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Anticipazioni rapporto SVIMEZ 2018 sull’economia e la società del mezzogiorno

CONSIDERAZIONI DI SINTESI

Il triennio di crescita consecutiva del Mezzogiorno, al ritmo di sviluppo del resto del Paese, è un risultato non scontato. La recessione è ormai alle spalle per tutte le regioni meridionali, benché gli andamenti siano alquanto differenziati. Il consolidamento della ripresa è essenzialmente dovuto al contributo del settore privato i cui risultati, in termini di export e di investimenti, lasciano supporre che, anche dopo il massiccio disinvestimento avvenuto con la crisi, sia rimasto attivo e competitivo un nucleo industriale, anche nel settore manifatturiero, in grado di cogliere le sfide competitive.

Il recupero dell’industria meridionale desta particolare sollievo, per quanto sia da legare al tipico “haircut” delle fasi negative del ciclo, che ha estromesso dal mercato le imprese inefficienti e ha lasciato spazio a quelle più efficienti e produttive. D’altronde, l’intensità della crisi è stata tale che ha avuto anche effetti strutturali più profondi, espellendo dal mercato anche imprese sane ma non attrezzate a superare una recessione così lunga e impegnativa. L’apparato produttivo rimasto al Sud sembra essere in condizioni di ricollegarsi alla ripresa nazionale e internazionale, come dimostra anche l’andamento delle esportazioni. Tuttavia, permane il rischio che in carenza di politiche che sostengano adeguatamente l’apparato produttivo e ne favoriscano l’espansione, questo non riesca, per le sue dimensioni ormai ridotte, a garantire né l’accelerazione né il proseguimento di un ritmo di crescita peraltro insufficiente.

La ripresa degli investimenti privati, in particolare negli ultimi due anni, ha più che compensato il crollo degli investimenti pubblici, che si situano su un livello strutturalmente più basso rispetto a quello precedente la crisi (4,5 miliardi di investimenti annui in meno rispetto al 2010) e per i quali non si riesce a invertire un trend negativo. Questo rappresenta l’elemento maggiormente critico per una politica di sviluppo del Mezzogiorno, l’area che si dimostra maggiormente reattiva a questo tipo di politiche, con benefici effetti per l’interno Paese.

Insomma, il settore privato sembra avere fatto la sua parte, mentre il complesso delle politiche per il Sud e la coesione territoriale – pur con impulsi molto
positivi, in particolare con il credito di imposta per gli investimenti e i Contratti di sviluppo – non sembra aver prodotto risultati soddisfacenti. Il crollo degli investimenti pubblici, connesso non soltanto ai vincoli fiscali derivanti dal proseguimento dell’austerità, unito alla mancata ripresa dei consumi delle Pubbliche amministrazioni, rappresentano i principali elementi di divergenza rispetto al resto del Paese e un ulteriore progressivo indebolimento dell’azione pubblica, anche in termini di servizi per i cittadini e le imprese, in un’area che si dimostra non solo bisognosa di politiche pubbliche ma anche positivamente reattiva ai loro stimoli.

Se il consolidamento della ripresa del Sud suggerisce che la crisi non abbia del tutto minato la capacità del tessuto produttivo meridionale di rimanere agganciato ai processi di sviluppo, tuttavia, il ritmo della congiuntura appare del tutto insufficiente ad affrontare le emergenze sociali nell’area, che restano allarmanti. Da un lato, la crescita del 2015-2017 ha recuperato in misura solo molto parziale il patrimonio economico e sociale disperso dalla crisi, la cui perdita si è sommata al gap già esistente in termini di produttività delle imprese e benessere degli abitanti. Dall’altro, anche nella ripresa si registrano ulteriori elementi di divergenza e disuguaglianza interna, che indeboliscono il tessuto sociale: aumenta l’occupazione (benché in misura insufficiente a colmare la voragine apertasi con la crisi), ma vi è  una ridefinizione al ribasso della sua struttura e della sua qualità: i giovani sono tagliati fuori, aumentano le occupazioni a bassa qualifica e a bassa retribuzione, pertanto la crescita dei salari risulta limitata e non in grado di incidere su livelli di povertà crescenti, anche nelle famiglie in cui la persona di riferimento risulta occupata.

Il divario sempre più forte in termini di servizi pubblici, la cittadinanza “limitata” connessa alla mancata garanzia di livelli essenziali di prestazioni, incide sulla tenuta sociale dell’area e rappresenta il primo vincolo all’espansione del tessuto produttivo. Del resto, proprio questo indebolimento della qualità dei servizi ha fatto emergere una sofferenza sociale del Sud, manifestatasi anche nelle ultime elezioni, con un voto che non può essere liquidato con letture semplicistiche incentrate esclusivamente sulla richiesta di politiche assistenzialiste. Un’interpretazione sbagliata, che d’altra parte non riflette nemmeno adeguatamente la complessità della società meridionale ricca di dinamismo e di consapevolezza della necessità di in discontinuità nei rapporti tra Stato e cittadini.

A fronte di un quadro di consolidamento di una debole ripresa, in cui i segnali di resilienza sono tuttavia insufficienti a invertire il declino sociale e demografico dell’area, rischia di aprirsi una “stagione dell’incertezza” – in cui l’Italia fa segnare un rallentamento della crescita – che potrebbe determinare nel Sud una “grande frenata”. Oltre alle persistenti tensioni geopolitiche, al sorgere di spinte protezionistiche e al raffreddamento delle politiche monetarie espansive della BCE, sul Mezzogiorno pesano elementi di incertezza connessi all’avviamento delle politiche economiche proposte dal nuovo Governo, specie riguardo i tempi previsti di attuazione e le possibili ricadute territoriali (come nel caso della cd. Flat tax), che non facilita la definizione dei piani di sviluppo e investimento.

Questo è ciò che emerge dall’aggiornamento delle previsioni per il 2018-2019 del modello econometrico della SVIMEZ: in assenza di un quadro chiaro di
riferimento per la politica economica, per cui si attende la Nota di aggiornamento al DEF e la Legge di Bilancio, il “tendenziale” di crescita dell’area, nel biennio di previsione, potrebbe addirittura dimezzarsi, passando dal 1,4% del 2017 allo 0,7% del 2019. Un dato che si ripercuote negativamente sull’intero Paese, in quanto il grado di interdipendenza tra le economie delle due macroaree risulta elevato, e che dimostra quanto il Sud avrebbe bisogno di una strategia di politica per lo sviluppo.

Per il Mezzogiorno, insomma, mantenere il tasso di crescita del triennio non sarà facile. Potrebbero aiutare, per sostenere il sistema produttivo, che pure sta facendo la sua parte, non solo il proseguimento della misure di incentivazione agli investimenti più efficaci (compresa Industria 4.0 per la quale sarebbe necessario immaginare riserve per il Sud che compensino i suoi svantaggi strutturali), ma anche l’attuazione di strumenti di intervento nel Mezzogiorno, già nel paniere del Governo, come l’istituzione di Zone economiche speciali nelle principali aree portuali, con incentivi fiscali e semplificazioni amministrative. In generale, serve una politica fiscale più espansiva per favorire il consolidamento della domanda interna, che ha sostenuto la crescita del periodo e rispetto alla quale il Mezzogiorno è sempre stato particolarmente reattivo, per la quale ciò che fin qui è mancato è stato il contributo della spesa pubblica sia per i consumi che per gli investimenti. Da questo punto di vista, attuare un vero riequilibrio territoriale degli investimenti pubblici ordinari risulta cruciale. Particolarmente opportuna, appare l’indicazione del nuovo Ministro per il Sud di favorire l’attuazione della cd. “clausola del 34%” per la spesa ordinaria in conto capitale (ancora inattuata) e, ancor di più, di estenderla al Settore Pubblico Allargato delle grandi aziende partecipate.

La premessa essenziale per un rinnovato impegno pubblico per lo sviluppo  del Mezzogiorno, passa tuttavia per la riqualificazione, l’ammodernamento e la razionalizzazione delle istituzioni preposte all’amministrazione dello sviluppo e della coesione, per colmare i deficit in termini di risorse umane qualificate, in particolare sul versante della progettazione degli interventi, inefficienze organizzative a livello locale, carenza di coordinamento strategico a livello nazionale e di volontà e/o capacità di attivare efficaci poteri sostitutivi.

Ad ogni livello di governo – regionale e nazionale, ed in particolare europeo, dove porre con forza il tema delle asimmetrie e degli squilibri di una governance economica che produce divergenza – compito della politica è di non rassegnarsi sul tendenziale rallentamento di una ripresa peraltro già troppo debole, ma di riattivare una grande stagione di investimento nel Mezzogiorno, mirata al miglioramento delle infrastrutture economiche e sociali, per il miglioramento delle condizioni competitive delle imprese e dei fondamentali del benessere dei cittadini, come leva per l’accelerazione del tasso di sviluppo dell’intero Paese.

Documento completo al seguente link:

http://www.svimez.info/images/RAPPORTO/materiali2018/2018_08_01_anticipazioni_testo.pdf

18 settembre 2018 / by / in
Salute spa, il nuovo libro che racconta il “delitto perfetto” in atto sulla sanità pubblica tra politica e assicurazioni

Gli autori, Quezel e Carraro, vedono la mano delle lobby dietro al progressivo arretramento della sanità pubblica, giustificato dalle richieste di spending review dell’Ue: “E’ come se i politici stessero facendo il lavoro sporco, comprimendo le fasce di prestazioni sanitarie gratuite e di farmaci acquistabili a costo zero dai malati. Il lavoro pulito è affidato alle compagnie di assicurazione, che hanno pronto il pacchetto ideale”

14 settembre 2018 / by / in
#mapparoma25 – L’esclusione sociale nei quartieri di Roma

L’esclusione sociale è un fenomeno che vede individui e gruppi totalmente o parzialmente esclusi dalla piena partecipazione alla società. Essere esclusi non significa quindi, come si è troppo spesso soliti pensare, essere poveri da un punto di vista monetario, quanto piuttosto non disporre dell’istruzione che consenta di cogliere le opportunità per realizzare se stessi, o non sentirsi pienamente parte della propria comunità a causa della mancanza di lavoro, o essere discriminati per il proprio genere. Partendo da queste premesse l’analisi che proponiamo riprende un lavoro iniziato da #mapparoma con le mappe dedicate alle differenze tra quartieri in termini di istruzioneoccupazionevalori immobiliari,sviluppo umanoalloggiopari opportunità e case popolari, nonché nel confronto tra le grandi aree metropolitane.

Con questa #mapparoma25 analizziamo quattro indicatori, elaborati da Istat sui dati del Censimento 2011 per laCommissione parlamentare sulle periferie (i primi tre) e da Roma Capitale (l’ultimo) sempre sui dati censuari, che mostrano diverse dimensioni dell’esclusione sociale: i residenti tra 15 e 52 anni che non hanno conseguito il diploma della scuola secondaria di primo grado (mappa in alto a sinistra); i giovani tra 15 e 29 anni che non studiano, non fanno formazione e non sono sul mercato del lavoro (i cosiddetti NEET, mappa in alto a destra); le famiglie con potenziale disagio economico, definite come i nuclei con figli la cui persona di riferimento ha meno di 64 anni e nelle quali nessun componente è occupato o pensionato (mappa in basso a sinistra); l’indice di disagio sociale calcolato sulla base di disoccupazione, occupazione, concentrazione giovanile (popolazione con meno di 25 anni) e scolarizzazione (diploma superiore o laurea) (mappa in basso a destra).

Tutti questi indicatori concordano nell’evidenziare che i problemi di ordine sociale ed economico sono concentrati nelle periferie che sorgono intorno o fuori dal GRA e in tutto il quadrante est anche all’interno del GRA stesso (Municipi IV, V e VI), oltre ad alcuni quartieri più centrali con caratteristiche peculiari come Esquilino, che di conseguenza hanno indici di disagio sociale superiori alla media romana. Sono invece generalmente le zone intorno al centro storico a mostrare le minori criticità in ognuno degli indicatori considerati, sia pure con eccezioni come Della Vittoria, e ad avere indici di disagio sociale inferiori alla media romana. L’omogeneità di questi indicatori è confermata dagli indici di correlazione elevati e significativi (compresi tra 0,5 e 0,6) in particolare tra non completamento della scuola media, potenziale disagio economico e disagio sociale, oltre che tra non completamento e NEET. Come già accennato per altre mappe, sebbene gli unici dati disponibili con questo livello di dettaglio siano quelli del Censimento 2011, che ovviamente in valore assoluto possono non rispecchiare l’andamento delle disuguaglianze e dell’esclusione sociale in seguito alla crisi economica, in termini relativi mantengono la capacità di mostrare le differenze tra i quartieri romani.

(clicca sull’immagine per ingrandire)

Il tasso di non completamento della scuola secondaria di primo grado sulla popolazione tra 15 e 52 anni (mappa in alto a sinistra) è maggiore in varie zone intorno al GRA nei quadranti est soprattutto nei Municipi V e VI (Casetta Mistica 7,5%, Tor Fiscale e Tor Cervara circa 5,5%, Omo e Torre Angela 4,5%, San Basilio 4%), sud nel Municipio IX (Santa Palomba 6,6%) e nord-ovest nel Municipio XIV (Santa Maria di Galeria 4,5%), oltre che all’Esquilino (6,3%) e al Quadraro (4,7%) probabilmente a causa dell’elevata incidenza di residenti stranieri. I valori sono invece particolarmente bassi, inferiori o pari all’1%, in varie zone semicentrali o più periferiche ma comunque benestanti a sud nei Municipi VIII e IX (Grottaperfetta, Navigatori, Tre Fontane, Cecchignola e Torrino), nord nel Municipio III (Monte Sacro Alto, che corrisponde a Talenti) e ovest nei Municipi XIII e XIV (Pineto e Aurelio Sud).

Anche il tasso NEET, ossia i giovani tra 15 e 29 anni che non studiano, non fanno formazione e non sono sul mercato del lavoro (mappa in alto a destra) si distribuisce in modo simile al precedente indicatore, raggiungendo il massimo a nord nel Municipio XV a Grotta Rossa Ovest (25%) e poi a Esquilino (22%), Santa Palomba (18%), Casetta Mistica (16%), Magliana e Quadraro (oltre 15%), Giardinetti-Tor Vergata e Tor Cervara (oltre 14%), Torre Angela, Ostia Nord e San Basilio (quasi 14%). Queste ultime zone, dove sono localizzati alcuni tra i più grandi nuclei di case popolari, evidenziano anche un preoccupante legame tra forme abitative, esclusione sociale dei giovani e rischio di cadere nelle reti criminali. I valori minori sono al contrario tipici delle zone più benestanti della città a nord e a sud: Eur e Celio (poco più del 5%), Grottaperfetta e Salario (meno del 6%), Trieste, Monte Sacro Alto e Grotta Rossa Est (6%), Medaglie d’Oro e Torrino (6,2%), Villaggio Giuliano, Navigatori, Monte Sacro e Cecchignola (circa 6,5%).

Le famiglie con potenziale disagio economico (mappa in basso a sinistra) raggiungono l’incidenza maggiore a Santa Palomba a sud (7,5%), Tor Fiscale (5%), Centro Direzionale Centocelle (4,8%) e Tor Cervara (4,1%) a est, Santa Maria di Galeria a nord-ovest (4%), ancora a est nel VI Municipio a Torre Angela, San Vittorino, Borghesiana e Lunghezza (tra 3,4 e 4%), nonché a Ostia Nord sul litorale, San Basilio e Romanina a est, Cesano a nord (3,4%). Anche in questo caso emerge il legame tra case popolari, difficoltà economiche e rischio criminale in alcune delle zone citate. I valori minori caratterizzano varie zone a nord e sud come Pineto (0,5%), Grottaperfetta, Celio, Navigatori, Eroi, Nomentano, Tre Fontane e Cecchignola (1,1-1,3%), ma anche quartieri più popolari come Appio, Latino, Tuscolano Nord e Sud a sud-est nel Municipio VII e Conca d’Oro a nord nel Municipio III (1,2-1,3%).

Infine, l’indice di disagio sociale calcolato sulla base di disoccupazione, occupazione, concentrazione giovanile e scolarizzazione (mappa in basso a destra), facendo zero la media romana, mostra i valori peggiori in diverse zone periferiche sia interne che esterne al GRA: a est nei Municipi IV e VI (Tor Cervara 8,9, San Basilio 5,1, Torre Angela 4,9, Borghesiana 4,6, Giardinetti-Tor Vergata 4,4, Tiburtino Nord, Torrespaccata e Torre Maura 4,2), sud nei Municipi IX e X (Santa Palomba 7,5 e Ostia Nord 4,3), nord nel Municipio III (Tufello 7,1 e Tor San Giovanni 4), nord-ovest nei Municipi XIV e XV (Santa Maria di Galeria 5,9 e Cesano 4) e ovest nel Municipio XI (Corviale 4,1). I valori migliori sono invece registrati sia nei quartieri tradizionalmente borghesi sia nei nuovi insediamenti intorno al GRA abitati da giovani coppie: tra i primi Acquatraversa, che corrisponde alla Camilluccia (-6,6), Parioli (-5,7) e Salario (-5,4) a nord nei Municipi II e XV, Centro Storico (-5,1) nel Municipio I e Tre Fontane (-5) a sud nel Municipio VIII; tra i secondi Magliana, che corrisponde a Muratella (-7,6) a ovest nel Municipio XI, Malafede (-6,1) a sud nel Municipio X, Sant’Alessandro, che corrisponde a Casal Monastero (-5,1), e Lucrezia Romana (-5) a est nei Municipi IV e VII.

Keti Lelo, Salvatore Monni, Federico Tomassi

NOTA: gli indicatori di non completamento del ciclo di scuola secondaria di primo grado e dei giovani NEET non sono riportati per le zone urbanistiche 1A Centro Storico, 1B Trastevere e 8A Torrespaccata, poiché i valori forniti dall’Istat non sono omogenei rispetto alle altre zone a causa delle residenze fittizie dei senza fissa dimora presso Caritas e associazioni; l’indice di disagio sociale per le stesse tre zone urbanistiche è stato invece ricalcolato rispetto a quanto pubblicato da Roma Capitale, escludendo le sezioni censuarie con le residenze fittizie.

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Fonte: elaborazione su dati Istat – Censimento 2011; per l’indice di disagio elaborazione di Roma Capitale su Censimento 2011

Scarica qui il pdf di #mapparoma25

Scarica qui gli open data

Gli autori, ferme restando le loro responsabilità per i contenuti delle mappe, sono debitori nei confronti del CROMA (Centro per lo studio di Roma dell’Università Roma Tre) e di Luoghi Idea(li) per le elaborazioni, le suggestioni e gli spunti sulle attività di mappatura del territorio romano che sono state fonte di ispirazione per la nascita di questo blog.
12 settembre 2018 / by / in
Se nasci povero, resti povero: nessun Paese peggio dell’Italia per immobilità sociale

La possibilità di migliorare la propria condizione economica di nascita è praticamente un’utopia: tutti gli Stati occidentali sono messi meglio di noi. I numeri di un rapporto davvero preoccupante

DI ROBERTA CARLINI

Esiste un record negativo italiano che non è misurabile in debito pubblico, deficit, giovani Neet, evasione fiscale. Ma a guardarlo da vicino fa paura almeno quanto i primi. È l’immobilità sociale, o meglio: quanto della tua vita dipende dalla famiglia in cui sei nato.

Si può misurare in tanti modi ma, comunque la contiamo, l’Italia svetta in Europa, e di gran lunga. Lo rivelano i dati del più grande database sulla mobilità sociale nel mondo, costruito dalla Banca mondiale e illustrato nel rapporto “Fair Progress?”. Tra i quali, una buona parte viene dal progetto-partner a guida italiana di Equalchances.org: sul sito, creato dal Dipartimento di economia e finanza dell’università di Bari, ciascuno può divertirsi – diciamo così – a controllare, per il proprio e per gli altri Paesi, il funzionamento dell’ascensore sociale, scorrendo gli indici della diseguaglianza di opportunità, trasmissione del reddito e dello status tra generazioni, mobilità nell’istruzione.

E una cosa è certa: qualcosa si è inceppato, servirebbe un ascensorista. Con particolare urgenza per l’Italia, dove quasi la metà del reddito dei figli è determinata dal livello di quello dei padri: condizione unica nell’Europa continentale, paragonabile solo a quella di Regno Unito e Stati Uniti, per i Paesi sviluppati. Ma, quanto a diseguaglianza delle opportunità, superiamo anche i regni di Brexit e Trump.

Di padre in figlio
«Ogni giorno nel mondo nascono 400 mila bambini. Nessuno di loro sceglie il genere, l’appartenenza etnica, il luogo in cui si è venuti al mondo. Né le condizioni economiche e sociali della famiglia. Il punto di partenza della vita è una lotteria».

Così la Banca mondiale introduce il suo rapporto, che punta a dare il primo set di numeri a copertura mondiale sulla mobilità tra generazioni. Espressione con la quale si intendono due cose: quanto, nella media, il livello di vita E benessere di una generazione è migliorato rispetto a quella precedente; e quanto la posizione di ciascuna persona sulla scala economica dipende da quella dei suoi genitori. Normalmente, le due cose vanno insieme: periodi  di forte crescita economica fanno fare salti di benessere da una generazione all’altra e rendono anche più facile ai figli emanciparsi dallo status dei genitori. È quello che è successo nel mondo occidentale negli anni Cinquanta, e sta succedendo ora in paesi come Cina e India. Ma attenzione, dice la Banca mondiale: non è automatico che questo succeda, e infatti anche in molti paesi in via di sviluppo la mobilità sociale da genitori a figli oggi è bloccata.

E poi c’è il contrappasso, quando la crescita si ferma e la marea che portava avanti tutte le barchette si ritira. Come è successo in tutti i paesi sviluppati e con particolare evidenza in Italia. «Per un certo numero di anni la crescita ha consentito a tutti di migliorare le proprie posizioni, sono stati fatti molti passi avanti soprattutto nel rapporto tra titoli di studio», spiega Vito Peragine, professore di economia politica all’università di Bari e collaboratore del progetto della Banca mondiale. I cui numeri permettono anche di confrontare la mobilità tra generazioni di oggi con quella di ieri, e ci dicono che «negli ultimi venti anni, da quando si è fermata la pur debole crescita economica, si è evidenziato il blocco dell’ascensore sociale».

Anzi, a dirla tutta lo stop ha evidenziato che quell’ascensore non ha mai funzionato bene: per esempio, l’Italia è uno di quei paesi nei quali non c’è uno stretto rapporto tra i progressi nel settore dell’istruzione e quelli nel reddito. In altre parole, il titolo di studio dei genitori è meno importante di prima nel definire quello che avranno i figli – l’operaio può bene avere il figlio dottore, si è avverato l’incubo della contessa di Paolo Pietrangeli – ma è anche poco rilevante nel determinare le opportunità relative di lavoro, reddito, benessere.

In effetti, se si vanno a guardare i numeri di equalchances.org, e si confronta la generazione nata nel ’40 con quella dell’80 – l’ultima di cui si abbiano dati completi – si vede che a scuola l’ascensore ha funzionato. L’indice che misura la mobilità tra generazioni nell’istruzione – più alto il numero, più bassa la mobilità – è sceso da 0,57 a 0,33. È successo lo stesso in Francia, Germania, persino nel Regno Unito, mentre lo stesso indice è sceso di pochissimo, da 0,34 a 0,32, negli Stati Uniti dell’istruzione privatizzata. Eppure, questo buon andamento in Italia non ha migliorato sostanzialmente la mobilità tra generazioni nel reddito, e non ha ridotto le diseguaglianze 
di opportunità. L’indice che misura la mobilità intergenerazionale dei redditi è in Italia a quota 0,48, contro lo 0,35 della Francia e lo 0,23 della Germania. Vuol dire che da noi quasi la metà del reddito dei figli dipende da quello dei genitori. È il più alto d’Europa – vicino a quello inglese – e nel mondo sviluppato inferiore solo a quello degli Stati Uniti, paesi dai quali siamo tuttavia molto distanti nella struttura sociale ed economica.

Le diseguali opportunità
Da cosa dipende questa eccezione italiana in Europa? E perché il grande balzo in avanti nell’istruzione non ha avuto grandi effetti di reddito e benessere? La stessa Banca mondiale ci aiuta a rispondere, ridimensionando un po’ il peso del fattore “istruzione”: anche se tutto il rapporto è dedicato proprio alla mobilità educativa (sia come dati che come politiche auspicate), vi si spiega anche che ci sono altre motivazioni della persistenza del reddito e del benessere da una generazione all’altra.

A parità di istruzione il peso della famiglia di origine – fatto di status sociale, conoscenze, relazioni amicali – torna prepotente e si fa sentire di più in contesti più fermi, con maggiore disoccupazione, minore apertura. Tutto ciò può spiegare il più scioccante dei numeri che si possono scoprire navigando nei dati: quelli della diseguaglianza di opportunità.

Qui superiamo anche Gran Bretagna e Stati Uniti, e per trovare paesi più in alto dobbiamo confrontarci con il Brasile, il Sud Africa, la Bulgaria. In particolare, spiega Vito Peragine, abbiamo un livello molto alto di diseguaglianza “relativa” delle opportunità, ossia di quella parte delle diseguaglianze spiegato esclusivamente dalla propria origine, dalla lotteria della nascita. Numeri che ne introducono altri, stavolta più soggettivi: quelli sulla percezione della propria posizione e quella dei propri figli. Secondo una indagine citata dalla Banca mondiale, gli italiano sono al penultimo posto – seguiti solo dalla Slovenia in pessimismo – nella previsione “i bambini che nascono oggi staranno meglio di noi”: otto su dieci non la pensano così. Mentre quasi 4 su 10 ritengono comunque di stare meglio dei propri genitori.

Tutto ciò, dice il rapporto, condiziona il futuro, il benessere, la tenuta sociale. Non a caso lo stesso gruppo di esperti della Banca Mondiale sfornerà a breve un altro rapporto sull’impatto delle diseguaglianze sul contratto sociale europeo, mettendo direttamente la mole dei numeri dell’ingiustizia sociale in correlazione con i rivolgimenti politici europei e l’ascesa dei nazional-populismi.

http://m.espresso.repubblica.it/affari/2018/09/06/news/se-nasci-povero-resti-povero-nessun-paese-peggio-italia-immobilita-sociale-1.326524

10 settembre 2018 / by / in
Ricchezza: ecco perché in Italia l’ascensore sociale si è rotto

Eurostat ha reso noti i dati su quanto reddito è in mano al quinto della popolazione più ricca rispetto al quinto di quella più povera, in ogni paese europeo negli ultimi 10 anni, che ci mostra che in Italia il reddito del quinto dei cittadini più ricchi è 6,3 volte quello del quinto dei più poveri. Siamo in questo senso nei primi posti della classifica per ampiezza della disparità: in Europa in media i più ricchi guadagnano 5 volte più dei più poveri. In Germania 4,3 volte, in Francia il 4,6, in Gran Bretagna 5,1 e nei paesi del nord Europa meno di 4 volte tanto.

E c’è di più: in Italia il gap è andato aumentando costantemente dal 2006 a oggi (nel 2006 i più ricchi guadagnavano 5,2 volte in più dei più poveri) mentre nella maggior parte degli altri paesi questo divario è rimasto stabile, come in Francia e Germania, se non addirittura diminuito, come è accaduto in Gran Bretagna.

Interessante osservare che anche fra le donne, il quinto di quelle più benestanti ha un reddito di 6,2 volte superiore rispetto alle donne meno abbienti.

Per inquadrare meglio la questione ci viene in aiuto un rapporto di Istat  pubblicato nel dicembre scorso, che conferma i dati di Eurostat: nel 2015 il quinto dei più benestanti deteneva il 37,8% del reddito, mentre il quinto dei più poveri solo il 7,2% del reddito. Anche mettendo insieme il primo e il secondo quinto dei meno abbienti non si supera il 19% del totale del reddito nel 2016 (dato Eurostat), in diminuzione di un punto percentuale rispetto al 2010. In una situazione ipotetica di perfetta eguaglianza, ogni quinto avrebbe una quota di reddito pari al 20% del totale.
C’è inoltre il fattore geografico: sempre i dati Istat citati mostrano che al centro nord una famiglia su quattro appartiene al quinto più ricco della distribuzione rispetto a una su 12 di quelle che vivono nel Sud e nelle Isole.

Non si tratta di osservazioni fine a se stesse, ma riflettono la difficoltà di confrontarsi su temi comuni come i salari, individuando parametri condivisi per misurare povertà e sfruttamento sul lavoro.

Il dato complessivo è che nel 2015 si stima che le famiglie italiane abbiano percepito un reddito netto pari in media a 29.988 euro, cioè circa 2.500 euro al mese. Tuttavia, se più realisticamente si calcola il valore mediano, ovvero il livello di reddito che separa il numero di famiglie in due metà uguali, si osserva che il 50% delle famiglie ha percepito un reddito non superiore a 24.522 euro (2.044 euro al mese).

Interessante è anche provare a ragionare in termini di gruppi sociali, come propone l’ultimo rapporto annuale di Istat per il 2017 , che cerca di tracciare i contorni di quella che definisce “classe dirigente”. Si tratta delle famiglie a maggiore reddito equivalente, con un vantaggio di quasi il 70 per cento rispetto alla media, ed e composto per il 40,9% dei casi dirigenti o quadri (quasi dieci volte più rappresentati rispetto alla media nazionale), per il 29,1% da imprenditori (sette volte più della media) e per il 30%per cento da persone ritirate dal lavoro. Stiamo parlando di 1,8 milioni di famiglie (il 7,2 per cento del totale) e di 4,6 milioni di persone, cioè solo il 7,5 per cento degli italiani.

Bene, secondo le stime di Istat, la classe dirigente detiene il 12,2 % del reddito totale, ed è il gruppo in cui si osserva la differenza più ampia fra la quota di reddito e il numero di famiglie che se lo spartiscono. Oltre a essere il gruppo per il quale si riscontra la differenza più accentuata tra reddito medio e reddito mediano. Che cosa significa questo? Significa che siamo di fronte a un’asimmetria marcata all’interno della distribuzione del reddito, data proprio dai redditi molto alti.

Inoltre la “classe dirigente” è il gruppo con il più basso rischio di povertà o esclusione sociale, che riguarda solo il 7,6 per cento di loro, mentre la media nazionale è del 30%.
Ancora una volta si ritorna alla classe sociale di appartenenza. La rilevazione Istat – che, va detto, è stata oggetto di forti dibattiti – mostra chiaramente il legame novecentesco ancora estremamente saldo fra questo piccolo sottogruppo all’interno del quinto dei più ricchi che è la “classe dirigente” (che rappresenta il 7% della popolazione ma che detiene il 12% del reddito nazionale) e la loro estrazione sociale. Al netto dei pensionati questo gruppo è costituito esclusivamente dalla “borghesia”, che secondo la definizione di Istat comprende imprenditori con almeno sette dipendenti, liberi professionisti, dirigenti e quadri. Specularmente si osserva che questa borghesia è rappresentata per il 57,8 per cento dal gruppo della classe dirigente e per il 31,7 per cento dalle pensioni d’argento.

Ritornando al dato iniziale di Eurostat, e cioè che il reddito del quinto dei cittadini italiani più ricchi è 6,3 volte quello del quinto dei più poveri, e che il gap è andato aumentando negli ultimi 10 anni, determinante è anche il ruolo dell’istruzione. La classe sociale dei genitori è cruciale infatti nel definire i percorsi educativi dei ragazzi e delle ragazze, sia nella scelta della scuola superiore, che in quella universitaria. Solo qualche mese fa Almadiploma (https://www.almadiploma.it/indagini/profilo/profilo.aspx) pubblicava i dati relativi ai diplomati del 2016, secondo cui meno di un diplomato di liceo classico su 10 sarebbe figlio di operai e impiegati. E in generale, un terzo di chi ottiene un diploma liceale proviene da famiglie di classe sociale elevata, mentre solo il 17% di essi proviene da famiglie di classe operaia.
Lo stesso meccanismo avviene per la scelta universitaria. Sempre dati Almalaurea
(https://www.almalaurea.it/sites/almalaurea.it/files/docs/universita/profilo/Profilo2016/xviii_rapporto_almalaurea_sul_profilo_dei_laureati.pdf ) mostrano che nel 2015 i figli di operai erano il 24% dei laureati dei corsi di primo livello, il 21% dei laureati magistrali biennali e solo il 15% dei laureati magistrali a ciclo unico, cioè dei medici e degli avvocati.

Niente di diverso, in fondo, da ciò che mostra Thomas Piketty, noto autore de “Il Capitale del XXI secolo” quando afferma che la (lenta) democratizzazione degli accessi all’istruzione non ha (ancora) ridotto la disuguaglianza sociale.

 

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2018/08/28/ricchezza-perche-italia-lascensore-sociale-si-rotto-2/?refresh_ce=1

29 agosto 2018 / by / in
Magliette rosse: perché diventino una seconda pelle

È stata un’esperienza bella, significativa e per molti versi inaspettata, quella del 7 luglio scorso, ma proprio per questo è importante farne tesoro, darle continuità. È a questo che mirano le riflessioni che voglio condividere con tutte le realtà.

 

 

 

Una grande adesione, una grande partecipazione. Un’Italia vigile, appassionata, che esce allo scoperto e riempie le piazze materiali e virtuali per dire basta alla perdita di umanità, all’innalzamento di muri, alla rimozione della memoria e alla diffusione di menzogne. Per opporsi non alle paure – che sono un sentimento umano – ma alla loro strumentalizzazione e degenerazione in cinismo e rancore.

È stata un’esperienza bella, significativa e per molti versi inaspettata, quella del 7 luglio scorso, ma proprio per questo è importante farne tesoro, darle continuità. È a questo che mirano le riflessioni che voglio condividere con Libera e con tutte le realtà – a cui sono profondamente grato – che hanno aderito al nostro appello. Riflessioni per sostare, per guardarci dentro e guardare avanti, per procedere con passo più deciso.

 

Non possiamo non occuparci dei poveri

La prima riguarda un’obiezione che ho sentito fare: Libera si occupa di mafie, che c’entra con i migranti? Chi la pensa così non tiene conto di un fatto a mio avviso fondamentale. La lotta alle mafie è, nella sua stessa sostanza, lotta per la libertà e la dignità delle persone. Lotta contro le ingiustizie e le violenze. Lo abbiamo detto tante volte: se le mafie fossero una realtà solo criminale, sarebbero sparite da tempo dalla faccia di questa terra. Ma mafia vuol dire anche corruzione, collusione, appoggio politico e favore economico. E vuol dire tessuto sociale sfibrato, anemico, privo dei globuli rossi dell’etica. Oggi non si può parlare di mafie, e progettare efficaci azioni di contrasto, senza partire dalla profonda vicinanza, a volte intreccio, delle logiche mafiose con quelle di un sistema politico-economico che Papa Francesco ha definito “ingiusto alla radice”, un sistema che provoca guerre, ingiustizie, sfruttamento di beni e persone in tante parti del mondo, e di cui le migrazioni sono un’evidente conseguenza. Ecco perché Libera – senza perdere la sua specificità, anzi arricchendola – non può fare a meno di occuparsi di migranti, come non può fare a meno di occuparsi di povertà (lo ha fatto con il progetto “Miseria ladra”, continua a farlo con la rete “Numeri pari”) e così di lavoro, di scuola, di sanità, cioè di quello Stato sociale ridotto a brandelli da un sistema che ormai non si fa più scrupolo di affermare che la dignità della persona è una variabile economica, non un diritto umano, sociale, civile.

 

Essere una spina nel fianco del sistema

Seconda riflessione: il rapporto con la politica. Si è detto e scritto sull’adesione all’iniziativa di persone o realtà che fanno capo a un partito o ne sono diretta espressione. Con inevitabile seguito di commenti, illazioni, polemiche. Ora va precisato che l’appello era rivolto soprattutto al mondo del sociale e ai cittadini, ma se alcune espressioni della politica hanno ritenuto di sottoscriverlo, ben venga: della loro sincerità risponderanno i fatti, la coerenza tra l’adesione a un testo che parla chiaro e le azioni che ne derivano.Così come va precisato – non è la prima volta, ma è bene ribadirlo –che Libera è apartitica: nessuno può affibbiarle etichette o metterci sopra le proprie insegne. Apartitica ma non apolitica, se politica significa sentirsi responsabili del bene comune, fare la propria parte per difenderlo e per promuoverlo, come ci chiede la Costituzione. È questo che da sempre cerchiamo di fare, nella convinzione che l’impegno sociale non sia mai neutrale, né limitato alla sola solidarietà. Accogliere è importante, anzi fondamentale, ma lo è altrettanto il denunciare le cause dell’esclusione e operare per eliminarle. Se manca questo aspetto l’impegno sociale rischia di diventare “delega alla solidarietà”, perdendo la sua visione, la sua carica propulsiva e innovativa. Non più spina nel fianco del sistema, ma foglia di fico delle sue inadempienze.È questo lo spirito e l’etica del nostro rapporto con la politica – un rapporto schietto, trasparente, esente da servilismi e secondi fini: piena collaborazione con chi opera per il bene comune; opposizione e denuncia di chi se ne appropria o lo trasforma in privilegio.

 

Non migrazioni ma deportazioni indotte

Terza riflessione, le semplificazioni e le falsificazioni. C’è chi ha detto: «Libera e don Ciotti sono quelli dell’ “accogliamoli tutti”». Come c’è chi ci ha accusato di non occuparci dei problemi di casa nostra, del dramma di milioni d’italiani relativamente o assolutamente poveri, costretti a tirare la cinghia, a mangiare nelle mense e a dormire per strada o nei dormitori. Libera non ha mai detto “accogliamoli tutti” ed è disonesto chi ci attribuisce queste semplificazioni. Da sempre sosteniamo che l’immigrazione è un problema enorme e complesso, che richiede interventi simultanei e su piani diversi. In estrema sintesi, ne enumero almeno quattro. Primo, riscrivere la convenzione di Dublino, perché un’Europa non corresponsabile e non collaborativa è solo un aggregato tecnico di nazioni (vedi le puntuali osservazioni in allegato di Lorenzo Trucco, presidente dell’Asgi, associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione). Secondo, modifiche strutturali, non solo superficiali e cosmetiche, di un sistema economico che innesca conflitti e produce povertà dunque migrazioni – chiamiamole deportazioni indotte, visto che nessuno abbandona casa e affetti se non a causa della fame, della guerra, della desertificazione e distruzione dell’ambiente. Terzo, creare le condizioni perché chi vive in Africa e in altre regioni del mondo che l’Occidente ha sfruttato e colonizzato, possa farlo in dignità, ovvero in piena autonomia. Quarto, impostare politiche d’interazione che sappiano coniugare accoglienza e sicurezza, diritti e legalità, tenendo conto del disagio di milioni di italiani. L’accoglienza funziona e diventa un fattore di crescita umana, culturale, economica, laddove si sono create le condizioni per accogliere, ossia laddove una politica rivolta non al potere contingente ma al bene comune presente e futuro, si è opposta allo sfascio dello Stato sociale, alla riduzione o cancellazione dei servizi, al dilagare della disoccupazione e alla crescita della dispersione scolastica. Ecco allora che dire “Libera si dimentica dei poveri e dei bambini di casa nostra”, è falso. La rete “Numeri pari” è stata concepita, come detto, proprio per rispondere ai bisogni delle persone, ma più in generale lo stesso impegno contro le mafie e la corruzione è un impegno contro la povertà, visto che le mafie – come dicono accreditati studi economici – sono una delle principali cause di povertà, e tra le loro vittime bisogna annoverare non solo i morti ammazzati ma anche le centinaia di migliaia di “morti vivi”, di persone a cui mafiosi e i corrotti tolgono lavoro, speranza, dignità.

 

Sovvertire la dittatura dell’effimero

La quarta e ultima riflessione riprende la domanda iniziale: come dare continuità all’iniziativa, come farne tesoro? Il tempo che viviamo è segnato da una dittatura dell’effimero, da un eterno presente in cui tutto accade senza lasciare traccia. Conta l’emozione, il clamore, la polemica del momento, ma poi tutto finisce lì, soppiantato da altre emozioni, clamori, polemiche. Calato il polverone dell’emergenza, il paesaggio che si offre ai nostri occhi è sempre lo stesso, solo più desolante e trascurato. È bene esserne consapevoli se vogliamo custodire lo spirito con cui abbiamo indossato quelle magliette: andare oltre la contingenza e l’emergenza. Dirò di più: andare oltre la commozione e l’indignazione. Oggi non bastano più. Come non bastano più le parole: in un’epoca in cui se ne abusa irresponsabilmente, anche quelle autentiche rischiano di essere sommerse dal chiacchiericcio. Libera sin dall’inizio cerca di opporsi a questa deriva ormai impressionante. Libera nasce per impedire che la rabbia e il dolore per le stragi del 1992 non svanissero col passare del tempo, nasce per trasformare quelle emozioni in sentimenti e quei sentimenti in consapevolezza, responsabilità, memoria viva. Ha sempre agito sapendo che non è la contingenza il banco di prova, ma la coerenza e la determinazione con cui si compie un cammino. Nella coscienza dei limiti, beninteso: nessuno è insostituibile, ma nessuno può fare al posto nostro quello che è nostro compito fare.

 

Rispondere all’appello della storia

La coscienza della responsabilità, personale e collettiva, è l’etica che abbiamo abbracciato, che abbiamo scritto prima che negli statuti nelle nostre coscienze. E questo ha sempre significato stare nel tempo, nella storia che ci è data, senza eludere i suoi appelli e le sue provocazioni, rispondendo sempre, nei nostri limiti, “ci sono, ci siamo”: «Delle parole dette mi chiederà conto la storia – diceva Tonino Bello, instancabile costruttore di pace – ma del silenzio con cui ho mancato di difendere i deboli dovrò rendere conto a Dio». Il tempo che oggi ci viene dato è un tempo difficile, ambiguo, pieno d’insidie e di pericoli, un tempo schiacciato in un presente senza prospettive, sempre più simile a un vicolo cieco. Lo dico pensando soprattutto ai giovani – alle migliaia che si riconoscono in Libera, che ci accordano una fiducia spero ben riposta e che rappresenta per noi la più alta responsabilità – perché sono loro le prime vittime di questo presente prigioniero di se stesso, ostaggio di poteri ingiusti o criminali. Un tempo nel quale si gioca – ormai credo sia chiaro a molti – una partita di civiltà. Si, civiltà. Perché quando viene meno il dovere di soccorso, un dovere che nasce dall’empatia fra gli esseri umani, dal riconoscerci gli uni e gli altri soggetti a un destino comune, viene meno il fondamento stesso della civiltà.

 

La conoscenza è sempre un atto di amore

Questo tempo ci dice che dobbiamo ripartire da due cose, umilmente ma tenacemente: le relazioni e la conoscenza. Sono le strade per crescere in umanità e in cultura, due strade che abbiamo smesso di percorrere. Partire dalle relazioni perché la premessa di una società giusta e pacifica è il mettersi nei panni degli altri, l’andare oltre le relazioni opportunistiche e d’interesse, il riconoscere l’altro e il “diverso” come un completamento, un arricchimento della nostra identità. Dalla cultura, perché un tempo complesso, soggetto a continue e rapide mutazioni, richiede parole e pensieri che lo sappiano interpretare, che sappiano orientarci nel suo groviglio, che sappiano ascoltare le nostre speranze e non solo le nostre paure. Se manca la cultura prevalgono le approssimazioni, le semplificazioni, gli slogan, e da lì le manipolazioni, le “bufale”, la propaganda. L’odio è conseguenza dell’ignoranza, perché si odia solo ciò che non si conosce, la conoscenza è sempre un atto di amore. È questo il compito che ci consegna l’iniziativa del 7 luglio. E solo se sapremo prendercene cura quotidianamente, renderlo spirito che anima i nostri atti e le nostre scelte – come già stanno facendo tante realtà in ogni parte d’Italia, a cui deve andare il nostro appoggio, il nostro incoraggiamento, la nostra gratitudine – potremmo ricordare quella data come un punto di svolta, l’inizio di una stagione di speranza, di giustizia, di ritrovata umanità.

Luigi Ciotti

http://www.libera.it/schede-563-magliette_rosse_perche_diventino_una_seconda_pelle

13 luglio 2018 / by / in
Tante magliette rosse in nome dell’umanità

Migranti. Quei bambini che muoiono nel mediterraneo, quelle donne e quegli uomini che scappano da guerra e da condizioni economiche e sociali su cui l’occidente ed i nostri governi hanno gravissime responsabilità, interrogano innanzitutto le nostre coscienze, il modello di sviluppo, la governance europea, i gruppi dirigenti della politica italiana degli ultimi 20 anni.

 

Un’onda improvvisa, colorata di rosso, in pochissime ore ha riempito le piazze di centinaia di città italiane, da nord a sud, senza distinzioni. Un moto di dignità, di rabbia e di solidarietà, spontanea. Un sentimento e una voglia di partecipazione partita dal basso, e da dentro. Perché, in nome dell’umanità di cui facciamo parte, non possiamo rimanere fermi ed in silenzio davanti a quello che continua ad accadere nei nostri mari, che con la loro storia tanto ci ricordano. Ma evidentemente chi governa difetta di memoria, e si sa che senza memoria si è incapaci di leggere il presente e di immaginare un futuro.

Soprattutto per contrastare questa prospettiva oscura e senza speranze, è il momento di dire basta. Quei bambini che muoiono nel mediterraneo, quelle donne e quegli uomini che scappano da guerra e da condizioni economiche e sociali su cui l’occidente e i nostri governi hanno gravissime responsabilità, interrogano innanzitutto le nostre coscienze, il modello di sviluppo, la governance europea, i gruppi dirigenti della politica italiana degli ultimi 20 anni.

Dalle piazze colorate di rosso in tutto il paese arriva un messaggio chiaro e forte di speranza: noi non siamo disponibili a tradire la nostra umanità, ci sentiamo profondamente solidali e vicini a tutti coloro che in questo momento sono ostaggi di scelte politiche che mostrano il livello di incapacità, cinismo e classismo di chi governa, siamo stufi e indignati di una classe dirigente politica che in maniera vergognosa e ipocrita avvelena da anni il cuore degli italiani raccontando l’enorme bugia dei migranti come principale problema del paese.

Le piazze rosse denunciano invece come i principali problemi del paese siano la povertà, le disuguaglianze, che sono esplose a livelli paragonabili solo ai periodi di guerra: 18,6 milioni di italiani a rischio esclusione, 5 in povertà assoluta, 9,3 relativa, mentre 12 milioni non si possono più curare e 1,2 sono bambini. Vergogna dunque a quei politici che occultano le loro responsabilità, spostando il problema sui più deboli così da scatenare una guerra tra poveri, facendo crescere la paura e l’insicurezza che sono benzina per odio e razzismo. Questi stessi politici che oggi dicono prima gli italiani sono gli stessi che ci hanno impoverito tagliando i fondi alle politiche sociali, si sono rifiutati di introdurre una misura di reddito minimo, hanno tagliato sulla sanità pubblica, sulle scuole, hanno reso più precario e intermittente il lavoro, legittimando persino quello gratuito.

Con le loro scelte politiche hanno allargato la zona grigia, quella che favorisce le mafie. Perché non possiamo più nascondere quello che vediamo tutti i giorni nelle nostre periferie: il welfare sostitutivo delle mafie sta subentrando al vuoto lasciato dalle politiche sociali che sono state quasi cancellate insieme al nostro sistema di protezione sociale. Senza giustizia sociali è impossibile sconfiggere le mafie e la corruzione che si avvantaggiano della povertà economica, culturale e relazionale.

È su questo che esigiamo risposte! Ed allora è una bella giornata quando finalmente a partire dall’appello lanciato da don Luigi Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele, insieme al giornalista Francesco Viviano ed ai presidenti di Anpi, Arci e Legambiente, ci si ritrova in tanti in carne ed ossa nelle piazze reali, non virtuali, per dire a voce unica che non siamo disponibili a vedere affondare la nostra umanità su quei barconi. E che il vero problema del nostro paese come della nostra Europa è la questione sociale, e non i migranti o gli impoveriti, che sono due volte vittime: prima di un modello economico insostenibile socialmente ed ecologicamente, e poi dell’ipocrisia di un ceto politico prono agli interessi delle elite economiche e finanziare che hanno prodotto la crisi.

Siamo consapevoli che la strada è lunga. Ma è da momenti simbolici capaci di organizzare il dissenso, costruire un nuovo linguaggio e nuova solidarietà che dobbiamo ripartire. In una società avvelenata dalla povertà culturale, economica e relazionale, pensare di rimanere in piccoli spazi, peggio ancora se sicuri, non porta a nulla. Dobbiamo accettare il corpo a corpo con la realtà, partendo dai luoghi del dolore e del dissenso, mettendo insieme le voci, accordandole in un “Noi” che sappia, a partire dalla pluralità, praticare obiettivi comuni.

Giuseppe De Marzo

 

Da Il Manifesto del 8/07/2018

9 luglio 2018 / by / in
Il paese diseguale

L’Italia cresce, poco, in modo diseguale e a tempo determinato. Questa è la fotografia scattata dalla Banca d’Italia e dall’Istat nelle ultime rilevazioni pubblicate nei giorni scorsi.

Se è vero che il Pil italiano cresce nell’ultimo trimestre dell’1,5%, la debole ripresa, trainata dai Paesi forti dell’Unione Europea, è accompagnata da forti e crescenti disuguaglianze, soprattutto tra nord e sud del Paese, da crescente povertà e da lavoro prevalentemente a somministrazione, quindi precario.

Secondo la Banca d’Italia è in aumento il numero di individui poveri, assoluti e relativi. Sono il 23% della popolazione, circa 13,5 milioni, che si uniscono agli ulteriori 3,5 milioni di individui che sono poco sopra la soglia e sono a rischio povertà. In tutto dunque 18 milioni, il 33% della popolazione. La soglia di povertà è fissata al 60% del reddito mediano, circa 860 euro al mese. Chi sta al di sotto di questa soglia è povero, e come abbiamo visto il dato è in costante aumento.

Aumentano le disuguaglianze in termini di ricchezza netta: il 30% più povero ne detiene solo l’1% (circa 6.500 €), di cui tre quarti sono a rischio povertà; invece, il 30% più ricco detiene il 75% della ricchezza (un reddito medio di 510.00€) – e il 40% di questa ricchezza è nelle mani del 5% ancora più ricco (circa 1,3 milioni).

In mancanza di un sostegno al reddito universale, la soluzione sarebbe quella di implementare politiche che producano occupazione, e di qualità. Ancora una volta, è l’Istat a dirci che l’occupazione è in aumento, ma solo quella a tempo e a somministrazione. E il Sud resta fortemente indietro rispetto al Nord.

Mentre le forze politiche che hanno vinto le elezioni si accordano per dare un nuovo governo al Paese, risulta necessaria e non più rimandabile una misura che sollevi dalla povertà chi ne è colpito: la proposta è quella piattaforma di 10 punti del Reddito di Dignità elaborata prima da Libera e poi dalla rete dei Numeri Pari sulla base della Direttiva Europea del 992 e della Carta di Nizza del 2000. Nel 2015 le reti sociali chiedevano che entro 100 giorni si approvasse una legge che introducesse il reddito minimo, ma, nonostante l’impegno di alcuni parlamentari di SEL, ora SI, e PD, nulla è stato fatto.

Con il reddito minimo garantito, si avrebbe più tempo per una necessaria riorganizzazione del mondo del lavoro, al tempo dell’elevata automazione. In questa direzione va la proposta della riduzione del lavoro a 32 ore. Il vecchio motto è sempre quello dei movimenti e delle reti sociali: lavorare meno, lavorare tutti, a parità di salario.

Servono risorse da redistribuire, attraverso una patrimoniale, un drastico azzeramento delle spese militari e una pedagogica lotta alla corruzione all’evasione fiscale. Il fatturato annuale della mafia equivale a 10 finanziarie.

Serve, poi, uscire dal cappio al collo del pareggio di bilancio in Costituzione, che ci obbliga a versare 50 miliardi all’anno all’Europa per il rientro dal debito pubblico, obbiettivo che è impossibile da raggiungere nel 2025. E infine serve sbloccare i fondi bloccati dal patto di stabilità interno, che vincola 19 miliardi di spese sociali agli enti locali.

Dunque, le risorse ci sono, come ben si vede. Serve solo che le forze politiche che si sono candidate a governare il Paese la smettano con la demagogia e il populismo e si occupino del bene dei propri concittadini e del proprio territorio. Perché non c’è più tempo.

 

Rogero Paci

Leftlab Bari

Rete dei Numeri Pari Puglia

21 marzo 2018 / by / in ,
Sul reddito di cittadinanza solo silenzio da parte della sinistra

Giuseppe De Marzo, 13.03.2018

Di quella sinistra che oggi ride della (finta) notizia delle file ai Caf, al Sud, per chiedere i moduli per il «reddito di cittadinanza» del M5s, nessuna traccia. Un silenzio che spiega, meglio di qualsiasi editoriale, la sua sconfitta all’ultima tornata elettorale. Mentre un terzo del paese è in povertà assoluta, relativa e a rischio esclusione sociale «Non cè più tempo».

Era il gennaio 2015 quando, ai cronisti accorsi sotto la sede di Libera, Beppe Grillo sottolineò l’importanza, urgente, di una misura di contrasto alle povertà. In ballo il «diritto all’esistenza di milioni di persone a rischio esclusione sociale», il commento di Don Ciotti. Su quel tavolo non cera solo la proposta del M5s: Sel, oggi Sinistra Italiana, e il Pd si dicevano pronti a cercare una mediazione. Quella mediazione fu trovata grazie al lavoro della campagna «Miseria Ladra», promossa dal Gruppo Abele e da Libera: «100 giorni per un reddito di dignità». Furono raccolte in pochissimo tempo 100mila firme. Da quella mediazione i 40 parlamentari di centrosinistra si dileguarono, lasciando il M5s a predicare nel deserto politico, che tornò così sulla proprie posizioni: una proposta di workfare. Più un ammortizzatore sociale che una forma di welfare diffuso, orizzontale, individuale. Un triste gioco dell’oca sulla pelle degli ultimi.

A partire dall’esperienza di «Miseria Ladra», associazioni, enti locali, sindacati, studenti, centri di ricerca e con loro decine di sindaci e giunte comunali dal Nord al Sud del paese si spesero dando vita a un guida di principi irrinunciabili utile per un eventuale articolato di legge da proporre in Parlamento. Nella campagna si chiedeva l’impegno, ad personam, a diversi parlamentari a partire dalla loro firma come sostegno a questa piattaforma che aveva l’intenzione di mettere insieme le diverse proposte in campo e unire le forze politiche e parlamentari intorno a una sola proposta. Una sorta di larga intesa per il diritto al reddito. Un percorso che non poteva finire con un semplice dietrofront delle forze politiche in campo. Da qui la nascita della Rete dei Numeri Pari, che oggi conta più di 400 realtà sparse in tutta Italia. Tre anni dopo quell’incontro, due anni e mezzo dopo quella campagna, un anno dopo la nascita della Rete, finalmente il tema del reddito è al centro del dibattito politico.

Il problema è, però, come l’informazione se ne sta occupando. Invano, lo scorso 14 e 15 febbraio la Rete dei Numeri Pari ha cercato un’interlocuzione con le forze politiche: nessun appello, nessuna chiamata diretta ma un seminario ed una conferenza stampa nazionale «I love dignità» al quale sono intervenuti costituzionalisti come Gaetano Azzariti, magistrati come Giuseppe Bronzini, docenti come Roberto Pizzuti e Tomaso Montanari. Con loro il Basic Income Network-Italia, giornalisti, realtà sociali e di movimento, studenti, parrocchie, cooperative, sindacati. Una sola proposta al centro, unitaria, che risponde alla crisi della democrazia e guarda a una vera forma di protezione sociale: dieci punti per un reddito di dignità. Tutto inutile. La politica era troppo intenta a cercare voti. Il risultato è la triste situazione attuale, con il racconto auto-assolutorio di un «popolo imbecille» che si sarebbe fatto convincere dall’assistenzialismo del M5s.

Di quella sinistra che oggi ride della (finta) notizia delle file ai Caf, al Sud, per chiedere i moduli per il «reddito di cittadinanza» del M5s, nessuna traccia. Un silenzio che spiega, meglio di qualsiasi editoriale, la sconfitta della sinistra all’ultima tornata elettorale. Un terzo del Paese – tra chi è in povertà assoluta, relativa e a rischio esclusione sociale sta gridando aiuto, intrappolato all’interno di un modello economico che per auto-alimentarsi genera diseguaglianze e disoccupazione. In un sistema del genere, la domanda che mettiamo al centro del dibattito politico è: le persone che vivono in povertà hanno diritto a esistere oppure no? Se la risposta è si, e quindi vogliamo riconoscere e garantire lo «ius existentiae», il diritto ad esistere per ogni essere umano, dobbiamo obbligatoriamente pensare a forme di welfare universali, e non selettive come hanno fatto i governi negli ultimi anni; allo stesso tempo diventa indispensabile come avvenuto in tutta Europa introdurre anche nel nostro paese un reddito minimo garantito, e non piccole forme di sostegno che nascondono in realtà lo sfruttamento della condizione di povertà, obbligando chi è già in difficoltà a forme di lavoro (?) che non tengono conto della condizione o del percorso di esperienze personali.

Chi vuole continuare a fare campagna elettorale, faccia pure. Chi punta a portare al centro la questione del reddito come strumento di contrasto alle povertà e alle paure che queste generano, dovrebbe «festeggiare» il fatto che finalmente sui media mainstream si è aperta una crepa. Su questa crepa si potrà e si dovrà costruire iniziativa politica, alleanze, rafforzando la consapevolezza sulle cause della crisi e sulle proposte da mettere in campo. A partire dai dieci punti che definiscono i principi irrinunciabili dei regimi di reddito minimo garantito stabiliti sin dal 1992 dal Parlamento Europeo e dalla Commissione UE. L’obiettivo è restituire dignità a milioni di persone. Il lavoro in questa direzione ci darà l’opportunità di rispondere all’altra sfida posta dalla crisi: coniugare giustizia sociale e dinamismo economico.

* Coordinatore della Rete dei Numeri Pari

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13 marzo 2018 / by / in ,