Il 2025 si chiude con la strage di Natale 2025, in cui 116 persone partite dalla Libia sono morte e risultano disperse in mare, dopo giorni di attesa di soccorsi mai arrivati. A dieci anni dal naufragio del 18 aprile 2015 nel Canale di Sicilia, il periodo 2015-2025 è stato un decennio di stragi alle frontiere e di violenza ininterrotta prodotta dalle politiche migratorie e dal regime di frontiera.
Nel corso dell’anno, MEM.MED ha ricevuto decine di segnalazioni da parte delle famiglie di persone scomparse o morte durante i tentativi di attraversare le frontiere europee o in situazioni di privazione della libertà.
Abbiamo accompagnato le famiglie nelle procedure di ricerca, riconoscimento dei corpi, nella sepoltura in Sicilia e nel rimpatrio nei Paesi d’origine, operando sia in presenza sia a distanza, in Sicilia e Sardegna, e supportando le loro mobilitazioni, CommemorAction, proteste e manifestazioni per la libertà di movimento in varie parti del Mediterraneo, nonché partecipando a percorsi di ricerca, conoscenza, sensibilizzazione e contro-narrazione.
In questo report del 2025 proviamo a documentare e restituire, in forma narrativa e analitica, le segnalazioni delle famiglie raccolte nel corso di questi dodici mesi e l’impegno di memoria che proviamo a compiere ogni giorno.
I nomi delle persone uccise dalle frontiere sono indicati solo con le iniziali, nel rispetto della privacy, fatta eccezione per quei casi in cui le familiari hanno esplicitamente autorizzato la pubblicazione del nome completo.
TRACCIARE E MAPPARE LE SPARIZIONI INVISIBILIZZATE NEL MEDITERRANEO
Gli eventi di morte e sparizione seguiti da MEM.MED sono stati ricostruiti a partire dalle segnalazioni delle famiglie delle persone disperse che ci hanno contattato, e in moltissimi casi non risultano documentati né dalle autorità nazionali e internazionali, né dalle principali organizzazioni umanitarie. Si tratta di naufragi invisibilizzati – tracciati e raccontati solo da realtà come Alarmphone o dalle ONG che monitorano il mare – che solitamente non entrano nelle cronache giornalistiche, non compaiono nelle statistiche ufficiali e non trovano spazio nei report istituzionali.
Allo stesso tempo, il quadro qui presentato è solo parziale: numerose morti di confine – in mare e nelle zone di frontiera – restano infatti fuori da ogni circuito di tracciabilità, in assenza di segnalazioni ufficiali, testimonianze pubbliche, e registrazioni formali. Ciò che emerge da questo resoconto non è quindi un bilancio esaustivo, ma una mappatura incompleta e frammentaria di una violenza strutturale.
Ci teniamo a precisare che il resoconto che segue non vuole essere un bollettino impersonale di guerra: ogni persona nominata qui di seguito aveva una storia, relazioni, desideri che i familiari, molto spesso, hanno condiviso e raccontato attraverso un dettaglio, una foto, un aneddoto, una ricostruzione, ricordandoci che ogni vita incarnava il coraggio e la spinta di libertà di superare le frontiere. Ogni esistenza aveva un valore incommensurabile che il confine ha distrutto per sempre.
12 MESI DI MORTI E SPARIZIONI ININTERROTTE
Il 26 gennaio, a seguito di un naufragio in acque maltesi, l’ong Sea Punk soccorre 15 persone e 2 cadaveri di bambini. Diverse persone sono disperse, tra queste M.T, originaria del Camerun, che non verrà più ritrovata.
Il 6 febbraio un gruppo di cittadini algerini parte dalle coste di Annaba restando alla deriva oltre una settimana. Tre persone non sopravvivono e i loro corpi restano in mare.
Il 18 marzo due imbarcazioni in cui viaggiavano persone di origine subsahariana partite da Sfax in Tunisia naufragano, 6 corpi vengono recuperati, 40 sono le persone disperse, tra cui quella di L.M.M di origine ivoriana.
Il 5 aprile 2025 A.A., persona eritrea, scompare in mare insieme ad altre decine di persone a seguito di un naufragio mai ufficialmente documentato.
Pochi giorni dopo, il 12 aprile, settantuno persone partite dalla Libia risultano disperse in un altro naufragio invisibilizzato; tra loro H.S., di origine pakistana. Nella stessa data scompare anche M.A., anch’egli pakistano, partito dalla Libia.
Il 15 aprile si perde ogni traccia di A.N, cittadino algerino partito dalle coste dell’Algeria. Il 26 aprile un’imbarcazione con 48 persone partite dalla Libia naufraga: tra le persone disperse c’è S.H.
Il 28 aprile sulla costa tunisina vengono recuperati 8 corpi di persone decedute mentre tentavano la traversata.
Il 29 maggio, Afrata, giovane donna originaria dell’Etiopia, muore in ospedale a Palermo – dopo aver attraversato le frontiere del deserto e del mare – a causa delle ustioni gravissime che aveva riportato sul corpo a seguito del viaggio
Il 1° giugno diversi cittadini algerini salpano da Annaba: non arriveranno mai a destinazione.
Il 20 luglio, durante un naufragio di persone dirette verso Lampedusa nel Mediterraneo centrale, scompare anche M.A.A.
Il 6 agosto un barchino partito da Skikda, in Algeria, affonda: una persona sopravvive, dodici risultano disperse: B.I, uomo algerino B.R, uomo algerino; A.M.L, uomo algerino; K.A, uomo algerino; H.N, uomo algerino; K.N, uomo algerino; B.M.A, uomo algerino; B.F uomo algerino; A.T, uomo algerino; B.Y, uomo algerino; C.H, uomo algerino.
Il 13 agosto, a circa 14 miglia dalle coste di Lampedusa, si consuma una delle stragi più gravi dell’anno: circa cento persone, partite dalla Libia e in cammino da Somalia, Egitto, Pakistan, Eritrea ed Etiopia, sono coinvolte in un naufragio. Sessanta sopravvivono; le altre muoiono. Ventitré corpi vengono recuperati, mentre decine di persone restano disperse.
L’8 settembre muoiono nelle acque di Lampedusa Eifrem Haylemariam Gergzeher e Girmay Gebrekiros Hagos, originari del Tigrai e partiti dalle coste libiche.
Il 14 settembre parte dall’Algeria verso la Spagna un barchino con a bordo 24 persone, di cui non si ha più traccia.
Il 15 settembre scompare A.M., cittadino bengalese partito dalla Libia. Il 20 settembre una barca con persone di origine subsahariana partita da Sfax affonda in acque tunisine senza lasciare tracce. Il 29 settembre scompare anche O.A., persona sudanese, sulla stessa rotta, insieme a I.M. , I.M e M.J. Il 14 settembre parte dall’Algeria un barchino con a bordo 24 persone, ad oggi scomparse nel nulla.
Il 3 ottobre – proprio nella giornata in cui si ricorda la strage di Lampedusa del 2013 – l’ONG SOS Humanity 1 soccorre una barca in difficoltà: nel naufragio 7 corpi restano in mare e non vengono più rintracciati, tra cui quello dell’uomo sudanese M.H.A. Saadalla Abubakr Mohamed viene soccorso dall’Ong ma muore poco dopo, nonostante i tentativi di rianimarlo. Il suo corpo viene portato a Porto Empedocle insieme a quello di un’altra persona, A.T.A.A.
Nella stessa giornata, Iqra Abdinasir Bare sbarca a Lampedusa ma muore poco dopo all’ospedale Civico di Palermo a causa delle condizioni estreme del viaggio.
Il 17 ottobre un naufragio provoca la morte e la sparizione di numerose persone egiziane partite dalla Libia: H.A.M., H.A.M.A., A.H.M., E.M.E.M., G.H.M., H.D.M.Y. Alcuni corpi, in avanzato stato di decomposizione, vengono recuperati; a oggi solo uno è stato identificato. Nella stessa data muore anche Adna Mohamed, donna somala, nelle acque di Lampedusa, dopo essere partita dalla Libia con il marito Khadar.
Il 19 ottobre F.B., cittadino bengalese, scompare nel Mediterraneo. Nella stessa data, N., M., M., I. e R., partiti dall’Algeria, risultano dispersi in un naufragio non documentato. Il 19 ottobre muore anche Saddam Hossain, bengalese partito dalla Libia: il suo corpo viene portato a Sciacca.
Il 22 ottobre S.A.A. perde la vita in un naufragio non documentato dopo essere partito dalla Libia. Il 22 ottobre, un’altra strage ha avuto luogo al largo delle coste di Mahdia: un’imbarcazione con 70 persone di origine subsahariana partite dalla Tunisia è affondata e almeno 40 persone sono morte, tra cui diversi neonati.
Il 26 ottobre scompare S., cittadino pakistano, partito dalla Libia.
Il 28 ottobre M.S., cittadino egiziano che tenta di partire per mare, muore in Libia.
Il 29 ottobre scompare I.H., persona bengalese partita dalla Libia.
L’8 novembre H. Tekle, cittadino eritreo partito dalla Libia, muore dopo lo sbarco a Lampedusa.
Il 3 novembre due persone originarie del Mali, C.A e N.G , partono per mare dalle coste algerine senza lasciare tracce.
Il 10 novembre, sulle coste tunisine di Biserta sono stati recuperati 5 corpi in avanzato stato di decomposizione, trasferiti nell’ospedale della città.
Il 4 dicembre una barca partita dalla Tunisia naufraga nelle acque tra Sfax e Lampedusa, almeno 5 persone restano disperse: tra loro R.L, donna ivoriana.
Il 18 dicembre un’imbarcazione con oltre 117 persone a bordo parte da Zuwara, dopo pochi giorni, il 24 dicembre, giunge la notizia di un unico sopravvissuto sulla barca salvato da pescatori tunisini, oltre 116 persone disperse tra cui A.K. un uomo pakistano. Secondo i dati raccolti da Alarmphone l’imbarcazione sarebbe naufragata il 21 dicembre, la persona sopravvissuta non è più stata raggiungibile.
DARE UN NOME AI CORPI
Anche nel 2025 abbiamo accompagnato l’identificazione di alcuni dei pochissimi corpi giunti in Sicilia dal Mediterraneo, mentre la grande maggioranza delle persone morte è, anche quest’anno, rimasta in mare senza mai essere recuperata, ed è considerata dispersa, in acque libiche, tunisine, algerine, spagnole, italiane o maltesi.
Abbiamo supportato le famiglie sia in presenza sia a distanza: infatti, per molte familiari che vivono fuori dall’Unione Europea raggiungere il luogo di approdo dove si trovano le salme dei loro cari è di fatto impossibile: le restrizioni sui visti, che provocano queste morti, negano anche alle famiglie la possibilità di viaggiare, persino in circostanze estreme come queste. L’identificazione per le famiglie avviene così a distanza, ridotta a una videochiamata in cui un volto viene riconosciuto attraverso uno schermo.
Su richiesta e incarico delle famiglie e in dialogo costante con loro, MEM.MED si è recata negli spazi istituzionali deputati all’identificazione dei morti di frontiera, assumendo un ruolo di rappresentanza legale e di intermediazione a supporto delle famiglie che sono sistematicamente escluse. Abbiamo così effettuato video-collegamenti affinché fossero le familiari stesse a visionare il materiale documentale utile al riconoscimento, esercitando un diritto altrimenti loro negato.
Nel mese di agosto 2025 abbiamo accompagnato all’identificazione ad Agrigento dei corpi delle persone morte nella strage di Lampedusa del 13 agosto dove hanno perso la vita 23 persone e decine sono rimaste disperse. Le persone identificate in totale sono 21, di origine somala, egiziana ed etiope: H.C, uomo somalo; H.M.I, donna somala; S.A.Y, donna etiope; N.M.A, donna somala; A.A.M; uomo etiope; F.A.H; donna somala; A.A.M, uomo somalo; S.B.A, donna somala; N.M.I, donna somala; H.S.A, donna somala; A.H.N, donna somala; D.D.I, uomo somalo; Y.M.H, uomo somalo; W.M.S, bambina somala, S.E.I.S, uomo egiziano; N.C.F, uomo egiziano; A.L.S.M, uomo somalo; A.H.F, donna somala; A.N; minore somalo; A.M.A, minore egiziano; F.A, uomo somalo; A.O, minore somalo.
I corpi delle persone di origine somala ed etiope sono stati seppelliti in 11 cimiteri diversi sparsi nella provincia di Agrigento, mentre le salme delle persone egiziane sono state rimpatriate e sepolte in Egitto.
Nel mese di ottobre abbiamo accompagnato l’identificazione del corpo di Abdu Salam Ndiaye, cittadino senegalese morto nella strage avvenuta tra il 7 e il 13 marzo 2024 a causa della mancata prestazione di soccorso da parte delle autorità italiane, come documentato da Alarm Phone e successivamente da Report nel servizio “Mare Monstrum”. Abdu è una delle persone che hanno pagato con la vita questa omissione. Il suo corpo è arrivato a Lampedusa, mentre la sua famiglia — il padre in Senegal e il fratello in Francia — ha cercato per un anno notizie ufficiali della sua morte. A oggi si attende ancora di conoscere il luogo esatto della sua sepoltura in Sicilia.
Sempre ad ottobre, abbiamo accompagnato l’identificazione dei corpi di Eifrem Haylemariam Gergzeher e Girmay Gebrekiros Hagose Girmay, due giovani originari del Tigrai, morti in un naufragio avvenuto l’8 settembre. Le loro parenti – sorella di Eifrem e cugina di Girmay, in quell’occasione collegate dall’Eritrea – hanno lottato per mesi non solo per poter vedere i volti dei propri cari e restituire loro un nome, ma anche per garantire che le loro spoglie potessero finalmente riposare in pace.
Nel mese di novembre 2025 abbiamo accompagnato l’identificazione del corpo di H. Tekle insieme alla sua famiglia, collegata a distanza. H. Tekle è morto l’8 novembre, dopo lo sbarco a Lampedusa, in circostanze ancora poco chiare.
Nello stesso mese abbiamo accompagnato l’identificazione del corpo di Saddam Hussain, cittadino del Bangladesh morto il 19 ottobre 2025. È stata sua moglie, a migliaia di chilometri di distanza, a riconoscere il volto del proprio caro attraverso uno schermo.
Infine, nelle stesse circostanze, abbiamo accompagnato l’identificazione del corpo di Saadalla Abubakr Mohamed, effettuata dal padre e dal fratello, entrambi collegati dal Sudan. Abubakr è morto nel naufragio del 3 ottobre 2025. Grazie all’intervento dell’ONG SOS Humanity, che ha soccorso decine di persone che viaggiavano sulla stessa imbarcazione, il suo corpo è stato portato a Porto Empedocle, dove si trova ancora oggi, in attesa di sepoltura.
Girmay, Efriem, Saddam, H. Tekle, Abubakr erano tutti passati dalla Libia, attraversando una rotta di violenza e abbandono che continua a produrre morti senza nome.
In questo anno, inoltre, abbiamo continuato la ricerca, iniziata un anno e mezzo fa, dei cittadini eritrei partiti dalla Libia il 24 maggio del 2024 e dispersi in mare. Le famiglie hanno effettuato il prelievo del DNA per compararlo con quello dei corpi recuperati: un viaggio psicologico di grande sofferenza che ha unito i parenti nel reperire informazioni su naufragi e ritrovamenti. Ad oggi, dopo i raffronti del DNA, non ci sono state corrispondenze con i corpi ritrovati: pertanto sono ancora considerati dispersi i cittadini eritrei M.Y, Z.A, T.S, S.L, M.G, M.F, A.Y, F.S, e M.H, cittadino bengalese.
Queste sparizioni e morti non sono una sommatoria casuale di tragedie, ma il resoconto coerente di un piano politico preciso. Ogni morte e ogni corpo non ritrovato è il risultato di una scelta e porta con sé la responsabilità delle politiche europee.
Pertanto, restituire un nome non è stato solo un atto burocratico, ma un gesto umano e politico necessario a riconoscere chi è stato cancellato. Nominare significa anche ancorare i corpi alle loro storie, farne memoria, affermare presenze contro le assenze prodotte dall’ordine di frontiera.
DARE SEPOLTURA ALLE PERSONE MORTE DI FRONTIERA
Dare sepoltura è un passaggio fondamentale del processo di elaborazione della perdita, eppure anche questo diritto elementare viene sistematicamente ostacolato. L’assenza di procedure standardizzate per la gestione dei corpi delle persone morte in frontiera, unita alla cronica mancanza di spazi destinati alla sepoltura, rende questo momento ulteriormente doloroso per le famiglie.
Per quanto riguarda le persone morte nella strage del 13 agosto 2025 a Lampedusa, i familiari hanno dovuto lottare a lungo affinché i loro corpi potessero finalmente riposare in pace: per lungo tempo, infatti, le salme sono rimaste abbandonate nell’area del cimitero dell’isola, sotto il sole di agosto, senza una sistemazione dignitosa. Molte famiglie, in prevalenza di origine somala, hanno chiesto che fosse garantita ai loro cari una sepoltura conforme al rito islamico, in un cimitero musulmano. Questa richiesta non è stata accolta poiché, in Sicilia, a eccezione del cimitero di Messina – ormai saturo – non esistono spazi dedicati a tale funzione.
In generale, in molti casi, l’inumazione è negata per una questione di spazio disponibile: le sepolture vengono effettuate inloculi, una modalità che spesso non rispetta né le pratiche religiose richieste né i desideri delle famiglie. Eppure, alcuni familiari, come Uba eShakir, donna e uomo di origine somala – che in agosto ad Agrigento hanno sepolto rispettivamente il marito e la figlia la prima, e il fratello il secondo – si sono battuti affinché fosse almeno consentita una sepoltura a terra, alla presenza di un imam: così, i loro cari hanno trovato riposo nel cimitero di Canicattì.
Dopo un’attesa di 3 mesi e mezzo dal decesso, il 22 dicembre il corpo di Girmay Gebrekiros Hagose è stato finalmente tumulato in un cimitero dell’agrigentino.
Nello stesso giorno e nello stesso cimitero, ha trovato finalmente riposo anche il corpo di Adna Mohamed, donna somala deceduta a Lampedusa il 17 ottobre. Dopo un’attesa di più di due mesi, suo marito, sopravvissuto al naufragio in cui ha perso la moglie, ha potuto dare sepoltura alla donna. Una situazione di sofferenza protratta che ha lasciato il marito K. – ora in accoglienza in Sicilia – senza sonno e senza riposo per mesi, una condizione “disumana e atroce” come lui stesso l’ha definita.
Sono ancora diversi corpi in Sicilia in attesa di tornare alle proprie famiglie e comunità per essere sepolti. Tra questi, Eifrem Haylemariam Gergzeher, di origine etiope, e H. Tekle, di origine eritrea, le cui salme sono ancora a Lampedusa in attesa di sepoltura; e Saddam Hussain, uomo di origine bengalese, la cui salma si trova nella camera mortuaria dell’ospedale di Sciacca.
Tutti loro hanno iniziato le procedure legali per effettuare questi trasporti: per tale ragione sono da mesi sospesi tra autorizzazioni e lunghe procedure amministrative, in attesa del rimpatrio verso i loro Paesi di origine. I percorsi per il rimpatrio sono carichi di ostacoli burocratici che continuano a prolungare il dolore delle famiglie: non è garantito il rispetto della dignità dei corpi né del culto religioso, in una violenza che oltrepassa il confine e prosegue fino alla sepoltura.
In questo stato di sospensione e di incertezza, ancora più complessa è la situazione delle persone di fede islamica, in assenza di spazi adeguati destinati al culto e alla sepoltura secondo i riti islamici in Sicilia.
E’ il caso, tra i tanti, di Iqra Abdinasir Bare, donna somala deceduta il 3 ottobre dopo il suo arrivo a Lampedusa, il cui corpo si trova attualmente presso l’ospedale Civico di Palermo. La famiglia ha espresso il desiderio che la propria congiunta venga sepolta in un cimitero musulmano e, per questo motivo, sono state avviate le procedure necessarie; al momento si è in attesa della sepoltura nel cimitero musulmano di Roma.
Ugualmente, Saadalla Abubakr Mohamed, uomo sudanese, la cui salma si trova da quasi tre mesi a Porto Empedocle, in attesa di essere tumulata in un cimitero musulmano in Italia.
Rispetto a questo, a Palma di Montechiaro, nella provincia di Agrigento, si sta promuovendo la realizzazione di un nuovo cimitero islamico, pensato come spazio di accoglienza per le persone di fede musulmana e, in particolare, per le salme di chi arriva da Lampedusa dopo aver tentato di oltrepassare le frontiere. Ci auguriamo quindi che questo percorso possa trovare concreta realizzazione nel più breve tempo possibile: garantire una sepoltura dignitosa non è solo una questione religiosa o culturale, ma un atto di giustizia.
POLITICHE DELLO STERMINIO E DELLA SUA CANCELLAZIONE
Negli ultimi mesi, parallelamente al lavoro di supporto alle famiglie, abbiamo condotto un’attività di monitoraggio delle pratiche degli attori istituzionali relative alla morte alle frontiere, concentrandoci in particolare sulle procedure di ricerca, recupero, identificazione e sepoltura dei corpi. Nel rapporto “Corpi, Diritti e Memorie in lotta” redatto dalle associazioni MEM.MED e CLEDU di Palermo, abbiamo documentato le principali criticità e lacune che ostacolano sia il riconoscimento delle persone decedute in frontiera (in mare, in hotspot, in CPR) sia l’accesso delle famiglie a memoria, verità e giustizia. Queste violazioni, che ledono numerosi diritti fondamentali, non sono eventi isolati, ma manifestazioni di una violenza strutturale più ampia, che colpisce le persone in movimento sia da vive sia da morte.
Esse si inseriscono in un sistema di governance migratoria sempre più violento e securitario: dal naufragio del 18 Aprile 2015, una delle stragi più gravi nel Mediterraneo, il decennio 2015–2025 è stato un massacro ininterrotto: sotto il segno dell’approccio securitario e punitivo alle migrazioni da sud del Mediterraneo, sono stati implementati accordi dell’UE con Paesi terzi finalizzati a bloccare le partenze a tutti i costi,politiche di respingimento, selezione e detenzione delle persone che migrano, processi di criminalizzazione sia delle persone in movimento – come chi conduce le imbarcazioni – sia di chi pratica solidarietà – come gli equipaggi delle navi delle ONG che prestano soccorso in mare. A ciò si aggiungono le omissioni di soccorso da parte delle autorità che hanno provocato numerosi stragi, come nel caso del naufragio di Cutro. In questo scenario, il ruolo di Frontex e delle guardie di confine statali o parastatali si rafforza costantemente, contribuendo a un Mediterraneo sempre più militarizzato, dove la gestione dei corpi e della morte diventa parte integrante di una strategia più ampia di esclusione e repressione.
A questa violenza materiale si affianca una violenza meno visibile ma altrettanto devastante: la rimozione delle responsabilità di violenze, morti e sparizioni, l’assenza di procedure nel riconoscimento dei morti di confine, la frammentazione delle competenze tra gli attori coinvolti, l’abbandono delle famiglie in percorsi burocratici opachi e interminabili. L’ oblio istituzionale trasforma le morti in numeri e i corpi in spoglie senza nome. È attraverso questa cancellazione sistematica che si tenta di neutralizzare il conflitto, sottrarre queste morti alla sfera politica e rendere accettabile l’inaccettabile.
LOTTE PER NON DIMENTICARE
Ma di fronte a questo scenario di morte, sparizione e oblio, la voce delle famiglie e delle comunità non si è spenta neanche quest’anno. Abbiamo accompagnato e sostenuto le loro mobilitazioni che instancabilmente hanno agitato le due sponde del mare.
Il 6 febbraio 2025, in un contesto di piena repressione politica, le madri, sorelle, zie e cugine tunisine di persone morte o disperse in frontiera hanno organizzato una CommemorActiona Biserta, in Tunisia, un momento collettivo per chiedere verità e giustizia sulle violenze in mare e per ricordare i loro cari scomparsi. Il 14 giugno 2025, si è svolta una CommemorActiona Palermo – organizzata e partecipata da madri tunisine e senegalesi, sorelle guineane e ivoriane, famiglie provenienti dall’Afghanistan e dal Bangladesh – dando continuità a questo spazio di memoria e denuncia alle due sponde.
In occasione del secondo anniversario dalla strage di Cutro del 26 febbraio 2023, a due anni di distanza e mentre le famiglie sono ancora in attesa di ottenere un visto per poter visitare le tombe dei propri figli, MEM.MED si è recata al cimitero di Borgo Panigale a Bologna – dove sono sepolte alcune delle vittime della strage – per costruire un atto di memoria condiviso, unendo simbolicamente le famiglie residenti in Iran e Afghanistan. In quell’occasione, MEM.MED ha raccolto le loro istanze e richieste, successivamente confluite in un unico documento delle famiglie, presentato alle autorità nel mese di giugno.
Ad aprile la famiglia di Wissem Ben Abdel Latif ha attraversato l’Italia per seguire il processo iniziato il 9 aprile relativo alla morte del figlio morto nelle mani dello Stato a seguito della detenzione amministrativa nel CPR di Ponte Galeria e deltrattenimento fisico e farmacologico all’ospedale San Camillo di Roma dopo 100 ore di contezione in un letto sovrannumerario collocato in un corridoio. Dal tribunale alle piazze, la madre Henda e il padre Kamal hanno attraversato le città di Roma e Bologna, le Università e gli spazi di solidarietà per una potente domanda di giustizia collettiva. Un cammino di lotta – che abbiamo percorso insieme ai genitori di Wissem e a tante militanti – che porta dentro tutto il coraggio di Henda, Kamal e Rania.
Tra aprile e maggio 2025, si è consolidato un legame tra le madri tunisine e quelle centroamericane in Messico, attraverso lo scambio di oggetti della memoria: dal Mediterraneo è arrivato fino alle Brigadas de Búsqueda un lenzuolo con un messaggio di solidarietà, che è stato esposto alla Marcha del Dia de la Madredel 10 maggio a Città del Messico. Questo gesto ha rinsaldato una promessa condivisa di amore, resistenza e lotta globale contro le violenze degli Stati e le sparizioni forzate.
A giugno 2025, una delegazione di madri, sorelle e fratelli provenienti dalla Tunisia, dalla Costa d’Avorio, dalla Guinea, dal Senegal, dal Bangladesh e dall’Afghanistan ha attraversato il mare per partecipare alla Settimana di Memoria, Lotta e Giustizia organizzata in Sicilia dall’11 al 14 giugno. Davanti al CPR di Trapani Milo e al Consolato tunisino a Palermo, le famiglie hanno portato avanti proteste e manifestazioni per denunciare le violenze subite dalle persone in movimento e ribadire la loro lotta per la libertà di movimento.
A settembre, una rappresentanza delle madri tunisine ha preso parte all’iniziativa di f.Lotta a Marsala, prima della partenza delle imbarcazioni che hanno occupato simbolicamente il Mediterraneo, in un gesto collettivo di riappropriazione e di liberazione. In quell’occasione, Jalila Taamallah ha ricordato le morti dimenticate della strage del 13 agosto a Lampedusa e ha sottolineato la necessità di considerare le morti di frontiera come un tema politico centrale nelle battaglie per la libertà di movimento.
Nel corso dell’anno, le madri e le sorelle hanno partecipato a diversi convegni, workshop e incontri accademici, sia in presenza sia a distanza, in Italia e altrove. Tra questi, il 28 marzo ha avuto luogo il workshop “Migrazioni e violenze di frontiera. Pratiche del ricordo e dell’oblio attraverso il Mediterraneo” presso la Facoltà di Studi Internazionali, Giuridici, Storico-Politici dell’Università di Milano, durante il quale è stato affrontato il tema delle pratiche di memoria portate avanti dalle famiglie colpite dalla violenza di frontiera; il 13 giugno ha avuto luogo il convegno “Morti e sparizioni di frontiera: tra memoria e oblio” presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo, dove le famiglie hanno presentato un documento di denuncia contro il sistema che provoca morti e sparizioni e non riconosce i diritti delle persone morte in frontiera così come dei loro cari.
Parallelamente a queste attività politiche e accademiche, le famiglie – dalla Tunisia all’Italia, dalla Guinea all’Algeria – hanno continuato a recarsi nei luoghi delle sparizioni e a scendere in piazza, davanti ai palazzi del potere, facendo pressione sulle autorità competenti e sulle istituzioni incaricate della ricerca. Con ostinazione, determinazione e senza mai fermarsi.
Nel corso delle attività di contro-monitoraggio e ricerca in Sicilia, Sardegna e Tunisia, MEM.MED ha inoltre costruito legami e collaborazioni preziose con numerosi centri di ricerca e associazioni, creando una rete di conoscenze e competenze condivise. Questi scambi, che attraversano il Mediterraneo e si estendono in diverse parti del mondo, ci hanno permesso di rafforzare le pratiche di ricerca delle persone scomparse, sia in contesti migratori sia in situazioni di violenza statale, trasformando l’esperienza della memoria e della documentazione in un impegno collettivo e transnazionale.
In questo percorso, il lavoro diretto con le famiglie delle persone scomparse e decedute alle frontiere continua ad avere un ruolo centrale: nel corso di quest’anno, insieme a loro, abbiamo creato una guida pratica rivolta alle famiglie delle persone scomparse, pensata per offrire strumenti concreti su come orientarsi, a chi rivolgersi e quali procedure è possibile attivare quando un proprio caro muore o scompare durante l’attraversamento delle frontiere.
ROMPERE IL SILENZIO E RIFIUTARE LA NORMALIZZAZIONE
Nel corso di questo anno, contare questi numeri, scrivere questi nomi, dare sepoltura, ha significato, per noi, provare a trasformare ciò che viene reso invisibile in memoria, e la memoria in accusa politica. Per raccontare ciò che viene coscientemente depoliticizzato e risucchiato nell’oblio, per interrompere la normalizzazione delle stragi nel Mediterraneo, nei CPR, lungo le rotte migratorie così come in Palestina, in Sudan o in altri luoghi massacrati dalle logiche di potere e dominio.
Mentre chiudiamo questo report, raccogliamo lerichieste da parte delle famiglie delle 116 persone morte nella strage di Natale, con la consapevolezza che non possiamo rassegnarci ad accettare che il nostro mare sia reso una fossa comune: per tutte queste morti e sparizioni, bisogna rompere il silenzio, smettere di distogliere lo sguardo dalla violenza, dare spazio al dolore e alla rabbia contro il massacro prodotto dal regime di frontiera. Come hanno detto a giugno 2025 le madri e le sorelle tunisine, guineane, ivoriane, senegalesi: “Abbatteremo questo sistema, non ci fermeremo e non dimenticheremo”.
Anche nel 2026, ci riconosceremo nel grido né perdono né oblio, per un Mediterraneo finalmente libero da confini, militarizzazione e colonialismo.
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Desideriamo ringraziare tutte le persone che, nel corso di quest’anno, hanno scelto di unirsi a MEM.MED; le associazioni e le ONG con cui abbiamo collaborato; le attiviste con cui abbiamo condiviso e portato avanti le nostre lotte; le docenti che hanno promosso e sostenuto spazi di dialogo e confronto e le ricercatrici con cui abbiamo intrecciato saperi e percorsi comuni; tutte le realtà e le singole persone che hanno contribuito economicamente alla realizzazione di alcune delle nostre attività.
Vogliamo inoltre esprimere la nostra profonda gratitudine a tutte le persone che ci hanno affiancato nel lavoro di mediazione linguistica e culturale, offrendo volontariamente tempo, competenze e cura verso le famiglie delle persone scomparse. Senza il loro contributo, il nostro impegno non sarebbe stato possibile. Un ringraziamento particolare va a Shukri Said, Mohamed Garane, Shakir Cabdirasaaq, Fella Boudjemai, Rassa Ghaffari, Rasel Farazi, Riccardo Bigi, Ronja Keifer, Tzehainesc Cahsai Ghebre, Militezegga Zereiohannes Ghebremicael, Abraham Tesfai, Mustafa Hassan, Samuela Haile Ghebretnsae, Jalila Taamallah e Hajer Ayachi.
Ringraziamo calorosamente Antonino e Genni dell’Agenzia funebre “La Colomba” di Lampedusa, che in questi mesi hanno affrontato e spesso sfidato ostacoli burocratici per garantire rispetto, dignità e riconoscimento alle persone morte in frontiera.
Un ringraziamento sentito va anche agli imam e ai funzionari religiosi della comunità musulmana di Agrigento e della Sicilia, che hanno custodito il tempo del lutto, accompagnando le famiglie nel dolore.
Alle madri, alle sorelle, ai fratelli, ai padri, ai cugini, alle famiglie e comunità intere che, ostinatamente, portano avanti questa lotta e ci insegnano ogni giorno cosa significa resistere.
Silvia, Sofia, Valentina, Annapaola, Yasmine, Francesca, Sara, Ludovica, Giovanni, Peppe.