rassegna stampa

La manovra della guerra tra poveri

Il Manifesto | 21 ottobre 2018

Il governo delle destre. Il finto reddito di cittadinanza stigmatizza chi è in difficoltà facendo passare il cosiddetto «povero» per un parassita che non vuole fare niente. Invece di sganciare il soggetto in difficoltà dal ricatto lo si rinchiude in un ulteriore trappola che serve solo agli interessi del modello economico di riferimento del governo: il liberismo economico

Il Def non interviene su nessuna delle cause che provocano l’aumento delle disuguaglianze: tagli alle politiche sociale, politiche di austerità, lavoro povero ed a bassa intensità, politiche fiscali regressive, assenza di adeguate misure di welfare, bassi investimenti pubblici e privati in settori industriali ad alta intensità di lavoro e/o legati alla riconversione ecologica delle attività produttive. Non è nemmeno una manovra che tenta di contrastare le disuguaglianze, anzi le allarga con misure come il finto reddito di cittadinanza che altro non è che un sussidio di povertà che la istituzionalizza, rafforzando la guerra tra poveri avviata con i precedenti governi.

Così il finto reddito di cittadinanza stigmatizza chi è in difficoltà facendo passare il cosiddetto “povero” per un parassita che non vuole fare niente, a cui gli si dice come vivere immaginandolo come un essere incapace di meritare fiducia e autonomia. Se sei povero la colpa è tua. Lo Stato, come nell’ottocento, ti riconosce in quanto sfigato un sussidio e ti chiede in cambio lavoro gratuito o sottopagato, rinchiudendoti in una “trappola della povertà” che ha come unico obiettivo mostrare un miglioramento degli indici che interessano Bruxelles e la finanza, senza liberare la persona dalla sua condizione difficile e senza garantirgli dignità. L’esatto opposto di quanto stabiliscono tutti i regimi di reddito minimo garantito che seguono i principi stabiliti dalle risoluzioni europee e dalla stessa Commissione Europea: individualità, valorizzazione dell’autonomia della persona, somma commisurata sul 60% del reddito mediano, residenza e non cittadinanza, nessun obbligo di lavoro purché sia, servizi sociali di qualità, costruzione di un sistema di servizi integrato. Invece di sganciare il soggetto in difficoltà dal ricatto lo si rinchiude in un ulteriore trappola che serve solo agli interessi del modello economico di riferimento del governo: il liberismo economico.

Eppure nella scorsa legislatura 91 deputati e 35 senatori del M5S avevano sottoscritto le due principali proposte di circa 600 realtà sociali della rete dei Numeri Pari: 1) l’istituzione del reddito di dignità, sulla piattaforma di 10 punti elaborata dal BIN Italia; 2) mettere i servizi sociali fuori dal patto di stabilità per liberare risorse che consentono ai Comuni di garantire i servizi sociali. Ad essere ingannati non solo le realtà sociali, ma milioni di cittadini che si aspettano riforme capaci di migliorare la loro condizione materiale ed esistenziale. Come con la flat tax: un regalo ai ricchi ed una fregatura per quasi tutti gli altri. Il Def con una mano fa finta di dare e con le altre sette costruisce un paese più impoverito, diseguale, fragile, rancoroso, in perenne guerra contro un nemico. Senza speranza.

A conferma, non c’è traccia di una delle riforme più urgenti e richieste da anni per contrastare disuguaglianze e garantire diritti sociali: la riforma del welfare. Questione denunciata anche da Alleva in Parlamento anni fa. Siamo in presenza di un sistema di protezione sociale che da anni non è più in grado di farsi carico di chi è in difficoltà. Figurarsi adesso con una platea di 18,6 milioni di persone a rischio esclusione sociale. Un welfare sottofinanziato, a macchia di leopardo, che scarica troppo peso sulle donne. Il governo annuncia invece ulteriori tagli e politiche patriarcali, decidendo scientificamente di fomentare la guerra tra poveri. Il progetto è il passaggio dal welfare al workfare e da una società inclusiva ed aperta ad una oscurantista e classista.

È questo il punto: questa manovra viola i principi fondamentali della nostra Costituzione: dignità, uguaglianza, solidarietà e lavoro. Principi che come primo “obbligo” prevedono quello alla Solidarietà all’articolo 2. Un clamoroso ribaltamento di prospettiva, compiuto con il consenso popolare.  Da questo realtà che consegna un accresciuto consenso al governo bisogna partire, ribaltando le categorie e le logiche a cui il governo costringe il dibattito e comunica con i cosiddetti poveri. Come sul tema del Deficit e del rapporto con l’Europa.

Dobbiamo dirlo chiaramente: il problema non è fare qualche decimale in più di deficit, ma capire se abbiamo utilizzato la fiscalità generale al meglio, ed il governo non l’ha fatto. Si poteva finanziare il sussidio di povertà con la fiscalità, senza fare debito, ma non è stato fatto. Così come va ribaltata l’ultima campagna di comunicazione che vuole il governo impegnato a scontrarsi con i teorici delle politiche di austerità in Europa. Se davvero si volesse farlo, si affronterebbe il nodo del patto di stabilità messo in Costituzione e si costruirebbero alleanze con i cosiddetti paesi PIIGS e non certo con Orban. Il Def esprime pienamente e compiutamente il progetto politico di una destra nazionalista che punta all’autarchia e ad alleanze simili in Europa, non certo a combattere disuguaglianze, povertà ed austerità. Una guerra tutta interna alle destre che si stanno disputando il piano dell’egemonia.

Dare forza e fare massa critica con chi sta facendo opposizione alla manovra su proposte chiare ed efficaci ancorate ai principi costituzionali, rafforzare le alleanze sociali e mettere in campo iniziative politiche larghe e plurali, è l’unica strada che abbiamo per fare emergere il perimetro di un nuovo blocco sociale presente nel paese ma ancora privo di rappresentanza.

19 ottobre 2018 / by / in , ,
Reddito di cittadinanza e piedistalli “di sinistra”: i due nemici per un reddito di dignità

Il Salto – 18 ottobre | di Daniele Nalbone

La federazione nazionale della stampa. Il Museo di Arte contemporanea di Roma. Ieri, Giornata mondiale della povertà, povertà e reddito di dignità hanno fatto irruzione in due luoghi che raramente hanno ospitato iniziative sul merito. Da una parte, nel cuore del mondo dell’informazione, la conferenza stampa organizzata dalla Rete dei Numeri Pari; dall’altra, nel ‘nuovo’ museo – il Macro Asilo – uno dei dieci tavoli della giornata di discussione e analisi intorno al Diritto alla città è stato dedicato proprio al reddito.

Due momenti diversi tra loro, ma comunicanti. Non staremo qui a raccontarvi cos’è la Rete dei numeri pari e ci limiteremo a elencarvi solo le proposte della piattaforma per il reddito di dignità: chi legge il Salto è già più che informato sul tema (qui potete scaricare gratuitamente l’ebook sul Reddito di dignità).

Le proposte per il reddito di dignità:

1) Sfratti zero come contrasto alle nuove povertà
2) Adeguamento del Fondo nazionale sociale per la diffusione dei servizi sociali e l’affermazione su tutto il territorio nazionale dei Livelli Essenziali di Assistenza
3) Investimento sull’infanzia con una maggiore promozione all’accesso agli asili nido e alla prescolarizzazione per i bambini delle famiglie svantaggiate e donne sole. Legge nazionale sul diritto allo studio che garantisca a tutti gli studenti effettive uguali opportunità
4) Istituzione del reddito di dignità
5) Spesa sociale fuor dal Patto di stabilità

Quanto sta accadendo a livello politico nazionale, con l’avvicinarsi del reddito di cittadinanza tanto caro al Movimento 5 stelle traccia però una linea netta sul tema del reddito. Crea un “prima” e un “dopo”. Perché oggi di reddito tutti parlano. Perché oggi il reddito è da considerare uno dei “temi caldi”. Perché, soprattutto, chi parla di reddito lo fa in malafede (chi ha scritto questa legge così come chi ci si sta opponendo a livello parlamentare) o con un piano ben preciso in testa: dare la spinta finale ad anni – decenni – di politiche neoliberali di tollerenza zero; chiudere i poveri in un recinto facendo del reddito di cittadinanza una vera e propria trappola per bloccare definitivamente la mobilità sociale in questo Paese; aumentare la distanza tra centro e periferie, tra classi sociali, chiudendo le persone in contesti (tanto geografici quanto sociali) marginali.

Tanto dalla conferenza stampa – alla quale hanno preso parte Giuseppe De Marzo (Rete numeri pari); Peppe Allegri (Bin Italia); Gaetano Azzariti (costituzionalista, presidente di Salviamo la Costituzione); Francesca Koch (Casa internazionale delle donne e movimento Non una di meno); Don Luigi Ciotti (Libera e Gruppo Abele); Peppe Giulietti (presidente Fnsi); Paolo Di Vetta (Movimento per il diritto all’abitare); Don Paolo Lojudice (vescovo ausliario di Roma); Rosa Mendes (portavoce delle donne latinoamericane); Andrea Nicolini (Rete della conoscenza) – quanto dal tavolo sul reddito del pomeriggio al Macro Asilo al centro della discussione, ma soprattutto off record, è emersa la necessità di iniziare a creare un percorso di “consapevolezza popolare” su che tipo di impianto è realmente il reddito di cittadinanza. Prima, però, bisogna scendere dal piedistallo e rendersi conto della situazione in cui versa il Paese. Potrà non piacere questo dispositivo approntato dal governo Conte su spinta del Movimento 5 stelle, ma il dato di fatto è che qualsiasi cosa sarà mai il reddito di cittadinanza – e se mai ci sarà – il 1° aprile migliaia di persone si metteranno in fila nei centri per l’impiego – o “palazzi del lavoro” per dirla alla Di Maio – per chiedere questo “sussidio alla povertà”. Che sia un bancomat, una card, soldi veri o simil buoni pasto, ci sarà l’assalto. Come c’è stato prima per il Rei. Non è una battuta: in Italia la gente ha fame. Veramente.

Ed è per questo che anche l’opposizione di gran parte della sinistra a suon di pacche sulle spalle e battutine del tipo «questi danno soldi per stare sul divano» o – speculare – «questi danno una sorta di buoni pasto e lo chiamano reddito» in questa fase sono solo e soltano autogol. Perché la risposta, basta camminare per strada, è sempre la stessa: «Almeno questi qualcosa fanno».

Ripetetela come un mantra: «Almeno questi qualcosa fanno». Alla terza volta, se la testa non vi fa troppo male, vi renderete conto di come non sia anche questa una battuta. Perché se per venti anni certa sinistra si è guardata bene, in nome di una “piena occupazione” che nessun sistema economico prevede, di boicottare o stoppare ogni forma di “reddito”, che sia di base, minimo o, come in questo caso, “di cittadinanza”, ora sono le battutine l’unico rumore che riecheggia nella valle della sinistra inesistente.

Una vera opposizione di sinistra oggi avrebbe ricordato al Movimento 5 stelle che i suoi deputati e i suoi senatori sono stati tra i firmatari sia della piattaforma del reddito di dignità che della richiesta di servizi sociali fuori dal patto di stabilità (certo, prima queste proposte le avrebbe portate avanti, ma questo consideriamolo ormai il passato). Una vera opposizione oggi avrebbe ricordato alla Lega che i suoi deputati e i suoi senatori, così come i suoi europarlamentari, hanno votato (o non si sono opposti a) tutte le misure di austerity chieste da Bruxelles e Francoforte, compreso il patto di stabilità in Costituzione (certo, prima le avrebbe contrastate, ma anche questo facciamo finta sia passato).

Oggi abbiamo solo questa rete (non è sminuire ma semplice constatazione). L’unica opposizione reale, concreta e soprattutto larga, fatta di mutualismo, socialità, partecipazione e conflitto è quella messa in campo da movimenti e pezzi di sindacato; realtà sociali e cooperative; associazionismo di base, cattolico, antimafia, femminista, migrante. Sono, per fare l’esempio di Roma, 10mila persone in piazza sabato scorso per riaffermare il diritto all’abitare. È un percorso lungo, che viene da lontano, e faticoso ma che è riuscito a convincere prima e coinvolgere dopo decine e decine di comuni in tutta Italia, soprattutto in quel sud che nelle cabine elettorali ha scelto il M5s. Sono delibere approvate e impegni presi dalle istituzioni locali su spinta popolare.

Per questo l’unica strada possibile è quella di tornare (per chi ha smesso ormai da quasi decenni di farlo) o di iniziare a sudare: punti informativi sul reddito di cittadinanza, momenti assembleari per costruire nuove maglie della rete, percorsi unitari di rivendicazione dei dieci punti per il reddito di dignità in ogni città. Conflitto. E niente chiacchiere – per esempio – su “deficit sì o deficit no”: la questione non è se sia giusto andare in rosso o meno, ma per cosa si va in rosso e se andare in rosso era necessario o se i conti potevano tornare. E, soprattutto, spiegarlo a chi continua a parlare di reddito di cittadinanza, reddito minimo, reddito di base come fossero sinonimi.

Perché, intanto, «questi almeno qualcosa l’hanno fatta».

 

19 ottobre 2018 / by / in , ,
Manovra, Rete dei Numeri Pari: “Reddito di cittadinanza è a debito e non agisce sulle cause delle disuguaglianze”

Il Fatto quotidiano – 17 ottobre |

La rete nata su impulso di gruppo Abele e Libera chiede politiche sociali che garantiscano diritti e sicurezza. Critiche alla misura anti povertà voluta dal governo perché “discrimina su basi etniche e razziali” e obbligare ad accettare “lavoretti” che non portano all’emancipazione. Presentato un progetto alternativo che comprende reddito di dignità per tutti i residenti e altre misure di welfare.

 

Reddito di cittadinanza? No, chiamiamolo sussidio di povertà”. La Rete dei Numeri Pari boccia la manovra e in particolare le misure di welfare “che welfare non è” introdotte dal governo gialloverde, con in testa il reddito. La rete – contenitore di associazioni ed esperienze territoriali che si occupano di contrasto alle mafie, lotta per i diritti e alle diseguaglianze e che vede aderire realtà come Libera di don Ciotti – ha tenuto questa mattina una conferenza stampa presso la sede della Federazione Nazionale della Stampa. Ne è emerso un giudizio critico nei confronti di una finanziaria che “istituzionalizza la povertà e il darwinismo sociale” discriminando “su basi etniche e razziali” persone a cui si dice “quali spese morali compiere”. “E’ un reddito introdotto a debito – afferma il coordinatore Giuseppe De Marzo – e non attraverso la fiscalità. In questo modo non si agiscono sulle cause che portano le diseguaglianze e, di conseguenza, non si contrastano”.

Un tema, quello del “reddito di base” che da possibile investimento sociale diventa “elemento di controllo”, ricorrente nelle valutazioni degli aderenti alla rete. “Questa manovra – ha spiegato Giuseppe Allegri, di Basic Income Network Italia – persegue la lotta ai poveri, agli esclusi e agli emarginati, ma non alla povertà, all’esclusione e alla precarietà”. In particolare “io ti controllo per cui devi passare per una mia rete burocratica di riferimento, attraverso i miei negozi, i miei prodotti, i miei professionisti”. E la soluzione suggerita è un “mercato del lavoro di secondo ordine, il cosiddetto ‘lavoretto’ che non fornisce gli strumenti adatti per l’emancipazione sociale. Un incrocio fra il sussidio di disoccupazione e un reddito vincolato”. Quello che invece veniva auspicato era “l’introduzione di un salario minimo orario” perché, “come dicono anche gli economisti liberisti, oggi il lavoro non basta più”. Una proposta sottoscritta in tempi non sospetti “anche da attuali senatori M5S”.

Nella sede della Fnsi, non poteva non esserci anche l’accento sulla difesa dell’informazione e la graduale eliminazione dei contributi pubblici all’editoria. “Da tempo i cosiddetti giornaloni non prendono più un euro – ha ricordato Beppe Giulietti, di Articolo 21 – fra le testate importanti erano rimaste solo Avvenire e Manifesto. Con questa norma, invece, si toglie sostegno a tante testate di territorio o legate a piccole realtà associative che difendevano quel diritto al pluralismo che viene tanto sbandierato”. Difesa dell’informazione che, secondo Giulietti, non può non passare dalla lotta al precariato nel giornalismo: “L’abrogazione dei co.co.co. e dei contratti iniqui e mal pagati, la lotta alle querele bavaglio, l’introduzione di assicurazioni ad hoc per i giornalisti d’inchiesta, tutte misure mai prese in considerazione”.

La Rete dei Numeri Pari, a latere dell’aspetto critico, ha anche presentato una proposta in 10 punti di possibile “reddito di dignità”, che persegue l’introduzione di un “reddito individuale”tarato sul 60% del reddito mediano dello Stato, quindi “forme di promozione dell’occupazione”, l’allargamento ai “residenti” (comprendendo anche i non cittadini, come avviene per le case popolari), la “replicabilità temporale”, la “integrazione lavorativa” e l’erogazione di “altre misure di welfare sociale e servizi di qualità”. Sul tema della “residenzialità”, da registrare la proposta di Giulietti di chiedere al Capo dello Stato la cittadinanza ad honorem per Marian e Roxana Roman, i due baristi romeni che hanno avuto il coraggio di denunciare le minacce e le violenze dei Casamonicaalla Romanina.

La proposta di “Def alternativo”, quindi, si completa con il perseguimento di battaglie storiche come “sfratti zero”, “adeguamento del Fondo Nazionale Sociale”, gli “investimenti sull’infanzia” e, soprattutto, la “spesa sociale fuori dal patto di stabilità” come – anche qui – inizialmente sottoscritto da diversi esponenti del M5S.

19 ottobre 2018 / by / in , ,
Don Ciotti e le reti sociali contro la manovra: “Più diseguaglianze, non combatte la povertà”

Repubblica, 18 ottobre 2018 

“Distanze abissali fra quello che bisogna fare e quello che avviene”. Oltre 600 realtà in tutta Italia, movimenti, cooperative, centri anti-violenza, presidi antimafia e parrocchie, sono scettici.

ROMA –  La Rete dei Numeri Pari, che raggruppa oltre 600 realtà in tutta Italia tra  reti sociali, movimenti, cooperative, centri anti-violenza, presidi antimafia e parrocchie non  crede  alla manovra  del governo Lega-5 Stelle: non saranno le nuove misure a sanare le diseguaglianze e a sconfiggere la povertà, hanno ribadito i suoi rappresentanti in un incontro con la Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Per questo la Rete chiede un immediato confronto con le forze politiche su un tema centrale per la democrazia, ma totalmente eluso dal dibattito politico.

“Questa non è una manovra che contrasta le disuguaglianze, provocate dai tagli al sociale, dalle politiche di austerità, da politiche fiscali regressive, dalla crescita esponenziale del lavoro precario e sottopagato, dall’assenza o dalla limitatezza di investimenti pubblici adeguati in settori ad alta intensità di lavoro o legati alla filiera della riconversione ecologica delle attività produttive. La manovra del governo in realtà allarga le disuguaglianze, prevedendo misure come “il sussidio di povertà” e la flat tax che la istituzionalizza invece di eliminarla” ha detto  Giuseppe De Marzo delle Rete dei Numeri Pari. “E lascia soli i Comuni nella battaglia impossibile contro i tagli provocati dal pareggio di bilancio. Se il governo avesse realmente intenzione di combattere l’austerità ci darebbe ascolto e metterebbe subito i servizi sociali fuori dal patto di stabilità”.

Linea ribadita da Don Luigi Ciotti: “La rete dei Numeri Pari è nata per lottare e sognare mentre oggi sono in troppi a scegliere un prudente silenzio. I poveri non chiedono elemosina ma dignità e la povertà è un reato contro la dignità delle persone. È un crimine di civiltà.  La distanza tra quello che bisogna fare e quello che avviene è abissale, assistiamo allo sgretolamento della cultura dei diritti e ad una conseguente emorragia di umanità che abbiamo il dovere, la responsabilità ed il diritto di fermare” .

19 ottobre 2018 / by / in , ,
Roma. Quando la politica è debole e la povertà aumenta, le mafie fanno affari

Che a Roma ci fosse la mafia lo sappiamo lavorando su strada e nelle periferie; basterebbe leggere i rapporti della Dda per scoprire come da decenni le mafie fanno affari nella Capitale e che nell’ultimo anno i clan siano 93, mentre 100 le piazze dello spaccio.

Che la sentenza d’Appello sul “mondo di mezzo” riconosca la mafiosità dell’associazione utilizzando il 416 bis conferma l’ottimo lavoro fatto dalla procura di Roma.

Che la sindaca Raggi affermi che Mafia capitale ha devastato Roma è una fesseria enorme che serve invece a nascondere le gigantesche responsabilità e incapacità della politica, in questo caso della sua giunta.

A devastare Roma sono i tagli al sociale fatti da Raggi come dalle altre giunte, le politiche di austerità imposte dal governo Monti proseguite con Renzi e accettate anche da Salvini e Di Maio.

A devastare Roma è l’assenza di misure efficaci per combattere lo spaventoso aumento delle disuguaglianze e della povertà che ha trasformato il volto della nostra città, Roma, consegnando alle mafie decine di migliaia di disperati e bisognosi che trovano nel welfare sostitutivo mafioso l’unica risposta in campo.

A devastare Roma è l’assenza di una visione della città, in cui secondo Raggi e Salvini gli unici problemi sono i migranti e lo sgombero di qualche migliaio di famiglie e persone che per morosità incolpevole occupano un posto per sopravvivere.

A devastare Roma è l’incapacità di questa giunta, come delle altre, di lavorare per la riconversione ecologica delle attività produttive, mentre si continuano ad affossare le municipalizzate dopo aver raccontato la favola che in un mese avrebbero messo tutto a posto.

Ad affossare Roma sono gli slogan di politici come Di Maio, Salvini e Renzi, che semplificano, insultano, banalizzano, spostando l’attenzione altrove pur di non approfondire, verificare, conoscere.

Quando la politica è debole e la povertà aumenta, sono le mafie a essere forti e fare affari. La sindaca e il suo partito governano la Capitale e il Paese, se volessero contrastare e sconfiggere le mafie invece di tagliare dovrebbero investire sulle politiche sociali, promuovere il Reddito di dignità come avevano giurato di fare, mettere fuori dal patto di stabilità i servizi sociali così da ridare forza all’azione dei Comuni sui territori nel contrasto alle disuguaglianze, rafforzare le misure per garantire che i beni confiscati alle mafie vengano destinati ad usi sociali come prevede la legge, sostenere le realtà sociali e i cittadini impegnati sul campo nel contrasto alle mafie, invece di delegittimarli o ignorarli facendo il gioco dei clan e di chi ci vuole morti.

Sono misure che noi continuiamo a proporre da anni e sulle quali anche questo governo non dà risposte. Le uniche in grado di fare concretamente “male” alle mafie, costruire gli anticorpi sociali, erodere il loro consenso, impedendogli di continuare a sfruttare il ricatto che possono giocare nel tempo della crisi nelle periferie di tutte le città in cui aumentano bisogni ed ingiustizie sociali e la politica è assente.

https://www.ilsalto.net/roma-politica-poverta-mafie/

11 settembre 2018 / by / in
Diritto alla casa, il rovesciamento della Costituzione

Benché la Costituzione non proclami espressamente il diritto alla casa, dottrina e giurisprudenza non dubitano che dal complesso della Carta fondamentale emergano sicure indicazioni sull’esistenza di tale diritto.

La riflessione degli studiosi è articolata nel merito, ma che l’esigenza di avere un’abitazione sia coperta dal dettato costituzionale è oggetto di unanime riconoscimento. Valgano per tutti le esemplari considerazioni di Temistocle Martines: «L’abitazione costituisce punto di riferimento di un complesso sistema di garanzie costituzionali, e si specifica quale componente essenziale (oltre che presupposto logico) di una serie di “valori” strettamente legati a quel pieno sviluppo della persona umana che la Costituzione pone a base della democrazia sostanziale». Tali valori – precisa ancora l’Autore – sono la famiglia, la scuola, la salute e il lavoro: nessuno di questi sarebbe pensabile se mancasse il presupposto di una casa in cui vivere.

Per la giurisprudenza, punto di riferimento sono le sentenze della Corte costituzionale numero 49 del 1987, numero 217 e numero 404 del 1988, nelle quali si trova proclamata l’esistenza di un «dovere collettivo di impedire che delle persone possano rimanere prive di abitazione». La Corte precisa che tale dovere assume una duplice valenza: da un lato, «connota la forma costituzionale di Stato sociale»; dall’altro lato, «riconosce un diritto sociale all’abitazione collocabile fra i diritti inviolabili dell’uomo di cui all’art. 2 della Costituzione». La conclusione è inequivocabile: tra i «compiti cui lo Stato non può abdicare in nessun caso», al fine di «creare le condizioni minime di uno Stato sociale», rientra quello di «concorrere a garantire al maggior numero di cittadini possibile un fondamentale diritto sociale, quale quello all’abitazione», così contribuendo «a che la vita di ogni persona rifletta ogni giorno e sotto ogni aspetto l’immagine universale della dignità umana».

Ciononostante, lo Stato ha abdicato, eccome, al dovere di garantire a tutti i cittadini il fondamentale diritto sociale all’abitazione. Le risorse impiegate in materia, pari dal 26% degli investimenti pubblici totali negli anni Cinquanta, sono crollate a meno dell’1% negli anni Duemila, per scendere ulteriormente – secondo una ricerca dell’Università Bocconi – ad appena lo 0,09% delle spese per il welfare (contro l’1,19% del Regno Unito, il 2,05% della Germania e il 2,62% della Francia). Le sole politiche degli ultimi anni in materia sono state quelle rivolte a reprimere i comportamenti privati di reazione al disagio abitativo, di cui la recente circolare sugli sgomberi voluta dal ministro degli Interni (della quale in queste ore si cominciano a vedere gli effetti pratici) non è che l’estremizzazione, posto che la sua base legislativa resta il cosiddetto «decreto sicurezza Minniti-Orlando» (convertito nella legge numero 48 del 2017).

È il ribaltamento dell’impostazione costituzionale: anziché dare attuazione al diritto all’abitazione previsto nella Carta fondamentale, in modo da soddisfare le esigenze materiali a esso sottostanti, il legislatore interviene esclusivamente per impedire che tali esigenze possano sfociare in azioni volte a farvi autonomamente fronte. Con il risultato che comportamenti – come l’occupazione di immobili abbandonati – mossi dall’intento di dare soddisfazione a un bisogno riconosciuto come diritto costituzionale provocano la reazione delle autorità pubbliche sulla base di previsioni normative di rango legislativo. Un vero e proprio cortocircuito logico-giuridico.

La situazione è andata aggravandosi al punto che, secondo Federcasa, l’edilizia residenziale pubblica è attualmente in grado, sul territorio nazionale, di far fronte alle esigenze abitative di 700 mila famiglie, pari ad appena un terzo di quelle che avrebbero realmente necessità di un alloggio e non sono in condizione di procurarselo attraverso i meccanismi del mercato. Nel contempo – come riportato su questo giornale il 28 gennaio dell’anno in corso – dei circa 31 milioni di appartamenti esistenti in Italia, 7 milioni sono vuoti e 1,5 milioni sottoutilizzati: uno su quattro. Di fatto, l’offerta potenziale di abitazioni supera di sei volte la domanda, inclusa quella proveniente dall’utenza non italiana.

Non si tratta, dunque, necessariamente di costruire nuove case popolari, incrementando il già elevatissimo consumo di suolo, ma di intervenire sugli assetti proprietari esistenti, a partire dai patrimoni improduttivi dei grandi possidenti (società commerciali o singole persone fisiche). L’art. 42 Cost. delinea chiaramente il quadro normativo in cui muoversi, sancendo che la proprietà privata – oltre che riconosciuta e garantita nei limiti in cui ne sia assicurata la funzione sociale e sia resa accessibile a tutti: altro che sacra… – «può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi di interesse generale». Tra i quali non si può negare rientri quello far fronte all’emergenza abitativa che grava su una parte sempre più ampia della popolazione.

 

https://ilmanifesto.it/diritto-alla-casa-il-rovesciamento-della-costituzione/

7 settembre 2018 / by / in
Manganelli e fragilità. Contro le occupazioni la repressione “Salvini & Raggi”

Con la circolare del 1 settembre il Viminale di Matteo Salvini ha riaperto la stagione di sgomberi per le occupazioni che era stata avviata dal precedente ministro Marco Minniti con il decreto sulla sicurezza urbana. Dopo i migranti, il ministro dell’Interno ha aspettato la fine della pausa estiva per inaugurare un nuovo capitolo della guerra che il governo gialloverde sta combattendo contro i più poveri: quella ai senza casa. Un capitolo dettato dall’esigenza di dare risposte alla “proprietà privata”, portato avanti con un provvedimento spregiudicato, che ha messo in secondo piano quell’argine del “prima le alternative poi gli sgomberi” che era stato introdotto un anno fa con un’altra circolare intervenuta dopo il disastro sociale e di ordine pubblico generato dagli sgomberi romani dell’agosto del 2017.

Pensare però che questo documento abbia impresso solo il marchio del leader leghista sarebbe un errore. La circolare porta anche una firma a Cinque Stelle. E non solo perché, in molte delle sue parti, sembra esser stata scritta su misura per aiutare Virginia Raggi a uscire dall’empasse politico e pratico in cui è stata spinta dalla circolare Minniti: costruire alternative agli illegali-occupanti o bloccare gli sgomberi. La circolare rischia di assumere e sistematizzare anche il cuore della mutazione genetica delle politiche abitative dell’amministrazione a Cinque Stelle in tema di occupazioni e sgomberi: l’impiego della ‘fragilità’ quale categoria strutturale dell’azione amministrativa in tema di assistenza alloggiativa.

Non è chiaro cosa il ministro intenda per fragilità e se sia possibile mantenere la definizione di “famiglie in situazioni di disagio economico e sociale”. Conosciamo già però l’uso che la Capitale d’Italia ne ha fatto. La parola ‘fragilità’ è comparsa con la leggerezza di una trovata dettata dall’emergenza dopo gli sgomberi dell’agosto del 2017, quelli di via Quintavalle prima e di via Curtatone qualche giorno dopo, che lasciarono per strada centinaia di persone. Per quanti non hanno seguito da vicino quegli accadimenti può sembrare un fatto marginale ma da allora la ‘fragilità’ è diventata il pilastro dell’approccio delle istituzioni capitoline verso le occupazioni. Un alibi per non dover sostenere la parte di chi sgombera completamente senza alternative. Un parametro che ha da un lato progressivamente eliminato la povertà, e tutti i diritti ad essa connessi, trascinando le occupazioni fuori dal ragionamento sul disagio abitativo per motivi reddituali e dentro una nuova spirale di assistenzialismo, dall’altro ha permesso di costituire un fortissimo strumento di governance della repressione di uno degli ultimi focolai di dissenso. Un meccanismo per dividere e criminalizzare i movimenti.

La ‘fragilità’ è una categoria mutuata dalle politiche nazionali sanitarie assistenziali, che assumono su di sé il compito di farsi carico delle persone “con maggiori vulnerabilità”. Nelle politiche sociali e abitative capitoline si riferisce a tutti coloro che, oltre a vivere in uno stato di indigenza economica, quindi a non avere un reddito sufficiente a provvedere autonomamente al proprio sostentamento, sono anche soggetti ritenuti più “vulnerabili”: donne con bambini o in gravidanza, anziani, malati, disabili. Persone che, per capirci meglio, farebbero più fatica a sopravvivere per strada.

I primi a sperimentare la ‘politica della fragilità’ sono stati gli sgomberati di via Quintavalle e di via Curtatone. In quell’occasione venne prospettata una soluzione solo a donne con bambini e anziani. Non in un appartamento, ma in dormitori o in case famiglia non accessibili a padri e mariti. Rifiutarono in massa e chi accettò fu costretto a subire pesanti conseguenze sull’autonomia della propria vita quotidiana. Non a caso nella circolare si legge che gli interventi messi in campo dai comuni “non potranno essere ritenuti negoziabili”.

Da un anno a questa parte, queste soluzioni residuali sono finite al centro dell’operato dell’amministrazione Raggi e dal 1 settembre sembrano essere state assimilate quale strumento utile anche dal ministero dell’Interno. Si legge nella circolare: solo “i soggetti in situazioni di fragilità” per i quali è stata accertata l’impossibilità “di soddisfare, autonomamente o attraverso il sostegno dei parenti, le prioritarie esigenze conseguenti alla loro condizione, i Servizi sociali del Comune dovranno attivare specifici interventi. […] Per tutti gli altri occupanti che non si trovano in condizioni di fragilità potrà essere ritenuta sufficiente l’assunzione di forme più generali di assistenza” come “strutture provvisorie di accoglienza” dove collocare gli occupanti “per il tempo strettamente necessario all’individuazione da parte loro di soluzioni alloggiative alternative”.

La ‘fragilità’ si è nei mesi rivelata una categoria utilissima quale strumento di governance della repressione. La ‘fragilità’ è divisiva: separa gli illegali giustificabili dagli ingiustificabili. E anche a quest’ultimi riserva ‘soluzioni’ che annichiliscono autonomia e indipendenza nelle scelte relative alla propria vita quotidiana. La ‘fragilità’ cancella la sola povertà alla base della necessità di occupare, criminalizza quanti, senza figli o malattie, hanno deciso di non pesare, come scrive il Viminale, “sulla rete parentale” per costruirsi una vita dignitosa e indipendente. Gli sgomberati di via Quintavalle hanno resistito per sette mesi nelle tende in piazza Santi Apostoli, al freddo, sotto l’acqua. L’amministrazione a Cinque Stelle, in questi sette mesi, ha riproposto sempre e solo l’assistenza alle fragilità, in un braccio di ferro in cui mediaticamente è stato facile far ricadere la ‘colpa’ sulle famiglie.

Perché non stiamo parlando solo di ‘poveri’. Nelle occupazioni si sono formate vere e proprie comunità meticce, solidali, unite non solo dall’impossibilità economica di un accesso a una casa ma anche da una simile visione della città e del suo essere abitata. Le occupazioni non solo sottraggono materialmente spazi alla rendita urbana, ma sono anche uno dei motori principali di costruzione di un ragionamento che mette in luce le drammatiche conseguenze delle politiche che la favoriscono. Tra le occupazioni figurano anche una serie di spazi sociali.

Il Viminale lo sa bene e la circolare, pur essendo uno strumento ‘tecnico’ riservato ai prefetti, è intrisa di una forte valenza politica. Il testo riprende le condanne a carico del ministero per mancato sgombero avanzate dai proprietari degli immobili occupati e fa proprio questo pensiero: “L’occupazione abusiva non lede i soli interessi della parte proprietaria, ma lede anche il generale interesse dei consociati alla convivenza ordinata e pacifica e assume un’inequivoca valenza eversiva”.

In questo quadro la ‘teoria della fragilità’ è stata funzionale per costruire un preciso disegno politico. Il motivo è semplice: l’amministrazione Raggi non ha mai riconosciuto che le migliaia di persone che hanno occupato interi palazzi abbandonati lo abbiano fatto per necessità di natura economica. E così non si è mai assunta la responsabilità di dare le risposte che competono ad un’amministrazione pubblica in questi casi.

Non va dimenticato che la linea del Campidoglio è stata assunta in un momento in cui, dopo anni di crescente disagio abitativo aggravato dalla crisi, una delibera regionale stava andando nella direzione opposta stanziando circa 200 milioni di euro per reperire alloggi, anche attraverso percorsi di autorecupero, da destinare non solo alle liste d’attesa per l’assegnazione delle case popolari ma anche per tracciare una via d’uscita al nodo irrisolto delle occupazioni. L’amministrazione Raggi si è sempre opposta con forza a questa eventualità. “Le occupazioni abusive rappresentano un grave danno per i cittadini. E chi occupa abusivamente le case, che siano del Comune o di privati, non può trovare alcuna giustificazione per il suo operato”, le parole dell’assessora alle Politiche Abitative Rosalba Castiglione.

Su più fronti, non solo quello delle occupazioni, il governo di Virginia Raggi è da mesi orientato a restringere il campo degli aventi diritto. Esperti di comunicazione sul web quali sono i Cinque Stelle hanno abbandonato la complessità dell’abitare in una città come la Capitale d’Italia per assumere l’unico parametro, semplice e chiaro, a prova di ogni post sui social, in grado di misurare i progressi dell’azione amministrativa: la lista di assegnazione delle case popolari. Una piaga storica per Roma, che conta oltre 11 mila famiglie in attesa, alcune da molti anni. Così è nata la guerra mediatica agli “scrocconi”, con l’annuncio di 9 mila sgomberi nelle case popolari occupate, senza alcun distinguo all’interno di un patrimonio mal gestito per anni. Così su 1200 famiglie che abitano nei residence, 600 sono state escluse dal bando per la nuova assistenza, molti dei quali per motivi come non aver presentato il permesso di soggiorno pur essendo cittadini italiani o non aver tracciato una ‘x’ sul modulo, limitandosi a compilare la parte equivalente. L’assessora alle politiche abitative non ha mai pronunciato nemmeno la parola “sfratti” (se non come mandante) nonostante ogni settimana nel 2017 siano stati costretti a uscire con la forza pubblica dalle proprie case 56 famiglie. Dal Campidoglio non lo dicono mai, ma anche la maggior parte delle circa 7 mila famiglie che vivono nella sessantina di occupazioni della Capitale sono in lista per l’assegnazione di una casa popolare. Da anni.

Virginia Raggi, in particolare grazie all’operato della sua assessora Rosalba Castiglione, non ha costruito alcuna politica abitativa strutturale e si è rifiutata con ostinazione, pur avendone a sua disposizione mezzi e finanziamenti, di incardinare la ‘questione occupazioni’ all’interno dello scenario del disagio abitativo cittadino. Prediligendo il pugno duro legalitario, ben più appagante in termini di consenso, l’amministrazione ha costruito il fallimento della circolare del “prima le alternative poi gli sgomberi” aprendo la strada allo scenario odierno. Le parole di Luigi Di Maio all’indomani dello sgombero di piazza Indipendenza, che aveva portato Roma sui giornali internazionali, sono indimenticabili: “Allucinante che faccia più notizia una frase infelice di un agente che i lanci dei rifugiati contro la polizia”. E ancora, in uno slancio da prove di dialogo con la pancia leghista: Raggi “deve pensare prima ai romani”.

Con il provvedimento, Salvini sembra aver osservato il ‘laboratorio Roma’ ma anche aver scommesso su un’amministrazione compiacente che potrebbe trasformarsi in una vetrina per dimostrazioni di forza sul campo dell’ordine pubblico e della legalità. Allo stesso tempo, proprio come accadde con lo sgombero del campo rom Camping River, la Capitale per il ministro leghista potrebbe diventare terreno di contesa di consenso con l’alleato di governo. Con il vantaggio, tutto a favore di Salvini, che spetterà alla sindaca Raggi, così come a tutti gli altri primi cittadini dei comuni d’Italia, l’arduo compito di gestire una situazione difficile, tra censimenti e alternative.

Manganelli e fragilità. Contro le occupazioni la repressione “Salvini & Raggi”

* Ylenia Sina è giornalista di Romatoday

6 settembre 2018 / by / in
LiberaMente in azione: Emilia e Marco raccontano l’esperienza dei laboratori di mutualismo sociale ad Alessandrino

Un’orchestra e corsi di cucina “Così salviamo i nostri ragazzi”

Una pagina per raccontare le attività dei comitati e delle associazioni che non si arrendono all’abbandono dei propri quartieri.

Il comitato di San Giustino è l’esempio di come le parrocchie siano sempre di più il punto di riferimento per organizzare iniziative di solidarietà e integrazione a favore del quartiere e di chi ci vive. Siamo nell’Alessandrino, periferia est della città, fra Tor Sapienza e Centocelle: viale Alessandrino taglia in due un’area urbana estesa quanto una media città italiana, circa 200mila abitanti, che comprende anche il Quarticciolo, una volta cuore della resistenza all’occupazione nazista. Proprio sul viale si trova la parrocchia di San Giustino: da due anni un gruppo di genitori che frequentano la parrocchia ha creato un comitato con le altre famiglie per realizzare laboratori gratuiti per insegnare ai giovani cucina, cucito, musica ma anche robotica, elettronica e artigianato; tutti inaugurati da don Luigi Ciotti di Libera e monsignor Paolo Lojudice. Ogni settimana, a giorni fissi, un laboratorio diverso: è nata una comunità che vede coinvolte più di cento famiglie e che organizza anche iniziative culturali e cene di solidarietà: c’è Eleonora, 18 anni diplomata in scuola di Moda, che insegna come cucire e riciclare con “ago, filo e fantasia”; Stefano, 24 anni, insegna a lavorare la cera; Naomi, 22 anni laureata, insegna chitarra insieme a Giuseppe Cirimele, idraulico di 45 anni. L’obiettivo è chiaro: fare comunità e togliere i ragazzi dai rischi della strada.

Tutto è nato nell’aprile 2014 da un’idea di Marco Fallocco di fare un laboratorio di chitarra.

L’ultima iniziativa, ad aprile 2018, è l’orchestra di San Giustino: dodici ragazzi dai 12 ai 19 anni che hanno imparato a suonare violoncello, tastiera, oboe, clarinetto; a settembre i primi concerti in parrocchia e nei centri culturali. A condurre i laboratori sono i genitori, professionisti o esperti della materia, disponibili a fare lezioni gratis; sono tutti del quartiere, entrati a far parte del comitato di San Giustino. Che nei prossimi mesi inizierà a collaborare con altre associazioni: a partire da settembre l’orchestra suonerà anche con altri ragazzi, soprattutto figli di immigrati o di seconda generazione nati in Italia.

Emilia Fragale, 43 anni, insegna percussioni presso una scuola media a indirizzo musicale. Fa parte della rete dei laboratori.

Perché è importante fare rete?

«È indispensabile: la società è complessa e da soli non si può costruire molto. Solo con il concetto del “Noi” si possono trovare soluzioni ai problemi della città, soprattutto in periferia, e togliere i ragazzi dalle tentazioni della strada».

Quali sono?

«Disagio sociale, mancanza di stimoli culturali, di attività educative e formative. Nelle periferie dove c’è disuguaglianza sociale, i ragazzi affrontano già in famiglia problemi legati alla povertà: i genitori stanno molto tempo fuori casa per lavoro e i ragazzi spesso si trovano da soli. Noi diamo l’opportunità di non essere abbandonati a se stessi. Le scuole sono presenti ma spesso sono l’unico presidio e c’è bisogno di altro».

Ad esempio?

«Le politiche sociali sono indispensabili per combattere la disuguaglianza e i problemi che sono complessi e interconnessi perché mettono insieme emergenza lavoro, precariato, crisi, emergenza casa. C’è anche bisogno di sensibilizzare su temi come la presenza della mafia in alcune zone: uno dei problemi da noi ad esempio è l’usura e il sovraindebitamento».

L'orchestra è uno dei fiori all'occhiello della comunità.

«La musica è per definizione uno strumento per integrare perchè è un linguaggio che parla al di là delle parole. La musica ha messo in connessione non solo i bambini dell’orchestra ma anche i loro genitori e persone che prima neanche si salutavano e ora hanno creato una comunità».

Vuole fare un appello?

«Sarebbe bello che chi abbia uno strumento non usato lo metta a disposizione dell’orchestra: molti ragazzi non hanno disponibilità e comprare gli strumenti costa».

 

Marco Fallocco, 55 anni, progettista meccanico, vive all’Alessandrino dal 1984. È tra i fondatori e coordinatori del comitato dei genitori di San Giustino.

Come è nata l'idea di andare oltre la semplice frequentazione di una parrocchia?

«Nel 2014, per fare un laboratorio per insegnare la chitarra in modo gratuito e amatoriale. Poi ho visto che c’era parecchia partecipazione e ho pensato di proporre anche altre materie, spargendo la voce tra gli adulti per insegnare ai ragazzi le loro passioni e competenze. Oggi abbiamo decine di laboratori».

Qual è la maggiore soddisfazione?

«Tra i ragazzi c’è tanta curiosità e quando li tieni impegnati, si dimenticano pure del cellulare. E questa è una grande conquista. Inoltre si è creata una sorta di mutualismo e i ragazzi si aiutano fra loro. Ad esempio un membro dell’orchestra si è offerto di insegnare la tastiera gratis. Questa solidarietà si è estesa anche ai genitori che mettono a disposizione gratis ciò che è di loro competenza, nei limiti delle loro possibilità. Organizziamo cene e ognuno cerca di aiutare il prossimo come può».

C'è sempre bisogno di un punto di riferimento? Ad esempio un parco, una parrocchia, una scuola.

«Certamente, senza i locali della parrocchia messi a disposizione da don Stefano e don Nicola, che poi ci ha presentato anche a Giuseppe De Marzo e don Luigi Ciotti di Libera, non potevamo fare ciò che stiamo facendo. Inoltre dobbiamo ringraziare monsignor Paolo Lojudice che è stato sempre presente alle inaugurazioni dei laboratori e dell’orchestra».

Vede partecipazione tra i ragazzi?

«Non è vero che i giovani non hanno voglia di fare, siamo noi adulti che dovremmo fare e insegnare ciò che ognuno sa fare, dal pane al sapone ai robot. Bisogna stimolare la curiosità».

– s.giuf.

15 agosto 2018 – Repubblica

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30 agosto 2018 / by / in
Conversione ecologica o barbarie

Migranti. Se si vuole rovesciare il tavolo di una partita già persa occorre andare non solo alla radice dell’insofferenza per i migranti, ormai trasformata in odio e in angherie quotidiane; e nemmeno solo alla radice dell’austerity che l’ha provocata; bensì capire che cos’è veramente ciò che l’austerity sta bloccando. E’ questa la chiave per affrontare anche molte delle cause all’origine della “crisi migratoria”, che non è un’emergenza, ma un processo secolare

L’Unione, già Comunità (che vuol dire mettere le proprie risorse in comune) Europea, si sta dissolvendo sotto i nostri occhi. Forse si è già dissolta. A prima vista la causa più evidente di questo fallimento, come molti di noi avevano previsto, è la cosiddetta “crisi migratoria”: è evidente che trattare decine o centinaia di migliaia di esseri umani come pacchi, come un peso da scaricarsi l’un l’altro e facendo finta, a ogni nuovo arrivo, di affrontare il problema per la prima volta, non è una politica lungimirante. L’UE non ha combattuto le politiche di Orbàn quando era ora di farlo, mentre aveva a suo tempo condannato quelle dell’austriaco Haider (ma non  quelle di Bossi quando per la Lega l’Unione era già “Forcolandia”). Così ha creato nel suo seno i Salvini, e i molti come lui, in tutto il continente. L’establishment europeo è stato accecato dalla sua “cultura economica”, pensando che il “resto”, l’unità politica, seguisse automaticamente (l’intendence suivra…). Così è passato come un carro armato sulla Grecia (culla della sua “civiltà”) per salvare qualche banca francese o tedesca e ora, dopo aver subito senza reagire la “brexit”, rischia di venir trascinata nel baratro dall’Italia: nazione “fondatrice” dell’Unione, ma Stato quasi fallito. Per cui, se l’Italia e i suoi abitanti sono un vuoto a perdere, con i migranti se la vedano loro…

Eppure nel dopoguerra la ricostruzione dell’Europa, quella che aveva dato vita alla Comunità europea, era stata in gran parte opera di immigrati (metà profughi dell’Est europeo, metà provenienti dalle sponde Nord, Italia compresa, e Sud del Mediterraneo). Immigrati erano stati anche i protagonisti dei “miracoli economici” degli anni ‘60 e della successiva ancorché parziale ascesa dell’Unione a potenza (economica) mondiale. La svolta è arrivata con la crisi del 2008, che ha portato alla luce pulsioni represse da tempo. L’Unione l’ha affrontata con l’austerità, rinunciando con ciò a un ruolo da protagonista;  e da allora i migranti – sia profughi, di guerra e, sempre più, anche ambientali, sia gente affamata in cerca di un lavoro – hanno cominciato a venir trattati come la peste. Le destre europee, e il popolo dei social e degli stadi che le segue, lo fanno apertamente, spesso con un linguaggio che è ormai, e in modo ostentato, nazista. Gli altri, le forze “istituzionali”, lo fanno in modo ipocrita, cercando di nasconderlo. Ma, per tutti, profughi e “migranti economici” sono solo un peso e come tali vengono trattati. Da loro   c’è solo da ricavare qualche occasione per sfruttarli meglio per ripagarsi del fatto di non essere riusciti a scacciarli.

Così, al centro delle prossime elezioni europee, ma soprattutto di un ben più importante confronto sul futuro delle nostre vite e della convivenza, ci saranno loro, i migranti; o, meglio, la capacità o meno di disfarsene; o la promessa di essere più bravi nel farlo. Privi di alternative, centro e “sinistre” non faranno che accodarsi alle ricette delle destre. Affrontare questa partita aggrappandosi alla zattera che affonda delle sinistre europee e al loro rosario di desiderata mai contestualizzati, mai veramente perseguiti e quasi sempre rinnegati – lavoro, welfare, diritti, istruzione, ricerca… – vuol dire averla già persa. Lo scontro tra accogliere e respingere è già deciso perché dietro ad “accogliere” non c’è né un programma per il “dopo” – che fare di e con chi viene accolto? – né il progetto di un’Europa diversa da quella che c’è; mentre dietro a “respingere” c’è un progetto preciso, anche se mai dichiarato: il trattamento  riservato oggi ai migranti è quello in serbo anche per la maggioranza di noi. Perché che cosa ne sarà dell’Europa di domani, qualsiasi strada imbocchi, non riguarda solo i migranti ma tutti noi.

Dunque, se si vuole rovesciare il tavolo di una partita già persa occorre andare non solo alla radice dell’insofferenza per i migranti, ormai trasformata in odio e in angherie quotidiane; e nemmeno solo alla radice dell’austerity che l’ha provocata; bensì capire che cos’è veramente ciò che l’austerity sta bloccando. E’ questa la chiave per affrontare anche molte delle cause all’origine della “crisi migratoria”, che non è un’emergenza, ma un processo secolare.

A essere bloccata è la conversione ecologica: la capacità di indirizzare forze e pensieri alle misure per far fronte ai cambiamenti climatici e a un degrado ambientale irreversibili. È l’unica scelta in grado di restituire un ruolo all’Europa, ma che è anche senza alternative che non siano la rovina del pianeta e dell’umanità e una guerra permanente contro i migranti destinata a provocare milioni di morti e ad alimentare reclutamenti di massa da parte di formazioni terroristiche. Ma è una svolta che non può più essere affidata a Governi e imprese che hanno dimostrato di non saperla affrontare. Solo quei movimenti attivi nella difesa dei territori e nel sostegno ai migranti, che sono molti e variegati, ma dispersi e scollegati, possono mettere all’ordine del giorno l’intera questione in modo concreto, con buone pratiche e un confronto aperto. Se sapranno farlo potranno riorientare anche una parte di quelle forze politiche e delle istituzioni, a partire dai governi locali, che hanno da tempo perso ogni contatto con la realtà.

La conversione ecologica non può che essere un processo partecipato e svilupparsi a partire dal livello locale, avendo però di mira tutto il pianeta. Ma di esso profughi e migranti sono una componente essenziale, perché possono portare un grande contributo alla realizzazione dei milioni di interventi diffusi necessari (l’opposto delle Grandi opere e dei grandi eventi dell’attuale modello di “sviluppo”); soprattutto se il finanziamento di quegli interventi sarà legato all’inclusione di una consistente quota di migranti tra la manodopera da coinvolgere e non da sfruttare. Assisteremmo allora a una corsa per “accaparrarseli”, mentre continuando a trattare come ora la popolazione immigrata stiamo trasformando l’Europa in un grande campo di concentramento (da gestire accanto alla vita che si svolge “come sempre “), ma anche in un campo di battaglia. Ma i migranti sono una componente essenziale della conversione ecologica anche perché il loro coinvolgimento è una strada obbligata per la rigenerazione dei loro territori di origine, a cui molti di loro vorrebbero poter tornare e con le cui comunità molti altri mantengono dei contatti. Il risanamento ambientale e sociale (la partecipazione) di quei territori ha bisogno di nuovi attori, che possono essere solo loro; certo non gli attuali Governi locali o quelli che se ne stanno appropriando in continuità con le politiche coloniali del secolo scorso; e meno che mai le multinazionali che ne stanno devastando il territorio: cioè tutti quelli del “prima noi”, non solo qui, ma anche “a casa loro”.

https://ilmanifesto.it/conversione-ecologica-o-barbarie/

29 agosto 2018 / by / in
Roxy Bar, associazioni e giornalisti: “Una staffetta per illuminare la periferia”

“Il silenzio è mafia”, c’è scritto sul volantino che mostrano di fronte al Roxy Bar giornalisti, cittadini ed esponenti delle reti sociali accorsi in via Barzilai per portare un gesto di solidarietà a Roxana e il marito Marian, gestori del bar e vittime della prepotenza e della violenza mafiosa dei Casamonica e dei Di Silvio. Ai quali Roxana e Marian non hanno chinato la testa; anzi, hanno denunciato rompendo il muro di omertà che spesso da Ostia alla Romanina fa da filo conduttore a molte periferie della capitale controllate dei clan. Ma qualcosa si sta muovendo: il riscatto sociale parte anche da qui, via Barzilai, Romanina, estrema periferia est di Roma: ora è il turno dei giornalisti con il magistrato Giancarlo Caselli e monsignor Paolo Lojudice, vescovo della Diocesi di Roma Sud. Ma ci sono anche l’attore Ascano Celestini e il vignettista Mauro Biani. E arriva anche il sottosegretario alla Giustizia, Gennaro Migliore: “Qui ho incontrato il segretario del Pd di Roma Andrea Casu, Iside Castagnola che da sempre segue il forum legalità del Pd romano e il mio vecchio amico e collega alla Camera Fabio Nobili. E poi, soprattutto, la signora Roxana, la proprietaria del Roxy Bar, che con una denuncia contro i Casamonica ha ridato speranza e orgoglio a chi abbassava lo sguardo di fronte alle prepotenze. Le ho detto che ci saremmo rivisti presto e spero che anche molti di voi facciano un salto in questo bar speciale”.

Tutti al Roxy Bar a bere un caffè, scambiare due parole con una emozionata Roxana e ribadire che “il silenzio è mafia” e quindi, esattamente come la violenza dei clan, può uccidere. In tanti hanno riempito il bar per prendere “un caffè della legalità”. L’iniziativa è stata lanciata dalla Rete NoBavaglio, dall’associazione Articolo 21 insieme alla Federazione della stampa nazionale all’Ordine dei Giornalisti, Usigrai, Stampa Romana con decine di adesioni di associazioni e onlus come Libera e la Rete dei Numeri Pari con la Cgil e la camera del lavoro di zona. Presenti Giuseppe Giulietti presidente della Fnsi, il presidente del Municipio, Gianpiero cioffredi dell’Osservatorio per la Legalità della Regione, Libera e altre associazioni antimafia: presente anche l’attore Ascanio Celestini che vive non lontano dal Roxy: “speriamo che la periferia romana non venga dimenticata dopo che si saranno spenti i riflettori” spiega.

Presente anche il magistrato Giancarlo Caselli, ex procuratore capo di Palermo: “Le organizzazioni criminali sono forti anche per il silenzio, la condiscendenza e la tolleranza: se non ci si riunisce per dire no, è un segnale negativo”. Poi entra al bar, il caffè con Roxana, le emozioni. Poco lontano c’è monsignor Paolo Lojudice, sempre presente nelle periferie della capitale. “A fatti negativi come quelli successi qui o a Ostia bisogna rispondere con la positività della società civile presente nel tessuto romano”. Il collegamento con Ostia è suggerito anche da Giulietti: “abbiamo il dovere di continuare a tenere accesi i riflettori su realtà come questa, come Ostia e qualsiasi altro luogo dove l’oscurità fa prosperare il malaffare. Non possiamo lasciare sole queste persone”. Alla fine i rappresentanti del quartiere lanciano l’idea: “Servono spazi per il sociale, risorse per i giovani. Serve che questi territori non restino abbandonati a se stessi. Per questo lanciamo già la data del prossimo appuntamento, il 24 maggio, per dare seguito a questa iniziativa e per nuovi eventi. Nessun territorio deve essere isolato”.

“Bisogna rimediare ad anni di abbandono e alle conseguenze drammatiche portate dalla crisi economica che in questi quartieri è devastante – incalza Giuseppe De Marzo, di Libera e della Rete dei Numeri Pari – In questo modo i giovani sono consegnati alla malavita. Ma nonostante questa emergenza i tagli continui del Comune alla spesa sociale per costruire integrazione e servizi sul territorio non soi fermano anzi aumentano. C’è bisogno di ridare dignità e speranza ai cittadini di questi quartieri con interventi concreti e iniziative di vario genere”. Lo stesso Roxy Bar ma anche le scuole del quartiere e il vicino centro anziani potrebbero diventare luoghi dove costruire incontri culturali, rassegne stampa, dibattiti. Il riscatto sociale parte anche da qui, periferia est di Roma.

Da Repubblica

18 maggio 2018 / by / in