Presentato il 55° Rapporto Censis: “La società irrazionale”. Il commento della Rete dei Numeri Pari

Stamattina è stato presentato il 55° Rapporto Censis sulle situazione sociale del Paese: pessime le notizie per il nostro Paese.

Il Censis denuncia “rendimenti decrescenti degli investimenti sociali” come conseguenza non solo della pandemia ma di un modello di sviluppo inadeguato. La crescita del PIL non si traduce in una crescita dell’occupazione stabile e di qualità, in una diminuzione delle disuguaglianze sociali, in una migliore distribuzione della ricchezza, in un miglioramento della qualità della vita, in investimenti in istruzione, ricerca e salute pubblica. La crescita annunciata dei consumi delle famiglie è solo figlia dell’allentamento delle misure di contenimento del contagio. Il Censis prevede una crescita dei consumi del 5,2% su base annua inferiore alla crescita del Pil e inadeguata a ricollocare il paese sui livelli di spesa delle famiglie del 2019. Ricorda, inoltre, che in Italia il tasso medio annuo di crescita reale dei consumi si è ridotto passando dal +3,9% degli anni ’70, al +2,5% degli anni ’80, all’ +1,7% degli anni ’90, allo +0,2% del primo decennio del millennio, sino al – 1,2% dello scorso anno.

Si sono rotti i meccanismi orizzontali di adattamento, anche di quello definito furbo, minuti, piccolino: le piccole imprese chiudono, le famiglie non reggono più, il sostegno di prossimità non basta. Il Censis registra una forte tensione alla verticalizzazione non solo del potere ma dei processi di evoluzione e dello schema complessivo dello sviluppo del Paese. Questo produce la paura di tornare indietro e non vedere declinarsi un progetto sistemico che abbia caratteristiche, dimensioni, risorse, qualità progettuali adeguate per affrontare le sfide che abbiamo davanti. In questo senso la pandemia ci ha fatto fare un balzo indietro e resta infondo la preoccupazione che queste tensioni verticali che guidano i cambiamenti che sono in atto finiranno piuttosto per bloccarli.

Nel rapporto si parla di Ricchezza privata e povertà pubblica. Una considerazione dolorosissima che certifica l’enorme ritardo culturale della politica italiana, ancora convinta di affidare tutto al privato e al mercato per invertire la rotta della crisi: un errore esiziale portato avanti con ancor più erronea convinzione dal Governo Draghi.

L’irrazionale ha ritagliato uno spazio nel dibattito pubblico e infiltrato il tessuto sociale. Ma come è possibile? La ragione ha perso il suo fascino storico e i fatti lo confermano e ne chiariscono le motivazioni: è il risultato di aspettative individuali che rimangono insoddisfatte pur essendo legittime perché alimentate dalla stessa realtà razionale.

Sono calati gli investimenti nell’istruzione e nella formazione, nelle infrastrutture sociali, nel sistema di welfare. I giovani investono nella loro formazione ma questo non cambia la loro possibilità di avere un lavoro stabile e ben remunerato. I dati sull’astensione dimostrano la sfiducia dei cittadini nell’affidarsi al politico di turno che flette i muscoli. Addirittura il 21% della popolazione crede che ci siano forme migliori della democrazia.

Questo ciclo di rendimenti non è più in grado di arginare i rischi esistenziali prima controllati, neutralizzati e risarciti. È questo che ha determinato la parabola della trasformazione della rabbia in sovranismo psichico che ora evolve nell’irrazionale.

Il patrimonio delle famiglie si sta erodendo. È la conseguenza diretta della diminuzione del reddito reale, che evidenzia l’incapacità di formare nuova ricchezza. In Italia continuano a crescere i miliardari e l’accumulazione della ricchezza per i più ricchi, mentre peggiorano le condizioni di tutti gli altri. Dal 2008 al 20019 gli investimenti pubblici sociali sono diminuiti del 27,8% in termini reali. Non è una percezione di pochi quindi!

L’Italia sta affrontando la sfida della ripresa post-pandemia con gravi debolezze, a partire dalla scarsità di risorse umane su cui fare leva. Il Censis denuncia un “complotto contro il lavoro” e il sottoutilizzo e la dissipazione delle competenze nel nostro Paese.

Il rischio che i fondi del PNRR non servano per l’equità sociale e per promuovere la sostenibilità ambientale sono enormi. Il Governo Draghi continua a ignorare quanto stabilito dall’art3 del codice del partenariato europeo e dalla sentenza 131 del 2020 della Corte Costituzionale che impone alle isituzioni di coprogettare e coprogrammare con le realtà sociali, sindacali e del terzo settore. Sono questi i soggetti impegnati sul campo quotidianamente con i quali costruire le risposte e progetti efficaci. Il Governo Draghi continua a non ascoltare nessuno, tranne che Confindustria. Ancora una volta, come Rete dei Numeri Pari chiediamo al Governo di mettere in campo altre ricette per combattere le disuguaglianze, la perdita di fiducia dei cittadini e le mafie. Sono infatti queste ultime a trarre maggiore vantaggio in questa fase, come dimostra l’enorme crescita del welfare sostitutivo mafioso messo in campo proprio nei luoghi dove maggiore è il disagio sociale. Il rischio che i soldi del PNRR siano utilizzate per rafforzare le organizzazioni criminali è altissimo, come più volte denunciato dalle procure. È la conseguenza dell’assenza di trasparenza del Governo nella gestione dei fondi, dell’assenza di qualsiasi forma di coprogettazione e coprogrammazione, dell’assenza di qualsiasi riforma della PA da dove passeranno il 60% dei fondi: è la conseguenza di una politica verticistica che pensa ancora una volta di delegare l’uomo solo al comando.

Anche l’ultimo rapporto Censis conferma che quest’approccio e queste politiche non faranno altro che peggiorare ulteriormente la condizione generale degli italiani e delle italiane. Non ci saranno ripresa e resilienza, senza partecipazione, diritti sociali e coprogettazione. Abbiamo bisogno di cambiare rotta e di condividere le scelte. Servono parole nuove, idee nuove e un punto di vista evidentemente diverso su come affrontare la crisi: un nuovo paradigma che renda sostenibile la vita e le ambizioni delle persone a partire da quelle che vivono maggiori difficoltà.

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