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Il DEF e la cooperazione sociale tra stigmatizzazioni e politiche deboli – Rete dei Numeri Pari

Il DEF e la cooperazione sociale tra stigmatizzazioni e politiche deboli

Il DEF e la cooperazione sociale tra stigmatizzazioni e politiche deboli

Anna Vettigli – Rappresentante regionale legacoopsociali

La cooperazione sociale rappresenta la testimonianza, attiva e concreta, che si può fare un’economia diversa, in grado di conciliare la crescita economica con il raggiungimento di specifici obiettivi sociali. In primis la riduzione delle diseguaglianze e delle povertà, l’incremento occupazionale e l’inclusione sociale.

 

Questa economia esiste già. Non bisogna inventarla ma valorizzarla e supportarla con politiche economiche e sociali adeguate.

 

Negli ultimi anni, la cooperazione sociale ha retto la forte crisi, dando un contributo positivo.

 

► I dati economici e patrimoniali relativi al periodo 2008-2013 mostrano come, in questi anni caratterizzati dal crollo del prodotto interno lordo e dalla riduzione della spesa pubblica, nelle cooperative sociali, in coerenza con la natura cooperativa, è avvenuta una riduzione drastica del risultato d’esercizio (-87,6%);

 

► Occupazione

Fonte: Istat. Registro delle istituzioni non profit – Censimento permanente delle istituzioni non profit – Cooperative sociali, dipendenti (posizioni medie annue) e volontari. Anno 2015

RIPARTIZIONI

N. coop sociali

Dipendenti

Volontari

Nord-ovest

3.577

136.445

15.988

Nord-est

2.359

105.384

11.692

Centro

3.102

84.791

5.848

Sud

4.406

53.563

7.430

Isole

2.681

35.914

2.824

ITALIA

16.125

416.097

43.781

 

► Nel Lazio, le persone occupate nelle cooperative associate Confcooperative, Federsolidarietà, Legacoopsociali e Agci sono più di 22.000, con circa 3500 soci svantaggiati e una base sociale/lavorativa per il 70% costituita da donne;

 

► Le cooperative sociali non delocalizzano, nascono sul territorio e per il territorio e vi restano radicate per la vita, valorizzando le potenzialità e le risorse della comunità di riferimento e contrapponendo, al dilagante individualismo, occasioni di socialità e confronto.

 

Secondo i dati INPS la percentuale di lavoro a tempo indeterminato nel settore delle cooperative sociali è maggiore al 70%, è in crescita ed è un’occupazione prevalentemente femminile (più del 70%).

 

Negli ultimi anni le cooperative sono state messe, però, in condizioni molto difficili dai tagli dei fondi e dalle condizioni di concorrenza spietate per sopravvivere. Il DEF appena presentato non sembra invertire questa tendenza, non valorizzando quanto appena presentato.

 

Sappiamo che non è importante solo la crescita economica, che seppur debolissima negli ultimissimi anni c’è stata, ma è importante soprattutto che la crescita economica sia socialmente sostenibile.

 

Una delle componenti più importanti per misurare il benessere di un Paese e delle sue comunità territoriali è la consistenza e la qualità delle relazioni tra le persone, il grado di solidarietà e di coesione sociale.

 

Negli ultimi anni abbiamo assistito al progressivo degrado della qualità delle relazioni umane e del tessuto sociale, dei processi di solidarietà e, di contro, all’aumento dei processi di esclusione e di disgregazione. Sono segnali molto gravi. In quest’ottica la cooperazione sociale e tutto il terzo settore potrebbero rappresentare il braccio operativo delle Pubbliche Amministrazioni, perché producono beni relazionali.

 

La nostra mission non è dare risposte di assistenza e accoglienza ai bisogni delle persone ma, attraverso le nostre attività, contribuire a creare comunità accoglienti nei confronti di tutte le differenze, costruire opportunità di lavoro inclusive delle persone svantaggiate e promuovere l’autonomia e l’autodeterminazione delle persone nell’ambito però di principi fondamentali di convivenza, rispetto reciproco e tutela dei diritti fondamentali delle donne e degli uomini.” (Eleonora Vanni – Presidente Legacoopsociali)

 

Nel DEF appena presentato, l’Esecutivo annuncia un piano di investimenti pubblici. Ciò significa che verranno spesi più soldi per varie cose. Bene! Ma l’esperienza ci dimostra che sono importanti tre fattori:

► Stanziamenti

► Come vengono allocate le risorse

► Le procedure amministrative per spendere le risorse

 

Apprezziamo ci sia un aumento degli investimenti pubblici e che ci sia la previsione di “abolire il patto di stabilità interno, che limita le capacità di intervento degli enti locali” (prevista a pag 86). Ma ci chiediamo come questo si concretizzi nella realtà. L’impatto sulla crescita e soprattutto sulla qualità della vita dipendono sia dagli stanziamenti, ma anche da dove vengono allocate le risorse.

 

Essenziale poi è la capacità della PA di favorire una concorrenza virtuosa e non viziosa; quest’ultima strangola le imprese e le costringe a lavorare senza rispettare i diritti e dignità del lavoratore.

 

La dignità e le tutele – ha affermato recentemente Papa Francesco – sono mortificate quando il lavoratore è considerato soltanto una riga di costo del bilancio” A questa logica non sfuggono le Pubbliche Amministrazioni, quando indicono appalti con il criterio del massimo ribasso e senza tenere conto della qualità e della dignità del lavoro Credendo di ottenere risparmi ed efficienza, finiscono per tradire la loro stessa missione sociale al servizio della comunità.

 

Dove si indirizzano i fondi?

Nel dibattito pubblico spesso si parla di welfare solo per sottolineare in maniera negativa i costi eccessivi. Crediamo che questo Paese, per ripartire, abbia bisogno di una visione di società che riparte dai diritti, in cui i diritti siano concretamente esigibili e le spese per il sociale siano considerate un investimento e non un costo.

 

Un investimento per migliorare la salute, creare benessere, attivare prevenzione, con evidenti ritorni in termini di benefici anche economici per tutta la comunità.

 

Nel DEF la parola Cooperativa compare, ma soprattutto a proposito dell’azione del Governo volta a potenziare la lotta alle false cooperative. Azione giustissima che noi stessi abbiamo avviato: proprio per questo riteniamo molto limitante puntare solo al controllo senza pensare allo sviluppo. Nel DEF non sono previste misure volte alla valorizzazione e allo sviluppo della cooperazione (e del terzo settore in generale).

 

Inoltre riteniamo molto deboli  le politiche attive del lavoro (quelle che creano nuova occupazione o intervengono a scopo preventivo o curativo sulle possibili cause della disoccupazione) e in questa direzione nulla è previsto rispetto alla cooperazione di tipo B, quella di inserimento lavorativo, quella che più ha risentito della crisi degli ultimi anni e che non è una risposta assistenzialistica, ma si inserisce a pieno titolo come strumento centrale di politiche attive del lavoro e di coesione territoriale, in quanto è in grado di:

  1. Generare occasioni di lavoro retribuito;

  2. Realizzare percorsi di autonomia e di empowerment per favorire la crescita professionale dei lavoratori svantaggiati;

  3. Favorire la crescita economica e sociale del territorio in cui operano.

I soggetti svantaggiati non sono un peso per la società; lavorano, pagano le tasse e, migliorando le loro condizioni di vita, incidono di meno sulla spesa in ambito sanitario e sociale. Infine, nel DEF si fa riferimento al codice degli appalti, a come rendere le procedure amministrative più snelle e trasparenti. Anche questo punto in linea teorica va bene. Ma non in merito all’orientamento del governo di alzare il limite dei 40.000 euro per gli affidamenti senza gara: questo è molto pericoloso! Se si pensano interventi sul codice degli appalti bisogna pensare soprattutto a:

  • Come favorire l’applicazione delle normative previste, come l’art. 5 della legge 381/1991 e l’art 112 del codice degli appalti che introducono delle riserve negli appalti e concessioni di beni e servizi in favore della cooperazione sociale di tipo B;

  • Come tener presente la specificità dei servizi sociali che non possono essere trattati al pari dei lavori pubblici, pur nel rispetto dei principi comunitari di trasparenza, par condicio e non discriminazione;

  • Come impedire gli appalti al massimo ribasso;

  • Come Potenziare il sistema di accreditamento per l’affidamento dei servizi socio-sanitari e come potenziare procedure amministrative collaborative che valorizzano e non mortificano il potenziale della cooperazione.

Le cooperative sociali sarebbero pronte a realizzare un programma straordinario di investimenti, se lo Stato fosse altrettanto disponibile a:

  • Valorizzare le loro competenze strategiche (ad esempio, “saper leggere i bisogni della comunità, saper costruire reti inter-organizzative, saper coordinare una pluralità di risorse (pubbliche, private e comunitarie), saper coinvolgere i cittadini e gli utenti nei processi di produzione di beni e servizi, saper assumere dei rischi”).

  • Investire in un piano straordinario per sviluppare e sostenere l’economia sociale.

25 Ottobre 2018 / by / in ,
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