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Autonomia differenziata o secessione dei ricchi?

Il governo M5S/Lega con l’approvazione della cosiddetta “autonomia regionale differenziata” in discussione in CDM, nel silenzio generale, sta per compiere un vero e proprio furto di diritti e di futuro nei confronti di milioni di cittadini che vivono al sud cancellando l’universalità e l’uguaglianza dei diritti. Se dovesse passare la legge che introduce “l’autonomia differenziata”, sottoscritta con le Regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, i valori costituzionali che tutelano l’uguaglianza dei cittadini, l’universalità dei diritti e l’unità della Repubblica verrebbero meno. Un colpo mortale verso la Stato unitario che sbriciolerebbe definitivamente la coesione sociale, creerebbe un caos politico amministrativo senza precedenti e genererebbe maggiori disuguaglianze in un paese che è già tra i più diseguali d’Europa.

Il governo, dopo i referendum in Lombardia e Veneto nel 2017, sta interpretando in modo eversivo la Costituzione dando maggiori poteri e risorse alla Regioni del nord a causa della modifica del Titolo V della Costituzione avvenuto nel 2001. Il governo del “prima gli italiani”, della “trasparenza assoluta”, della lotta “contro i poteri forti”, con un accordo opaco di cui non si conoscono i contenuti, furbescamente taciuto ai cittadini meridionali, con l’approvazione di questa legge punta a cancellare alcuni dei principi fondamentali della nostra Costituzione: l’universalità dei diritti, l’uguaglianza e la solidarietà nazionale. Non basta più essere cittadini italiani per godere di certi diritti, perché bisogna essere ricchi e nati in una regione ricca del nord se si vogliono certezze.

Il governo con l’autonomia differenziata vuole istituzionalizzare una disparità di trattamento tra Regione e Regione, non riconoscendo l’uguaglianza dei diritti per tutti e l’obbligo di solidarietà previsti all’articolo 2 e 3 della Costituzione, aggravando ulteriormente le disuguaglianze geografiche e la disparità di trattamento tra i cittadini, già evidente per il Servizio Sanitario Nazionale. E tutto questo avviene mentre non sono stati nemmeno definiti e garantiti in tutto il territorio nazionale i livelli essenziali di prestazione – i cosiddetti LEP- nei diversi campi, che noi come Rete dei Numeri Pari insieme a tanti altri continuiamo a chiedere a questo come ai precedenti Governi. Il Governo e la sua maggioranza M5S/Lega vogliono imporre, senza nessun dibattito, che i diritti fondamentali vengano riservati in base alla disponibilità finanziaria delle regioni: alcune si, altre no. Il Governo non solo accetta le disuguaglianze mai rimosse, ma addirittura le legittima e le aggrava istituzionalizzando il “principio” per il quale è giusto che i deboli non ce la facciano: è colpa loro. Ancora una volta si spostano sui più deboli le colpe e le responsabilità dei disastri delle politiche di austerità e di scelte che premiano le élite economiche e finanziarie. Il Governo M5S/Lega continua a spostare la colpa della crisi e dell’instabilità del paese sui più deboli, sugli impoveriti, su quelli maggiormente ricattabili, su coloro che non accedono alle informazioni e non possono partecipare alle decisioni. Se passa la legge avremo uno Stato che contiene vari Stati dove i diritti cambiano in base al censo e all’appartenenza di classe: questo il cambiamento che ci attende e al cui abbiamo il dovere e la responsabilità di ribellarci.

Come cittadini e cittadine, come realtà sociali, chiediamo che non vi siano ulteriori trasferimenti di poteri e risorse alle regioni su base bilaterale, che non si compromettano le competenze delle autonomie locali che sono le più vicine alla cittadinanza e che i trasferimenti sulle materie assegnate alle Regioni siano unicamente legati ai fabbisogni dei territori, escludendo riferimenti a indicatori di ricchezza che violano i principi dell’universalità dei diritti, della solidarietà e dell’unitarietà dello Stato. Così come, chiediamo al Governo e al Parlamento che vengano immediatamente definiti i Livelli Essenziali di Prestazione, veri e propri strumenti di garanzia di inclusione sociale e non discriminazione territoriale, così da evitare un ulteriore aumento di disuguaglianze e povertà.

Se su questi punti fondamentali il governo dovesse continuare a ignorare qualsiasi dialogo e si rifiutasse di cambiare la legge, abbiamo tutti e tutte la responsabilità in nome dei nostri diritti e della Costituzione di attivarci per costruire la più ampia mobilitazione possibile e impedirne l’approvazione.

Rete dei Numeri Pari

16 Febbraio 2019 / by / in ,
Il governo e l’economia politica del declino

5 Febbraio 2019 Sezione: Economia e finanzaprimo piano

Dalla formazione del governo Lega-M5S l’Italia è in lieve recessione. La politica economica è senza una direzione, tra mediazioni al ribasso con i “poteri forti” e ricerca di consenso tra i “perdenti”. Il declino, tratto di un mix “lib-pop”.

I dati sull’economia resi noti dall’Istat aggiungono un tassello essenziale per capire la situazione italiana. È dal luglio 2018, dalla formazione del governo, che l’economia è in recessione: un lieve calo (-0,1 e -0,2% nei due ultimi trimestri del 2018) che però rovescia il lieve recupero avvenuto tra 2013 e 2017. Il grafico Istat qui accanto mostra che oggi siamo ancora del 5% sotto il livello in termini reali del Prodotto interno lordo (Pil) del 2008, prima della crisi: oltre un decennio di declino dell’economia italiana. Prima c’è stata la brusca caduta per la crisi finanziaria del 2008, nata negli Stati Uniti, poi nel 2011 la nuova crisi sud-europea legata all’emergenza debito pubblico. Da allora la ripresa è stata lentissima, fino alla nuova riduzione del Pil degli ultimi sei mesi.

Fonte: Istat, Statistiche flash, Stima preliminare del Pil, 31 gennaio 2019

Questo declino ha due cause principali. Quella strutturale è nel degrado della base produttiva del Paese, nella caduta del 20% degli investimenti e della produzione industriale nell’ultimo decennio, nei bassi livelli di ricerca e innovazione, che portano a produttività stagnante e bassi salari.

Quella politica è legata all’ideologia dell’austerità che ha segnato il processo d’integrazione europea e ha impedito – in particolare nei Paesi del Sud Europa – l’introduzione di misure espansive. Nel 2008 gli Stati Uniti hanno allargato massicciamente la spesa pubblica e avviato l’espansione monetaria, nota come quantitative easing; ora hanno un rapporto deficit pubblico/Pil vicino al 5%, ma una crescita del 3,5%. In Europa la reazione alla crisi del 2008 è stata opposta: restrizione monetaria e tagli di spesa; la seconda caduta del 2011 è stata il risultato dell’incapacità politica di dare stabilità all’area euro e affrontare la crisi della Grecia (relativamente piccola per dimensioni finanziarie). Il cambio di rotta di Mario Draghi (il ‘whatever it takes’ del luglio 2012) e la tardiva espansione monetaria hanno fermato la caduta, ma allargato la divergenza tra la modesta crescita di Germania ed economie satelliti, e il ristagno del sud Europa. Ora il rapporto deficit pubblico/Pil per i paesi europei è all’1%, ma il prezzo è stato un decennio perduto.

In Italia il peggioramento delle condizioni di vita è andato ben oltre il declino del Pil. Il reddito medio per abitante è ora ai livelli di vent’anni fa. Ma la media nasconde la crescita delle disuguaglianze. Il divario tra ricchi e poveri si è allargato: solo il 10% più ricco ha visto crescere i propri redditi; tra i lavoratori dipendenti, il 25% con i salari più bassi ha avuto un perdita del 20% dei salari reali; le disparità di ricchezza sono sempre maggiori, la distanza nei redditi tra nord e sud si è fatta insostenibile.

L’impoverimento e la paura di scivolare indietro sono alla radice del voto del marzo 2018 (esaminato in quest’articolo), ma l’agenda politica del governo Lega-Cinque Stelle non ha affrontato le cause del declino, ha piuttosto cavalcato le sue conseguenze. Ha tenuto fermo l’impianto liberista in economia, il ‘lasciar fare’ alle imprese, condito con una retorica populista (una politica ‘lib-pop’, analizzata qui).

Vediamo come si è mossa la politica economica. Il governo ha mantenuto in sostanza le politiche di austerità, con un deficit ‘contrattato’ con Bruxelles al 2,04% del Pil; gli effetti espansivi della spesa pubblica sono assai limitati, anche per l’aumento della spesa per interessi dovuto allo ‘spread’ sul debito pubblico.

Con l’economia in recessione i fattori che possono sostenere la crescita sono fermi. Il commercio mondiale è in rallentamento con le nuove ‘guerre commerciali’ aperte dagli Stati Uniti di Trump. Gli investimenti privati non si riprendono; con l’attuale mancanza di domanda e incertezza politica le imprese stanno a guardare e portano capitali all’estero. Gli investimenti pubblici sono stati tagliati da tutti i governi, quello Lega-Cinque Stelle compreso, peggiorando la domanda per le imprese, le infrastrutture, le condizioni di vita.

In quest’occasione, il taglio degli investimenti è servito a trovare le risorse per i due programmi prioritari di Lega e Cinque Stelle, Quota 100 sulle pensioni e Reddito di cittadinanza, due misure redistributive che intervengono su problemi reali del Paese – i danni della riforma Fornero sulle pensioni e l’assenza di un reddito minimo – ma con modalità confuse, che creano nuove disparità tra lavoratori vicini alla pensione e tra i cittadini in condizioni di povertà. Per di più, le notevoli risorse per queste misure non vengono da un aumento della tassazione dei più ricchi, ma da trasferimenti ‘orizzontali’ tra cittadini a medio reddito, e non riescono così ad avere effetti rilevanti sulla crescita.

Senza crescita, cadranno le entrate fiscali, e i conti del bilancio appena approvato dovranno essere rivisti a luglio: se non tornano, il governo ha già previsto tagli automatici per diversi miliardi, una nuova austerità che aggraverà la recessione. In più l’anno prossimo si dovranno trovare risorse per decine di miliardi per evitare gli aumenti automatici dell’Iva e misure di ‘salvaguardia’ concordate tra Bruxelles e Roma. Il bilancio appena approvato ha utilizzato tutti i margini per misure redistributive in vista delle elezioni europee di maggio 2019, ma al prezzo di serie prospettive di aggravamento della recessione.

La politica economica del governo appare così senza una direzione. Si annaspa nell’immediato, ipotecando il futuro. Non c’è un’idea di come far funzionare l’economia e di come uscire da un decennio di recessione. Se non quella – solita, e comune ai governi precedenti – di offrire alle imprese nuovi favori: fiscali (flat tax, minori controlli anti-evasione), sul costo del lavoro (la possibilità di versare alle imprese il reddito di cittadinanza dei nuovi assunti), normativi (de-regolamentazione di molte attività) e incentivi ‘orizzontali’ che trattano tutte le imprese allo stesso modo. Tra questi, resta lo sconto fiscale per le spese di ricerca e l’acquisto di macchinari, orientate soprattutto al progetto ‘Impresa 4.0’ che spinge le poche imprese già tecnologicamente avanzate a accelerare automazione e digitalizzazione, con effetti negativi su quantità e qualità del lavoro.

L’effetto immediato di tali misure è di sostenere i profitti delle imprese, riducendo in modo significativo le entrate della tassazione. Ma nel lungo periodo l’effetto è di mantenere immutata l’attuale struttura produttiva del paese, dando spazio a imprese piccole, poco produttive, a bassa tecnologia e con pochi investimenti, che possono sopravvivere solo grazie alla riduzione dei salari e al peggioramento delle condizioni di lavoro. L’esito è quello già visto: una diminuzione della produttività che alimenta il declino del paese. Si delinea così un “circolo vizioso” tra una struttura economica povera di conoscenze e tecnologie, una produttività stagnante con divari di innovazione e competitività rispetto all’Europa, la perdita di posti di lavoro e bassi salari. La precarizzazione del lavoro diventa un modo per adattarsi, con le imprese che usano lavoratori meno qualificati e peggio pagati per mantenere produzioni a basso costo.

Queste politiche – all’insegna di un liberismo d’imitazione – caratterizzano l’Italia da trent’anni e ne hanno tracciato la parabola. Si sono affidate al mercato, lasciandolo conquistare dalle grandi imprese straniere. Hanno favorito la finanza, senza avere un settore finanziario degno di questo nome. Hanno rinunciato al ruolo dello stato, senza avere imprese capaci di investire. L’illusione liberista e gli scossoni della crisi hanno ricostruito una rigida gerarchia tra le economie più forti – Cina compresa – facendo scivolare indietro l’Italia.

Quello che è nuovo oggi, in un contesto di maggiori difficoltà economiche, è che la politica del governo Lega-Cinque Stelle sembra smarrire qualunque disegno di sviluppo e ridursi ad amministrare la nuova fase del declino italiano. Se questo governo è uno dei risultati del lungo declino del paese, la sua politica ora ne accelera la traiettoria discendente. Da qui una politica economica fatta di mediazioni al ribasso con finanza, grandi imprese, poteri europei. E, dall’altro lato, di inseguimento del consenso tra i ‘perdenti’, dalle piccole imprese del nord a egemonia leghista, agli impoveriti del sud che sperano nei Cinque Stelle.

L’economia politica del declino diventa così il tratto distintivo del governo giallo-verde, un pericoloso miscuglio ‘lib-pop’, di liberismo e populismo, una rincorsa tra disagio economico, disgregazione sociale, degrado politico, che potrebbe portare l’Italia a un esito di destra estrema.

16 Febbraio 2019 / by / in ,
Il reddito di cittadinanza è un’altra cosa!

Lo diciamo subito: il reddito di cittadinanza è un’altra cosa. Il provvedimento varato dal governo sul reddito di cittadinanza non abolisce la povertà, come incautamente annunciato al balcone dai ministri del governo, e non introduce un vero regime di reddito di cittadinanza come definito dalle risoluzioni europee, dalla CE e da studi e ricerche scientifiche. E non riprende nemmeno la proposta avanzata nel 2013 da centinaia di realtà sociali, decine di migliaia di cittadini e istituzioni locali attraverso la campagna per il “reddito di dignità”, sottoscritta e promossa anche dai 91 deputati e 35 senatori del M5S nella scorsa legislatura. Tanta confusione e tanta propaganda non eludono un problema con il quale continueremo a lungo a fare i conti se il livello di semplificazione e ambiguità del governo rimane questo. Così come si fa fatica a spiegare ad un terzo della popolazione a rischio esclusione ed a quei nove milioni e mezzo di residenti in povertà relativa che avrebbero il diritto di beneficiare del Rdc, che l’opposizione al governo non ritiene questo istituto importante per contrastare la crisi e restituire loro dignità e libertà. Un’opposizione che rimane ancorata a visioni politiche regressive e conservatrici dopo aver avuto il demerito storico di eludere e ignorare per anni le richieste di introdurre anche in Italia una forma di Rdc e di non aver ascoltato le reti sociali ed i cittadini organizzati.

Il Rdc introdotto dal governo è un’altra cosa rispetto a quello che ovunque nel mondo viene inteso come reddito di cittadinanza o reddito minimo garantito: ne mortifica il senso e ne tradisce le finalità. Per verificarlo basta mettere a confronto le caratteristiche ed i principi del cosiddetto Rdc del governo con quelli definiti indispensabili da alcuni schemi di reddito minimo garantito già vigenti in diversi paesi europei. Ne elenchiamo alcuni: 1) l’individualità della misura; 2) la non vessazione del beneficiario attraverso stringenti contropartite e forme di condizionamento; 3) l’accessibilità per tutti coloro che vivono sotto una certa soglia economica non inferiore al 60% del reddito mediano del paese di riferimento; 4) la residenza e non la cittadinanza; 5) il diritto a servizi di qualità oltre il beneficio economico; 6) la durata e l’ammontare del beneficio; 7) la non contrapposizione del Rdc, dell’integrazione sociale e della garanzia ad una vita dignitosa con l’obbligo all’integrazione lavorativa, così come previsto dalla risoluzione europea dell’8 aprile 2009 in cui si afferma che “il coinvolgimento attivo non deve sostituirsi all’inclusione sociale e chiunque deve poter disporre di un Rdc e di servizi sociali di qualità a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro”; 8) la necessità di incentivare la libertà della scelta lavorativa come misura di contrasto dell’esclusione sociale e della ricattabilità dei soggetti in difficoltà, così da garantire la “congruità dell’offerta di lavoro” e non “l’obbligatorietà del lavoro purché sia”; 9) la necessità di rafforzare i servizi ed il sistema dei centri per l’impiego pubblici.

Su ciascuno di questi principi e caratteristiche che definiscono e rendono efficace un Rdc il governo fa l’opposto o fa molto poco: 1) la misura del governo è familiare e non individuale; 2) sono state costruite norme e dispositivi sanzionatori che colpevolizzano e stigmatizzano i beneficiari trattandoli come colpevoli e come probabili approfittatori, arrivando ad ipotizzare pene sino a 6 anni di carcere; 3) la misura stabilisce una soglia di accesso che interviene solo sulla povertà assoluta – circa 4.340.000 sui 5 milioni complessivi- e non su tutti e 9,3 milioni che vivono al di sotto di una certa soglia economica – la platea di beneficiari è meno del 50% degli aventi diritto-, e non individua interventi specifici come quelli volti all’affermazione dell’autonomia sociale dei soggetti beneficiari compresi coloro che sono in formazione, così da garantire il diritto allo studio e per contrastare la dispersione scolastica ed universitaria che nel nostro paese è tra le più alte d’Europa; 4) i beneficiari non sono tutti i residenti in povertà relativa ma solo i cittadini italiani in povertà assoluta (non tutti) ed una parte di coloro che sono nel nostro paese da oltre 10 anni; 5) manca del tutto una offerta di servizi sociali di qualità e non vi è traccia di una riforma del sistema di welfare che vada nella direzione necessaria a costruire un sistema integrato tra l’erogazione del beneficio economico e le altre misure di welfare sociale, così da definire un ventaglio di interventi mirati e diversificati a seconda della necessità delle persone; 6) il beneficio non è garantito “fino al miglioramento delle propria condizione economica”, così da non permettere che si rimanga senza alcun sostegno economico, ma viene stoppato dopo 12/18 mesi con la possibilità di ripartire in futuro; sull’ammontare del beneficio se calcoliamo che per il 2019 la cifra messa a disposizione è di 6,11 miliardi di euro, per poi salire a 7,77 nel 2020 e a 8,02 nel 2021, l’obiettivo dichiarato di portare tutti coloro che hanno un reddito inferiore alla soglia di 780 euro mensili, come prevedono i principi europei, appare impossibile da raggiungere: facendo dei calcoli la cifra media che spetta mensilmente a livello familiare sarebbe di 472 euro, a livello individuale di 156 euro al mese; 7) la misura introdotta dal governo è fortemente legata a sistemi di workfare e non di welfare, incentivando assunzioni sotto-qualificate a costi ridotti per le imprese, dando la possibilità ai datori di lavoro di ricevere sgravi contributi se assumono un lavoratore che percepisce il Rdc e non lo licenziano nei primi 24 mesi, tranne che per giusta causa; 8) la misura del governo prevede una fortissima condizionalità nei parametri che definiscono un’offerta “congrua”, imponendo così di fatto al beneficiario di accettare qualunque offerta venga proposta anche a grandi distanze dalla propria residenza, pena la perdita del Rdc; 9) la riforma ed il rafforzamento dei servizi e dei centri per l’impiego è ancora in alto mare ed è sottofinanziata. A questo aggiungiamo un’altra considerazione: si poteva e si doveva finanziare il Rdc attraverso la fiscalità generale e non in deficit. Il governo lo sa bene ma ha preferito dare priorità ad altro, e costruire la narrazione del nemico europeo per dirci che se non avremo il reddito è per colpa dell’Europa che non vuole farci fare un po’ di deficit per il bene degli italiani. Il problema è che a dirlo sono le stesse forze politiche che sostengono politiche di austerità, un fisco regressivo, i tagli alle politiche sociali ed ai Comuni: tutte scelte che determinano l’aumento di disuguaglianze e povertà. Questa spregiudicata e cinica incoerenza alimenta una discussione avvelenata e superficiale che ci allontana dai motivi e dalle ragioni per cui è necessario introdurre un nuovo diritto economico.

Vale la pena riaffermare quale sia la finalità dell’istituto del Rdc per rafforzare la consapevolezza dei cittadini e rimettere la discussione con il governo e le forze politiche sui giusti binari. Secondo quanto stabilito dalle Risoluzioni Europee, a partire dal 1992, e dalla CE, attraverso i Pilastri Sociali Europei, il Rdc o rmg serve a garantire la dignità della persona. Il Rdc va considerato per alcuni come uno strumento di valorizzazione ed autonomia di scelta, per altri come misura di reinserimento sociale e per altri ancora per attivare forme di promozione dell’occupazione. I regimi di Rdc o rdm sono innanzitutto strumento di libertà. Una libertà che evidentemente ci è stata tolta a causa di una crisi che produce ingiustizie ed esclusione sociale da oltre 10 anni e che ha generato il più grande aumento di disuguaglianze e povertà mai visto dopo la seconda guerra mondiale. Uno strumento, dunque, da intendere anche come necessario a ridistribuire una piccola parte della ricchezza sequestrata dalle elite economiche e finanziare grazie a politiche economiche che continuano a far pagare la crisi a ceti medi e ceti popolari. I numeri lo confermano: la povertà in Italia è triplicata così come sono triplicati i miliardari. Peccato che questi ultimi sono 112 e gli impoveriti più di 5 milioni. La gigantesca sproporzione racconta il furto di diritti, speranze e democrazia fatto dalle elite in questi anni, sostenute su ogni provvedimento legato all’austerità, ai tagli al sociale, alle privatizzazioni, ai salvataggi bancari, ad una fiscalità regressiva, alle ingiustizie ambientali che producono maggiori disuguaglianze sociali, proprio da quelle stesse forze politiche che oggi dicono di avversarle e strillano “prima gli italiani”. Sono queste misure che hanno determinato il contesto nel quale il provvedimento del governo si inserisce. Ed è un contesto che non sarà minimamente scalfito dall’introduzione del Rdc. E non solo perché non siamo dinanzi a quella rivoluzione annunciata per aver approvato un sussidio di povertà, non certo un vero Rdc, ma perché il resto delle misure messe in campo allargherà la distanza tra ricchi e poveri, renderà più precario il lavoro, più forte lo sfruttamento e la ricattabilità, intensificherà la guerra tra poveri scatenata scientificamente dalla violenza del linguaggio e delle misure messe in campo proprio da questo governo. Il provvedimento varato dal governo è coerente con la cultura politica manifestata da Lega e M5S: attraverso una misura spot si pone come obiettivo il controllo ed il governo dei poveri e la loro occupabilità nei confronti delle imprese. Il governo continua a distrarre l’opinione pubblica dalle cause della crisi, dalle responsabilità delle scelte politiche fatte, dalle alternative possibili in campo, spostando la colpa del peggioramento delle condizioni di vita del paese sugli impoveriti, sui migranti e su presunti nemici internazionali. Un governo forte con i deboli e debole con i forti, continuamente in campagna elettorale alla ricerca di consenso con ogni mezzo (o divisa).

A tutto questo abbiamo il dovere, il diritto e la responsabilità di ribellarci, continuando ad organizzarci, rafforzando le nostre alleanze su proposte concrete in grado di sconfiggere disuguaglianze ed esclusione sociale, raccontando la verità anche quando è scomoda. Dobbiamo ricordare innanzitutto a noi stessi che l’unico obbligo previsto dalla Repubblica per noi cittadini è all’art.2, ed è quello alla Solidarietà. Mentre per il governo l’obbligo previsto è all’art3, e consiste nel lavorare per rimuovere gli ostacoli che limitano libertà ed uguaglianza impedendo lo sviluppo e la partecipazione di tutti alla vita del paese. In gioco non c’è una misura di sostegno al reddito, ma il diritto all’esistenza di tutti e tutte.

8 Febbraio 2019 / by / in , ,
Il DEF e le misure messe in campo dal governo non contrastano le disuguaglianze e non ci aiutano a combattere le mafie e la corruzione

Il Def e le misure messe in campo dal governo non contrastano le disuguaglianze e non ci aiutano a combattere le mafie e la corruzione. Il Def peggiora la condizione dei ceti popolari e dei ceti medi e non ci aiuta ad uscire dalla crisi, bensì la allarga ulteriormente tradendo le aspettative di milioni di cittadini.

Dopo aver annunciato “la fine della povertà” e una sequenza infinita di dichiarazioni su social e televisioni, le misure messe in campo dal governo sono nella realtà inadeguate a rispondere alla crisi generata dall’aumento delle disuguaglianze e non lavorano per ridurle, anzi le allargano e le istituzionalizzano. Assistiamo giornalmente a cambiamenti e marce indietro che stanno aumentando la distanza tra la nostra proposta di introdurre anche in Italia una forma di “Reddito di dignità” firmata tra gli altri da 91 deputati e 35 senatori del M5S nella scorsa legislatura, e l’attuale proposta del governo nazionale Lega/M5S. La misura messa in campo con il Def, impropriamente detta Reddito di cittadinanza, nella realtà altro non è che un modesto sussidio di povertà, nemmeno garantito a tutti gli aventi diritto, vincolato ad un lavoro sottopagato che non risolve la condizione di disagio economico e sociale determinata da fattori sui quali il governo volontariamente non interviene. Si riducono gli investimenti e se ne cambia il segno, mentre si continua a propagandare l’idea che le priorità siano la guerra ai migranti ed ai poveri. Si fanno battaglie mediatiche e generiche contro “l’Europa” quando in realtà il governo ha confermato tutte le misure di austerità, così come i precedenti governi, e non ha fatto nulla per mettere fuori dal patto di stabilità almeno le spese per garantire i servizi sociali e la dignità delle persone.

Abbiamo lavorato e lavoriamo per far comprendere la necessità di istituire in un quadro così cambiato a livello nazionale, europeo e mondiale un nuovo diritto economico, il diritto al reddito. Il governo viaggia invece nella direzione opposta, violando tutte le caratteristiche e gli elementi essenziali stabiliti dalle risoluzioni europee e dalla stessa CE da diversi anni. Il governo tratta i poveri come un problema, stigmatizzando la loro condizione con misure che istituzionalizzano l’esclusione ed aumentano la guerra tra poveri. Sul cosiddetto reddito di cittadinanza il governo fa l’opposto di quanto stabilito da molte risoluzioni europee, a partire dal 1992. Caratteristiche e elementi essenziali che contraddistinguono una misura di reddito minimo garantito e che vogliamo qui riportare per ulteriore chiarezza:

  1.  che il rmg venga dato a tutti quelli che stanno sotto il 60% del reddito mediano del paese, compresi coloro che sono in formazione, così da combattere la dispersione scolastica ed universitaria- il governo non stanzia la cifra necessaria, circa 17 miliardi, e non garantisce a tutta la platea degli aventi diritto questa misura, praticando forme di universalismo selettivo identiche a quelle portate avanti dal tanto criticato Rei del precedente governo;

  2. che vi sia congruità dell’offerta lavorativa in cambio del reddito e non obbligatorietà di lavoro purchè sia, visto che il reddito minimo garantito in Europa è inteso come una misura che dovrebbe garantire e liberare l’autonomia dell’individuo, valorizzandolo attraverso forme di reinserimento sociale – il governo intende invece il cosiddetto reddito di cittadinanza come una classica misura di workfare, con l’obiettivo di rendere “impiegabili” purchè sia i “poveri”, condannando il beneficiario a lavoretti mal pagati che non daranno sbocchi, ne crescita professionale, avviando milioni di individui nella cosiddetta “trappola della povertà”, svelando un approccio culturale che sposta la colpa della condizione economica e sociale sulle vittime, ritenute responsabili uniche della loro condizione;

  3. che il rmg sia individuale – il governo lo intende e lo calcola sul livello familiare, come il Rei del precedente governo;

  4. che il rmg sia riservato a tutti i residenti- il governo ha proposto qualche mese fa di darlo solo agli “italiani”, proponendo una misura palesemente discriminatoria e incostituzionale; oggi viene indicata una durata di residenza minima di almeno tre anni sul nostro territorio per chi volesse accedere al sussidio;

  5. la durata della misura è per le risoluzioni europee da intendersi fino al miglioramento della propria condizione economica in modo da impedire che si rimanga senza alcun sostegno economico- il governo stabilisce invece una durata di 18 mesi oltre la quale la misura non è rinnovabile anche se la condizione economica del beneficiario non fosse cambiata;

  6. garantire un’offerta di servizi sociali di qualità ed il diritto all’abitare come prevedono i “pilastri sociali” europei indicati dalla CE a partire dal 2008 – il governo taglia i fondi per le politiche sociali, non garantisce il diritto all’abitare ed anzi con il Decreto Salvini attacca i movimenti che rispondono all’emergenza abitativa utilizzando il patrimonio pubblico abbandonato o dismesso, promuovendo allo stesso tempo nuove forme di welfare rigenerativo capaci di rispondere a partire dalla comunità alle esigenze dei singoli;

  7. rafforzare i centri per l’impiego pubblici – il governo non ha garantito gli investimenti necessari e non ha una proposta efficace di riorganizzazione dei centri per l’impiego.

Dunque, il governo non introduce nessuna forma di reddito minimo garantito come previsto dalle risoluzioni europee e dalla CE, nonostante la propaganda e gli slogan, ma istituisce con il Def un sussidio di povertà che si configura come una misura di workfare, incapace di rispondere alle esigenze del paese ma che garantisce ulteriore sfruttamento, esclusione sociale e disuguaglianze. La misura introdotta dal governo sembra rispondere più all’esigenza di controllo sugli (im)poveriti, alla necessità di renderli “occupabili”, così da migliorare sulla carta le statistiche. Siamo dinanzi all’ennesimo business sulla pelle di chi è in difficoltà. Obiettivi diametralmente opposti alla nostra proposta di Reddito di Dignità, firmata anche dal M5S, e dalle aspettative dei cittadini che hanno sostenuto il M5S durante la campagna elettorale.

Continueremo a sostenere e batterci per il Reddito di Dignità, perché crediamo sia una misura necessaria ed urgente per contrastare la povertà; perchè ce lo chiede l’Europa dal 1992 e dal 2005 con molte risoluzioni europee; perchè è già uno strumento attivo in quasi tutti i paesi europei; per contrastare il ricatto esercitato dalle mafie su quei soggetti ai margini, precari, sfruttati; per garantire sicurezza a coloro che non possono lavorare o accedere a sistemi di sicurezza sociale; perchè avrebbe effetti positivi sull’economia, sostenendo la domanda aggregata e liberando nuove energie sociali, considerando come sostiene l’Europa che anche in periodi di crisi i regimi di reddito minimo garantito non andrebbero mai intesi come fattori di costo, bensì un elemento centrale della lotta alla crisi.

Ma c’è un’altra questione taciuta prima ed elusa oggi dalla manovra del governo: le politiche di austerità. Non ha senso parlare di reddito di cittadinanza quando poi si continuano a sostenere le politiche di austerità e le scelte di una governance liberista che per sua natura genera ingiustizie sociali ed ambientali. Così come risulta impossibile mettere insieme flat tax e lotta alle disuguaglianze, visto che parliamo di politiche fiscali regressive nel primo caso e della necessità di politiche progressive, come previste nella Costituzione, nel secondo. Delle due l’una. Il governo Lega/M5S sta infatti portando avanti le stesse identiche politiche di austerità dei precedenti governi, nonostante la propaganda e gli insulti. La sostanza dei fatti e degli atti governativi ci dice che il regime di austerità imposti dalla governance europea e dal liberismo economico sono pienamente accettati e condivisi anche da questo governo, che nulla sta facendo per andare in direzione opposta. Denunciamo anche su questo punto il tradimento del M5S che durante la campagna elettorale e nella precedente legislatura aveva firmato la proposta (im)Patto Sociale avanzata da centinaia di realtà rappresentate dalla rete dei Numeri Pari e dalla campagna Sbilanciamoci. Una proposta che puntava a mettere i servizi sociali fuori dal calcolo del deficit per il patto di stabilità, così da liberare decine di miliardi di euro dal controllo della finanza e delle banche, restituendoli alle politiche sociali in un momento in cui nel nostro paese un terzo della popolazione è a rischio esclusione sociale e non sono mai stati riscontrati nella storia della nostra Repubblica indici così alti di disuguaglianza e povertà.

Continuità con le politiche di austerità, nessuna priorità alla lotta alle disuguaglianze, propaganda da permanente campagna elettorale, nessun approfondimento sui principali problemi del paese, attacchi violenti a chiunque osi criticare l’operato del governo, continua ricerca del nemico da accusare per le proprie incapacità – siano i migranti, i poveri o l’Europa-, annunci di politiche mai realizzate, nessun ascolto dei corpi sociali intermedi e della società civile organizzata, operazioni mediatiche di facciata che scavano sul rancore e sulla frustrazione degli italiani, politiche che criminalizzano chi soffre e chi lotta per cambiare la situazione: questo è quanto sta caratterizzando l’azione di questo governo nei suoi primi mesi.

19 Dicembre 2018 / by / in ,
Il DEF e la cooperazione sociale tra stigmatizzazioni e politiche deboli

Anna Vettigli – Rappresentante regionale legacoopsociali

La cooperazione sociale rappresenta la testimonianza, attiva e concreta, che si può fare un’economia diversa, in grado di conciliare la crescita economica con il raggiungimento di specifici obiettivi sociali. In primis la riduzione delle diseguaglianze e delle povertà, l’incremento occupazionale e l’inclusione sociale.

 

Questa economia esiste già. Non bisogna inventarla ma valorizzarla e supportarla con politiche economiche e sociali adeguate.

 

Negli ultimi anni, la cooperazione sociale ha retto la forte crisi, dando un contributo positivo.

 

► I dati economici e patrimoniali relativi al periodo 2008-2013 mostrano come, in questi anni caratterizzati dal crollo del prodotto interno lordo e dalla riduzione della spesa pubblica, nelle cooperative sociali, in coerenza con la natura cooperativa, è avvenuta una riduzione drastica del risultato d’esercizio (-87,6%);

 

► Occupazione

Fonte: Istat. Registro delle istituzioni non profit – Censimento permanente delle istituzioni non profit – Cooperative sociali, dipendenti (posizioni medie annue) e volontari. Anno 2015

RIPARTIZIONI

N. coop sociali

Dipendenti

Volontari

Nord-ovest

3.577

136.445

15.988

Nord-est

2.359

105.384

11.692

Centro

3.102

84.791

5.848

Sud

4.406

53.563

7.430

Isole

2.681

35.914

2.824

ITALIA

16.125

416.097

43.781

 

► Nel Lazio, le persone occupate nelle cooperative associate Confcooperative, Federsolidarietà, Legacoopsociali e Agci sono più di 22.000, con circa 3500 soci svantaggiati e una base sociale/lavorativa per il 70% costituita da donne;

 

► Le cooperative sociali non delocalizzano, nascono sul territorio e per il territorio e vi restano radicate per la vita, valorizzando le potenzialità e le risorse della comunità di riferimento e contrapponendo, al dilagante individualismo, occasioni di socialità e confronto.

 

Secondo i dati INPS la percentuale di lavoro a tempo indeterminato nel settore delle cooperative sociali è maggiore al 70%, è in crescita ed è un’occupazione prevalentemente femminile (più del 70%).

 

Negli ultimi anni le cooperative sono state messe, però, in condizioni molto difficili dai tagli dei fondi e dalle condizioni di concorrenza spietate per sopravvivere. Il DEF appena presentato non sembra invertire questa tendenza, non valorizzando quanto appena presentato.

 

Sappiamo che non è importante solo la crescita economica, che seppur debolissima negli ultimissimi anni c’è stata, ma è importante soprattutto che la crescita economica sia socialmente sostenibile.

 

Una delle componenti più importanti per misurare il benessere di un Paese e delle sue comunità territoriali è la consistenza e la qualità delle relazioni tra le persone, il grado di solidarietà e di coesione sociale.

 

Negli ultimi anni abbiamo assistito al progressivo degrado della qualità delle relazioni umane e del tessuto sociale, dei processi di solidarietà e, di contro, all’aumento dei processi di esclusione e di disgregazione. Sono segnali molto gravi. In quest’ottica la cooperazione sociale e tutto il terzo settore potrebbero rappresentare il braccio operativo delle Pubbliche Amministrazioni, perché producono beni relazionali.

 

La nostra mission non è dare risposte di assistenza e accoglienza ai bisogni delle persone ma, attraverso le nostre attività, contribuire a creare comunità accoglienti nei confronti di tutte le differenze, costruire opportunità di lavoro inclusive delle persone svantaggiate e promuovere l’autonomia e l’autodeterminazione delle persone nell’ambito però di principi fondamentali di convivenza, rispetto reciproco e tutela dei diritti fondamentali delle donne e degli uomini.” (Eleonora Vanni – Presidente Legacoopsociali)

 

Nel DEF appena presentato, l’Esecutivo annuncia un piano di investimenti pubblici. Ciò significa che verranno spesi più soldi per varie cose. Bene! Ma l’esperienza ci dimostra che sono importanti tre fattori:

► Stanziamenti

► Come vengono allocate le risorse

► Le procedure amministrative per spendere le risorse

 

Apprezziamo ci sia un aumento degli investimenti pubblici e che ci sia la previsione di “abolire il patto di stabilità interno, che limita le capacità di intervento degli enti locali” (prevista a pag 86). Ma ci chiediamo come questo si concretizzi nella realtà. L’impatto sulla crescita e soprattutto sulla qualità della vita dipendono sia dagli stanziamenti, ma anche da dove vengono allocate le risorse.

 

Essenziale poi è la capacità della PA di favorire una concorrenza virtuosa e non viziosa; quest’ultima strangola le imprese e le costringe a lavorare senza rispettare i diritti e dignità del lavoratore.

 

La dignità e le tutele – ha affermato recentemente Papa Francesco – sono mortificate quando il lavoratore è considerato soltanto una riga di costo del bilancio” A questa logica non sfuggono le Pubbliche Amministrazioni, quando indicono appalti con il criterio del massimo ribasso e senza tenere conto della qualità e della dignità del lavoro Credendo di ottenere risparmi ed efficienza, finiscono per tradire la loro stessa missione sociale al servizio della comunità.

 

Dove si indirizzano i fondi?

Nel dibattito pubblico spesso si parla di welfare solo per sottolineare in maniera negativa i costi eccessivi. Crediamo che questo Paese, per ripartire, abbia bisogno di una visione di società che riparte dai diritti, in cui i diritti siano concretamente esigibili e le spese per il sociale siano considerate un investimento e non un costo.

 

Un investimento per migliorare la salute, creare benessere, attivare prevenzione, con evidenti ritorni in termini di benefici anche economici per tutta la comunità.

 

Nel DEF la parola Cooperativa compare, ma soprattutto a proposito dell’azione del Governo volta a potenziare la lotta alle false cooperative. Azione giustissima che noi stessi abbiamo avviato: proprio per questo riteniamo molto limitante puntare solo al controllo senza pensare allo sviluppo. Nel DEF non sono previste misure volte alla valorizzazione e allo sviluppo della cooperazione (e del terzo settore in generale).

 

Inoltre riteniamo molto deboli  le politiche attive del lavoro (quelle che creano nuova occupazione o intervengono a scopo preventivo o curativo sulle possibili cause della disoccupazione) e in questa direzione nulla è previsto rispetto alla cooperazione di tipo B, quella di inserimento lavorativo, quella che più ha risentito della crisi degli ultimi anni e che non è una risposta assistenzialistica, ma si inserisce a pieno titolo come strumento centrale di politiche attive del lavoro e di coesione territoriale, in quanto è in grado di:

  1. Generare occasioni di lavoro retribuito;

  2. Realizzare percorsi di autonomia e di empowerment per favorire la crescita professionale dei lavoratori svantaggiati;

  3. Favorire la crescita economica e sociale del territorio in cui operano.

I soggetti svantaggiati non sono un peso per la società; lavorano, pagano le tasse e, migliorando le loro condizioni di vita, incidono di meno sulla spesa in ambito sanitario e sociale. Infine, nel DEF si fa riferimento al codice degli appalti, a come rendere le procedure amministrative più snelle e trasparenti. Anche questo punto in linea teorica va bene. Ma non in merito all’orientamento del governo di alzare il limite dei 40.000 euro per gli affidamenti senza gara: questo è molto pericoloso! Se si pensano interventi sul codice degli appalti bisogna pensare soprattutto a:

  • Come favorire l’applicazione delle normative previste, come l’art. 5 della legge 381/1991 e l’art 112 del codice degli appalti che introducono delle riserve negli appalti e concessioni di beni e servizi in favore della cooperazione sociale di tipo B;

  • Come tener presente la specificità dei servizi sociali che non possono essere trattati al pari dei lavori pubblici, pur nel rispetto dei principi comunitari di trasparenza, par condicio e non discriminazione;

  • Come impedire gli appalti al massimo ribasso;

  • Come Potenziare il sistema di accreditamento per l’affidamento dei servizi socio-sanitari e come potenziare procedure amministrative collaborative che valorizzano e non mortificano il potenziale della cooperazione.

Le cooperative sociali sarebbero pronte a realizzare un programma straordinario di investimenti, se lo Stato fosse altrettanto disponibile a:

  • Valorizzare le loro competenze strategiche (ad esempio, “saper leggere i bisogni della comunità, saper costruire reti inter-organizzative, saper coordinare una pluralità di risorse (pubbliche, private e comunitarie), saper coinvolgere i cittadini e gli utenti nei processi di produzione di beni e servizi, saper assumere dei rischi”).

  • Investire in un piano straordinario per sviluppare e sostenere l’economia sociale.

25 Ottobre 2018 / by / in ,
Lotta alla povertà: si doveva e si poteva fare molto di più. E meglio

La riflessione di Libera: dopo 10 anni la realtà ci racconta di un paese sempre più debole, diseguale, fragile, impaurito e soprattutto incapace di guardare al futuro con speranza.

Sono 10 anni di fila che nel nostro paese le disuguaglianze continuano a crescere: economiche, sociali, geografiche, culturali, di genere, di reddito, di opportunità. L’aumento di disuguaglianze e povertà danneggia tutti e tutte, non solo chi ne è colpito, minando democrazia e coesione sociale nel profondo. Le forze politiche che si ispirano o che accettano il modello economiche neoliberista sostengono che sia una condizione necessaria per raggiungere gli obiettivi della crescita e dell’efficienza dei mercati. La realtà dopo 10 anni ci racconta invece di un paese sempre più debole, diseguale, fragile, impaurito e soprattutto incapace di guardare al futuro con speranza. Un paese nel quale sono le mafie, la corruzione ed il populismo a trarre il massimo beneficio dall’aumento del disagio sociale e dei bisogni. Sono le mafie ad aver aumentato il loro potere di penetrazione sociale e culturale nei luoghi e nelle periferie dove è cresciuto il disagio. In questi luoghi man mano che diminuiscono la presenza delle istituzione e delle politiche sociali, cresce la presenza criminale, il lavoro informale, la zona grigia. Se all’aumento della povertà non si risponde mettendo in campo fondi, investimenti e politiche sociali adeguate, capaci di garantire a tutti i diritti e non solo ad una piccola parte, si determinano situazioni sociali esplosive che portano ad una guerra tra poveri ed alla negazione stessa della cultura giuridica fondata sulla necessità di garantire protezione ai soggetti più deboli, a quelli svantaggiati ed alle vittime. La povertà, dunque, come una colpa ed uno stigma. Ed è quello a cui stiamo assistendo nel nostro paese.

L’odio non è mai dato, ma viene costruito. Le scelte politiche di questi anni sono responsabili dell’aumento senza precedenti della povertà economica e culturale, delle violazione sistematica dei diritti costituzionali di milioni di italiani, dell’esplosione del clima d’odio che vede nei più poveri e nei migranti i colpevoli, del rafforzamento di ideologie e forze politiche xenofobe e razziste, dell’aumento della zona grigia, della precarizzazione del lavoro, del rafforzamento di quelle culture e di quei comportamenti complici e funzionali alle mafie. Si doveva e si poteva fare molto di più e meglio. Lo diciamo chiaramente, perché se finalmente lo si capisce si possono imboccare strade diverse e invertire la rotta.

I numeri di questi anni del resto sono emblematici e fotografano una vera e propria apocalisse umanitaria. L’ultimo rapporto Istat denuncia come le persone in povertà assoluta nel nostro paese abbiano superato il numero di 5 milioni. Quelle che hanno smesso di curarsi, perché non se lo possono più permettere, sono 12 milioni. Il Censis segnala come oltre il 30% della popolazione sia a rischio esclusione sociale e 9,3 milioni di italiani siano già in povertà relativa. Se compariamo la nostra condizione a quella degli altri paesi europei, ci accorgiamo che tutti i dati sulle disuguaglianze nel nostro paese sono superiori alla media europea e sono tra i peggiori in termini assoluti. Questo dato rivela più di tutti il fallimento dell’attuale classe dirigente politica italiana che è riuscita nell’impresa di fare peggio di quasi tutte le altre in questi 10 anni di crisi. Perché si poteva fare diversamente anche in regime di austerità, ed anche in presenza di una crisi che è si globale e di sistema, ma che è stata affrontata meglio da quasi tutti gli altri paesi europei, investendo su politiche sociali e sostenendo forme di reddito minimo garantito per quanti fossero in difficoltà. Si poteva e si può ancora attraverso il nostro sistema di protezione sociale ridurre l’aumento della povertà computabile all’austerità ed alla crisi globale. Se non lo si è fatto è per scelte politiche precise e perché le priorità erano e sono altre. Basti guardare quanto speso dal governo Renzi per gli 80 euro (9,1 miliardi), per la decontribuzione fiscale sul job act (12 miliardi) e per il salvataggio delle banche (20 miliardi). Più di 40 miliardi usati attraverso la fiscalità generale che non sono andati a chi è in povertà, ne hanno rilanciato la domanda aggregata, ne i consumi delle famiglie. Ma è vero anche che grazie a queste misure i miliardari nel nostro paese sono triplicati, arrivando secondo Oxfam a 324. Questo dato spiega, qualora ce ne fosse ancora bisogno, chi ha tratto vantaggio dalla crisi e dalle scelte politiche di questi ultimi dieci anni. Per la povertà invece sono stati stanziati la miseria di 1,8 miliardi di euro che forse arrivano addirittura a 2 nei prossimi anni. L’hanno chiamato Rei, reddito di inclusione, ma siamo lontanissimi da quello che l’Europa definisce reddito minimo garantito. Il Rei raggiunge infatti solo il 38% del totale delle persone in povertà assoluta ed a queste concede una somma misera molto lontana da quanto stabilisce l’Europa nella Carta di Nizza all’art.34, che stabilisce come nessun cittadino europeo debba scendere sotto la soglia del 60% del reddito mediano procapite del paese di origine. Una soglia limite sotto la quale non scendere che indica il reddito necessario a garantire un minimo di dignità. In Italia questa misura corrisponde a circa 800 euro ed i circa 120 euro previsti dal Rei a componente familiare di un nucleo sotto i 6000 euro di Isee sono una cifra molto lontana da quanto previsto nei regimi di reddito minimo garantito europei. Senza contare l’obbligo del lavoro come condizione per il beneficiario e la scadenza di 12 mesi, rinnovabili per massimo altri 6. Obbligo di lavoro e scadenza del “diritto al reddito” che le risoluzioni europee dal 1992 non prevedono di certo, anzi stabiliscono chiaramente come il reddito minimo garantito possa essere sospeso solo quando è mutata la condizione di disagio. Altrimenti non se ne capirebbe il senso, e rimarrebbe una misura spot o peggio meramente assistenziale, come il Rei. Siamo davanti, come ci ricordano i costituzionalisti, a misure che introducono forme di universalismo selettivo che sviliscono la dignità delle persone e violano il principio di universalismo del nostro welfare.

Crescono costantemente allo stesso tempo la precarietà e forme di lavoro con bassi salari. Il lavoro non stabile è aumentato di circa 200 mila unità anche lo scorso anno. Così siamo costretti a sommare ai quasi 3 milioni di disoccupati tutti quelli che svolgono lavori con contratto a tempo, che non godono di stabilità nell’impiego o che non ricevono retribuzioni adeguate a garantire una vita dignitosa. Le persone che vivono questa condizione secondo i dati di Unimpresa sono 6,55 milioni. A fine 2017 il numero totale di persone che vivono un profondo disagio sociale è arrivato a 9,29 milioni, circa 197 mila in più rispetto al 2016. Le prospettive per chi cerca lavoro e non dispone di una famiglia ricca o di una forte rendita di posizione sono nere. Una volta se nascevi figlio di operaio finivi per fare l’operaio ed a questa situazione ci si ribellava. Oggi l’ascensore sociale è completamente bloccato e se nasci figlio di operaio con ogni probabilità non farai nemmeno quello. Secondo tutti gli istituti di indagine e ricerca siamo in presenza della popolazione giovanile più impoverita della storia della repubblica. Dopo tanta retorica sui giovani, questo dimostra come nonostante il linguaggio della politica nella realtà le scelte compiute sono andate in direzione opposta. E le prospettive, se non si cambia rotta, sono peggiori. La crescita della forme di automazione e digitalizzazione dell’economia, in assenza di un forte intervento pubblico capace di orientare e porre regole, sono destinate ad aumentare ulteriormente la precarietà lavorativa ed a ridurre i redditi ed i salari della maggior parte dei lavoratori. La cosiddetta “gig economy” , i voucher, il lavoro “on demand”, la fabbrica 4.0, algoritmi e “machine learning”, sono sempre più diffusi. Gli studi fatti su questo trend sono chiari e parlano in maniera unanime di una enorme contrazione del lavoro nei paesi occidentali. Tecnica e capitalismo sono diventati una cosa sola. Siamo dinanzi ad un gigantesco processo globale di precarizzazione, flessibilizzazione e individualizzazione del lavoro iniziato con la crisi, amplificato nel nostro paese dalle riforme come il Job Act, dalla legge sulle pensione, dai tagli al sociale, dall’istituzionalizzazione della povertà. Dobbiamo porci il tema di quanti cercheranno lavoro, non lo troveranno, non hanno altri strumenti di sostegno economico e non sono ricchi. E’ questa la situazione reale e non teorica, che abbiamo davanti. Lavoro e reddito non sono in contrapposizione, anzi. La piena occupazione non è mai stata garantita nemmeno negli anni d’oro, figuriamoci adesso. Il tema è più urgente che mai. Vogliamo o no garantire a tutti e tutte il diritto all’esistenza? Le attuali politiche in campo evidentemente no!

Per queste ragioni, ma non solo, continuiamo a proporre l’introduzione del Reddito di dignità come previsto dai pilastri sociali europei definiti a partire dal 1992 in tutta Europa. Il diritto all’esistenza deve essere garantito attraverso tre misure che la CE chiede a tutti i paesi di introdurre: il reddito minimo garantito (non condizionato a forme obbligatorie di lavoro), il diritto all’abitare, l’offerta di servizi essenziali di qualità. Tre cose che da noi mancano del tutto e che determinano l’aumento senza fine delle disuguaglianze e lo scivolamento verso linguaggi e forme della politica escludenti, classiste e razziste. Se anche nel nostro paese mettessimo al centro i pilastri sociali europei ed attuassimo quanto stabilito dalla nostra Costituzione, risolveremmo la maggior parte dei problemi, restituiremmo la dignità a milioni di cittadini, spezzeremmo il ricatto delle mafie in molti luoghi in cui sono cresciuti povertà e solitudine, rafforzeremmo la coesione sociale e la partecipazione dei cittadini alla politica, riformeremmo finalmente il nostro welfare che ha da sempre schiacciato le donne nel ruolo di cura, daremmo un forte colpo all’aria grigia che nel mondo del lavoro sfrutta le debolezze ed i bisogni di chi soffre, daremmo speranza alla generazione di giovani più impoverita della storia del paese, consentendole di investire sulla propria autonomia e formazione, arresteremmo la guerra tra poveri e erigeremmo un argine fondato sui diritti contro odio e populismi.

Giuseppe De Marzo

Responsabile nazionale di Libera per le Politiche Sociali

29 Maggio 2018 / by / in ,
Il paese diseguale

L’Italia cresce, poco, in modo diseguale e a tempo determinato. Questa è la fotografia scattata dalla Banca d’Italia e dall’Istat nelle ultime rilevazioni pubblicate nei giorni scorsi.

Se è vero che il Pil italiano cresce nell’ultimo trimestre dell’1,5%, la debole ripresa, trainata dai Paesi forti dell’Unione Europea, è accompagnata da forti e crescenti disuguaglianze, soprattutto tra nord e sud del Paese, da crescente povertà e da lavoro prevalentemente a somministrazione, quindi precario.

Secondo la Banca d’Italia è in aumento il numero di individui poveri, assoluti e relativi. Sono il 23% della popolazione, circa 13,5 milioni, che si uniscono agli ulteriori 3,5 milioni di individui che sono poco sopra la soglia e sono a rischio povertà. In tutto dunque 18 milioni, il 33% della popolazione. La soglia di povertà è fissata al 60% del reddito mediano, circa 860 euro al mese. Chi sta al di sotto di questa soglia è povero, e come abbiamo visto il dato è in costante aumento.

Aumentano le disuguaglianze in termini di ricchezza netta: il 30% più povero ne detiene solo l’1% (circa 6.500 €), di cui tre quarti sono a rischio povertà; invece, il 30% più ricco detiene il 75% della ricchezza (un reddito medio di 510.00€) – e il 40% di questa ricchezza è nelle mani del 5% ancora più ricco (circa 1,3 milioni).

In mancanza di un sostegno al reddito universale, la soluzione sarebbe quella di implementare politiche che producano occupazione, e di qualità. Ancora una volta, è l’Istat a dirci che l’occupazione è in aumento, ma solo quella a tempo e a somministrazione. E il Sud resta fortemente indietro rispetto al Nord.

Mentre le forze politiche che hanno vinto le elezioni si accordano per dare un nuovo governo al Paese, risulta necessaria e non più rimandabile una misura che sollevi dalla povertà chi ne è colpito: la proposta è quella piattaforma di 10 punti del Reddito di Dignità elaborata prima da Libera e poi dalla rete dei Numeri Pari sulla base della Direttiva Europea del 992 e della Carta di Nizza del 2000. Nel 2015 le reti sociali chiedevano che entro 100 giorni si approvasse una legge che introducesse il reddito minimo, ma, nonostante l’impegno di alcuni parlamentari di SEL, ora SI, e PD, nulla è stato fatto.

Con il reddito minimo garantito, si avrebbe più tempo per una necessaria riorganizzazione del mondo del lavoro, al tempo dell’elevata automazione. In questa direzione va la proposta della riduzione del lavoro a 32 ore. Il vecchio motto è sempre quello dei movimenti e delle reti sociali: lavorare meno, lavorare tutti, a parità di salario.

Servono risorse da redistribuire, attraverso una patrimoniale, un drastico azzeramento delle spese militari e una pedagogica lotta alla corruzione all’evasione fiscale. Il fatturato annuale della mafia equivale a 10 finanziarie.

Serve, poi, uscire dal cappio al collo del pareggio di bilancio in Costituzione, che ci obbliga a versare 50 miliardi all’anno all’Europa per il rientro dal debito pubblico, obbiettivo che è impossibile da raggiungere nel 2025. E infine serve sbloccare i fondi bloccati dal patto di stabilità interno, che vincola 19 miliardi di spese sociali agli enti locali.

Dunque, le risorse ci sono, come ben si vede. Serve solo che le forze politiche che si sono candidate a governare il Paese la smettano con la demagogia e il populismo e si occupino del bene dei propri concittadini e del proprio territorio. Perché non c’è più tempo.

Rogero Paci

Leftlab Bari

Rete dei Numeri Pari Puglia

21 Marzo 2018 / by / in , ,