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Autonomia differenziata o secessione dei ricchi?

Il governo M5S/Lega con l’approvazione della cosiddetta “autonomia regionale differenziata” in discussione in CDM, nel silenzio generale, sta per compiere un vero e proprio furto di diritti e di futuro nei confronti di milioni di cittadini che vivono al sud cancellando l’universalità e l’uguaglianza dei diritti. Se dovesse passare la legge che introduce “l’autonomia differenziata”, sottoscritta con le Regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, i valori costituzionali che tutelano l’uguaglianza dei cittadini, l’universalità dei diritti e l’unità della Repubblica verrebbero meno. Un colpo mortale verso la Stato unitario che sbriciolerebbe definitivamente la coesione sociale, creerebbe un caos politico amministrativo senza precedenti e genererebbe maggiori disuguaglianze in un paese che è già tra i più diseguali d’Europa.

Il governo, dopo i referendum in Lombardia e Veneto nel 2017, sta interpretando in modo eversivo la Costituzione dando maggiori poteri e risorse alla Regioni del nord a causa della modifica del Titolo V della Costituzione avvenuto nel 2001. Il governo del “prima gli italiani”, della “trasparenza assoluta”, della lotta “contro i poteri forti”, con un accordo opaco di cui non si conoscono i contenuti, furbescamente taciuto ai cittadini meridionali, con l’approvazione di questa legge punta a cancellare alcuni dei principi fondamentali della nostra Costituzione: l’universalità dei diritti, l’uguaglianza e la solidarietà nazionale. Non basta più essere cittadini italiani per godere di certi diritti, perché bisogna essere ricchi e nati in una regione ricca del nord se si vogliono certezze.

Il governo con l’autonomia differenziata vuole istituzionalizzare una disparità di trattamento tra Regione e Regione, non riconoscendo l’uguaglianza dei diritti per tutti e l’obbligo di solidarietà previsti all’articolo 2 e 3 della Costituzione, aggravando ulteriormente le disuguaglianze geografiche e la disparità di trattamento tra i cittadini, già evidente per il Servizio Sanitario Nazionale. E tutto questo avviene mentre non sono stati nemmeno definiti e garantiti in tutto il territorio nazionale i livelli essenziali di prestazione – i cosiddetti LEP- nei diversi campi, che noi come Rete dei Numeri Pari insieme a tanti altri continuiamo a chiedere a questo come ai precedenti Governi. Il Governo e la sua maggioranza M5S/Lega vogliono imporre, senza nessun dibattito, che i diritti fondamentali vengano riservati in base alla disponibilità finanziaria delle regioni: alcune si, altre no. Il Governo non solo accetta le disuguaglianze mai rimosse, ma addirittura le legittima e le aggrava istituzionalizzando il “principio” per il quale è giusto che i deboli non ce la facciano: è colpa loro. Ancora una volta si spostano sui più deboli le colpe e le responsabilità dei disastri delle politiche di austerità e di scelte che premiano le élite economiche e finanziarie. Il Governo M5S/Lega continua a spostare la colpa della crisi e dell’instabilità del paese sui più deboli, sugli impoveriti, su quelli maggiormente ricattabili, su coloro che non accedono alle informazioni e non possono partecipare alle decisioni. Se passa la legge avremo uno Stato che contiene vari Stati dove i diritti cambiano in base al censo e all’appartenenza di classe: questo il cambiamento che ci attende e al cui abbiamo il dovere e la responsabilità di ribellarci.

Come cittadini e cittadine, come realtà sociali, chiediamo che non vi siano ulteriori trasferimenti di poteri e risorse alle regioni su base bilaterale, che non si compromettano le competenze delle autonomie locali che sono le più vicine alla cittadinanza e che i trasferimenti sulle materie assegnate alle Regioni siano unicamente legati ai fabbisogni dei territori, escludendo riferimenti a indicatori di ricchezza che violano i principi dell’universalità dei diritti, della solidarietà e dell’unitarietà dello Stato. Così come, chiediamo al Governo e al Parlamento che vengano immediatamente definiti i Livelli Essenziali di Prestazione, veri e propri strumenti di garanzia di inclusione sociale e non discriminazione territoriale, così da evitare un ulteriore aumento di disuguaglianze e povertà.

Se su questi punti fondamentali il governo dovesse continuare a ignorare qualsiasi dialogo e si rifiutasse di cambiare la legge, abbiamo tutti e tutte la responsabilità in nome dei nostri diritti e della Costituzione di attivarci per costruire la più ampia mobilitazione possibile e impedirne l’approvazione.

Rete dei Numeri Pari

16 Febbraio 2019 / by / in ,
Il governo e l’economia politica del declino

5 Febbraio 2019 Sezione: Economia e finanzaprimo piano

Dalla formazione del governo Lega-M5S l’Italia è in lieve recessione. La politica economica è senza una direzione, tra mediazioni al ribasso con i “poteri forti” e ricerca di consenso tra i “perdenti”. Il declino, tratto di un mix “lib-pop”.

I dati sull’economia resi noti dall’Istat aggiungono un tassello essenziale per capire la situazione italiana. È dal luglio 2018, dalla formazione del governo, che l’economia è in recessione: un lieve calo (-0,1 e -0,2% nei due ultimi trimestri del 2018) che però rovescia il lieve recupero avvenuto tra 2013 e 2017. Il grafico Istat qui accanto mostra che oggi siamo ancora del 5% sotto il livello in termini reali del Prodotto interno lordo (Pil) del 2008, prima della crisi: oltre un decennio di declino dell’economia italiana. Prima c’è stata la brusca caduta per la crisi finanziaria del 2008, nata negli Stati Uniti, poi nel 2011 la nuova crisi sud-europea legata all’emergenza debito pubblico. Da allora la ripresa è stata lentissima, fino alla nuova riduzione del Pil degli ultimi sei mesi.

Fonte: Istat, Statistiche flash, Stima preliminare del Pil, 31 gennaio 2019

Questo declino ha due cause principali. Quella strutturale è nel degrado della base produttiva del Paese, nella caduta del 20% degli investimenti e della produzione industriale nell’ultimo decennio, nei bassi livelli di ricerca e innovazione, che portano a produttività stagnante e bassi salari.

Quella politica è legata all’ideologia dell’austerità che ha segnato il processo d’integrazione europea e ha impedito – in particolare nei Paesi del Sud Europa – l’introduzione di misure espansive. Nel 2008 gli Stati Uniti hanno allargato massicciamente la spesa pubblica e avviato l’espansione monetaria, nota come quantitative easing; ora hanno un rapporto deficit pubblico/Pil vicino al 5%, ma una crescita del 3,5%. In Europa la reazione alla crisi del 2008 è stata opposta: restrizione monetaria e tagli di spesa; la seconda caduta del 2011 è stata il risultato dell’incapacità politica di dare stabilità all’area euro e affrontare la crisi della Grecia (relativamente piccola per dimensioni finanziarie). Il cambio di rotta di Mario Draghi (il ‘whatever it takes’ del luglio 2012) e la tardiva espansione monetaria hanno fermato la caduta, ma allargato la divergenza tra la modesta crescita di Germania ed economie satelliti, e il ristagno del sud Europa. Ora il rapporto deficit pubblico/Pil per i paesi europei è all’1%, ma il prezzo è stato un decennio perduto.

In Italia il peggioramento delle condizioni di vita è andato ben oltre il declino del Pil. Il reddito medio per abitante è ora ai livelli di vent’anni fa. Ma la media nasconde la crescita delle disuguaglianze. Il divario tra ricchi e poveri si è allargato: solo il 10% più ricco ha visto crescere i propri redditi; tra i lavoratori dipendenti, il 25% con i salari più bassi ha avuto un perdita del 20% dei salari reali; le disparità di ricchezza sono sempre maggiori, la distanza nei redditi tra nord e sud si è fatta insostenibile.

L’impoverimento e la paura di scivolare indietro sono alla radice del voto del marzo 2018 (esaminato in quest’articolo), ma l’agenda politica del governo Lega-Cinque Stelle non ha affrontato le cause del declino, ha piuttosto cavalcato le sue conseguenze. Ha tenuto fermo l’impianto liberista in economia, il ‘lasciar fare’ alle imprese, condito con una retorica populista (una politica ‘lib-pop’, analizzata qui).

Vediamo come si è mossa la politica economica. Il governo ha mantenuto in sostanza le politiche di austerità, con un deficit ‘contrattato’ con Bruxelles al 2,04% del Pil; gli effetti espansivi della spesa pubblica sono assai limitati, anche per l’aumento della spesa per interessi dovuto allo ‘spread’ sul debito pubblico.

Con l’economia in recessione i fattori che possono sostenere la crescita sono fermi. Il commercio mondiale è in rallentamento con le nuove ‘guerre commerciali’ aperte dagli Stati Uniti di Trump. Gli investimenti privati non si riprendono; con l’attuale mancanza di domanda e incertezza politica le imprese stanno a guardare e portano capitali all’estero. Gli investimenti pubblici sono stati tagliati da tutti i governi, quello Lega-Cinque Stelle compreso, peggiorando la domanda per le imprese, le infrastrutture, le condizioni di vita.

In quest’occasione, il taglio degli investimenti è servito a trovare le risorse per i due programmi prioritari di Lega e Cinque Stelle, Quota 100 sulle pensioni e Reddito di cittadinanza, due misure redistributive che intervengono su problemi reali del Paese – i danni della riforma Fornero sulle pensioni e l’assenza di un reddito minimo – ma con modalità confuse, che creano nuove disparità tra lavoratori vicini alla pensione e tra i cittadini in condizioni di povertà. Per di più, le notevoli risorse per queste misure non vengono da un aumento della tassazione dei più ricchi, ma da trasferimenti ‘orizzontali’ tra cittadini a medio reddito, e non riescono così ad avere effetti rilevanti sulla crescita.

Senza crescita, cadranno le entrate fiscali, e i conti del bilancio appena approvato dovranno essere rivisti a luglio: se non tornano, il governo ha già previsto tagli automatici per diversi miliardi, una nuova austerità che aggraverà la recessione. In più l’anno prossimo si dovranno trovare risorse per decine di miliardi per evitare gli aumenti automatici dell’Iva e misure di ‘salvaguardia’ concordate tra Bruxelles e Roma. Il bilancio appena approvato ha utilizzato tutti i margini per misure redistributive in vista delle elezioni europee di maggio 2019, ma al prezzo di serie prospettive di aggravamento della recessione.

La politica economica del governo appare così senza una direzione. Si annaspa nell’immediato, ipotecando il futuro. Non c’è un’idea di come far funzionare l’economia e di come uscire da un decennio di recessione. Se non quella – solita, e comune ai governi precedenti – di offrire alle imprese nuovi favori: fiscali (flat tax, minori controlli anti-evasione), sul costo del lavoro (la possibilità di versare alle imprese il reddito di cittadinanza dei nuovi assunti), normativi (de-regolamentazione di molte attività) e incentivi ‘orizzontali’ che trattano tutte le imprese allo stesso modo. Tra questi, resta lo sconto fiscale per le spese di ricerca e l’acquisto di macchinari, orientate soprattutto al progetto ‘Impresa 4.0’ che spinge le poche imprese già tecnologicamente avanzate a accelerare automazione e digitalizzazione, con effetti negativi su quantità e qualità del lavoro.

L’effetto immediato di tali misure è di sostenere i profitti delle imprese, riducendo in modo significativo le entrate della tassazione. Ma nel lungo periodo l’effetto è di mantenere immutata l’attuale struttura produttiva del paese, dando spazio a imprese piccole, poco produttive, a bassa tecnologia e con pochi investimenti, che possono sopravvivere solo grazie alla riduzione dei salari e al peggioramento delle condizioni di lavoro. L’esito è quello già visto: una diminuzione della produttività che alimenta il declino del paese. Si delinea così un “circolo vizioso” tra una struttura economica povera di conoscenze e tecnologie, una produttività stagnante con divari di innovazione e competitività rispetto all’Europa, la perdita di posti di lavoro e bassi salari. La precarizzazione del lavoro diventa un modo per adattarsi, con le imprese che usano lavoratori meno qualificati e peggio pagati per mantenere produzioni a basso costo.

Queste politiche – all’insegna di un liberismo d’imitazione – caratterizzano l’Italia da trent’anni e ne hanno tracciato la parabola. Si sono affidate al mercato, lasciandolo conquistare dalle grandi imprese straniere. Hanno favorito la finanza, senza avere un settore finanziario degno di questo nome. Hanno rinunciato al ruolo dello stato, senza avere imprese capaci di investire. L’illusione liberista e gli scossoni della crisi hanno ricostruito una rigida gerarchia tra le economie più forti – Cina compresa – facendo scivolare indietro l’Italia.

Quello che è nuovo oggi, in un contesto di maggiori difficoltà economiche, è che la politica del governo Lega-Cinque Stelle sembra smarrire qualunque disegno di sviluppo e ridursi ad amministrare la nuova fase del declino italiano. Se questo governo è uno dei risultati del lungo declino del paese, la sua politica ora ne accelera la traiettoria discendente. Da qui una politica economica fatta di mediazioni al ribasso con finanza, grandi imprese, poteri europei. E, dall’altro lato, di inseguimento del consenso tra i ‘perdenti’, dalle piccole imprese del nord a egemonia leghista, agli impoveriti del sud che sperano nei Cinque Stelle.

L’economia politica del declino diventa così il tratto distintivo del governo giallo-verde, un pericoloso miscuglio ‘lib-pop’, di liberismo e populismo, una rincorsa tra disagio economico, disgregazione sociale, degrado politico, che potrebbe portare l’Italia a un esito di destra estrema.

16 Febbraio 2019 / by / in ,
Il reddito di cittadinanza è un’altra cosa!

Lo diciamo subito: il reddito di cittadinanza è un’altra cosa. Il provvedimento varato dal governo sul reddito di cittadinanza non abolisce la povertà, come incautamente annunciato al balcone dai ministri del governo, e non introduce un vero regime di reddito di cittadinanza come definito dalle risoluzioni europee, dalla CE e da studi e ricerche scientifiche. E non riprende nemmeno la proposta avanzata nel 2013 da centinaia di realtà sociali, decine di migliaia di cittadini e istituzioni locali attraverso la campagna per il “reddito di dignità”, sottoscritta e promossa anche dai 91 deputati e 35 senatori del M5S nella scorsa legislatura. Tanta confusione e tanta propaganda non eludono un problema con il quale continueremo a lungo a fare i conti se il livello di semplificazione e ambiguità del governo rimane questo. Così come si fa fatica a spiegare ad un terzo della popolazione a rischio esclusione ed a quei nove milioni e mezzo di residenti in povertà relativa che avrebbero il diritto di beneficiare del Rdc, che l’opposizione al governo non ritiene questo istituto importante per contrastare la crisi e restituire loro dignità e libertà. Un’opposizione che rimane ancorata a visioni politiche regressive e conservatrici dopo aver avuto il demerito storico di eludere e ignorare per anni le richieste di introdurre anche in Italia una forma di Rdc e di non aver ascoltato le reti sociali ed i cittadini organizzati.

Il Rdc introdotto dal governo è un’altra cosa rispetto a quello che ovunque nel mondo viene inteso come reddito di cittadinanza o reddito minimo garantito: ne mortifica il senso e ne tradisce le finalità. Per verificarlo basta mettere a confronto le caratteristiche ed i principi del cosiddetto Rdc del governo con quelli definiti indispensabili da alcuni schemi di reddito minimo garantito già vigenti in diversi paesi europei. Ne elenchiamo alcuni: 1) l’individualità della misura; 2) la non vessazione del beneficiario attraverso stringenti contropartite e forme di condizionamento; 3) l’accessibilità per tutti coloro che vivono sotto una certa soglia economica non inferiore al 60% del reddito mediano del paese di riferimento; 4) la residenza e non la cittadinanza; 5) il diritto a servizi di qualità oltre il beneficio economico; 6) la durata e l’ammontare del beneficio; 7) la non contrapposizione del Rdc, dell’integrazione sociale e della garanzia ad una vita dignitosa con l’obbligo all’integrazione lavorativa, così come previsto dalla risoluzione europea dell’8 aprile 2009 in cui si afferma che “il coinvolgimento attivo non deve sostituirsi all’inclusione sociale e chiunque deve poter disporre di un Rdc e di servizi sociali di qualità a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro”; 8) la necessità di incentivare la libertà della scelta lavorativa come misura di contrasto dell’esclusione sociale e della ricattabilità dei soggetti in difficoltà, così da garantire la “congruità dell’offerta di lavoro” e non “l’obbligatorietà del lavoro purché sia”; 9) la necessità di rafforzare i servizi ed il sistema dei centri per l’impiego pubblici.

Su ciascuno di questi principi e caratteristiche che definiscono e rendono efficace un Rdc il governo fa l’opposto o fa molto poco: 1) la misura del governo è familiare e non individuale; 2) sono state costruite norme e dispositivi sanzionatori che colpevolizzano e stigmatizzano i beneficiari trattandoli come colpevoli e come probabili approfittatori, arrivando ad ipotizzare pene sino a 6 anni di carcere; 3) la misura stabilisce una soglia di accesso che interviene solo sulla povertà assoluta – circa 4.340.000 sui 5 milioni complessivi- e non su tutti e 9,3 milioni che vivono al di sotto di una certa soglia economica – la platea di beneficiari è meno del 50% degli aventi diritto-, e non individua interventi specifici come quelli volti all’affermazione dell’autonomia sociale dei soggetti beneficiari compresi coloro che sono in formazione, così da garantire il diritto allo studio e per contrastare la dispersione scolastica ed universitaria che nel nostro paese è tra le più alte d’Europa; 4) i beneficiari non sono tutti i residenti in povertà relativa ma solo i cittadini italiani in povertà assoluta (non tutti) ed una parte di coloro che sono nel nostro paese da oltre 10 anni; 5) manca del tutto una offerta di servizi sociali di qualità e non vi è traccia di una riforma del sistema di welfare che vada nella direzione necessaria a costruire un sistema integrato tra l’erogazione del beneficio economico e le altre misure di welfare sociale, così da definire un ventaglio di interventi mirati e diversificati a seconda della necessità delle persone; 6) il beneficio non è garantito “fino al miglioramento delle propria condizione economica”, così da non permettere che si rimanga senza alcun sostegno economico, ma viene stoppato dopo 12/18 mesi con la possibilità di ripartire in futuro; sull’ammontare del beneficio se calcoliamo che per il 2019 la cifra messa a disposizione è di 6,11 miliardi di euro, per poi salire a 7,77 nel 2020 e a 8,02 nel 2021, l’obiettivo dichiarato di portare tutti coloro che hanno un reddito inferiore alla soglia di 780 euro mensili, come prevedono i principi europei, appare impossibile da raggiungere: facendo dei calcoli la cifra media che spetta mensilmente a livello familiare sarebbe di 472 euro, a livello individuale di 156 euro al mese; 7) la misura introdotta dal governo è fortemente legata a sistemi di workfare e non di welfare, incentivando assunzioni sotto-qualificate a costi ridotti per le imprese, dando la possibilità ai datori di lavoro di ricevere sgravi contributi se assumono un lavoratore che percepisce il Rdc e non lo licenziano nei primi 24 mesi, tranne che per giusta causa; 8) la misura del governo prevede una fortissima condizionalità nei parametri che definiscono un’offerta “congrua”, imponendo così di fatto al beneficiario di accettare qualunque offerta venga proposta anche a grandi distanze dalla propria residenza, pena la perdita del Rdc; 9) la riforma ed il rafforzamento dei servizi e dei centri per l’impiego è ancora in alto mare ed è sottofinanziata. A questo aggiungiamo un’altra considerazione: si poteva e si doveva finanziare il Rdc attraverso la fiscalità generale e non in deficit. Il governo lo sa bene ma ha preferito dare priorità ad altro, e costruire la narrazione del nemico europeo per dirci che se non avremo il reddito è per colpa dell’Europa che non vuole farci fare un po’ di deficit per il bene degli italiani. Il problema è che a dirlo sono le stesse forze politiche che sostengono politiche di austerità, un fisco regressivo, i tagli alle politiche sociali ed ai Comuni: tutte scelte che determinano l’aumento di disuguaglianze e povertà. Questa spregiudicata e cinica incoerenza alimenta una discussione avvelenata e superficiale che ci allontana dai motivi e dalle ragioni per cui è necessario introdurre un nuovo diritto economico.

Vale la pena riaffermare quale sia la finalità dell’istituto del Rdc per rafforzare la consapevolezza dei cittadini e rimettere la discussione con il governo e le forze politiche sui giusti binari. Secondo quanto stabilito dalle Risoluzioni Europee, a partire dal 1992, e dalla CE, attraverso i Pilastri Sociali Europei, il Rdc o rmg serve a garantire la dignità della persona. Il Rdc va considerato per alcuni come uno strumento di valorizzazione ed autonomia di scelta, per altri come misura di reinserimento sociale e per altri ancora per attivare forme di promozione dell’occupazione. I regimi di Rdc o rdm sono innanzitutto strumento di libertà. Una libertà che evidentemente ci è stata tolta a causa di una crisi che produce ingiustizie ed esclusione sociale da oltre 10 anni e che ha generato il più grande aumento di disuguaglianze e povertà mai visto dopo la seconda guerra mondiale. Uno strumento, dunque, da intendere anche come necessario a ridistribuire una piccola parte della ricchezza sequestrata dalle elite economiche e finanziare grazie a politiche economiche che continuano a far pagare la crisi a ceti medi e ceti popolari. I numeri lo confermano: la povertà in Italia è triplicata così come sono triplicati i miliardari. Peccato che questi ultimi sono 112 e gli impoveriti più di 5 milioni. La gigantesca sproporzione racconta il furto di diritti, speranze e democrazia fatto dalle elite in questi anni, sostenute su ogni provvedimento legato all’austerità, ai tagli al sociale, alle privatizzazioni, ai salvataggi bancari, ad una fiscalità regressiva, alle ingiustizie ambientali che producono maggiori disuguaglianze sociali, proprio da quelle stesse forze politiche che oggi dicono di avversarle e strillano “prima gli italiani”. Sono queste misure che hanno determinato il contesto nel quale il provvedimento del governo si inserisce. Ed è un contesto che non sarà minimamente scalfito dall’introduzione del Rdc. E non solo perché non siamo dinanzi a quella rivoluzione annunciata per aver approvato un sussidio di povertà, non certo un vero Rdc, ma perché il resto delle misure messe in campo allargherà la distanza tra ricchi e poveri, renderà più precario il lavoro, più forte lo sfruttamento e la ricattabilità, intensificherà la guerra tra poveri scatenata scientificamente dalla violenza del linguaggio e delle misure messe in campo proprio da questo governo. Il provvedimento varato dal governo è coerente con la cultura politica manifestata da Lega e M5S: attraverso una misura spot si pone come obiettivo il controllo ed il governo dei poveri e la loro occupabilità nei confronti delle imprese. Il governo continua a distrarre l’opinione pubblica dalle cause della crisi, dalle responsabilità delle scelte politiche fatte, dalle alternative possibili in campo, spostando la colpa del peggioramento delle condizioni di vita del paese sugli impoveriti, sui migranti e su presunti nemici internazionali. Un governo forte con i deboli e debole con i forti, continuamente in campagna elettorale alla ricerca di consenso con ogni mezzo (o divisa).

A tutto questo abbiamo il dovere, il diritto e la responsabilità di ribellarci, continuando ad organizzarci, rafforzando le nostre alleanze su proposte concrete in grado di sconfiggere disuguaglianze ed esclusione sociale, raccontando la verità anche quando è scomoda. Dobbiamo ricordare innanzitutto a noi stessi che l’unico obbligo previsto dalla Repubblica per noi cittadini è all’art.2, ed è quello alla Solidarietà. Mentre per il governo l’obbligo previsto è all’art3, e consiste nel lavorare per rimuovere gli ostacoli che limitano libertà ed uguaglianza impedendo lo sviluppo e la partecipazione di tutti alla vita del paese. In gioco non c’è una misura di sostegno al reddito, ma il diritto all’esistenza di tutti e tutte.

8 Febbraio 2019 / by / in , ,
Sui beni comuni la bussola resta la Commissione Rodotà

Di Gaetano Azzariti – Il Manifesto 7 febbraio 2019

Si addensano nubi a sinistra anche sul tema dei beni comuni. Una delle categorie giuridiche innovative. È in nome dei beni comuni, infatti, che si sono sviluppate lotte che hanno permesso di contrastare le politiche più filo-liberiste dei governi dell’ultimo decennio.

Basta ricordare come, dopo la “Commissione Rodotà”, nel 2011, un referendum vittorioso pose al centro del dibattito la questione della necessità di preservare alcuni beni e garantirne l’uso al di fuori delle logiche di mercato e di profitto. L’acqua-bene comune non fu solo uno slogan, ma un modo per cercare di affermare un uso delle risorse al fine essenziale di garantire diritti fondamentali delle persone. Fu aperto un grande laboratorio per l’innovazione culturale, ma anche una faticosa battaglia politica.

Le difficoltà si manifestarono subito: due mesi dopo i referendum un decreto legge tentò di ripristinare le stesse norme appena cancellate dal corpo elettorale, e solo un provvidenziale intervento della Consulta permise di lasciare aperta la partita. Da allora un disegno di legge sui servizi pubblici idrici giace in Parlamento, in attesa di essere approvato.

Ma quel che più rattrista è che lo scontro ha ormai investito gli stessi fautori del cambiamento, dividendo proprio quei soggetti critici che dovrebbero esprimere la massima attenzione per l’istituzionalizzazione di beni extra-commercium posti al servizio dei diritti fondamentali delle persone. Alcune diversità – in realtà – avevano avuto modo di manifestarsi da tempo.

La seconda Commissione Rodotà, che nel 2013 attraversò l’Italia partendo dal Teatro Valle Occupato, si concluse con un nulla di fatto, registrando sensibilità differenti (il lettore del manifesto ricorderà articoli polemici molto espliciti, scritti dai protagonisti di quella esperienza). C’era, però, almeno una sensazione comune tra i partecipanti: si stava marciando tutti verso una medesima direzione. La lotta al neoliberismo dominante si accompagnava alla consapevolezza della difficoltà di elaborare un nuovo paradigma generale.

Oggi invece assistiamo alla diaspora e alla perdita della visione in comune. Si è passati, in sostanza, da un confronto dialettico aperto, per molti aspetti assai proficuo, alla unilateralità delle diverse posizioni. Facendo fare enormi passi indietro alla definizione di una categoria di beni che “esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona”.

Così alcuni immaginano che i beni comuni (il cui impianto culturale si rivelerebbe addirittura “succube al paradigma liberista”) possano rappresentare un cavallo di troia per la svendita del patrimonio e degli spazi pubblici; altri enfatizzano i rischi legati ad una supposta burocratizzazione e i vincoli prodotti dai criteri contabili internazionali che l’istituzione dei beni comuni deve contemplare; altri ancora, all’opposto, collegano forzatamente la lotta per i “beni comuni” ad ulteriori finalità politiche, in particolare immaginando un’indeterminata ed ossimorica “istituzione costituente a diritto invariato”; in diversi, infine, si preoccupano del rischio di uno stravolgimento dei principi e criteri direttivi che potrebbe compiere questo governo una volta che fosse investito del potere delegato. Tutti convinti sostenitori delle proprie verità assolute.

Ed invece dovremmo ritrovare un terreno di dialogo. Tutti con maggiore umiltà, consapevoli che i beni comuni rappresentano una sfida che può essere raccolta solo se riusciremmo a proporre una rivoluzione antropologica, prima ancora che politica o culturale. Una lunga marcia per affermare una nuova concezione del diritto che ponga alcuni beni al servizio dei diritti fondamentali delle persone. Proprio quella rivoluzione già scritta, ma non ancora realizzata, nell’articolo 2 della nostra costituzione.

È entro questa comune visione complessiva che possono trovare ascolto le diverse questioni che oggi agitano il dibattito e che – a ben vedere – sono sempre state parte del dialogo sui beni comuni. Da sempre ci si è domandati se l’attribuzione al demanio necessario garantisca a sufficienza questo genere di beni ovvero se è possibile anche una titolarità, non tanto a privati, quanto a comunità d’utenti a cui possono essere trasferiti servizi pubblici generali ai sensi dell’articolo 43 della costituzione; è giusto interrogarsi sulla collocazione dei beni comuni nella tensione mai risolta tra Stato comunità e Stato persona giuridica; dovremmo anche immaginare nuovi strumenti giuridici per favorire la partecipazione popolare, magari senza farsi troppe illusioni sulle virtù dell’azionariato popolare.

L’estensione della categoria ha rappresentato il vero punto dolente del dibattito sin qui sviluppato: tra i “minimalisti” (acqua, foreste e poco più) e “massimalisti” (gran parte dei diritti civili e sociali, dei beni urbani e culturali, dei beni materiali e proprietari) si rischia di perdere il fondamento costituzionale che rappresenta l’unico possibile ancoraggio per dare seguito alla “ragionevole follia” dei beni comuni.

Ci si dovrebbe sedere attorno ad un tavolo per riflettere e poi riprendere la faticosa marcia verso una nuova definizione dei beni al servizio dei diritti fondamentali. Invece, negli ultimi tempi si assiste allo spettacolo della delegittimazione reciproca. Da questo gioco al massacro ne usciremmo tutti malconci. Più divisi e soli di prima.

Un invito alla responsabilità comune e una preghiera: non dissipiamo inutilmente la lezione di Stefano Rodotà – il padre riconosciuto dei beni comuni – il quale ci ha indicato una rotta, sta a noi percorrerla. Un lascito di cui nessuno può ritenersi unico interprete, ma che tutti rischiamo di perdere.

8 Febbraio 2019 / by / in
La reale platea del reddito di cittadinanza

Nel corso dell’audizione al Senato sul cosiddetto decretone reddito-pensioni, il provvedimento che include il Reddito di Cittadinanza, Tito Boeri, presidente dell’Inps, ha ricordato come la platea dei possibili beneficiari del reddito di cittadinanza potrebbe essere molto inferiore alle stime iniziali del governo. Luigi Di Maio aveva parlato di 5 milioni quando, in realtà, la misura coinvolgerebbe  soltanto una platea di 1,2 milioni di nuclei e 2,4 milioni di persone. Il 50% dei nuclei sarebbero senza redditi e comunque senza redditi da lavoro “tra i quali si celano anche gli evasori e i sommersi totali”, sottolinea Boeri. 

I calcoli sono semplici: nove milioni di persone che versano in uno stato di povertà relativa, un terzo della popolazione a rischio di esclusione sociale, e milioni di persone  in uno stato di povertà assoluta saranno tenuti fuori dalla misura di reddito così come pensata. 

Molto lontano dalle promesse iniziali, il Reddito di Cittadinanza non rispecchia nemmeno quanto stabilito dalle risoluzioni europee a partire dal 1992 e dai Pilastri Sociali Europei.  Mentre il governo gialloverde annuncia il portale del sussidio alla povertà (uno sfondo blu e un sottotitolo “Una rivoluzione per il mondo del lavoro”), continuano ad essere molte le perplessità oggettive. Non solo secondo Boeri, che elenca, tra gli altri effetti negativi, anche il rischio che la misura si trasformi in un disincentivo al lavoro, ma anche secondo il CENSIS che, in una indagine sul welfare aziendale elaborata con Eudaimon, nota come negli ultimi dieci anni  (2007-2017) il numero di occupati nel Paese è diminuito dello 0,3% e, chi lavora, lavora sempre di più. Un paradosso italiano che conferma come il cosiddetto Reddito di Cittadinanza non solo non abolirà la povertà ma non garantirà nemmeno delle politiche occupazionali con una visione politica di ampio respiro.  

6 Febbraio 2019 / by / in ,
Lavoro, il paradosso italiano: ce n’è di meno e si fatica di più

Invecchiamento della popolazione lavorativa, soprattutto nella pubblica amministrazione, e aumento della forbice nei salari hanno peggiorato il benessere degli occupati. Il welfare aziendale come possibile via di fuga30 Gennaio 2019

Diminuisce la creazione di lavoro, crescono gli affanni legati alla propria occupazione. E’ il “paradosso italiano” messo in evidenza dal Censis in una indagine sul welfare aziendale elaborata con Eudaimon.

Il Censis sintetizza il concetto nel “lavorare pochi, lavorare troppo” e parte nella sua analisi dal rilevare come l’ultimo decennio sia stato deficitario per il numero di occupati nel Paese, con un saldo negativo nel periodo della grande recessione (2007-2017) dello 0,3%. Un dato che si confronta con performance migliori altrove in Europa: è infatti aumentato in Germania (+8,2%), Uk (+7,6%), Francia (+4,1%) e nella media dell’Unione (+2,5%).

A fronte di questa situazione, il ‘percepito’ dei lavoratori descrive un incremento del carico, nonostante le statistiche ufficiali sulle ore lavorate abbiano in passato mostrato come l’economia nel complesso abbia faticato a recuperare i livelli lavorativi antecedenti la crisi, tanto che si è più volte parlato di boom dei part-time e del peggioramento della qualità del lavoro offerto. Secondo il Censis, in ogni caso, il 50,6% dei lavoratori afferma che negli ultimi anni “si lavora di più, con orari più lunghi e con maggiore intensità”. Il rapporto indica che “sono 2,1 milioni i lavoratori dipendenti che svolgono turni di notte, 4 milioni lavorano di domenica e festivi, 4,1 milioni lavorano da casa oltre l’orario di lavoro con e-mail e altri strumenti digitali, 4,8 milioni lavorano oltre l’orario senza pagamento degli straordinari. E con effetti “patologici rilevanti”: 5,3 milioni provano sintomi di stress da lavoro (spossatezza, mal di testa, insonnia, ansia, attacchi di panico, depressione), 4,5 milioni non hanno tempo da dedicare a se stessi 2,4 milioni vivono contrasti in famiglia perché lavorano troppo”.

CALCOLA IL TUO STIPENDIO GIUSTO

Questo quadro di peggioramento delle condizioni percepite, probabilmente si deve anche agli altri fattori che sono entrati in gioco: invecchiamento della popolazione lavorativa, difficoltà di trovare sbocchi per i giovani, aumento della forbice salariale tra meglio e peggio retribuiti. Ricorda il Censis che vent’anni fa, nel 1997, “i giovani di 15-34 anni rappresentavano il 39,6% degli occupati, nel 2017 sono scesi al 22,1%. Le persone con 55 anni e oltre erano il 10,8%, ora sono il 20,4%”. I lavoratori ‘anziani’ si trovano soprattutto nella pubblica amministrazione (il 31,6% del totale, con una differenza di 13,5 punti percentuali in più rispetto al 2011), che come noto è stata interessata dai lunghi congelamenti del turnover e delle assunzioni che hanno reso difficile il ricambio generazionale. Non per nulla, ora i sindacati temono che con la possibilità di uscire con Quota 100 si generi un esodo massiccio che rischia di mettere a repentaglio l’efficienza della macchina pubblica. Anche i settori istruzione, sanità e servizi sociali (il 29,6%, il 7,4% in più) si caratterizzano per la presenza di lavoratori più avanti negli anni. “I millennial invece sono più presenti nel settore alberghi e ristoranti (39%) e nel commercio (27,7%)”.

Quanto ai salari, rispetto al 1998, nel 2016 “il reddito individuale da lavoro dipendente degli operai è diminuito del 2,7% e quello degli impiegati si è ridotto del 2,6%, mentre quello dei dirigenti è aumentato del 9,4%. Nel 1998 il reddito da lavoro dipendente di un operaio era pari al 45,9% di quello di un dirigente ed è diminuito al 40,9% nel 2016. Quello di un impiegato era il 59,9% di quello di un dirigente e si è ridotto al 53,4% nel 2016. Le retribuzioni da lavoro dipendente degli impiegati sono sempre più schiacciate su quelle degli operai e sempre più distanti da quelle dei dirigenti”, lamenta il Censis.

In questo contesto, una via di fuga è proprio rappresentata dalle forme di welfare aziendale che contrastano la riduzione generalizzata del benessere dei lavoratori. “Da una indagine su 7.000 lavoratori che beneficiano di prestazioni di welfare aziendale risulta che l’80% ha espresso una valutazione positiva, di cui il 56% ottima e il 24% buona”. Cosa chiedono i diretti interessati? “Al primo posto c’è la tutela della salute con iniziative di prevenzione e assistenza (42,5%), seguono i servizi di supporto per la famiglia (servizi per i figli e per i familiari anziani) (37,8%), le misure di integrazione del potere d’acquisto (34,5%), i servizi per il tempo libero (banca delle ore e viaggi) (27,3%), i servizi per gestire meglio il proprio tempo (soluzioni per risolvere incombenze burocratiche e il disbrigo delle commissioni) (26,5%), infine la consulenza e il supporto per lo smart working (23,3%)”.

https://www.repubblica.it/economia/miojob/lavoro/2019/01/30/news/censis_lavoro-217819152/

31 Gennaio 2019 / by / in
Come ingrossare le file dell’irregolarità: lo sgombero del CARA di Castelnuovo di Porto

Di Valentina Calderone – A buon Diritto Onlus

La vicenda dello sgombero del CARA (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo) di Castelnuovo di Porto suscita più di qualche perplessità.

Senza avere alcuna intenzione di difendere un luogo che presentava molti problemi, sia dal punto di vista strutturale che dell’isolamento rispetto al centro abitato, quello su cui sembra importante porre l’attenzione sono le modalità con cui si è deciso di chiudere il centro e trasferire gli oltre 500 ospiti.

La cooperativa Auxilium, ente gestore del Cara, aveva un contratto in proroga con scadenza il 31 gennaio 2019 ma, nonostante chi di competenza fosse a conoscenza della volontà di non prorogare ulteriormente l’affidamento, tutta l’operazione di trasferimento è stata organizzata in meno di dieci giorni. Da quanto abbiamo potuto apprendere dai colloqui avuti sia con gli ospiti sia con gli operatori della cooperativa, la vicenda ha presentato gravi lacune amministrative e, soprattutto, la gestione dello sgombero è stata fatta senza prestare alcuna attenzione alle persone che, chi più e chi meno, consideravano quel posto come la loro casa.

Nonostante la legge preveda la sussistenza di motivate ragioni e il diritto della persone a ricevere comunicazione dell’esatto indirizzo di destinazione, niente di tutto ciò è stato rispettato. Il dipartimento libertà civili e immigrazione del ministero dell’Interno ha comunicato i “numeri” di quanti dovevano essere trasferiti: 50 persone in Piemonte, 40 in Emilia Romagna, 30 in Abruzzo… e così via. Nessuna indicazione da parte del ministero sui nomi delle persone coinvolte, nessuna valutazione, quindi, sulle loro storie personali, sui percorsi intrapresi, sui legami stabiliti. Delle loro volontà e aspirazioni, ovviamente, neanche a parlarne. Trattati come dei pacchi – con la differenza che su questi ultimi si scrive almeno l’indirizzo – queste persone sono state sradicate da un giorno all’altro, messe su un pullman e fatte partire verso destinazioni ignote.

Quasi 450 persone frequentavano la scuola, molti facevano sport, lavoravano ed erano coinvolti in attività di volontariato insieme ai cittadini di Castelnuovo di Porto. La grande solidarietà manifestata dagli abitanti dimostra un coinvolgimento attivo dei cittadini, anche grazie all’intelligenza dell’amministrazione locale che evidentemente ha saputo attrarre risorse e competenze e permettere un effettivo scambio e una vera conoscenza tra i nativi e i nuovi arrivati. D’altra parte, sicuramente, c’è la forte preoccupazione per la possibile perdita di 120 posti di lavoro, molti dei quali erano occupati proprio da abitanti del luogo.  

Quello che è importante monitorare adesso, a pochi giorni dalla fine di questa operazione, è il destino delle persone coinvolte nei trasferimenti. Quasi trecento di loro hanno un procedimento aperto presso il tribunale di Roma relativamente alla richiesta di protezione internazionale, alcuni avevano già la data dell’audizione in Commissione territoriale per la domanda d’asilo, altri attendevano notifiche di documenti importanti. Chi ha pensato a salvaguardare i percorsi già intrapresi da queste persone? Chi si occuperà di far rispettare il diritto a seguire da vicino le loro pratiche legate alla possibilità di ottenere il permesso di soggiorno?

Speriamo di essere smentiti dai fatti, ma l’impressione è che questa modalità di sgombero segua una logica ben precisa: disperdere le persone sul territorio, far perdere le loro tracce, impedirgli di fare tutto il possibile per avere un documento. Una grande operazione per agevolare e ingrossare le file dell’irregolarità, ecco cosa ci è sembrato lo sgombero del Cara di Castelnuovo di Porto.

30 Gennaio 2019 / by / in
Ad alta voce! Politiche fiscali regressive = maggiori disuguaglianze

29 gennaio – Rete dei Numeri Pari

Sono passati dieci anni da quando la crisi finanziaria ha scosso gli equilibri economici mondiali. In questo lasso di tempo, il divario tra ricchi e poveri non solo si è allargato, ma ha raggiunto dimensioni allarmanti. Lo racconta l’annuale rapporto Oxfam “Bene pubblico o ricchezza privata?”, una denuncia a come il persistente divario comprometta i progressi nella lotta alla povertà, danneggi le nostre economie e alimenti la rabbia sociale in tutto il mondo.

Negli anni successivi alla crisi finanziaria il numero dei miliardari è raddoppiato e i loro patrimoni aumentano di 2,5 miliardi di dollari al giorno per un totale di 900 miliardi di dollari, mentre quella della metà più povera dell’umanità, composta da 3,8 miliardi di persone, si è ridotta dell’11%. Ci si aspetterebbe una tassazione maggiore, e invece i super ricchi e le grandi imprese sono anche soggetti alle aliquote fiscali più basse registrate da decenni. Si pensi che solo 4 centesimi per ogni dollaro di gettito fiscale provengono da imposte patrimoniali. Nei Paesi ricchi, in media, la più alta aliquota di imposta sul reddito delle persone fisiche è passata dal 62% nel 1970 al 38% nel 2013, mentre nei Paesi in via di sviluppo è pari al 28%. In alcuni paesi, come Regno Unito e Brasile, considerando insieme imposte sui redditi e sui consumi,  il 10% più povero della popolazione paga più imposte in proporzione al proprio reddito del 10% più ricco.

Una cospicua parte di redditi finanziari degli individui più facoltosi svanisce offshore, mentre i redditi di molte imprese multinazionali sfuggono all’imposizione fiscale. I super-ricchi occultano al fisco 7.600 miliardi di dollari e anche le grandi corporation trasferiscono enormi profitti verso paradisi fiscali societari. Elusione ed evasione fiscale, nell’insieme, sottraggono ai Paesi in via di sviluppo 170 miliardi di dollari all’anno.

È chiaro come qualcosa non funziona nella nostra economia. Chi si trova all’apice della piramide distributiva continua a godere in maniera sproporzionata dei benefici della crescita economica, mentre centinaia di milioni di persone vivono in condizioni di estrema povertà. Una cifra che ha dietro volti e storie di, ad esempio, 262 milioni di bambini che non potranno andare a scuola, quasi 10.000 persone che moriranno in quanto non hanno accesso a cure mediche, 16,4 miliardi di ore di lavoro di cura non retribuito saranno svolti prevalentemente da donne che, a livello globale, guadagnano il 23% in meno rispetto agli uomini.

Tutto ciò è risultato diretto della disuguaglianza e del fatto che da decenni la prosperità affluisce in misura sproporzionata verso il vertice della piramide sociale. In base al World Inequality Report del 2018, tra il 1980 e il 2016 il 50% più povero dell’umanità ha ricevuto soltanto 12 centesimi per ogni dollaro di incremento del reddito globale, mentre l’1% più ricco si è aggiudicato 27 centesimi. Una dinamica che mette a repentaglio, secondo la Banca Mondiale, il raggiungimento dell’obiettivo di sconfiggere la povertà estrema entro il 2030, come fissato dall’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. Ancora 3,4 miliardi di persone vivono con meno di 5,50 dollari al giorno. Di questi, 2,4 miliardi di persone sono da considerarsi “estremamente povere”. 

È evidente che questo incremento mostruoso della povertà sia stato indotto anche dai massicci tagli alle spese sociali nei bilanci nazionali e, soprattutto, comunali. Ed ecco come l’impatto di politiche di bilancio che hanno dato priorità alla sicurezza economica di una classe di privilegiati hanno invece lasciato soli e fragili non solo gli individui, ma anche tutti quegli organismi sociali, dal mondo del volontariato e del terzo settore, che tradizionalmente sono i primi ammortizzatori della povertà.

 

29 Gennaio 2019 / by / in ,
Questo “reddito di cittadinanza” non combatte la povertà

di Ilaria Sesana — 28 gennaio 2019

“Il provvedimento varato dal governo sul reddito di cittadinanza non abolisce la povertà. Al contrario, rischia di amplificare le diseguaglianze e far crescere la povertà. Una gigantesca operazione di distrazione di massa che sposta le responsabilità della crisi su poveri e impoveriti”. Giuseppe De Marzo, economista e giornalista, è stato tra gli animatori della campagna “Miseria ladra”, promossa nel 2013 da Libera, Gruppo Abele e campagna “Sblianciamoci” che aveva come obiettivo il contrasto alla povertà, alle diseguaglianze e alla marginalità sociale. Nei giorni scorsi ha pubblicato una dettagliata analisi del decreto che istituisce il reddito di cittadinanza.

“Già nel 2013 i dati ISTAT facevano fotografavano un aumento fuori norma del numero delle persone in povertà in Italia e una crescita della diseguaglianza sociale -spiega De Marzo ad Altreconomia-. Per questo motivo la campagna avanzava una serie di richieste molto precise tra cui quella di un ‘reddito di dignità’. Quella proposta venne sottoscritta e promossa anche da 91 deputati e 35 senatori del Movimento 5 stelle”.

Perché serve un reddito minimo garantito?
GDM Può rappresentare uno strumento straordinario non solo per eliminare le diseguaglianze e garantire dignità alle persone, ma anche per contrastare le mafie. Sappiamo che la povertà aumenta la ricattabilità delle persone più vulnerabili: per noi la giustizia sociale è il presupposto per contrastare le mafie.

Che cosa è rimasto di quella proposta in quello che è stato definito oggi come reddito di cittadinanza?
GDM Il provvedimento è totalmente diverso rispetto ai contenuti del documento sottoscritto dai deputati del M5S nella scorsa legislatura: è un sussidio di povertà, perché non rispetta i principi che determinano le caratteristiche del reddito minimo garantito, così come definito dalle risoluzioni europee, da studi e ricerche scientifiche. Che è una misura individuale e non familiare; deve essere erogato in base al criterio della residenza e non della cittadinanza. Inoltre l’accessibilità al reddito minimo deve essere garantita a tutti coloro che si trovano sotto una certa soglia economica, non deve vessare il beneficiario attraverso stringenti contropartite e forme di condizionamento e, non meno importante, al beneficio economico si aggiunge il diritto a servizi sociali di qualità. Su ciascuno di questi principi il governo fa poco o fa l’opposto.

Quali sono i limiti più evidenti della misura varata dall’esecutivo?
GDM Innanzitutto il fatto di aver inserito una soglia di accesso, che di fatto riduce a meno della metà la quota degli aventi diritto: circa 4,3 milioni su 9,3 milioni di persone che vivono sotto una certa soglia di reddito. Inoltre il beneficio non viene garantito fino al miglioramento della propria condizione economica, ma viene interrotto dopo 12/18 mesi ed è legato a politiche di workfare che incentivano assunzioni sotto qualificate a costi ridotti per le imprese. C’è il criterio della cittadinanza, che penalizza i cittadini di origine straniera. Infine, particolarmente significativa, la mancanza di un’offerta di servizi sociali di qualità, così da definire un ventaglio di interventi mirati e diversificati in base alle esigenze delle persone

Giudicate adeguata la copertura economica del provvedimento?
GDM Noi stimavamo fossero necessari tra i 16 e i 17 miliardi di euro l’anno, il provvedimento attuale ne mette a disposizione 6,11 per il 2019, in crescita fino agli 8,2 miliardi del 2021. Inoltre questo provvedimento avrebbe dovuto essere realizzato con la fiscalità generale, e non in deficit come invece è stato fatto, perché questo porta all’aumento del debito pubblico.

Un intervento a integrazione del reddito è una misura sufficiente?
GDM Anche se questo intervento fosse stato realizzato con i parametri che avevamo indicato ai tempi della campagna “Miseria ladra” non sarebbe stata risolutiva e non avrebbe sconfitto la povertà, che non dipende solo dalla mancanza di redditi, ma dal lavoro mal pagato, dai tagli alla spesa sociale, da politiche fiscali regressive e della mancanza di investimenti. C’è poi un ulteriore elemento da tenere in considerazione.

Quale?
GDM Ci troviamo di fronte a una lettura semplificata oltre che propagandistica della situazione: ci troviamo di fronte a una crisi complicata e che richiede un cambio di paradigma. Quella che viene proposta è una visione semplificata e propagandistica della realtà che mira a far cadere le colpe della situazione in cui ci troviamo sui più poveri e sui migranti. Quando invece il vero problema sono le diseguaglianze e tutte quelle norme che sono state approvate negli ultimi anni che hanno portato alla precarizzazione del lavoro e al taglio dei fondi per il welfare.

© riproduzione riservata

https://altreconomia.it/reddito-di-cittadinanza-poverta/

29 Gennaio 2019 / by / in
Abbandoni scolastici, un disastro per l’intera società

Di Floriana Bulfon – 29 gennaio 2019

Per la prima volta dopo dieci anni di interrotta diminuzione, nel 2017 in Italia le uscite precoci dal sistema scolastico sono aumentate. Oltre a rischiare l’esclusione sociale, questi ragazzi sono a volte facili prede della criminalità organizzata. C’è però chi non abbassa le braccia.

ragazzi giocano con la neve con sullo sfondo la torre di Pisa
Nel 2017, secondo l’Istat, i giovani di 18-24 anni con la licenza media non inseriti in un percorso di istruzione o formazione sono arrivati al 14%. In Europa solo a Malta, in Romania e in Spagna il tasso è più elevato.
(Keystone / Fabio Muzzi)

“Andavo a scuola, ma stavo ore in bagno”. Andrea fa avanti e indietro lungo il muretto di un giardino di cemento, lo skate sotto ai piedi e la bora che tira forte e lo ribalta. Andrea vive a Trieste con la mamma disoccupata e il papà che lavora in fabbrica “però non guadagna tanto, andiamo avanti come riusciamo”. Andrea ha sedici anni e la prima media. L’hanno sospeso per un banco bruciato con l’accendino e bocciato già tre volte. “Il fatto è che mi annoio spesso”, spiega. Cos’è la noia? “È un tunnel che se lo prendi bene, se ci entri bene, non ne esci”. E la scuola è noia: “Perché è fuori dalla realtà”.

“La noia? È un tunnel che se lo prendi bene, se ci entri bene, non ne esci. E la scuola è noia perché è fuori dalla realtà.”

Mille e cinquecento chilometri più a sud Mario aspetta seduto sulle scale dei palazzoni di cartongesso feriti dallo scirocco. Tra frigo e materassi su un muro qualcuno ha scritto “la tua invidia è la mia fortuna”. Mario ha quattordici anni, quattro fratelli e vive allo Zen, la Zona Espansione Nord di Palermo. “A scuola ci vado, ma solo un po’”, precisa. Ogni tanto aiuta il padre parcheggiatore abusivo. “Non commetto reati”, afferma. Altri alla sua età li ritrovi già a fare le vedette, a nascondere pistole e cristalli di cocaina. Comprati dai boss “con venti euro e due canne”.

È l’Italia degli adolescenti che abbandonano la scuola, confinati ai margini e privati del futuro. Un disastro per l’intera società perché la voragine in cui vengono inghiottiti produce esclusione sociale, povertà e necessità di altro intervento dello Stato.

Abbandoni scolastici in crescita

Per la prima volta dopo dieci anni di ininterrotta diminuzione aumentano le uscite precoci dal sistema scolastico. Nel 2017, secondo l’IstatLink esterno, i giovani di 18-24 anni con la licenza media non inseriti in un percorso di istruzione o formazione sono arrivati al 14% (erano il 13,8% nel 2016). L’Italia è al quartultimo posto in Europa. Fanno peggio solo Malta (18,6%), Spagna (18,3%) e Romania (18,1%).

L’obiettivo in base alla strategia Europa 2020 è stato fissato a meno del 10%, ma lungo la Penisola le quote di giovani che abbandonano prematuramente gli studi sono differenti: dai sette alunni ogni cento in Abruzzo a uno su cinque in Sicilia, Sardegna, ma anche in province del centro-nord come Imperia ed Arezzo.  A lasciare sono spesso i giovani più svantaggiati, un meccanismo che aggrava le diseguaglianze e che spesso non è sostenuto da politiche lungimiranti.

Spese per la scuola diminuiscono

OpenPolisLink esterno, l’osservatorio civico che in Italia si occupa di accesso ai dati pubblici, ha stilato un’accurata analisi e messo in luce la contrazione della percentuale di spesa pubblica dedicata all’istruzione. E così l’Italia, che già prima della crisi si trovava nella seconda metà della classifica europea, è scivolata in basso. Nel 2016 ha speso solo il 3,9% in rapporto al prodotto interno lordo, quintultima tra i 28 paesi dell’Unione europea. La media è del 4,7%. In Svizzera tocca il 5,6%, con un tasso di abbandono che dal 7,7% nel 2008 è passato in meno di dieci anni al 4,5%.

ragazzi in una scuola
Nel 2016 per la scuola l’Italia ha speso solo il 3,9% del prodotto interno lordo, quintultima tra i 28 paesi dell’Unione europea.
(Reuters/Max Rossi )

La quantità di spesa da sola non è una garanzia della qualità del sistema educativo, ma è un indice delle priorità per il Paese.  Basti considerare che tra chi abbandona gli studi quasi uno su due si ritrova disoccupato. Un circolo vizioso che porta in aula l’eredità dell’esclusione.

I figli della crisi sono oltre un milione

La diseguaglianza cresce, con una moltitudine nell’abisso. Oggi i figli della crisi sono oltre un milione, bambini che non possono permettersi un’alimentazione adeguata, un’abitazione riscaldata. Chi ha meno di 17 anni ha una probabilità di diventare povero cinque volte più alta rispetto ai propri nonni.

Come spiega Save The Children nel suo ‘Atlante dell’infanziaLink esterno’, l’ambiente condiziona la crescita e il futuro. Sono sufficienti pochi chilometri per varcare la soglia della segregazione educativa: a Napoli nel borghese quartiere del Vomero a essere senza diploma di scuola secondaria è solo il 2%, tra le vele di Scampia il 20%. Ragazzi che faticano a riscattarsi anche diventando grandi, privati dell’opportunità di apprendere, sperimentare, far fiorire talenti e aspirazioni. Uno spreco generazionale che segna una sconfitta per la democrazia.

E intanto dal 1995 a oggi il Belpaese ha perso lungo la strada tre milioni e mezzo di studenti. A certificarlo è un dossier di Tuttoscuola che confronta il numero di quanti sono entrati in istituti tecnici, professionali o licei e quanti ne sono usciti cinque anni dopo con un titolo. Uno su tre è scomparso e il costo degli abbandoni, guardando ai 23 anni presi in considerazione dal dossier, è di 55,4 miliardi di euro.

“Qui non mi sento scemo”

Un fallimento che cercano di arginare insegnanti di frontiera, maestri di strada, associazioni. Andrea oggi frequenta le aule del centro SMaC. Cinque giorni di lezioni con insegnanti volontari che lo aiutano a conseguire il diploma di terza media. Il progetto “Non uno di meno” della Comunità San Martino al Campo condivide con le scuole tradizionali gli stessi programmi, ma coinvolge i ragazzi con una didattica personalizzata, lezioni di educazione alla relazione e affettività, laboratori dal giardinaggio al recupero di bicilette dismesse. “Qui non mi sento scemo” dice.

Ed è proprio da questa svalutazione che inizia spesso l’abbandono. Dimostrare di preoccuparsi di loro anche se si vive in una delle più grandi piazze di spaccio d’Europa. “Chi perde i propri ragazzi non ha una scuola”, sostiene Eugenia Canfora, preside dell’Istituto professionale del Parco Verde, a Caivano, alle porte di Napoli.

Insieme a un gruppo di insegnanti è il simbolo della resistenza, di chi considera l’insegnamento uno dei valori più importanti della società. “Appena arrivo a scuola vado a cercarli, a chiamarli uno per uno, anche in giro per i bar”, racconta ai Dieci Comandamenti di RaiTre. In questa periferia dove i diritti costituzionali sono disattesi e negati, la scuola è l’unica l’unica strada per infondere i principi della legalità, l’unica porta aperta per garantire un futuro.

“Appena arrivo a scuola vado a cercarli, a chiamarli uno per uno, anche in giro per i bar.”

“Qui ci vorrebbero i professori migliori d’Italia, i più motivati. Invece, spesso arrivano persone che non riescono a reggere questo ambiente e non vedono l’ora di andarsene”, dice la Canfora.

Riannodare i fili

La sua sfida è portare in classe quelli che sono “come figli suoi”. Perché “bisogna ascoltare, capire i ragazzi che vivono qui poiché nessuno sceglie di spacciare”, spiega un’operatrice che allo Zen, nel silenzio, cerca di riannodare i fili e costruire alternative. Perché lo Zen, stereotipo di inferno, bisogna guardarlo “da dentro e dal basso”, scrive l’antropologo Ferdinando Fava. 

vista dall'alto del quartiere Zen di Palermo
Il quartiere Zen di Palermo.(wikimedia.org)

Rosalia cammina tra bottiglie di plastica che rotolano. “Tutti i giorni mi devo difendere”, dice. Undici anni e l’ombretto “abbinato al colore della maglietta”. Luca tira un calcio al pallone. Marco gli corre dietro. È tornato da poco dalla Germania: “A me lì non piace, perché chiamano subito la polizia”. “La polizia mi fa schifo”, precisa Luca, che oggi ha vinto 120 euro. “Ho chiuso la bolletta, glieli ho dati a mia madre per la spesa”. Sale scommesse a ogni angolo per sperare e riciclare. Questi bambini di dieci anni hanno una regola: “Quando ci fermano al centro commerciale è meglio non scappare. Ti portano da tua madre e deve pagare quello che hai rubato”.

“Io non scendo mai a Palermo”, dice Maria. Per lei il mondo si ferma qua. Adolescente con le trecce e “un po’ di problemi con la giustizia”, ha picchiato una vigilessa e “anche il vigile, ma nel foglio non c’è scritto”, ammette con candore.

Facili prede della criminalità

Più in là Brancaccio è un’identità scritta a forza sulle saracinesche chiuse. “Qualcuno qui dice che la mafia è bella”, confessa un quindicenne. Un suo amico ha appena fatto una rapina, la prova violenta. Del resto, l’ultimo custode del libro mastro del pizzo aveva poco più che vent’anni. Negli “Stati Uniti”, la zona accanto al passaggio a livello pozzanghera di povertà, si smontano motorini, perché “le cose rubate qui ci possono stare”.

Giovanna ha quattordici anni e abita dietro a una porta con il nome scritto sul cartone. Sono in sei in una camera e cucina vista strada. Il padre, un passato da piccolo criminale, la accompagna negli scantinati da dove si sospetta sia partita la Fiat 126 che ha seminato la morte in via D’Amelio. Oggi ci sono grembiuli e disegni colorati, come voleva Padre Pino Puglisi. “Si portava i ‘picciriddi cu iddu'”, ha svelato il suo sicario Salvatore Grigoli. Questa la sua colpa: toglierli dalla strada. 

bara di Pino Puglisi
Parroco nel quartiere Brancaccio di Palermo, don Pino Puglisi è stato assassinato dalla mafia nel settembre del 1993.(José Luiz Bernardes Ribeiro)

“Non possiamo far finta di non vedere”

A Roma una ventina di docenti hanno deciso di mettersi insieme contro le mafie e la povertà. Emilia Fragale insegna a Centocelle, periferia Sud e dice: “Siamo intellettuali pagati dallo Stato per esercitare una funzione formativa. Per questo non possiamo fare finta di non vedere”. Si tratta di un gruppo di insegnanti costituitosi in maniera quasi spontanea, snello ed aperto a tutti, che si pone l’obiettivo di studiare e condividere proposte operative, buone pratiche, materiali didattici e formazione sul tema delle mafie nel pieno rispetto della Costituzione e degli obblighi della funzione docente”.

La scintilla è scattata proprio tra i quartieri Alessandrino e Centocelle “nei giorni di preparazione dell’assemblea cittadina su ‘Mafie, corruzione e zona grigia’ insieme alla Rete dei Numeri Pari” che è stata ospitata proprio nei locali dell’Istituto Comprensivo il 23 novembre scorso.

Il terreno nelle scuole del territorio, però, era fertile già da qualche anno: “La prima iniziativa l’abbiamo organizzata il 23 maggio del 2017, in occasione del 25esimo anniversario della strage di via Capaci – prosegue Emila Fragale. Abbiamo messo in scena al Teatro Biblioteca Quarticciolo un concerto delle orchestre degli indirizzi musicali del territorio insieme all’Istituto Comprensivo via Luca Ghini all’Alessandrino. Quel giorno si è tenuta anche una marcia di studenti e famiglie attraverso il quartiere con il coinvolgimento del Municipio V e la partecipazione di istituzioni ed associazioni autorevoli. Nonostante in molti quartieri sia acclarata dagli enti competenti la presenza delle organizzazioni criminali, la cittadinanza ne sembrava completamente inconsapevole. Fu un modo per iniziare a parlare con i ragazzi di questi temi”.

Nel frattempo una collaborazione “tra le scuole e la parrocchia di San Giustino Martire all’Alessandrino ha fatto scattare i laboratori di mutualismo sociale in quel quartiere”.

Perché “in molte aree della città scarseggiano i presidi sociali mentre la crisi economica dilaga. E non dobbiamo mai dimenticare che il fattore socio economico è fondamentale per reperire la manovalanza di cui si serve la criminalità per le sue attività su un territorio”. Un vero e proprio “welfare sostitutivo di fronte al quale i ragazzi devono essere preparati e dovrebbero poter avere un’alternativa.

“Una parte del percorso è nato nel segno di due simboli della lotta alle mafie come Falcone e Borsellino, ma sappiamo che gli eroi non servono”.

“Non azioni eclatanti, ma un lavoro costante”

È così che nei quartieri le scuole sono i presidi di formazione civica. “Una parte del percorso è nato nel segno di due simboli della lotta alle mafie come Falcone e Borsellino, ma sappiamo che gli eroi non servono. Quegli eroi erano semplicemente persone che facevano bene il proprio lavoro. Per questo siamo consapevoli che l’unico modo per incidere è lavorare bene nel quotidiano, tutti, in ogni settore”.

Il Coordinamento è nato anche per questo: “Nel mondo della scuola ci sono tante persone che fanno bene il proprio lavoro ma troppo spesso non abbiamo uno spirito di corpo – spiega Emila Fragale. E chi lavora su queste tematiche in alcuni contesti può sentirsi spaesato. Il nostro gruppo vuole essere invece un momento di studio e di confronto con qualunque insegnante voglia inserire questi temi nella propria didattica. Pensiamo a un portale dove mettere in comune materiali didattici, proposte di spettacoli, e corsi di formazione per l’aggiornamento professionale per docenti. Non azioni eclatanti ma un lavoro costante, a lungo termine”. 

Luoghi aperti, strumenti vivi di riscatto dove si rimette la cultura al centro costruendo relazioni di cura educativa. Per ritrovare i dispersi, quelli bocciati, cacciati, quelli che nessuno vuole più.

29 Gennaio 2019 / by / in