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COMUNICATO STAMPA: WE LOVE SICUREZZA SOCIALE. Le valutazioni e le proposte delle reti sociali italiane sul DEF

Roma, 17 ottobre 2018 – la Rete dei Numeri Pari, che raggruppa oltre 600 realtà in tutta Italia, tra cui reti sociali, movimenti, cooperative, centri anti-violenza, presidi antimafia, parrocchie, giuristi, magistrati, centri di ricerca e sindaci, ha organizzato presso la Federazione Nazionale della Stampa Italiana la conferenza stampa nazionale We love sicurezza sociale, esprimendo le sue valutazioni e le sue proposte riguardo al documento di economia e finanza in discussione in queste ore.

Don Luigi Ciotti: “La povertà è un reato contro la dignità delle persone e chi non se ne occupa è complice e colpevole. I poveri non chiedono elemosina ma dignità. Abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale”.

La rete dei Numeri Pari chiede un immediato confronto con le forze politiche su un tema centrale per democrazia e coesione sociale totalmente eluso dal dibattito politico.

“Non è una manovra che contrasta le disuguaglianze, provocate dai tagli al sociale, dalle politiche di austerità, da politiche fiscali regressive, dalla crescita esponenziale del lavoro precario e sottopagato, dall’assenza o dalla limitatezza di investimenti pubblici adeguati in settori ad alta intensità di lavoro o legati alla filiera della riconversione ecologica delle attività produttive. La manovra del governa in realtà allarga le disuguaglianze, prevedendo misure come “il sussidio di povertà” e la flat tax che la istituzionalizza invece di eliminarla. Realizzando queste misure si introducono forme di universalismo selettivo, rafforzando il darwinismo sociale e la guerra tra poveri, definendo chi vive in condizione di povertà come parassita che non vuole fare niente e a cui gli si dice anche come vivere” – spiega Giuseppe De Marzo delle Rete dei Numeri Pari. “La manovra non affronta un altro enorme tema legato alla garanzia dei livelli di servizi essenziali e lascia i Comuni soli nella battaglia impossibile contro i tagli provocati dal pareggio di bilancio. Allo stesso modo, viene posta in maniera pregiudiziale la questione dell’aumento del Def e il rapporto con l’Europa: il problema non è l’aumento di qualche decimale di deficit rispetto al Pil, bensì il mancato utilizzo della fiscalità generale per affrontare le priorità del paese. Fare debito senza garantire i diritti sociali delle persone è un grave errore, così come spacciare queste misure come necessarie a contrastare le politiche di austerità. Se il governo avesse realmente intenzione di combattere l’austerità ci darebbe ascolto e metterebbe subito i servizi sociali fuori dal patto di stabilità, impropriamente inserito in Costituzione dal 2012 – proposta che proprio il M5S aveva sottoscritto nella scorsa legislatura, ma che oggi sembra aver dimenticato. Se si volesse veramente fare in Europa una battaglia contro le politiche di austerità, si dovrebbe guardare alla costruzione di alleanze con quei paesi definiti PIIGS che, al contrario dell’Italia, le stanno combattendo in termini democratici. Purtroppo, il governo italiano guarda invece a Orban come modello, mettendo in campo l’ennesimo tentativo di distrazione di massa da quelli che sono i veri problemi del paese, rifiutando le proprie responsabilità. La manovra non è chiara nemmeno sul fondo nazionale politiche sociali e lascia intravedere ulteriori tagli alla spesa sociale, contrariamente alle necessità del paese”.

Alla conferenza ha partecipato anche il presidente della FNSI, Beppe Giulietti, che ha condiviso le critiche della Rete al DEF e le proposte delle centinaia di realtà sociali impegnate nel contrasto alle disuguaglianze, alle povertà e alle mafie. Allo stesso modo, il vescovo ausiliario di Roma Sud, don Paolo Lojudice, intervenendo ha ricordato le responsabilità della politica che in questi anni, nonostante il cambio dei Governi, continua a riprodurre politiche economiche e sociali non al servizio delle persone e del bene comune.

“Quello che viene erroneamente chiamato Reddito di cittadinanza non può essere definito come una forma di reddito minimo garantito, in quanto rappresenta un sussidio di povertà, condizionato al lavoro gratuito e a una serie di controlli e limitazioni che violano i principi stabiliti dalla commissione europea e dal parlamento europeo a partire dal 1992” spiega Giuseppe Allegri, del BIN Italia. “La proposta che avanziamo da tempo come Rete dei Numeri Pari articolata in 10 punti è coerente con le indicazioni sovranazionali e le esperienze nazionali già in vigore perché pone al centro la valorizzazione e l’autonomia di scelta del proprio percorso di vita. L’esatto opposto di quello che succede con il sussidio di povertà del governo. Dispiace dover costatare come anche il M5S abbia tradito l’impegno preso con centinaia di migliaia di cittadini e realtà sociali del nostro paese che da anni sono impegnate a lavorare per l’introduzione di un reddito di dignità e di quello che noi definiamo un vero e proprio diritto economico indispensabile in tempo di crisi”.

“Il diritto al reddito minimo è previsto dalla nostra Costituzione attraverso i principi di dignità, eguaglianza, solidarietà e lavoro e deve essere uno strumento di emancipazione e partecipazione attiva, non un’elemosina che lascia i poveri ai margini”, spiega Gaetano Azzariticostituzionalista. “Le politiche del governo sono indegne – nel senso di dignità espresso dalla costituzione – perché dimenticano che il principale obbligo della repubblica è quello di rimuovere i principali ostacoli che impediscono lo sviluppo della persona, individuando come principio fondamentale il dovere della solidarietà richiamato nell’art.2 che questo governo viola”

“L’introduzione di un reddito minimo garantito, che per noi si declina in un reddito di formazione, è oramai una riforma necessaria per la sostenibilità del sistema. La politica prenda immediatamente posizione proponendo misure concrete iniziando dalla ricapitalizzazione il Fondo d’investimento per L’istruzione che al momento è fermo al 3,6% del Pil nonostante il piano europea ci impone un minimo del 6%”, afferma Andrea Nicolinistudente e rappresentante della Rete della Conoscenza.

“All’interno del Def il concetto di cooperazione sociale non viene affrontato come prevede la nostra Carta, e cioè come uno strumento di sviluppo dell’autonomia della persona, della comunità e di promozione di politiche attive del lavoro”, denuncia Anna Vettigli per LegacoopSociali. “L’inclusione lavorativa di figure svantaggiate è uno strumento fondamentale che unisce la lotta contro le disuguaglianze a quella per il diritto al lavoro. Il Def tradisce una visione culturale del governo che scarica sui più deboli la colpa della loro condizione, aumentando l’esclusione sociale e colpevolizzando il lavoro della cooperazione sociale e del welfare cittadino, a cui vengono opposte politiche fondate sui tagli e sul workfare e non più sull’universalità dei diritti.”

“Per far uscire le persone dalla povertà bisogna garantire alle persone una casa ed un reddito. I nostri luoghi garantiscono dignità, autonomia e libertà, attraverso forme di reddito indiretto che il governo continua a ignorare.”, afferma Paolo Di Vetta, dei Movimenti per il Diritto all’abitare. “Sono gli stessi pilastri sociali europei a stabilire come indispensabili il diritto alla casa, il diritto ad un reddito di dignità ed un’offerta di servizi basici di qualità. Sono i principi che affermano il “diritto all’esistenza” che oggi viene messo in discussione dal Def e dal decreto Salvini che promuove una vera e propria guerra contro i poveri e tutti coloro che sono costretti ad occupare perché non hanno altra possibilità di una vita dignitosa.”

“Le disuguaglianza di genere nel nostro paese sono ormai tra le più preoccupanti ed in continua crescita.”, afferma Francesca Koch della Casa Internazionale delle Donne e dei movimenti femministi. ”Le donne sono sotto attacco ed il Def non fa nulla per riformare il nostro sistema di protezione sociale, ancora sottofinanziato e che schiaccia il ruolo delle donne agli aspetti della cura ed all’interno di una famiglia immaginata ancora su relazioni patriarcali.”

“Le disuguaglianze colpiscono oggi come non mai anche i migranti. Fenomeno migratorio che non può essere considerato come “emergenza” ma come una situazione strutturale sulla quale intervenire con altre misure se davvero abbiamo a cuore i diritti delle persone, che non sono mai in contrapposizione sulla base del colore della pelle o della razza.”, dice Rosa Mendes portavoce delle donne brasiliane. “La revoca del permesso di soggiorno e della protezione internazionale così come previste dal Def innescano un meccanismo di esposizione delle donne migranti alla malavita ed al fenomeno della tratta. Solo la piena affermazione dei tre pilastri sociali europei, a partire da un reddito di autodeterminazione basato sulla residenza, possono spezzare queste catene e liberare l’autonomia e lo sviluppo delle donne.”

Chiudono le parole di Don Luigi CiottiLa rete dei Numeri Pari è nata per lottare e sognare mentre oggi sono in troppi a scegliere un prudente silenzio. I poveri non chiedono elemosina ma dignità e la povertà è un reato contro la dignità delle persone. È un crimine di civiltà. Non voglio più parlare di diseguaglianze ma di ingiustizie sociali. Ed oggi ne abbiamo troppe nel nostro paese. Perché le parole sono azioni ed oggi dobbiamo fare una bonifica delle parole che spesso in questi anni ci sono state rubate: come legalità, antimafia, società civile. Parole svuotate, se non sono agganciate alla vita, ai diritti delle persone che non possono essere trattati come numeri, né essere in balia delle sensibilità di chi governa e delle leggi di un’economia fondata su un pensiero unico. Fare politica vuole dire partire dai bisogni e dalle speranze delle persone. Politica è etica della comunità e oggi c’è un divorzio tra politica ed etica. Se la politica è lontana dalla strada e dagli ultimi, la politica è lontana dalla politica ed è quindi un’altra cosa. Dobbiamo alzare la voce perché, pur di avere consenso, si sta calpestando la dignità delle persone creando un clima sconcertante. La distanza tra quello che bisogna fare e quello che avviene è abissale, mentre crescono la solitudine e le paure. Assistiamo allo sgretolamento della cultura dei diritti e ad una conseguente emorragia di umanità che abbiamo il dovere, la responsabilità ed il diritto di fermare. Non possiamo non dire che oggi siamo davanti al tradimento dei principi e dei valori della Costituzione, in un paese che in questi ultimi anni continua a volersi definire come “forte” senza riconoscere le proprie fragilità e quelle degli altri. Forti invece è quel paese che riconosce le proprie debolezze e fragilità ed accoglie quelle altrui. Si continua a semplificare fenomeni e situazioni complesse e difficili, spesso con slogan, retoriche e parole che disorientano e strumentalizzano le fasce più deboli. La povertà è un reato e chi non se ne occupa è complice e colpevole. Non abbiamo bisogno di far crescere e strumentalizzare il rancore ma di una rivoluzione culturale che invece metta insieme la giustizia sociale e quella ambientale, come anche la Laudato Sii di papa Francesco ci ricorda.”.

La nostra proposta: i 10 punti del reddito di dignità
I nostri obiettivi: Vecchie e nuove povertà. Quali interventi?

Ufficio stampa: 347 393 5956

19 Ottobre 2018 / by / in ,
La manovra della guerra tra poveri

Il Manifesto | 21 ottobre 2018

Il governo delle destre. Il finto reddito di cittadinanza stigmatizza chi è in difficoltà facendo passare il cosiddetto «povero» per un parassita che non vuole fare niente. Invece di sganciare il soggetto in difficoltà dal ricatto lo si rinchiude in un ulteriore trappola che serve solo agli interessi del modello economico di riferimento del governo: il liberismo economico

Il Def non interviene su nessuna delle cause che provocano l’aumento delle disuguaglianze: tagli alle politiche sociale, politiche di austerità, lavoro povero ed a bassa intensità, politiche fiscali regressive, assenza di adeguate misure di welfare, bassi investimenti pubblici e privati in settori industriali ad alta intensità di lavoro e/o legati alla riconversione ecologica delle attività produttive. Non è nemmeno una manovra che tenta di contrastare le disuguaglianze, anzi le allarga con misure come il finto reddito di cittadinanza che altro non è che un sussidio di povertà che la istituzionalizza, rafforzando la guerra tra poveri avviata con i precedenti governi.

Così il finto reddito di cittadinanza stigmatizza chi è in difficoltà facendo passare il cosiddetto “povero” per un parassita che non vuole fare niente, a cui gli si dice come vivere immaginandolo come un essere incapace di meritare fiducia e autonomia. Se sei povero la colpa è tua. Lo Stato, come nell’ottocento, ti riconosce in quanto sfigato un sussidio e ti chiede in cambio lavoro gratuito o sottopagato, rinchiudendoti in una “trappola della povertà” che ha come unico obiettivo mostrare un miglioramento degli indici che interessano Bruxelles e la finanza, senza liberare la persona dalla sua condizione difficile e senza garantirgli dignità. L’esatto opposto di quanto stabiliscono tutti i regimi di reddito minimo garantito che seguono i principi stabiliti dalle risoluzioni europee e dalla stessa Commissione Europea: individualità, valorizzazione dell’autonomia della persona, somma commisurata sul 60% del reddito mediano, residenza e non cittadinanza, nessun obbligo di lavoro purché sia, servizi sociali di qualità, costruzione di un sistema di servizi integrato. Invece di sganciare il soggetto in difficoltà dal ricatto lo si rinchiude in un ulteriore trappola che serve solo agli interessi del modello economico di riferimento del governo: il liberismo economico.

Eppure nella scorsa legislatura 91 deputati e 35 senatori del M5S avevano sottoscritto le due principali proposte di circa 600 realtà sociali della rete dei Numeri Pari: 1) l’istituzione del reddito di dignità, sulla piattaforma di 10 punti elaborata dal BIN Italia; 2) mettere i servizi sociali fuori dal patto di stabilità per liberare risorse che consentono ai Comuni di garantire i servizi sociali. Ad essere ingannati non solo le realtà sociali, ma milioni di cittadini che si aspettano riforme capaci di migliorare la loro condizione materiale ed esistenziale. Come con la flat tax: un regalo ai ricchi ed una fregatura per quasi tutti gli altri. Il Def con una mano fa finta di dare e con le altre sette costruisce un paese più impoverito, diseguale, fragile, rancoroso, in perenne guerra contro un nemico. Senza speranza.

A conferma, non c’è traccia di una delle riforme più urgenti e richieste da anni per contrastare disuguaglianze e garantire diritti sociali: la riforma del welfare. Questione denunciata anche da Alleva in Parlamento anni fa. Siamo in presenza di un sistema di protezione sociale che da anni non è più in grado di farsi carico di chi è in difficoltà. Figurarsi adesso con una platea di 18,6 milioni di persone a rischio esclusione sociale. Un welfare sottofinanziato, a macchia di leopardo, che scarica troppo peso sulle donne. Il governo annuncia invece ulteriori tagli e politiche patriarcali, decidendo scientificamente di fomentare la guerra tra poveri. Il progetto è il passaggio dal welfare al workfare e da una società inclusiva ed aperta ad una oscurantista e classista.

È questo il punto: questa manovra viola i principi fondamentali della nostra Costituzione: dignità, uguaglianza, solidarietà e lavoro. Principi che come primo “obbligo” prevedono quello alla Solidarietà all’articolo 2. Un clamoroso ribaltamento di prospettiva, compiuto con il consenso popolare.  Da questo realtà che consegna un accresciuto consenso al governo bisogna partire, ribaltando le categorie e le logiche a cui il governo costringe il dibattito e comunica con i cosiddetti poveri. Come sul tema del Deficit e del rapporto con l’Europa.

Dobbiamo dirlo chiaramente: il problema non è fare qualche decimale in più di deficit, ma capire se abbiamo utilizzato la fiscalità generale al meglio, ed il governo non l’ha fatto. Si poteva finanziare il sussidio di povertà con la fiscalità, senza fare debito, ma non è stato fatto. Così come va ribaltata l’ultima campagna di comunicazione che vuole il governo impegnato a scontrarsi con i teorici delle politiche di austerità in Europa. Se davvero si volesse farlo, si affronterebbe il nodo del patto di stabilità messo in Costituzione e si costruirebbero alleanze con i cosiddetti paesi PIIGS e non certo con Orban. Il Def esprime pienamente e compiutamente il progetto politico di una destra nazionalista che punta all’autarchia e ad alleanze simili in Europa, non certo a combattere disuguaglianze, povertà ed austerità. Una guerra tutta interna alle destre che si stanno disputando il piano dell’egemonia.

Dare forza e fare massa critica con chi sta facendo opposizione alla manovra su proposte chiare ed efficaci ancorate ai principi costituzionali, rafforzare le alleanze sociali e mettere in campo iniziative politiche larghe e plurali, è l’unica strada che abbiamo per fare emergere il perimetro di un nuovo blocco sociale presente nel paese ma ancora privo di rappresentanza.

19 Ottobre 2018 / by / in , ,
Reddito di cittadinanza e piedistalli “di sinistra”: i due nemici per un reddito di dignità

Il Salto – 18 ottobre | di Daniele Nalbone

La federazione nazionale della stampa. Il Museo di Arte contemporanea di Roma. Ieri, Giornata mondiale della povertà, povertà e reddito di dignità hanno fatto irruzione in due luoghi che raramente hanno ospitato iniziative sul merito. Da una parte, nel cuore del mondo dell’informazione, la conferenza stampa organizzata dalla Rete dei Numeri Pari; dall’altra, nel ‘nuovo’ museo – il Macro Asilo – uno dei dieci tavoli della giornata di discussione e analisi intorno al Diritto alla città è stato dedicato proprio al reddito.

Due momenti diversi tra loro, ma comunicanti. Non staremo qui a raccontarvi cos’è la Rete dei numeri pari e ci limiteremo a elencarvi solo le proposte della piattaforma per il reddito di dignità: chi legge il Salto è già più che informato sul tema (qui potete scaricare gratuitamente l’ebook sul Reddito di dignità).

Le proposte per il reddito di dignità:

1) Sfratti zero come contrasto alle nuove povertà
2) Adeguamento del Fondo nazionale sociale per la diffusione dei servizi sociali e l’affermazione su tutto il territorio nazionale dei Livelli Essenziali di Assistenza
3) Investimento sull’infanzia con una maggiore promozione all’accesso agli asili nido e alla prescolarizzazione per i bambini delle famiglie svantaggiate e donne sole. Legge nazionale sul diritto allo studio che garantisca a tutti gli studenti effettive uguali opportunità
4) Istituzione del reddito di dignità
5) Spesa sociale fuor dal Patto di stabilità

Quanto sta accadendo a livello politico nazionale, con l’avvicinarsi del reddito di cittadinanza tanto caro al Movimento 5 stelle traccia però una linea netta sul tema del reddito. Crea un “prima” e un “dopo”. Perché oggi di reddito tutti parlano. Perché oggi il reddito è da considerare uno dei “temi caldi”. Perché, soprattutto, chi parla di reddito lo fa in malafede (chi ha scritto questa legge così come chi ci si sta opponendo a livello parlamentare) o con un piano ben preciso in testa: dare la spinta finale ad anni – decenni – di politiche neoliberali di tollerenza zero; chiudere i poveri in un recinto facendo del reddito di cittadinanza una vera e propria trappola per bloccare definitivamente la mobilità sociale in questo Paese; aumentare la distanza tra centro e periferie, tra classi sociali, chiudendo le persone in contesti (tanto geografici quanto sociali) marginali.

Tanto dalla conferenza stampa – alla quale hanno preso parte Giuseppe De Marzo (Rete numeri pari); Peppe Allegri (Bin Italia); Gaetano Azzariti (costituzionalista, presidente di Salviamo la Costituzione); Francesca Koch (Casa internazionale delle donne e movimento Non una di meno); Don Luigi Ciotti (Libera e Gruppo Abele); Peppe Giulietti (presidente Fnsi); Paolo Di Vetta (Movimento per il diritto all’abitare); Don Paolo Lojudice (vescovo ausliario di Roma); Rosa Mendes (portavoce delle donne latinoamericane); Andrea Nicolini (Rete della conoscenza) – quanto dal tavolo sul reddito del pomeriggio al Macro Asilo al centro della discussione, ma soprattutto off record, è emersa la necessità di iniziare a creare un percorso di “consapevolezza popolare” su che tipo di impianto è realmente il reddito di cittadinanza. Prima, però, bisogna scendere dal piedistallo e rendersi conto della situazione in cui versa il Paese. Potrà non piacere questo dispositivo approntato dal governo Conte su spinta del Movimento 5 stelle, ma il dato di fatto è che qualsiasi cosa sarà mai il reddito di cittadinanza – e se mai ci sarà – il 1° aprile migliaia di persone si metteranno in fila nei centri per l’impiego – o “palazzi del lavoro” per dirla alla Di Maio – per chiedere questo “sussidio alla povertà”. Che sia un bancomat, una card, soldi veri o simil buoni pasto, ci sarà l’assalto. Come c’è stato prima per il Rei. Non è una battuta: in Italia la gente ha fame. Veramente.

Ed è per questo che anche l’opposizione di gran parte della sinistra a suon di pacche sulle spalle e battutine del tipo «questi danno soldi per stare sul divano» o – speculare – «questi danno una sorta di buoni pasto e lo chiamano reddito» in questa fase sono solo e soltano autogol. Perché la risposta, basta camminare per strada, è sempre la stessa: «Almeno questi qualcosa fanno».

Ripetetela come un mantra: «Almeno questi qualcosa fanno». Alla terza volta, se la testa non vi fa troppo male, vi renderete conto di come non sia anche questa una battuta. Perché se per venti anni certa sinistra si è guardata bene, in nome di una “piena occupazione” che nessun sistema economico prevede, di boicottare o stoppare ogni forma di “reddito”, che sia di base, minimo o, come in questo caso, “di cittadinanza”, ora sono le battutine l’unico rumore che riecheggia nella valle della sinistra inesistente.

Una vera opposizione di sinistra oggi avrebbe ricordato al Movimento 5 stelle che i suoi deputati e i suoi senatori sono stati tra i firmatari sia della piattaforma del reddito di dignità che della richiesta di servizi sociali fuori dal patto di stabilità (certo, prima queste proposte le avrebbe portate avanti, ma questo consideriamolo ormai il passato). Una vera opposizione oggi avrebbe ricordato alla Lega che i suoi deputati e i suoi senatori, così come i suoi europarlamentari, hanno votato (o non si sono opposti a) tutte le misure di austerity chieste da Bruxelles e Francoforte, compreso il patto di stabilità in Costituzione (certo, prima le avrebbe contrastate, ma anche questo facciamo finta sia passato).

Oggi abbiamo solo questa rete (non è sminuire ma semplice constatazione). L’unica opposizione reale, concreta e soprattutto larga, fatta di mutualismo, socialità, partecipazione e conflitto è quella messa in campo da movimenti e pezzi di sindacato; realtà sociali e cooperative; associazionismo di base, cattolico, antimafia, femminista, migrante. Sono, per fare l’esempio di Roma, 10mila persone in piazza sabato scorso per riaffermare il diritto all’abitare. È un percorso lungo, che viene da lontano, e faticoso ma che è riuscito a convincere prima e coinvolgere dopo decine e decine di comuni in tutta Italia, soprattutto in quel sud che nelle cabine elettorali ha scelto il M5s. Sono delibere approvate e impegni presi dalle istituzioni locali su spinta popolare.

Per questo l’unica strada possibile è quella di tornare (per chi ha smesso ormai da quasi decenni di farlo) o di iniziare a sudare: punti informativi sul reddito di cittadinanza, momenti assembleari per costruire nuove maglie della rete, percorsi unitari di rivendicazione dei dieci punti per il reddito di dignità in ogni città. Conflitto. E niente chiacchiere – per esempio – su “deficit sì o deficit no”: la questione non è se sia giusto andare in rosso o meno, ma per cosa si va in rosso e se andare in rosso era necessario o se i conti potevano tornare. E, soprattutto, spiegarlo a chi continua a parlare di reddito di cittadinanza, reddito minimo, reddito di base come fossero sinonimi.

Perché, intanto, «questi almeno qualcosa l’hanno fatta».

 

19 Ottobre 2018 / by / in , ,
Manovra, Rete dei Numeri Pari: “Reddito di cittadinanza è a debito e non agisce sulle cause delle disuguaglianze”

Il Fatto quotidiano – 17 ottobre |

La rete nata su impulso di gruppo Abele e Libera chiede politiche sociali che garantiscano diritti e sicurezza. Critiche alla misura anti povertà voluta dal governo perché “discrimina su basi etniche e razziali” e obbligare ad accettare “lavoretti” che non portano all’emancipazione. Presentato un progetto alternativo che comprende reddito di dignità per tutti i residenti e altre misure di welfare.

 

Reddito di cittadinanza? No, chiamiamolo sussidio di povertà”. La Rete dei Numeri Pari boccia la manovra e in particolare le misure di welfare “che welfare non è” introdotte dal governo gialloverde, con in testa il reddito. La rete – contenitore di associazioni ed esperienze territoriali che si occupano di contrasto alle mafie, lotta per i diritti e alle diseguaglianze e che vede aderire realtà come Libera di don Ciotti – ha tenuto questa mattina una conferenza stampa presso la sede della Federazione Nazionale della Stampa. Ne è emerso un giudizio critico nei confronti di una finanziaria che “istituzionalizza la povertà e il darwinismo sociale” discriminando “su basi etniche e razziali” persone a cui si dice “quali spese morali compiere”. “E’ un reddito introdotto a debito – afferma il coordinatore Giuseppe De Marzo – e non attraverso la fiscalità. In questo modo non si agiscono sulle cause che portano le diseguaglianze e, di conseguenza, non si contrastano”.

Un tema, quello del “reddito di base” che da possibile investimento sociale diventa “elemento di controllo”, ricorrente nelle valutazioni degli aderenti alla rete. “Questa manovra – ha spiegato Giuseppe Allegri, di Basic Income Network Italia – persegue la lotta ai poveri, agli esclusi e agli emarginati, ma non alla povertà, all’esclusione e alla precarietà”. In particolare “io ti controllo per cui devi passare per una mia rete burocratica di riferimento, attraverso i miei negozi, i miei prodotti, i miei professionisti”. E la soluzione suggerita è un “mercato del lavoro di secondo ordine, il cosiddetto ‘lavoretto’ che non fornisce gli strumenti adatti per l’emancipazione sociale. Un incrocio fra il sussidio di disoccupazione e un reddito vincolato”. Quello che invece veniva auspicato era “l’introduzione di un salario minimo orario” perché, “come dicono anche gli economisti liberisti, oggi il lavoro non basta più”. Una proposta sottoscritta in tempi non sospetti “anche da attuali senatori M5S”.

Nella sede della Fnsi, non poteva non esserci anche l’accento sulla difesa dell’informazione e la graduale eliminazione dei contributi pubblici all’editoria. “Da tempo i cosiddetti giornaloni non prendono più un euro – ha ricordato Beppe Giulietti, di Articolo 21 – fra le testate importanti erano rimaste solo Avvenire e Manifesto. Con questa norma, invece, si toglie sostegno a tante testate di territorio o legate a piccole realtà associative che difendevano quel diritto al pluralismo che viene tanto sbandierato”. Difesa dell’informazione che, secondo Giulietti, non può non passare dalla lotta al precariato nel giornalismo: “L’abrogazione dei co.co.co. e dei contratti iniqui e mal pagati, la lotta alle querele bavaglio, l’introduzione di assicurazioni ad hoc per i giornalisti d’inchiesta, tutte misure mai prese in considerazione”.

La Rete dei Numeri Pari, a latere dell’aspetto critico, ha anche presentato una proposta in 10 punti di possibile “reddito di dignità”, che persegue l’introduzione di un “reddito individuale”tarato sul 60% del reddito mediano dello Stato, quindi “forme di promozione dell’occupazione”, l’allargamento ai “residenti” (comprendendo anche i non cittadini, come avviene per le case popolari), la “replicabilità temporale”, la “integrazione lavorativa” e l’erogazione di “altre misure di welfare sociale e servizi di qualità”. Sul tema della “residenzialità”, da registrare la proposta di Giulietti di chiedere al Capo dello Stato la cittadinanza ad honorem per Marian e Roxana Roman, i due baristi romeni che hanno avuto il coraggio di denunciare le minacce e le violenze dei Casamonicaalla Romanina.

La proposta di “Def alternativo”, quindi, si completa con il perseguimento di battaglie storiche come “sfratti zero”, “adeguamento del Fondo Nazionale Sociale”, gli “investimenti sull’infanzia” e, soprattutto, la “spesa sociale fuori dal patto di stabilità” come – anche qui – inizialmente sottoscritto da diversi esponenti del M5S.

19 Ottobre 2018 / by / in , ,
Don Ciotti e le reti sociali contro la manovra: “Più diseguaglianze, non combatte la povertà”

Repubblica, 18 ottobre 2018 

“Distanze abissali fra quello che bisogna fare e quello che avviene”. Oltre 600 realtà in tutta Italia, movimenti, cooperative, centri anti-violenza, presidi antimafia e parrocchie, sono scettici.

ROMA –  La Rete dei Numeri Pari, che raggruppa oltre 600 realtà in tutta Italia tra  reti sociali, movimenti, cooperative, centri anti-violenza, presidi antimafia e parrocchie non  crede  alla manovra  del governo Lega-5 Stelle: non saranno le nuove misure a sanare le diseguaglianze e a sconfiggere la povertà, hanno ribadito i suoi rappresentanti in un incontro con la Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Per questo la Rete chiede un immediato confronto con le forze politiche su un tema centrale per la democrazia, ma totalmente eluso dal dibattito politico.

“Questa non è una manovra che contrasta le disuguaglianze, provocate dai tagli al sociale, dalle politiche di austerità, da politiche fiscali regressive, dalla crescita esponenziale del lavoro precario e sottopagato, dall’assenza o dalla limitatezza di investimenti pubblici adeguati in settori ad alta intensità di lavoro o legati alla filiera della riconversione ecologica delle attività produttive. La manovra del governo in realtà allarga le disuguaglianze, prevedendo misure come “il sussidio di povertà” e la flat tax che la istituzionalizza invece di eliminarla” ha detto  Giuseppe De Marzo delle Rete dei Numeri Pari. “E lascia soli i Comuni nella battaglia impossibile contro i tagli provocati dal pareggio di bilancio. Se il governo avesse realmente intenzione di combattere l’austerità ci darebbe ascolto e metterebbe subito i servizi sociali fuori dal patto di stabilità”.

Linea ribadita da Don Luigi Ciotti: “La rete dei Numeri Pari è nata per lottare e sognare mentre oggi sono in troppi a scegliere un prudente silenzio. I poveri non chiedono elemosina ma dignità e la povertà è un reato contro la dignità delle persone. È un crimine di civiltà.  La distanza tra quello che bisogna fare e quello che avviene è abissale, assistiamo allo sgretolamento della cultura dei diritti e ad una conseguente emorragia di umanità che abbiamo il dovere, la responsabilità ed il diritto di fermare” .

19 Ottobre 2018 / by / in , ,
WE LOVE SICUREZZA SOCIALE | Conferenza Stampa sulla Sicurezza Sociale: le valutazioni e le proposte delle reti sociali Italiane sul DEF

COMUNICATO STAMPA

Mercoledì 17 ottobre dalle 11:00 alle 13:00

Conferenza stampa presso la Federazione della Stampa Italiana

 

Roma, 9 ottobre 2018 – La Rete dei Numeri Pari, in occasione della giornata mondiale per l’eliminazione della povertà, promuove la conferenza stampa nazionale sulla “sicurezza sociale”presso la FNSI a Roma.

Dopo dieci anni di crisi è urgente mettere in campo delle politiche in grado di restituire dignità, libertà e autonomia a milioni di persone residenti in Italia che vivono in condizioni di povertà e a rischio esclusione sociale (18 milioni di persone). Sono necessarie misure che non trasformino la povertà in un business elettorale o nel governo dei poveri, ma che garantiscano diritti, sicurezza sociale, un sistema produttivo all’altezza della sfida posta dalla crisi e un più efficace contrasto alle mafie.

Centinaia di realtà sociali e sindacali, insieme a molte istituzioni locali, chiedono con urgenza anche a questo Governo e al Parlamento che venga data priorità politica all’impegno contro disuguaglianze, povertà e mafie che stanno devastando il paese e la coesione sociale, con la colpevole complicità di chi sposta l’attenzione su falsi problemi o certamente di minore importanza. Un impegno che non può essere affrontato con slogan e semplificazioni roboanti alle quali assistiamo giornalmente, senza nessun rispetto per chi vive una condizione materiale ed esistenziale drammatica o di disagio, bensì mettendo in campo misure chiare ed efficaci, ben diverse da quelle che leggiamo sui giornali o sui social.

Interverranno: Giuseppe Allegri – Basic Income Network Italia, Gaetano Azzariti -Salviamo la Costituzione, Don Luigi Ciotti – Gruppo Abele/Libera, Giuseppe De Marzo – Libera, Paolo Di Vetta – Movimenti per il Diritto all’abitare, Beppe Giulietti – Art.21, Francesca Koch – Casa Internazionale delle Donne, Don Paolo Lojudice – Vescovo ausiliare Roma-Sud, Rosa Mendes – No.Di/Ass. Donne Brasiliane, Tomaso Montanari – Libertà e Giustizia, Andrea Nicolini – Rete della Conoscenza, Anna Vettigli – Legacoopsociali.

Ufficio stampa: 347 393 5956

 

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16 Ottobre 2018 / by / in ,
WE ❤ SICUREZZA SOCIALE – QUAL È LA PRIORITÀ DEL PAESE?

WE ❤ SICUREZZA SOCIALE

QUAL È LA PRIORITÀ DEL PAESE?

 

Dopo dieci anni di crisi a causa di politiche sbagliate realizzate a livello europeo e dai governi che si sono succeduti, il nostro paese è il più diseguale d’Europa e con 18 milioni di persone a rischio esclusione sociale; sono 12 milioni quelle che non possono più curarsi; 5 milioni sono in povertà assoluta e 9,3 in povertà relativa, di cui oltre un milione sono minori.

Mai nella nostra storia repubblicana si è riscontrato un numero di persone in povertà e a rischio esclusione sociale così alto. Una condizione materiale aggravata dai tagli alle politiche sociali e dall’assenza di una vera misura di sostegno al reddito come previsto dall’art.34 della Carta di Nizza e già attiva in molti paesi europei. I tagli al sociale e le politiche di austerità hanno accentualo le disuguaglianze, aumentato le povertà e rafforzato le mafie, in un contesto in cui i Governi non hanno saputo fornire risposte e investimenti adeguati, causando la guerra tra poveri e legittimato un clima di paura vissuto da milioni di concittadini.

Centinaia di realtà sociali e sindacali, insieme a molte istituzioni locali, chiedono con urgenza anche a questo Governo e al Parlamento che venga data priorità politica all’impegno contro disuguaglianze, povertà e mafie che stanno devastando il paese e la coesione sociale, con la colpevole complicità di chi sposta l’attenzione su falsi problemi o certamente di minore importanza. Un impegno che non può essere affrontato con slogan e semplificazioni roboanti alle quali assistiamo giornalmente, senza nessun rispetto per chi vive una condizione materiale ed esistenziale drammatica o di disagio, bensì mettendo in campo misure chiare ed efficaci, ben diverse da quelle che leggiamo sui giornali o sui social.

Su questo fronte c’è preoccupazione perché, nonostante l’impegno a investire 10 miliardi per sostenere il diritto al reddito, da quello che leggiamo, il contenuto della nota di aggiornamento al documento economico e finanziario è molto distante dalle proposte che il M5S aveva condiviso in passato con la cittadinanza e le reti sociali che sul tema del reddito minimo garantito esprimono, da anni, proposte efficaci e che ora non vengono neanche ascoltate. Ad aumentare la preoccupazione c’è l’enfasi eccessiva, la spettacolarizzazione e l’utilizzo di un linguaggio che semplifica problemi complessi creando aspettative che andranno deluse.

Non è con operazione di marketing e di comunicazione che si cancella la povertà come viene affermato, in modo imprudente, in questi giorni. La battaglia vera è quella per la “sicurezza sociale” che si garantisce realizzando quelli che sono stati definiti “Social Pillar“, pilastri sociali, attivi già in molti paesi europei per contrastare la crisi e l’aumento delle povertà.

Per queste ragioni, il 17 ottobre in occasione della giornata mondiale per l’eliminazione della povertà, la Rete dei Numeri Pari promuove presso la FNSI a Roma dalle 11:00 alle 13:00 una conferenza stampa nazionale dal titolo “WeSicurezza sociale” per lanciare le proprie proposte e chiedere al Governo e al Parlamento una serie di misure chiare ed efficaci per sconfiggere, davvero, disuguaglianze e povertà, così da garantire la dignità a tutti e tutte.

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6 Ottobre 2018 / by / in ,