole escludere e punire gli altri per non vedersi sottrarre risorse pubbliche per sé e i propri familiari. Sono 13 milioni gli italiani che dicono stop alla mobilità sanitaria fuori regione. E in 21 milioni ritengono giusto penalizzare con tasse aggiuntive o limitazioni nell’accesso alle cure del Servizio sanitario le persone che compromettono la propria salute a causa di stili di vita nocivi, come i fumatori, gli alcolisti, i tossicodipendenti e gli obesi.

Monta il rancore verso il Servizio sanitario e la politica. Il 37,8% degli italiani prova rabbia verso il Servizio sanitario a causa delle liste d’attese troppo lunghe o i casi di malasanità. Il 26,8% è critico perché, oltre alle tasse, bisogna pagare di tasca propria troppe prestazioni e perché le strutture non sempre funzionano come dovrebbero. Il 17,3% prova invece un senso di protezione e di fronte al rischio di ammalarsi pensa: «meno male che il Servizio sanitario esiste». L’11,3% prova un sentimento di orgoglio, perché la sanità italiana è tra le migliori al mondo. I più arrabbiati verso il Servizio sanitario sono le persone con redditi bassi (43,3%) e i residenti al Sud (45,5%). Ma per un miglioramento della sanità il 63% degli italiani non si attende nulla dalla politica. Per il 47% i politici hanno fatto troppe promesse e lanciato poche idee valide, per il 24,5% non hanno più le competenze e le capacità di un tempo.

Elettori 5 Stelle e Lega: sanità laboratorio per il passaggio dal rancore alla speranza del cambiamento. Più rancorosi verso il Servizio sanitario sono gli elettori del Movimento 5 Stelle (41,1%) e della Lega (39,2%), meno quelli di Forza Italia (32,9%) e Pd (30%). Ma gli elettori di 5 Stelle (47,1%) e Lega (44,7%) sono anche i più fiduciosi nella politica del cambiamento, rispetto a quelli di Forza Italia (31,4%) e del Pd (31%). La sanità ha giocato molto nel risultato elettorale (per l’81% dei cittadini è una questione decisiva nella scelta del partito per cui votare) e sarà il cantiere in cui gli italiani metteranno alla prova il passaggio dall’alleanza del rancore al governo del cambiamento.

Questi sono i principali risultati del Rapporto Censis-Rbm Assicurazione Salute presentatato oggi a Roma al «Welfare Day 2018», a cui sono intervenuti, tra gli altri, Roberto Favaretto, Presidente di Previmedical, Marco Vecchietti, Amministratore Delegato di Rbm Assicurazione Salute, Giuseppe De Rita e Francesco Maietta, rispettivamente Presidente e Responsabile dell’Area Politiche sociali del Censis.

7 Giugno 2018 / by / in ,