L’umanità di chi accoglie

L’umanità di chi accoglie

 

Le previsioni della legge 132, appena approvata, ha rilevanti effetti sul tema dell’immigrazione e più che a governare il fenomeno, sembra una norma volta a creare il caos e a scaricare sugli enti locali tutti gli oneri dell’accoglienza, tagliando risorse e mortificando competenze.

Partendo dall’abolizione della protezione umanitaria, trasformata in un permesso di soggiorno non equivalente e non più convertibile per motivi di lavoro, e dall’istituzione dei nuovi permessi speciali (per cure mediche, per calamità e per atti di particolare valore civile), è stata ribadita la precarietà di questi strumenti: hanno una validità temporanea che varia tra i sei mesi e un anno, sono rinnovabili sinché permane la causa evocata per il rilascio; non consentono dunque di stabilizzare lo status giuridico dei richiedenti.

La legge 132/2018 prevede anche il trattenimento dei richiedenti asilo a fini identificativi per un periodo che può arrivare sino ai sei mesi, mentre un cittadino italiano che rifiuti di farsi identificare può essere detenuto per un massimo di 24 ore.

Inoltre, per i richiedenti asilo in carcere è prevista una procedura accelerata di esame della domanda di protezione e sono state già costituite delle commissioni ad hoc: in sette giorni la domanda sarà esaminata, in caso di diniego sarà possibile fare ricorso, ma non avrà effetti sospensivi. Sarà possibile quindi procedere all’esecuzione del provvedimento di espulsione prima che sia noto l’esito del ricorso e la procedura accelerata sarà applicabile a tutti i varchi di confine, dunque non solo nei porti di sbarco, ma anche negli aeroporti. L’emendamento che ha introdotto la lista dei paesi terzi sicuri è scritta in modo tale da prefigurare dinieghi motivati in modo standardizzato, introducendo una violazione sistemica della Convenzione di Strasburgo per i diritti dell’uomo che vieta espulsioni collettive.

Non solo il decreto modifica profondamente il sistema di accoglienza, ma è di fatto pensato per fare in modo che i richiedenti asilo nel sistema di accoglienza non ci mettano piede. I “fortunati” che ci arrivano ottengono un permesso di soggiorno ma non possono richiedere l’iscrizione anagrafica. Una previsione paradossale anche dal punto di vista dell’intento securitario di chi l’ha pensata: un sindaco preoccupato per la sicurezza del territorio dovrebbe desiderare come prima cosa la reperibilità di queste persone. Da qualche giorno stiamo assistendo ai primi, disumani effetti di questa nuova previsione legislativa. Centinaia di persone in possesso di un permesso di soggiorno per motivi umanitari vengono letteralmente cacciati dai centri in quanto non più titolari del diritto all’accoglienza e a un percorso individualizzato di inclusione. Tra queste ci sono donne madri di neonati o incinte, neo maggiorenni, giovani con disagio psichico. Tutte persone la cui prospettiva di futuro sembra essere rappresentata solo dalla vita in strada, incrementando la schiera dei poverissimi senza alcuna alternativa se non quella di finire a mendicare o incrementare la forza lavoro al soldo della criminalità.

Come se non bastasse, l’art. 14 del decreto prevede la possibilità di revocare la cittadinanza a chi, avendola acquisita per ius soli, commette una serie di reati di natura politica: una norma che contrasta in modo inequivocabile con l’art. 22 della Costituzione secondo il quale a nessuno può essere revocata la cittadinanza per motivi politici. Infine, criminalizzazione del blocco stradale, rilascio delle pistole taser alla Polizia municipale, aumento delle pene per chi occupa spazi pubblici, introduzione del reato di accattonaggio molesto, sono le altre disposizioni che compongono la cornice securitaria e fortemente repressiva di questa previsione normativa. Una legge che ha come unico intento quello di punire i poveri, e di crearne altri.

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