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ARTICOLI – Pagina 17 – Rete dei Numeri Pari

ARTICOLI


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Povertà: anche le associazioni non governative e le organizzazioni sociali si muovono per risolvere il problema

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Mentre l’Ufficio parlamentare di bilancio sottolinea che il Reddito di inclusione è limitato e potrà aiutare meno di un terzo delle famiglie che ne avrebbero bisogno, anche le associazioni non governative e le organizzazioni sociali si muovono per risolvere il problema della povertà in Italia. Oltre la Rete dei Numeri Pari, che si sta muovendo sul campo, anche  Oxfam, movimento globale per la riduzione della povertà nel mondo, ha lanciato la campagna di raccolta fondi Un pezzo alla volta per sostenere i quattro nuovi Community Center inaugurati dall’associazione a Torino, Firenze, Arezzo e Catania.

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/08/poverta-oxfam-apre-quattro-centri-di-sostegno-in-italia-e-lancia-raccolta-fondi/3570082/

9 Maggio 2017 / by / in
Povertà, Ufficio di bilancio: “Il Reddito di inclusione è limitato. Per aiutare tutti gli indigenti servono 5-7 miliardi”

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In linea con le denunce e battaglie sul campo della Rete dei Numeri Pari, ora anche l’Ufficio parlamentare di bilancio, organismo indipendente che ha il compito analizzare e verificare le previsioni di finanza pubblica del governo, afferma che il Reddito di inclusione, prima misura universale di contrasto alla povertà introdotta in Italia,  è ancora limitato: a ricevere un aiuto compreso tra i 250 e i 500 euro mensili sarà meno di un terzo delle famiglie che ne avrebbero bisogno. Circa 400mila su 1,6 milioni.

 

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/07/poverta-ufficio-di-bilancio-il-reddito-di-inclusione-e-limitato-per-aiutare-tutti-gli-indigenti-servono-5-7-miliardi/3568456/

9 Maggio 2017 / by / in
Povera Unione – di Sbilanciamoci

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L’assenza di una politica fiscale comune, unitamente a impostazioni di politiche neoliberiste hanno permesso alla disuguaglianza di crescere nonostante gli obiettivi di Europa 2020

“Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. [Manifesto di Ventotene].” La necessità di ridurre le disuguaglianze è da sempre stata un punto cardine del progetto di unità europea e uno dei primi obiettivi che la Comunità si diede alla sua nascita. “Per promuovere uno sviluppo armonioso dell’insieme della Comunità, questa sviluppa e prosegue la propria azione intesa a realizzare il rafforzamento della sua coesione economica e sociale. In particolare la Comunità mira a ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni ed il ritardo delle regioni meno favorite o insulari, comprese le zone rurali.” (art. 158 Trattato sull’Unione Europea versione consolidata)

Sarebbe stata l’integrazione regionale “l’arma che avrebbe reso un’altra guerra tra Francia e Germania non solo impensabile ma materialmente impossibile”. In base a questa idea, Robert Schuman presenta nel maggio del 1950 la proposta di creare la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciao, il primo passo verso la nascita nel 1957 della Comunità Economica Europea. Alla fine degli anni ’60 viene creata la direzione generale della politica regionale e nel 1975 il fondo europeo di sviluppo regionale. L’Unione non sarebbe stata completa “se le differenze e le divergenze che esistono all’interno della comunità permangono”, dichiarava nel 1971 il Commissario alla politica regionale. La politica regionale europea ha, quindi, perseguito essenzialmente due obiettivi: promuovere la crescita economica e minimizzare al contempo le diseguaglianze tra territori (diseguaglianze nei risultati e nelle opportunità). Inizialmente trascinata dall’idea neoclassica che il libero mercato, l’integrazione economica e il libero commercio avrebbero in breve tempo portato alla convergenza dei livelli di sviluppo economico attraverso un classico meccanismo di catching up, la politica regionale punta principalmente a ridurre i costi di trasporto e annullare le barriere commerciali.

Alla fine degli anni ‘80 la Comunità ha necessità di adattarsi all’ingresso di Grecia, Spagna e Portogallo, paesi sostanzialmente e strutturalmente più poveri della media. Nasce così la politica di coesione che diventa in breve tempo un cardine centrale del sistema di politiche europee. Contestualmente si diffondo le idee della new economic geography che intravede la possibilità di una crescita delle diseguaglianze e della divergenza proprio come risultato della maggiore apertura commerciale e della riduzione dei costi di trasporto perché queste misure avrebbero al contempo favorito lo spostamento dei fattori produttivi verso le regioni più sviluppate dal punto di vista economico e quindi caratterizzate da rendimenti più elevati. Questo spostamento, dovuto a costi fissi alti e alla maggiore concentrazione di capitale finanziario e umano nelle regioni core, avrebbe generato degli effetti di agglomerazione che a loro volta avrebbero impedito qualsiasi processo di convergenza. Da questo la necessità di intensificare le politiche di coesione nelle regioni periferiche con livelli più bassi di sviluppo economico. Nel 1993 nasce il Fondo di coesione destinato alle regioni con un Reddito Nazionale Lordo inferiore al 90% del Reddito medio europeo.

Il budget delle politiche di coesione è passato da 64 miliardi di ECU per il periodo 1989-1993 a 351,8 miliardi per il periodo 2014-2020 circa il 33% del budget europeo (quota più o meno stabile dall’inizio degli anni ’90). [1]

Dopo oltre trent’anni di attività i risultati delle politiche regionali e di coesione dell’Unione Europea sembrano essere contrastanti. Non esiste innanzitutto un lavoro di valutazione sistematica dell’impatto delle politiche di coesione ma piuttosto lavori di natura macro che mirano a verificare l’esistenza di un processo di convergenza tra i paesi e le regioni europee. Lo stesso Rapporto ufficiale sulla politica di coesione diffuso dalla commissione europea nel 2014 esamina le serie storiche di alcuni indicatori macro come il coefficiente di variazione (tra regioni) dei livelli di Pil pro capite, dei tassi di occupazione e disoccupazione o come l’indice di Theil nei livelli di Pil procapite. L’analisi dell’andamento di questi indicatori mostra un timido processo di convergenza (trainato soprattutto dalla crescita nelle regioni core dei paesi di nuovo ingresso) che si sarebbe interrotto dall’arrivo della crisi economica.

Mentre i segnali macro che arrivano dal processo di coesione hanno mostrato anche alcuni timidi segnali di convergenza dei territori, lo scenario micro, quello delle disuguaglianze economiche tra gli individui, non lancia, invece, segnali rassicuranti.

L’assenza di una politica fiscale comune, unitamente a impostazioni di politiche neoliberiste hanno permesso alla disuguaglianza di crescere nonostante gli obiettivi di Europa 2020.

Nell’Unione Europea la percentuale di cittadini a rischio di povertà o di esclusione sociale è aumenta nel corso degli anni recenti (21,8% nel 2005 rispetto al 23% del 2015; cfr figura 1), complice anche la crisi economica. Le stesse analisi presentate in ambito europeo sottolineano come l’Unione non stia facendo alcun progresso per raggiungere, nel 2020, gli obiettivi relativi alla povertà e all’esclusione sociale. Anzi, il contrario. Nel 2015 le persone povere o a rischio di esclusione sociale sono state nell’EU (28) circa 118 milioni e nel 2014, nelle stesse condizioni c’erano 26,1 milioni di bambini, circa 1/5 di tutte le persone che vivono nelle medesime condizioni.

Guardando poi alla disuguaglianza nel suo complesso, ossia osservando la distribuzione dei redditi, i segnali che arrivano non sono più incoraggianti.

La ricostruzione storica dei dati permette di evidenziare come in Europa, nei decenni subito dopo la seconda guerra mondiale, la disuguaglianza economica diminuiva in molti paesi europei grazie al sostegno di sistemi di welfare e previdenziali, finanziati da un’imposizione progressiva sui redditi, capaci di attenuare, così, le differenze generate dal mercato. Congiuntamente all’azione del welfare contribuivano, poi, alla riduzione della disuguaglianza la crescente quota dei salari, la riduzione della concentrazione dei patrimoni personali e la minore dispersione delle retribuzioni grazie alla contrattazione collettiva[2]

Negli anni in esame il ruolo del welfare state è stato cruciale nell’impedire che il crescente divario dei redditi di mercato si ripercuotesse senza alcun filtro anche sul reddito disponibile. Con il passare degli anni diversi fattori come il miglioramento delle condizioni di vita, l’aumento demografico – in particolare delle quote di popolazione dipendente, ossia non più in età lavorativa – e il crescente aumento dei bisogni hanno determinato scenari a in cui il welfare non è più riuscito a garantire il suo ruolo. Anzi, in molti casi ha dovuto ridimensionare i confini con conseguenze negative sulla distribuzione. Lo scenario che si è andato via via delineando è ben riassunto nell’analisi di Förster e Tóth che scrivono: “Il potere redistributivo del welfare è stato indebolito nel periodo fra la metà degli anni Novanta e la metà del Duemila. Mentre nel periodo fra la metà degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta la quota dell’aumentata disuguaglianza di reddito di mercato che veniva compensata da imposte e trasferimenti arrivava ad un livello di quasi il 60%, essa è scesa a circa il 20% alla metà degli anni 2000”[3]. Tutti fattori che hanno contribuito, insieme al welfare state, alla riduzione della disuguaglianza dopo la metà degli anni Novanta hanno anch’essi cambiato direzione determinando così la fine del processo di egualizzazione iniziato in precedenza.

Negli anni recenti poi, complice anche la crisi economica, lo scenario non è mutato. Tra il 2005 e il 2015, in Europa l’indice del Gini per i redditi da mercato è cresciuto di 3,5 punti percentuali (cfr figura 1)con picchi di 12,6 punti percentuali raggiunti in Grecia. Anche la disuguaglianza dopo i trasferimenti è cresciuta, anche se a ritmi meno consistenti, grazie all’effetto delle pensioni. Le altre misure di welfare hanno in parte arginato le asimmetrie del mercato senza riuscire però ad invertirne le tendenze.

In generale, i sistemi di welfare non sono più riusciti a ridurre, complici anche scelte politiche mirate al taglio dei benefici e alla riduzione delle coperture, la crescente disparità generata dai mercati. Analisi più dettagliate evidenziano come questo divario nel mercato, che ha raggiunto ormai dimensioni considerevoli, sarebbe difficilmente contrastabile con i soli mezzi della tassazione e dei trasferimenti. In questo scenario si afferma, così, la necessità di adottare politiche di «pre-distribution». Il ruolo di queste politiche, quindi, dovrebbe essere finalizzato al contrasto di tutti i fattori che determinano le crescenti disuguaglianze generate dal mercato. Alla luce di queste considerazioni, per rendere più efficace la sua azione di riduzione delle disuguaglianze la Comunità Europea, oltre a dotarsi di una politica fiscale comune, dovrebbe orientare la sua intensa attività di regolamentazione verso misure che favoriscano una più equa distribuzione dei redditi anche a monte dell’intervento pubblico. Parliamo di regolamentazione dei mercati che impediscano la formazione di rendite; miglioramento del funzionamento del mercato del lavoro ed estensione dei diritti di proprietà, anche quelli intellettuali.

 

[1] 168 mlrd di ECU 1994-1999; 213 mlrd di euro 2000-2006; 347 mlrd di euro 2007-2013.

[2] A. B. Atkinson: InequalIty. What Can Be Done?.;Harvard University Press Cambridge (2015)

[3] M.F. Förster, I.G. Tóth: Cross-Country Evidence of the Multiple Causes of Inequality Changes in the OECD Area; in Handbook of Income Distribution (2015)

http://sbilanciamoci.info/povera-unione/

19 Aprile 2017 / by / in
Firmato il Memorandum contro la povertà. Rete dei Numeri Pari: “Troppo poco!”

 

Davvero troppo poco!

La voce dei diritti continua ad essere schiacciata dalla logica dell’universalismo selettivo e dalle priorità dettate dalla finanza e dalle politiche di austerità. E anche il memorandum firmato oggi a Palazzo Chigi si muove nella stessa direzione individuando una serie di misure attuative e di strumenti operativi per l’attuazione del Reddito di inclusione. Ma torniamo a ribadire che non condividiamo un percorso che escluderà i poveri dai più poveri.

La gravissima situazione che colpisce milioni di italiani, a cui i diritti fondamentali vengono violati, ci impone di batterci con ancor più forza per ottenere un cambio radicale nelle priorità del governo sulle politiche sociali ed economiche. Per questo riteniamo che la misura messa in campo dal governo, il Rei, sia davvero poca cosa rispetto alle esigenze ed ai milioni di cittadini in difficoltà che pagano il prezzo di una crisi non certo provocata da loro ma dai teorici delle politiche di austerità e delle privatizzazioni. E non è nemmeno possibile continuare a dire a milioni di persone che ci si deve accontentare quando questa misura non arriva a coprire tutti i cittadini in povertà assoluta: dei quasi cinque milioni ne hanno diritto più o meno il 30%. 

Anche quando la misura del Reddito di inclusione sarà pienamente operativa, l’Italia sarà comunque lontanissima dagli altri Paesi Ue dove il sostegno al reddito viene garantito rispettando i concetti di dignità esplicitati nell’articolo 34 della Carta di Nizza. Diverse risoluzioni europee hanno condannato il nostro paese proprio per i tagli al sociale e per l’assenza di una misura adeguata di sostegno al reddito che avrebbero evitato l’esplosione di disuguaglianze e povertà. In altri paesi infatti nonostante la crisi i sistemi di protezione sociale hanno attutito e ridotto l’aumento della povertà. Noi invece no! Siamo diventati il paese più diseguale dopo la Gran Bretagna, con il peggior sistema di welfare insieme alla Grecia. Questo dicono le statistiche, le analisi e l’indice Gini che misura la distribuzione della ricchezza.

Le centinaia di realtà sociali, parrocchie, cooperative, comitati, reti di reti, presidi antimafia ed esperienze di mutualismo sociale della Rete dei Numeri Pari continueranno a chiedere con forza al governo ed al Parlamento che venga approvata anche in Italia una buona legge per introdurre il reddito di dignità (www.miserialadra.it).

Ad oggi invece il Parlamento non ha nemmeno discusso la possibilità di introdurre una forma di reddito minimo garantito, nonostante le 100 mila firme raccolte a supporto della nostra proposta di Reddito di Dignità e l’adesione dei gruppi parlamentari del M5S, di SI e di una parte della minoranza PD. Per garantire i diritti sociali e liberare le milioni di persone ostaggio della povertà e delle fragilità che le disuguaglianze comportano, abbiamo bisogno di rimettere al centro le politiche sociali, intese come investimenti e non come costi da ridurre per rispettare i dettami delle politiche di austerità, a cui ci si oppone solo di facciata ma che si continuano fedelmente a rispettare. I soldi ci sono, ma le priorità del governo sono altre. Per noi invece vengono prima i diritti fondamentali delle persone e poi i mercati finanziari. 

14 Aprile 2017 / by / in ,
ROMA: RETE NUMERI PARI CHIEDE AL COMUNE PROCEDURE TRASPARENTI PER ASSEGNAZIONE BENI CONFISCATI
Sono più di cento le associazioni che, riunite sotto la sigla della Rete dei Numeri Pari, in queste ore hanno intasato la mail dell’Assessorato alla Persona del Comune di Roma con l’intento di sollecitare l’amministrazione comunale ad avviare procedure trasparenti per l’assegnazione dei beni confiscati che oggi rimangono inutilizzati. Come ha evidenziato un rapporto Caritas di qualche giorno fa, a Roma ci sono 200 mila poveri e decine di associazioni che in quegli spazi oggi inutilizzati potrebbero realizzare dei progetti di welfare generativo proprio a beneficio di quelle fasce di popolazione oggi più in difficoltà.
L’iniziativa si svolge alla vigilia di uno degli appuntamenti Roma Ascolta Roma, la campagna lanciata dal Campidoglio per costruire insieme ai cittadini il nuovo piano sociale della città. L’intenzione di un percorso partecipato come più volte sponsorizzato dall’amministrazione non può prescindere da un dialogo con chi ogni giorno è sui territori ad arginare le emergenze e che oggi auspica che l’amministrazione comunale avvii un percorso di coinvolgimento di queste esperienze nell’azione amministrativa che abbia come primo obiettivo la tutela dei cittadini dal punto di vista sociale.
Qui il testo della mail:
OGGETTO: Buone prassi per il sostegno agli indigenti, per l’emergenza abitativa, per l’accoglienza e per le realtà sociali impegnate nel contrasto alle disuguaglianze ed alle marginalità

Stimato Comune di Roma,

a fronte dei numerosi spazi disponibili su tutto il territorio romano ed esasperati dalla numero di indigenti che assedia la nostra città e dalle necessità di spazi per le realtà impegnate nel sociale chiediamo che vengano indetti al più presto i bandi necessari per permettere alle associazioni di accedere ai beni confiscati e realizzare progetti di welfare generativo.

Qui il link per il calendario degli incontri di Roma Ascolta Roma:  http://www.comune.roma.it/pcr/it/newsview.page?contentId=NEW1360210

 

 

3 Aprile 2017 / by / in ,
Se sei donna, il debito pesa di più – Comune Info

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Il debito non è assolutamente neutrale dal punto di vista dell’equità di genere. Al contrario, rappresenta un enorme ostacolo alla parità tra uomini e donne su scala globale. Le misure macroeconomiche ad esso associate sono sessualmente definite sia nelle caratteristiche che nei loro effetti. Ovunque, esse impongono le peggiori regressioni sociali alle popolazioni più vulnerabili e più povere, e conseguentemente principalmente alle donne. Le più vulnerabili tra queste (madri single, donne giovani o anziane, migranti, disoccupate, donne appartenenti ad una minoranza etnica o provenienti da un contesto rurale, o ancora vittime di violenza) sono quelle che subiscono le maggiori pressioni per accorrere in soccorso degli speculatori del debito. Proprio come i piani di adeguamento strutturale (PAS) impoveriscono e portano allo stremo le donne del sud del mondo da oltre 30 anni, i piani di austerità stanno ora dissanguando quelle europee. Gli stessi meccanismi derivanti da una stessa ideologia neoliberale sono all’opera ovunque. Privatizzazioni, liberalizzazioni, restrizioni di bilancio nell’agenda delle politiche neoliberiste giustificate dal debito tagliano i diritti sociali delle donne, ne accrescono la povertà, consolidano e aggravano le disuguaglianze di genere, minano le conquiste femministe.

Perdite di posti di lavoro e di reddito per le donne

Ovunque, sotto l’effetto della crisi del debito cresce il tasso di disoccupazione femminile. In Europa, l’occupazione sta diventando sempre più inaccessibile, particolarmente per le giovani donne nei paesi più colpiti dalla crisi del debito. |1| Nei paesi del Sud, molte donne perdono il lavoro a seguito dei massicci licenziamenti imposti nel servizio pubblico dalle istituzioni finanziarie internazionali (IFI) ma non solo… Altre misure strutturali dei PAS, come la svalutazione della valuta locale, la produzione mirata tutta sull’esportazione o la liberalizzazione del commercio mondiale, allontanando le donne dal mondo del lavoro retribuito o spingendole ad accettare salari al limite della schiavitù, |2| contribuiscono a fare della loro autonomia economica un obiettivo sempre più sfuggente |3|.

Quando non condanna direttamente le donne alla disoccupazione, la crisi del debito ne appiattisce considerevolmente il reddito. Infatti, una delle principali variabili per la regolazione del “sistema-debito” è la riduzione di salari e orario di lavoro dei dipendenti del settore pubblico, composto prevalentemente da donne. Questi tagli salariali comportano una tale perdita di reddito per le lavoratrici (e più specificamente quelle della pubblica amministrazione) che per poter sbarcare il lunario esse si trovano spesso a dover accettare almeno un secondo se non un terzo lavoro, questa volta il più delle volte in nero, settore dove regna l’arbitrio e lo sfruttamento a oltranza, o si trovano costrette, come avviene in Inghilterra, ad alternare i loro orari dii lavoro con il coniuge: mentre uno/a lavora di giorno, l’altro/a lavora di notte per evitare di dover destinare una parte del loro reddito alla cura dei figli.

Le più anziane non sono risparmiate da queste politiche, anzi. Dopo aver lavorato tutta la vita, sono sempre di più a ritrovarsi a vivere l’inferno di una vecchiaia indigente. Lì dove esistono le pensioni, il loro montante viene costantemente diminuito mentre l’età pensionabile per le donne viene contemporaneamente innalzata |4|. Quello delle pensionate diventa inesorabilmente uno dei gruppi più esposti al rischio povertà. Nel 2015, non meno del 16% di loro viveva sotto la soglia di povertà nell’Unione europea |5|. Questa percentuale sale ad almeno il 23% |6| tra quelle che vivono da sole.

Comprimendo costantemente il reddito delle donne, PAS e austerità alimentano un importante indicatore di disuguaglianze strutturali di genere: ovunque nel mondo, il divario salariale aumenta. Secondo le ultime stime della ILO (2016), su scala mondiale le donne guadagnano in media il 77% del salario degli uomini |7|. Oltre al saccheggio dell’occupazione femminile e alla distruzione dei redditi delle donne, la crisi del debito incoraggia anche la precarietà dell’occupazione femminile. Questa è accentuata dalla forte deregolamentazione del mercato del lavoro e dalla disintegrazione del diritto sindacale. Per le donne, rimettere in forse il diritto del lavoro sfocia in un considerevole rafforzamento del loro sfruttamento. Così, gradualmente, da nord a sud del pianeta il lavoro precario, flessibile e sotto banco delle donne costituisce più la norma che l’eccezione. Ma, in definitiva, non solo sono proprio questi lavori ad essere eliminati per primi in caso di licenziamento, ma per di più non permettono ai lavoratori, del tutto o solo in parte, l’accesso alla protezione offerta dal diritto del lavoro e dalla previdenza sociale. Inoltre, il fatto che l’uguaglianza tra i sessi non compare più come una priorità dei governi incoraggia i datori di lavoro a ricorrere impunemente a pratiche illegali quali il licenziamento delle donne in gravidanza o dopo il congedo di maternità. Così, in tutto il pianeta, in nome del rimborso del debito pubblico le donne lavorano di più per guadagnare di meno in condizioni di lavoro altamente degradate.

Ovunque si verifichi, la crisi del debito è infatti sinonimo di precarietà finanziaria, fisica e psicologica del lavoro femminile, di aumento della povertà e di perdita di autonomia finanziaria, elemento fondamentale per qualsiasi reale emancipazione delle donne. Inoltre, le politiche di austerità, penalizzando il diritto al lavoro retribuito delle donne e costringendole a rimanere confinate nella sfera privata per assumervi il loro ruolo cosiddetto ‘tradizionale’ di madre e/o sposa casalinga, sono potenti motori di riattivazione di un’ideologia patriarcale, conservatrice e sessista.

Le donne al centro della distruzione della protezione sociale

In nome del risparmio necessario per gestire la “crisi del debito”, i bilanci di protezione sociale, nei paesi che li attuano, conoscono restrizioni draconiane: riduzioni di indennità di disoccupazione, dei sussidi sociali, degli aiuti alle famiglie, delle indennità di maternità, delle prestazioni per i non-autosufficienti, ecc. Questi tagli colpiscono soprattutto le donne nella misura in cui, poiché ancora assumono il ruolo di principale responsabile della famiglia e spesso sono finanziariamente precarie, sono più dipendenti dalle prestazioni sociali rispetto agli uomini.

Politiche per la famiglia e programmi di promozione della parità di genere sono i bersagli preferiti delle politiche di austerità. I servizi di assistenza per bambini e persone da loro assistite stanno diventando sempre meno abbordabili, meno adeguati e accessibili, mentre la loro qualità si deteriora. Di conseguenza, molte donne si vedono costrette a ridurre il proprio orario di lavoro retribuito o persino abbandonare del tutto il mercato del lavoro per poter sostenere il loro ruolo riproduttivo. Le associazioni di promozione femminile sono a loro volta nell’occhio del ciclone delle restrizioni di bilancio. Le sovvenzioni a loro destinate continuano a decrescere quando non vengono semplicemente eliminate. Si può constatare fino a che punto il “sistema-debito” metta a rischio le conquiste delle lotte femministe, rinforza gli stereotipi esistenti dell’uomo come colui che ‘guadagna il pane per la famiglia’ e della donna ‘del focolare’ e come si proponga di far pagare il prezzo della crisi principalmente alle donne.

Dallo Stato sociale alla “Madre sociale”

L’austerità è un attacco a tutto campo ai servizi pubblici: servizi sociali, sanità, educazione, energia, trasporti, infrastrutture, nulla le sfugge! Tutti i servizi vengono ridotti, eliminati, privatizzati o, in alternativa, ne viene aumentato il canoni di utilizzo. Questa demolizione dello Stato sociale colpisce in primo luogo le donne, e sotto tre aspetti. Rappresentando la maggioranza dei lavoratori nell’amministrazione pubblica, sono le principali vittime dei licenziamenti imposti. Le donne sono anche i primi utenti dei servizi pubblici. La loro partecipazione al mercato del lavoro dipende dalla disponibilità di servizi all’infanzia, fanno maggior ricorso all’assistenza sanitaria per se stesse (cure ginecologiche, gravidanza, maternità, ma anche cure legate a una maggiore aspettativa di vita,…) o per i loro cari, utilizzano maggiormente i mezzi di trasporto pubblico, e così via. Infine, sono quelle che devono, attraverso un aumento del loro lavoro invisibile e non retribuito, assicurare quei compiti di cura ed educazione abbandonati dal servizio pubblico. Si assiste così ad una vera sostituzione dei ruoli e delle responsabilità essenziali dello stato da parte del privato e di conseguenza da parte delle donne, il che impedisce loro di partecipare pienamente a tutte le sfere della vita. In nome del debito pubblico, si assite ad una traduzione: dal concetto di “Stato sociale” si passa a quello di “Madre sociale”. E questo gratuitamente, per ridurre la spesa, ripagare i banchieri e rimborsare il debito: non è magnifica la crisi?

Anche i danni provocati in tutto il mondo ai diritti sessuali e riproduttivi delle donne derivano in gran parte dalle politiche del debito. Mentre da una parte permettono alle donne di esercitare un controllo sul proprio corpo e quindi sulla loro vita, austerità e PAS dall’altra tagliano i finanziamenti alle strutture che dovrebbero garantire tale diritto. Ovunque, vengono concessi finanziamenti sempre minori alla prevenzione dell’HIV, all’IVG, ai servizi di pianificazione familiare, al servizio sanitario pre e postnatale e a quello di prevenzione per la salute delle donne. I reparti di maternità e ginecologia sono solitamente i primi servizi ospedalieri ad essere soppressi in nome dei risparmi da fare per rimborsare il debito. Si noti inoltre che, nei paesi dove è state conquistata a seguito di grandi lotte, l’autodeterminazione riproduttiva delle donne è costantemente sotto attacco |8|. Così, intaccando (ove esistenti) i diritti sessuali e riproduttivi delle donne, il debito distrugge non solo la libertà delle donne di scegliere che tipo di vita vogliono condurre e quando, ma contemporaneamente rafforza quelle correnti di pensiero reazionario per le quali le donne sono prima di tutto madri e, preferibilmente, madri casalinghe.

Le politiche del debito portano ad un indebolimento generalizzato delle donne. Minate dall’impatto psicologico della crescente povertà, da una salute in costante degrado sotto il peso di troppo lavoro e dallo stress indotto dall’obbligo di doversi assumere più ruoli, le donne delle classi inferiori non hanno nemmeno il tempo di respirare, di prendersi cura della propria persona o di partecipare agli affari pubblici. Tuttavia, mentre sopportano le peggiori conseguenze del debito, le donne sono i veri creditori a livello nazionale e internazionale. Sono le titolari di un enorme debito sociale. Senza il loro lavoro gratuito di produzione, riproduzione e assistenza alle persone, le nostre società sarebbero semplicemente al collasso totale! Di conseguenza, non è affatto un eufemismo dichiarare che l’illegittimità del debito è ancora più macroscopica se si è una donna. Debito e emancipazione femminile sono in perfetta antinomia. Qualunque processo di reale emancipazione implica la lotta contro questo sistema-debito che, di concerto con il patriarcato, schiavizza le donne e impedisce loro di godere dei loro diritti più fondamentali. Ecco perché, in tutto il mondo, i movimenti femministi rifiutano questa logica nefasta e, lavorando a rafforzare le loro convergenze, scendono in campo nella lotta contro il debito illegittimo, contro le istituzioni finanziarie internazionali e, più in generale, contro il sistema neoliberista.

*(CADTM)

Note

|1| In Grecia, nel 2016, il 55,9% delle donne sotto i 25 anni è disoccupata, mentre in Spagna condivide questa realtà il 47% delle giovani donne. Eurostat, disoccupazione per età e sesso.

|2| In seguito a queste misure una nuova frazione di lavoratrici è entrata nel salariato del settore industriale o agricolo in condizioni di lavoro detestabili e con salari da fame. Molte di loro non hanno avuto altra scelta, per sopravvivere, che raggiungere le fabbriche nelle aree franche (maquiladoras) dove le leggi sul lavoro sono sospese o inesistenti e regna lo sfruttamento a oltranza, il tutto in uno contesto di esasperata violenza contro le donne.

|3| Per ulteriori informazioni sull’impatto di questi adeguamenti strutturali sul reddito delle donne nei paesi del Sud: Christine Vanden Daelen, “.La dette, les PAS: analyse des impacts sur la vie des femmes.

|4| In Austria, dal 2014, le donne devono aspettare i 60 anni anziché i 57 del sistema precedente per smettere di lavorare. Allo stesso modo, in Italia, dal 2012, le donne devono continuare a sgobbare fino ai 66 anni prima di poter prendere la loro pensione. Vedere: “Cosaprevede la RiformaFornero.

|5| Eurostat, Taux de risque de pauvreté par seuil de pauvret, âge et sexe, ricerca EU-SILC.

|6| United Nations, “The world’swomen 2015, Trends and statistics.

|7| OIT (2016), “Les Femmes au Travail, Tendances 2016.

|8| In Spagna, nel 2014, se n’è rischiata l’abolizione. Senza le massicce manifestazioni di piazza e la solidarietà internazionale, le donne di questo paese non avrebbero più diritto all’IVG. Donald Trump ha firmato, a gennaio 2017, un decreto che vieta il finanziamento delle ONG americane che sostengono l’aborto.

Se sei donna, il debito pesa di più

31 Marzo 2017 / by / in
Accoglienza. La propaganda e le proteste del rifiuto, le scelte istituzionali sbagliate – a cura di LUNARIA

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In questa ricerca a cura di Lunaria vengono documentate le numerose proteste contro l’apertura o la presenza di centri di accoglienza che hanno attraversato tutto il il 2016, le quali hanno preoccupato molto le realtà sociali, soprattutto se messe in connessione con il dibattito pubblico egemonizzato dalla rivendicazione del “primato” dei cittadini nazionali, gli indirizzi delle ultime comunicazioni prodotte dalla Commissione Europea e le recenti iniziative legislative del Governo italiano. In gioco non c’è infatti solo la garanzia del principio di eguaglianza e di non discriminazione delle persone straniere in arrivo o già residenti sul territorio. La logica binaria del noi/loro e dell’amico/nemico, la sostituzione delle pratiche di solidarietà con quelle di competizione (individuale e collettiva) e la disumanizzazione delle persone che ne deriva rischiano infatti letteralmente di disintegrare le relazioni sociali e gli equilibri, già molto precari, della nostra democrazia.

In questo dossier si analizzano  innanzitutto 210 episodi di “rifiuto” dell’accoglienza monitorati nel 2016.  In secondo luogo vengono illustrati i contenuti dei Decreti Legge n.13 del 17 febbraio 2017 e n.14 del 20 febbraio 2017, la cui conversione in legge è proprio in questi giorni in discussione in Parlamento. Il DL n.13 interviene tra le altre cose a modificare il sistema di detenzione amministrativa dei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE).

https://www.lunaria.org/wp-content/uploads/2017/03/0FOCUS1_DEFINITIVO_13marzo.pdf

15 Marzo 2017 / by / in
Emmaus Italia sul reddito di inclusione, i tagli alla spesa sociale e le agevolazione per i ricchi

«La solidarietà non è dare, ma agire contro le ingiustizie»

Abbé Pierre, fondatore delle comunità e  del movimento internazionale Emmaus

Le recenti decisioni del Parlamento riguardanti il contrasto alla miseria e alle disuguaglianze ci lasciano per certi versi perplessi e, per altri, ci indignano.

Se da una parte consideriamo positivo che delle risorse, tramite il Reddito di inclusione sociale, vengano stanziate per venire in soccorso a chi vive in condizioni di miseria, dall’altra vediamo anche i limiti e le lacune di un provvedimento che non ci sembra in grado di sostenere, con tali risorse, nemmeno la metà delle famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà e di affrontare in maniera organica il problema. Al tempo stesso assistiamo anche ad altre decisioni scandalose e ingiuste, come il taglio di circa 212 milioni di euro al Fondo nazionale per le politiche sociali e di altri 50 milioni al Fondo nazionale per la non autosufficienza; se a ciò si aggiunge la proposta di detassazione – la cosiddetta Flat tax ideata dal governo per attirare i miliardari residenti all’estero – si comprende che, come al solito, si privilegiano ancora una volta i ricchi, contando sulle ‘briciole’, sulle ‘elemosine’ derivanti dai loro patrimoni costruiti sullo sfruttamento, sui paradisi fiscali, sulla demolizione dello stato sociale.

Una delle conseguenze dirette di un tale stato di cose, che noi tocchiamo con mano, è il progressivo aumento della richiesta di accoglienza all’interno delle nostre comunità da parte di persone espulse dal mondo del lavoro e dal sistema sociale. Assistiamo al loro smarrimento e alla loro rabbia, a un crescente livello di frustrazione che spinge verso scelte di disperazione e di semplificazione: tutto ciò genera inevitabilmente un clima di conflitto che prende spesso di mira altri individui disperati, diversi per provenienza e cultura.

Ribadiamo fermamente che il principio di una società solidale e civile – presente nella nostra Costituzione – è basato sul diritto e non sull’elemosina. Senza dubbio nessuno possiede la bacchetta magica. È tuttavia evidente la necessità di invertire la rotta e di attuare politiche di inclusione a partire dal lavoro.

Il lavoro è dignità e non sfruttamento; il lavoro, come ha affermato anche don Luigi Ciotti, è un bene comune e un diritto universale che non deve essere piegato alle logiche del mercato gestito da pochi potenti della finanza.

Insieme alla Rete dei numeri pari chiediamo inoltre la revisione dell’articolo 81 della Costituzione sul pareggio di bilancio, in modo da sganciare le risorse destinate al sistema sociale dal patto di stabilità, e che venga discusso e approvato il Reddito di dignità.

Franco Monnicchi

Presidente di Emmaus Italia

13 Marzo 2017 / by / in