Chi cuce il filo della speranza. La sfida delle reti sociali e solidali

Chi cuce il filo della speranza. La sfida delle reti sociali e solidali

DI FLORIANA BULFON

Attaccato dai gialloverdi, l’associazionismo resiste. Per fare non solo charity ma anche progetti di rilancio e di inclusione. Vi raccontiamo questo mondo che da Nord a Sud anima mercati, mense, cinema e mini imprese

Forza Buoni, l'Italia della solidarietà che non si arrende al cattivismo
Striscione presso la fabbrica occupata Ri-Maflow

Ai margini di un’enorme spianata bianca su cui sorgeva una fabbrica della morte c’è un frigorifero «da aprire solo in caso di solidarietà». È a disposizione di chi ha fame. Studenti, professionisti, massaie e migranti lo riempiono a turno. Raccolgono da chi ha troppo e condividono con chi ne ha bisogno. Nella parrocchia di Don Angelo cibo e spazio sprecato diventano risorse. Accanto al frigo, c’è una stanza per essere “Solidali dalla testa ai piedi” con un servizio di docce e lavanderia e in canonica posti per dormire, perché questa è la casa di tutti. E così un luogo di confine alla periferia di Bari, tra resti di ecomostri abbattuti, vetri antiproiettile dei covi della Sacra Corona Unita e vite umane distrutte da fibre d’amianto, diventa un rifugio di speranza.

Oltre mille chilometri più a Nord, a Boves, città martire della resistenza rasa al suolo dai nazisti, i capannoni vuoti dove un tempo prosperava un’azienda di abbigliamento ospitano una ventina di persone. «Viviamo in comunità, i miei due figli sono nati e cresciuti qui», racconta Franco Monnicchi, responsabile di Emmaus. L’ultimo arrivato è un cinquantenne piemontese, ha una casa ma non trova lavoro e prima mangiava una volta a settimana: «Solo quando andavo a cena da qualche conoscente, perché mi vergognavo di frequentare la mensa dei poveri» spiega. C’è chi ha avuto problemi con la famiglia, con l’alcool, per lo più sono italiani. «Poveri che si mettono insieme per sostenere altri poveri, senza chiedere aiuto a nessuno. Perché l’urgenza è la condivisione, è questo il messaggio del nostro fondatore Abbé Pierre», chiarisce Monnicchi. Il religioso francese, eroe della resistenza, che da benestante scelse di essere povero tra i poveri, voce dei senza speranza. È la riscossa degli ultimi, di quelli che la società ha scartato: oggi lavorano ritirando ferri vecchi, carta straccia e oggetti abbandonati nelle cantine, si mantengono rivendendo quello che buttiamo via e riescono anche a donare agli altri. Negli ultimi anni hanno costruito un negozio e persino un baby parking.

Progetti di solidarietà che nascono dal basso. Una geografia della speranza che grida sottovoce e tenta di ricucire le ferite che portano all’ esclusione sociale. Ci credevamo un Paese ricco: «Ma quale crisi, i ristoranti sono sempre pieni!», proclamava da Palazzo Chigi Silvio Berlusconi. Invece in Italia la povertà ha assunto un carattere strutturale. I “Miserabili” del nuovo millennio sono oltre 5 milioni, il valore più alto da quando l’Istat lo censisce. Gente con livelli di vita inaccettabili: non possono permettersi un’alimentazione adeguata, un’abitazione riscaldata, vestiti, istruzione, salute. È la condizione di una famiglia su venti, ma quando si guarda ai migranti allora saliamo a una su tre. La diseguaglianza cresce, con una moltitudine nell’abisso.

Eppure c’è chi non si rassegna e lotta per sostenere i più fragili. Dalle comunità che accolgono le donne vittime di violenza alla casa dei gesuiti, la prima in Italia, che sulle colline torinesi ospita i papà rimasti soli con i loro figli.

Un’esigenza che ribalta l’ottica per cui siano in difficoltà solo le mamme e che accoglie l’invito di papa Francesco ad utilizzare i beni della Chiesa per dare un servizio a chi ne ha bisogno. Percorsi per riprendere i fili delle proprie vite e trovare un’alternativa al naufragio. E poi famiglie che s’incontrano e si confrontano, perché solo attraverso un cammino comune è possibile scoprire il modo per superare le crisi e afferrare il futuro. Uno scambio che non aiuta solo chi riceve. E cosi un ingegnere con i figli già all’università dedica i suoi due pomeriggi liberi ad Ahmed, un ragazzino marocchino a cui la matematica non piace, mentre i settantenni Franco e Maria sono diventati i nonni della piccola Giulia perché i loro nipoti vivono all’estero e li vedono di rado.

Accade in Veneto e uno dei promotori è lo psicoterapeuta Pasquale Borsellino. «È capacità di reagire alle condizioni avverse insieme, si attiva la resilienza comunitaria. Io stesso ne sono un testimone», constata. La sua storia personale è drammatica. Suo fratello Paolo è stato ucciso a fucilate nel 1992, pochi mesi dopo è toccato a suo padre Giuseppe che si batteva per trovare un nome agli assassini del figlio. I Borsellino volevano solo lavorare nella loro terra, in quella Sicilia dove Cosa nostra non consente ribellioni. La mafia si fa forte nei quartieri abbandonati dalle istituzioni, dove trova terreno fertile per espandersi e arricchirsi. Tanti insegnanti dallo Zen di Palermo alla periferia di Roma vogliono sconfiggerla mostrando un futuro diverso a quei ragazzini che sognano un futuro da boss e gridano «i negri non li vogliamo».

Combattono una guerra tra poveri che spiana la strada alla criminalità e al razzismo, unite nello slogan “prima gli italiani” che piace tanto pure ai boss. Con loro associazioni che accolgono costruendo insieme ai migranti. Una contaminazione fatta di partecipazione da Ventimiglia a Taranto, fino a Como. Ci sono giovani figli di emigrati che tornano in Italia. Come Giulio Vita che ha scelto la Calabria, sfidando gli indicatori statistici che la segnalano come una terra senza futuro: «Quando sono arrivato ho aiutato subito i rifugiati perché nelle loro storie ho trovato quella di mio nonno che ha preso una barca per il Venezuela senza conoscere né la lingua, né le tradizioni, né la cultura del Paese che lo avrebbe ospitato» racconta. Giulio ha in tasca l’idea di riportare il cinema ad Amantea e riesce a mettere in piedi una mostra e persino una residenza cinematografica per registi internazionali e rifugiati, dando lavoro anche a tanti ragazzi calabresi.

«Per tre anni abbiamo vinto un bando per contribuire alla valorizzazione e alla diffusione delle culture dei migranti residenti in Italia, senza alcuna raccomandazione» spiega, ma aggiunge: «Ora il ministro Alberto Bonisoli l’ha eliminato ma non ci rassegniamo: faremo la IV edizione di la Guarimba CinemAmbulante con o senza fondi pubblici». Nella lingua degli indios venezuelani “guarimba” significa posto sicuro e in un periodo in cui vengono alzati muri e confini, in questo piccolo borgo, si fondono e crescono storie ancorate alla realtà. Come i quattordici minuti raccontati dal regista di origini egiziane Mohamed Hossameldin. “Yousef” è uno chef, cittadino italiano ma con la pelle scura. È integrato, ha successo, ma quando deve decidere se aiutare chi ha subito violenza o fuggire è sopraffatto dal dubbio, teme di essere accusato ingiustamente. Ci si immerge in una crisi personale che dà un senso di vertigine. In scena c’è la paura dei migranti davanti al persistere dei pregiudizi e il cinema diventa un forma di riscatto.

Come quello che parte da Casale Caletto, periferia dimenticata della Capitale dove si insegnano i mestieri dello spettacolo come diritto all’inclusione. «Ho vissuto quasi tutta la vita dentro quattro mura» racconta con ironia Mirko Frezza presidente del comitato di quartiere «ma poi ho deciso di fare il bravo». Diventa attore. Lui, 40 anni, capelli lunghi, barba, un corpo tatuato e un passato tra galera e voglia di riscatto, in questo quartiere di amara esistenza è nato e cresciuto. Qui insegna ad altri a guadagnarsi l’opportunità di un posto di lavoro e insieme a Paola Da Grava gestisce un centro che offre 1.650 pasti al mese e raccoglie cibo con un banco alimentare. Tutto senza sovvenzioni. «Ci lavorano volontari, la benzina la mettiamo a turno. C’è anche uno sportello per le donne, a breve avremo degli psicologi per i bambini affetti da autismo» sottolinea mostrando il suo mondo alle telecamere de “I Dieci Comandamenti” di RaiTre. Un centro che è diventato un punto di riferimento tra palazzoni popolari e generazioni abbandonate a se stesse. «Proviamo a tenere pulite le strade, ripariamo tubature, aggiustiamo ascensori, insomma ci sostituiamo alle istituzioni» risponde Frezza.

Riprendersi spazi, lavoro, dignità. A Trezzano sul Naviglio centinaia di operai hanno recuperato la fabbrica chiusa e l’hanno riconvertita. «La scelta era se lasciarci ammazzare, o provare a resistere alla crisi, producendo reddito, in un territorio dove la disoccupazione è altissima, ma le professionalità ancora tante e vive», spiegano. E così i 30 mila metri quadri di capannoni della Rimaflow non sono rimasti uno scheletro industriale. Ma le istituzioni non vengono in aiuto, anzi: sull’iniziativa pende un’ordinanza di sgombero. Gli hanno solo concesso una proroga: lo sfratto è stato rinviato al prossimo aprile.

«Abbiamo fatto della legalità un idolo, dimenticando che non è il fine ma il mezzo: il fine è la giustizia sociale. La legalità da sola è una parola vuota», dice don Luigi Ciotti. Insieme a Giuseppe De Marzo, economista laico che fa parte dell’associazione del premio Nobel Amartya Sen, ha unito più di seicento realtà sparse per il Paese, dai centri antiviolenza ai movimenti per il diritto alla casa, nella Rete dei Numeri Pari. «In dieci anni la povertà nel nostro Paese è triplicata, frutto di politiche sbagliate. Anche questo governo sta tradendo le promesse, ha aumentato l’aspettativa dei ceti in difficoltà e creato senso di rancore. Di fatto manca un’opposizione e così alla fine molte persone non si sentono rappresentate», analizza De Marzo.

Provano allora a mettere insieme le esperienze dal basso. Quelle che spingono a riconoscersi come cittadini e riappropriarsi dei diritti negati. Negli Stati Uniti il tema dell’ineguaglianza si è imposto al centro del dibattito. Lara Putnam e Theda Skocpol hanno pubblicato una ricerca in cui mostrano come molte donne entrate recentemente in politica non siano solo ispirate dal movimento spontanei come il MeToo ma siano spesso il frutto di un percorso, di una partecipazione in reti civiche locali fuori dai circuiti del partito democratico.

E questa è la speranza per le democrazie occidentali: un movimento con radici nuove e idee aperte, capace di spazzare via l’onda dei populismi e dei sovranismi. Ricominciando proprio da quella crisi economica che ha spezzato le reti sociali e la solidarietà.

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2019/01/08/news/forza-buonisolidarieta-cattivismo-1.330260

10 Gennaio 2019 / by / in ,
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