Ambiente, così i governi europei mettono a tacere gli attivisti per il clima

La repressione verso i cittadini che protestano in maniera nonviolenta è sempre più alta: vengono identificati, seguiti e portati a processo. Michel Forst, relatore speciale Onu sui difensori dell’ambiente: “La criminalizzazione del dissenso è una delle minacce più grandi per la democrazia e i diritti umani”

29 febbraio 2024 Natalie Sclippa – Redattrice lavialibera

Identificazioni, perquisizioni, minacce, chi protesta in modo pacifico in Europa è nel mirino dei governi del vecchio continente, che legiferano per condannare gli attivisti a multe salatissime o, addirittura, al carcere. Il quadro è stato ricostruito da Michel Forst, da ottobre 2022 primo relatore speciale delle Nazioni unite sui difensori dell’ambiente nell’ambito della Convenzione di Aahrus, che si occupa della partecipazione, l’informazione e l’accesso alla giustizia. “La repressione che gli attivisti nonviolenti stanno affrontando è una delle minacce più grandi per la democrazia e i diritti umani”. Così, nel primo documento dall’inizio del suo mandato, descrive le dinamiche che avvengono in molti Stati dell’Ue.

Odiati da media e politica

Secondo Forst, sempre più spesso, chi scende in piazza o compie azioni di disturbo viene messo in cattiva luce sia dai politici che dalla stampa. “Denigrare questi comportamenti giustifica la repressione e l’assottigliamento dello spazio di dibattito pubblico”. Non solo: è anche un deterrente per le persone che vorrebbero avere un ruolo attivo nelle dimostrazioni oppure solo parteciparvi marginalmente, ma hanno paura delle possibili conseguenze legali.

Nel discorso pubblico europeo – dall’Austria alla Svezia, dalla Francia alla Spagna – gli esponenti dei partiti più grandi hanno più volte accusato i gruppi ecologisti di essere “ecoterroristi” e “una minaccia per la democrazia”

Nel discorso pubblico europeo – dall’Austria alla Svezia, dalla Francia alla Spagna – gli esponenti dei partiti più grandi hanno più volte accusato i gruppi ecologisti di essere “ecoterroristi” e “una minaccia per la democrazia”. Da un lato vengono incolpati di indurre ad atti aggressivi (nonostante i metodi pacifici); dall’altra far passare l’idea che chi protesta sia un criminale incoraggia altri tipi di atteggiamenti – quelli sì, violenti. Si riportano alcuni esempi, tra cui anche i tentativi dei cittadini di investire i manifestanti durante i blocchi stradali.  “Questo tipo di discorso impatta sul funzionamento della democrazia”.

In Italia, tra gli esponenti politici più agguerriti contro i manifestanti c’è Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, che dopo una dimostrazione del gennaio 2023 del gruppo Ultima Generazione a Milano aveva affermato: “Questi non sono degli ambientalisti, sono vandali che meritano di andare in galera”.

Un anno dopo, la Camera dei deputati ha approvato in via definitiva il disegno di legge 693, presentato dal ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, che inasprisce le multe per chi danneggia i beni culturali e paesaggistici italiani. La proposta era stata rinominata ddl “ecovandali”. Così, dalle parole si è passati all’inasprimento della repressione penale.

Criminali. Anzi, terroristi

La repressione e la criminalizzazione sono ormai presenti all’interno del quadro normativo. Molti Stati, infatti, etichettano l’attivismo ecoclimatico come una potenziale minaccia terroristica. In Danimarca, si citano nei documenti dell’intelligence, la categoria dei “climate extremists” (estremisti climatici), per poi affermare la loro assenza sul territorio nazionale. In Spagna, nel 2023 i gruppi  Extinction rebellion e Futuro Vegetal sono stati messi nell’elenco dei “terrorismi nazionali”, salvo poi essere tolti dopo un reclamo dei due movimenti.

Identificazioni, multe e arresti

Chi decide di protestare per denunciare la crisi climatica è soggetto a diversi livelli di controllo. Si passa dall’identificazione – cioè la richiesta da parte delle forze dell’ordine di dichiarare la propria identità attraverso un documento valido – fino a richieste di perquisizioni, controlli all’interno delle auto. A questi, si aggiungono multe e arresti, non solo a chi è parte attiva nelle manifestazioni, ma anche a chi sostiene le azioni o, addirittura, ai giornalisti durante il loro lavoro.

“L’eccessivo uso della forza per disperdere chi protesta in modo pacifico risulta in un alto numero dei feriti”

Durante le azioni pacifiche, le persone sono state ammanettate, spostate con la forza o sono state raggiunte da spray urticanti o cannoni d’acqua. “L’eccessivo uso della forza per disperdere chi protesta in modo pacifico – si legge nel comunicato – risulta in un alto numero dei feriti”. Anche durante la custodia, i metodi sono talvolta brutali. Umiliazioni e intimidazioni, addirittura violenze, con privazione di poter accedere ai servizi igienici e medicazioni.

Movimenti a processo

Alcuni gruppi europei sono stati al centro di accuse pesanti. In Spagna, alcuni attivisti di Futuro Vegetal sono stati indagati come appartenenti a un’organizzazione criminale. Stessa accusa per il movimento Letzte Generation attivo in Germania e Austria, con l’aggiunta di essere un pericolo per la sicurezza pubblica. In Francia, Soulevements de la terre ha rischiato di essere dissolto l’estate scorsa, dopo l’annuncio del portavoce del governo Olivier Véran. Il 9 novembre il Consiglio di Stato ha definito la misura “un atto grave contro la libertà d’associazione, che è principio fondamentale riconosciuto dalle leggi della Repubblica”. In Italia, gli strumenti più utilizzati sono fogli di via, multe e processi, oltre che le sanzioni previste nel ddl approvato a gennaio scorso.

Cinque proposte da cui ripartire

Le testimonianze raccolte da Michel Forst raccontano la fatica dei manifestanti e la pressione dovuta alle denunce, alle perquisizioni e alle detenzioni. Per fare in modo che episodi come quelli avvenuti fino a ora non si diffondano, l’inviato speciale dell’Onu chiede agli Stati di:

  • “affrontare le cause profonde della mobilitazione ambientale;
  • agire per contrastare le narrazioni che dipingono i difensori dell’ambiente e i loro movimenti come criminali;
  • non utilizzare l’aumento della disobbedienza civile ambientale come pretesto per limitare lo spazio civico e l’esercizio delle libertà fondamentali;
  • rispettare i propri obblighi internazionali relativi alla libertà di di espressione, di riunione pacifica e di associazione nella loro risposta alla protesta ambientale e alla disobbedienza civile e cessare immediatamente l’uso di misure destinate per l’antiterrorismo e la criminalità organizzata contro i difensori dell’ambiente;
  • garantire che l’approccio dei tribunali alle proteste dirompenti, comprese le eventuali sentenze inflitte, non contribuisca alla restrizione dello spazio civico”.

In conclusione, Forst incalza: “Gli Stati hanno creato un clima di paura e intimidazione per i difensori dell’ambiente, in violazione dei loro obblighi internazionali. Queste repressioni hanno un concreto e pericoloso effetto: limitare l’esercizio [CONTINUA A LEGGERE SU LAVIALIBERA]

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