rassegna stampa

Da Centocelle la riscossa silenziosa degli insegnanti anti-mafia: “Il nostro coordinamento è già in tutta la città”

Da Centocelle la riscossa silenziosa degli insegnanti anti-mafia: “Il nostro coordinamento è già in tutta la città”

Intervista a Emilia Fragale del Coordinamento contro mafia e povertà

Ylenia Sina16 gennaio 2019 15:15

“Siamo intellettuali pagati dallo Stato per esercitare una funzione formativa. Per questo non possiamo fare finta di non vedere”. Emilia Fragale è seduta nella ‘sua’ aula. Insegna presso l’Istituto Comprensivo via dei Sesami a Centocelle e da novembre fa parte del Coordinamento dei docenti contro le mafie e le povertà: “Si tratta di un gruppo di insegnanti costituitosi in maniera quasi spontanea, snello ed aperto a tutti, che si pone l’obiettivo di studiare e condividere proposte operative, buone pratiche, materiali didattici e formazione sul tema delle mafie nel pieno rispetto della Costituzione e degli obbighi della funzione docente”. Ad oggi “siamo oltre una ventina, tra Roma e provincia. Tutte persone in qualche maniera in già in relazione tra loro per aver affrontato dei percorsi su questi temi. E stiamo crescendo”. Mi chiede di non dare risalto solo al suo nome, alla sua persona: “Ora stai parlando con me” spiega “ma nel coordinamento siamo tutti equivalenti così come l’Italia è piena di docenti che lavorano al meglio”. 

La scintilla è scattata proprio tra i quartieri Alessandrino e Centocelle “nei giorni di preparazione dell’assemblea cittadina su ‘Mafie, corruzione e zona grigia’ insieme alla Rete dei Numeri Pari” che è stata ospitata proprio nei locali dell’Istituto Comprensivo il 23 novembre scorso. Il terreno nelle scuole del territorio, però, era fertile già da qualche anno: “La prima iniziativa l’abbiamo organizzata il 23 maggio del 2017, in occasione del 25esimo anniversario della strage di via Capaci. Abbiamo messo in scena al Teatro Biblioteca Quarticciolo un concerto delle orchestre degli indirizzi musicali del territorio insieme all’Istituto Comprensivo via Luca Ghini all’Alessandrino. Quel giorno si è tenuta anche una marcia di studenti e famiglie attraverso il quartiere con il coinvolgimento del Municipio V e la partecipazione di istituzioni ed associazioni autorevoli. Nonostante in molti quartieri sia acclarata dagli enti competenti la presenza delle organizzazioni criminali, la cittadinanza ne sembrava completamente inconsapevole. Fu un modo per iniziare a parlare con i ragazzi di questi temi”. 

L’anno successivo “le scuole che hanno partecipato alla giornata, che per la seconda edizione di due giorni, ha trovato spazio anche a Largo Agosta, erano raddoppiate: si erano aggiunti l’Istituto Comprensivo via Laparelli a Tor Pignattara ed il Liceo Classico e Scienze Umane Benedetto da Norcia a Gordiani”. Nel frattempo una collaborazione “tra le scuole e la parrocchia di San Giustino Martire all’Alessandrino ha fatto scattare i laboratori di mutualismo sociale in quel quartiere”.

Perché “in molte aree della città scarseggiano i presidi sociali mentre la crisi economica dilaga. E non dobbiamo mai dimenticare che il fattore socio economico è fondamentale per reperire la manovalanza di cui si serve la criminalità per le sue attività su un territorio”. Un vero e proprio “welfare sostitutivo di fronte al quale i ragazzi devono essere preparati e dovrebbero poter avere un’alternativa”. 

È così che nei quartieri le scuole sono i presidi di formazione civica. “Una parte del percorso è nato nel segno di due simboli della lotta alle mafie come Falcone e Borsellino, ma sappiamo che gli eroi non servono. Quegli eroi erano semplicemente persone che facevano bene il proprio lavoro. Per questo siamo consapevoli che l’unico modo per incidere è lavorare bene nel quotidiano, tutti, in ogni settore”. 

Il Coordinamento è nato anche per questo: “Nel mondo della scuola ci sono tante persone che fanno bene il proprio lavoro ma troppo spesso non abbiamo uno spirito di corpo. E chi lavora su queste tematiche in alcuni contesti può sentirsi spaesato. Il nostro gruppo vuole essere invece un momento di studio e di confronto con qualunque insegnante voglia inserire questi temi nella propria didattica. Pensiamo a un portale dove mettere in comune materiali didattici, proposte di spettacoli, e corsi di formazione per l’aggiornamento professionale per docenti. Non azioni eclatanti ma un lavoro costante, a lungo termine”. 

Il primo ‘evento unitario’ del Coordinamento è già in costruzione. Sarà il prossimo 21 marzo, Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. “Momenti simili per i ragazzi sono utili per riflettere su questi temi. È importante perché a Roma parlare di mafia non è semplice. La gente la vede come qualcosa di esotico, di lontano dal proprio vissuto quotidiano. Quando coinvolgi i bambini e i ragazzi coinvolgi anche le famiglie così la mafia diventa un tema su cui riflettere anche a casa. È la conoscenza il primo ostacolo alla sua penetrazione nei territori”.

http://centocelle.romatoday.it/coordinamento-contro-mafia-poverta.html

16 Gennaio 2019 / by / in ,
Chi cuce il filo della speranza. La sfida delle reti sociali e solidali

DI FLORIANA BULFON

Attaccato dai gialloverdi, l’associazionismo resiste. Per fare non solo charity ma anche progetti di rilancio e di inclusione. Vi raccontiamo questo mondo che da Nord a Sud anima mercati, mense, cinema e mini imprese

Forza Buoni, l'Italia della solidarietà che non si arrende al cattivismo
Striscione presso la fabbrica occupata Ri-Maflow

Ai margini di un’enorme spianata bianca su cui sorgeva una fabbrica della morte c’è un frigorifero «da aprire solo in caso di solidarietà». È a disposizione di chi ha fame. Studenti, professionisti, massaie e migranti lo riempiono a turno. Raccolgono da chi ha troppo e condividono con chi ne ha bisogno. Nella parrocchia di Don Angelo cibo e spazio sprecato diventano risorse. Accanto al frigo, c’è una stanza per essere “Solidali dalla testa ai piedi” con un servizio di docce e lavanderia e in canonica posti per dormire, perché questa è la casa di tutti. E così un luogo di confine alla periferia di Bari, tra resti di ecomostri abbattuti, vetri antiproiettile dei covi della Sacra Corona Unita e vite umane distrutte da fibre d’amianto, diventa un rifugio di speranza.

Oltre mille chilometri più a Nord, a Boves, città martire della resistenza rasa al suolo dai nazisti, i capannoni vuoti dove un tempo prosperava un’azienda di abbigliamento ospitano una ventina di persone. «Viviamo in comunità, i miei due figli sono nati e cresciuti qui», racconta Franco Monnicchi, responsabile di Emmaus. L’ultimo arrivato è un cinquantenne piemontese, ha una casa ma non trova lavoro e prima mangiava una volta a settimana: «Solo quando andavo a cena da qualche conoscente, perché mi vergognavo di frequentare la mensa dei poveri» spiega. C’è chi ha avuto problemi con la famiglia, con l’alcool, per lo più sono italiani. «Poveri che si mettono insieme per sostenere altri poveri, senza chiedere aiuto a nessuno. Perché l’urgenza è la condivisione, è questo il messaggio del nostro fondatore Abbé Pierre», chiarisce Monnicchi. Il religioso francese, eroe della resistenza, che da benestante scelse di essere povero tra i poveri, voce dei senza speranza. È la riscossa degli ultimi, di quelli che la società ha scartato: oggi lavorano ritirando ferri vecchi, carta straccia e oggetti abbandonati nelle cantine, si mantengono rivendendo quello che buttiamo via e riescono anche a donare agli altri. Negli ultimi anni hanno costruito un negozio e persino un baby parking.

Progetti di solidarietà che nascono dal basso. Una geografia della speranza che grida sottovoce e tenta di ricucire le ferite che portano all’ esclusione sociale. Ci credevamo un Paese ricco: «Ma quale crisi, i ristoranti sono sempre pieni!», proclamava da Palazzo Chigi Silvio Berlusconi. Invece in Italia la povertà ha assunto un carattere strutturale. I “Miserabili” del nuovo millennio sono oltre 5 milioni, il valore più alto da quando l’Istat lo censisce. Gente con livelli di vita inaccettabili: non possono permettersi un’alimentazione adeguata, un’abitazione riscaldata, vestiti, istruzione, salute. È la condizione di una famiglia su venti, ma quando si guarda ai migranti allora saliamo a una su tre. La diseguaglianza cresce, con una moltitudine nell’abisso.

Eppure c’è chi non si rassegna e lotta per sostenere i più fragili. Dalle comunità che accolgono le donne vittime di violenza alla casa dei gesuiti, la prima in Italia, che sulle colline torinesi ospita i papà rimasti soli con i loro figli.

Un’esigenza che ribalta l’ottica per cui siano in difficoltà solo le mamme e che accoglie l’invito di papa Francesco ad utilizzare i beni della Chiesa per dare un servizio a chi ne ha bisogno. Percorsi per riprendere i fili delle proprie vite e trovare un’alternativa al naufragio. E poi famiglie che s’incontrano e si confrontano, perché solo attraverso un cammino comune è possibile scoprire il modo per superare le crisi e afferrare il futuro. Uno scambio che non aiuta solo chi riceve. E cosi un ingegnere con i figli già all’università dedica i suoi due pomeriggi liberi ad Ahmed, un ragazzino marocchino a cui la matematica non piace, mentre i settantenni Franco e Maria sono diventati i nonni della piccola Giulia perché i loro nipoti vivono all’estero e li vedono di rado.

Accade in Veneto e uno dei promotori è lo psicoterapeuta Pasquale Borsellino. «È capacità di reagire alle condizioni avverse insieme, si attiva la resilienza comunitaria. Io stesso ne sono un testimone», constata. La sua storia personale è drammatica. Suo fratello Paolo è stato ucciso a fucilate nel 1992, pochi mesi dopo è toccato a suo padre Giuseppe che si batteva per trovare un nome agli assassini del figlio. I Borsellino volevano solo lavorare nella loro terra, in quella Sicilia dove Cosa nostra non consente ribellioni. La mafia si fa forte nei quartieri abbandonati dalle istituzioni, dove trova terreno fertile per espandersi e arricchirsi. Tanti insegnanti dallo Zen di Palermo alla periferia di Roma vogliono sconfiggerla mostrando un futuro diverso a quei ragazzini che sognano un futuro da boss e gridano «i negri non li vogliamo».

Combattono una guerra tra poveri che spiana la strada alla criminalità e al razzismo, unite nello slogan “prima gli italiani” che piace tanto pure ai boss. Con loro associazioni che accolgono costruendo insieme ai migranti. Una contaminazione fatta di partecipazione da Ventimiglia a Taranto, fino a Como. Ci sono giovani figli di emigrati che tornano in Italia. Come Giulio Vita che ha scelto la Calabria, sfidando gli indicatori statistici che la segnalano come una terra senza futuro: «Quando sono arrivato ho aiutato subito i rifugiati perché nelle loro storie ho trovato quella di mio nonno che ha preso una barca per il Venezuela senza conoscere né la lingua, né le tradizioni, né la cultura del Paese che lo avrebbe ospitato» racconta. Giulio ha in tasca l’idea di riportare il cinema ad Amantea e riesce a mettere in piedi una mostra e persino una residenza cinematografica per registi internazionali e rifugiati, dando lavoro anche a tanti ragazzi calabresi.

«Per tre anni abbiamo vinto un bando per contribuire alla valorizzazione e alla diffusione delle culture dei migranti residenti in Italia, senza alcuna raccomandazione» spiega, ma aggiunge: «Ora il ministro Alberto Bonisoli l’ha eliminato ma non ci rassegniamo: faremo la IV edizione di la Guarimba CinemAmbulante con o senza fondi pubblici». Nella lingua degli indios venezuelani “guarimba” significa posto sicuro e in un periodo in cui vengono alzati muri e confini, in questo piccolo borgo, si fondono e crescono storie ancorate alla realtà. Come i quattordici minuti raccontati dal regista di origini egiziane Mohamed Hossameldin. “Yousef” è uno chef, cittadino italiano ma con la pelle scura. È integrato, ha successo, ma quando deve decidere se aiutare chi ha subito violenza o fuggire è sopraffatto dal dubbio, teme di essere accusato ingiustamente. Ci si immerge in una crisi personale che dà un senso di vertigine. In scena c’è la paura dei migranti davanti al persistere dei pregiudizi e il cinema diventa un forma di riscatto.

Come quello che parte da Casale Caletto, periferia dimenticata della Capitale dove si insegnano i mestieri dello spettacolo come diritto all’inclusione. «Ho vissuto quasi tutta la vita dentro quattro mura» racconta con ironia Mirko Frezza presidente del comitato di quartiere «ma poi ho deciso di fare il bravo». Diventa attore. Lui, 40 anni, capelli lunghi, barba, un corpo tatuato e un passato tra galera e voglia di riscatto, in questo quartiere di amara esistenza è nato e cresciuto. Qui insegna ad altri a guadagnarsi l’opportunità di un posto di lavoro e insieme a Paola Da Grava gestisce un centro che offre 1.650 pasti al mese e raccoglie cibo con un banco alimentare. Tutto senza sovvenzioni. «Ci lavorano volontari, la benzina la mettiamo a turno. C’è anche uno sportello per le donne, a breve avremo degli psicologi per i bambini affetti da autismo» sottolinea mostrando il suo mondo alle telecamere de “I Dieci Comandamenti” di RaiTre. Un centro che è diventato un punto di riferimento tra palazzoni popolari e generazioni abbandonate a se stesse. «Proviamo a tenere pulite le strade, ripariamo tubature, aggiustiamo ascensori, insomma ci sostituiamo alle istituzioni» risponde Frezza.

Riprendersi spazi, lavoro, dignità. A Trezzano sul Naviglio centinaia di operai hanno recuperato la fabbrica chiusa e l’hanno riconvertita. «La scelta era se lasciarci ammazzare, o provare a resistere alla crisi, producendo reddito, in un territorio dove la disoccupazione è altissima, ma le professionalità ancora tante e vive», spiegano. E così i 30 mila metri quadri di capannoni della Rimaflow non sono rimasti uno scheletro industriale. Ma le istituzioni non vengono in aiuto, anzi: sull’iniziativa pende un’ordinanza di sgombero. Gli hanno solo concesso una proroga: lo sfratto è stato rinviato al prossimo aprile.

«Abbiamo fatto della legalità un idolo, dimenticando che non è il fine ma il mezzo: il fine è la giustizia sociale. La legalità da sola è una parola vuota», dice don Luigi Ciotti. Insieme a Giuseppe De Marzo, economista laico che fa parte dell’associazione del premio Nobel Amartya Sen, ha unito più di seicento realtà sparse per il Paese, dai centri antiviolenza ai movimenti per il diritto alla casa, nella Rete dei Numeri Pari. «In dieci anni la povertà nel nostro Paese è triplicata, frutto di politiche sbagliate. Anche questo governo sta tradendo le promesse, ha aumentato l’aspettativa dei ceti in difficoltà e creato senso di rancore. Di fatto manca un’opposizione e così alla fine molte persone non si sentono rappresentate», analizza De Marzo.

Provano allora a mettere insieme le esperienze dal basso. Quelle che spingono a riconoscersi come cittadini e riappropriarsi dei diritti negati. Negli Stati Uniti il tema dell’ineguaglianza si è imposto al centro del dibattito. Lara Putnam e Theda Skocpol hanno pubblicato una ricerca in cui mostrano come molte donne entrate recentemente in politica non siano solo ispirate dal movimento spontanei come il MeToo ma siano spesso il frutto di un percorso, di una partecipazione in reti civiche locali fuori dai circuiti del partito democratico.

E questa è la speranza per le democrazie occidentali: un movimento con radici nuove e idee aperte, capace di spazzare via l’onda dei populismi e dei sovranismi. Ricominciando proprio da quella crisi economica che ha spezzato le reti sociali e la solidarietà.

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2019/01/08/news/forza-buonisolidarieta-cattivismo-1.330260

10 Gennaio 2019 / by / in ,
Comunicato stampa Ri-Maflow | Firmato protocollo con la Prefettura e rimandato lo sgombero: primo passo verso una Ri-maflow 2.0

Come da sempre auspicato dalle lavoratrici e dai lavoratori che hanno dato vita al progetto RiMaflow, si è firmato oggi alle 9.30 presso la Prefettura di Milano un Protocollo di intesa tra UCL-Unicredit Leasing e la Cooperativa RiMaflow, con un importante ruolo di garanzia dell’imprenditore Marco Cabassi e del Direttore della Caritas ambrosiana Luciano Gualzetti.

 

L’Ufficiale giudiziario, in base al percorso concordato tra le parti, che prevede verifiche puntuali nei prossimi mesi, ha sospeso lo sfratto previsto in data odierna rinviandolo in data successiva al prossimo 30 aprile, ossia al termine dell’iter previsto.

 

UCL per la prima volta riconosce i lavoratori e le lavoratrici di RiMaflow e la loro Cooperativa come “fabbrica recuperata” e come controparte.

 

Oggi non si conclude il contenzioso, ma inizia un percorso molto impegnativo per RiMaflow e per i garanti, finalizzato al rilancio delle attività economiche e produttive che consenta ai 120 operai e artigiani di consolidare il lavoro e quindi il reddito.

 

Avremo quindi il tempo necessario (6 mesi) per programmare la nuova RiMaflow, una RiMaflow 2.0, senza le pressioni – spesso sproporzionate – volte al rispetto di normative che, senza un titolo di occupazione, eravamo in difficoltà ad ottemperare se non in tempi congrui. Rivendichiamo il merito della trasformazione di gran parte del lavoro informale iniziale in lavoro oggi regolare nel corso di questi anni.

 

Tra le varie opzioni possibili discusse con i garanti figura l’acquisizione degli immobili per tutte le attività di RiMaflow da parte di un gruppo di soggetti finanziatori che condividono il percorso di autogestione intrapreso: ciò significherà la definitiva uscita di scena di UCL dopo il 30 aprile.

 

A fronte di una proposta di UCL superiore ai prezzi di mercato per i capannoni di via Boccaccio 1, interamente da bonificare (tetti in amianto e sottosuolo inquinato) e con seri problemi strutturali, che in questi anni ne hanno reso impraticabile la vendita, RiMaflow e i garanti hanno comunicato che tale possibile acquisizione di immobile si indirizzerà verso una struttura più consona e più efficiente presente nel nostro territorio. UCL darà un contributo al fondo Caritas per il sostegno al lavoro, come richiesto da RiMaflow.

 

La Cooperativa ha riaperto nel frattempo i contatti con il Ministero dello Sviluppo Economico che, attraverso la CFI, finanzia i progetti di cooperazione nati da crisi aziendali.

 

Tra la continuità di presenza nei prossimi anni di RiMaflow nell’attuale sito di via Boccaccio 1, auspicata da UCL con la vendita a ‘noi’ del suo sito, e un sito più efficiente abbiamo deciso quest’ultima strada, come a volte praticato dalle stesse fabbriche recuperate argentine, che ci hanno ispirato, a fronte di luoghi produttivi ormai obsoleti. Siamo convinti peraltro che UCL, che con tanta tenacia aveva chiesto fino ad oggi il nostro sgombero, si troverà sul groppone per anni un immobile totalmente privo di valore e da bonificare.

 

Il Protocollo di oggi è per RiMaflow più utile di quello ‘di compromesso’ proposto dalla Prefettura 18 mesi fa, da noi accettato e che UCL si è rifiutata di sottoscrivere, perché avrebbe comportato alla lunga oneri decisamente proibitivi.

 

Peraltro RiMaflow vigilerà insieme ai cittadini di Trezzano sulle bonifiche obbligatorie che UCL dovrà effettuare nel sito di via Boccaccio 1 per evitare i danni all’ambiente e alla salute provocati dai capannoni dismessi (vedi Demalena).

 

UCL – ne siamo certi – dichiarerà di aver dato una proroga a tempo rispetto allo sgombero, che comunque sarà effettuato dopo il 30 aprile. Ma RiMaflow 2.0 dopo il 30 aprile non avrà più bisogno di UCL e la saluta volentieri!

 

Ringraziamo il Prefetto di Milano, dott. Saccone, per la sensibilità dimostrata e la dott.sa Giusi Massa che per anni ha seguito la vertenza RiMaflow, cercando una composizione del contenzioso: la firma di questo Protocollo è un risultato molto positivo per tutti i lavoratori e le lavoratrici.

 

Ci dispiace che della partita non sia stato il Comune di Trezzano, che in questi anni non è stato in grado di cogliere le potenzialità del progetto RiMaflow e non ha svolto in nessun momento un ruolo propositivo per favorire un accordo tra le parti, appellandosi ad un astratto concetto di legalità. Quando la legalità non coincide con la giustizia sociale qualcosa non funziona, dovrebbe essere noto!

 

La realtà è una sola: solo la mobilitazione dal basso, che si è concretizzata nella presenza di centinaia di persone oggi venute da tutta Italia per impedire lo sfratto, così come la mobilitazione di realtà sociali che apprezzano le scelte di solidarietà e mutualismo tra i lavoratori ha ottenuto questo risultato, riportando UCL a negoziare nella sede naturale della Prefettura di Milano.

 

Ci auguriamo ora che nei prossimi giorni Massimo Lettieri, presidente della Cooperativa, termini la detenzione ai domiciliari, uscendo definitivamente da un processo che lo aveva visto accusato in modo infamante per smaltimento illecito di rifiuti. Massimo deve essere di nuovo tra noi per il rilancio della nuova RiMaflow 2.0

 

Dal 12 al 14 aprile 2019 presso il sito di via Boccaccio 1 è da tempo convocato il 3° Incontro europeo delle imprese recuperate, realizzato con la collaborazione della Libera Masseria di Cisliano e il patrocinio dello stesso Comune di Cisliano. Oggi siamo sicuri di poter ospitare l’evento nella ‘nostra fabbrica’.

 

Cooperativa RiMaflow 349.6489063

Associazione Occupy Maflow 335.1213067

Trezzano sul Naviglio, 28 novembre 2018

28 Novembre 2018 / by / in ,
RiMaflow, a rischio sgombero dieci anni di fabbrica recuperata e di lotta

Ri-Maflow. A Trezzano sul Naviglio gli operai hanno creato la «Cittadella dell’altra economia». Giovanni Impastato: «Massima vicinanza»

MILANO

Uno degli ultimi messaggi di solidarietà è arrivato pochi giorni fa da oltre mille chilometri di distanza: «Massima vicinanza a chi ha tentato di riqualificare una fabbrica destinata alla chiusura creando una Cittadella dell’altra economia che oggi qualcuno vuole bloccare». Parole pronunciate a Cinisi da Giovanni Impastato, fratello di Peppino, durante un incontro pubblico intitolato «disobbedire non è reato».

IMPASTATO HA ABBRACCIATO e salutato uno degli operai della RiMaflow sceso a Cinisi a raccontare la storia di questa fabbrica di Trezzano sul Naviglio, 10 Km in linea d’aria dal Duomo di Milano, che da sei anni è diventata la principale esperienza di fabbrica recuperata in Italia, un villaggio solidale dove la crisi ha cambiato verso grazie alla lotta degli operai diventando nuova opportunità di lavoro, socialità e integrazione. Ora però tutto questo rischia di finire, pende sulla RiMaflow lo sgombero annunciato per il 28 novembre, uno sgombero che al danno unisce la beffa.

UN’ESPERIENZA SOLIDALE nata contro la speculazione è finita in mezzo – letteralmente – ad un’inchiesta per traffico di rifiuti e ora la proprietà dei capannoni, la banca Unicredit, ha deciso di sfrattare i 120 lavoratori e le decine di soggetti che hanno trovato casa all’interno di quei capannoni. Quella della RiMaflow è una storia che getta i semi attorno al 2005, quando quei capannoni si chiamavano solo Maflow.

Era una fabbrica che impiegava 350 lavoratori e che produceva tubi per condizionatori e auto. Una delle tante aziende dell’hinterland di Milano che stavano scegliendo di lasciare questo Paese alla ricerca di manodopera a prezzi più bassi. La Maflow in quegli anni inizia a trasferire parti della produzione all’estero, mette in cassa integrazione i dipendenti, sposta i macchinari più importanti in Polonia, perde le principali commesse, come quella con la BMW.

UNA CASCATA DI EVENTI negativi che portano i lavoratori nel 2009 ad intraprendere una dura lotta fino all’occupazione dei capannoni. Non vogliono che i cancelli si chiudano e propongono soluzioni alternative. Tra loro c’è un sindacalista della Cub particolarmente testardo, Massimo Lettieri.

Chiede di incontrare il liquidatore, guardare la situazione reale dell’azienda, parlarsi, cercare insieme un nuovo investitore. Insomma, dare un futuro all’azienda e a 350 persone. I nuovi compratori polacchi vogliono tenere solo i lavoratori non iscritti al sindacato e nell’assenza di progettualità lentamente la Maflow muore. Picchetti, manifestazioni e incontri in Prefettura a Milano non impediscono la chiusura definitiva a dicembre 2012.

A QUEL PUNTO UN GRUPPO di operai decide che non si può tornare a casa così. «Facciamo come in Argentina, lavoriamo senza padroni» propone qualcuno. È l’anno del «We are the 99%», nasce Occupy Maflow che presto diventerà RiMaflow: fabbrica recuperata. Dalla produzione di tubi per auto si passa al riuso e riciclo di apparecchiature elettriche ed elettroniche.

La Cittadella dell’altra economia prende forma. Nasce la cooperativa il cui presidente è quel sindacalista testardo, Massimo Lettieri, che in quegli anni non si era mai arreso a chi aveva dichiarato fallimento portando il bene materiale più prezioso per un’azienda, i macchinari, altrove. Alla cooperativa poi negli anni si affiancano decine di altri soggetti tra falegnami, tappezzieri, artigiani che danno vita alla Casa del Mutuo Soccorso.

I SOCI DELLA CASA attraverso il versamento di una quota annuale possono operare all’interno della Cittadella. Si costruisce quella che diventerà la rete nazionale «Fuorimercato». RiMaflow aderisce alla rete di Communia, ha delle sorelle a Milano nello spazio sociale RiMake, collabora con Libera, si occupa di antimafia sociale in un territorio, il sud Milano, pesantemente infiltrato dalla ’ndrangheta. Anche Caritas Ambrosiana e Casa della Carità sostengono questa esperienza, così come il parroco di Trezzano, Don Franco, sempre al fianco dei lavoratori nei momenti difficili come in quelli gioiosi: sarà proprio Don Franco a sposare Massimo, il sindacalista testardo, e Anna.

Una grande festa in uno dei beni confiscati alle mafie nell’hinterland sud di Milano, la Masseria di Cisliano. Dalla collaborazione con gli Archivi della Resistenza di Fosdinovo nasce l’Amaro Partigiano, già un classico del Natale degli antifascisti. Per questi lavoratori la sfida più difficile è sempre stata quella di uscire dall’illegalità iniziale, l’occupazione della fabbrica, e regolarizzare le attività. Tenendo bene in mente una cosa: si fa tutto per il bene comune, mai per il profitto privato.

GLI SFORZI PER REGOLARIZZARSI crollano la mattina del 26 luglio 2018 quando nove persone vengono arrestate per traffico illecito di rifiuti. Tra loro c’è anche il sindacalista testardo, Massimo Lettieri, presidente della cooperativa. Uno dei capannoni sequestrati si trova all’interno della cittadella della RiMaflow, Massimo si ritrova accusato di «associazione per delinquere finalizzata al traffico di rifiuti».

PER LUI SCATTA LA MISURA cautelare in carcere, ci resterà quattro mesi. «Con le ditte che ci hanno conferito macchinari e materiali con regolari documenti di trasporto, alcune delle quali figurano tra quelle indagate, non abbiamo nulla a che fare per qualsiasi altra loro attività» scrivono i lavoratori a poche ore dall’arresto.

Al centro dell’inchiesta della procura di Milano finisce il progetto sulla lavorazione di scarti di produzione di carta da parati. «Siamo certi di poter dimostrare la nostra estraneità a questa vicenda e di poterne uscire appena inizierà il processo» ha detto più volte Gigi Malabarba, sindacalista, già parlamentare con Rifondazione Comunista che negli della lotta contro la chiusura della Maflow conobbe Massimo Lettieri e non lo mollò più.

«Se di Massimo si volesse sintetizzare la figura è proprio l’emblema vivente della lotta contro ciò per cui è stato arrestato». Qualche giorno fa Massimo e Gigi sono stati ospiti di Claudio Jampaglia a Radio Popolare, Malabarba in studio, Lettieri al telefono dagli arresti domiciliari. «Ormai sono 10 anni di lotta» ha detto Massimo un po’ emozionato al telefono. «Una lotta necessaria, il capitalismo ha preso il sopravvento sulle persone. Ora sono stato anche in galera, ho visto gli ultimi degli ultimi, conosco gli operai che perdono il lavoro, ci sono una marea di persone che non hanno voce. L’unica opportunità che abbiamo è organizzare esperienze positive che diano voce a queste persone». Tutto questo dal 28 novembre potrebbe non esistere più. O almeno non a Trezzano, in quella Cittadella autogestita senza padroni.

https://ilmanifesto.it/a-rischio-sgombero-dieci-anni-di-lotta-e-fabbrica-recuperata/

27 Novembre 2018 / by / in
Centocelle, nasce il coordinamento degli insegnanti anti-mafia

L’incontro nell’Istituto Comprensivo di via dei Sesami precede la manifestazione cittadina di sabato 1 dicembre promossa dal nuovo movimento “Sei Uno di Noi” che raggruppa centinaia di realtà sociali

 

Un coordinamento cittadino di insegnanti antimafia. Il battesimo è avvenuto nel corso di un’assemblea pubblica con cittadini, docenti, genitori, studenti, comitati, associazioni, movimenti, cooperative, giornaliste e giornalisti, parrocchie e reti sociali impegnati nel contrasto alle disuguaglianze, alla povertà ed alle mafie. L’incontro nell’Istituto Comprensivo di via dei Sesami a Centocelle è uno degli ultimi di una serie di iniziative organizzate per preparare la manifestazione cittadina di sabato 1 dicembre promossa dal nuovo movimento “Sei Uno di Noi” che raggruppa centinaia di realtà sociali  molto differenti tra loro: dalle parrocchie ai sindacati fino ai comitati per l’abitare contro disuguaglianze, mafie e razzismo.

Una rete eterogenea che però si riconosce in un comune sentire: “Noi siamo quelli che tentano di sopravvivere in una città piena di disuguaglianze e miseria. Quelli che resistono, facendo le capriole per far quadrare i conti. Non cadiamo nella trappola di considerare causa dei nostri mali chi sta peggio di noi o chi è nato altrove, perché sappiamo di essere dalla stessa parte – si legge nel manifesto – Cosa Vogliamo? Eguaglianza, solidarietà, pari opportunità, partecipazione e accoglienza sono i principi in cui crediamo e che rivendichiamo. La sicurezza che cerchiamo è innanzitutto quella economica e sociale: lavoro, reddito e casa dignitosi. Una scuola e una sanità pubbliche, universali e efficienti. Verde e spazi sociali per i nostri bambini. Una città libera dalle mafie e dai grandi poteri finanziari ed economici. Una società libera da ogni tipo di discriminazione e di razzismo, secondo i principi conquistati dalla Resistenza, sanciti dalla Costituzione e smarriti dalla Repubblica. Dignità e giustizia sociale. Per tutti”.

https://roma.repubblica.it/cronaca/2018/11/23/news/centocelle_nasce_il_coordinamento_degli_insegnanti_aniti-mafia-212447370/

24 Novembre 2018 / by / in ,
Bari, lavanderia solidale nella parrocchia di San Sabino: doccia e abiti puliti per tutti

Lavatrice e asciugatrice a disposizione tutti i giovedì mattina per chi abbia necessità di accedere alla lavanderia solidale. Ogni sabato si può invece fare una doccia gratuitamente

Lavatrice e asciugatrice a disposizione tutti i giovedì mattina per chi abbia necessità di accedere alla lavanderia solidale. Ogni sabato si può invece fare una doccia gratuitamente nei locali messi a disposizione dalla parrocchia di San Sabino, a pochi passi da Pane e Pomodoro e parco Perotti.

Sono partiti sabato 3 novembre i servizi di lavanderia e doccia solidali voluti dall’associazione Giuseppe Moscati onlus, inaugurati lo scorso giugno e ora finalmente operativi, grazie al contributo economico della fondazione Megamark e alla sensibilità di don Angelo Cassano, che ha adibito due stanze della parrocchia del quartiere Madonnella per accogliere chi non ha modo di lavare e asciugare i propri vestiti o curare come vorrebbe l’igiene personale.

Una equipe di volontari e la segreteria della parrocchia raccolgono le prenotazioni il lunedì, giovedì e sabato dalle 10 alle 12.30 e dalle 17.30 alle 20. In alternativa è possibile telefonare al numero 080.558.81.83. “Il desiderio che ci accomuna e quello a cui miriamo è stare insieme in un luogo accogliente dove ognuno si senta a casa propria – dicono i volontari- Non solo un servizio, ma un luogo di incontro dove ognuno ha qualcosa da dare o semplicemente da raccontare. Il nostro desiderio è fare famiglia con chi ha voglia di una famiglia”. La piccola lavanderia “Solidali dalla testa ai piedi” è aperta il giovedì mattina dalle 9 alle 12, la doccia il sabato mattina dalle 9 alle 10.30.

https://bari.repubblica.it/cronaca/2018/11/14/news/bari_lavanderia_solidale-211602698/

17 Novembre 2018 / by / in , ,
La manovra della guerra tra poveri

Il Manifesto | 21 ottobre 2018

Il governo delle destre. Il finto reddito di cittadinanza stigmatizza chi è in difficoltà facendo passare il cosiddetto «povero» per un parassita che non vuole fare niente. Invece di sganciare il soggetto in difficoltà dal ricatto lo si rinchiude in un ulteriore trappola che serve solo agli interessi del modello economico di riferimento del governo: il liberismo economico

Il Def non interviene su nessuna delle cause che provocano l’aumento delle disuguaglianze: tagli alle politiche sociale, politiche di austerità, lavoro povero ed a bassa intensità, politiche fiscali regressive, assenza di adeguate misure di welfare, bassi investimenti pubblici e privati in settori industriali ad alta intensità di lavoro e/o legati alla riconversione ecologica delle attività produttive. Non è nemmeno una manovra che tenta di contrastare le disuguaglianze, anzi le allarga con misure come il finto reddito di cittadinanza che altro non è che un sussidio di povertà che la istituzionalizza, rafforzando la guerra tra poveri avviata con i precedenti governi.

Così il finto reddito di cittadinanza stigmatizza chi è in difficoltà facendo passare il cosiddetto “povero” per un parassita che non vuole fare niente, a cui gli si dice come vivere immaginandolo come un essere incapace di meritare fiducia e autonomia. Se sei povero la colpa è tua. Lo Stato, come nell’ottocento, ti riconosce in quanto sfigato un sussidio e ti chiede in cambio lavoro gratuito o sottopagato, rinchiudendoti in una “trappola della povertà” che ha come unico obiettivo mostrare un miglioramento degli indici che interessano Bruxelles e la finanza, senza liberare la persona dalla sua condizione difficile e senza garantirgli dignità. L’esatto opposto di quanto stabiliscono tutti i regimi di reddito minimo garantito che seguono i principi stabiliti dalle risoluzioni europee e dalla stessa Commissione Europea: individualità, valorizzazione dell’autonomia della persona, somma commisurata sul 60% del reddito mediano, residenza e non cittadinanza, nessun obbligo di lavoro purché sia, servizi sociali di qualità, costruzione di un sistema di servizi integrato. Invece di sganciare il soggetto in difficoltà dal ricatto lo si rinchiude in un ulteriore trappola che serve solo agli interessi del modello economico di riferimento del governo: il liberismo economico.

Eppure nella scorsa legislatura 91 deputati e 35 senatori del M5S avevano sottoscritto le due principali proposte di circa 600 realtà sociali della rete dei Numeri Pari: 1) l’istituzione del reddito di dignità, sulla piattaforma di 10 punti elaborata dal BIN Italia; 2) mettere i servizi sociali fuori dal patto di stabilità per liberare risorse che consentono ai Comuni di garantire i servizi sociali. Ad essere ingannati non solo le realtà sociali, ma milioni di cittadini che si aspettano riforme capaci di migliorare la loro condizione materiale ed esistenziale. Come con la flat tax: un regalo ai ricchi ed una fregatura per quasi tutti gli altri. Il Def con una mano fa finta di dare e con le altre sette costruisce un paese più impoverito, diseguale, fragile, rancoroso, in perenne guerra contro un nemico. Senza speranza.

A conferma, non c’è traccia di una delle riforme più urgenti e richieste da anni per contrastare disuguaglianze e garantire diritti sociali: la riforma del welfare. Questione denunciata anche da Alleva in Parlamento anni fa. Siamo in presenza di un sistema di protezione sociale che da anni non è più in grado di farsi carico di chi è in difficoltà. Figurarsi adesso con una platea di 18,6 milioni di persone a rischio esclusione sociale. Un welfare sottofinanziato, a macchia di leopardo, che scarica troppo peso sulle donne. Il governo annuncia invece ulteriori tagli e politiche patriarcali, decidendo scientificamente di fomentare la guerra tra poveri. Il progetto è il passaggio dal welfare al workfare e da una società inclusiva ed aperta ad una oscurantista e classista.

È questo il punto: questa manovra viola i principi fondamentali della nostra Costituzione: dignità, uguaglianza, solidarietà e lavoro. Principi che come primo “obbligo” prevedono quello alla Solidarietà all’articolo 2. Un clamoroso ribaltamento di prospettiva, compiuto con il consenso popolare.  Da questo realtà che consegna un accresciuto consenso al governo bisogna partire, ribaltando le categorie e le logiche a cui il governo costringe il dibattito e comunica con i cosiddetti poveri. Come sul tema del Deficit e del rapporto con l’Europa.

Dobbiamo dirlo chiaramente: il problema non è fare qualche decimale in più di deficit, ma capire se abbiamo utilizzato la fiscalità generale al meglio, ed il governo non l’ha fatto. Si poteva finanziare il sussidio di povertà con la fiscalità, senza fare debito, ma non è stato fatto. Così come va ribaltata l’ultima campagna di comunicazione che vuole il governo impegnato a scontrarsi con i teorici delle politiche di austerità in Europa. Se davvero si volesse farlo, si affronterebbe il nodo del patto di stabilità messo in Costituzione e si costruirebbero alleanze con i cosiddetti paesi PIIGS e non certo con Orban. Il Def esprime pienamente e compiutamente il progetto politico di una destra nazionalista che punta all’autarchia e ad alleanze simili in Europa, non certo a combattere disuguaglianze, povertà ed austerità. Una guerra tutta interna alle destre che si stanno disputando il piano dell’egemonia.

Dare forza e fare massa critica con chi sta facendo opposizione alla manovra su proposte chiare ed efficaci ancorate ai principi costituzionali, rafforzare le alleanze sociali e mettere in campo iniziative politiche larghe e plurali, è l’unica strada che abbiamo per fare emergere il perimetro di un nuovo blocco sociale presente nel paese ma ancora privo di rappresentanza.

19 Ottobre 2018 / by / in , ,
Reddito di cittadinanza e piedistalli “di sinistra”: i due nemici per un reddito di dignità

Il Salto – 18 ottobre | di Daniele Nalbone

La federazione nazionale della stampa. Il Museo di Arte contemporanea di Roma. Ieri, Giornata mondiale della povertà, povertà e reddito di dignità hanno fatto irruzione in due luoghi che raramente hanno ospitato iniziative sul merito. Da una parte, nel cuore del mondo dell’informazione, la conferenza stampa organizzata dalla Rete dei Numeri Pari; dall’altra, nel ‘nuovo’ museo – il Macro Asilo – uno dei dieci tavoli della giornata di discussione e analisi intorno al Diritto alla città è stato dedicato proprio al reddito.

Due momenti diversi tra loro, ma comunicanti. Non staremo qui a raccontarvi cos’è la Rete dei numeri pari e ci limiteremo a elencarvi solo le proposte della piattaforma per il reddito di dignità: chi legge il Salto è già più che informato sul tema (qui potete scaricare gratuitamente l’ebook sul Reddito di dignità).

Le proposte per il reddito di dignità:

1) Sfratti zero come contrasto alle nuove povertà
2) Adeguamento del Fondo nazionale sociale per la diffusione dei servizi sociali e l’affermazione su tutto il territorio nazionale dei Livelli Essenziali di Assistenza
3) Investimento sull’infanzia con una maggiore promozione all’accesso agli asili nido e alla prescolarizzazione per i bambini delle famiglie svantaggiate e donne sole. Legge nazionale sul diritto allo studio che garantisca a tutti gli studenti effettive uguali opportunità
4) Istituzione del reddito di dignità
5) Spesa sociale fuor dal Patto di stabilità

Quanto sta accadendo a livello politico nazionale, con l’avvicinarsi del reddito di cittadinanza tanto caro al Movimento 5 stelle traccia però una linea netta sul tema del reddito. Crea un “prima” e un “dopo”. Perché oggi di reddito tutti parlano. Perché oggi il reddito è da considerare uno dei “temi caldi”. Perché, soprattutto, chi parla di reddito lo fa in malafede (chi ha scritto questa legge così come chi ci si sta opponendo a livello parlamentare) o con un piano ben preciso in testa: dare la spinta finale ad anni – decenni – di politiche neoliberali di tollerenza zero; chiudere i poveri in un recinto facendo del reddito di cittadinanza una vera e propria trappola per bloccare definitivamente la mobilità sociale in questo Paese; aumentare la distanza tra centro e periferie, tra classi sociali, chiudendo le persone in contesti (tanto geografici quanto sociali) marginali.

Tanto dalla conferenza stampa – alla quale hanno preso parte Giuseppe De Marzo (Rete numeri pari); Peppe Allegri (Bin Italia); Gaetano Azzariti (costituzionalista, presidente di Salviamo la Costituzione); Francesca Koch (Casa internazionale delle donne e movimento Non una di meno); Don Luigi Ciotti (Libera e Gruppo Abele); Peppe Giulietti (presidente Fnsi); Paolo Di Vetta (Movimento per il diritto all’abitare); Don Paolo Lojudice (vescovo ausliario di Roma); Rosa Mendes (portavoce delle donne latinoamericane); Andrea Nicolini (Rete della conoscenza) – quanto dal tavolo sul reddito del pomeriggio al Macro Asilo al centro della discussione, ma soprattutto off record, è emersa la necessità di iniziare a creare un percorso di “consapevolezza popolare” su che tipo di impianto è realmente il reddito di cittadinanza. Prima, però, bisogna scendere dal piedistallo e rendersi conto della situazione in cui versa il Paese. Potrà non piacere questo dispositivo approntato dal governo Conte su spinta del Movimento 5 stelle, ma il dato di fatto è che qualsiasi cosa sarà mai il reddito di cittadinanza – e se mai ci sarà – il 1° aprile migliaia di persone si metteranno in fila nei centri per l’impiego – o “palazzi del lavoro” per dirla alla Di Maio – per chiedere questo “sussidio alla povertà”. Che sia un bancomat, una card, soldi veri o simil buoni pasto, ci sarà l’assalto. Come c’è stato prima per il Rei. Non è una battuta: in Italia la gente ha fame. Veramente.

Ed è per questo che anche l’opposizione di gran parte della sinistra a suon di pacche sulle spalle e battutine del tipo «questi danno soldi per stare sul divano» o – speculare – «questi danno una sorta di buoni pasto e lo chiamano reddito» in questa fase sono solo e soltano autogol. Perché la risposta, basta camminare per strada, è sempre la stessa: «Almeno questi qualcosa fanno».

Ripetetela come un mantra: «Almeno questi qualcosa fanno». Alla terza volta, se la testa non vi fa troppo male, vi renderete conto di come non sia anche questa una battuta. Perché se per venti anni certa sinistra si è guardata bene, in nome di una “piena occupazione” che nessun sistema economico prevede, di boicottare o stoppare ogni forma di “reddito”, che sia di base, minimo o, come in questo caso, “di cittadinanza”, ora sono le battutine l’unico rumore che riecheggia nella valle della sinistra inesistente.

Una vera opposizione di sinistra oggi avrebbe ricordato al Movimento 5 stelle che i suoi deputati e i suoi senatori sono stati tra i firmatari sia della piattaforma del reddito di dignità che della richiesta di servizi sociali fuori dal patto di stabilità (certo, prima queste proposte le avrebbe portate avanti, ma questo consideriamolo ormai il passato). Una vera opposizione oggi avrebbe ricordato alla Lega che i suoi deputati e i suoi senatori, così come i suoi europarlamentari, hanno votato (o non si sono opposti a) tutte le misure di austerity chieste da Bruxelles e Francoforte, compreso il patto di stabilità in Costituzione (certo, prima le avrebbe contrastate, ma anche questo facciamo finta sia passato).

Oggi abbiamo solo questa rete (non è sminuire ma semplice constatazione). L’unica opposizione reale, concreta e soprattutto larga, fatta di mutualismo, socialità, partecipazione e conflitto è quella messa in campo da movimenti e pezzi di sindacato; realtà sociali e cooperative; associazionismo di base, cattolico, antimafia, femminista, migrante. Sono, per fare l’esempio di Roma, 10mila persone in piazza sabato scorso per riaffermare il diritto all’abitare. È un percorso lungo, che viene da lontano, e faticoso ma che è riuscito a convincere prima e coinvolgere dopo decine e decine di comuni in tutta Italia, soprattutto in quel sud che nelle cabine elettorali ha scelto il M5s. Sono delibere approvate e impegni presi dalle istituzioni locali su spinta popolare.

Per questo l’unica strada possibile è quella di tornare (per chi ha smesso ormai da quasi decenni di farlo) o di iniziare a sudare: punti informativi sul reddito di cittadinanza, momenti assembleari per costruire nuove maglie della rete, percorsi unitari di rivendicazione dei dieci punti per il reddito di dignità in ogni città. Conflitto. E niente chiacchiere – per esempio – su “deficit sì o deficit no”: la questione non è se sia giusto andare in rosso o meno, ma per cosa si va in rosso e se andare in rosso era necessario o se i conti potevano tornare. E, soprattutto, spiegarlo a chi continua a parlare di reddito di cittadinanza, reddito minimo, reddito di base come fossero sinonimi.

Perché, intanto, «questi almeno qualcosa l’hanno fatta».

 

19 Ottobre 2018 / by / in , ,
Manovra, Rete dei Numeri Pari: “Reddito di cittadinanza è a debito e non agisce sulle cause delle disuguaglianze”

Il Fatto quotidiano – 17 ottobre |

La rete nata su impulso di gruppo Abele e Libera chiede politiche sociali che garantiscano diritti e sicurezza. Critiche alla misura anti povertà voluta dal governo perché “discrimina su basi etniche e razziali” e obbligare ad accettare “lavoretti” che non portano all’emancipazione. Presentato un progetto alternativo che comprende reddito di dignità per tutti i residenti e altre misure di welfare.

 

Reddito di cittadinanza? No, chiamiamolo sussidio di povertà”. La Rete dei Numeri Pari boccia la manovra e in particolare le misure di welfare “che welfare non è” introdotte dal governo gialloverde, con in testa il reddito. La rete – contenitore di associazioni ed esperienze territoriali che si occupano di contrasto alle mafie, lotta per i diritti e alle diseguaglianze e che vede aderire realtà come Libera di don Ciotti – ha tenuto questa mattina una conferenza stampa presso la sede della Federazione Nazionale della Stampa. Ne è emerso un giudizio critico nei confronti di una finanziaria che “istituzionalizza la povertà e il darwinismo sociale” discriminando “su basi etniche e razziali” persone a cui si dice “quali spese morali compiere”. “E’ un reddito introdotto a debito – afferma il coordinatore Giuseppe De Marzo – e non attraverso la fiscalità. In questo modo non si agiscono sulle cause che portano le diseguaglianze e, di conseguenza, non si contrastano”.

Un tema, quello del “reddito di base” che da possibile investimento sociale diventa “elemento di controllo”, ricorrente nelle valutazioni degli aderenti alla rete. “Questa manovra – ha spiegato Giuseppe Allegri, di Basic Income Network Italia – persegue la lotta ai poveri, agli esclusi e agli emarginati, ma non alla povertà, all’esclusione e alla precarietà”. In particolare “io ti controllo per cui devi passare per una mia rete burocratica di riferimento, attraverso i miei negozi, i miei prodotti, i miei professionisti”. E la soluzione suggerita è un “mercato del lavoro di secondo ordine, il cosiddetto ‘lavoretto’ che non fornisce gli strumenti adatti per l’emancipazione sociale. Un incrocio fra il sussidio di disoccupazione e un reddito vincolato”. Quello che invece veniva auspicato era “l’introduzione di un salario minimo orario” perché, “come dicono anche gli economisti liberisti, oggi il lavoro non basta più”. Una proposta sottoscritta in tempi non sospetti “anche da attuali senatori M5S”.

Nella sede della Fnsi, non poteva non esserci anche l’accento sulla difesa dell’informazione e la graduale eliminazione dei contributi pubblici all’editoria. “Da tempo i cosiddetti giornaloni non prendono più un euro – ha ricordato Beppe Giulietti, di Articolo 21 – fra le testate importanti erano rimaste solo Avvenire e Manifesto. Con questa norma, invece, si toglie sostegno a tante testate di territorio o legate a piccole realtà associative che difendevano quel diritto al pluralismo che viene tanto sbandierato”. Difesa dell’informazione che, secondo Giulietti, non può non passare dalla lotta al precariato nel giornalismo: “L’abrogazione dei co.co.co. e dei contratti iniqui e mal pagati, la lotta alle querele bavaglio, l’introduzione di assicurazioni ad hoc per i giornalisti d’inchiesta, tutte misure mai prese in considerazione”.

La Rete dei Numeri Pari, a latere dell’aspetto critico, ha anche presentato una proposta in 10 punti di possibile “reddito di dignità”, che persegue l’introduzione di un “reddito individuale”tarato sul 60% del reddito mediano dello Stato, quindi “forme di promozione dell’occupazione”, l’allargamento ai “residenti” (comprendendo anche i non cittadini, come avviene per le case popolari), la “replicabilità temporale”, la “integrazione lavorativa” e l’erogazione di “altre misure di welfare sociale e servizi di qualità”. Sul tema della “residenzialità”, da registrare la proposta di Giulietti di chiedere al Capo dello Stato la cittadinanza ad honorem per Marian e Roxana Roman, i due baristi romeni che hanno avuto il coraggio di denunciare le minacce e le violenze dei Casamonicaalla Romanina.

La proposta di “Def alternativo”, quindi, si completa con il perseguimento di battaglie storiche come “sfratti zero”, “adeguamento del Fondo Nazionale Sociale”, gli “investimenti sull’infanzia” e, soprattutto, la “spesa sociale fuori dal patto di stabilità” come – anche qui – inizialmente sottoscritto da diversi esponenti del M5S.

19 Ottobre 2018 / by / in , ,
Don Ciotti e le reti sociali contro la manovra: “Più diseguaglianze, non combatte la povertà”

Repubblica, 18 ottobre 2018 

“Distanze abissali fra quello che bisogna fare e quello che avviene”. Oltre 600 realtà in tutta Italia, movimenti, cooperative, centri anti-violenza, presidi antimafia e parrocchie, sono scettici.

ROMA –  La Rete dei Numeri Pari, che raggruppa oltre 600 realtà in tutta Italia tra  reti sociali, movimenti, cooperative, centri anti-violenza, presidi antimafia e parrocchie non  crede  alla manovra  del governo Lega-5 Stelle: non saranno le nuove misure a sanare le diseguaglianze e a sconfiggere la povertà, hanno ribadito i suoi rappresentanti in un incontro con la Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Per questo la Rete chiede un immediato confronto con le forze politiche su un tema centrale per la democrazia, ma totalmente eluso dal dibattito politico.

“Questa non è una manovra che contrasta le disuguaglianze, provocate dai tagli al sociale, dalle politiche di austerità, da politiche fiscali regressive, dalla crescita esponenziale del lavoro precario e sottopagato, dall’assenza o dalla limitatezza di investimenti pubblici adeguati in settori ad alta intensità di lavoro o legati alla filiera della riconversione ecologica delle attività produttive. La manovra del governo in realtà allarga le disuguaglianze, prevedendo misure come “il sussidio di povertà” e la flat tax che la istituzionalizza invece di eliminarla” ha detto  Giuseppe De Marzo delle Rete dei Numeri Pari. “E lascia soli i Comuni nella battaglia impossibile contro i tagli provocati dal pareggio di bilancio. Se il governo avesse realmente intenzione di combattere l’austerità ci darebbe ascolto e metterebbe subito i servizi sociali fuori dal patto di stabilità”.

Linea ribadita da Don Luigi Ciotti: “La rete dei Numeri Pari è nata per lottare e sognare mentre oggi sono in troppi a scegliere un prudente silenzio. I poveri non chiedono elemosina ma dignità e la povertà è un reato contro la dignità delle persone. È un crimine di civiltà.  La distanza tra quello che bisogna fare e quello che avviene è abissale, assistiamo allo sgretolamento della cultura dei diritti e ad una conseguente emorragia di umanità che abbiamo il dovere, la responsabilità ed il diritto di fermare” .

19 Ottobre 2018 / by / in , ,