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Febbraio 2019 – Rete dei Numeri Pari

Roxy bar, condanna Casamonica ripristina la giustizia ma bisogna continuare a illuminare le periferie


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Roxy bar, condanna Casamonica ripristina la giustizia ma bisogna continuare a illuminare le periferie

“Vergognatevi, siete schifosi, questa Italia fa schifo”. Lo hanno urlato in udienza i parenti di Antonio Casamonica nei confronti dei giudici che hanno condannato l’imputato a 7 anni di carcere per il raid al Roxy Bar. Invitati dai carabinieri a lasciare l’aula, alcuni familiari di Casamonica hanno rivolto insulti anche ai giornalisti. Le reazioni minacciose dei Casamonica alla lettura della sentenza per l’aggressione al bar della Romanina sono la dimostrazione che c’è ancora molto da fare per far fronte alle prepotenze e all’arroganza dei clan in questa città.

La condanna per l’aggressione avvenuta circa un anno fa al Roxy Bar è un importante segnale che ristabilisce un principio di giustizia in un quartiere che per troppo tempo è stato lasciato nelle mani dei Casamonica, e riconosce il coraggio di due donne che hanno infranto il muro di omertà. Ma non basta: oggi come un anno fa bisogna fare di più. Non bisogna lasciare sole quelle donne e quel quartiere divenuto simbolo delle periferie.  Non bisogna spegnere i riflettori ma continuare a lavorare. Tutti insieme, come abbiamo iniziato a fare dallo scorso maggio. La lotta alla mafia non si fa per spot ma giorno dopo giorno. Il Comitato di cittadini della Romanina, la Rete dei Numeri Pari e associazioni come Libera, la Rete NoBavaglio, la Camera del Lavoro e i movimenti per il diritto all’abitare si sono costituiti in un coordinamento, “Quelli del Roxy Bar”, con l’obiettivo di programmare una presenza nei quartieri e nelle scuole «per illuminare le periferie raccontando anche il lavoro difficile e prezioso di tante realtà sane e di gruppi di cittadini perbene». Proprio lo scorso maggio è stata avviata una prima iniziativa a poche centinaia di metri dal Roxy Bar, il “Caffè della legalità”.  Ogni giovedì mattina, nello spazio sociale anziani di via Gregoraci, è stata promossa la lettura allargata dei giornali aperta ai cittadini con ospiti giornalisti, personalità della cultura e delle istituzioni. L’iniziativa si è svolta insieme alla Fnsi, ad Articolo 21, l’Ordine dei giornalisti e all’Università di Tor Vergata. Parallelamente sono stati organizzati corsi e laboratori con i ragazzi e grazie ai docenti delle scuole del quartiere. Da qui prosegue l’impegno a non abbandonare le periferie e continuare ad illuminare i luoghi asfissiati dalla presenza delle mafie.

Per questa ragione il 21 Marzo- Giornata della Memoria e dell’impegno – tanto alla Romanina come a Formia, insieme a Libera e alla Rete dei Numeri Pari, ricorderemo le oltre 900 vittime innocenti delle mafie per ribadire che la lotta alla malavita si fa a cominciare dalla battaglia quotidiana contro le disuguaglianze e le nuove povertà. L’appuntamento è per giovedì 21 marzo per vivere una nuova primavera delle periferie a cominciare dalla Romanina, tutti e tutte insieme.

Rete Numeri Pari

A buon diritto – Action – Arci Roma – Ass. Che Guevara Onlus – Ass. Cult. Colibrì – Ass. Cult. “Laura Lombardo Radice” – Be Free – Bin Italia – Camera del lavoro – Casa Internazionale delle Donne – Casal Boccone – CDQ Romanina – CGIL – Cinecittà Benecomune – Circolo Arci Sparwasser – Cittadinanza e minoranze – Coop. Soc. Eureka I – Coop. Soc. Il Pungiglione – Coop. Soc. ISKRA – Coop. Soc. La Caciarella – Coop. Soc. Prassi e Ricerca – Coop. Sociale Il Cigno a.r.l. – Coop. SS Pietro e Paolo – Coord. Democrazia Costituzionale – Coord. docenti contro mafie e disuguaglianze – Da Sud – Emmaus Roma – Europe Consulting Onlus – Ex Lavanderia – Fare rete ONLUS – FIO.P.S.D – FIOM – Forum Naz. Agricoltura Soc. – I.C. Via dei Sesami – Il Salto – Keccevò – La Frangia – Legacoopsociali – Libera “Francesco Borrelli” IV Mun – Libera “Francesco Vecchio” III Mun – Libera “Rita Atria” VII Mun – Libera “Roberto Antiochia” II Mun – Libera IX Mun – Link – Lunga marcia delle terre mutate – Made in Jail – Movimenti per il diritto all’abitare – Nonna Roma – Parrocchia San Giustino – Part civile – Rete della conoscenza – Rete NoBavaglio – Romaccoglie – Slotmob – SocialPride – Spintime Lab – UIL – Unione Inquilini

25 Febbraio 2019 / by / in
L’ecologismo dei poveri come strumento di democrazia

19 febbraio 2019 

Mai come ora la decennale crisi sta palesando l’insostenibilità  politica e sociale di un modello di sviluppo che dimostra ogni giorno la sua inadeguatezza. Diseguaglianze in aumento, cambiamento climatico e rifugiati ambientali sono tutte facce di una stessa battaglia non più rimandabile che la politica sembra voler ignorare e scaricare sui più deboli.

Un gruppo di ricercatori europei, analizzando i dati sui richiedenti asilo di 157 paesi forniti dell’UNHCR, i dati dell’ indice SPEI (The Standardised Precipitation-Evapotranspiration Index) e del Center for Peace and Conflict Research dell’Università di Uppsala (Svezia), ha dimostrato il nesso causale che lega i tre fattori.

Un nesso allarmante che, in Italia, la Rete dei Numeri Pari denuncia da anni e vi contrappone l’educazione popolare, l’ orizzontalità, la giustizia sociale, il mutualismo, la creatività e la decolonizzazione del potere, strumenti e pratiche che l’ecologismo dei poveri utilizza per costruire la democrazia.

Garantire l’integrità ecologica degli ecosistemi, di cui anche l’uomo è parte, non può che assicurare il buon vivere e offrire una soluzione ad un modello economico sostenibile, equo, che deve sapersi adattare ai limiti del pianeta. Una sostenibilità, come raccontato da De Marzo nel libro “Per Amore della Terra”, che deve inglobare in sé il concetto di giustizia, riconoscere i diritti della natura e ripudiare il liberismo economico, fondato su uno schema di civilizzazione che penalizza principi come la libertà e l’uguaglianza. Il principale obiettivo del paradigma di giusta sostenibilità allora consisterà nello sviluppo di comunità sostenibili, o comunità della vita, attraverso scelte coerenti con i principi della giustizia ambientale ed ecologica.  Solo così si potrà porre un argine alle crescenti disuguaglianze e ai cambiamenti climatici, promuovendo una riconversione ecologica delle strutture produttive ed energetiche, i diritti dei lavoratori per un lavoro sicuro, il rispetto per le diversità culturali, la possibilità per tutti di poter partecipare alle decisioni, la pubblicizzazione dei servizi basici, la difesa dei beni comuni e dei beni insostituibili ed indispensabili alla vita, forme di democrazia partecipata e comunitaria, politiche sociali di inclusion e forme educative interdisciplinari ed interculturali.

Martina Di Pirro

23 Febbraio 2019 / by / in
Autonomia differenziata o secessione dei ricchi?

Il governo M5S/Lega con l’approvazione della cosiddetta “autonomia regionale differenziata” in discussione in CDM, nel silenzio generale, sta per compiere un vero e proprio furto di diritti e di futuro nei confronti di milioni di cittadini che vivono al sud cancellando l’universalità e l’uguaglianza dei diritti. Se dovesse passare la legge che introduce “l’autonomia differenziata”, sottoscritta con le Regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, i valori costituzionali che tutelano l’uguaglianza dei cittadini, l’universalità dei diritti e l’unità della Repubblica verrebbero meno. Un colpo mortale verso la Stato unitario che sbriciolerebbe definitivamente la coesione sociale, creerebbe un caos politico amministrativo senza precedenti e genererebbe maggiori disuguaglianze in un paese che è già tra i più diseguali d’Europa.

Il governo, dopo i referendum in Lombardia e Veneto nel 2017, sta interpretando in modo eversivo la Costituzione dando maggiori poteri e risorse alla Regioni del nord a causa della modifica del Titolo V della Costituzione avvenuto nel 2001. Il governo del “prima gli italiani”, della “trasparenza assoluta”, della lotta “contro i poteri forti”, con un accordo opaco di cui non si conoscono i contenuti, furbescamente taciuto ai cittadini meridionali, con l’approvazione di questa legge punta a cancellare alcuni dei principi fondamentali della nostra Costituzione: l’universalità dei diritti, l’uguaglianza e la solidarietà nazionale. Non basta più essere cittadini italiani per godere di certi diritti, perché bisogna essere ricchi e nati in una regione ricca del nord se si vogliono certezze.

Il governo con l’autonomia differenziata vuole istituzionalizzare una disparità di trattamento tra Regione e Regione, non riconoscendo l’uguaglianza dei diritti per tutti e l’obbligo di solidarietà previsti all’articolo 2 e 3 della Costituzione, aggravando ulteriormente le disuguaglianze geografiche e la disparità di trattamento tra i cittadini, già evidente per il Servizio Sanitario Nazionale. E tutto questo avviene mentre non sono stati nemmeno definiti e garantiti in tutto il territorio nazionale i livelli essenziali di prestazione – i cosiddetti LEP- nei diversi campi, che noi come Rete dei Numeri Pari insieme a tanti altri continuiamo a chiedere a questo come ai precedenti Governi. Il Governo e la sua maggioranza M5S/Lega vogliono imporre, senza nessun dibattito, che i diritti fondamentali vengano riservati in base alla disponibilità finanziaria delle regioni: alcune si, altre no. Il Governo non solo accetta le disuguaglianze mai rimosse, ma addirittura le legittima e le aggrava istituzionalizzando il “principio” per il quale è giusto che i deboli non ce la facciano: è colpa loro. Ancora una volta si spostano sui più deboli le colpe e le responsabilità dei disastri delle politiche di austerità e di scelte che premiano le élite economiche e finanziarie. Il Governo M5S/Lega continua a spostare la colpa della crisi e dell’instabilità del paese sui più deboli, sugli impoveriti, su quelli maggiormente ricattabili, su coloro che non accedono alle informazioni e non possono partecipare alle decisioni. Se passa la legge avremo uno Stato che contiene vari Stati dove i diritti cambiano in base al censo e all’appartenenza di classe: questo il cambiamento che ci attende e al cui abbiamo il dovere e la responsabilità di ribellarci.

Come cittadini e cittadine, come realtà sociali, chiediamo che non vi siano ulteriori trasferimenti di poteri e risorse alle regioni su base bilaterale, che non si compromettano le competenze delle autonomie locali che sono le più vicine alla cittadinanza e che i trasferimenti sulle materie assegnate alle Regioni siano unicamente legati ai fabbisogni dei territori, escludendo riferimenti a indicatori di ricchezza che violano i principi dell’universalità dei diritti, della solidarietà e dell’unitarietà dello Stato. Così come, chiediamo al Governo e al Parlamento che vengano immediatamente definiti i Livelli Essenziali di Prestazione, veri e propri strumenti di garanzia di inclusione sociale e non discriminazione territoriale, così da evitare un ulteriore aumento di disuguaglianze e povertà.

Se su questi punti fondamentali il governo dovesse continuare a ignorare qualsiasi dialogo e si rifiutasse di cambiare la legge, abbiamo tutti e tutte la responsabilità in nome dei nostri diritti e della Costituzione di attivarci per costruire la più ampia mobilitazione possibile e impedirne l’approvazione.

Rete dei Numeri Pari

23 Febbraio 2019 / by / in ,
Il governo e l’economia politica del declino

5 Febbraio 2019 Sezione: Economia e finanzaprimo piano

Dalla formazione del governo Lega-M5S l’Italia è in lieve recessione. La politica economica è senza una direzione, tra mediazioni al ribasso con i “poteri forti” e ricerca di consenso tra i “perdenti”. Il declino, tratto di un mix “lib-pop”.

I dati sull’economia resi noti dall’Istat aggiungono un tassello essenziale per capire la situazione italiana. È dal luglio 2018, dalla formazione del governo, che l’economia è in recessione: un lieve calo (-0,1 e -0,2% nei due ultimi trimestri del 2018) che però rovescia il lieve recupero avvenuto tra 2013 e 2017. Il grafico Istat qui accanto mostra che oggi siamo ancora del 5% sotto il livello in termini reali del Prodotto interno lordo (Pil) del 2008, prima della crisi: oltre un decennio di declino dell’economia italiana. Prima c’è stata la brusca caduta per la crisi finanziaria del 2008, nata negli Stati Uniti, poi nel 2011 la nuova crisi sud-europea legata all’emergenza debito pubblico. Da allora la ripresa è stata lentissima, fino alla nuova riduzione del Pil degli ultimi sei mesi.

Fonte: Istat, Statistiche flash, Stima preliminare del Pil, 31 gennaio 2019

Questo declino ha due cause principali. Quella strutturale è nel degrado della base produttiva del Paese, nella caduta del 20% degli investimenti e della produzione industriale nell’ultimo decennio, nei bassi livelli di ricerca e innovazione, che portano a produttività stagnante e bassi salari.

Quella politica è legata all’ideologia dell’austerità che ha segnato il processo d’integrazione europea e ha impedito – in particolare nei Paesi del Sud Europa – l’introduzione di misure espansive. Nel 2008 gli Stati Uniti hanno allargato massicciamente la spesa pubblica e avviato l’espansione monetaria, nota come quantitative easing; ora hanno un rapporto deficit pubblico/Pil vicino al 5%, ma una crescita del 3,5%. In Europa la reazione alla crisi del 2008 è stata opposta: restrizione monetaria e tagli di spesa; la seconda caduta del 2011 è stata il risultato dell’incapacità politica di dare stabilità all’area euro e affrontare la crisi della Grecia (relativamente piccola per dimensioni finanziarie). Il cambio di rotta di Mario Draghi (il ‘whatever it takes’ del luglio 2012) e la tardiva espansione monetaria hanno fermato la caduta, ma allargato la divergenza tra la modesta crescita di Germania ed economie satelliti, e il ristagno del sud Europa. Ora il rapporto deficit pubblico/Pil per i paesi europei è all’1%, ma il prezzo è stato un decennio perduto.

In Italia il peggioramento delle condizioni di vita è andato ben oltre il declino del Pil. Il reddito medio per abitante è ora ai livelli di vent’anni fa. Ma la media nasconde la crescita delle disuguaglianze. Il divario tra ricchi e poveri si è allargato: solo il 10% più ricco ha visto crescere i propri redditi; tra i lavoratori dipendenti, il 25% con i salari più bassi ha avuto un perdita del 20% dei salari reali; le disparità di ricchezza sono sempre maggiori, la distanza nei redditi tra nord e sud si è fatta insostenibile.

L’impoverimento e la paura di scivolare indietro sono alla radice del voto del marzo 2018 (esaminato in quest’articolo), ma l’agenda politica del governo Lega-Cinque Stelle non ha affrontato le cause del declino, ha piuttosto cavalcato le sue conseguenze. Ha tenuto fermo l’impianto liberista in economia, il ‘lasciar fare’ alle imprese, condito con una retorica populista (una politica ‘lib-pop’, analizzata qui).

Vediamo come si è mossa la politica economica. Il governo ha mantenuto in sostanza le politiche di austerità, con un deficit ‘contrattato’ con Bruxelles al 2,04% del Pil; gli effetti espansivi della spesa pubblica sono assai limitati, anche per l’aumento della spesa per interessi dovuto allo ‘spread’ sul debito pubblico.

Con l’economia in recessione i fattori che possono sostenere la crescita sono fermi. Il commercio mondiale è in rallentamento con le nuove ‘guerre commerciali’ aperte dagli Stati Uniti di Trump. Gli investimenti privati non si riprendono; con l’attuale mancanza di domanda e incertezza politica le imprese stanno a guardare e portano capitali all’estero. Gli investimenti pubblici sono stati tagliati da tutti i governi, quello Lega-Cinque Stelle compreso, peggiorando la domanda per le imprese, le infrastrutture, le condizioni di vita.

In quest’occasione, il taglio degli investimenti è servito a trovare le risorse per i due programmi prioritari di Lega e Cinque Stelle, Quota 100 sulle pensioni e Reddito di cittadinanza, due misure redistributive che intervengono su problemi reali del Paese – i danni della riforma Fornero sulle pensioni e l’assenza di un reddito minimo – ma con modalità confuse, che creano nuove disparità tra lavoratori vicini alla pensione e tra i cittadini in condizioni di povertà. Per di più, le notevoli risorse per queste misure non vengono da un aumento della tassazione dei più ricchi, ma da trasferimenti ‘orizzontali’ tra cittadini a medio reddito, e non riescono così ad avere effetti rilevanti sulla crescita.

Senza crescita, cadranno le entrate fiscali, e i conti del bilancio appena approvato dovranno essere rivisti a luglio: se non tornano, il governo ha già previsto tagli automatici per diversi miliardi, una nuova austerità che aggraverà la recessione. In più l’anno prossimo si dovranno trovare risorse per decine di miliardi per evitare gli aumenti automatici dell’Iva e misure di ‘salvaguardia’ concordate tra Bruxelles e Roma. Il bilancio appena approvato ha utilizzato tutti i margini per misure redistributive in vista delle elezioni europee di maggio 2019, ma al prezzo di serie prospettive di aggravamento della recessione.

La politica economica del governo appare così senza una direzione. Si annaspa nell’immediato, ipotecando il futuro. Non c’è un’idea di come far funzionare l’economia e di come uscire da un decennio di recessione. Se non quella – solita, e comune ai governi precedenti – di offrire alle imprese nuovi favori: fiscali (flat tax, minori controlli anti-evasione), sul costo del lavoro (la possibilità di versare alle imprese il reddito di cittadinanza dei nuovi assunti), normativi (de-regolamentazione di molte attività) e incentivi ‘orizzontali’ che trattano tutte le imprese allo stesso modo. Tra questi, resta lo sconto fiscale per le spese di ricerca e l’acquisto di macchinari, orientate soprattutto al progetto ‘Impresa 4.0’ che spinge le poche imprese già tecnologicamente avanzate a accelerare automazione e digitalizzazione, con effetti negativi su quantità e qualità del lavoro.

L’effetto immediato di tali misure è di sostenere i profitti delle imprese, riducendo in modo significativo le entrate della tassazione. Ma nel lungo periodo l’effetto è di mantenere immutata l’attuale struttura produttiva del paese, dando spazio a imprese piccole, poco produttive, a bassa tecnologia e con pochi investimenti, che possono sopravvivere solo grazie alla riduzione dei salari e al peggioramento delle condizioni di lavoro. L’esito è quello già visto: una diminuzione della produttività che alimenta il declino del paese. Si delinea così un “circolo vizioso” tra una struttura economica povera di conoscenze e tecnologie, una produttività stagnante con divari di innovazione e competitività rispetto all’Europa, la perdita di posti di lavoro e bassi salari. La precarizzazione del lavoro diventa un modo per adattarsi, con le imprese che usano lavoratori meno qualificati e peggio pagati per mantenere produzioni a basso costo.

Queste politiche – all’insegna di un liberismo d’imitazione – caratterizzano l’Italia da trent’anni e ne hanno tracciato la parabola. Si sono affidate al mercato, lasciandolo conquistare dalle grandi imprese straniere. Hanno favorito la finanza, senza avere un settore finanziario degno di questo nome. Hanno rinunciato al ruolo dello stato, senza avere imprese capaci di investire. L’illusione liberista e gli scossoni della crisi hanno ricostruito una rigida gerarchia tra le economie più forti – Cina compresa – facendo scivolare indietro l’Italia.

Quello che è nuovo oggi, in un contesto di maggiori difficoltà economiche, è che la politica del governo Lega-Cinque Stelle sembra smarrire qualunque disegno di sviluppo e ridursi ad amministrare la nuova fase del declino italiano. Se questo governo è uno dei risultati del lungo declino del paese, la sua politica ora ne accelera la traiettoria discendente. Da qui una politica economica fatta di mediazioni al ribasso con finanza, grandi imprese, poteri europei. E, dall’altro lato, di inseguimento del consenso tra i ‘perdenti’, dalle piccole imprese del nord a egemonia leghista, agli impoveriti del sud che sperano nei Cinque Stelle.

L’economia politica del declino diventa così il tratto distintivo del governo giallo-verde, un pericoloso miscuglio ‘lib-pop’, di liberismo e populismo, una rincorsa tra disagio economico, disgregazione sociale, degrado politico, che potrebbe portare l’Italia a un esito di destra estrema.

23 Febbraio 2019 / by / in ,
#Stand4Madalina: si attende la decisione del giudice sulla richiesta di sospensione del provvedimento.

Venerdì 15 febbraio decine di solidali, accademici, giornalisti, esponenti del mondo della cultura e del diritto si sono riuniti in piazza SS. Apostoli per recapitare al Prefetto Roberta Basilone le centinaia di firme raccolte nei giorni scorsi per chiedere il ritiro del provvedimento di allontanamento di 5 anni dall’Italia ai danni di Madalina Gavrilescu, attivista romena del Movimento per il Diritto all’Abitare, per ‘motivi non imperativi di pubblica sicurezza’. In particolare, a Madalina viene contestato di non essere persona ‘socialmente integrata’ a causa del suo attivismo nelle lotte sociali. Tale disposizione è stata fin da subito rigettata da Madalina e dal Movimento per il Diritto all’Abitare, che hanno da un lato inquadrato il ‘deterrente’ punitivo per i migranti e le migranti che si mobilitano nei percorsi di lotta, così come la violenta arbitrarietà di chi, sulla base di un provvedimento amministrativo, punta a criminalizzare e sradicare chi in Italia si batte per una vita degna. Un impegno che gli oltre 800 firmatari della petizione #Stand4Madalina, scritta e firmata da esponenti del mondo accademico e del diritto, hanno inquadrato e supportato appieno.

Una delegazione di firmatari della petizione, inclusa l’europarlamentare Eleonora Forenza, ha consegnato al delegato prefettizio la petizione corredata dalle firme, e reiterato la richiesta che il provvedimento venga ritirato. Dopo il colloquio si è tenuta una conferenza stampa dove varie voci, da NUDM a esponenti di associazioni e reti sociali, si sono alternate a sostegno di Madalina e della sua lotta per restare in Italia. Le testimonianze di Giuristi Democratici e a Buon Diritto hanno sottolineato l‘arbitrarietà e la pericolosità della nozione di ‘integrazione sociale’ che emerge da un simile provvedimento, ribadendo che l’impegno sociale e la passione civile di Madalina siano un elemento da premiare e valorizzare nel contesto di una società meticcia che chiede diritti e uguaglianza.
La piazza di ieri ha anche ribadito la solidarietà a Gordana Sulejmanovic, rom bosniaca attualmente detenuta al CIE di Ponte Galeria, soggetta a decreto di espulsione per aver lottato contro lo sgombero senza soluzioni del Camping River.

Scaduti ieri i 30 giorni entro i quali, secondo quanto stabilito dal decreto prefettizio, Madalina avrebbe dovuto allontanarsi ‘volontariamente’ dall’Italia, si attende adesso la decisione del giudice del tribunale civile sulla richiesta di sospensione del provvedimento depositata insieme al ricorso. Sebbene sulla base dell’ex art. 22 del Dlgs 30/2007, il provvedimento prefettizio dovrebbe considerarsi sospeso finché il giudice competente non si pronuncerà sulla richiesta di sospensiva, manteniamo alta l’attenzione intorno a Madalina ribadendo la richiesta al Prefetto di Roma di ritirare unilateralmente un provvedimento violento e ingiusto, che intendiamo combattere con ogni mezzo necessario, sia legale che di lotta.

23 Febbraio 2019 / by / in
A Roma il vento non è cambiato!

Molteplici iniziative più o meno partecipate hanno sottolineato la necessità di un’inversione di rotta nella gestione della nostra città. Mobilitazioni che hanno avuto tratti differenti e composizione sociale non omogenea. L’unico segno condiviso è stata la forte critica, dopo quasi tre anni di mandato, nei confronti della sindaca e della sua maggioranza. Anche verso l’opposizione seduta in Campidoglio non sono mancati segnali di insofferenza e richieste di una maggiore autorevolezza nel costringere la Giunta ad adottare le misure necessarie al benessere e alla sicurezza degli abitanti che vivono a Roma.

Proprio il concetto di sicurezza è stato declinato più sul piano della legalità formale e del decoro urbano, piuttosto che sul versante sociale e della tutela di diritti primari come la casa, il reddito, la salute, lo studio, la qualità della vita. Mentre l’esclusione sociale e le diseguaglianze vengono registrate da più parti con dati allarmanti in aumento esponenziale, chi governa la città si è più cimentato con l’apparire diversi dal passato che esserlo realmente, producendo atti decisamente insufficienti e inadempienti. Possiamo affermare serenamente che la forma non ha risolto in termini di cambiamento l’assenza di una sostanza che il movimento 5 stelle aveva promesso ai suoi elettori e alle sue elettrici.

Nel nostro piccolo, dopo il corteo partecipato del primo dicembre scorso, dove dietro lo slogan “1dinoi” si è raccolto un aggregato sociale accomunato dalla necessità di far ripartire dentro questa città un’azione capace di guardare alla città che soffre, che è esclusa, che è sfrattata o sgomberata, che ha un lavoro precario o non ce l’ha proprio, che pensa che la propria sicurezza passa per una maggiore solidarietà umana, un’accoglienza degna per chi arriva da altri paesi, un welfare di cittadinanza che funzioni seriamente, intendiamo delineare una possibilità di percorso che consenta all’opposizione sociale di ricomporsi e di uscire con forza dalla clandestinità e dai mille rivoli che ancora non sono fiume e meno ancora fiume in piena.

L’auspicabile esondazione deve guardare a come si disporranno le forze in campo per governare nei prossimi anni la capitale. Ci sono le mire, nemmeno tanto nascoste, del vice premier Salvini nell’affermare il proprio punto di vista a Roma, tra minacce di sgomberi e critica dell’attuale gestione Raggi. C’è una compagine pentastellata confusa e spesso subalterna agli umori del governo centrale gialloverde. Per non parlare delle sofferenze di un’opposizione poco presente e un pochino troppo alle prese con i propri malanni interni. Potremmo, in questo quadro, essere virus o vaccino, a seconda dei punti di vista. Anticorpo e antibiotico aggressivo nello stesso tempo. Cerchiamo complici e compagni di strada disposti a scatenare quel dibattito necessario ad una ripresa di parola e di forza di una città malmenata dalla lunga stagione di “mafiacapitale” e non sanata dagli apprendisti stregoni del cambiamento.

Il vento non sta cambiando e la scialuppa naviga a vista, soffiamo in direzione opposta e contraria se non vogliamo che finisca sugli scogli. Vediamoci in tante e in tanti il 20 febbraio alle ore 15 nella sala della Protomoteca in Campidoglio.

19 Febbraio 2019 / by / in ,
Salviamo la Costituzione: 22 febbraio Convegno “La sovranità dei diritti”

L’associazione Salviamo la Costituzione ha organizzato per venerdì 22 febbraio 2019 il convegno “La sovranità dei diritti – Democrazia, rappresentanza, partecipazione” dalle ore 15.00 alle 18.00 nella Sala Giuseppe Di Vittorio – CGIL Nazionale in Corso d’Italia 25, Roma

Relazione introduttiva
Luigi Ferrajoli “La sovranità dei diritti”

Contributi:
Francesco Bilancia “Democrazia costituzionale”
Massimo Siclari “Rappresentanza parlamentare”
Claudio de Fiores “Forme della partecipazione”

Dibattito

Conclusioni:
Gaetano Azzariti

Saranno present esponenti di:
Anpi – Antgone – Centro Riforma dello Stato – Cgil – Comitat Dossetti – Coordinamento per la Democrazia Costtuzionale – Fondazione Basso – Libera – Libertà & Giustzia.

19 Febbraio 2019 / by / in
La Rete dei Numeri Pari in audizione al Senato sul Reddito di Cittadinanza

12 febbraio 2019 – Rete dei Numeri Pari

Martedì 5 febbraio la Rete dei Numeri Pari ha partecipato all’audizione dell’ 11° Commissione Lavoro al Senato della Repubblica in merito al decreto legge sul  “Reddito di cittadinanza”. Nonostante da anni le centinaia di realtà della Rete avessero tentato di cercare un confronto istituzionale, soltanto adesso, a decreto fatto, il governo ha provato a cercare un confronto. Un confronto che non ha considerato quanto l’assenza di questi anni abbia allargato le distanze tra governo e chi lavora nei territori, che si traduce in un’incapacità di lettura sfociata proprio nell’istituzione di un sussidio di povertà, il Reddito di cittadinanza appunto, che non rispetta i principi del reddito minimo garantito così come definito dalle risoluzioni europee, da studi e ricerche scientifiche.  Già nel 2013 i dati ISTAT fotografavano un aumento fuori norma del numero delle persone in povertà in Italia e una crescita della diseguaglianza sociale, e la proposta del Reddito di Dignità avanzata all’epoca dalla campagna “Miseria Ladra” risulta tutt’ora l’unica in grado di diminuire la forbice del divario. Quella proposta, giova ricordarlo, venne sottoscritta e promossa anche da 91 deputati e 35 senatori del Movimento 5 stelle.

Il provvedimento varato dal governo è invece totalmente diverso rispetto ai contenuti del documento sottoscritto dai deputati del M5S nella scorsa legislatura:  è una misura individuale e non familiare, deve essere erogato in base al criterio della residenza e non della cittadinanza, per dirne alcune. Su ciascuno di questi principi il governo fa poco o fa l’opposto. Inoltre l’accessibilità al Reddito di Cittadinanza vessa il beneficiario attraverso stringenti contropartite e forme di condizionamento e, non meno importante, al beneficio economico non viene aggiunto il diritto a servizi sociali di qualità.  Non solo. Secondo le stime incrociate e avanzate dalla Rete dei Numeri Pari, erano necessari tra i 16 e i 17 miliardi di euro l’anno per garantire la copertura di tutte le persone in povertà assoluta e relativa. Il provvedimento attuale ne mette a disposizione solo 6,11 per il 2019, in crescita fino agli 8,2 miliardi del 2021. Risorse a cui attingere non in deficit, come stanno facendo, ma dalla fiscalità generale, proprio per evitare un aumento del debito pubblico.

“ Si tratta di capire se il Rdc italiano saprà davvero rappresentare quello zoccolo mancante nel nostro welfare e garantire le aspirazioni e i progetti di vita di chi è a rischio di esclusione sociale – afferma Sandro Gobetti, del Basic Income Network in una nota depositata – Nella scorsa legislatura, la Rete dei Numeri Pari, per sbloccare la situazione promosse la compagna sul “reddito di dignità” individuando quali fossero i punti irrinunciabili di una legge sul tema alla luce anche delle indicazioni europee, delle Carte dei diritti e delle varie Risoluzioni del Parlamento europeo. Il provvedimento appare deficitario in alcuni aspetti della sua ispirazione di fondo, quanto soprattutto al recepimento di quel dibattito internazionale che mette in discussione oggi l’utilità di soluzioni “condizionate” e selettive nella tutela dei minimi vitali.”

“ Il Reddito di cittadinanza non risponde ai principi ritenuti indispensabili dalle risoluzioni europee – continua Elisa Sermarini, della Rete dei Numeri Pari – Un esempio sono le misure sanzionatorie contenute nel provvedimento che vanno a stigmatizzare e a colpevolizzare chi beneficerà di questo reddito, arrivando a ipotizzare addirittura una pena di sei anni di carcere. Apporre delle contropartite al beneficio era invece da escludere. E’ una misura che interviene solamente sulle persone che si trovano in una condizione di povertà assoluta, e non su tutte quelle che si trovano al di sotto della soglia del 60% del Reddito mediano del paese di riferimento, così come stabilito dalle convenzioni europee. Non include poi il momento formativo della persona, e finisce per non tutelare il diritto allo studio, necessario per contrastare la dispersione scolastica che è la più alta in Europa. Il reddito minimo dovrebbe servire a restituire dignità alle persone, deve essere uno strumento di libertà, quella stessa libertà che, negli ultimi dieci anni di crisi, ci è stata tolta.”

16 Febbraio 2019 / by / in
Se il turismo senza regole aumenta le diseguaglianze

Titina è un’abitante storica del centro di Napoli. Ha 76 anni, cammina appoggiandosi a una stampella e percepisce la pensione minima. Vive insieme alla figlia, casalinga, al genero e a due nipoti. Stanno tutti insieme, in un bilocale in un vicolo nel cuore del centro storico. Marianna invece ha 30 anni, è una brillante ricercatrice e vive in affitto a piazzetta Nilo. Per i giovani che fanno un dottorato di ricerca la vita è dura, perché le borse di studio italiane sono tra le più basse in Europa, così lei arrotonda facendo lezioni private di latino e greco. 

Fino a qualche anno fa erano tante le persone che vivevano nel centro pur non avendo un reddito elevato: gli affitti e il costo della vita erano accessibili a tutti. Poi è arrivato il turismo. Inizialmente è sembrata una manna dal cielo: non è sembrato vero ai napoletani che la città passasse dall’immagine dipinta sui giornali di tutto il mondo con le tinte nere dell’emergenza rifiuti ad un’immagine di una Napoli sfavillante e piena di turisti. Ma il sogno ad occhi aperti nel giro di pochi anni si è trasformato in un incubo. I proprietari hanno iniziato, uno dopo l’altro, a sfrattare gli inquilini per investire nella nuova corsa all’oro: le case vacanze. Un appartamento che prima poteva rendere – come quello di Titina – al massimo 600 euro al mese oggi può essere affittato ai turisti anche a 50 euro a notte. 

La famiglia di Titina aveva pagato regolarmente il canone d’affitto per 15 anni, ma durante il boom del turismo era stata costretta a non pagare per quasi un anno. Il genero, che ha ricominciato da poco a lavorare, aveva subito un brutto incidente sul lavoro. La famiglia aveva provato ad accedere al fondo di “morosità incolpevole” (un fondo statale messo a disposizione dei Comuni in emergenza abitativa proprio per i casi come quello di Titina), mail proprietario aveva risposto con un secco rifiuto: girava voce nel quartiere che anche lui avesse intenzione di trasformare l’appartamento di Titina in una casa vacanze.

Marianna, invece, aveva sempre pagato regolarmente l’affitto. Eppure il proprietario le ha intimato di andar via prima della scadenza del contratto: il suo monolocale doveva essere ristrutturato e trasformato in una casa vacanze. Marianna ha protestato, ma per tutta risposta il proprietario le ha staccato il gas.

In entrambi i casi trovare una nuova casa si è rivelata un’operazione disperata. Una fetta enorme di appartamenti, infatti, negli ultimi anni sono scomparsi dal mercato residenziale per ri-materializzarsi sotto forma di case vacanze su Airbnb e Booking, spesso esentasse. A gennaio a Napoli risultano 7.169 annunci sul portale Airbnb, concentrati soprattutto nel perimetro Unesco, all’interno di un’area che misura circa 10km2. Il 59,3% di questi annunci non si riferisce a stanze singole ma ad interi appartamenti. Migliaia di case sottratte all’abitare e trasformate in strutture ricettive. L’effetto sul mercato immobiliare non ha tardato a farsi sentire: secondo l’agenzia Tecnocasa, le transazioni immobiliari ad uso investimento sono cresciute del 41% negli ultimi quattro anni. A sua volta la proliferazione delle case vacanze ha prodotto una crescita degli affitti dei pochi immobili rimasti sul mercato residenziale: Idealista ha stimato che nell’ultimo anno a Napoli le pigioni sono aumentate dell’8,6%, mentre il tasso di disoccupazione resta altissimo. Il lavoro prodotto dal turismo, infatti, spesso è a nero e la crescita del costo della vita non è minimamente proporzionale a quella dei salari. Eppure la forza della narrazione di Airbnb è proprio quella di far apparire la sharing economy come un sistema in cui tutti si arricchiscono senza alcun bisogno di regole. A guardare i dati, invece, si scopre che i pochi che usano il portale per affittare la propria stanza in modo da integrare un reddito scarso sono una minoranza. Una moltitudine di proprietari – multiproprietari, agenzie e società private – rappresentano la vera fonte di guadagno per il portale, la cui sede è in un paradiso fiscale. Airbnb protegge i propri utenti non fornendo alcun dato né ai Comuni né agli enti preposti ai controlli: così molti gestiscono una vera e propria attività d’impresa evadendo il fisco, ben protetti dalla privacy.

Dopo mesi di ricerca Marianna al momento vive senza gas. Dopo due anni, invece, Titina e i suoi familiari hanno trovato una nuova casa grazie al passaparola innescato dal nodo napoletano della rete SET. In quest’ultimo anno SET, insieme alla rete Magnammece ‘o pesone che da anni è impegnata sul fronte dell’emergenza abitativa, ha organizzato vari picchetti antisfratto consentendo alla famiglia di Titina di avere il tempo di trovare una sistemazione dignitosa. 

SET (Sud Europa di fronte alla Turistificazione) è una rete europea di associazioni e collettivi di alcune delle città del Sud Europa che in questi anni sono state travolte dall’ondata turistica – tra cui Venezia, Valencia, Siviglia, Palma, Pamplona, Lisbona, Malta, Malaga, Madrid, Barcellona. Nata in sinergia con la mobilitazione di diverse città iberiche, la rete SET – si legge in un comunicato stampa – intende “promuovere a livello internazionale una riflessione critica sulla turistificazione e un coordinamento di analisi e pratiche alternative”. Sebbene l’industria turistica, infatti, non si manifesti con le sembianze fisiche della fabbrica, il suo impatto sul territorio non è meno significativo. Se i centri urbani diventano terreno per la monocultura turistica, gli abitanti, espulsi a causa del rialzo dei prezzi e della sottrazione dal mercato residenziale di un numero di immobili sempre più elevato, si riverseranno nelle periferie in cui si assisterà ad un ulteriore rialzo dei prezzi. Un effetto a catena le cui vittime sono, come sempre, gli ultimi: chi non ha una casa di proprietà, chi lavora a nero, chi ha un basso reddito. Le conseguenze della crescita incontrollata del turismo sono già visibili a Venezia: nel centro della città, ormai spopolato e turistificato, l’amministrazione ha imposto un biglietto d’ingresso ai turisti, mentre nella periferia di Mestre si prospetta la costruzione di nuovi alberghi. Negli ultimi anni il “capitalismo di piattaforma”, cioè la nascita di portali come Airbnb e Booking, ha imposto una nuova accelerazione al processo di turistificazione delle città. L’Italia è il terzo mercato mondiale per la piattaforma Airbnb e il 73% degli alloggi italiani attualmente disponibili sono interi appartamenti. Tra il 2014 e il 2015 le abitazioni private utilizzate per locazioni turistiche temporanee hanno avuto un incremento del 553%. Questi dati sono destinanti a crescere di pari passo con l’incremento del flusso turistico mondiale che la UNTWO (World Tourism Organization delle Nazioni Unite) stima in crescita dell’80% entro il 2030. 

Il turismo è un’industria e come ogni industria ha bisogno di essere regolata, tutelando gli abitanti delle città su cui essa insiste. Delocalizzare i flussi turistici, come pure in Italia stanno proponendo (nel migliore dei casi ingenuamente) alcune amministrazioni “volenterose”, non risolve il problema ma lo moltiplica, perché i flussi sono destinati a crescere in modo indipendente e a investire sempre nuovi quartieri. SET sta lottando perché le amministrazioni si adoperino affinché le città restino uno spazio di democrazia sociale e non si trasformino in “città vacanze” senza abitanti. Le istituzioni italiane, a partire dalle amministrazioni comunali, devono trovare il coraggio di convocare le piattaforme turistiche e di porre ad esse dei limiti come hanno già fatto i comuni di Londra e Amsterdam, dove la piattaforma Airbnb ha il divieto di pubblicare annunci privati riguardanti interi appartamenti per un periodo superiore a tre mesi all’anno. Anche le amministrazioni italiane devono agire in tempo perché la casa resti un bene primario, un diritto per tutti e tutte, e perché il turismo senza regole non si trasformi in nuovo, infernale strumento di diseguaglianza sociale.

SET – Sud Europa difronte alla Turistificazione

16 Febbraio 2019 / by / in
#stand4Madalina_ 15/2 ore 11 assemblea pubblica e conferenza stampa a SS. Apostoli: il Prefetto ritiri il provvedimento di espulsione!

Ormai un mese fa, Madalina Gavrilescu, cittadina rumena abitante a Roma da dieci anni, ha ricevuto un decreto di allontanamento dall’Italia entro 30 giorni, e della durata di cinque anni, per motivi ‘non imperativi di pubblica sicurezza’ che dimostrerebbero la sua mancanza di integrazione sociale. La sua colpa? Essere una donna, migrante e rom, e attivista del Movimento per il Diritto all’Abitare, impegnata in prima linea nella lotta contro sfratti e sgomberi, nei picchetti a sostegno dei lavoratori e delle lavoratrici, nelle lotte antirazziste, nonché nella costruzione di spazi autogestiti per la collettività, come la ludoteca e il teatro Caos dell’occupazione abitativa di Casal Boccone.

In queste settimane, sono state molteplici le attestazioni di solidarietà ricevute da Madalina, che nel frattempo ha continuato a portare la propria voce e la propria storia dentro le piazze e le assemblee, da ultima quella degli Indivisibili a Macerata.

In particolare, la petizione #stand4Madalina ha raccolto in pochi giorni oltre 700 firme provenienti non solo dall’Italia, ma dalla Romania e varie parti d’Europa e del mondo. L’appello, lanciato da esponenti del mondo accademico e del diritto, ha contestato l’idea di integrazione che emerge da un tale provvedimento. Integrazione come sudditanza, sfruttamento, rinuncia a lottare per i propri diritti e la propria dignità. Anziché essere riconosciuti con segni incontrovertibili di ‘integrazione’ e cittadinanza attiva (come peraltro la giurisprudenza e le convenzioni internazionali indicherebbero), l’impegno politico e la passione civile di Madalina diventano indicatori di mancata integrazione e pericolosità sociale. Un’impostazione violenta e discriminatoria, veicolata peraltro attraverso strumenti amministrativi, ancora una volta utilizzati con grande discrezionalità per sanzionare e silenziare la libertà di movimento e il dissenso nel loro senso più ampio.

Nonostante il dibattito pubblico che ha innescato, il 15 febbraio scadranno i trenta giorni prescritti dal provvedimento per l’allontanamento ‘volontario’ di Madalina dal suolo italiano. In attesa di sapere quali esiti produrrà il ricorso legale, venerdì 15 febbraio alle ore 11 ci ritroveremo a piazza SS. Apostoli, di fronte alla Prefettura di Roma, per una assemblea pubblica e conferenza stampa con i firmatari della petizione. Ancora una volta, chiederemo al Prefetto Basilone di ritornare sulla propria decisione e di ritirare immediatamente il provvedimento contro Madalina.


#Stand4Madalina _ 15/02 public assembly and press statement: we demand the Prefect to immediately withdraw the estrangement order!

One month ago Madalina Gavrilescu, Romanian citizen who has been living in Rome for over 10 years, was notified an order of estrangement from Italy within 30 days, and effective for five years, because of ‘non imperative public security reasons’ which would confirm her lack of social integration. But what is her actual guilt? Being a migrant, Roma woman, activist within the Housing Rights Movements, who has been in the front line of the struggle against evictions and foreclosures, in the pickets supporting exploited workers, in antiracist struggles, as well as in the construction of self-managed spaces of collective utility, such as the game room and the ‘Caos’ theatre in the Casalboccone housing squat where she lives. Within these weeks, an overwhelming amount of solidarity poured on Madalina, who didn’t back down from telling her story and being vocal in public demonstrations and assemblies, last one of those the ‘Indivisibili’ one in Macerata.

In particular, the petition #stand4Madalina gathered over 700 signatures in a few days from Europe and different parts of the world, besides Italy. The call for signatures was launched by members of the academia and the law word; its goal was to contest the idea of integration underpinning the decree against Madalina. There, integration was understood as subjection, exploitation, and waiver to struggle for one’s rights and dignity. Instead of being recognised as irrefutable signs of ‘integration’ and active citizenship (as rule of law and international treaties would by the way suggest), Madalina’s political engagement and civic passion became indicators of lacking integration and social perilousness. This is a violent and discriminatory scaffolding, which is delivered through administrative tools, which are one again mobilised with great arbitrariness in order to sanction, and silence, freedom of movement and dissent in their wider understanding.

Regardless the public debate it triggered, Friday 15th February is still the deadline for Madalina’s ‘voluntary’ estrangement from Italy, as the order prescribes. While waiting for the outcomes of the legal actions against it, on Friday 15th February we will gather in piazza Ss. Apostoli (Rome), in front of the Prefect’s headquarters, for a public assembly and press statement together with the subscribers of the petition. Once again, we demand to the Prefect Basilone to rethink her decision and to withdraw the estrangement order against Madalina, effective immediately.

15 Febbraio 2019 / by / in