per approfondire

  • Home
  • per approfondire
Il paese diseguale

L’Italia cresce, poco, in modo diseguale e a tempo determinato. Questa è la fotografia scattata dalla Banca d’Italia e dall’Istat nelle ultime rilevazioni pubblicate nei giorni scorsi.

Se è vero che il Pil italiano cresce nell’ultimo trimestre dell’1,5%, la debole ripresa, trainata dai Paesi forti dell’Unione Europea, è accompagnata da forti e crescenti disuguaglianze, soprattutto tra nord e sud del Paese, da crescente povertà e da lavoro prevalentemente a somministrazione, quindi precario.

Secondo la Banca d’Italia è in aumento il numero di individui poveri, assoluti e relativi. Sono il 23% della popolazione, circa 13,5 milioni, che si uniscono agli ulteriori 3,5 milioni di individui che sono poco sopra la soglia e sono a rischio povertà. In tutto dunque 18 milioni, il 33% della popolazione. La soglia di povertà è fissata al 60% del reddito mediano, circa 860 euro al mese. Chi sta al di sotto di questa soglia è povero, e come abbiamo visto il dato è in costante aumento.

Aumentano le disuguaglianze in termini di ricchezza netta: il 30% più povero ne detiene solo l’1% (circa 6.500 €), di cui tre quarti sono a rischio povertà; invece, il 30% più ricco detiene il 75% della ricchezza (un reddito medio di 510.00€) – e il 40% di questa ricchezza è nelle mani del 5% ancora più ricco (circa 1,3 milioni).

In mancanza di un sostegno al reddito universale, la soluzione sarebbe quella di implementare politiche che producano occupazione, e di qualità. Ancora una volta, è l’Istat a dirci che l’occupazione è in aumento, ma solo quella a tempo e a somministrazione. E il Sud resta fortemente indietro rispetto al Nord.

Mentre le forze politiche che hanno vinto le elezioni si accordano per dare un nuovo governo al Paese, risulta necessaria e non più rimandabile una misura che sollevi dalla povertà chi ne è colpito: la proposta è quella piattaforma di 10 punti del Reddito di Dignità elaborata prima da Libera e poi dalla rete dei Numeri Pari sulla base della Direttiva Europea del 992 e della Carta di Nizza del 2000. Nel 2015 le reti sociali chiedevano che entro 100 giorni si approvasse una legge che introducesse il reddito minimo, ma, nonostante l’impegno di alcuni parlamentari di SEL, ora SI, e PD, nulla è stato fatto.

Con il reddito minimo garantito, si avrebbe più tempo per una necessaria riorganizzazione del mondo del lavoro, al tempo dell’elevata automazione. In questa direzione va la proposta della riduzione del lavoro a 32 ore. Il vecchio motto è sempre quello dei movimenti e delle reti sociali: lavorare meno, lavorare tutti, a parità di salario.

Servono risorse da redistribuire, attraverso una patrimoniale, un drastico azzeramento delle spese militari e una pedagogica lotta alla corruzione all’evasione fiscale. Il fatturato annuale della mafia equivale a 10 finanziarie.

Serve, poi, uscire dal cappio al collo del pareggio di bilancio in Costituzione, che ci obbliga a versare 50 miliardi all’anno all’Europa per il rientro dal debito pubblico, obbiettivo che è impossibile da raggiungere nel 2025. E infine serve sbloccare i fondi bloccati dal patto di stabilità interno, che vincola 19 miliardi di spese sociali agli enti locali.

Dunque, le risorse ci sono, come ben si vede. Serve solo che le forze politiche che si sono candidate a governare il Paese la smettano con la demagogia e il populismo e si occupino del bene dei propri concittadini e del proprio territorio. Perché non c’è più tempo.

 

Rogero Paci

Leftlab Bari

Rete dei Numeri Pari Puglia

21 marzo 2018 / by / in ,
Sul reddito di cittadinanza solo silenzio da parte della sinistra

Giuseppe De Marzo, 13.03.2018

Di quella sinistra che oggi ride della (finta) notizia delle file ai Caf, al Sud, per chiedere i moduli per il «reddito di cittadinanza» del M5s, nessuna traccia. Un silenzio che spiega, meglio di qualsiasi editoriale, la sua sconfitta all’ultima tornata elettorale. Mentre un terzo del paese è in povertà assoluta, relativa e a rischio esclusione sociale «Non cè più tempo».

Era il gennaio 2015 quando, ai cronisti accorsi sotto la sede di Libera, Beppe Grillo sottolineò l’importanza, urgente, di una misura di contrasto alle povertà. In ballo il «diritto all’esistenza di milioni di persone a rischio esclusione sociale», il commento di Don Ciotti. Su quel tavolo non cera solo la proposta del M5s: Sel, oggi Sinistra Italiana, e il Pd si dicevano pronti a cercare una mediazione. Quella mediazione fu trovata grazie al lavoro della campagna «Miseria Ladra», promossa dal Gruppo Abele e da Libera: «100 giorni per un reddito di dignità». Furono raccolte in pochissimo tempo 100mila firme. Da quella mediazione i 40 parlamentari di centrosinistra si dileguarono, lasciando il M5s a predicare nel deserto politico, che tornò così sulla proprie posizioni: una proposta di workfare. Più un ammortizzatore sociale che una forma di welfare diffuso, orizzontale, individuale. Un triste gioco dell’oca sulla pelle degli ultimi.

A partire dall’esperienza di «Miseria Ladra», associazioni, enti locali, sindacati, studenti, centri di ricerca e con loro decine di sindaci e giunte comunali dal Nord al Sud del paese si spesero dando vita a un guida di principi irrinunciabili utile per un eventuale articolato di legge da proporre in Parlamento. Nella campagna si chiedeva l’impegno, ad personam, a diversi parlamentari a partire dalla loro firma come sostegno a questa piattaforma che aveva l’intenzione di mettere insieme le diverse proposte in campo e unire le forze politiche e parlamentari intorno a una sola proposta. Una sorta di larga intesa per il diritto al reddito. Un percorso che non poteva finire con un semplice dietrofront delle forze politiche in campo. Da qui la nascita della Rete dei Numeri Pari, che oggi conta più di 400 realtà sparse in tutta Italia. Tre anni dopo quell’incontro, due anni e mezzo dopo quella campagna, un anno dopo la nascita della Rete, finalmente il tema del reddito è al centro del dibattito politico.

Il problema è, però, come l’informazione se ne sta occupando. Invano, lo scorso 14 e 15 febbraio la Rete dei Numeri Pari ha cercato un’interlocuzione con le forze politiche: nessun appello, nessuna chiamata diretta ma un seminario ed una conferenza stampa nazionale «I love dignità» al quale sono intervenuti costituzionalisti come Gaetano Azzariti, magistrati come Giuseppe Bronzini, docenti come Roberto Pizzuti e Tomaso Montanari. Con loro il Basic Income Network-Italia, giornalisti, realtà sociali e di movimento, studenti, parrocchie, cooperative, sindacati. Una sola proposta al centro, unitaria, che risponde alla crisi della democrazia e guarda a una vera forma di protezione sociale: dieci punti per un reddito di dignità. Tutto inutile. La politica era troppo intenta a cercare voti. Il risultato è la triste situazione attuale, con il racconto auto-assolutorio di un «popolo imbecille» che si sarebbe fatto convincere dall’assistenzialismo del M5s.

Di quella sinistra che oggi ride della (finta) notizia delle file ai Caf, al Sud, per chiedere i moduli per il «reddito di cittadinanza» del M5s, nessuna traccia. Un silenzio che spiega, meglio di qualsiasi editoriale, la sconfitta della sinistra all’ultima tornata elettorale. Un terzo del Paese – tra chi è in povertà assoluta, relativa e a rischio esclusione sociale sta gridando aiuto, intrappolato all’interno di un modello economico che per auto-alimentarsi genera diseguaglianze e disoccupazione. In un sistema del genere, la domanda che mettiamo al centro del dibattito politico è: le persone che vivono in povertà hanno diritto a esistere oppure no? Se la risposta è si, e quindi vogliamo riconoscere e garantire lo «ius existentiae», il diritto ad esistere per ogni essere umano, dobbiamo obbligatoriamente pensare a forme di welfare universali, e non selettive come hanno fatto i governi negli ultimi anni; allo stesso tempo diventa indispensabile come avvenuto in tutta Europa introdurre anche nel nostro paese un reddito minimo garantito, e non piccole forme di sostegno che nascondono in realtà lo sfruttamento della condizione di povertà, obbligando chi è già in difficoltà a forme di lavoro (?) che non tengono conto della condizione o del percorso di esperienze personali.

Chi vuole continuare a fare campagna elettorale, faccia pure. Chi punta a portare al centro la questione del reddito come strumento di contrasto alle povertà e alle paure che queste generano, dovrebbe «festeggiare» il fatto che finalmente sui media mainstream si è aperta una crepa. Su questa crepa si potrà e si dovrà costruire iniziativa politica, alleanze, rafforzando la consapevolezza sulle cause della crisi e sulle proposte da mettere in campo. A partire dai dieci punti che definiscono i principi irrinunciabili dei regimi di reddito minimo garantito stabiliti sin dal 1992 dal Parlamento Europeo e dalla Commissione UE. L’obiettivo è restituire dignità a milioni di persone. Il lavoro in questa direzione ci darà l’opportunità di rispondere all’altra sfida posta dalla crisi: coniugare giustizia sociale e dinamismo economico.

* Coordinatore della Rete dei Numeri Pari

© 2018 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

13 marzo 2018 / by / in ,
Diritto al reddito, oltre le polemiche. Sei anni di battaglie meritano un altro racconto

di Daniele Nalbone (Il Salto)
Alla fine, non poteva mancare l’immancabile Massimo Gramellini a bollare la questione del reddito di cittadinanza come una mera “promessa elettorale”. E poco importa che la notizia delle file ai Caf per chiedere i moduli per avere 780 euro al mese si sia di fatto rivelata una “fake news”. Tanto basta per deridere – per chi non lo sapesse – non solo chi in queste ore chiede una misura i cui principi, ricordiamo, sono stati stabiliti nell’ormai lontano 1992 dal Parlamento europeo e dalla Commissione europea ma le circa 100mila persone che nella primavera del 2015 hanno firmato per la campagna di Miseria Ladra, promossa da Gruppo Abele e Libera, che proponeva dieci punti per arrivare a quello che è stato definito il reddito di dignità.

«Passare all’incasso». «Illusione». Soprattutto l’assunto per cui il «reddito di cittadinanza verrebbe finanziato anche con le mie tasse». La conclusione del solito Gramellini show ignora qualcosa come 18 milioni di persone a rischio di esclusione sociale, tra cui 4.8 milioni di persone (e 1.2 milioni di minori) in povertà assoluta e 9.1 milioni in povertà relativa (sotto la media mensile di reddito 509 euro). Senza considerare gli oltre 4 milioni di working poors ed i milioni di precari a rischio sfruttamento, anche da parte della criminalità. A tutto questo vanno aggiunti tutti i disoccupati, sempre in aumento, che non hanno più diritto di sostegno al reddito. Parliamo, in totale, del 30% della popolazione italiana. Prendere in giro, ridere delle (finte) file ai Caf per i moduli per chiedere il reddito significa ridere di loro.

Singolare, poi, che solo oggi – con il Movimento 5 stelle primo partito d’Italia – la classe politica si sia accorta del tema del reddito. Peccato, però, se ne sia accorta dando una narrazione completamente opposta a quella che meriterebbe. Era il 2012 quando la prima campagna prese piede per introdurre una proposta, seppur iniziale, di reddito garantito. Tutto parte da un principio: quello per il quale nessun essere umano deve “scivolare” sotto una certa soglia economica.

La campagna per il reddito del 2012

Nella prima campagna di raccolta firme per una “legge di iniziativa popolare per il reddito minimo garantito” – iniziata nel giugno 2012 – furono ben 60mila le firme consegnate nelle mani della presidente della Camera, Laura Boldrini, che nell’aprile del 2013 incontrò direttamente i proponenti dicendosi non solo «a favore» di una simile proposta ma che avrebbe fatto in modo che l’aula parlamentare discutesse la legge, «a prescindere dal numero di firme raccolte». Oltre 250 iniziative pubbliche dopo, con associazioni e realtà sociali in giro per l’Italia, cadde il silenzio politico.

La campagna per il reddito del 2015

Tre anni dopo prese corpo una nuova campagna sociale: “100 giorni per un Reddito di Dignità”, promossa proprio da Miseria Ladra. Questa volte le firme furono centomila. Cento giorni il termine entro il quale, l’obiettivo, arrivare a una legge. A partire dall’esperienza di “Miseria Ladra”, associazioni, enti locali, sindacati, studenti e, con loro, sindaci e giunte comunali si spesero dando vita a un “guida di principi irrinunciabili” utile per un eventuale articolato di legge da proporre in Parlamento. Nella campagna si chiede l’impegno, ad personam, a diversi parlamentari a partire dalla loro firma come sostegno a questa piattaforma che aveva l’intenzione di “mettere insieme” le diverse proposte in campo e unire le forze politiche e parlamentari incontro a una sola proposta e arrivare all’approvazione. Una sorta di “larga intesa” per il diritto al reddito.

Le firme di M5s, Sel e Pd. Poi la grande fuga

La proposta, così come indicata dalla piattaforma del Reddito di Dignità ottenne le firme di 35 senatori e 91 deputati del Movimento 5 stelle, 25 deputati e 7 senatori di Sel, 6 deputati e 2 senatori del Pd, più altri parlamentari sparsi. Terminata la campagna dei 100 giorni, il silenzio. Nessuno ha dato più seguito alla proposta. Eppure numerose furono le audizioni alla Commissione Lavoro del Senato e in molte di queste la proposta, ciclicamente, tornò a palesarsi. Nonostante ciò le scelte governative – e qui vale la pena ricordare come al Senato e alla Camera sedevano, nello scranno più alto, due esponenti “di sinistra” come Pietro Grasso e Laura Boldrini – andarono in direzione opposta: prima la Social Card, poi il Reddito di inclusione. La discussione in Parlamento di un tema così centrale per contrastare la crisi e restituire dignità a milioni di persone non è mai stato calendarizzato, nonostante il consenso sociale raggiunto attraverso la campagna per il reddito di Dignità. Eppure la Piattaforma c’è, è ancora lì, a disposizione di coloro che, in Parlamento, nei Consigli regionali, nelle Giunte comunali, vogliano rispolverarla.

Alcuni retroscena

Era il gennaio del 2015 quando Beppe Grillo, Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista e Nunzia Catalfo, il Movimento 5 stelle al gran completo, entrarono nella sede di Libera, a Roma, per incontrare Don Luigi Ciotti e Giuseppe De Marzo, responsabile della campagna Miseria Ladra. Un incontro per cercare una “quadra” su una prima forma reddito minimo garantito, per iniziare a far fare un passo avanti a tutto il paese. Da lì iniziarono una serie di incontri che portarono, come detto, una larga parte del Parlamento a firmare – a tra maggio e giugno – la Piattaforma. Durante la campagna “100 giorni per il reddito” furono molti i comuni, da Asti a Palermo passando per Napoli, a votare delibere di Giunta a favore del reddito. Era qualcosa più di una semplice testimonianza. Il sindaco di Cerveteri Alessio Pascucci (il più applaudito durante la presentazione di Liberi e Uguali, lo scorso 5 dicembre, al Pala Atlantico di Roma), solo per fare un esempio, non solo fece adottare al suo Consiglio una mozione di sostegno alla campagna “100 giorni per un reddito di dignità contro la povertà e le mafie”, ma addirittura inviò una lettera di sostegno ai sindaci e ai consiglieri comunali dei Comuni della Regione Lazio. All’interno il racconto della “giornata tipo” negli uffici comunali.

«Ogni giorno nei nostri uffici incontriamo persone di ogni età che ci chiedono accoratamente un aiuto per riuscire ad arrivare alla fine del mese. Molto spesso ci viene chiesto un posto di lavoro, altre volte un aiuto per pagare l’affitto per non ritrovarsi per strada (…). Tutte richieste relative a necessità primarie e irrinunciabili. Noi, come Sindaci, spesso ci troviamo in forte difficoltà per non saper dare a queste persone delle risposte concrete (…)».

Dopo aver presentato le iniziative della Campagna, l’appello per una Legge sul Reddito Minimo: «Sono convinto che un’iniziativa legislativa di questo tipo, oltre che rappresentare un scelta di grande civiltà sul tema dei Diritti, possa rappresentare anche una strategia concreta di lotta contro la povertà e contro i rischi sociali che si legano, come le attività della criminalità organizzata».

Lo scontro Renzi – Rodotà

Ma proprio il giorno in cui partì la raccolta firme Matteo Renzi, dal palco della festa di Repubblica a Genova, bollò il reddito di Dignità promosso da Miseria Ladra come «incostituzionale». Non solo. «La cosa meno di sinistra che esista». E ancora: «Confermare il principio che l’Italia è il paese dei furbi». Per fortuna ci pensò Stefano Rodotà in persona e rispondergli portando come arma semplicemente la Costituzione, in particolare l’articolo 36: “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Dignità. Ed è sullo Stato che grava il diritto al “reddito” e a carico della fiscalità generale il dovere di garantire a tutti un’esistenza dignitosa, in un’ottica redistributiva. Rodotà, tra i primi a sostenere ed a farsi promotore degli obiettivi della campagna Miseria Ladra, smontò poi anche la definizione di «provvedimento assistenzialista» data dall’allora premier al reddito di Dignità: «Da sempre i diritti sociali svolgono una duplice funzione. Da un lato di “assistenza e sostegno”, la cosiddetta libertà garantita; dall’altro di “abilitazione” alla partecipazione alla vita sociale. Si chiama libertà attiva». Nonostante ciò, dopo quell’affondo di Renzi, uno a uno tutti i parlamentari “di sinistra” che firmarono la Piattaforma scomparvero. Lasciando così il Movimento 5 stelle da solo, nel deserto politico, ad affrontare la questione. E trasformando così la misura di welfare contenuta nella Piattaforma nella misura di workfare della quale tanto si sente parlare in questi giorni.

Il reddito merita un altro racconto

Ora la domanda è: cosa vogliamo fare? Un plurale che non riguarda un generico “noi”, né i giornalisti, né la sinistra. Riguarda “tutti”. Abbandonare il tema del reddito – come fa Gramellini – a un ipotetico voto di scambio, a una mera promessa elettorale, paragonandola al famoso milione di posti di lavoro di berlusconiana memoria, oppure iniziare a discutere di un diritto economico, di contrasto alle povertà, alla precarietà, che rimetta al centro la dignità della persone nell’epoca della finanziarizzazione e delle politiche di austerità che hanno colpito pesantemente le misure di welfare? Perché, per chi non se ne fosse accorto, una proposta sul reddito svincolato dal lavoro rientra pienamente all’interno di un forte dibattito internazionale che si interroga sulla necessità di trovare formule nuove per individuare strumenti di tutela e redistribuzione della ricchezza. Decidete voi. Il dato di fatto è che anche il Kenya, l’India, il Brasile, la Namibia hanno dato vita a sperimentazioni di un reddito di base. Che esperienze virtuose di reddito minimo garantito sono presenti da tempo negli schermi di welfare di tutti i maggiori paesi europei. Poi, a tempo perso, magari qualcuno risponda a una semplice domanda: che fine hanno fatto quei 166 parlamentari che firmarono la Piattaforma con i dieci punti per il reddito di dignità?

I dieci punti per il reddito di dignità

1. Un reddito individuale attraverso l’erogazione di un beneficio in denaro e destinato a sostenere la persona, ricordando che i sistemi di redditi minimi adeguati debbano stabilirsi almeno al 60% del reddito mediano dello Stato membro interessato (come espressamente previsto al punto 15 della Risoluzione del Parlamento europeo del 20 ottobre 2010 sul ruolo del Reddito Minimo, nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa)

2. Individuare i destinatari del Reddito Minimo o di Cittadinanza, considerando che per alcuni è uno strumento di valorizzazione ed autonomia di scelta del proprio percorso di vita, per altri sono necessarie misure di reinserimento sociale e per altri ancora è necessario attivare forme di promozione dell’occupazione.

3. Stabilire una soglia di accesso tale da poter intervenire su tutti coloro che vivono al di sotto di una certa soglia economica (non meno del 60% del reddito mediano equivalente familiare disponibile) ed individuare eventualmente ulteriori interventi specifici, come quelli volti all’affermazione dell’autonomia sociale dei soggetti beneficiari compresi coloro che sono in formazione, cosi da garantire il diritto allo studio e, in particolare, per contrastare la dispersione scolastica e universitaria. Interventi che sono previsti nella maggior parte dei paesi dell’Unione europea sotto la forma di un “reddito di formazione” sia diretto che indiretto che si affianca al reddito minimo o di cittadinanza.

4. I beneficiari dovranno essere residenti sul territorio nazionale.

5. La durata temporale del beneficio sia destinata “fino al miglioramento della propria condizione economica” o comunque ad una replicabilità temporale dell’intervento cosi da non permettere che si rimanga senza alcun sostegno economico.

6. Non contrapporre il Reddito Minimo o di Cittadinanza, e l’integrazione sociale e la garanzia ad una vita dignitosa attraverso l’obbligo all’integrazione lavorativa. In sostanza che “il coinvolgimento attivo non deve sostituirsi all’inclusione sociale e chiunque deve poter disporre di un Reddito Minimo, e di servizi sociali di qualità a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro” (Relazione per Risoluzione europea sul Coinvolgimento delle persone escluse dal mercato del lavoro – 8 aprile 2009);

7. Incentivare la libertà della scelta lavorativacome misura di contrasto dell’esclusione sociale può evitare la ricattabilità dei soggetti in difficoltà economica. In questo caso il concetto di “congruità dell’offerta di lavoro” e non dunque “l’obbligatorietà del lavoro purché sia” può ben riferirsi alla necessità di valorizzare il soggetto beneficiario ed a trovare tutti gli strumenti utili affinché l’integrazione al lavoro tenga conto delle sue esperienze, delle sue capacità e competenze e dunque a non generare comportamenti di vessazione e imposizione verso il beneficiario. Perché “la causa di un’apparente esclusione dal mondo del lavoro può risiedere nella mancanza di sufficienti opportunità occupazionali dignitose piuttosto che nella mancanza di sforzi individuali” (Risoluzione sul Coinvolgimento delle persone escluse dal mercato del lavoro – 8 aprile 2009).

8. Costruire un sistema integrato, oltre l’erogazione del beneficio economico, con le altre misure di welfare sociale e di servizi di qualità con il coordinamento tra gli organi preposti alla loro erogazione (Regioni e Comuni) così da definire un ventaglio di interventi mirati e diversificati a seconda delle necessità e delle difficoltà della persona e che mirano ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa.

9. Affiancare il Reddito Minimo o di Cittadinanza all’individuazione di un progetto di integrazione sociale individuale condiviso con il beneficiario che lo richiede.

10. Rafforzare i servizi e il sistema dei centri per l’impiego pubblici destinandoli a centri per l’impiego ed i diritti in cui potersi rivolgere anche per l’erogazione del Reddito Minimo o di Cittadinanza.

9 marzo 2018 / by / in ,
Il reddito di cittadinanza del M5s. Welfare o workfare? – il Salto

Cronisti politici e fini analisti da ore vanno cimentandosi nel racconto di un’Italia che, soprattutto al Sud, si è fatta convincere dal “reddito di cittadinanza” del Movimento 5 stelle. Analisi comoda e scontata. Ipotizzare una sorta di “voto di scambio” sul terreno della crisi e dell’inoccupazione è un gioco semplice, di immediato seguito, di base per la chiacchiera da bar. Poi, però, basta chiedere a chi la campagna elettorale l’ha seguita in strada per capire come del “reddito di cittadinanza”, nella realtà, fuori dai social network e da qualche studio televisivo, non c’è quasi traccia.

«Il Movimento 5 stelle ha vinto al Sud perché ha promesso il reddito di cittadinanza» è la frase più abusata. Da qui la domanda ironica di Antonio Musella, cronista di Fanpage: «Ma l’avete seguita la campagna elettorale? Nemmeno a Pomigliano, alla sua prima uscita da vincitore, Di Maio ha parlato di reddito di cittadinanza». Al centro del suo intervento, invece, c’erano i tre pilastri elettorali del Movimento: abolizione dei vitalizi, riduzione degli stipendi dei parlamentari, taglio di 30 miliardi della spesa pubblica intervenendo sugli sprechi. Del reddito di cittadinanza nessuna traccia.

Eppure ovunque si parla di dare i soldi a chi non lavora. Sbagliando lettura, come spiega Roberto Ciccarelli in un lungo articolo su il Manifestonon c’è alcun welfare nella proposta grillina ma puro workfare.

Il reddito immaginato dal M5s è «essenzialmente una politica neoliberista autoritaria basata su un’estremizzazione delle “politiche attive”, stella cometa di tutte le politiche del lavoro di oggi». Tradotto: «Il povero, il precario, il disoccupato devono mostrare la disponibilità a partecipare al grande gioco al massacro del lavoro povero in cambio di un sussidio». Che dire, un capolavoro: partorire un dispositivo liberista, lavorista, facendolo passare per un intervento sociale, di welfare. «Perché il “reddito di cittadinanza” – spiega il giornalista autore del libro Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (ed. Derive Approdi) – promette formalmente una libertà e coinciderà, quando e se sarà applicato, con il suo opposto: l’auto-sfruttamento di masse impegnate a strappare il sussidio in cambio della disponibilità a un lavoro qualsiasi».

Tanto basta per tutte le forze “lavoriste”, sinistra di centro in primis, per ritenerlo impossibile da sostenere a livello economico senza minimamente entrare nell’analisi dello strumento. Paradossalmente dovrebbe essere proprio il Partito democratico a sostenere questa misura che chiuderebbe perfettamente il cerchio con quanto previsto dal Jobs act prima e dal Reddito di inclusione sociale poi. Perché «quello del M5s può essere persino considerato un “lavorismo” al cubo, un’intensificazione del progetto neoliberale presupposto alle stesse politiche attive abbozzate da Renzi. (…) Il problema è che, oggi, la “sinistra” non lo ha capito (…) il paradosso è che se lo capisse, sarebbe persino d’accordo».

Perché una cosa è il reddito universale, individuale, incondizionato, sganciato dal ricatto del “lavoro qualsiasi”. Una cosa è un reddito erogato dietro condizioni fortemente lavoriste. Quello del Movimento 5 stelle è più un ammortizzatore sociale che una vera misura di welfare. Vediamo perché.

Come funziona il reddito di cittadinanza del Movimento 5 stelle e chi ne ha diritto.

Chi avrebbe diritto al reddito di cittadinanza del Movimento 5 stelle? E come funziona? Tutto parte dall’analisi dell’Istat: povero, in Italia, è (sarebbe) chi vive – da solo – con meno di 780 euro al mese. Una soglia, primo punto di contatto con il Rei e primo elemento di “non welfare individuale” come dovrebbe essere un vero reddito di base, che invece varia a seconda dei componenti della famiglia. Se uno dei due componenti familiari guadagna, ad esempio, 1.000 euro al mese all’altro componente spetterebbero solo 560 euro (780 x 2 – 1000).

I requisiti per avere diritto al reddito di cittadinanza sono tre:
– avere più di 18 anni;
– essere disoccupati o inoccupati;
– avere un reddito (di lavoro o pensione) inferiore alla soglia di povertà in Italia stabilita dall’Istat (oggi 780 euro).

Il problema sta nell’elenco di regole che bisogna seguire per mantenere il diritto al sussidio: è qui che sparisce il welfare, sostituito dal workfare.

1. Il beneficiario, esclusi i soggetti in età pensionabile, deve fornire immediata disponibilità al lavoro presso i centri per l’impiego.
2. Entro sette giorni dovrà intraprendere un percorso di accompagnamento all’inserimento lavorativo.
3. Il beneficiario ha l’obbligo di comunicare tempestivamente agli enti preposti ogni variazione della situazione reddituale, patrimoniale, lavorativa, familiare che comporti la perdita del diritto a percepire il reddito di cittadinanza o che comporti la modifica dell’entità dell’ammontare del reddito di cittadinanza percepito. Il beneficiario, anche nel periodo in cui sussiste il diritto al beneficio, è tenuto a rinnovare annualmente la domanda di ammissione.
4. «In coerenza con il profilo professionale del beneficiario e (…) in base agli interessi e alle propensioni emerse nel corso del colloquio sostenuto presso il centro per l’impiego, il beneficiario è tenuto ad offrire la propria disponibilità per la partecipazione a progetti gestiti dai comuni, utili alla collettività, in ambito culturale, sociale, artistico, ambientale, formativo e di tutela dei beni comuni, da svolgere presso il medesimo comune di residenza o presso quello più vicino che ne abbia fatto richiesta, mettendo a disposizione un numero di ore compatibile con le altre attività del beneficiario stabilite dalla presente legge e comunque non superiore al numero di otto ore settimanali».

Obblighi per mantenere il diritto al reddito di cittadinanza.

1. Fornire disponibilità al lavoro presso i centri per l’impiego e accreditarsi sul sistema informatico nazionale per l’impiego.
2. Sottoporsi al colloquio di orientamento.
3. Accettare espressamente di aver avviato un progetto individuale di inserimento o reinserimento nel mondo del lavoro.
4. Seguire il “percorso di bilancio previsto” e redigere, con il supporto di un operatore, il “piano di azione individuale funzionale all’inserimento lavorativo”.
5. Svolgere con continuità un’azione di ricerca attiva del lavoro «documentabile attraverso l’accesso al sistema informatico nazionale per l’impiego e la registrazione delle azioni intraprese anche attraverso l’utilizzo della pagina web personale». L’azione di ricerca attiva del lavoro non può essere inferiore a due ore giornaliere.
6. Recarsi almeno due volte al mese presso il centro per l’impiego.
7. Accettare espressamente di essere avviato ai corsi di formazione o riqualificazione professionale. Tali corsi si intendono obbligatori.
8. Sostenere colloqui psico-attitudinali ed eventuali prove di selezione finalizzate all’assunzione.

Cause di decadenza del beneficio del reddito di cittadinanza

1. Non ottempera agli obblighi.
2. Sostiene più di tre colloqui di selezione con palese volontà di ottenere esito negativo, accertata dal responsabile del centro per l’impiego attraverso le comunicazioni ricevute dai selezionatori o dai datori di lavoro.
3. Rifiuta più di tre proposte di impiego ritenute congrue.
4. Recede senza giusta causa dal contratto di lavoro per due volte nel corso dell’anno solare.

Quando una proposta di impiego è “congrua”

1. Quando è attinente alle propensioni, agli interessi e alle competenze acquisite dal beneficiario nel corso del colloquio di orientamento.
2. Quando la retribuzione è maggiore o uguale all’80 per cento di quella riferita alle mansioni di provenienza.
3. Quando il luogo di lavoro non dista oltre 50 chilometri dalla residenza ed è raggiungibile con i mezzi pubblici in un arco di tempo non superiore a ottanta minuti.

Tutto da buttare? Non proprio. Da riprendere è quel percorso interrotto ben prima della campagna elettorale dagli allora parlamentari di Sele da parte del Partito democratico che si sono “sfilati” dalla proposta, frutto di una mediazione, che aveva visto la partecipazione attiva della Rete dei Numeri Pari e di Libera, con la campagna Miseria Ladra. Da quella mediazione era uscita una proposta dalle caratteristiche ben diverse: reddito individuale, ancorato al 60% del reddito mediano pro-capite del Paese, senza alcun “ricatto” lavorativo. Il dietrofront di Sel e di quella parte del Pd che mostrò attenzione alla questione del reddito di cittadinanza portò il M5s a rinculare sulla proposta di partenza: più workfare e meno welfare.

 

«Da 5 anni portiamo avanti, come altri prima di noi, una battaglia fondamentale per la democrazia» commenta Giuseppe De Marzo della Rete dei Numeri Pari. «Oggi questa battaglia è ancora più necessaria per rispondere alla crisi che produce povertà ed esclusione sociale. Un vero reddito di cittadinanza è l’unica risposta possibile alla crisi, allo sfruttamento e, elemento non considerato guardando soprattutto al Sud, al contrasto alle mafie». Per questo non è il momento delle barricate sul tema. Anzi. «Speriamo che la nostra proposta, che ricordiamo è stata a suo tempo firmata dal Movimento 5 stelle su “via libera” di Beppe Grillo, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista in persona, venga ripresa». È da lì che si deve ripartire per costruire una proposta distrutta dal disinteresse, o dalla paura (?), di chi nel vecchio Parlamento sedeva a sinistra e che ha portato il Movimento 5 stelle a tornare indietro sulla propria proposta iniziale. «Così come emerso dal seminario sul reddito dello scorso 14 febbraio  “I Love Dignità” nel quale si sono confrontati costituzionalisti come Gaetano Azzariti, magistrati come Ernesto Bronzini e movimenti per l’abitare, studenti, sindacati» conclude De Marzo «auspichiamo un incontro, un tavolo di discussione e proposta, con chi governerà». Ne va delle sorti del Paese.

 

Qui  l’articolo di Daniele Nalbone per il Salto.

8 marzo 2018 / by / in ,
APPELLO – LA NUOVA LINEA FERROVIARIA TORINO-LIONE: RIAPRIRE IL CONFRONTO

Dopo trent’anni di proclami e di progetti il TAV Torino-Lione è ancora ai blocchi di partenza, essendo state realizzate solo alcune opere preparatorie, anche se «l’avvio dei lavori definitivi della sezione transfrontaliera» è stato autorizzato dal Parlamento che ha ratificato precedenti accordi tra Italia e Francia.

Nel frattempo molte cose sono cambiate. La linea originariamente programmata è diventata un semplice “asse ferroviario” in cui si alternano nuove tratte progettate per sostenere l’alta velocità e tratte della preesistente linea storica (così facendo venir meno anche la coerenza interna del progetto). La Francia, pur senza mettere in discussione il tunnel di base di 57 km nella zona di confine, ha rinviato di decenni la scelta riguardante le rimanenti tratte comprese nel suo territorio. L’Italia ha ribadito l’intenzione di realizzare il tunnel (assumendosi, in maniera del tutto irrazionale, l’onere del 58 per cento delle relative spese benché esso insista sul territorio italiano solo per il 21 per cento) ma ha allo stesso tempo seguito nei fatti l’esempio francese per gran parte delle tratte site nel proprio territorio, salvo mascherare il rinvio con motivazioni meno trasparenti.

In questo quadro è stato pubblicato nei giorni scorsi un documento dell’Osservatorio per la Torino-Lione istituito presso la Presidenza del Consiglio in cui si riconosce che «molte previsioni fatte 10 anni fa, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, sono state smentite dai fatti», salvo poi giustificare comunque la realizzazione del tunnel di base e di altri interventi non meno devastanti in territorio italiano adducendo nuove opinabili ragioni concernenti l’asserita necessità di ammodernare un’infrastruttura obsoleta e non integrata.

Siamo, dunque, di fronte a un’opera progettata e studiata per far fronte a un aumento a suo tempo definito insostenibile dei traffici che viene infine deliberata dandosi atto del conclamato venir meno di tale presupposto. Si tratta di un’evidente anomalia tanto più grave se si considera che le “nuove ragioni” non sono sorrette da alcuna analisi indipendente dei costi-benefici e del ciclo di vita dell’opera e sono contestate da autorevoli tecnici di diversa estrazione, con riferimento sia agli studi previsionali sia ai modelli analitici utilizzati (la cui scarsa attendibilità ha determinato, alcuni mesi fa, la presentazione alla Procura della Repubblica di Roma, da parte di diversi soggetti tra cui alcuni sindaci della Valle, di un esposto tuttora – a quanto consta – in fase di indagini preliminari).

In tale contesto elementari ragioni di trasparenza e di prudenza impongono un supplemento di riflessione e la riapertura da parte del Governo di un confronto con la popolazione locale, le istituzioni interessate, i tecnici da queste nominati e, più in generale, il mondo degli studiosi e dell’economia.

Per questo rivolgiamo alla politica e alle autorità di governo un appello pressante. La decisione di costruire la linea ferroviaria è stata presa quasi trent’anni fa. Oggi tutto è cambiato (sul piano delle conoscenze dei danni ambientali, nella situazione economica, nelle politiche dei trasporti, nelle prospettive dello sviluppo) e i lavori per il tunnel di base non sono ancora iniziati. Aprire un tavolo di confronto reale su opportunità, praticabilità e costi dell’opera e sulle eventuali alternative non provocherebbe, dunque, né battute d’arresto né ritardi. Sarebbe, al contrario, un atto di responsabilità e di intelligenza politica. Un tavolo di confronto pubblico e trasparente, con la partecipazione di esperti nazionali e internazionali, da convocare a breve, è nell’interesse di tutti. Perché c’è bisogno di capire per decidere di conseguenza, confermando o modificando la scelta effettuata in condizioni del tutto diverse da quelle attuali.

Chiediamo dunque alle forze politiche e alle autorità di governo di aprire una nuova fase, di ascoltare i tecnici che da tempo studiano il problema, di non deludere tanta parte del Paese, di dimostrare con i fatti che si vuole davvero perseguire l’interesse pubblico. Lo chiediamo con forza e con urgenza, consapevoli che ad essere in gioco è anche la credibilità delle istituzioni, sempre più delegittimate dal perdurante rifiuto di prendere in considerazione le istanze e le aspettative dei cittadini.

23 febbraio 2018

Sandra Bonsanti (giornalista e scrittrice)  Massimo Bray (già ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo) Francesca Chiavacci (presidente nazionale Arci) Stefano Ciafani (direttore generale Legambiente) don Luigi Ciotti (presidente Libera e Gruppo Abele) Vittorio Cogliati Dezza (ambientalista) Paolo Cognetti (scrittore) Gastone Cottino (già preside della Facoltà di giurisprudenza di Torino) Vezio De Lucia (urbanista) Giuseppe De Marzo (economista, coordinatore della Rete dei Numeri Pari) Vittorio Emiliani (giornalista e scrittore) Carlo Freccero (autore televisivo e scrittore, componente Consiglio di amministrazione Rai) Mauro Furlani (presidente Federazione nazionale Pro Natura) Nadia Fusini (scrittrice e critica letteraria) Elio Germano (attore) Paul Ginsborg (storico) Valter Giuliano (giornalista e ambientalista) Franco Marcoaldi (poeta) Valerio Mastandrea (attore) Luca Mercalli (metereologo e climatologo) Tomaso Montanari (storico dell’arte, presidente Libertà e Giustizia) Giorgio Nebbia (ambientalista) Moni Ovadia (attore e drammaturgo) Giovanni Palombarini (magistrato) Livio Pepino (magistrato) Riccardo Petrella (economista) Christian Raimo (scrittore) Marco Revelli (storico e politologo) Paolo Rumiz (giornalista e scrittore) Salvatore Settis (archeologo e storico dell’arte) Gino Strada (medico, fondatore di Emergency) Gianni Tognoni (medico, segretario Tribunale permanente dei popoli) Sergio Ulgiati (professore di Analisi del ciclo di vita e Certificazione ambientale) Edoardo Zanchini (vicepresidente nazionale Legambiente) ETC ETC.

27 febbraio 2018 / by / in ,
18 milioni di persone a rischio esclusione sociale non possono più aspettare

“18 milioni di persone a rischio esclusione sociale non possono più aspettare”

CENTINAIA DI RETI SOCIALI, GIURISTI, MAGISTRATI, RICERCATORI

RILANCIANO IL REDDITO MINIMO GARANTITO

Don Luigi Ciotti: “I poveri non chiedono elemosina ma dignità e la povertà è un reato contro la dignità delle persone”. La rete dei Numeri Pari chiede un immediato confronto con le forze politiche su un tema centrale per democrazia e coesione sociale totalmente eluso dal dibattito politico ed elettorale.

 

Roma, 15 febbraio 2018 – A seguito del seminario i love dignità tenutosi ieri, 14 febbraio, presso la Casa internazionale delle Donne, la Rete dei Numeri Pari chiede un immediato confronto con le forze politiche per discutere e implementare la proposta sul Reddito Minimo Garantito che lo scorso anno vedeva convergere il 40% di deputati e senatori del M5S, di una parte del PD e SEL raccogliendo più di 100mila firme.

“Per il suo livello di scientificità, la nostra proposta è l’unica in grado di rovesciare la situazione e contrastare davvero povertà, mafie, disuguaglianze, razzismo coniugando solidarietà e dinamismo economico”, spiega Giuseppe De Marzo delle Rete dei Numeri Pari. “È vergognoso che una proposta di cui beneficerebbero 18 milioni di persone a rischio esclusione sociale, oltre che la collettività tutta, non sia mai stata discussa in Parlamento mentre si sia scelto di tagliare il 93% del fondo nazionale per le politiche sociali e i trasferimenti agli enti locali”.

L’Italia è l’unico paese nell’UE a non avere una misura di sostegno al reddito. Il REI non può essere definito come tale perchè seleziona solo una parte dei poveri assoluti senza peraltro garantire loro la realizzazione di un’esistenza libera e dignitosa, come ci dice la normativa europea sul reddito fin dagli anni ’90”, spiega Giuseppe Bronzini, magistrato e parte del BIN Italia. “La nostra proposta in 10 punti è coerente con le indicazioni sovranazionali e le esperienze nazionali già in vigore perché pone al centro la valorizzazione e l’autonomia di scelta del proprio percorso di vita. L’esatto opposto di quello che succede con il REI dove il destinatario unico è la famiglia e tutti sono corresponsabili nella gestione di un pacchettino di 180 euro, di cui 90 versati in contati e l’altra metà in una carta prepagata”

Il diritto al reddito minimo è previsto dalla nostra Costituzione attraverso i principi di dignità, eguaglianza, solidarietà e lavoro. Il “reddito costituzionale” dev’essere uno strumento di emancipazione e partecipazione attiva, non un’elemosina che lascia i poveri ai margini”, spiega Gaetano Azzariti, costituzionalista. “La prestazione monetaria va necessariamente supportata con misure che garantiscano altri diritti fondamentali come l’accesso a casa, servizi sociali e trasporti”.

“Siamo la generazione più povera dalla seconda guerra mondiale. L’introduzione di un reddito minimo garantito, che per noi si declina in un reddito di formazione, è oramai una riforma necessaria per la sostenibilità del sistema. La politica prenda immediatamente posizione proponendo misure concrete”, afferma Martina Carpani, studentessa e rappresentante della Rete della Conoscenza.

“Il reddito minimo garantito vuole riscattare un’enorme parte dei nostri cittadini esclusi dalla vita democratica del paese e va supportato con misure che garantiscano la possibilità di accedere, fra gli altri, ai servizi culturali”, afferma Tomaso Montanari. “Questo paese ha il 48% degli analfabeti funzionali e un tasso di astensione alle scelte politiche del 30%. Senza l’accesso alla conoscenza, alla cultura, questo paese rischia di diventare un’oligarchia e terreno di populismi e fascismi. Il reddito minimo garantito, quindi, serve non solo a chi lo percepisce ma è uno strumento di interesse strategico della collettività. Libertà e giustizia sposa la proposta di reddito proposta dalla Rete dei Numeri Pari”.

Chiudono le parole di Don Luigi Ciotti: La rete dei Numeri Pari è nata per lottare e sognare mentre oggi sono in troppi a scegliere un prudente silenzio. I poveri non chiedono elemosina ma dignità e la povertà è un reato contro la dignità delle persone. È un crimine di civiltà. Fare politica vuole dire partire dai bisogni e dalle speranze delle persone. Politica è etica della comunità e oggi c’è un divorzio tra politica ed etica. Se la politica è lontana dalla strada e dagli ultimi, la politica è lontana dalla politica ed è quindi un’altra cosa. Dobbiamo alzare al voce perché, pur di avere consenso, si sta calpestando la dignità della persone creando un clima sconcertante”.

 

I DIECI PUNTI PER IL REDDITO

  1. Un reddito individuale attraverso l’erogazione di un beneficio in denaro e destinato a sostenere la persona, ricordando che i sistemi di redditi minimi adeguati debbano stabilirsi almeno al 60% del reddito mediano dello Stato membro interessato (come espressamente previsto al punto 15 della Risoluzione del Parlamento europeo del 20 ottobre 2010 sul ruolo del Reddito Minimo, nella lotta contro la povertà e la promozione di una società inclusiva in Europa: e avvalorato dal Rapporto annuale 2014 dell’Istat su “La situazione del Paese”(pag. 227 228 – Tavola 5.17).
  2. Individuare i destinatari del Reddito Minimo o di Cittadinanza, considerando che per alcuni è uno strumento di valorizzazione ed autonomia di scelta del proprio percorso di vita, per altri sono necessarie misure di reinserimento sociale e per altri ancora è necessario attivare forme di promozione dell’occupazione.
  3. Stabilire una soglia di accesso tale da poter intervenire su tutti coloro che vivono al di sotto di una certa soglia economica (non meno del 60% del reddito mediano equivalente familiare disponibile) ed individuare eventualmente ulteriori interventi specifici, come quelli volti all’affermazione dell’autonomia sociale dei soggetti beneficiari compresi coloro che sono in formazione, cosi da garantire il diritto allo studio e, in particolare, per contrastare la dispersione scolastica e universitaria. Interventi che sono previsti nella maggior parte dei paesi dell’Unione europea sotto la forma di un “reddito di formazione” sia diretto che indiretto che si affianca al reddito minimo o di cittadinanza.
  4. I beneficiari dovranno essere residenti sul territorio nazionale.
  5. La durata temporale del beneficio sia destinata “fino al miglioramento della propria condizione economica” o comunque ad una replicabilità temporale dell’intervento cosi da non permettere che si rimanga senza alcun sostegno economico.
  6. Non contrapporre il Reddito Minimo o di Cittadinanza, e l’integrazione sociale e la garanzia ad una vita dignitosa attraverso l’obbligo all’integrazione lavorativa. In sostanza che“il coinvolgimento attivo non deve sostituirsi all’inclusione sociale e chiunque deve poter disporre di un Reddito Minimo, e di servizi sociali di qualità a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro” (Relazione per Risoluzione europea sul Coinvolgimento delle persone escluse dal mercato del lavoro – 8 aprile 2009).
  7. Incentivare la libertà della scelta lavorativa come misura di contrasto dell’esclusione sociale può evitare la ricattabilità dei soggetti in difficoltà economica. In questo caso il concetto di “congruità dell’offerta di lavoro” e non dunque “l’obbligatorietà del lavoro purché sia” può ben riferirsi alla necessità di valorizzare il soggetto beneficiario ed a trovare tutti gli strumenti utili affinché l’integrazione al lavoro tenga conto delle sue esperienze, delle sue capacità e competenze e dunque a non generare comportamenti di vessazione e imposizione verso il beneficiario. Perché “la causa di un’apparente esclusione dal mondo del lavoro può risiedere nella mancanza di sufficienti opportunità occupazionali dignitose piuttosto che nella mancanza di sforzi individuali” (Risoluzione sul Coinvolgimento delle persone escluse dal mercato del lavoro– 8 aprile 2009).
  8. Costruire un sistema integrato, oltre l’erogazione del beneficio economico, con le altre misure di welfare sociale e di servizi di qualità con il coordinamento tra gli organi preposti alla loro erogazione (Regioni e Comuni) così da definire un ventaglio di interventi mirati e diversificati a seconda delle necessità e delle difficoltà della persona e che mirano ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa.
  9. Affiancare il Reddito Minimo o di Cittadinanza all’individuazione di un progetto di integrazione sociale individuale condiviso con il beneficiario che lo richiede.
  10. Rafforzare i servizi e il sistema dei centri per l’impiego pubblici destinandoli a centri per l’impiego ed i diritti in cui potersi rivolgere anche per l’erogazione del Reddito Minimo o di Cittadinanza.
15 febbraio 2018 / by / in ,
Il classimo nella “Scuola in chiaro”. Il commento di un’insegnante

di Alessandra Petrini, insegnante

 

Che ormai si sia di fronte a una società che frappone sempre più ostacoli “di ordine economico e sociale” per la realizzazione di un’uguaglianza anche solo formale è evidente. L’accettazione di leggi svilenti e, oso, schiaviste nel mercato del lavoro, di salari ridicoli, ha ricreato o consolidato una stratificazione sociale classista che permette solo a chi non ha nessun “ostacolo economico e sociale” di realizzarsi e compiere un processo di formazione completo.

La scuola è il primo esperimento di società e democrazia a cui i cittadini partecipano nella vita ed è da sempre un riflesso e un microcosmo della società in cui si innesta. Negli ultimi anni la scuola italiana, quella che per prima favorì il processo di inclusione e abolì le classi differenziali  si trova a vivere una dicotomia profonda: da un lato piani didattici che volgono a progetti di inclusione; corsi specialistici per il riconoscimento di DSA, per l’inserimento dei BES, per la didattica dell’italiano L2 come affiancamento a quella dell’italiano tradizionale. Dall’altro una platea di studiosi accademici che rimpiange la scuola delle conoscenze, quella degli anni ’50, di alto livello linguistico perché tale era quello in ingresso dei suoi allievi: quelli delle classi sociali più alte, quelli che a casa avevano già i libri e in testa un vocabolario ricco.

A supervisionare i due mondi un ministero che ha fatto dei finanziatori privati la vera differenza di condizione delle scuole pubbliche. E alcune scuole italiane sembrano aver seguito i monitoraggi di Cambridge Analytica, l’agenzia informatica utilizzata dai partiti per monitorare l’emotivita’ sociale degli elettori: nessun intoppo alla purezza dell’ apprendimento fa della scuola una punta di diamante del MIUR. Il rapporto di autovalutazione presentato da alcuni istituti su LA SCUOLA IN CHIARO conferma uno specchio sociale: quello che brama un ritorno alle classi, forse alle caste; quello che vede favorito il processo di apprendimento solo se gli unici ostacoli rimossi sono quelli di quegli studenti che della scuola non avrebbero neppure bisogno. Scegliere come criterio di qualità la rimozione delle problematicità sociali e delle sfumature umane che la società presenta probabilmente creerà dei cittadini eruditi, ma totalmente incapaci di vivere e analizzare il Reale nella sua complessità. Nonché li priva di un confronto fondamentale, che non è ( o non è soltanto) quello dello “scontro sociale”, ma quello di una visione della realtà attraverso un punto di vista altro.

Il compito della scuola è quello di realizzare l’uguaglianza non solo formale decantata dall’articolo 3 della Costituzione, a braccetto con l’articolo 34, ma sostanziale è la scuola che funziona davvero è quella che rende tutti i suoi alunni – italiani originali, normofelici, stranieri, rom, Bes, DSA, H- in grado di avere conoscenze, abilità e competenze tali da trovare un posto nella società che non corrisponda a una poetica immanente dell’ ostrica. Mi vengono in mente alcune delle scuole della città in cui insegno, una su tutte la Melissa Bassi dell’ istituito onnicomprensivo di via dell’ archeologia, Tor Bella Monaca (Roma), dove ho visto insegnanti fare i direttori d’ orchestra. Risuona don Milani, di recente- come dicotomia vuole- rilanciato sul piano della didattica dai convegni per gli insegnanti e bacchettato dai professoroni per un’apertura poco qualitativa, a loro avviso: ” Si metta nei panni dei miei genitori. Lei non permetterebbe che suo figlio restasse tagliato fuori. Dunque ci dovete accogliere. Ma non come cittadini di seconda buono solo per manovale”.

 

Si legga anche l’articolo di Corrado Zunino (Repubblica, 8.2.2018)

“Qui niente poveri né disabili”. Le pubblicità classiste dei licei

10 febbraio 2018 / by / in ,
I LOVE DIGNITA’ / Comunicato stampa

I Love Dignità. Giuristi, ricercatori e realtà sociali alla due giorni romana per il diritto al reddito minimo garantito  

Mercoledì 14 febbraio dalle 10°° alle 16°° l’incontro di formazione alla Casa internazionale delle donne. Giovedì 15 febbraio alle 11°° la conferenza stampa alla Federazione Nazionale della Stampa.

Roma, 7 febbraio 2018 – Dopo dieci anni di crisi è urgente una misura reale in grado di restituire dignità, libertà e autonomia a milioni di persone residenti in Italia in povertà e a rischio esclusione sociale (18 milioni di persone). Una misura che non trasformi la povertà in un business elettorale o nel governo dei poveri, ma garantisca diritti, sicurezza sociale, un sistema produttivo all’altezza della sfida posta dalla crisi e un più efficace contrasto alle mafie.

Gaetano Azzariti, Giuseppe Bronzini, Martina Carpani, Don Luigi Ciotti, Leopoldo Grosso, Tomaso Montanari, Roberto Pizzuti. Questi alcuni dei nomi che interverranno a “I love dignità”, l’incontro di formazione sul reddito minimo garantito promosso dalla rete dei Numeri Pari a cui seguirà, giovedì 15, unaconferenza stampa presso la Federazione Nazionale della Stampa Italiana.

“Sono due appuntamenti importanti per fare chiarezza e restituire all’opinione pubblica, ai media e alla politica una proposta concreta costruita da centinaia di reti sociali dopo anni di studi e comparazioni con regimi di reddito minimo garantito già attivi in tutti paesi dell’UE ad esclusione di Italia e  Romania”, spiega De Marzo, coordinatore della rete dei Numeri Pari.

Mercoledì 14 febbraio dalle 10 alle 16 l’incontro di formazione alla Casa internazionale delle donne (Roma, via della Lungara 19).

Giovedì 15 febbraio alle 11 la conferenza stampa alla Federazione Nazionale della Stampa (Roma, Corso Vittorio Emanuele II, 349).

Qui il programma completo dell’incontro di formazione. Qui il form per iscriversi

Intervengono. Francesca Koch, Casa Int.le delle donne – Giuseppe De Marzo, Libera/Numeri Pari – Giuseppe Bronzini, magistrato – Gaetano Azzariti, costituzionalista – Felice Roberto Pizzuti, professore – Sandro Gobetti, Basic Income Network (BIN Italia) – Salvatore Esposito, Consorzio Mediterraneo Sociale – Leopoldo Grosso, Gruppo Abele – Francesca Fornario, giornalista Radio Rai – Giuseppe Allegri, ricercatore e docente – Matteo Giardiello, Ex OPG – Je so pazzo – Paolo Di Vetta, movimenti per il diritto all’abitare – Franco Monnicchi, presidente Emmaus Italia – Viviana Ruggeri, Federazione del Sociale USB – Arianna Petrosino, Rete della Conoscenza.

 

Qui il programma della conferenza stampa

Intervengono. Giuseppe De Marzo, Libera/Numeri Pari – Giuseppe Bronzini, magistrato – Gaetano Azzariti, costituzionalista – Martina Carpani, Rete della Conoscenza, Don Luigi Ciotti, Libera/Gruppo Abele. Saranno presenti in sala anche i rappresentanti delle reti sociali, dei sindacati e dei movimenti per il diritto all’abitare.

 

Per maggiori informazioni 

Mail/retenumeripari@gmail.com

Fb/retedeinumeripari

Ufficio stampa/3395005340

7 febbraio 2018 / by / in , ,
Anche Hopeball entra nella Rete!

Il progetto Hopeball nasce nel 2016 seguendo l`intento di trasmettere nelle aree più povere del Pianeta una passione che sappia dare speranza. UN PROGETTO EDUCATIVO SPORTIVO cosa significa e perchè proponiamo un progetto educativo sportivo? PROGETTO Il raggiungimento di qualsiasi obiettivo necessita di una solida progettazione; nel caso di un progetto educativo sportivo essa è eseguita da un allenatore che assume dunque anche il ruolo di educatore/orientatore. La nostra progettazione nasce dall’intenzionalità educativa,ovvero dalla ricerca scientifica di obiettivi, metodi,e strumenti che promuovano l’emancipazione e l’espressione dell’individualità dei soggetti,consentendogli di vivere un’esperienza di apprendimento intensa non solo sul piano prestazionale, ma soprattutto su quello identitario, sostenendo e sviluppando le sue capacità e sollecitandolo alla sperimentazione di nuove. Seguendo questo progetto dunque, lo sport (come vedremo in seguito) si puo presentare come un dispositivo di formazione in grado di sollecitare positivamente la crescita e lo sviluppo dei soggetti. EDUCATIVO L’aspetto educativo è l’aspetto principale del nostro progetto: “si educa perchè non ci si accontenta dello stato presente,ma si tende a superare tale stato per realizzare un livello di vita superiore” Vivere il progetto sportivo in chiave educativa significa far esprimere il soggetto nella sua totalità,favorendo i processi di costruzione identitaria e la valorizzazione della persona; l’ allenatore (educatore) attiva percorsi di apprendimento concentrandosi sugli aspetti di personalità,sulle dinamiche di vita,sulla corporeità e,quindi, sulle storie personali dei soggetti,nell’ottica di uno sviluppo emancipativo dei soggetti in quanto persone, stimolando costantemente l’esercizio della libertà e creatività individuale. SPORTIVO Perchè abbiamo scelto di concentrare il nostro progetto educativo proprio sullo sport? Prima di analizzarne gli aspetti educativi partiamo dal significato della parola stessa. E’ curioso ed emblematico come dal semplice punto di vista lessicale la parola sport è uno di quei rari termini che non presenta delle traduzioni nelle varie lingue, dandone la definizione universale di -un insieme di attività complesse sul piano psico-fisico finalizzate al raggiungimento di un risultato conseguibile attraverso lo spirito agonistico-. E’ in chiave educativa che va letto il termine agonistico in quanto esso caratterizza la situazione nella quale i contendenti non si comportano da nemici ma da “avversari” cercando di superarsi reciprocamente secondo modalità stabilite e precedentemente accettate: in quest`ottica l`avversario è il mezzo fondamentale per misurarsi in un comune accordo di osservazione delle regole e di rispetto, confrontandosi in un`ottica costruttiva ed emancipativa,sperimentandosi in maniera critica nel rispetto del fair play: ecco come lo sport permette di sperimentare e rafforzare una moltitudine di competenze trasversali che possono essere utilizzate anche in altri ambiti di vita, prima tra tutte l`imparare a fronteggiare i problemi in maniera efficace. Alla luce di queste considerazioni lo sport è inteso come un percorso che permette di sperimentarsi,di sbagliare senza la preoccupazione di subire gravi conseguenze, di vivere un contesto teso alla sfida continua ,non solo con l`altro ma con se stessi,in ottica emancipativa. All’interno del gruppo sportivo i soggetti sperimentano competenze sociali tra cui la tolleranza,il rispetto, la collaborazione e l’interiorizzazione della norma. Lo sport,da questa prospettiva diventa esperienza,formazione identitaria, strumento veicolatore di cultura e momento di socialità. In conclusione dunque,sollecitando i soggetti e seguendo il progetto educativo,lo sport permette la sperimentazione libera e l’apprendimento di una serie di risorse cognitive e comportamentali funzionali al processo di crescita, di costruzione e al consolidamento di un immagine personale e sociale del Sè DIMENSIONI DEL PROGETTO Il nostro progetto educativo sportivo si concentra su 3 dimensioni –Dimensione democratica: L’allenatore si impegna a far sviluppare il confronto tra gli atleti,sollecitando cosi la conoscenza di sè attraverso la comprensione dell’altro e la valorizzazione del diverso. Creare un contesto e una atmosfera democratica permette a chiunque di sperimentarsi liberamente prendendo consapevolezza delle proprie capacita e dei propri limiti. –Dimensione interculturale: L’allenatore si impegna a rendere lo sport uno strumento di valori universalmente condivisibili progettando percorsi di educazione alla pace,alla solidarietà,al rispetto dell’uomo,della vita e delle diversità. –Dimensione ludica: L’allenatore si impegna a mantenere costantemente presente l’aspetto ludico; esso permette di creare un luogo di gioia,spensieratezza e piacere creando ruoli e relazioni sociali diversi da quelli comuni: la dimensione ludica dello sport permette di vivere stati d’animo quotidiani con maggiore leggerezza (gioia per una vittoria e dolore per una sconfitta). Rivalità,forza,coraggio,vittoria,sconfitta,competizione e collaborazione diventano dunque occasione di una presa di coscienza delle molte facce di sè.

1 febbraio 2018 / by / in ,