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Come ingrossare le file dell’irregolarità: lo sgombero del CARA di Castelnuovo di Porto

Di Valentina Calderone – A buon Diritto Onlus

La vicenda dello sgombero del CARA (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo) di Castelnuovo di Porto suscita più di qualche perplessità.

Senza avere alcuna intenzione di difendere un luogo che presentava molti problemi, sia dal punto di vista strutturale che dell’isolamento rispetto al centro abitato, quello su cui sembra importante porre l’attenzione sono le modalità con cui si è deciso di chiudere il centro e trasferire gli oltre 500 ospiti.

La cooperativa Auxilium, ente gestore del Cara, aveva un contratto in proroga con scadenza il 31 gennaio 2019 ma, nonostante chi di competenza fosse a conoscenza della volontà di non prorogare ulteriormente l’affidamento, tutta l’operazione di trasferimento è stata organizzata in meno di dieci giorni. Da quanto abbiamo potuto apprendere dai colloqui avuti sia con gli ospiti sia con gli operatori della cooperativa, la vicenda ha presentato gravi lacune amministrative e, soprattutto, la gestione dello sgombero è stata fatta senza prestare alcuna attenzione alle persone che, chi più e chi meno, consideravano quel posto come la loro casa.

Nonostante la legge preveda la sussistenza di motivate ragioni e il diritto della persone a ricevere comunicazione dell’esatto indirizzo di destinazione, niente di tutto ciò è stato rispettato. Il dipartimento libertà civili e immigrazione del ministero dell’Interno ha comunicato i “numeri” di quanti dovevano essere trasferiti: 50 persone in Piemonte, 40 in Emilia Romagna, 30 in Abruzzo… e così via. Nessuna indicazione da parte del ministero sui nomi delle persone coinvolte, nessuna valutazione, quindi, sulle loro storie personali, sui percorsi intrapresi, sui legami stabiliti. Delle loro volontà e aspirazioni, ovviamente, neanche a parlarne. Trattati come dei pacchi – con la differenza che su questi ultimi si scrive almeno l’indirizzo – queste persone sono state sradicate da un giorno all’altro, messe su un pullman e fatte partire verso destinazioni ignote.

Quasi 450 persone frequentavano la scuola, molti facevano sport, lavoravano ed erano coinvolti in attività di volontariato insieme ai cittadini di Castelnuovo di Porto. La grande solidarietà manifestata dagli abitanti dimostra un coinvolgimento attivo dei cittadini, anche grazie all’intelligenza dell’amministrazione locale che evidentemente ha saputo attrarre risorse e competenze e permettere un effettivo scambio e una vera conoscenza tra i nativi e i nuovi arrivati. D’altra parte, sicuramente, c’è la forte preoccupazione per la possibile perdita di 120 posti di lavoro, molti dei quali erano occupati proprio da abitanti del luogo.  

Quello che è importante monitorare adesso, a pochi giorni dalla fine di questa operazione, è il destino delle persone coinvolte nei trasferimenti. Quasi trecento di loro hanno un procedimento aperto presso il tribunale di Roma relativamente alla richiesta di protezione internazionale, alcuni avevano già la data dell’audizione in Commissione territoriale per la domanda d’asilo, altri attendevano notifiche di documenti importanti. Chi ha pensato a salvaguardare i percorsi già intrapresi da queste persone? Chi si occuperà di far rispettare il diritto a seguire da vicino le loro pratiche legate alla possibilità di ottenere il permesso di soggiorno?

Speriamo di essere smentiti dai fatti, ma l’impressione è che questa modalità di sgombero segua una logica ben precisa: disperdere le persone sul territorio, far perdere le loro tracce, impedirgli di fare tutto il possibile per avere un documento. Una grande operazione per agevolare e ingrossare le file dell’irregolarità, ecco cosa ci è sembrato lo sgombero del Cara di Castelnuovo di Porto.

30 Gennaio 2019 / by / in
Ad alta voce! Politiche fiscali regressive = maggiori disuguaglianze

29 gennaio – Rete dei Numeri Pari

Sono passati dieci anni da quando la crisi finanziaria ha scosso gli equilibri economici mondiali. In questo lasso di tempo, il divario tra ricchi e poveri non solo si è allargato, ma ha raggiunto dimensioni allarmanti. Lo racconta l’annuale rapporto Oxfam “Bene pubblico o ricchezza privata?”, una denuncia a come il persistente divario comprometta i progressi nella lotta alla povertà, danneggi le nostre economie e alimenti la rabbia sociale in tutto il mondo.

Negli anni successivi alla crisi finanziaria il numero dei miliardari è raddoppiato e i loro patrimoni aumentano di 2,5 miliardi di dollari al giorno per un totale di 900 miliardi di dollari, mentre quella della metà più povera dell’umanità, composta da 3,8 miliardi di persone, si è ridotta dell’11%. Ci si aspetterebbe una tassazione maggiore, e invece i super ricchi e le grandi imprese sono anche soggetti alle aliquote fiscali più basse registrate da decenni. Si pensi che solo 4 centesimi per ogni dollaro di gettito fiscale provengono da imposte patrimoniali. Nei Paesi ricchi, in media, la più alta aliquota di imposta sul reddito delle persone fisiche è passata dal 62% nel 1970 al 38% nel 2013, mentre nei Paesi in via di sviluppo è pari al 28%. In alcuni paesi, come Regno Unito e Brasile, considerando insieme imposte sui redditi e sui consumi,  il 10% più povero della popolazione paga più imposte in proporzione al proprio reddito del 10% più ricco.

Una cospicua parte di redditi finanziari degli individui più facoltosi svanisce offshore, mentre i redditi di molte imprese multinazionali sfuggono all’imposizione fiscale. I super-ricchi occultano al fisco 7.600 miliardi di dollari e anche le grandi corporation trasferiscono enormi profitti verso paradisi fiscali societari. Elusione ed evasione fiscale, nell’insieme, sottraggono ai Paesi in via di sviluppo 170 miliardi di dollari all’anno.

È chiaro come qualcosa non funziona nella nostra economia. Chi si trova all’apice della piramide distributiva continua a godere in maniera sproporzionata dei benefici della crescita economica, mentre centinaia di milioni di persone vivono in condizioni di estrema povertà. Una cifra che ha dietro volti e storie di, ad esempio, 262 milioni di bambini che non potranno andare a scuola, quasi 10.000 persone che moriranno in quanto non hanno accesso a cure mediche, 16,4 miliardi di ore di lavoro di cura non retribuito saranno svolti prevalentemente da donne che, a livello globale, guadagnano il 23% in meno rispetto agli uomini.

Tutto ciò è risultato diretto della disuguaglianza e del fatto che da decenni la prosperità affluisce in misura sproporzionata verso il vertice della piramide sociale. In base al World Inequality Report del 2018, tra il 1980 e il 2016 il 50% più povero dell’umanità ha ricevuto soltanto 12 centesimi per ogni dollaro di incremento del reddito globale, mentre l’1% più ricco si è aggiudicato 27 centesimi. Una dinamica che mette a repentaglio, secondo la Banca Mondiale, il raggiungimento dell’obiettivo di sconfiggere la povertà estrema entro il 2030, come fissato dall’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. Ancora 3,4 miliardi di persone vivono con meno di 5,50 dollari al giorno. Di questi, 2,4 miliardi di persone sono da considerarsi “estremamente povere”. 

È evidente che questo incremento mostruoso della povertà sia stato indotto anche dai massicci tagli alle spese sociali nei bilanci nazionali e, soprattutto, comunali. Ed ecco come l’impatto di politiche di bilancio che hanno dato priorità alla sicurezza economica di una classe di privilegiati hanno invece lasciato soli e fragili non solo gli individui, ma anche tutti quegli organismi sociali, dal mondo del volontariato e del terzo settore, che tradizionalmente sono i primi ammortizzatori della povertà.

 

29 Gennaio 2019 / by / in ,
Questo “reddito di cittadinanza” non combatte la povertà

di Ilaria Sesana — 28 gennaio 2019

“Il provvedimento varato dal governo sul reddito di cittadinanza non abolisce la povertà. Al contrario, rischia di amplificare le diseguaglianze e far crescere la povertà. Una gigantesca operazione di distrazione di massa che sposta le responsabilità della crisi su poveri e impoveriti”. Giuseppe De Marzo, economista e giornalista, è stato tra gli animatori della campagna “Miseria ladra”, promossa nel 2013 da Libera, Gruppo Abele e campagna “Sblianciamoci” che aveva come obiettivo il contrasto alla povertà, alle diseguaglianze e alla marginalità sociale. Nei giorni scorsi ha pubblicato una dettagliata analisi del decreto che istituisce il reddito di cittadinanza.

“Già nel 2013 i dati ISTAT facevano fotografavano un aumento fuori norma del numero delle persone in povertà in Italia e una crescita della diseguaglianza sociale -spiega De Marzo ad Altreconomia-. Per questo motivo la campagna avanzava una serie di richieste molto precise tra cui quella di un ‘reddito di dignità’. Quella proposta venne sottoscritta e promossa anche da 91 deputati e 35 senatori del Movimento 5 stelle”.

Perché serve un reddito minimo garantito?
GDM Può rappresentare uno strumento straordinario non solo per eliminare le diseguaglianze e garantire dignità alle persone, ma anche per contrastare le mafie. Sappiamo che la povertà aumenta la ricattabilità delle persone più vulnerabili: per noi la giustizia sociale è il presupposto per contrastare le mafie.

Che cosa è rimasto di quella proposta in quello che è stato definito oggi come reddito di cittadinanza?
GDM Il provvedimento è totalmente diverso rispetto ai contenuti del documento sottoscritto dai deputati del M5S nella scorsa legislatura: è un sussidio di povertà, perché non rispetta i principi che determinano le caratteristiche del reddito minimo garantito, così come definito dalle risoluzioni europee, da studi e ricerche scientifiche. Che è una misura individuale e non familiare; deve essere erogato in base al criterio della residenza e non della cittadinanza. Inoltre l’accessibilità al reddito minimo deve essere garantita a tutti coloro che si trovano sotto una certa soglia economica, non deve vessare il beneficiario attraverso stringenti contropartite e forme di condizionamento e, non meno importante, al beneficio economico si aggiunge il diritto a servizi sociali di qualità. Su ciascuno di questi principi il governo fa poco o fa l’opposto.

Quali sono i limiti più evidenti della misura varata dall’esecutivo?
GDM Innanzitutto il fatto di aver inserito una soglia di accesso, che di fatto riduce a meno della metà la quota degli aventi diritto: circa 4,3 milioni su 9,3 milioni di persone che vivono sotto una certa soglia di reddito. Inoltre il beneficio non viene garantito fino al miglioramento della propria condizione economica, ma viene interrotto dopo 12/18 mesi ed è legato a politiche di workfare che incentivano assunzioni sotto qualificate a costi ridotti per le imprese. C’è il criterio della cittadinanza, che penalizza i cittadini di origine straniera. Infine, particolarmente significativa, la mancanza di un’offerta di servizi sociali di qualità, così da definire un ventaglio di interventi mirati e diversificati in base alle esigenze delle persone

Giudicate adeguata la copertura economica del provvedimento?
GDM Noi stimavamo fossero necessari tra i 16 e i 17 miliardi di euro l’anno, il provvedimento attuale ne mette a disposizione 6,11 per il 2019, in crescita fino agli 8,2 miliardi del 2021. Inoltre questo provvedimento avrebbe dovuto essere realizzato con la fiscalità generale, e non in deficit come invece è stato fatto, perché questo porta all’aumento del debito pubblico.

Un intervento a integrazione del reddito è una misura sufficiente?
GDM Anche se questo intervento fosse stato realizzato con i parametri che avevamo indicato ai tempi della campagna “Miseria ladra” non sarebbe stata risolutiva e non avrebbe sconfitto la povertà, che non dipende solo dalla mancanza di redditi, ma dal lavoro mal pagato, dai tagli alla spesa sociale, da politiche fiscali regressive e della mancanza di investimenti. C’è poi un ulteriore elemento da tenere in considerazione.

Quale?
GDM Ci troviamo di fronte a una lettura semplificata oltre che propagandistica della situazione: ci troviamo di fronte a una crisi complicata e che richiede un cambio di paradigma. Quella che viene proposta è una visione semplificata e propagandistica della realtà che mira a far cadere le colpe della situazione in cui ci troviamo sui più poveri e sui migranti. Quando invece il vero problema sono le diseguaglianze e tutte quelle norme che sono state approvate negli ultimi anni che hanno portato alla precarizzazione del lavoro e al taglio dei fondi per il welfare.

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https://altreconomia.it/reddito-di-cittadinanza-poverta/

29 Gennaio 2019 / by / in
Abbandoni scolastici, un disastro per l’intera società

Di Floriana Bulfon – 29 gennaio 2019

Per la prima volta dopo dieci anni di interrotta diminuzione, nel 2017 in Italia le uscite precoci dal sistema scolastico sono aumentate. Oltre a rischiare l’esclusione sociale, questi ragazzi sono a volte facili prede della criminalità organizzata. C’è però chi non abbassa le braccia.

ragazzi giocano con la neve con sullo sfondo la torre di Pisa
Nel 2017, secondo l’Istat, i giovani di 18-24 anni con la licenza media non inseriti in un percorso di istruzione o formazione sono arrivati al 14%. In Europa solo a Malta, in Romania e in Spagna il tasso è più elevato.
(Keystone / Fabio Muzzi)

“Andavo a scuola, ma stavo ore in bagno”. Andrea fa avanti e indietro lungo il muretto di un giardino di cemento, lo skate sotto ai piedi e la bora che tira forte e lo ribalta. Andrea vive a Trieste con la mamma disoccupata e il papà che lavora in fabbrica “però non guadagna tanto, andiamo avanti come riusciamo”. Andrea ha sedici anni e la prima media. L’hanno sospeso per un banco bruciato con l’accendino e bocciato già tre volte. “Il fatto è che mi annoio spesso”, spiega. Cos’è la noia? “È un tunnel che se lo prendi bene, se ci entri bene, non ne esci”. E la scuola è noia: “Perché è fuori dalla realtà”.

“La noia? È un tunnel che se lo prendi bene, se ci entri bene, non ne esci. E la scuola è noia perché è fuori dalla realtà.”

Mille e cinquecento chilometri più a sud Mario aspetta seduto sulle scale dei palazzoni di cartongesso feriti dallo scirocco. Tra frigo e materassi su un muro qualcuno ha scritto “la tua invidia è la mia fortuna”. Mario ha quattordici anni, quattro fratelli e vive allo Zen, la Zona Espansione Nord di Palermo. “A scuola ci vado, ma solo un po’”, precisa. Ogni tanto aiuta il padre parcheggiatore abusivo. “Non commetto reati”, afferma. Altri alla sua età li ritrovi già a fare le vedette, a nascondere pistole e cristalli di cocaina. Comprati dai boss “con venti euro e due canne”.

È l’Italia degli adolescenti che abbandonano la scuola, confinati ai margini e privati del futuro. Un disastro per l’intera società perché la voragine in cui vengono inghiottiti produce esclusione sociale, povertà e necessità di altro intervento dello Stato.

Abbandoni scolastici in crescita

Per la prima volta dopo dieci anni di ininterrotta diminuzione aumentano le uscite precoci dal sistema scolastico. Nel 2017, secondo l’IstatLink esterno, i giovani di 18-24 anni con la licenza media non inseriti in un percorso di istruzione o formazione sono arrivati al 14% (erano il 13,8% nel 2016). L’Italia è al quartultimo posto in Europa. Fanno peggio solo Malta (18,6%), Spagna (18,3%) e Romania (18,1%).

L’obiettivo in base alla strategia Europa 2020 è stato fissato a meno del 10%, ma lungo la Penisola le quote di giovani che abbandonano prematuramente gli studi sono differenti: dai sette alunni ogni cento in Abruzzo a uno su cinque in Sicilia, Sardegna, ma anche in province del centro-nord come Imperia ed Arezzo.  A lasciare sono spesso i giovani più svantaggiati, un meccanismo che aggrava le diseguaglianze e che spesso non è sostenuto da politiche lungimiranti.

Spese per la scuola diminuiscono

OpenPolisLink esterno, l’osservatorio civico che in Italia si occupa di accesso ai dati pubblici, ha stilato un’accurata analisi e messo in luce la contrazione della percentuale di spesa pubblica dedicata all’istruzione. E così l’Italia, che già prima della crisi si trovava nella seconda metà della classifica europea, è scivolata in basso. Nel 2016 ha speso solo il 3,9% in rapporto al prodotto interno lordo, quintultima tra i 28 paesi dell’Unione europea. La media è del 4,7%. In Svizzera tocca il 5,6%, con un tasso di abbandono che dal 7,7% nel 2008 è passato in meno di dieci anni al 4,5%.

ragazzi in una scuola
Nel 2016 per la scuola l’Italia ha speso solo il 3,9% del prodotto interno lordo, quintultima tra i 28 paesi dell’Unione europea.
(Reuters/Max Rossi )

La quantità di spesa da sola non è una garanzia della qualità del sistema educativo, ma è un indice delle priorità per il Paese.  Basti considerare che tra chi abbandona gli studi quasi uno su due si ritrova disoccupato. Un circolo vizioso che porta in aula l’eredità dell’esclusione.

I figli della crisi sono oltre un milione

La diseguaglianza cresce, con una moltitudine nell’abisso. Oggi i figli della crisi sono oltre un milione, bambini che non possono permettersi un’alimentazione adeguata, un’abitazione riscaldata. Chi ha meno di 17 anni ha una probabilità di diventare povero cinque volte più alta rispetto ai propri nonni.

Come spiega Save The Children nel suo ‘Atlante dell’infanziaLink esterno’, l’ambiente condiziona la crescita e il futuro. Sono sufficienti pochi chilometri per varcare la soglia della segregazione educativa: a Napoli nel borghese quartiere del Vomero a essere senza diploma di scuola secondaria è solo il 2%, tra le vele di Scampia il 20%. Ragazzi che faticano a riscattarsi anche diventando grandi, privati dell’opportunità di apprendere, sperimentare, far fiorire talenti e aspirazioni. Uno spreco generazionale che segna una sconfitta per la democrazia.

E intanto dal 1995 a oggi il Belpaese ha perso lungo la strada tre milioni e mezzo di studenti. A certificarlo è un dossier di Tuttoscuola che confronta il numero di quanti sono entrati in istituti tecnici, professionali o licei e quanti ne sono usciti cinque anni dopo con un titolo. Uno su tre è scomparso e il costo degli abbandoni, guardando ai 23 anni presi in considerazione dal dossier, è di 55,4 miliardi di euro.

“Qui non mi sento scemo”

Un fallimento che cercano di arginare insegnanti di frontiera, maestri di strada, associazioni. Andrea oggi frequenta le aule del centro SMaC. Cinque giorni di lezioni con insegnanti volontari che lo aiutano a conseguire il diploma di terza media. Il progetto “Non uno di meno” della Comunità San Martino al Campo condivide con le scuole tradizionali gli stessi programmi, ma coinvolge i ragazzi con una didattica personalizzata, lezioni di educazione alla relazione e affettività, laboratori dal giardinaggio al recupero di bicilette dismesse. “Qui non mi sento scemo” dice.

Ed è proprio da questa svalutazione che inizia spesso l’abbandono. Dimostrare di preoccuparsi di loro anche se si vive in una delle più grandi piazze di spaccio d’Europa. “Chi perde i propri ragazzi non ha una scuola”, sostiene Eugenia Canfora, preside dell’Istituto professionale del Parco Verde, a Caivano, alle porte di Napoli.

Insieme a un gruppo di insegnanti è il simbolo della resistenza, di chi considera l’insegnamento uno dei valori più importanti della società. “Appena arrivo a scuola vado a cercarli, a chiamarli uno per uno, anche in giro per i bar”, racconta ai Dieci Comandamenti di RaiTre. In questa periferia dove i diritti costituzionali sono disattesi e negati, la scuola è l’unica l’unica strada per infondere i principi della legalità, l’unica porta aperta per garantire un futuro.

“Appena arrivo a scuola vado a cercarli, a chiamarli uno per uno, anche in giro per i bar.”

“Qui ci vorrebbero i professori migliori d’Italia, i più motivati. Invece, spesso arrivano persone che non riescono a reggere questo ambiente e non vedono l’ora di andarsene”, dice la Canfora.

Riannodare i fili

La sua sfida è portare in classe quelli che sono “come figli suoi”. Perché “bisogna ascoltare, capire i ragazzi che vivono qui poiché nessuno sceglie di spacciare”, spiega un’operatrice che allo Zen, nel silenzio, cerca di riannodare i fili e costruire alternative. Perché lo Zen, stereotipo di inferno, bisogna guardarlo “da dentro e dal basso”, scrive l’antropologo Ferdinando Fava. 

vista dall'alto del quartiere Zen di Palermo
Il quartiere Zen di Palermo.(wikimedia.org)

Rosalia cammina tra bottiglie di plastica che rotolano. “Tutti i giorni mi devo difendere”, dice. Undici anni e l’ombretto “abbinato al colore della maglietta”. Luca tira un calcio al pallone. Marco gli corre dietro. È tornato da poco dalla Germania: “A me lì non piace, perché chiamano subito la polizia”. “La polizia mi fa schifo”, precisa Luca, che oggi ha vinto 120 euro. “Ho chiuso la bolletta, glieli ho dati a mia madre per la spesa”. Sale scommesse a ogni angolo per sperare e riciclare. Questi bambini di dieci anni hanno una regola: “Quando ci fermano al centro commerciale è meglio non scappare. Ti portano da tua madre e deve pagare quello che hai rubato”.

“Io non scendo mai a Palermo”, dice Maria. Per lei il mondo si ferma qua. Adolescente con le trecce e “un po’ di problemi con la giustizia”, ha picchiato una vigilessa e “anche il vigile, ma nel foglio non c’è scritto”, ammette con candore.

Facili prede della criminalità

Più in là Brancaccio è un’identità scritta a forza sulle saracinesche chiuse. “Qualcuno qui dice che la mafia è bella”, confessa un quindicenne. Un suo amico ha appena fatto una rapina, la prova violenta. Del resto, l’ultimo custode del libro mastro del pizzo aveva poco più che vent’anni. Negli “Stati Uniti”, la zona accanto al passaggio a livello pozzanghera di povertà, si smontano motorini, perché “le cose rubate qui ci possono stare”.

Giovanna ha quattordici anni e abita dietro a una porta con il nome scritto sul cartone. Sono in sei in una camera e cucina vista strada. Il padre, un passato da piccolo criminale, la accompagna negli scantinati da dove si sospetta sia partita la Fiat 126 che ha seminato la morte in via D’Amelio. Oggi ci sono grembiuli e disegni colorati, come voleva Padre Pino Puglisi. “Si portava i ‘picciriddi cu iddu'”, ha svelato il suo sicario Salvatore Grigoli. Questa la sua colpa: toglierli dalla strada. 

bara di Pino Puglisi
Parroco nel quartiere Brancaccio di Palermo, don Pino Puglisi è stato assassinato dalla mafia nel settembre del 1993.(José Luiz Bernardes Ribeiro)

“Non possiamo far finta di non vedere”

A Roma una ventina di docenti hanno deciso di mettersi insieme contro le mafie e la povertà. Emilia Fragale insegna a Centocelle, periferia Sud e dice: “Siamo intellettuali pagati dallo Stato per esercitare una funzione formativa. Per questo non possiamo fare finta di non vedere”. Si tratta di un gruppo di insegnanti costituitosi in maniera quasi spontanea, snello ed aperto a tutti, che si pone l’obiettivo di studiare e condividere proposte operative, buone pratiche, materiali didattici e formazione sul tema delle mafie nel pieno rispetto della Costituzione e degli obblighi della funzione docente”.

La scintilla è scattata proprio tra i quartieri Alessandrino e Centocelle “nei giorni di preparazione dell’assemblea cittadina su ‘Mafie, corruzione e zona grigia’ insieme alla Rete dei Numeri Pari” che è stata ospitata proprio nei locali dell’Istituto Comprensivo il 23 novembre scorso.

Il terreno nelle scuole del territorio, però, era fertile già da qualche anno: “La prima iniziativa l’abbiamo organizzata il 23 maggio del 2017, in occasione del 25esimo anniversario della strage di via Capaci – prosegue Emila Fragale. Abbiamo messo in scena al Teatro Biblioteca Quarticciolo un concerto delle orchestre degli indirizzi musicali del territorio insieme all’Istituto Comprensivo via Luca Ghini all’Alessandrino. Quel giorno si è tenuta anche una marcia di studenti e famiglie attraverso il quartiere con il coinvolgimento del Municipio V e la partecipazione di istituzioni ed associazioni autorevoli. Nonostante in molti quartieri sia acclarata dagli enti competenti la presenza delle organizzazioni criminali, la cittadinanza ne sembrava completamente inconsapevole. Fu un modo per iniziare a parlare con i ragazzi di questi temi”.

Nel frattempo una collaborazione “tra le scuole e la parrocchia di San Giustino Martire all’Alessandrino ha fatto scattare i laboratori di mutualismo sociale in quel quartiere”.

Perché “in molte aree della città scarseggiano i presidi sociali mentre la crisi economica dilaga. E non dobbiamo mai dimenticare che il fattore socio economico è fondamentale per reperire la manovalanza di cui si serve la criminalità per le sue attività su un territorio”. Un vero e proprio “welfare sostitutivo di fronte al quale i ragazzi devono essere preparati e dovrebbero poter avere un’alternativa.

“Una parte del percorso è nato nel segno di due simboli della lotta alle mafie come Falcone e Borsellino, ma sappiamo che gli eroi non servono”.

“Non azioni eclatanti, ma un lavoro costante”

È così che nei quartieri le scuole sono i presidi di formazione civica. “Una parte del percorso è nato nel segno di due simboli della lotta alle mafie come Falcone e Borsellino, ma sappiamo che gli eroi non servono. Quegli eroi erano semplicemente persone che facevano bene il proprio lavoro. Per questo siamo consapevoli che l’unico modo per incidere è lavorare bene nel quotidiano, tutti, in ogni settore”.

Il Coordinamento è nato anche per questo: “Nel mondo della scuola ci sono tante persone che fanno bene il proprio lavoro ma troppo spesso non abbiamo uno spirito di corpo – spiega Emila Fragale. E chi lavora su queste tematiche in alcuni contesti può sentirsi spaesato. Il nostro gruppo vuole essere invece un momento di studio e di confronto con qualunque insegnante voglia inserire questi temi nella propria didattica. Pensiamo a un portale dove mettere in comune materiali didattici, proposte di spettacoli, e corsi di formazione per l’aggiornamento professionale per docenti. Non azioni eclatanti ma un lavoro costante, a lungo termine”. 

Luoghi aperti, strumenti vivi di riscatto dove si rimette la cultura al centro costruendo relazioni di cura educativa. Per ritrovare i dispersi, quelli bocciati, cacciati, quelli che nessuno vuole più.

29 Gennaio 2019 / by / in
«Attivista e integrata: Madalina non deve andare via»

L’appello. Diritto all’abitare, contro il provvedimento di allontanamento

L’allontanamento dal territorio nazionale di Madalina, in quanto attivista, è contro la partecipazione politica degli stranieri e la cittadinanza europea.

Come esponenti del mondo scientifico, impegnati a vario titolo nella ricerca sulle migrazioni e i processi di integrazione, chiediamo la revoca del provvedimento del Prefetto di Roma che dispone l’allontanamento dal territorio nazionale di Madalina Gavrilescu, cittadina rumena, attivista dei movimenti per il diritto all’abitare di Roma.

Il Prefetto le ordina di lasciare l’Italia entro 30 giorni «per motivi di sicurezza non imperativi», motivando la decisione con le seguenti parole: «Gli atti e i comportamenti posti in essere, anche reiteratamente, dal soggetto (…) evidenziano la mancanza di integrazione». Gli atti e i comportamenti contestati sono stati tutti compiuti nella sua attiva partecipazione al movimento del diritto all’abitare e per nessuno di questi è stata condannata penalmente. La sua partecipazione ai movimenti sociali per i diritti, dunque, sarebbe indicativa di una sua «mancata integrazione».

Madalina, tuttavia, da oltre dieci anni vive, studia e lavora precariamente a Roma; comunica in tre lingue, consolida legami sociali e cultura della solidarietà attraverso consistenti esperienze di lavoro civico nei servizi educativi rivolti a bambini e nel sostegno alla genitorialità per famiglie svantaggiate e fragili.

La più aggiornata letteratura scientifica internazionale e le stesse istituzioni nazionali e internazionali indicano nel percorso della partecipazione sociale e politica uno dei requisiti più importanti nel valutare i processi di integrazione delle persone immigrate. In assenza del diritto di voto attivo e passivo, i non cittadini si trovano a vivere i rispettivi percorsi di partecipazione civica e politica intervenendo in tutti quei movimenti della società civile tesi a individuare nell’allargamento dei diritti sociali un orizzonte condiviso con i cittadini italiani.

Indicare nel percorso biografico di Madalina una «mancata integrazione» significa, a nostro avviso, smentire quanto affermato con forza dalle stesse istituzioni italiane e internazionali. Il Parlamento italiano, l’Ocse, l’Unione Europea, la Commissione Europea, le Nazioni Unite hanno ribadito in numerosi documenti – facilmente reperibili – che uno degli indicatori più importanti per misurare l’integrazione è proprio la partecipazione politica.

Madalina ha declinato la partecipazione politica attraverso il diritto alla casa, costruendo numerose mobilitazioni nelle quali i movimenti di cui ha fatto parte sono stati individuati come interlocutori dagli organi competenti in occasione di vertenze che hanno previsto l’apertura di tavoli di confronto interistituzionali. Le sue azioni in difesa del diritto all’abitare ne provocherebbero la mancata inclusione?

La partecipazione politica sempre più ampia e diffusa dei cittadini stranieri alla vita sociale e alle scelte delle comunità rappresenta un elemento che non può in alcun modo essere criminalizzato; anzi, si tratta di un supporto fondamentale alla coesione sociale e alla creazione di una società più giusta e più equa.

Madalina è, inoltre, cittadina europea, titolare della libertà di circolazione e soggiorno. Da oltre dieci anni, vive, studia e lavora a Roma, e ora riceve un ordine di allontanamento perché lotta per il diritto alla casa. È legittimo svuotare di ogni senso la titolarità della cittadinanza europea? È legittimo ridurre l’integrazione a passiva accettazione della privazione dei diritti? Noi riteniamo di no.

Per queste ragioni, chiediamo che il provvedimento venga ritirato.

Per adesioni: stand4Madalina@gmail.com

*** Primi firmatari: Vincenzo Carbone, Michele Colucci, Enrico Gargiulo, Maurizia Russo Spena, Laura Ronchetti, Luigi Ferrajoli, Giso Amendola, Gennaro Avallone, Antonello Ciervo, Francesca Coin, Nick Dines, Margherita Grazioli, Sabrina Marchetti, Miguel Mellino, Sandro Mezzadra, Enrica Rigo, Pietro Saitta

29 Gennaio 2019 / by / in
Il Reddito di Cittadinanza del Movimento 5 stelle smontato in 9 punti

Di Daniele Nalbone su The Post Internazionale – 29 gennaio 2019

In un lungo editoriale sul Corriere della Sera Pasquale Tridico, professore di Economia del Lavoro all’università Roma Tre e, soprattutto, consigliere economico presso il Ministero del Lavoro, ha spiegato “agli italiani” come funzionerà il piano – da lui ideato – per quello che definisce “contrasto alla povertà e attivazione nel mercato del lavoro”.

> Qui tutto quello che c’è da sapere sul Reddito di Cittadinanza

Tridico parla di “polemiche sterili” contro il reddito di cittadinanza, portate avanti da chi non ha letto e capito “nella sua interezza” il provvedimento che inserisce la misura “di reddito minimo in Italia”.

La sua digressione parte con importanti citazioni, da Oskar Lange a Amartya Sen e arriva fino al Papa. Addirittura – senza citarlo – fa riferimento alle battaglie del compianto costituzionalista Stefano Rodotà per spiegare (a ragione) come di misure come il reddito minimo parli espressamente addirittura la nostra Carta, agli articoli 2 (obbligo alla solidarietà) e 3 (rimuovere gli ostacoli che limitano libertà e uguaglianza impedendo lo sviluppo e la partecipazione di tutti alla vita del paese).

l problema, quindi, non è nella teoria che sta dietro al reddito di cittadinanza, ma nella sua applicazione pratica. Perché, come dimostra Giuseppe De Marzo, economista e coordinatore della Rete dei Numeri Pari, realtà che tiene insieme decine di realtà sociali italiane a partire da Libera e dal Gruppo Abele, quello messo in piedi dal Movimento 5 stelle tutto è meno che una misura di sostegno al reddito.

Perché il reddito di cittadinanza del M5s non è un vero reddito di cittadinanza (in 9 punti) come sostiene Pasquale Tridico:

1.Come dovrebbe essere:

Una misura di sostegno al reddito deve essere individuale.

Com’è:

La misura del governo è familiare e non individuale.

2.Come dovrebbe essere:

Il beneficiario non va “vessato” attraverso stringenti contropartite e forme di condizionamento.

Com’è:

Sono state costruite norme e dispositivi sanzionatori che colpevolizzano e stigmatizzano i beneficiari trattandoli come colpevoli e come probabili approfittatori, arrivando ad ipotizzare pene sino a 6 anni di carcere.

3. Come dovrebbe essere:

Una misura di sostegno al reddito deve essere accessibile per tutti coloro che vivono sotto una certa soglia economica non inferiore al 60 per cento del reddito mediano del paese di riferimento.

Com’è:

La misura stabilisce una soglia di accesso che interviene solo sulla povertà assoluta – circa 4.340.000 sui 5 milioni complessivi – e non su tutti e 9,3 milioni che vivono al di sotto di una certa soglia economica (la platea di beneficiari è meno del 50 per cento degli aventi diritto).

Inoltre non individua interventi specifici come quelli volti all’affermazione dell’autonomia sociale dei soggetti beneficiari, compresi coloro che sono in formazione, così da garantire il diritto allo studio e per contrastare la dispersione scolastica ed universitaria che nel nostro paese è tra le più alte d’Europa.

4. Come dovrebbe essere:

Una misura di sostegno al reddito deve avere come baricentro la residenza e non la cittadinanza.

Com’è:

I beneficiari non sono tutti i residenti in povertà relativa, ma solo i cittadini italiani in povertà assoluta (e neanche tutti, come da punto 4) e una parte di coloro che sono nel nostro paese da oltre 10 anni.

5. Come dovrebbe essere:

Una misura di sostegno al reddito, come previsto dai Pilastri Sociali dell’Ue (citati anche da Tridico) deve prevedere il diritto a servizi di qualità oltre al beneficio economico.

Com’è:

Manca del tutto un’offerta di servizi sociali di qualità e non vi è traccia di una riforma del sistema di welfare che vada nella direzione necessaria a costruire un sistema integrato tra l’erogazione del beneficio economico e le altre misure di welfare sociale, così da definire un ventaglio di interventi mirati e diversificati a seconda della necessità delle persone.

6. Come dovrebbe essere:

La durata e l’ammontare del beneficio vanno garantiti “fino al miglioramento delle propria condizione economica”.

Com’è:

La durata e l’ammontare del beneficio vengono stoppati dopo 18 mesi con la possibilità di ripartire in futuro; sull’ammontare del beneficio, se calcoliamo che per il 2019 la cifra messa a disposizione è di 6,11 miliardi di euro, per poi salire a 7,77 nel 2020 e a 8,02 nel 2021, l’obiettivo dichiarato di portare tutti coloro che hanno un reddito inferiore alla soglia di 780 euro mensili appare impossibile da raggiungere.

Facendo dei calcoli la cifra media che spetta mensilmente a livello familiare sarebbe di 472 euro, a livello individuale di 156 euro al mese.

7. Come dovrebbe essere:

Il Rdc non va contrapposto all’integrazione sociale e alla garanzia a una vita dignitosa con l’obbligo all’integrazione lavorativa, così come previsto dalla risoluzione europea dell’8 aprile 2009 in cui si afferma che “il coinvolgimento attivo non deve sostituirsi all’inclusione sociale e chiunque deve poter disporre di un Rdc e di servizi sociali di qualità a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro”.

Com’è:

La misura introdotta dal governo è invece fortemente legata a sistemi di workfare e non di welfare, incentivando assunzioni sotto-qualificate a costi ridotti per le imprese, dando la possibilità ai datori di lavoro di ricevere sgravi contributi se assumono un lavoratore che percepisce il RdC e non lo licenziano nei primi 24 mesi, tranne che per giusta causa.

8. Come dovrebbe essere:

Una misura di sostegno al reddito dovrebbe prevedere la necessità di incentivare la libertà della scelta lavorativa come misura di contrasto dell’esclusione sociale e della ricattabilità dei soggetti in difficoltà, così da garantire la “congruità dell’offerta di lavoro” e non “l’obbligatorietà del lavoro purché sia”.

Com’è:

La misura del governo prevede una fortissima condizionalità nei parametri che definiscono un’offerta “congrua”, imponendo così di fatto al beneficiario di accettare qualunque offerta venga proposta anche a grandi distanze dalla propria residenza, pena la perdita del RdC.

9. Come dovrebbe essere:

Una misura di sostegno al reddito prevede la necessità di rafforzare i servizi ed il sistema dei centri per l’impiego pubblici.

Com’è:

La riforma ed il rafforzamento dei servizi e dei centri per l’impiego è ancora in alto mare ed è sottofinanziata [Come abbiamo raccontato qui].

28 Gennaio 2019 / by / in ,
Parte Davos, Oxfam denuncia: “Diseguaglianze in crescita per colpa delle tasse”

La Ong punta il dito sulla politica fiscale che pesa sempre più su redditi e consumi e meno sul patrimonio. E così sanità e istruzione stanno diventano privilegi. Nel 2018 sono cresciuti i Paperoni e le loro ricchezze (+1,2%), mentre il meccanismo che negli ultimi trent’anni ha permesso la diminuizione della povertà mondiale si sta inceppando 

Di Barbara Ardú – Repubblica

ROMA – Non ci siamo. Le diseguaglianze, cioé la concentrazione della ricchezza tra pochi e il dilagare della povertà tra i molti, non solo crescono, ma stanno diventano strutturali. Non si va avanti ma si indietreggia e a rendere la lotta alla povertà sempre più difficile, sono anche i sistemi fiscali. Accade nei Paesi in via di sviluppo come nelle economie più avanzate, Italia compresa. Sistemi e politiche fiscali, che non solo permettono alle grandi aziende di eludere il fisco come di spostare capitali, ma che sono sempre meno basati sul meccanismo della progressività e cioé sul principio che chi più ha, più deve contribuire. Non solo. Le politiche fiscali si concentrano sempre più su redditi e consumi e sempre meno sul patrimonio, cioé sulla ricchezza. Il risultato? Se a livello globale negli ultimi anni la povertà è diminuita, ora il meccanismo sembra essersi inceppato. O almeno è rallentato. Perché il ritmo con cui le persone si riscattano dall’indigenza è inferiore al 40% rispetto allo scorso anno. I poveri insomma sono sempre più fermi alla loro condizione di ultimi.

Sono i risultati cui arriva il Rapporto Oxfam del 2018 “Bene pubblico o ricchezza privata?”. Dati e cifre che mettono a nudo l’enorme disparità di ricchezza che divide gli uomini, con in cima alla piramide i grandi Paperoni. Disparità in crescita e sempre più strutturale. Come dire che ci si sta abituando alle diseguaglianze in un mondo sempre più diviso tra inferno e paradiso dove i diritti fondamentali dei singoli non trovano più cittadinanza. Istruzione e sanità non sono più considerati diritti universali (se mai lo sono stati) e diventano sempre più privilegi per pochi. E ciò accade nei Paesi più sviluppati come in quelli più poveri. E l’Italia l’asscensore non fa eccezione. 

Ma guardiamo i numeri di cui il Rapporto è zeppo. La ricchezza dei 1.900 miliardari della lista Forbes del 2017 è cresciuta di oltre 900 miliardi di dollari (+1,2%). Al contrario la ricchezza netta della popolazione più povera del mondo (3,8 miliardi di persone) è diminuita  dell’11%. E oggi sono 26 i multimiliardari che posseggono la ricchezza della metà più povera del globo. Jeff Bezos, l’uomo più ricco del mondo, a metà marzo aveva un patrimonio di 112 miliardi di dollari. Con l’1% di questa somma l’Etiopia (105 milioni di persone), paga il servizio sanitario. E non è andata meglio in Italia. A metà 2018 il 20% dei più facoltosi possedeva circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. E il 5% addirittura aveva tra le mani della stessa quota di ricchezza posseduta dal 90% più povero. E’ dal 2000 che il meccanismo s’è inceppato. Da allora in Italia, mentre il 50% dei più poveri ha continuato a veder scendere la propria ricchezza, il 10% più ricco a cominciare dal 2007 (anno della primia crisi) l’ha sempre vista aumentare, a parte alcuni anni di calo. E’ quel ceto medio in forte difficoltà. 

Le tasse. Sono scese, ma non per il comune cittadino: la contribusione fiscale delle grandi aziende e dei super ricchi è drasticamente diminuita. Nei paesi ricchi in media l’aliquota massima dell’imposta sui redditi è passata dal 62% nel 1970 al 38% nel 2013. Nei Paesi in via di sviluppo è in media al 28%. Ma ciò che colpisce è la drastica riduzione dell’aliquota effettiva versata sui redditi d’impresa che per le 90 più grandi corporation è scesa dal 34% del 2000 al 24%. Senza contare i movimenti di denaro illecito, che si aggiungono a evasione e elusione fiscale e vengono così sottratti al finanziamento del welfare.  

La povertà è donna. Secondo il Rapporto Oxfam esiste una forte correlazione tra diseguaglianza economica e di genere. Il lavoro di cura non retribuito secondo l’Oxfam, è in realtà un enorme sussidio nascosto dell’economia, non contabilizzato nelle statistiche ufficiali. Eppure amplifica le diseguaglianze perché interessa le fasce più povere della popolazione, che si trovano così con meno tempo per guadagnarsi da vivere e accumulare ricchezza. Se fosse retribuito a livello globale e affidato a una grande azienda privata il suo fatturato ammonterebbe a 10 mila miliardi di dollari, 43 volte quello di Apple. “Dai dati emerge che per finanziare il welfare – sostiene Elisa Baciotti, direttrice italiana delle campagne Oxfam – è necessario agire sulla leva fiscale. E per citare un dato significativo basta dire che nel 2015 a livello globale solo 4 centesimi di dollaro proveniva dall’imposizione fiscale sul patrimonio”. Il resto, quando arriva, proviene dunque da imposte sul reddito e sui consumi.  

Istruzione e sanità antidodi contro le diseguaglianze. Una ricerca recente condotta su 13 economie in via di sviluppo ha dimostrato come gli investimenti in sanità e istruzione abbiano contribuito a ridurre del 69% le diseguaglianze economiche. “Perchè non dovrebbe essere il conto in banca – ha dichiarato Winnie Byanyima, direttrice Oxfam International – a decidere per quanto tempo si andrà a scuola o quanto a lungo si vivrà. Eppure in gran parte del mondo è così”. E lo stesso vale per l’accesso alla sanità, qualcosa che si sta iniziando a vedere anche in Italia, dove migliaia di persone, ricorda il Censis, non si curano più. “Solo attraverso una politica fiscale comune, ancor più a livello europeo – sostiene Elisa Baciotti – che si possono finanziare istruzione e sanità senza le quali le diseguaglianze continueranno a crescere”. Istruzione, sanità e un fisco che intervenga in modo progressivo sulla ricchezza. Queste le ricette di Oxfam. E le richieste che verranno avanzate al prossimo World Economic Forum, in programma nei prossimi giorni.

21 Gennaio 2019 / by / in , ,
Da Centocelle la riscossa silenziosa degli insegnanti anti-mafia: “Il nostro coordinamento è già in tutta la città”

Da Centocelle la riscossa silenziosa degli insegnanti anti-mafia: “Il nostro coordinamento è già in tutta la città”

Intervista a Emilia Fragale del Coordinamento contro mafia e povertà

Ylenia Sina16 gennaio 2019 15:15

“Siamo intellettuali pagati dallo Stato per esercitare una funzione formativa. Per questo non possiamo fare finta di non vedere”. Emilia Fragale è seduta nella ‘sua’ aula. Insegna presso l’Istituto Comprensivo via dei Sesami a Centocelle e da novembre fa parte del Coordinamento dei docenti contro le mafie e le povertà: “Si tratta di un gruppo di insegnanti costituitosi in maniera quasi spontanea, snello ed aperto a tutti, che si pone l’obiettivo di studiare e condividere proposte operative, buone pratiche, materiali didattici e formazione sul tema delle mafie nel pieno rispetto della Costituzione e degli obbighi della funzione docente”. Ad oggi “siamo oltre una ventina, tra Roma e provincia. Tutte persone in qualche maniera in già in relazione tra loro per aver affrontato dei percorsi su questi temi. E stiamo crescendo”. Mi chiede di non dare risalto solo al suo nome, alla sua persona: “Ora stai parlando con me” spiega “ma nel coordinamento siamo tutti equivalenti così come l’Italia è piena di docenti che lavorano al meglio”. 

La scintilla è scattata proprio tra i quartieri Alessandrino e Centocelle “nei giorni di preparazione dell’assemblea cittadina su ‘Mafie, corruzione e zona grigia’ insieme alla Rete dei Numeri Pari” che è stata ospitata proprio nei locali dell’Istituto Comprensivo il 23 novembre scorso. Il terreno nelle scuole del territorio, però, era fertile già da qualche anno: “La prima iniziativa l’abbiamo organizzata il 23 maggio del 2017, in occasione del 25esimo anniversario della strage di via Capaci. Abbiamo messo in scena al Teatro Biblioteca Quarticciolo un concerto delle orchestre degli indirizzi musicali del territorio insieme all’Istituto Comprensivo via Luca Ghini all’Alessandrino. Quel giorno si è tenuta anche una marcia di studenti e famiglie attraverso il quartiere con il coinvolgimento del Municipio V e la partecipazione di istituzioni ed associazioni autorevoli. Nonostante in molti quartieri sia acclarata dagli enti competenti la presenza delle organizzazioni criminali, la cittadinanza ne sembrava completamente inconsapevole. Fu un modo per iniziare a parlare con i ragazzi di questi temi”. 

L’anno successivo “le scuole che hanno partecipato alla giornata, che per la seconda edizione di due giorni, ha trovato spazio anche a Largo Agosta, erano raddoppiate: si erano aggiunti l’Istituto Comprensivo via Laparelli a Tor Pignattara ed il Liceo Classico e Scienze Umane Benedetto da Norcia a Gordiani”. Nel frattempo una collaborazione “tra le scuole e la parrocchia di San Giustino Martire all’Alessandrino ha fatto scattare i laboratori di mutualismo sociale in quel quartiere”.

Perché “in molte aree della città scarseggiano i presidi sociali mentre la crisi economica dilaga. E non dobbiamo mai dimenticare che il fattore socio economico è fondamentale per reperire la manovalanza di cui si serve la criminalità per le sue attività su un territorio”. Un vero e proprio “welfare sostitutivo di fronte al quale i ragazzi devono essere preparati e dovrebbero poter avere un’alternativa”. 

È così che nei quartieri le scuole sono i presidi di formazione civica. “Una parte del percorso è nato nel segno di due simboli della lotta alle mafie come Falcone e Borsellino, ma sappiamo che gli eroi non servono. Quegli eroi erano semplicemente persone che facevano bene il proprio lavoro. Per questo siamo consapevoli che l’unico modo per incidere è lavorare bene nel quotidiano, tutti, in ogni settore”. 

Il Coordinamento è nato anche per questo: “Nel mondo della scuola ci sono tante persone che fanno bene il proprio lavoro ma troppo spesso non abbiamo uno spirito di corpo. E chi lavora su queste tematiche in alcuni contesti può sentirsi spaesato. Il nostro gruppo vuole essere invece un momento di studio e di confronto con qualunque insegnante voglia inserire questi temi nella propria didattica. Pensiamo a un portale dove mettere in comune materiali didattici, proposte di spettacoli, e corsi di formazione per l’aggiornamento professionale per docenti. Non azioni eclatanti ma un lavoro costante, a lungo termine”. 

Il primo ‘evento unitario’ del Coordinamento è già in costruzione. Sarà il prossimo 21 marzo, Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. “Momenti simili per i ragazzi sono utili per riflettere su questi temi. È importante perché a Roma parlare di mafia non è semplice. La gente la vede come qualcosa di esotico, di lontano dal proprio vissuto quotidiano. Quando coinvolgi i bambini e i ragazzi coinvolgi anche le famiglie così la mafia diventa un tema su cui riflettere anche a casa. È la conoscenza il primo ostacolo alla sua penetrazione nei territori”.

http://centocelle.romatoday.it/coordinamento-contro-mafia-poverta.html

16 Gennaio 2019 / by / in ,