COMUNICATO STAMPA: WE LOVE SICUREZZA SOCIALE. Le valutazioni e le proposte delle reti sociali italiane sul DEF

COMUNICATO STAMPA: WE LOVE SICUREZZA SOCIALE. Le valutazioni e le proposte delle reti sociali italiane sul DEF

Roma, 17 ottobre 2018 – la Rete dei Numeri Pari, che raggruppa oltre 600 realtà in tutta Italia, tra cui reti sociali, movimenti, cooperative, centri anti-violenza, presidi antimafia, parrocchie, giuristi, magistrati, centri di ricerca e sindaci, ha organizzato presso la Federazione Nazionale della Stampa Italiana la conferenza stampa nazionale We love sicurezza sociale, esprimendo le sue valutazioni e le sue proposte riguardo al documento di economia e finanza in discussione in queste ore.

Don Luigi Ciotti: “La povertà è un reato contro la dignità delle persone e chi non se ne occupa è complice e colpevole. I poveri non chiedono elemosina ma dignità. Abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale”.

La rete dei Numeri Pari chiede un immediato confronto con le forze politiche su un tema centrale per democrazia e coesione sociale totalmente eluso dal dibattito politico.

“Non è una manovra che contrasta le disuguaglianze, provocate dai tagli al sociale, dalle politiche di austerità, da politiche fiscali regressive, dalla crescita esponenziale del lavoro precario e sottopagato, dall’assenza o dalla limitatezza di investimenti pubblici adeguati in settori ad alta intensità di lavoro o legati alla filiera della riconversione ecologica delle attività produttive. La manovra del governa in realtà allarga le disuguaglianze, prevedendo misure come “il sussidio di povertà” e la flat tax che la istituzionalizza invece di eliminarla. Realizzando queste misure si introducono forme di universalismo selettivo, rafforzando il darwinismo sociale e la guerra tra poveri, definendo chi vive in condizione di povertà come parassita che non vuole fare niente e a cui gli si dice anche come vivere” – spiega Giuseppe De Marzo delle Rete dei Numeri Pari. “La manovra non affronta un altro enorme tema legato alla garanzia dei livelli di servizi essenziali e lascia i Comuni soli nella battaglia impossibile contro i tagli provocati dal pareggio di bilancio. Allo stesso modo, viene posta in maniera pregiudiziale la questione dell’aumento del Def e il rapporto con l’Europa: il problema non è l’aumento di qualche decimale di deficit rispetto al Pil, bensì il mancato utilizzo della fiscalità generale per affrontare le priorità del paese. Fare debito senza garantire i diritti sociali delle persone è un grave errore, così come spacciare queste misure come necessarie a contrastare le politiche di austerità. Se il governo avesse realmente intenzione di combattere l’austerità ci darebbe ascolto e metterebbe subito i servizi sociali fuori dal patto di stabilità, impropriamente inserito in Costituzione dal 2012 – proposta che proprio il M5S aveva sottoscritto nella scorsa legislatura, ma che oggi sembra aver dimenticato. Se si volesse veramente fare in Europa una battaglia contro le politiche di austerità, si dovrebbe guardare alla costruzione di alleanze con quei paesi definiti PIIGS che, al contrario dell’Italia, le stanno combattendo in termini democratici. Purtroppo, il governo italiano guarda invece a Orban come modello, mettendo in campo l’ennesimo tentativo di distrazione di massa da quelli che sono i veri problemi del paese, rifiutando le proprie responsabilità. La manovra non è chiara nemmeno sul fondo nazionale politiche sociali e lascia intravedere ulteriori tagli alla spesa sociale, contrariamente alle necessità del paese”.

Alla conferenza ha partecipato anche il presidente della FNSI, Beppe Giulietti, che ha condiviso le critiche della Rete al DEF e le proposte delle centinaia di realtà sociali impegnate nel contrasto alle disuguaglianze, alle povertà e alle mafie. Allo stesso modo, il vescovo ausiliario di Roma Sud, don Paolo Lojudice, intervenendo ha ricordato le responsabilità della politica che in questi anni, nonostante il cambio dei Governi, continua a riprodurre politiche economiche e sociali non al servizio delle persone e del bene comune.

“Quello che viene erroneamente chiamato Reddito di cittadinanza non può essere definito come una forma di reddito minimo garantito, in quanto rappresenta un sussidio di povertà, condizionato al lavoro gratuito e a una serie di controlli e limitazioni che violano i principi stabiliti dalla commissione europea e dal parlamento europeo a partire dal 1992” spiega Giuseppe Allegri, del BIN Italia. “La proposta che avanziamo da tempo come Rete dei Numeri Pari articolata in 10 punti è coerente con le indicazioni sovranazionali e le esperienze nazionali già in vigore perché pone al centro la valorizzazione e l’autonomia di scelta del proprio percorso di vita. L’esatto opposto di quello che succede con il sussidio di povertà del governo. Dispiace dover costatare come anche il M5S abbia tradito l’impegno preso con centinaia di migliaia di cittadini e realtà sociali del nostro paese che da anni sono impegnate a lavorare per l’introduzione di un reddito di dignità e di quello che noi definiamo un vero e proprio diritto economico indispensabile in tempo di crisi”.

“Il diritto al reddito minimo è previsto dalla nostra Costituzione attraverso i principi di dignità, eguaglianza, solidarietà e lavoro e deve essere uno strumento di emancipazione e partecipazione attiva, non un’elemosina che lascia i poveri ai margini”, spiega Gaetano Azzariticostituzionalista. “Le politiche del governo sono indegne – nel senso di dignità espresso dalla costituzione – perché dimenticano che il principale obbligo della repubblica è quello di rimuovere i principali ostacoli che impediscono lo sviluppo della persona, individuando come principio fondamentale il dovere della solidarietà richiamato nell’art.2 che questo governo viola”

“L’introduzione di un reddito minimo garantito, che per noi si declina in un reddito di formazione, è oramai una riforma necessaria per la sostenibilità del sistema. La politica prenda immediatamente posizione proponendo misure concrete iniziando dalla ricapitalizzazione il Fondo d’investimento per L’istruzione che al momento è fermo al 3,6% del Pil nonostante il piano europea ci impone un minimo del 6%”, afferma Andrea Nicolinistudente e rappresentante della Rete della Conoscenza.

“All’interno del Def il concetto di cooperazione sociale non viene affrontato come prevede la nostra Carta, e cioè come uno strumento di sviluppo dell’autonomia della persona, della comunità e di promozione di politiche attive del lavoro”, denuncia Anna Vettigli per LegacoopSociali. “L’inclusione lavorativa di figure svantaggiate è uno strumento fondamentale che unisce la lotta contro le disuguaglianze a quella per il diritto al lavoro. Il Def tradisce una visione culturale del governo che scarica sui più deboli la colpa della loro condizione, aumentando l’esclusione sociale e colpevolizzando il lavoro della cooperazione sociale e del welfare cittadino, a cui vengono opposte politiche fondate sui tagli e sul workfare e non più sull’universalità dei diritti.”

“Per far uscire le persone dalla povertà bisogna garantire alle persone una casa ed un reddito. I nostri luoghi garantiscono dignità, autonomia e libertà, attraverso forme di reddito indiretto che il governo continua a ignorare.”, afferma Paolo Di Vetta, dei Movimenti per il Diritto all’abitare. “Sono gli stessi pilastri sociali europei a stabilire come indispensabili il diritto alla casa, il diritto ad un reddito di dignità ed un’offerta di servizi basici di qualità. Sono i principi che affermano il “diritto all’esistenza” che oggi viene messo in discussione dal Def e dal decreto Salvini che promuove una vera e propria guerra contro i poveri e tutti coloro che sono costretti ad occupare perché non hanno altra possibilità di una vita dignitosa.”

“Le disuguaglianza di genere nel nostro paese sono ormai tra le più preoccupanti ed in continua crescita.”, afferma Francesca Koch della Casa Internazionale delle Donne e dei movimenti femministi. ”Le donne sono sotto attacco ed il Def non fa nulla per riformare il nostro sistema di protezione sociale, ancora sottofinanziato e che schiaccia il ruolo delle donne agli aspetti della cura ed all’interno di una famiglia immaginata ancora su relazioni patriarcali.”

“Le disuguaglianze colpiscono oggi come non mai anche i migranti. Fenomeno migratorio che non può essere considerato come “emergenza” ma come una situazione strutturale sulla quale intervenire con altre misure se davvero abbiamo a cuore i diritti delle persone, che non sono mai in contrapposizione sulla base del colore della pelle o della razza.”, dice Rosa Mendes portavoce delle donne brasiliane. “La revoca del permesso di soggiorno e della protezione internazionale così come previste dal Def innescano un meccanismo di esposizione delle donne migranti alla malavita ed al fenomeno della tratta. Solo la piena affermazione dei tre pilastri sociali europei, a partire da un reddito di autodeterminazione basato sulla residenza, possono spezzare queste catene e liberare l’autonomia e lo sviluppo delle donne.”

Chiudono le parole di Don Luigi CiottiLa rete dei Numeri Pari è nata per lottare e sognare mentre oggi sono in troppi a scegliere un prudente silenzio. I poveri non chiedono elemosina ma dignità e la povertà è un reato contro la dignità delle persone. È un crimine di civiltà. Non voglio più parlare di diseguaglianze ma di ingiustizie sociali. Ed oggi ne abbiamo troppe nel nostro paese. Perché le parole sono azioni ed oggi dobbiamo fare una bonifica delle parole che spesso in questi anni ci sono state rubate: come legalità, antimafia, società civile. Parole svuotate, se non sono agganciate alla vita, ai diritti delle persone che non possono essere trattati come numeri, né essere in balia delle sensibilità di chi governa e delle leggi di un’economia fondata su un pensiero unico. Fare politica vuole dire partire dai bisogni e dalle speranze delle persone. Politica è etica della comunità e oggi c’è un divorzio tra politica ed etica. Se la politica è lontana dalla strada e dagli ultimi, la politica è lontana dalla politica ed è quindi un’altra cosa. Dobbiamo alzare la voce perché, pur di avere consenso, si sta calpestando la dignità delle persone creando un clima sconcertante. La distanza tra quello che bisogna fare e quello che avviene è abissale, mentre crescono la solitudine e le paure. Assistiamo allo sgretolamento della cultura dei diritti e ad una conseguente emorragia di umanità che abbiamo il dovere, la responsabilità ed il diritto di fermare. Non possiamo non dire che oggi siamo davanti al tradimento dei principi e dei valori della Costituzione, in un paese che in questi ultimi anni continua a volersi definire come “forte” senza riconoscere le proprie fragilità e quelle degli altri. Forti invece è quel paese che riconosce le proprie debolezze e fragilità ed accoglie quelle altrui. Si continua a semplificare fenomeni e situazioni complesse e difficili, spesso con slogan, retoriche e parole che disorientano e strumentalizzano le fasce più deboli. La povertà è un reato e chi non se ne occupa è complice e colpevole. Non abbiamo bisogno di far crescere e strumentalizzare il rancore ma di una rivoluzione culturale che invece metta insieme la giustizia sociale e quella ambientale, come anche la Laudato Sii di papa Francesco ci ricorda.”.

La nostra proposta: i 10 punti del reddito di dignità
I nostri obiettivi: Vecchie e nuove povertà. Quali interventi?

Ufficio stampa: 347 393 5956

19 Ottobre 2018 / by / in ,
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