per approfondire

  • Home
  • per approfondire
UNDP: Human Development Indices and Indicators 2018 statistical update

Oggi, le persone, le nazioni e le economie sono più collegate che mai, così come lo sono i problemi di sviluppo globale che stiamo affrontando. Questi problemi si estendono ai confini, a cavallo dei settori sociale, economico e ambientale. Dall’urbanizzazione alla creazione di posti di lavoro per milioni di persone, le sfide del mondo saranno risolte solo con approcci che tengono conto sia della complessità che del contesto locale.

Ineguaglianza e conflitto sono in aumento in molti posti. I cambiamenti climatici e altre preoccupazioni ambientali stanno indebolendo lo sviluppo ora e per le generazioni future. Poiché il nostro pianeta sembra essere sempre più ineguale, più instabile e più insostenibile, offrire dati dettagliati e affidabili non è mai stato così importante.

La disuguaglianza,  è diventata una questione determinante del nostro tempo, in molti luoghi è causa di incertezza e vulnerabilità radicate. L’ineguaglianza riduce l’HDI globale di un quinto infliggendo il colpo più duro ai paesi nelle categorie di sviluppo medio-basse.

La disuguaglianza di genere rimane uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo umano. L’ISU medio per le donne è inferiore del 6% a quello degli uomini, mentre i paesi della categoria di sviluppo basso subiscono le maggiori lacune. Dati gli attuali tassi di progresso, potrebbero essere necessari oltre 200 anni per colmare il divario di genere economico in tutto il pianeta.

Inoltre, i conflitti in molte parti del mondo rimangono la norma piuttosto che l’eccezione. La violenza non solo minaccia la sicurezza umana ma erode anche i progressi dello sviluppo. Tra il 2012 e il 2017, i conflitti in Siria, Libia e Yemen hanno contribuito a far scivolare verso il basso l’ISU, a causa di cali significativi della loro aspettativa di vita o di battute d’arresto economiche. Occorreranno anni, se non decenni, per tornare ai livelli di sviluppo pre-violenza.

Infine, come mostrano gli indicatori ambientali, i progressi di oggi stanno arrivando a scapito dei nostri figli. Un clima che cambia, una massiccia diminuzione della biodiversità e l’esaurimento delle risorse di terra e di acqua dolce rappresentano gravi minacce per l’umanità. Richiedono un cambiamento immediato e ambizioso nei modelli di produzione e consumo. Sebbene le prove rimangano la linfa vitale di decisioni informate, molti decisori politici lottano comprensibilmente per sapere a chi rivolgersi per ottenere informazioni attendibili e facilmente comprensibili in mezzo all’attuale valanga di nuovi indici, indicatori e statistiche. La raccolta, l’integrazione e il filtraggio di nuovi dati sono necessari per vedere l’immagine più grande e sviluppare soluzioni migliori.

LEGGI L’INTERO DOCUMENTO

 

29 ottobre 2018 / by / in
Miti del rancore, miti per la crescita: verso un immaginario collettivo per lo sviluppo

3.1. Quando e perché siamo diventati rancorosi

Il rancore nella nostra società nasce dal blocco verso l’alto dell’ascensore sociale e dalla percezione che il nostro destino e quello dei nostri figli non abbiano orizzonti di miglioramento reale: è una condizione oggettiva e soggettiva che genera un clima sociale dagli imprevedibili sfoghi. Vince la paura di cadere più in basso, la vertigine del declassamento che alimenta una mentalità “da fortezza assediata” in cui diventa normale rimarcare le distanze dagli altri, in particolare da chi è percepito come più in basso o diverso.

Le radici socioeconomiche indicate sono profonde e visibilmente legate al trauma irrisolto della crisi, evento epocale che ha cambiato le basi materiali e psicologiche della nostra vita collettiva, lasciando in eredità un sottofondo emotivo che diventa facile ostaggio di spregiudicate imprenditorie sociopolitiche rese ancor più potenti dalle nuove opportunità del digitale.

Ecco perché non può sorprendere che la società del rancore abbia un immaginario collettivo regressivo, chiuso, infetto, proiezione di paure inconsce diffuse, intime e personali, a lungo inconfessabili e ora percepite come legittime, anzi portate a imporsi con incontenibile prepotenza come le uniche legittime, perché autenticamente sentite e condivise dal popolo.

3.2. Io starò peggio degli altri: la mutazione delle aspettative soggettive prevalenti e il caos che spaventa

La crisi cominciata nel 2008 è stata senz’altro uno spartiacque memorabile che, oltre a mutare le radici materiali della condizione sociale, ha mutato la percezione che le persone hanno di se stesse e della propria condizione socioeconomica.

È un passaggio epocale da cui non si torna indietro, perché ha radici materiali nelle condizioni economiche e perché tocca con profondità irreversibile la psicologia collettiva, che cambia senza possibilità di ritorno. La crisi è stata il grande trauma, dal quale la società e i suoi protagonisti non sono riusciti a gestire lo stress post traumatico. Utili sono alcuni esempi paradigmatici dei mutamenti avvenuti. Il primo tocca il rapporto tra le persone e gli altri e per interpretarne il senso occorre considerare che la vita quotidiana è fatta di passaggi di routine, che nel tempo tendono a ripetersi e che finiscono per diventare comportamenti e opinioni sentinella dell’evoluzione di pratiche e psicologie individuali e collettive. Così per le aspettative di inizio anno, analizzando le quali è possibile enucleare il mood prevalente della società. Per questo è molto utile interpretare i dati sulla evoluzione in venti anni delle aspettative delle persone sulla propria condizione economica e su quella degli altri: Emerge che (tavola 1):

  • nel 1998 il 27,7% degli italiani era convinto che la propria condizione economica sarebbe migliorata e il 23% che sarebbe migliorata quella in generale;

  • nel 2008, anno uno della crisi, era il 19,6% a pensare che la propria condizione sarebbe migliorata e il 20,8% a pensare che sarebbe migliorata quella degli altri;

  • nel 2018 è il 28% a dire la mia condizione economica migliorerà, e ben il 35% a pensare che migliorerà quella in generale, degli altri.

Una evidente e potente inversione di percezioni: un tempo la convinzione che per me andrà meglio che per gli altri; dalla crisi in avanti l’idea che agli altri andrà meglio che a me. E la prevalenza sociale dell’idea che gli altri staranno meglio di me, e che le cose in generale andranno meglio agli altri che a me.

Un visibile capovolgimento del rapporto tra aspettative personali e generali rispetto al prima della crisi, quando le aspettative positive sulla situazione personale erano sistematicamente superiori a quelle riferite all’intera società, alimentando la convinzione che io starò meglio degli altri.

E in parallelo, in Italia è bassa la percezione di avere le stesse opportunità degli altri per avanzare nella propria vita: infatti, è convinto di avere pari opportunità rispetto alle altre persone il 45% degli italiani, mentre è il 60% in Francia, il 70% in Germania, il 52% in Spagna, il 58% nella media dei Paesi Ue oltre l’81% in Svezia (tavola 2).

Una società che per la maggioranza degli italiani non è in grado di offrire chance di crescita o che in ogni caso spinge le persone a pensare che gli altri hanno maggiori opportunità.

E poi c’è la percezione che occorra difendersi da incertezze e paure. L’instabilità della propria condizione è la base di una sensazione più generale di incertezza, che rende vulnerabili e pronti a cedere a ogni paura. In ogni ambito occorre difendersi mettendosi nelle condizioni di affrontare situazioni impreviste.

L’ossessione dell’essere soli di fronte all’incertezza guida scelte essenziali della vita propria e familiare, a cominciare dalla destinazione del reddito. Ulteriori dati di percezione collettiva consentono di focalizzare il clima sociale che fa da sfondo e alimenta l’immaginario collettivo infetto, esito appunto di incertezze e paure.

Il 60% degli italiani è convinto che in Italia le cose stanno andando nella direzione sbagliata e solo in Grecia e in Spagna si registrano quote più elevate che fanno propria tale opinione; in Italia rispetto al 2007, cioè l’ultima anno precrisi, la quota di coloro che considerano sbagliato il sentiero su cui si muovono le cose è cresciuto di 8 punti percentuali (tavola 3). Il 39% degli italiani non ha fiducia nel futuro: in questo caso, addirittura, nel panel di paesi Ue presi in considerazione, solo la Grecia mostra una quota nettamente più alta; la stessa Spagna ha nel corpo sociale una propensione più positiva verso il futuro (tavola 4).

Percezione che le cose non vanno nella direzione giusta e sfiducia nel futuro sono probabilmente l’esito di una situazione generale che sorpassa le persone, le mette di fronte a una complessità del reale di ogni giorno che stentano a capire e più ancora a gestire.

Infatti, ben il 35% degli italiani dichiara di non capire quel che gli sta accadendo intorno e, fatta salva la Spagna, questa percezione di realtà opaca e impenetrabile connota gli italiani in misura più marcata rispetto al resto delle società della Unione Europea (tavola 5). Una incertezza che promana da una realtà impenetrabile nelle sue logiche, che incombe sulla vita familiare come una minaccia: è questo il cuore del sentiment sociale nel nostro Paese in questa fase e l’humus su cui poi si innesta il rancore di chi non vede sbocchi e soprattutto non vede uscite in avanti per la condizione propria e dei propri figli. Pensare che le cose vadano male, e che a se stessi vadano peggio che agli altri, fa crescere malanimo e rabbia interiore, che si innestano nei circuiti delle relazioni sociali alimentando le derive peggiori.

3.3. Come riuscire nella vita

Per progredire nella vita, per gli italiani sono importanti lavorare sodo e il titolo di studio e tuttavia contano anche molto, soprattutto in confronto con altri paesi Ue, la provenienza da una famiglia agiata, le conoscenze o anche gli agganci politici.

Infatti, per progredire nella vita ritengono essenziale (tavola 6):

– conoscere le persone giuste il 28% degli italiani, il 22% dei tedeschi, il 16% dei francesi, il 15% degli svedesi e il 15% dei residenti nel Regno Unito;

– provenire da una famiglia agiata, il 18% degli italiani, il 7% dei tedeschi, il 4% dei francesi, solo l’1% degli svedesi e il 6% dei residenti nel Regno Unito;

– avere i giusti contatti politici, il 22% degli italiani, il 5% dei tedeschi, il 3% dei francesi, solo l’1% degli svedesi e il 4% dei residenti nel Regno Unito.

Lavorare sodo è essenziale per la mobilità sociale in alto per il 26% degli italiani, il 23% dei tedeschi, il 25% dei francesi, 22% degli svedesi e il 45% dei residenti nel Regno Unito. Per gli italiani poi la fortuna è essenziale per il 34%, di contro al 20% dei tedeschi, 11% dei francesi, 6% degli svedesi e 8% dei residenti nel Regno Unito.

 

3.4. La mappa dei pregiudizi, anticamera dei rancori

I rancori seguono la traccia dei tanti e sollecitati pregiudizi, sempre meno inconfessabili, che afferiscono a dimensioni quotidiane quasi intime. La retorica pubblica del politically incorrect ha progressivamente sdoganato la caccia alla diversità come bersaglio su cui concentrare il fuoco del rancore.

Emerge una mappa di pregiudizi sociali, razziali, culturali sorprendente, che disegna una trama che avvolge la quotidianità. Trama che resta sottotraccia ma che sempre più è pronta a salire in superficie, tanto più se sollecitata o solleticata.

Ecco il sostrato emozionale, istintivo del rancore, che alimenta immaginari personali che trovano un filo unitario in immaginio racconti che alimentano l’immaginario collettivo regressivo.

È stato chiesto alle persone di esprimere un giudizio all’idea che la propria figlia sposi una persona con specifiche caratteristiche etniche, economiche o sociali ed è emerso che l’83% degli italiani ha almeno un pregiudizio negativo e in particolare (tavola 7):

  • il 68% è contrario al matrimonio della propria figlia con una persona con almeno 20 anni di distanza, con una dello stesso sesso o con una che ha già figli;

  • il 66% al matrimonio con persone di altra religione, in particolare islamica;

  • il 44% con immigrati, asiatici o persone di colore.

In caso di matrimonio dei figli maschi è l’80% ad avere almeno un pregiudizio, di cui:

  • il 68,2% è contrario al matrimonio con una persona con almeno 20 anni di distanza, dello stesso sesso e che ha già figli;

  • il 58,1% con persone di altra religione, in particolare islamica;

– Il 35,9% con immigrati, asiatici o persone di colore.

La mappa dei pregiudizi individuali riflette altrettante linee di diversità socioculturale che andrebbero trattate con grande cautela e su cui invece si applicano le sollecitazioni del fake digitale intenzionale e delle folate neopopuliste.

Le paure o semplici resistenze inconsce verso le diversità incontrano la rabbia sorda dell’insoddisfazione socioeconomica: se questa miscela esplosiva inerte viene sollecitata con la moltiplicazione di un immaginario collettivo divisivo, che addita le diversità come origine dei mali e la loro esclusione come soluzione, allora si arriva ai giorni nostri con rancori che diventano micidiali navigatori dei comportamenti sociali e una deriva sociale patologica.

 

L’altro immaginario collettivo che fa crescere

5.1. Verso dove andare

Vitale, palpitante, che guarda agli altri e al futuro, che è concretamente ottimista: ecco in sintesi estrema il profilo dell’immaginario collettivo che in passato ha fatto crescere l’Italia, e che costituisce la sfida sul quale il presente progetto si vuole cimentare. Un immaginario per lo sviluppo, in grado di contribuire ad alimentarlo, richiede:

– un consumo ispirato alla logica di più e meglio;

– una propensione a crescere, dalla famiglia all’economia alle condizioni del vivere civile, come cifra del pensare e dell’agire;

– un’idea del futuro come piattaforma di opportunità e non come fonte di rischi e negatività;

– la convinzione che il contesto offra le opportunità giuste per migliorarsi, crescere, ottenere il giusto beneficio quando si investe.

Questo è l’orizzonte di riferimento per un immaginario collettivo positivo, che non irrigidisca paure, arroccamenti, chiusure; che sia ottimistico, virtuoso, positivo.

5.2. L’egemonia di web e social nella formazione del senso comune

I media che più contano variano significativamente per età delle persone; tra i millennials e più ancora tra i giovani con età tra 18 e 29 anni vincono internet e i social network, che sono centrali anche per i baby boomers, tra i quali il successo di alcune piattaforme, da facebook a whats app, è decisivo (tavola 10).

Per gli anziani invece sono la televisione e i giornali a guidare la graduatoria dei media che più influenzano. In sostanza, è in atto una profonda ridefinizione generazionale dei media di riferimento, che notoriamente hanno una influenza decisiva nella formazione dell’immaginario collettivo di oggi.

È evidente una faglia decisiva tra le generazioni più giovani e gli anziani, con un evidente processo di adattamento degli adulti. Guai a sottovalutare la persistente influenza di televisione e carta stampata, ma nei processi di formazione della cultura sociale collettiva, e quindi anche dell’immaginario collettivo, è ormai decisivo il ruolo del web e dei suoi derivati, con un trionfo delle forme di espressione di una soggettività dispiegata.

5.3. Le cose che contano per le diverse generazioni

La frattura generazionale è un punto di partenza ineludibile per capire le dinamiche future attese, possibili e auspicabili del nuovo immaginario collettivo. Esempi di questa dinamica differenziante sull’immateriale, dai sogni ai desideri, alle cose che contano nella vita, emerge dai risultati di una indagine del Censis che ha consentito di individuare il punto di vista dei cittadini sulle cose che contano nell’immaginario collettivo (tavola 11).

Emerge che i millennials danno un rilievo maggiore a social e smartphone, e che questa centralità dei nuovi device Ict è ancora più alta per i più giovani di età 18-29 anni, i quali sono portatori di una rottura ancora maggiore perché hanno un’attenzione inferiore per miti decisivi delle generazioni precedenti, come il posto fisso o la proprietà della casa, nettamente inferiore. E d’altro canto i giovani sono molto più attenti alla cura del corpo (dai tatuaggi al fitness, alla chirurgia estetica, cui si ricorre per rimodellare il proprio aspetto): 21,8%. E prevale il richiamo al selfie (19,3%) rispetto al buon titolo di studio come strumento per accedere ai processi di ascesa sociale e all’automobile nuova come oggetto del desiderio (rispettivamente, il 15,5% e il 7,6%).

I pilastri dell’immaginario collettivo tradizionale della crescita, dal posto fisso alla casa di proprietà, all’automobile nuova, oggi sono meno valutati dai giovani, fortemente orientati verso quelle tecnologie della quotidianità che strutturano vite individuali e relazioni sociali.

 

LEGGI L’INTERO DOCUMENTO

26 ottobre 2018 / by / in
Il DEF e la cooperazione sociale tra stigmatizzazioni e politiche deboli

Anna Vettigli – Rappresentante regionale legacoopsociali

La cooperazione sociale rappresenta la testimonianza, attiva e concreta, che si può fare un’economia diversa, in grado di conciliare la crescita economica con il raggiungimento di specifici obiettivi sociali. In primis la riduzione delle diseguaglianze e delle povertà, l’incremento occupazionale e l’inclusione sociale.

 

Questa economia esiste già. Non bisogna inventarla ma valorizzarla e supportarla con politiche economiche e sociali adeguate.

 

Negli ultimi anni, la cooperazione sociale ha retto la forte crisi, dando un contributo positivo.

 

► I dati economici e patrimoniali relativi al periodo 2008-2013 mostrano come, in questi anni caratterizzati dal crollo del prodotto interno lordo e dalla riduzione della spesa pubblica, nelle cooperative sociali, in coerenza con la natura cooperativa, è avvenuta una riduzione drastica del risultato d’esercizio (-87,6%);

 

► Occupazione

Fonte: Istat. Registro delle istituzioni non profit – Censimento permanente delle istituzioni non profit – Cooperative sociali, dipendenti (posizioni medie annue) e volontari. Anno 2015

RIPARTIZIONI

N. coop sociali

Dipendenti

Volontari

Nord-ovest

3.577

136.445

15.988

Nord-est

2.359

105.384

11.692

Centro

3.102

84.791

5.848

Sud

4.406

53.563

7.430

Isole

2.681

35.914

2.824

ITALIA

16.125

416.097

43.781

 

► Nel Lazio, le persone occupate nelle cooperative associate Confcooperative, Federsolidarietà, Legacoopsociali e Agci sono più di 22.000, con circa 3500 soci svantaggiati e una base sociale/lavorativa per il 70% costituita da donne;

 

► Le cooperative sociali non delocalizzano, nascono sul territorio e per il territorio e vi restano radicate per la vita, valorizzando le potenzialità e le risorse della comunità di riferimento e contrapponendo, al dilagante individualismo, occasioni di socialità e confronto.

 

Secondo i dati INPS la percentuale di lavoro a tempo indeterminato nel settore delle cooperative sociali è maggiore al 70%, è in crescita ed è un’occupazione prevalentemente femminile (più del 70%).

 

Negli ultimi anni le cooperative sono state messe, però, in condizioni molto difficili dai tagli dei fondi e dalle condizioni di concorrenza spietate per sopravvivere. Il DEF appena presentato non sembra invertire questa tendenza, non valorizzando quanto appena presentato.

 

Sappiamo che non è importante solo la crescita economica, che seppur debolissima negli ultimissimi anni c’è stata, ma è importante soprattutto che la crescita economica sia socialmente sostenibile.

 

Una delle componenti più importanti per misurare il benessere di un Paese e delle sue comunità territoriali è la consistenza e la qualità delle relazioni tra le persone, il grado di solidarietà e di coesione sociale.

 

Negli ultimi anni abbiamo assistito al progressivo degrado della qualità delle relazioni umane e del tessuto sociale, dei processi di solidarietà e, di contro, all’aumento dei processi di esclusione e di disgregazione. Sono segnali molto gravi. In quest’ottica la cooperazione sociale e tutto il terzo settore potrebbero rappresentare il braccio operativo delle Pubbliche Amministrazioni, perché producono beni relazionali.

 

La nostra mission non è dare risposte di assistenza e accoglienza ai bisogni delle persone ma, attraverso le nostre attività, contribuire a creare comunità accoglienti nei confronti di tutte le differenze, costruire opportunità di lavoro inclusive delle persone svantaggiate e promuovere l’autonomia e l’autodeterminazione delle persone nell’ambito però di principi fondamentali di convivenza, rispetto reciproco e tutela dei diritti fondamentali delle donne e degli uomini.” (Eleonora Vanni – Presidente Legacoopsociali)

 

Nel DEF appena presentato, l’Esecutivo annuncia un piano di investimenti pubblici. Ciò significa che verranno spesi più soldi per varie cose. Bene! Ma l’esperienza ci dimostra che sono importanti tre fattori:

► Stanziamenti

► Come vengono allocate le risorse

► Le procedure amministrative per spendere le risorse

 

Apprezziamo ci sia un aumento degli investimenti pubblici e che ci sia la previsione di “abolire il patto di stabilità interno, che limita le capacità di intervento degli enti locali” (prevista a pag 86). Ma ci chiediamo come questo si concretizzi nella realtà. L’impatto sulla crescita e soprattutto sulla qualità della vita dipendono sia dagli stanziamenti, ma anche da dove vengono allocate le risorse.

 

Essenziale poi è la capacità della PA di favorire una concorrenza virtuosa e non viziosa; quest’ultima strangola le imprese e le costringe a lavorare senza rispettare i diritti e dignità del lavoratore.

 

La dignità e le tutele – ha affermato recentemente Papa Francesco – sono mortificate quando il lavoratore è considerato soltanto una riga di costo del bilancio” A questa logica non sfuggono le Pubbliche Amministrazioni, quando indicono appalti con il criterio del massimo ribasso e senza tenere conto della qualità e della dignità del lavoro Credendo di ottenere risparmi ed efficienza, finiscono per tradire la loro stessa missione sociale al servizio della comunità.

 

Dove si indirizzano i fondi?

Nel dibattito pubblico spesso si parla di welfare solo per sottolineare in maniera negativa i costi eccessivi. Crediamo che questo Paese, per ripartire, abbia bisogno di una visione di società che riparte dai diritti, in cui i diritti siano concretamente esigibili e le spese per il sociale siano considerate un investimento e non un costo.

 

Un investimento per migliorare la salute, creare benessere, attivare prevenzione, con evidenti ritorni in termini di benefici anche economici per tutta la comunità.

 

Nel DEF la parola Cooperativa compare, ma soprattutto a proposito dell’azione del Governo volta a potenziare la lotta alle false cooperative. Azione giustissima che noi stessi abbiamo avviato: proprio per questo riteniamo molto limitante puntare solo al controllo senza pensare allo sviluppo. Nel DEF non sono previste misure volte alla valorizzazione e allo sviluppo della cooperazione (e del terzo settore in generale).

 

Inoltre riteniamo molto deboli  le politiche attive del lavoro (quelle che creano nuova occupazione o intervengono a scopo preventivo o curativo sulle possibili cause della disoccupazione) e in questa direzione nulla è previsto rispetto alla cooperazione di tipo B, quella di inserimento lavorativo, quella che più ha risentito della crisi degli ultimi anni e che non è una risposta assistenzialistica, ma si inserisce a pieno titolo come strumento centrale di politiche attive del lavoro e di coesione territoriale, in quanto è in grado di:

  1. Generare occasioni di lavoro retribuito;

  2. Realizzare percorsi di autonomia e di empowerment per favorire la crescita professionale dei lavoratori svantaggiati;

  3. Favorire la crescita economica e sociale del territorio in cui operano.

I soggetti svantaggiati non sono un peso per la società; lavorano, pagano le tasse e, migliorando le loro condizioni di vita, incidono di meno sulla spesa in ambito sanitario e sociale. Infine, nel DEF si fa riferimento al codice degli appalti, a come rendere le procedure amministrative più snelle e trasparenti. Anche questo punto in linea teorica va bene. Ma non in merito all’orientamento del governo di alzare il limite dei 40.000 euro per gli affidamenti senza gara: questo è molto pericoloso! Se si pensano interventi sul codice degli appalti bisogna pensare soprattutto a:

  • Come favorire l’applicazione delle normative previste, come l’art. 5 della legge 381/1991 e l’art 112 del codice degli appalti che introducono delle riserve negli appalti e concessioni di beni e servizi in favore della cooperazione sociale di tipo B;

  • Come tener presente la specificità dei servizi sociali che non possono essere trattati al pari dei lavori pubblici, pur nel rispetto dei principi comunitari di trasparenza, par condicio e non discriminazione;

  • Come impedire gli appalti al massimo ribasso;

  • Come Potenziare il sistema di accreditamento per l’affidamento dei servizi socio-sanitari e come potenziare procedure amministrative collaborative che valorizzano e non mortificano il potenziale della cooperazione.

Le cooperative sociali sarebbero pronte a realizzare un programma straordinario di investimenti, se lo Stato fosse altrettanto disponibile a:

  • Valorizzare le loro competenze strategiche (ad esempio, “saper leggere i bisogni della comunità, saper costruire reti inter-organizzative, saper coordinare una pluralità di risorse (pubbliche, private e comunitarie), saper coinvolgere i cittadini e gli utenti nei processi di produzione di beni e servizi, saper assumere dei rischi”).

  • Investire in un piano straordinario per sviluppare e sostenere l’economia sociale.

25 ottobre 2018 / by / in
Link Lab Osservatorio suicidi per motivazioni economiche: I suicidi per motivazioni economiche – Anni 2012-2017

In Italia, dal 2012 al 2017 sono stati 878 i casi di suicidio legati a motivazioni economiche, mentre 608 sono stati i tentati suicidi. A rilevarlo l’Osservatorio “Suicidi per motivazioni economiche” che pubblica i dati aggiornati al 2° semestre del 2017, che ha visto 56 vittime contro le 47 dei primi 6 mesi dell’anno, per un totale di 103 casi.

«I dati aggiornati al 2017 – commenta il prof. Nicola Ferrigni, direttore dell’Osservatorio e docente di Sociologia Generale e Politica della Link Campus University – evidenziano come siamo di fronte a un fenomeno che, da quando ha avuto inizio la crisi economica, sembra essere uscito da quella dimensione di “straordinarietà” legata al suo essere estrema ratio di fronte a una situazione di difficoltà, assumendo invece una allarmante dimensione di “ordinarietà”. Di qui dunque la necessità di una riforma strutturale del Welfare State in grado di ristabilire i diritti sociali. Ben vengano, dunque, interventi tangibili che sappiano conciliare il sostegno al reddito, una riforma strutturale del mercato del lavoro, che faciliti la spinta propulsiva delle imprese, e un rilancio complessivo della nostra economia. Di fronte alla evidente richiesta di aiuto che viene dalla società, è fondamentale l’impegno della politica nel rimettere al centro la dignità degli individui e la responsabilità dello Stato nel tutelare gli imprenditori e i lavoratori».

Dall’analisi complessiva dei 6 anni emerge come, nonostante la categoria professionale più colpita resti quella degli imprenditori, cresce prepotentemente il numero di vittime tra i disoccupati ma anche tra coloro che, pur possedendo un lavoro, faticano a trovare una stabilità e una serenità economica, e in molti casi a far fronte alle comuni spese quotidiane. Se dal 2012 al 2017, infatti, gli imprenditori rappresentano il 42% del totale, il 40,5% sono disoccupati e l’11,6% lavoratori dipendenti. Questi ultimi, in modo particolare, crescono dal 7,9% del 2012 al 13,6% del 2017. Considerando i dati sulla disoccupazione nel sud Italia, non sorprende che il numero più elevato di vittime tra i disoccupati si rilevi proprio nelle regioni meridionali con il 27,5% dei suicidi, mentre al Nord, patria delle piccole e medie imprese, crescono i casi tra gli imprenditori con il 31,2%.

«In questi anni il fenomeno dei suicidi per motivazioni economiche – spiega Nicola Ferrigni – ha subìto una progressiva trasformazione: se nel 2012 esso interessava infatti gli imprenditori in oltre la metà dei casi, oggi colpisce le fasce più deboli della popolazione, come chi ha perso il lavoro o chi soffre l’instabilità lavorativa ed economica. A partire dal 2015, oltre il 60% dei suicidi ha per protagonisti lavoratori dipendenti, disoccupati e pensionati».

Seppur con le differenze evidenziate, l’analisi complessiva condotta dal 2012 al 2017 mostra come il fenomeno interessi tutte le diverse aree geografiche. Se il Nord-Est infatti conta il 25,2% del totale dei suicidi avvenuti dal 2012 al 2017, rappresentano il 23,2% i casi al Sud, il 21,2% al Centro, il 19,8% nel Nord-Ovest e il 10,4% nelle Isole. Ma nel 2017, il Sud e il Nord-Ovest, entrambi con il 24,3%, superano il Nord-Est (22,3%).

In testa le regioni Veneto e Campania che nei 6 anni analizzati raccolgono rispettivamente il 16,4% e il 12,4% dei tragici episodi, in modo particolare con le province di Padova e Napoli, ma anche quelle di Venezia, Salerno e Treviso.

Dall’analisi emerge infine come la fascia d’età più esposta continui a essere quella che va dai 45 ai 54 anni, con un’incidenza percentuale pari al 34,6%. Seguono le fasce dei 55-64enni con il 24,5% degli episodi e quella dei 35-44enni con il 20,5%. A preoccupare in modo particolare è però la progressiva crescita dei casi tra i più giovani: complessivamente rappresentano circa il 10% le vittime al di sotto dei 35 anni dal 2012 al 2017; inoltre, se la fascia dei 25-34enni è passata dal 6,7% del 2012 al 10,7% del 2017, gli under 25 nel 2017 rappresentano il 4% circa del totale, quando nel 2012 non se ne contava alcun caso.

http://linklab.unilink.it/suicidi-motivazioni-economiche-2012-2017/

24 settembre 2018 / by / in
Forum Disuguaglianze Diversità: A dieci anni dalla crisi più disuguaglianze e meno democrazia

Come ridare dignità alle persone? La Rete dei Numeri Pari mette al centro i più fragili proponendo il Reddito di Dignità, i servizi sociali fuori dal calcolo del patto di stabilità e una riacquisita centralità nel bilancio del paese della spesa sociale. Allo stesso tempo, la Rete porta avanti attività di mutualismo solidale in molte città, promuovendo gratuitamente diverse attività quali mense, doposcuola, corsi di italiano, casse di mutuo soccorso e laboratori di teatro.

 

Un contributo di Giuseppe De Marzo*

L’aumento di disuguaglianze economiche, sociali, geografiche, culturali, di genere, di reddito, di opportunità danneggia tutti e tutte, non solo chi ne è colpito, minando democrazia e coesione sociale nel profondo. Le forze politiche che si ispirano o che accettano il modello economico neoliberista sostengono che sia una condizione necessaria per raggiungere gli obiettivi della crescita e dell’efficienza dei mercati. La realtà, a dieci anni dalla crisi, ci racconta di un paese sempre più debole, diseguale, fragile, impaurito e soprattutto incapace di guardare al futuro con speranza.

 

Un paese nel quale sono le mafie, la corruzione e il populismo a trarre il massimo beneficio dall’aumento del disagio sociale e dei bisogni. Sono le mafie ad aver aumentato il loro potere di penetrazione sociale e culturale nei luoghi e nelle periferie dove è cresciuto il disagio e sono aumentate le disuguaglianze. In questi luoghi, a causa dei tagli al sociale, del peggioramento dei servizi e della latitanza delle istituzioni, cresce la presenza criminale, il lavoro informale, la zona grigia. Se all’aumento della povertà non si risponde mettendo in campo fondi, investimenti e politiche sociali adeguate, capaci di garantire a tutti i diritti e non solo ad una piccola parte, si determinano situazioni sociali esplosive che portano ad una guerra tra poveri e alla negazione stessa della cultura giuridica fondata sulla necessità di garantire protezione ai soggetti più deboli, a quelli svantaggiati e alle vittime. E’ quello a cui oggi assistiamo.

 

I dati di una povertà che cresce

I numeri di questi anni sono emblematici e fotografano una vera e propria apocalisse umanitaria. L’ultimo rapporto Istat denuncia come le persone in povertà assoluta nel nostro paese abbiano superato i 5 milioni. Quelle che hanno smesso di curarsi, perché non se lo possono più permettere, sono 12 milioni. Il Censis segnala come oltre il 30% della popolazione sia a rischio esclusione sociale e 9,3 milioni di italiani siano già in povertà relativa. Se confrontiamo la nostra condizione a quella degli altri paesi, ci accorgiamo che tutti i dati sulle disuguaglianze nel nostro paese sono superiori alla media europea e sono tra i peggiori in termini assoluti. Questo dato rivela più di tutti il fallimento della classe dirigente politica italiana che è riuscita nell’impresa di fare peggio di quasi tutte le altre in questi dieci anni di crisi.

 

Lavoro e reddito

Crescono costantemente allo stesso tempo la precarietà e forme di lavoro con bassi salari. Il lavoro non stabile è aumentato di circa 200 mila unità anche lo scorso anno. Così siamo costretti a sommare ai quasi 3 milioni di disoccupati tutti quelli che svolgono lavori con contratto a tempo, che non godono di stabilità nell’impiego o che non ricevono retribuzioni adeguate a garantire una vita dignitosa. Le persone che vivono questa condizione secondo i dati di Unimpresa sono 6,55 milioni. A fine 2017 il numero totale di persone che vivono un profondo disagio sociale è arrivato a 9,29 milioni, circa 197 mila in più rispetto al 2016. Le prospettive per chi cerca lavoro e non dispone di una famiglia ricca o di una forte rendita di posizione sono pessime. Secondo tutti gli istituti di indagine e ricerca siamo in presenza della popolazione giovanile più impoverita della storia della repubblica. Dopo tanta retorica sui giovani, questo dimostra come nonostante il linguaggio della politica nella realtà le scelte compiute sono andate in direzione opposta. E le prospettive, se non si cambia rotta, sono peggiori. La crescita della forme di automazione e digitalizzazione dell’economia, in assenza di un forte intervento pubblico capace di orientare e porre regole, sono destinate ad aumentare ulteriormente la precarietà lavorativa ed a ridurre i redditi ed i salari della maggior parte dei lavoratori. La cosiddetta “gig economy”, i voucher, il lavoro “on demand”, la fabbrica 4.0, algoritmi e “machine learning”, sono sempre più diffusi. Gli studi fatti su questo trend sono chiari e parlano in maniera unanime di un’enorme contrazione del lavoro nei paesi occidentali. Tecnica e capitalismo sono diventati una cosa sola. Siamo dinanzi ad un gigantesco processo globale di precarizzazione, flessibilizzazione e individualizzazione del lavoro iniziato con la crisi, amplificato nel nostro paese dalle riforme come il Job Act, dalla legge sulle pensioni, dai tagli al sociale, dall’istituzionalizzazione della povertà. Dobbiamo porci il tema di quanti cercheranno lavoro, non lo troveranno, non hanno altri strumenti di sostegno economico e non sono ricchi. E’ questa la situazione reale e non teorica, che abbiamo davanti.

 

Il Reddito di Dignità

La Rete dei numeri pari chiede di introdurre anche nel nostro paese una forma di reddito minimo garantito, come già avviene in quasi tutta Europa. La proposta è stata avanzata già cinque anni fa dalla campagna Miseria Ladra, promossa da centinaia di realtà sociali, centri di ricerca, amministratori locali, decine e decine di deputati della scorsa legislatura, e sostenuta da oltre 100 mila cittadini che avevano firmato la petizione quando l’aumento della povertà e delle disuguaglianze nel nostro paese iniziava a raggiungere numeri mai visti nella storia repubblicana e metteva seriamente in discussione il principio fondante della nostra Carta: l’intangibilità della dignità umana. La proposta di introdurre anche nel nostro paese quello che abbiamo chiamato Reddito di Dignità risponde a questa esigenza irrinunciabile. E l’abbiamo fatto non solo per quello che la Carta definisce “obbligo alla solidarietà”, ma perché convinti che l’introduzione del Reddito di dignità sia l’unica strada per garantire nell’immediato e nell’attuale ordinamento protezione adeguata alla persona ed ai sistemi produttivi. Per capirci, sia l’unica in grado di tenere insieme dinamismo economico e sociale. Ed è stata costruita insieme a centinaia di associazioni, cooperative, parrocchie, comitati, istituzioni locali, centri di ricerca, attraverso centinaia di assemblee, sulla base di quanto già avviene in tutta Europa, cercando di valutare le esperienze migliori, i limiti ed i vantaggi.

Il diritto all’esistenza deve essere garantito attraverso tre misure che la CE chiede a tutti i paesi di introdurre: il reddito minimo garantito (non condizionato a forme obbligatorie di lavoro), il diritto all’abitare, l’offerta di servizi essenziali di qualità. Tre cose che da noi mancano del tutto e che determinano l’aumento senza fine delle disuguaglianze e lo scivolamento verso linguaggi e forme della politica escludenti, classiste e razziste. Se anche nel nostro paese mettessimo al centro i pilastri sociali europei ed attuassimo quanto stabilito dalla nostra Costituzione, risolveremmo la maggior parte dei problemi, restituiremmo la dignità a milioni di cittadini, spezzeremmo il ricatto delle mafie in molti luoghi in cui sono cresciuti povertà e solitudine, rafforzeremmo la coesione sociale e la partecipazione dei cittadini alla politica, riformeremmo finalmente il nostro welfare che ha da sempre schiacciato le donne nel ruolo di cura, daremmo un forte colpo all’aria grigia che nel mondo del lavoro sfrutta le debolezze ed i bisogni di chi soffre, daremmo speranza alla generazione di giovani più impoverita della storia del paese, consentendole di investire sulla propria autonomia e formazione, arresteremmo la guerra tra poveri e erigeremmo un argine fondato sui diritti contro odio e populismi. Perché l’odio non è mai dato, ma viene costruito.

 

Il contratto di Governo

Rispetto alle questioni menzionate, nel contratto non si parla di ricapitalizzazione del fondo nazionale politiche sociali ma di ulteriore razionalizzazione della spesa pubblica che in maniera sbagliata e ipocrita si dipinge come un costo da ridurre, ignorando che compito prioritario del governo è garantire i diritti sociali previsti dalla Costituzione (poi eventualmente il rientro sul debito). Sulle politiche fiscali, la Flat Tax proposta dal governo avrà come unico impatto quello di regalare tra i 50 e gli 80 miliardi ai ricchi, tagliando di conseguenza risorse per la spesa sociale, per il sostegno al reddito, per le politiche attive sul lavoro, per l’utilizzo sociale dei beni confiscati.

Per quanto riguarda il reddito di cittadinanza, nel contratto il governo propone una classica misura di “workfare”, condizionata all’accettazione obbligatoria di qualsiasi lavoro. Siamo lontani anni luce dal Reddito Minimo Garantito. Nonostante il M5S avesse sostenuto per anni la nostra stessa proposta, la misura nel contratto assomiglia moltissimo al Rei (reddito di inclusione sociale), portata avanti dal governo Renzi-Gentiloni e aspramente criticata insieme a noi proprio dal M5S, perché ritenuta una misura sbagliata, sottofinanziata, che viola i principi stabiliti in materia dal PE: dall’individualità della misura, alla condizionalità, alla temporalità, alla cifra erogata ed alle forme di reddito indiretto previste (i pilastri sociali europei affiancano al rmg la garanzia del diritto all’abitare ed un’offerta di servizi essenziali di qualità). Uno strumento che invece di liberare l’autonomia della persona e garantirne la dignità, questo è lo scopo del rmg, diventa una odiosa misura di ricatto, controllo e sfruttamento dei più poveri.

Su come contrastare le politiche di austerità il contratto non contiene nulla. Non vi è traccia di lotta all’austerità e di misure puntuali. Eppure anche qui il M5S ha sostenuto la nostra campagna del 2016, (im)Patto Sociale, in cui chiedevamo la modifica dell’art.81 e, soprattutto, che i servizi sociali fossero messi subito fuori dal calcolo del patto di stabilità, così da garantire l’azione dei Comuni nel contrasto alla povertà. Prima i diritti delle persone, e poi i diritti della finanza speculativa dicevamo anni fa. Il contratto e la nuova squadra di governo sono invece la garanzia offerta ai mercati internazionali di continuare con le stesse politiche di austerità, con il conseguente aumento delle disuguaglianze.

 

Siamo da oltre dieci anni immersi nella più grande crisi del modello economico capitalista, dalla quale ci stanno facendo uscire con meno diritti, meno cultura e meno democrazia per garantire i profitti e le rendite delle élite economiche e finanziarie. Questo il cuore del problema, su questo vogliamo confrontarci, al di la dello storytelling che ha sostituito la politica e punta invece sulle emozioni, cercando di trovare le parole giuste, piuttosto che le soluzioni. Lo storytelling implica la sospensione del giudizio, escludendo riflessione e discussione. Il pregiudizio, in assenza di capacità di giudizio, è l’unica cosa che vale. Così mentre ci fanno credere di essere in un’epoca post-ideologica, dove destra e sinistra non ci sono più, e le emozioni sostituiscono le idee, sono invece le diverse opzioni interne alle destre che comandano e si disputano il terreno dell’egemonia. Questo contratto di governo dunque, si pone in continuità con tutte le altre misure che hanno determinato la crisi e lascia inalterati i meccanismi che dilatano le disuguaglianze.

Giuseppe De Marzo è attivista, economista, giornalista e autore di saggi sulla giustizia ecologica e ambientale come “Buen Vivir. Per una nuova democrazia della Terra”e “Anatomia di una Rivoluzione”, tra gli altri. È il coordinatore nazionale della Rete dei Numeri Pari, che raggruppa circa 400 realtà del sociale impegnate contro le disuguaglianze e la povertà. Coordina la campagna per l’introduzione anche in Italia del “Reddito di Dignità”, ed è il responsabile nazionale di Libera per le Politiche Sociali.

https://www.forumdisuguaglianzediversita.org/a-dieci-anni-dalla-crisi-piu-disuguaglianze-e-meno-democrazia/

20 settembre 2018 / by / in
FAO, IFAD, UNICEF, WFP e OMS: Continua ad aumentare la fame nel mondo

821 milioni di persone soffrono oggi la fame e oltre 150 milioni i bambini hanno ritardi nella crescita, denuncia un rapporto congiunto delle Nazioni Unite.

Roma, 11 settembre 2018 – Nuove prove continuano a segnalare che il numero delle persone che soffrono la fame nel mondo è in crescita, raggiungendo nel 2017, 821 milioni, vale a dire una persona su nove, secondo lo Stato della Sicurezza Alimentare e della Nutrizione nel mondo 2018  pubblicato oggi. Sono stati compiuti progressi limitati nell’affrontare le molteplici forme di malnutrizione, che vanno dai ritardi della crescita dei bambini all’obesità degli adulti, mettendo a rischio la salute di centinaia di milioni di persone.

La fame è cresciuta negli ultimi tre anni, tornando ai livelli di un decennio fa. Questa inversione in atto manda il chiaro avvertimento che occorre fare di più e con urgenza se si vuole raggiungere l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile di Fame Zero entro il 2030.

La situazione sta peggiorando in Sud America e nella maggior parte delle regioni dell’Africa, mentre la tendenza in calo della sotto nutrizione che ha caratterizzato l’Asia sembra aver rallentato in modo significativo.

Il rapporto annuale delle Nazioni Unite ha rilevato che la variabilità del clima che influenza l’andamento delle piogge e le stagioni agricole, oltre ad estremi climatici come siccità e alluvioni, sono tra i fattori chiave dietro l’aumento della fame, insieme ai conflitti e alle crisi economiche.

“I segnali allarmanti di aumento dell’insicurezza alimentare e gli alti livelli di diverse forme di malnutrizione sono un chiaro avvertimento che c’è ancora molto lavoro da fare per essere sicuri di “non lasciare nessuno indietro” sulla strada verso il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile in materia di sicurezza alimentare e miglioramento dell’alimentazione”, avvertono nella prefazione congiunta al rapporto i responsabili dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), del Fondo per l’Infanzia delle Nazioni Unite (UNICEF), del Programma Alimentare Mondiale (WFP) e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

“Se vogliamo raggiungere un mondo senza fame e malnutrizione in tutte le sue forme entro il 2030, è imperativo accelerare e aumentare gli interventi per rafforzare la capacità di recupero e adattamento dei sistemi alimentari e dei mezzi di sussistenza delle popolazioni in risposta alla variabilità climatica e agli eventi meteorologici estremi” hanno affermato i responsabili delle cinque organizzazioni delle Nazioni Unite autrici del rapporto.

 

L’impatto della variabilità climatica e degli eventi meteorologici estremi sulla fame
I cambiamenti climatici stanno già minando la produzione di importanti colture come grano, riso e mais nelle regioni tropicali e temperate e, senza costruire resilienza climatica, si prevede che la situazione peggiorerà con l’aumentare delle temperature.

Le analisi del rapporto mostrano che la prevalenza e il numero di persone sottonutrite tendono ad essere più alti nei paesi altamente esposti agli eventi climatici estremi. La sotto-nutrizione è ancora più alta quando l’esposizione ad eventi climatici estremi si unisce ad un’alta percentuale della popolazione che dipende da sistemi agricoli altamente sensibili alle precipitazioni e alla variabilità delle temperature.

Le anomalie della temperatura sulle aree di coltivazione agricola hanno continuato a essere superiori alla media nel periodo 2011-2016, portando a periodi più frequenti di caldo estremo negli ultimi cinque anni. Anche la natura delle stagioni delle piogge sta cambiando, inizio tardivo o precoce delle stagioni piovose e ineguale distribuzione delle precipitazioni in una stagione.

Il danno alla produzione agricola contribuisce a ridurre la disponibilità di cibo, con effetti a catena che causano aumenti dei prezzi alimentari e perdite di reddito che riducono l’accesso delle persone al cibo.

 

Progressi lenti per porre fine a tutte le forme di malnutrizione
Il rapporto afferma che sono stati compiuti scarsi progressi nella riduzione dei problemi della crescita infantile, con circa 151 milioni di bambini sotto i cinque anni di età troppo bassi a causa della malnutrizione nel 2017, rispetto ai 165 milioni del 2012. Globalmente, l’Africa e l’Asia rappresentano rispettivamente il 39% e il 55% di tutti i bambini con ritardi nella crescita.

La prevalenza di deperimento infantile rimane estremamente elevata in Asia, dove quasi un bambino su dieci sotto i cinque anni ha un peso basso per la sua altezza, rispetto a solo uno su 100 in America Latina e nei Caraibi.

Il rapporto descrive come “vergognoso” il fatto che una donna su tre in età riproduttiva a livello mondiale sia affetta da anemia, che ha conseguenze significative sulla salute e sullo sviluppo sia per le donne che per i loro bambini. Nessuna regione ha mostrato un calo nell’anemia tra le donne in età riproduttiva, e la prevalenza in Africa e Asia è quasi tre volte superiore a quella ad esempio del Nord America.

I tassi di solo allattamento materno in Africa e in Asia sono 1,5 volte più alti di quelli del Nord America, dove solo il 26% dei bambini sotto i sei mesi riceve esclusivamente il latte materno.

 

L’altro lato della fame: l’obesità in aumento
L’obesità negli adulti sta peggiorando e più di uno su otto adulti al mondo è obeso. Il problema è più significativo in Nord America, ma anche l’Africa e l’Asia stanno vivendo una tendenza al rialzo.

La denutrizione e l’obesità coesistono in molti paesi e possono anche essere visti fianco a fianco nella stessa famiglia. Uno scarso accesso al cibo nutriente a causa del suo costo più elevato, lo stress di vivere con insicurezza alimentare e gli adattamenti fisiologici alla privazione del cibo aiutano a spiegare perché le famiglie con insicurezza alimentare possono avere un maggiore rischio di sovrappeso e obesità.

 

Un appello ad intervenire
Il rapporto richiede l’attuazione e l’aumento degli interventi volti a garantire l’accesso a cibi nutrienti e la rottura del ciclo intergenerazionale della malnutrizione. Le politiche devono prestare particolare attenzione ai gruppi che sono più vulnerabili alle conseguenze dannose dello scarso accesso al cibo: neonati, bambini sotto i cinque anni, bambini in età scolare, ragazze adolescenti e donne.

Allo stesso tempo, occorre un cambiamento sostenibile verso un’agricoltura e sistemi alimentari sensibili alla nutrizione che possano fornire cibo sicuro e di alta qualità per tutti.

Il rapporto chiede anche maggiori sforzi per costruire una capacità di risposta al cambiamento climatico attraverso politiche che ne promuovano l’adattamento e la mitigazione e la riduzione del rischio di catastrofi.

Fonte: http://www.fao.org/3/I9553EN/i9553en.pdf

19 settembre 2018 / by / in
Anticipazioni rapporto SVIMEZ 2018 sull’economia e la società del mezzogiorno

CONSIDERAZIONI DI SINTESI

Il triennio di crescita consecutiva del Mezzogiorno, al ritmo di sviluppo del resto del Paese, è un risultato non scontato. La recessione è ormai alle spalle per tutte le regioni meridionali, benché gli andamenti siano alquanto differenziati. Il consolidamento della ripresa è essenzialmente dovuto al contributo del settore privato i cui risultati, in termini di export e di investimenti, lasciano supporre che, anche dopo il massiccio disinvestimento avvenuto con la crisi, sia rimasto attivo e competitivo un nucleo industriale, anche nel settore manifatturiero, in grado di cogliere le sfide competitive.

Il recupero dell’industria meridionale desta particolare sollievo, per quanto sia da legare al tipico “haircut” delle fasi negative del ciclo, che ha estromesso dal mercato le imprese inefficienti e ha lasciato spazio a quelle più efficienti e produttive. D’altronde, l’intensità della crisi è stata tale che ha avuto anche effetti strutturali più profondi, espellendo dal mercato anche imprese sane ma non attrezzate a superare una recessione così lunga e impegnativa. L’apparato produttivo rimasto al Sud sembra essere in condizioni di ricollegarsi alla ripresa nazionale e internazionale, come dimostra anche l’andamento delle esportazioni. Tuttavia, permane il rischio che in carenza di politiche che sostengano adeguatamente l’apparato produttivo e ne favoriscano l’espansione, questo non riesca, per le sue dimensioni ormai ridotte, a garantire né l’accelerazione né il proseguimento di un ritmo di crescita peraltro insufficiente.

La ripresa degli investimenti privati, in particolare negli ultimi due anni, ha più che compensato il crollo degli investimenti pubblici, che si situano su un livello strutturalmente più basso rispetto a quello precedente la crisi (4,5 miliardi di investimenti annui in meno rispetto al 2010) e per i quali non si riesce a invertire un trend negativo. Questo rappresenta l’elemento maggiormente critico per una politica di sviluppo del Mezzogiorno, l’area che si dimostra maggiormente reattiva a questo tipo di politiche, con benefici effetti per l’interno Paese.

Insomma, il settore privato sembra avere fatto la sua parte, mentre il complesso delle politiche per il Sud e la coesione territoriale – pur con impulsi molto
positivi, in particolare con il credito di imposta per gli investimenti e i Contratti di sviluppo – non sembra aver prodotto risultati soddisfacenti. Il crollo degli investimenti pubblici, connesso non soltanto ai vincoli fiscali derivanti dal proseguimento dell’austerità, unito alla mancata ripresa dei consumi delle Pubbliche amministrazioni, rappresentano i principali elementi di divergenza rispetto al resto del Paese e un ulteriore progressivo indebolimento dell’azione pubblica, anche in termini di servizi per i cittadini e le imprese, in un’area che si dimostra non solo bisognosa di politiche pubbliche ma anche positivamente reattiva ai loro stimoli.

Se il consolidamento della ripresa del Sud suggerisce che la crisi non abbia del tutto minato la capacità del tessuto produttivo meridionale di rimanere agganciato ai processi di sviluppo, tuttavia, il ritmo della congiuntura appare del tutto insufficiente ad affrontare le emergenze sociali nell’area, che restano allarmanti. Da un lato, la crescita del 2015-2017 ha recuperato in misura solo molto parziale il patrimonio economico e sociale disperso dalla crisi, la cui perdita si è sommata al gap già esistente in termini di produttività delle imprese e benessere degli abitanti. Dall’altro, anche nella ripresa si registrano ulteriori elementi di divergenza e disuguaglianza interna, che indeboliscono il tessuto sociale: aumenta l’occupazione (benché in misura insufficiente a colmare la voragine apertasi con la crisi), ma vi è  una ridefinizione al ribasso della sua struttura e della sua qualità: i giovani sono tagliati fuori, aumentano le occupazioni a bassa qualifica e a bassa retribuzione, pertanto la crescita dei salari risulta limitata e non in grado di incidere su livelli di povertà crescenti, anche nelle famiglie in cui la persona di riferimento risulta occupata.

Il divario sempre più forte in termini di servizi pubblici, la cittadinanza “limitata” connessa alla mancata garanzia di livelli essenziali di prestazioni, incide sulla tenuta sociale dell’area e rappresenta il primo vincolo all’espansione del tessuto produttivo. Del resto, proprio questo indebolimento della qualità dei servizi ha fatto emergere una sofferenza sociale del Sud, manifestatasi anche nelle ultime elezioni, con un voto che non può essere liquidato con letture semplicistiche incentrate esclusivamente sulla richiesta di politiche assistenzialiste. Un’interpretazione sbagliata, che d’altra parte non riflette nemmeno adeguatamente la complessità della società meridionale ricca di dinamismo e di consapevolezza della necessità di in discontinuità nei rapporti tra Stato e cittadini.

A fronte di un quadro di consolidamento di una debole ripresa, in cui i segnali di resilienza sono tuttavia insufficienti a invertire il declino sociale e demografico dell’area, rischia di aprirsi una “stagione dell’incertezza” – in cui l’Italia fa segnare un rallentamento della crescita – che potrebbe determinare nel Sud una “grande frenata”. Oltre alle persistenti tensioni geopolitiche, al sorgere di spinte protezionistiche e al raffreddamento delle politiche monetarie espansive della BCE, sul Mezzogiorno pesano elementi di incertezza connessi all’avviamento delle politiche economiche proposte dal nuovo Governo, specie riguardo i tempi previsti di attuazione e le possibili ricadute territoriali (come nel caso della cd. Flat tax), che non facilita la definizione dei piani di sviluppo e investimento.

Questo è ciò che emerge dall’aggiornamento delle previsioni per il 2018-2019 del modello econometrico della SVIMEZ: in assenza di un quadro chiaro di
riferimento per la politica economica, per cui si attende la Nota di aggiornamento al DEF e la Legge di Bilancio, il “tendenziale” di crescita dell’area, nel biennio di previsione, potrebbe addirittura dimezzarsi, passando dal 1,4% del 2017 allo 0,7% del 2019. Un dato che si ripercuote negativamente sull’intero Paese, in quanto il grado di interdipendenza tra le economie delle due macroaree risulta elevato, e che dimostra quanto il Sud avrebbe bisogno di una strategia di politica per lo sviluppo.

Per il Mezzogiorno, insomma, mantenere il tasso di crescita del triennio non sarà facile. Potrebbero aiutare, per sostenere il sistema produttivo, che pure sta facendo la sua parte, non solo il proseguimento della misure di incentivazione agli investimenti più efficaci (compresa Industria 4.0 per la quale sarebbe necessario immaginare riserve per il Sud che compensino i suoi svantaggi strutturali), ma anche l’attuazione di strumenti di intervento nel Mezzogiorno, già nel paniere del Governo, come l’istituzione di Zone economiche speciali nelle principali aree portuali, con incentivi fiscali e semplificazioni amministrative. In generale, serve una politica fiscale più espansiva per favorire il consolidamento della domanda interna, che ha sostenuto la crescita del periodo e rispetto alla quale il Mezzogiorno è sempre stato particolarmente reattivo, per la quale ciò che fin qui è mancato è stato il contributo della spesa pubblica sia per i consumi che per gli investimenti. Da questo punto di vista, attuare un vero riequilibrio territoriale degli investimenti pubblici ordinari risulta cruciale. Particolarmente opportuna, appare l’indicazione del nuovo Ministro per il Sud di favorire l’attuazione della cd. “clausola del 34%” per la spesa ordinaria in conto capitale (ancora inattuata) e, ancor di più, di estenderla al Settore Pubblico Allargato delle grandi aziende partecipate.

La premessa essenziale per un rinnovato impegno pubblico per lo sviluppo  del Mezzogiorno, passa tuttavia per la riqualificazione, l’ammodernamento e la razionalizzazione delle istituzioni preposte all’amministrazione dello sviluppo e della coesione, per colmare i deficit in termini di risorse umane qualificate, in particolare sul versante della progettazione degli interventi, inefficienze organizzative a livello locale, carenza di coordinamento strategico a livello nazionale e di volontà e/o capacità di attivare efficaci poteri sostitutivi.

Ad ogni livello di governo – regionale e nazionale, ed in particolare europeo, dove porre con forza il tema delle asimmetrie e degli squilibri di una governance economica che produce divergenza – compito della politica è di non rassegnarsi sul tendenziale rallentamento di una ripresa peraltro già troppo debole, ma di riattivare una grande stagione di investimento nel Mezzogiorno, mirata al miglioramento delle infrastrutture economiche e sociali, per il miglioramento delle condizioni competitive delle imprese e dei fondamentali del benessere dei cittadini, come leva per l’accelerazione del tasso di sviluppo dell’intero Paese.

Documento completo al seguente link:

http://www.svimez.info/images/RAPPORTO/materiali2018/2018_08_01_anticipazioni_testo.pdf

18 settembre 2018 / by / in
Salute spa, il nuovo libro che racconta il “delitto perfetto” in atto sulla sanità pubblica tra politica e assicurazioni

Gli autori, Quezel e Carraro, vedono la mano delle lobby dietro al progressivo arretramento della sanità pubblica, giustificato dalle richieste di spending review dell’Ue: “E’ come se i politici stessero facendo il lavoro sporco, comprimendo le fasce di prestazioni sanitarie gratuite e di farmaci acquistabili a costo zero dai malati. Il lavoro pulito è affidato alle compagnie di assicurazione, che hanno pronto il pacchetto ideale”

14 settembre 2018 / by / in
#mapparoma25 – L’esclusione sociale nei quartieri di Roma

L’esclusione sociale è un fenomeno che vede individui e gruppi totalmente o parzialmente esclusi dalla piena partecipazione alla società. Essere esclusi non significa quindi, come si è troppo spesso soliti pensare, essere poveri da un punto di vista monetario, quanto piuttosto non disporre dell’istruzione che consenta di cogliere le opportunità per realizzare se stessi, o non sentirsi pienamente parte della propria comunità a causa della mancanza di lavoro, o essere discriminati per il proprio genere. Partendo da queste premesse l’analisi che proponiamo riprende un lavoro iniziato da #mapparoma con le mappe dedicate alle differenze tra quartieri in termini di istruzioneoccupazionevalori immobiliari,sviluppo umanoalloggiopari opportunità e case popolari, nonché nel confronto tra le grandi aree metropolitane.

Con questa #mapparoma25 analizziamo quattro indicatori, elaborati da Istat sui dati del Censimento 2011 per laCommissione parlamentare sulle periferie (i primi tre) e da Roma Capitale (l’ultimo) sempre sui dati censuari, che mostrano diverse dimensioni dell’esclusione sociale: i residenti tra 15 e 52 anni che non hanno conseguito il diploma della scuola secondaria di primo grado (mappa in alto a sinistra); i giovani tra 15 e 29 anni che non studiano, non fanno formazione e non sono sul mercato del lavoro (i cosiddetti NEET, mappa in alto a destra); le famiglie con potenziale disagio economico, definite come i nuclei con figli la cui persona di riferimento ha meno di 64 anni e nelle quali nessun componente è occupato o pensionato (mappa in basso a sinistra); l’indice di disagio sociale calcolato sulla base di disoccupazione, occupazione, concentrazione giovanile (popolazione con meno di 25 anni) e scolarizzazione (diploma superiore o laurea) (mappa in basso a destra).

Tutti questi indicatori concordano nell’evidenziare che i problemi di ordine sociale ed economico sono concentrati nelle periferie che sorgono intorno o fuori dal GRA e in tutto il quadrante est anche all’interno del GRA stesso (Municipi IV, V e VI), oltre ad alcuni quartieri più centrali con caratteristiche peculiari come Esquilino, che di conseguenza hanno indici di disagio sociale superiori alla media romana. Sono invece generalmente le zone intorno al centro storico a mostrare le minori criticità in ognuno degli indicatori considerati, sia pure con eccezioni come Della Vittoria, e ad avere indici di disagio sociale inferiori alla media romana. L’omogeneità di questi indicatori è confermata dagli indici di correlazione elevati e significativi (compresi tra 0,5 e 0,6) in particolare tra non completamento della scuola media, potenziale disagio economico e disagio sociale, oltre che tra non completamento e NEET. Come già accennato per altre mappe, sebbene gli unici dati disponibili con questo livello di dettaglio siano quelli del Censimento 2011, che ovviamente in valore assoluto possono non rispecchiare l’andamento delle disuguaglianze e dell’esclusione sociale in seguito alla crisi economica, in termini relativi mantengono la capacità di mostrare le differenze tra i quartieri romani.

(clicca sull’immagine per ingrandire)

Il tasso di non completamento della scuola secondaria di primo grado sulla popolazione tra 15 e 52 anni (mappa in alto a sinistra) è maggiore in varie zone intorno al GRA nei quadranti est soprattutto nei Municipi V e VI (Casetta Mistica 7,5%, Tor Fiscale e Tor Cervara circa 5,5%, Omo e Torre Angela 4,5%, San Basilio 4%), sud nel Municipio IX (Santa Palomba 6,6%) e nord-ovest nel Municipio XIV (Santa Maria di Galeria 4,5%), oltre che all’Esquilino (6,3%) e al Quadraro (4,7%) probabilmente a causa dell’elevata incidenza di residenti stranieri. I valori sono invece particolarmente bassi, inferiori o pari all’1%, in varie zone semicentrali o più periferiche ma comunque benestanti a sud nei Municipi VIII e IX (Grottaperfetta, Navigatori, Tre Fontane, Cecchignola e Torrino), nord nel Municipio III (Monte Sacro Alto, che corrisponde a Talenti) e ovest nei Municipi XIII e XIV (Pineto e Aurelio Sud).

Anche il tasso NEET, ossia i giovani tra 15 e 29 anni che non studiano, non fanno formazione e non sono sul mercato del lavoro (mappa in alto a destra) si distribuisce in modo simile al precedente indicatore, raggiungendo il massimo a nord nel Municipio XV a Grotta Rossa Ovest (25%) e poi a Esquilino (22%), Santa Palomba (18%), Casetta Mistica (16%), Magliana e Quadraro (oltre 15%), Giardinetti-Tor Vergata e Tor Cervara (oltre 14%), Torre Angela, Ostia Nord e San Basilio (quasi 14%). Queste ultime zone, dove sono localizzati alcuni tra i più grandi nuclei di case popolari, evidenziano anche un preoccupante legame tra forme abitative, esclusione sociale dei giovani e rischio di cadere nelle reti criminali. I valori minori sono al contrario tipici delle zone più benestanti della città a nord e a sud: Eur e Celio (poco più del 5%), Grottaperfetta e Salario (meno del 6%), Trieste, Monte Sacro Alto e Grotta Rossa Est (6%), Medaglie d’Oro e Torrino (6,2%), Villaggio Giuliano, Navigatori, Monte Sacro e Cecchignola (circa 6,5%).

Le famiglie con potenziale disagio economico (mappa in basso a sinistra) raggiungono l’incidenza maggiore a Santa Palomba a sud (7,5%), Tor Fiscale (5%), Centro Direzionale Centocelle (4,8%) e Tor Cervara (4,1%) a est, Santa Maria di Galeria a nord-ovest (4%), ancora a est nel VI Municipio a Torre Angela, San Vittorino, Borghesiana e Lunghezza (tra 3,4 e 4%), nonché a Ostia Nord sul litorale, San Basilio e Romanina a est, Cesano a nord (3,4%). Anche in questo caso emerge il legame tra case popolari, difficoltà economiche e rischio criminale in alcune delle zone citate. I valori minori caratterizzano varie zone a nord e sud come Pineto (0,5%), Grottaperfetta, Celio, Navigatori, Eroi, Nomentano, Tre Fontane e Cecchignola (1,1-1,3%), ma anche quartieri più popolari come Appio, Latino, Tuscolano Nord e Sud a sud-est nel Municipio VII e Conca d’Oro a nord nel Municipio III (1,2-1,3%).

Infine, l’indice di disagio sociale calcolato sulla base di disoccupazione, occupazione, concentrazione giovanile e scolarizzazione (mappa in basso a destra), facendo zero la media romana, mostra i valori peggiori in diverse zone periferiche sia interne che esterne al GRA: a est nei Municipi IV e VI (Tor Cervara 8,9, San Basilio 5,1, Torre Angela 4,9, Borghesiana 4,6, Giardinetti-Tor Vergata 4,4, Tiburtino Nord, Torrespaccata e Torre Maura 4,2), sud nei Municipi IX e X (Santa Palomba 7,5 e Ostia Nord 4,3), nord nel Municipio III (Tufello 7,1 e Tor San Giovanni 4), nord-ovest nei Municipi XIV e XV (Santa Maria di Galeria 5,9 e Cesano 4) e ovest nel Municipio XI (Corviale 4,1). I valori migliori sono invece registrati sia nei quartieri tradizionalmente borghesi sia nei nuovi insediamenti intorno al GRA abitati da giovani coppie: tra i primi Acquatraversa, che corrisponde alla Camilluccia (-6,6), Parioli (-5,7) e Salario (-5,4) a nord nei Municipi II e XV, Centro Storico (-5,1) nel Municipio I e Tre Fontane (-5) a sud nel Municipio VIII; tra i secondi Magliana, che corrisponde a Muratella (-7,6) a ovest nel Municipio XI, Malafede (-6,1) a sud nel Municipio X, Sant’Alessandro, che corrisponde a Casal Monastero (-5,1), e Lucrezia Romana (-5) a est nei Municipi IV e VII.

Keti Lelo, Salvatore Monni, Federico Tomassi

NOTA: gli indicatori di non completamento del ciclo di scuola secondaria di primo grado e dei giovani NEET non sono riportati per le zone urbanistiche 1A Centro Storico, 1B Trastevere e 8A Torrespaccata, poiché i valori forniti dall’Istat non sono omogenei rispetto alle altre zone a causa delle residenze fittizie dei senza fissa dimora presso Caritas e associazioni; l’indice di disagio sociale per le stesse tre zone urbanistiche è stato invece ricalcolato rispetto a quanto pubblicato da Roma Capitale, escludendo le sezioni censuarie con le residenze fittizie.

——————————————————————–

Fonte: elaborazione su dati Istat – Censimento 2011; per l’indice di disagio elaborazione di Roma Capitale su Censimento 2011

Scarica qui il pdf di #mapparoma25

Scarica qui gli open data

Gli autori, ferme restando le loro responsabilità per i contenuti delle mappe, sono debitori nei confronti del CROMA (Centro per lo studio di Roma dell’Università Roma Tre) e di Luoghi Idea(li) per le elaborazioni, le suggestioni e gli spunti sulle attività di mappatura del territorio romano che sono state fonte di ispirazione per la nascita di questo blog.
12 settembre 2018 / by / in
Se nasci povero, resti povero: nessun Paese peggio dell’Italia per immobilità sociale

La possibilità di migliorare la propria condizione economica di nascita è praticamente un’utopia: tutti gli Stati occidentali sono messi meglio di noi. I numeri di un rapporto davvero preoccupante

DI ROBERTA CARLINI

Esiste un record negativo italiano che non è misurabile in debito pubblico, deficit, giovani Neet, evasione fiscale. Ma a guardarlo da vicino fa paura almeno quanto i primi. È l’immobilità sociale, o meglio: quanto della tua vita dipende dalla famiglia in cui sei nato.

Si può misurare in tanti modi ma, comunque la contiamo, l’Italia svetta in Europa, e di gran lunga. Lo rivelano i dati del più grande database sulla mobilità sociale nel mondo, costruito dalla Banca mondiale e illustrato nel rapporto “Fair Progress?”. Tra i quali, una buona parte viene dal progetto-partner a guida italiana di Equalchances.org: sul sito, creato dal Dipartimento di economia e finanza dell’università di Bari, ciascuno può divertirsi – diciamo così – a controllare, per il proprio e per gli altri Paesi, il funzionamento dell’ascensore sociale, scorrendo gli indici della diseguaglianza di opportunità, trasmissione del reddito e dello status tra generazioni, mobilità nell’istruzione.

E una cosa è certa: qualcosa si è inceppato, servirebbe un ascensorista. Con particolare urgenza per l’Italia, dove quasi la metà del reddito dei figli è determinata dal livello di quello dei padri: condizione unica nell’Europa continentale, paragonabile solo a quella di Regno Unito e Stati Uniti, per i Paesi sviluppati. Ma, quanto a diseguaglianza delle opportunità, superiamo anche i regni di Brexit e Trump.

Di padre in figlio
«Ogni giorno nel mondo nascono 400 mila bambini. Nessuno di loro sceglie il genere, l’appartenenza etnica, il luogo in cui si è venuti al mondo. Né le condizioni economiche e sociali della famiglia. Il punto di partenza della vita è una lotteria».

Così la Banca mondiale introduce il suo rapporto, che punta a dare il primo set di numeri a copertura mondiale sulla mobilità tra generazioni. Espressione con la quale si intendono due cose: quanto, nella media, il livello di vita E benessere di una generazione è migliorato rispetto a quella precedente; e quanto la posizione di ciascuna persona sulla scala economica dipende da quella dei suoi genitori. Normalmente, le due cose vanno insieme: periodi  di forte crescita economica fanno fare salti di benessere da una generazione all’altra e rendono anche più facile ai figli emanciparsi dallo status dei genitori. È quello che è successo nel mondo occidentale negli anni Cinquanta, e sta succedendo ora in paesi come Cina e India. Ma attenzione, dice la Banca mondiale: non è automatico che questo succeda, e infatti anche in molti paesi in via di sviluppo la mobilità sociale da genitori a figli oggi è bloccata.

E poi c’è il contrappasso, quando la crescita si ferma e la marea che portava avanti tutte le barchette si ritira. Come è successo in tutti i paesi sviluppati e con particolare evidenza in Italia. «Per un certo numero di anni la crescita ha consentito a tutti di migliorare le proprie posizioni, sono stati fatti molti passi avanti soprattutto nel rapporto tra titoli di studio», spiega Vito Peragine, professore di economia politica all’università di Bari e collaboratore del progetto della Banca mondiale. I cui numeri permettono anche di confrontare la mobilità tra generazioni di oggi con quella di ieri, e ci dicono che «negli ultimi venti anni, da quando si è fermata la pur debole crescita economica, si è evidenziato il blocco dell’ascensore sociale».

Anzi, a dirla tutta lo stop ha evidenziato che quell’ascensore non ha mai funzionato bene: per esempio, l’Italia è uno di quei paesi nei quali non c’è uno stretto rapporto tra i progressi nel settore dell’istruzione e quelli nel reddito. In altre parole, il titolo di studio dei genitori è meno importante di prima nel definire quello che avranno i figli – l’operaio può bene avere il figlio dottore, si è avverato l’incubo della contessa di Paolo Pietrangeli – ma è anche poco rilevante nel determinare le opportunità relative di lavoro, reddito, benessere.

In effetti, se si vanno a guardare i numeri di equalchances.org, e si confronta la generazione nata nel ’40 con quella dell’80 – l’ultima di cui si abbiano dati completi – si vede che a scuola l’ascensore ha funzionato. L’indice che misura la mobilità tra generazioni nell’istruzione – più alto il numero, più bassa la mobilità – è sceso da 0,57 a 0,33. È successo lo stesso in Francia, Germania, persino nel Regno Unito, mentre lo stesso indice è sceso di pochissimo, da 0,34 a 0,32, negli Stati Uniti dell’istruzione privatizzata. Eppure, questo buon andamento in Italia non ha migliorato sostanzialmente la mobilità tra generazioni nel reddito, e non ha ridotto le diseguaglianze 
di opportunità. L’indice che misura la mobilità intergenerazionale dei redditi è in Italia a quota 0,48, contro lo 0,35 della Francia e lo 0,23 della Germania. Vuol dire che da noi quasi la metà del reddito dei figli dipende da quello dei genitori. È il più alto d’Europa – vicino a quello inglese – e nel mondo sviluppato inferiore solo a quello degli Stati Uniti, paesi dai quali siamo tuttavia molto distanti nella struttura sociale ed economica.

Le diseguali opportunità
Da cosa dipende questa eccezione italiana in Europa? E perché il grande balzo in avanti nell’istruzione non ha avuto grandi effetti di reddito e benessere? La stessa Banca mondiale ci aiuta a rispondere, ridimensionando un po’ il peso del fattore “istruzione”: anche se tutto il rapporto è dedicato proprio alla mobilità educativa (sia come dati che come politiche auspicate), vi si spiega anche che ci sono altre motivazioni della persistenza del reddito e del benessere da una generazione all’altra.

A parità di istruzione il peso della famiglia di origine – fatto di status sociale, conoscenze, relazioni amicali – torna prepotente e si fa sentire di più in contesti più fermi, con maggiore disoccupazione, minore apertura. Tutto ciò può spiegare il più scioccante dei numeri che si possono scoprire navigando nei dati: quelli della diseguaglianza di opportunità.

Qui superiamo anche Gran Bretagna e Stati Uniti, e per trovare paesi più in alto dobbiamo confrontarci con il Brasile, il Sud Africa, la Bulgaria. In particolare, spiega Vito Peragine, abbiamo un livello molto alto di diseguaglianza “relativa” delle opportunità, ossia di quella parte delle diseguaglianze spiegato esclusivamente dalla propria origine, dalla lotteria della nascita. Numeri che ne introducono altri, stavolta più soggettivi: quelli sulla percezione della propria posizione e quella dei propri figli. Secondo una indagine citata dalla Banca mondiale, gli italiano sono al penultimo posto – seguiti solo dalla Slovenia in pessimismo – nella previsione “i bambini che nascono oggi staranno meglio di noi”: otto su dieci non la pensano così. Mentre quasi 4 su 10 ritengono comunque di stare meglio dei propri genitori.

Tutto ciò, dice il rapporto, condiziona il futuro, il benessere, la tenuta sociale. Non a caso lo stesso gruppo di esperti della Banca Mondiale sfornerà a breve un altro rapporto sull’impatto delle diseguaglianze sul contratto sociale europeo, mettendo direttamente la mole dei numeri dell’ingiustizia sociale in correlazione con i rivolgimenti politici europei e l’ascesa dei nazional-populismi.

http://m.espresso.repubblica.it/affari/2018/09/06/news/se-nasci-povero-resti-povero-nessun-paese-peggio-italia-immobilita-sociale-1.326524

10 settembre 2018 / by / in