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Ad alta voce! Politiche fiscali regressive = maggiori disuguaglianze

29 gennaio – Rete dei Numeri Pari

Sono passati dieci anni da quando la crisi finanziaria ha scosso gli equilibri economici mondiali. In questo lasso di tempo, il divario tra ricchi e poveri non solo si è allargato, ma ha raggiunto dimensioni allarmanti. Lo racconta l’annuale rapporto Oxfam “Bene pubblico o ricchezza privata?”, una denuncia a come il persistente divario comprometta i progressi nella lotta alla povertà, danneggi le nostre economie e alimenti la rabbia sociale in tutto il mondo.

Negli anni successivi alla crisi finanziaria il numero dei miliardari è raddoppiato e i loro patrimoni aumentano di 2,5 miliardi di dollari al giorno per un totale di 900 miliardi di dollari, mentre quella della metà più povera dell’umanità, composta da 3,8 miliardi di persone, si è ridotta dell’11%. Ci si aspetterebbe una tassazione maggiore, e invece i super ricchi e le grandi imprese sono anche soggetti alle aliquote fiscali più basse registrate da decenni. Si pensi che solo 4 centesimi per ogni dollaro di gettito fiscale provengono da imposte patrimoniali. Nei Paesi ricchi, in media, la più alta aliquota di imposta sul reddito delle persone fisiche è passata dal 62% nel 1970 al 38% nel 2013, mentre nei Paesi in via di sviluppo è pari al 28%. In alcuni paesi, come Regno Unito e Brasile, considerando insieme imposte sui redditi e sui consumi,  il 10% più povero della popolazione paga più imposte in proporzione al proprio reddito del 10% più ricco.

Una cospicua parte di redditi finanziari degli individui più facoltosi svanisce offshore, mentre i redditi di molte imprese multinazionali sfuggono all’imposizione fiscale. I super-ricchi occultano al fisco 7.600 miliardi di dollari e anche le grandi corporation trasferiscono enormi profitti verso paradisi fiscali societari. Elusione ed evasione fiscale, nell’insieme, sottraggono ai Paesi in via di sviluppo 170 miliardi di dollari all’anno.

È chiaro come qualcosa non funziona nella nostra economia. Chi si trova all’apice della piramide distributiva continua a godere in maniera sproporzionata dei benefici della crescita economica, mentre centinaia di milioni di persone vivono in condizioni di estrema povertà. Una cifra che ha dietro volti e storie di, ad esempio, 262 milioni di bambini che non potranno andare a scuola, quasi 10.000 persone che moriranno in quanto non hanno accesso a cure mediche, 16,4 miliardi di ore di lavoro di cura non retribuito saranno svolti prevalentemente da donne che, a livello globale, guadagnano il 23% in meno rispetto agli uomini.

Tutto ciò è risultato diretto della disuguaglianza e del fatto che da decenni la prosperità affluisce in misura sproporzionata verso il vertice della piramide sociale. In base al World Inequality Report del 2018, tra il 1980 e il 2016 il 50% più povero dell’umanità ha ricevuto soltanto 12 centesimi per ogni dollaro di incremento del reddito globale, mentre l’1% più ricco si è aggiudicato 27 centesimi. Una dinamica che mette a repentaglio, secondo la Banca Mondiale, il raggiungimento dell’obiettivo di sconfiggere la povertà estrema entro il 2030, come fissato dall’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. Ancora 3,4 miliardi di persone vivono con meno di 5,50 dollari al giorno. Di questi, 2,4 miliardi di persone sono da considerarsi “estremamente povere”. 

È evidente che questo incremento mostruoso della povertà sia stato indotto anche dai massicci tagli alle spese sociali nei bilanci nazionali e, soprattutto, comunali. Ed ecco come l’impatto di politiche di bilancio che hanno dato priorità alla sicurezza economica di una classe di privilegiati hanno invece lasciato soli e fragili non solo gli individui, ma anche tutti quegli organismi sociali, dal mondo del volontariato e del terzo settore, che tradizionalmente sono i primi ammortizzatori della povertà.

 

29 Gennaio 2019 / by / in ,
Questo “reddito di cittadinanza” non combatte la povertà

di Ilaria Sesana — 28 gennaio 2019

“Il provvedimento varato dal governo sul reddito di cittadinanza non abolisce la povertà. Al contrario, rischia di amplificare le diseguaglianze e far crescere la povertà. Una gigantesca operazione di distrazione di massa che sposta le responsabilità della crisi su poveri e impoveriti”. Giuseppe De Marzo, economista e giornalista, è stato tra gli animatori della campagna “Miseria ladra”, promossa nel 2013 da Libera, Gruppo Abele e campagna “Sblianciamoci” che aveva come obiettivo il contrasto alla povertà, alle diseguaglianze e alla marginalità sociale. Nei giorni scorsi ha pubblicato una dettagliata analisi del decreto che istituisce il reddito di cittadinanza.

“Già nel 2013 i dati ISTAT facevano fotografavano un aumento fuori norma del numero delle persone in povertà in Italia e una crescita della diseguaglianza sociale -spiega De Marzo ad Altreconomia-. Per questo motivo la campagna avanzava una serie di richieste molto precise tra cui quella di un ‘reddito di dignità’. Quella proposta venne sottoscritta e promossa anche da 91 deputati e 35 senatori del Movimento 5 stelle”.

Perché serve un reddito minimo garantito?
GDM Può rappresentare uno strumento straordinario non solo per eliminare le diseguaglianze e garantire dignità alle persone, ma anche per contrastare le mafie. Sappiamo che la povertà aumenta la ricattabilità delle persone più vulnerabili: per noi la giustizia sociale è il presupposto per contrastare le mafie.

Che cosa è rimasto di quella proposta in quello che è stato definito oggi come reddito di cittadinanza?
GDM Il provvedimento è totalmente diverso rispetto ai contenuti del documento sottoscritto dai deputati del M5S nella scorsa legislatura: è un sussidio di povertà, perché non rispetta i principi che determinano le caratteristiche del reddito minimo garantito, così come definito dalle risoluzioni europee, da studi e ricerche scientifiche. Che è una misura individuale e non familiare; deve essere erogato in base al criterio della residenza e non della cittadinanza. Inoltre l’accessibilità al reddito minimo deve essere garantita a tutti coloro che si trovano sotto una certa soglia economica, non deve vessare il beneficiario attraverso stringenti contropartite e forme di condizionamento e, non meno importante, al beneficio economico si aggiunge il diritto a servizi sociali di qualità. Su ciascuno di questi principi il governo fa poco o fa l’opposto.

Quali sono i limiti più evidenti della misura varata dall’esecutivo?
GDM Innanzitutto il fatto di aver inserito una soglia di accesso, che di fatto riduce a meno della metà la quota degli aventi diritto: circa 4,3 milioni su 9,3 milioni di persone che vivono sotto una certa soglia di reddito. Inoltre il beneficio non viene garantito fino al miglioramento della propria condizione economica, ma viene interrotto dopo 12/18 mesi ed è legato a politiche di workfare che incentivano assunzioni sotto qualificate a costi ridotti per le imprese. C’è il criterio della cittadinanza, che penalizza i cittadini di origine straniera. Infine, particolarmente significativa, la mancanza di un’offerta di servizi sociali di qualità, così da definire un ventaglio di interventi mirati e diversificati in base alle esigenze delle persone

Giudicate adeguata la copertura economica del provvedimento?
GDM Noi stimavamo fossero necessari tra i 16 e i 17 miliardi di euro l’anno, il provvedimento attuale ne mette a disposizione 6,11 per il 2019, in crescita fino agli 8,2 miliardi del 2021. Inoltre questo provvedimento avrebbe dovuto essere realizzato con la fiscalità generale, e non in deficit come invece è stato fatto, perché questo porta all’aumento del debito pubblico.

Un intervento a integrazione del reddito è una misura sufficiente?
GDM Anche se questo intervento fosse stato realizzato con i parametri che avevamo indicato ai tempi della campagna “Miseria ladra” non sarebbe stata risolutiva e non avrebbe sconfitto la povertà, che non dipende solo dalla mancanza di redditi, ma dal lavoro mal pagato, dai tagli alla spesa sociale, da politiche fiscali regressive e della mancanza di investimenti. C’è poi un ulteriore elemento da tenere in considerazione.

Quale?
GDM Ci troviamo di fronte a una lettura semplificata oltre che propagandistica della situazione: ci troviamo di fronte a una crisi complicata e che richiede un cambio di paradigma. Quella che viene proposta è una visione semplificata e propagandistica della realtà che mira a far cadere le colpe della situazione in cui ci troviamo sui più poveri e sui migranti. Quando invece il vero problema sono le diseguaglianze e tutte quelle norme che sono state approvate negli ultimi anni che hanno portato alla precarizzazione del lavoro e al taglio dei fondi per il welfare.

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https://altreconomia.it/reddito-di-cittadinanza-poverta/

29 Gennaio 2019 / by / in
Abbandoni scolastici, un disastro per l’intera società

Di Floriana Bulfon – 29 gennaio 2019

Per la prima volta dopo dieci anni di interrotta diminuzione, nel 2017 in Italia le uscite precoci dal sistema scolastico sono aumentate. Oltre a rischiare l’esclusione sociale, questi ragazzi sono a volte facili prede della criminalità organizzata. C’è però chi non abbassa le braccia.

ragazzi giocano con la neve con sullo sfondo la torre di Pisa
Nel 2017, secondo l’Istat, i giovani di 18-24 anni con la licenza media non inseriti in un percorso di istruzione o formazione sono arrivati al 14%. In Europa solo a Malta, in Romania e in Spagna il tasso è più elevato.
(Keystone / Fabio Muzzi)

“Andavo a scuola, ma stavo ore in bagno”. Andrea fa avanti e indietro lungo il muretto di un giardino di cemento, lo skate sotto ai piedi e la bora che tira forte e lo ribalta. Andrea vive a Trieste con la mamma disoccupata e il papà che lavora in fabbrica “però non guadagna tanto, andiamo avanti come riusciamo”. Andrea ha sedici anni e la prima media. L’hanno sospeso per un banco bruciato con l’accendino e bocciato già tre volte. “Il fatto è che mi annoio spesso”, spiega. Cos’è la noia? “È un tunnel che se lo prendi bene, se ci entri bene, non ne esci”. E la scuola è noia: “Perché è fuori dalla realtà”.

“La noia? È un tunnel che se lo prendi bene, se ci entri bene, non ne esci. E la scuola è noia perché è fuori dalla realtà.”

Mille e cinquecento chilometri più a sud Mario aspetta seduto sulle scale dei palazzoni di cartongesso feriti dallo scirocco. Tra frigo e materassi su un muro qualcuno ha scritto “la tua invidia è la mia fortuna”. Mario ha quattordici anni, quattro fratelli e vive allo Zen, la Zona Espansione Nord di Palermo. “A scuola ci vado, ma solo un po’”, precisa. Ogni tanto aiuta il padre parcheggiatore abusivo. “Non commetto reati”, afferma. Altri alla sua età li ritrovi già a fare le vedette, a nascondere pistole e cristalli di cocaina. Comprati dai boss “con venti euro e due canne”.

È l’Italia degli adolescenti che abbandonano la scuola, confinati ai margini e privati del futuro. Un disastro per l’intera società perché la voragine in cui vengono inghiottiti produce esclusione sociale, povertà e necessità di altro intervento dello Stato.

Abbandoni scolastici in crescita

Per la prima volta dopo dieci anni di ininterrotta diminuzione aumentano le uscite precoci dal sistema scolastico. Nel 2017, secondo l’IstatLink esterno, i giovani di 18-24 anni con la licenza media non inseriti in un percorso di istruzione o formazione sono arrivati al 14% (erano il 13,8% nel 2016). L’Italia è al quartultimo posto in Europa. Fanno peggio solo Malta (18,6%), Spagna (18,3%) e Romania (18,1%).

L’obiettivo in base alla strategia Europa 2020 è stato fissato a meno del 10%, ma lungo la Penisola le quote di giovani che abbandonano prematuramente gli studi sono differenti: dai sette alunni ogni cento in Abruzzo a uno su cinque in Sicilia, Sardegna, ma anche in province del centro-nord come Imperia ed Arezzo.  A lasciare sono spesso i giovani più svantaggiati, un meccanismo che aggrava le diseguaglianze e che spesso non è sostenuto da politiche lungimiranti.

Spese per la scuola diminuiscono

OpenPolisLink esterno, l’osservatorio civico che in Italia si occupa di accesso ai dati pubblici, ha stilato un’accurata analisi e messo in luce la contrazione della percentuale di spesa pubblica dedicata all’istruzione. E così l’Italia, che già prima della crisi si trovava nella seconda metà della classifica europea, è scivolata in basso. Nel 2016 ha speso solo il 3,9% in rapporto al prodotto interno lordo, quintultima tra i 28 paesi dell’Unione europea. La media è del 4,7%. In Svizzera tocca il 5,6%, con un tasso di abbandono che dal 7,7% nel 2008 è passato in meno di dieci anni al 4,5%.

ragazzi in una scuola
Nel 2016 per la scuola l’Italia ha speso solo il 3,9% del prodotto interno lordo, quintultima tra i 28 paesi dell’Unione europea.
(Reuters/Max Rossi )

La quantità di spesa da sola non è una garanzia della qualità del sistema educativo, ma è un indice delle priorità per il Paese.  Basti considerare che tra chi abbandona gli studi quasi uno su due si ritrova disoccupato. Un circolo vizioso che porta in aula l’eredità dell’esclusione.

I figli della crisi sono oltre un milione

La diseguaglianza cresce, con una moltitudine nell’abisso. Oggi i figli della crisi sono oltre un milione, bambini che non possono permettersi un’alimentazione adeguata, un’abitazione riscaldata. Chi ha meno di 17 anni ha una probabilità di diventare povero cinque volte più alta rispetto ai propri nonni.

Come spiega Save The Children nel suo ‘Atlante dell’infanziaLink esterno’, l’ambiente condiziona la crescita e il futuro. Sono sufficienti pochi chilometri per varcare la soglia della segregazione educativa: a Napoli nel borghese quartiere del Vomero a essere senza diploma di scuola secondaria è solo il 2%, tra le vele di Scampia il 20%. Ragazzi che faticano a riscattarsi anche diventando grandi, privati dell’opportunità di apprendere, sperimentare, far fiorire talenti e aspirazioni. Uno spreco generazionale che segna una sconfitta per la democrazia.

E intanto dal 1995 a oggi il Belpaese ha perso lungo la strada tre milioni e mezzo di studenti. A certificarlo è un dossier di Tuttoscuola che confronta il numero di quanti sono entrati in istituti tecnici, professionali o licei e quanti ne sono usciti cinque anni dopo con un titolo. Uno su tre è scomparso e il costo degli abbandoni, guardando ai 23 anni presi in considerazione dal dossier, è di 55,4 miliardi di euro.

“Qui non mi sento scemo”

Un fallimento che cercano di arginare insegnanti di frontiera, maestri di strada, associazioni. Andrea oggi frequenta le aule del centro SMaC. Cinque giorni di lezioni con insegnanti volontari che lo aiutano a conseguire il diploma di terza media. Il progetto “Non uno di meno” della Comunità San Martino al Campo condivide con le scuole tradizionali gli stessi programmi, ma coinvolge i ragazzi con una didattica personalizzata, lezioni di educazione alla relazione e affettività, laboratori dal giardinaggio al recupero di bicilette dismesse. “Qui non mi sento scemo” dice.

Ed è proprio da questa svalutazione che inizia spesso l’abbandono. Dimostrare di preoccuparsi di loro anche se si vive in una delle più grandi piazze di spaccio d’Europa. “Chi perde i propri ragazzi non ha una scuola”, sostiene Eugenia Canfora, preside dell’Istituto professionale del Parco Verde, a Caivano, alle porte di Napoli.

Insieme a un gruppo di insegnanti è il simbolo della resistenza, di chi considera l’insegnamento uno dei valori più importanti della società. “Appena arrivo a scuola vado a cercarli, a chiamarli uno per uno, anche in giro per i bar”, racconta ai Dieci Comandamenti di RaiTre. In questa periferia dove i diritti costituzionali sono disattesi e negati, la scuola è l’unica l’unica strada per infondere i principi della legalità, l’unica porta aperta per garantire un futuro.

“Appena arrivo a scuola vado a cercarli, a chiamarli uno per uno, anche in giro per i bar.”

“Qui ci vorrebbero i professori migliori d’Italia, i più motivati. Invece, spesso arrivano persone che non riescono a reggere questo ambiente e non vedono l’ora di andarsene”, dice la Canfora.

Riannodare i fili

La sua sfida è portare in classe quelli che sono “come figli suoi”. Perché “bisogna ascoltare, capire i ragazzi che vivono qui poiché nessuno sceglie di spacciare”, spiega un’operatrice che allo Zen, nel silenzio, cerca di riannodare i fili e costruire alternative. Perché lo Zen, stereotipo di inferno, bisogna guardarlo “da dentro e dal basso”, scrive l’antropologo Ferdinando Fava. 

vista dall'alto del quartiere Zen di Palermo
Il quartiere Zen di Palermo.(wikimedia.org)

Rosalia cammina tra bottiglie di plastica che rotolano. “Tutti i giorni mi devo difendere”, dice. Undici anni e l’ombretto “abbinato al colore della maglietta”. Luca tira un calcio al pallone. Marco gli corre dietro. È tornato da poco dalla Germania: “A me lì non piace, perché chiamano subito la polizia”. “La polizia mi fa schifo”, precisa Luca, che oggi ha vinto 120 euro. “Ho chiuso la bolletta, glieli ho dati a mia madre per la spesa”. Sale scommesse a ogni angolo per sperare e riciclare. Questi bambini di dieci anni hanno una regola: “Quando ci fermano al centro commerciale è meglio non scappare. Ti portano da tua madre e deve pagare quello che hai rubato”.

“Io non scendo mai a Palermo”, dice Maria. Per lei il mondo si ferma qua. Adolescente con le trecce e “un po’ di problemi con la giustizia”, ha picchiato una vigilessa e “anche il vigile, ma nel foglio non c’è scritto”, ammette con candore.

Facili prede della criminalità

Più in là Brancaccio è un’identità scritta a forza sulle saracinesche chiuse. “Qualcuno qui dice che la mafia è bella”, confessa un quindicenne. Un suo amico ha appena fatto una rapina, la prova violenta. Del resto, l’ultimo custode del libro mastro del pizzo aveva poco più che vent’anni. Negli “Stati Uniti”, la zona accanto al passaggio a livello pozzanghera di povertà, si smontano motorini, perché “le cose rubate qui ci possono stare”.

Giovanna ha quattordici anni e abita dietro a una porta con il nome scritto sul cartone. Sono in sei in una camera e cucina vista strada. Il padre, un passato da piccolo criminale, la accompagna negli scantinati da dove si sospetta sia partita la Fiat 126 che ha seminato la morte in via D’Amelio. Oggi ci sono grembiuli e disegni colorati, come voleva Padre Pino Puglisi. “Si portava i ‘picciriddi cu iddu'”, ha svelato il suo sicario Salvatore Grigoli. Questa la sua colpa: toglierli dalla strada. 

bara di Pino Puglisi
Parroco nel quartiere Brancaccio di Palermo, don Pino Puglisi è stato assassinato dalla mafia nel settembre del 1993.(José Luiz Bernardes Ribeiro)

“Non possiamo far finta di non vedere”

A Roma una ventina di docenti hanno deciso di mettersi insieme contro le mafie e la povertà. Emilia Fragale insegna a Centocelle, periferia Sud e dice: “Siamo intellettuali pagati dallo Stato per esercitare una funzione formativa. Per questo non possiamo fare finta di non vedere”. Si tratta di un gruppo di insegnanti costituitosi in maniera quasi spontanea, snello ed aperto a tutti, che si pone l’obiettivo di studiare e condividere proposte operative, buone pratiche, materiali didattici e formazione sul tema delle mafie nel pieno rispetto della Costituzione e degli obblighi della funzione docente”.

La scintilla è scattata proprio tra i quartieri Alessandrino e Centocelle “nei giorni di preparazione dell’assemblea cittadina su ‘Mafie, corruzione e zona grigia’ insieme alla Rete dei Numeri Pari” che è stata ospitata proprio nei locali dell’Istituto Comprensivo il 23 novembre scorso.

Il terreno nelle scuole del territorio, però, era fertile già da qualche anno: “La prima iniziativa l’abbiamo organizzata il 23 maggio del 2017, in occasione del 25esimo anniversario della strage di via Capaci – prosegue Emila Fragale. Abbiamo messo in scena al Teatro Biblioteca Quarticciolo un concerto delle orchestre degli indirizzi musicali del territorio insieme all’Istituto Comprensivo via Luca Ghini all’Alessandrino. Quel giorno si è tenuta anche una marcia di studenti e famiglie attraverso il quartiere con il coinvolgimento del Municipio V e la partecipazione di istituzioni ed associazioni autorevoli. Nonostante in molti quartieri sia acclarata dagli enti competenti la presenza delle organizzazioni criminali, la cittadinanza ne sembrava completamente inconsapevole. Fu un modo per iniziare a parlare con i ragazzi di questi temi”.

Nel frattempo una collaborazione “tra le scuole e la parrocchia di San Giustino Martire all’Alessandrino ha fatto scattare i laboratori di mutualismo sociale in quel quartiere”.

Perché “in molte aree della città scarseggiano i presidi sociali mentre la crisi economica dilaga. E non dobbiamo mai dimenticare che il fattore socio economico è fondamentale per reperire la manovalanza di cui si serve la criminalità per le sue attività su un territorio”. Un vero e proprio “welfare sostitutivo di fronte al quale i ragazzi devono essere preparati e dovrebbero poter avere un’alternativa.

“Una parte del percorso è nato nel segno di due simboli della lotta alle mafie come Falcone e Borsellino, ma sappiamo che gli eroi non servono”.

“Non azioni eclatanti, ma un lavoro costante”

È così che nei quartieri le scuole sono i presidi di formazione civica. “Una parte del percorso è nato nel segno di due simboli della lotta alle mafie come Falcone e Borsellino, ma sappiamo che gli eroi non servono. Quegli eroi erano semplicemente persone che facevano bene il proprio lavoro. Per questo siamo consapevoli che l’unico modo per incidere è lavorare bene nel quotidiano, tutti, in ogni settore”.

Il Coordinamento è nato anche per questo: “Nel mondo della scuola ci sono tante persone che fanno bene il proprio lavoro ma troppo spesso non abbiamo uno spirito di corpo – spiega Emila Fragale. E chi lavora su queste tematiche in alcuni contesti può sentirsi spaesato. Il nostro gruppo vuole essere invece un momento di studio e di confronto con qualunque insegnante voglia inserire questi temi nella propria didattica. Pensiamo a un portale dove mettere in comune materiali didattici, proposte di spettacoli, e corsi di formazione per l’aggiornamento professionale per docenti. Non azioni eclatanti ma un lavoro costante, a lungo termine”. 

Luoghi aperti, strumenti vivi di riscatto dove si rimette la cultura al centro costruendo relazioni di cura educativa. Per ritrovare i dispersi, quelli bocciati, cacciati, quelli che nessuno vuole più.

29 Gennaio 2019 / by / in
Il Reddito di Cittadinanza del Movimento 5 stelle smontato in 9 punti

Di Daniele Nalbone su The Post Internazionale – 29 gennaio 2019

In un lungo editoriale sul Corriere della Sera Pasquale Tridico, professore di Economia del Lavoro all’università Roma Tre e, soprattutto, consigliere economico presso il Ministero del Lavoro, ha spiegato “agli italiani” come funzionerà il piano – da lui ideato – per quello che definisce “contrasto alla povertà e attivazione nel mercato del lavoro”.

> Qui tutto quello che c’è da sapere sul Reddito di Cittadinanza

Tridico parla di “polemiche sterili” contro il reddito di cittadinanza, portate avanti da chi non ha letto e capito “nella sua interezza” il provvedimento che inserisce la misura “di reddito minimo in Italia”.

La sua digressione parte con importanti citazioni, da Oskar Lange a Amartya Sen e arriva fino al Papa. Addirittura – senza citarlo – fa riferimento alle battaglie del compianto costituzionalista Stefano Rodotà per spiegare (a ragione) come di misure come il reddito minimo parli espressamente addirittura la nostra Carta, agli articoli 2 (obbligo alla solidarietà) e 3 (rimuovere gli ostacoli che limitano libertà e uguaglianza impedendo lo sviluppo e la partecipazione di tutti alla vita del paese).

l problema, quindi, non è nella teoria che sta dietro al reddito di cittadinanza, ma nella sua applicazione pratica. Perché, come dimostra Giuseppe De Marzo, economista e coordinatore della Rete dei Numeri Pari, realtà che tiene insieme decine di realtà sociali italiane a partire da Libera e dal Gruppo Abele, quello messo in piedi dal Movimento 5 stelle tutto è meno che una misura di sostegno al reddito.

Perché il reddito di cittadinanza del M5s non è un vero reddito di cittadinanza (in 9 punti) come sostiene Pasquale Tridico:

1.Come dovrebbe essere:

Una misura di sostegno al reddito deve essere individuale.

Com’è:

La misura del governo è familiare e non individuale.

2.Come dovrebbe essere:

Il beneficiario non va “vessato” attraverso stringenti contropartite e forme di condizionamento.

Com’è:

Sono state costruite norme e dispositivi sanzionatori che colpevolizzano e stigmatizzano i beneficiari trattandoli come colpevoli e come probabili approfittatori, arrivando ad ipotizzare pene sino a 6 anni di carcere.

3. Come dovrebbe essere:

Una misura di sostegno al reddito deve essere accessibile per tutti coloro che vivono sotto una certa soglia economica non inferiore al 60 per cento del reddito mediano del paese di riferimento.

Com’è:

La misura stabilisce una soglia di accesso che interviene solo sulla povertà assoluta – circa 4.340.000 sui 5 milioni complessivi – e non su tutti e 9,3 milioni che vivono al di sotto di una certa soglia economica (la platea di beneficiari è meno del 50 per cento degli aventi diritto).

Inoltre non individua interventi specifici come quelli volti all’affermazione dell’autonomia sociale dei soggetti beneficiari, compresi coloro che sono in formazione, così da garantire il diritto allo studio e per contrastare la dispersione scolastica ed universitaria che nel nostro paese è tra le più alte d’Europa.

4. Come dovrebbe essere:

Una misura di sostegno al reddito deve avere come baricentro la residenza e non la cittadinanza.

Com’è:

I beneficiari non sono tutti i residenti in povertà relativa, ma solo i cittadini italiani in povertà assoluta (e neanche tutti, come da punto 4) e una parte di coloro che sono nel nostro paese da oltre 10 anni.

5. Come dovrebbe essere:

Una misura di sostegno al reddito, come previsto dai Pilastri Sociali dell’Ue (citati anche da Tridico) deve prevedere il diritto a servizi di qualità oltre al beneficio economico.

Com’è:

Manca del tutto un’offerta di servizi sociali di qualità e non vi è traccia di una riforma del sistema di welfare che vada nella direzione necessaria a costruire un sistema integrato tra l’erogazione del beneficio economico e le altre misure di welfare sociale, così da definire un ventaglio di interventi mirati e diversificati a seconda della necessità delle persone.

6. Come dovrebbe essere:

La durata e l’ammontare del beneficio vanno garantiti “fino al miglioramento delle propria condizione economica”.

Com’è:

La durata e l’ammontare del beneficio vengono stoppati dopo 18 mesi con la possibilità di ripartire in futuro; sull’ammontare del beneficio, se calcoliamo che per il 2019 la cifra messa a disposizione è di 6,11 miliardi di euro, per poi salire a 7,77 nel 2020 e a 8,02 nel 2021, l’obiettivo dichiarato di portare tutti coloro che hanno un reddito inferiore alla soglia di 780 euro mensili appare impossibile da raggiungere.

Facendo dei calcoli la cifra media che spetta mensilmente a livello familiare sarebbe di 472 euro, a livello individuale di 156 euro al mese.

7. Come dovrebbe essere:

Il Rdc non va contrapposto all’integrazione sociale e alla garanzia a una vita dignitosa con l’obbligo all’integrazione lavorativa, così come previsto dalla risoluzione europea dell’8 aprile 2009 in cui si afferma che “il coinvolgimento attivo non deve sostituirsi all’inclusione sociale e chiunque deve poter disporre di un Rdc e di servizi sociali di qualità a prescindere dalla propria partecipazione al mercato del lavoro”.

Com’è:

La misura introdotta dal governo è invece fortemente legata a sistemi di workfare e non di welfare, incentivando assunzioni sotto-qualificate a costi ridotti per le imprese, dando la possibilità ai datori di lavoro di ricevere sgravi contributi se assumono un lavoratore che percepisce il RdC e non lo licenziano nei primi 24 mesi, tranne che per giusta causa.

8. Come dovrebbe essere:

Una misura di sostegno al reddito dovrebbe prevedere la necessità di incentivare la libertà della scelta lavorativa come misura di contrasto dell’esclusione sociale e della ricattabilità dei soggetti in difficoltà, così da garantire la “congruità dell’offerta di lavoro” e non “l’obbligatorietà del lavoro purché sia”.

Com’è:

La misura del governo prevede una fortissima condizionalità nei parametri che definiscono un’offerta “congrua”, imponendo così di fatto al beneficiario di accettare qualunque offerta venga proposta anche a grandi distanze dalla propria residenza, pena la perdita del RdC.

9. Come dovrebbe essere:

Una misura di sostegno al reddito prevede la necessità di rafforzare i servizi ed il sistema dei centri per l’impiego pubblici.

Com’è:

La riforma ed il rafforzamento dei servizi e dei centri per l’impiego è ancora in alto mare ed è sottofinanziata [Come abbiamo raccontato qui].

28 Gennaio 2019 / by / in ,
Parte Davos, Oxfam denuncia: “Diseguaglianze in crescita per colpa delle tasse”

La Ong punta il dito sulla politica fiscale che pesa sempre più su redditi e consumi e meno sul patrimonio. E così sanità e istruzione stanno diventano privilegi. Nel 2018 sono cresciuti i Paperoni e le loro ricchezze (+1,2%), mentre il meccanismo che negli ultimi trent’anni ha permesso la diminuizione della povertà mondiale si sta inceppando 

Di Barbara Ardú – Repubblica

ROMA – Non ci siamo. Le diseguaglianze, cioé la concentrazione della ricchezza tra pochi e il dilagare della povertà tra i molti, non solo crescono, ma stanno diventano strutturali. Non si va avanti ma si indietreggia e a rendere la lotta alla povertà sempre più difficile, sono anche i sistemi fiscali. Accade nei Paesi in via di sviluppo come nelle economie più avanzate, Italia compresa. Sistemi e politiche fiscali, che non solo permettono alle grandi aziende di eludere il fisco come di spostare capitali, ma che sono sempre meno basati sul meccanismo della progressività e cioé sul principio che chi più ha, più deve contribuire. Non solo. Le politiche fiscali si concentrano sempre più su redditi e consumi e sempre meno sul patrimonio, cioé sulla ricchezza. Il risultato? Se a livello globale negli ultimi anni la povertà è diminuita, ora il meccanismo sembra essersi inceppato. O almeno è rallentato. Perché il ritmo con cui le persone si riscattano dall’indigenza è inferiore al 40% rispetto allo scorso anno. I poveri insomma sono sempre più fermi alla loro condizione di ultimi.

Sono i risultati cui arriva il Rapporto Oxfam del 2018 “Bene pubblico o ricchezza privata?”. Dati e cifre che mettono a nudo l’enorme disparità di ricchezza che divide gli uomini, con in cima alla piramide i grandi Paperoni. Disparità in crescita e sempre più strutturale. Come dire che ci si sta abituando alle diseguaglianze in un mondo sempre più diviso tra inferno e paradiso dove i diritti fondamentali dei singoli non trovano più cittadinanza. Istruzione e sanità non sono più considerati diritti universali (se mai lo sono stati) e diventano sempre più privilegi per pochi. E ciò accade nei Paesi più sviluppati come in quelli più poveri. E l’Italia l’asscensore non fa eccezione. 

Ma guardiamo i numeri di cui il Rapporto è zeppo. La ricchezza dei 1.900 miliardari della lista Forbes del 2017 è cresciuta di oltre 900 miliardi di dollari (+1,2%). Al contrario la ricchezza netta della popolazione più povera del mondo (3,8 miliardi di persone) è diminuita  dell’11%. E oggi sono 26 i multimiliardari che posseggono la ricchezza della metà più povera del globo. Jeff Bezos, l’uomo più ricco del mondo, a metà marzo aveva un patrimonio di 112 miliardi di dollari. Con l’1% di questa somma l’Etiopia (105 milioni di persone), paga il servizio sanitario. E non è andata meglio in Italia. A metà 2018 il 20% dei più facoltosi possedeva circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. E il 5% addirittura aveva tra le mani della stessa quota di ricchezza posseduta dal 90% più povero. E’ dal 2000 che il meccanismo s’è inceppato. Da allora in Italia, mentre il 50% dei più poveri ha continuato a veder scendere la propria ricchezza, il 10% più ricco a cominciare dal 2007 (anno della primia crisi) l’ha sempre vista aumentare, a parte alcuni anni di calo. E’ quel ceto medio in forte difficoltà. 

Le tasse. Sono scese, ma non per il comune cittadino: la contribusione fiscale delle grandi aziende e dei super ricchi è drasticamente diminuita. Nei paesi ricchi in media l’aliquota massima dell’imposta sui redditi è passata dal 62% nel 1970 al 38% nel 2013. Nei Paesi in via di sviluppo è in media al 28%. Ma ciò che colpisce è la drastica riduzione dell’aliquota effettiva versata sui redditi d’impresa che per le 90 più grandi corporation è scesa dal 34% del 2000 al 24%. Senza contare i movimenti di denaro illecito, che si aggiungono a evasione e elusione fiscale e vengono così sottratti al finanziamento del welfare.  

La povertà è donna. Secondo il Rapporto Oxfam esiste una forte correlazione tra diseguaglianza economica e di genere. Il lavoro di cura non retribuito secondo l’Oxfam, è in realtà un enorme sussidio nascosto dell’economia, non contabilizzato nelle statistiche ufficiali. Eppure amplifica le diseguaglianze perché interessa le fasce più povere della popolazione, che si trovano così con meno tempo per guadagnarsi da vivere e accumulare ricchezza. Se fosse retribuito a livello globale e affidato a una grande azienda privata il suo fatturato ammonterebbe a 10 mila miliardi di dollari, 43 volte quello di Apple. “Dai dati emerge che per finanziare il welfare – sostiene Elisa Baciotti, direttrice italiana delle campagne Oxfam – è necessario agire sulla leva fiscale. E per citare un dato significativo basta dire che nel 2015 a livello globale solo 4 centesimi di dollaro proveniva dall’imposizione fiscale sul patrimonio”. Il resto, quando arriva, proviene dunque da imposte sul reddito e sui consumi.  

Istruzione e sanità antidodi contro le diseguaglianze. Una ricerca recente condotta su 13 economie in via di sviluppo ha dimostrato come gli investimenti in sanità e istruzione abbiano contribuito a ridurre del 69% le diseguaglianze economiche. “Perchè non dovrebbe essere il conto in banca – ha dichiarato Winnie Byanyima, direttrice Oxfam International – a decidere per quanto tempo si andrà a scuola o quanto a lungo si vivrà. Eppure in gran parte del mondo è così”. E lo stesso vale per l’accesso alla sanità, qualcosa che si sta iniziando a vedere anche in Italia, dove migliaia di persone, ricorda il Censis, non si curano più. “Solo attraverso una politica fiscale comune, ancor più a livello europeo – sostiene Elisa Baciotti – che si possono finanziare istruzione e sanità senza le quali le diseguaglianze continueranno a crescere”. Istruzione, sanità e un fisco che intervenga in modo progressivo sulla ricchezza. Queste le ricette di Oxfam. E le richieste che verranno avanzate al prossimo World Economic Forum, in programma nei prossimi giorni.

21 Gennaio 2019 / by / in , ,
Povertà, 25 miliardi all’anno vanno nelle tasche sbagliate

di Milena Gabanelli e Rita Querzè

Cinque milioni di poveri in Italia non si possono ignorare, ed è giusto dare loro un assegno di sussistenza. Ma i soldi vanno spesi bene perché a pagare l’Irpef sono sempre i soliti 41 milioni di italiani. E anche tra loro non tutti se la passano benissimo.

Troppe risorse nelle tasche sbagliate

Ogni anno l’Inps spende 53 miliardi per aiutare chi sta peggio. In gran parte vanno in assegni sociali e integrazioni al minimo. In teoria può fare domanda solo chi è sotto a un certo reddito (per la pensione sociale non bisogna superare i 5.954 euro l’anno, per esempio). Nella realtà oltre un terzo di questi soldi (ovvero 18,5 miliardi) va alle famiglie con redditi superiori alla mediaLo stesso meccanismo vale per i 18 miliardi di spesa generale per la lotta alla povertà. Oltre un terzo – 6,5 miliardi – va al 50% di italiani con redditi superiori alla media. La legge che ha istituito il Reddito di inclusione (Rei) prevedeva un riordino della spesa sociale. Non è mai stato fatto. I cittadini quando vanno a votare non premiano chi gli toglie qualcosa. E i partiti lo sanno.

Incroci a monte per scoprire gli Isee-truffa

Spesso la spesa sociale finisce a chi non ne avrebbe diritto perché è facile truccare le carte. Lo strumento che valuta come se la sta passando una famiglia è l’Isee. L’ultima riforma l’ha migliorato, ma secondo le verifiche della Guardia di Finanza, il 60% degli Isee è basato su autodichiarazioni false. Il tasso di irregolarità è del 90% per le esenzioni dai ticket sui farmaci e del 39% per le richieste di prestazioni sociali nei primi mesi del 2018. Più che aumentare i controlli a valle bisogna incrociare sempre a monte i dati delle proprietà immobiliari, dei redditi e delle giacenze medie sui conti correnti. Ancor meglio inserire i dati delle amministrazioni in un Isee già precompilato: doveva partire nel 2018, ma ancora non si è visto.

Troppi bonus: serve il casellario delle prestazioni

Prendiamo una famiglia povera della periferia di Milano a cui nasce un figlio. Può sicuramente chiedere il bonus bebè appena rifinanziato nell’ultima legge di Bilancio. Ma ci sono anche il bonus alla nascita da 800 euro – che incassano tutti, non solo i poveri – oltre al bonus nazionale per la frequenza al nido. Poi c’è la bebè card del Comune e il bonus nido della regione Lombardia. In pratica la mano destra non sa cosa fa la sinistra. Sarebbe il caso di coordinare le varie misure. L’Inps avrebbe dovuto varare il «casellario», un fascicolo con le prestazioni sociali percepite da ciascun cittadino. Il progetto non è mai decollato. Logico sarebbe che, in base all’Isee, una serie di misure scattassero in automatico, in funzione della situazione di ciascuno.

Assegni proporzionati al costo della vita nei territori

Se si guarda l’incidenza sul totale della popolazione, il record del disagio è al Sud con il 10,3% degli abitanti in povertà assoluta (contro il 5,1% del Centro e il 5,4% del Nord). Ma il 52,5% delle famiglie povere abita comunque al Centro-Nord. L’Istat ha calcolato che nelle periferia di una grande città del Nord, un single per la propria sussistenza ha bisogno di 780 euro al mese. Da qui il reddito di cittadinanza. In un piccolo comune del centro, però, bastano 707 euro, che scendono a 560 euro nel comune del Sud. Avrebbe senso dunque un assegno parametrato al costo della vita del luogo in cui vive il richiedente.

Più servizi (e non solo per l’impiego)

Anpal servizi stima che il 70% degli aspiranti al reddito non sia subito in grado di lavorare, perché ha minori o disabili a carico, problemi di salute e di dipendenze. Sono 3 milioni e mezzo di persone che dovranno stipulare un «patto per l’inclusione sociale» con i Comuni. Nel 2016 la spesa dei Comuni per i servizi sociali ammontava a 7 miliardi e 56 milioni di euro: quelli ricchi offrono servizi sociali ai loro cittadini, gli altri no anche se sul loro territorio si trova la maggior concentrazione di poveri. In Calabria, dove ci si attende il maggior numero di richieste di Reddito di Cittadinanza, la spesa procapite per i servizi sociali è di 22 euro, contro i 517 euro della Provincia Autonoma di Bolzano. Il 15% dei fondi del Rei doveva servire a potenziare i servizi sociali. Per il 2019 il nuovo governo mobilita 347 milioni, che diventeranno 587 nel 2020 e 615 dal 2021 in poi. Risorse insufficienti, mentre non è ancora chiaro con quali criteri saranno ripartite.

Lavori socialmente utili (flop dietro l’angolo)

Chi prende il reddito di cittadinanza dovrebbe fare 8 ore alla settimana di lavoro socialmente utile. Serve quindi personale che organizzi il lavori da fare. I lavoratori vanno poi formati e assicurati. Ad oggi esistono solo pochissime sperimentazioni e la maggior parte dei Comuni non è attrezzata.

Serve più tempo per potenziare i controlli sul lavoro nero e assumere navigator stabili

Le Regioni devono assumere 4.000 navigator per potenziare i propri centri per l’impiego. Vuol dire che si dovranno fare 20 bandi pubblici. Dall’emissione del bando all’assunzione ci vuole mediamente un anno (sei mesi alle Regioni più virtuose). Per aggirare l’ostacolo e partire il primo aprile con il Rdc, il governo intende assumere subito 4.000 navigator con contratti a termine tramite Anpal servizi. Successivamente i 4.000 precari (con il compito di educare i disoccupati a trovare lavoro) dovrebbero partecipare ai concorsi delle Regioni per passare a tempo indeterminato. Poi c’è il lavoro nero: nemico numero uno del reddito di cittadinanza. È vero che ci sono sgravi contributivi per chi assume un povero, ma nessuna azienda assume a tempo indeterminato se non ne ha bisogno. L’economia sta frenando, e in gran parte del Paese i centri per l’impiego non riusciranno a offrire tre occasioni di lavoro in 18 mesi. Che fare? Non escludere dagli sgravi i contratti a termine. Poi potenziare i controlli sui settori e nei territori a maggiore concentrazione di nero. In particolare agricoltura, dove la percentuale arriva al 16,4%, servizi alle persone (22,8%), costruzioni (10,8%), commercio e logistica (7,9%). La legge di Bilancio prevede l’arrivo di 930 nuovi ispettori del lavoro in tre anni, di cui 300 nel 2019. Ma è improbabile che siano operativi prima di fine anno.

Reddito agli stranieri residenti da 10 anni

Il governo stima che saranno 250.000 ad averne diritto. Le stime di fondazione Ismu parlano di 300.000 (su oltre 5 milioni di immigrati, circa un milione è residente da 10 anni, e il 30% è in stato di povertà). Il Comune di Milano ne stima 700 mila. Le richieste verranno presentate nei Comuni, che però non sono in grado di verificare «dove» hanno accumulato i 10 anni di residenza perché l’ anagrafe nazionale in capo a Sogei non è mai stata completata.In sostanza, se non si fa in fretta a completare i registri nazionali e a riorganizzare un sistema iniquo, troppi soldi continueranno a finire nelle tasche sbagliate.13 gennaio 2019 | 22:51© RIPRODUZIONE RISERVATA

14 Gennaio 2019 / by / in
Reddito di cittadinanza. E la montagna partorì il topolino

Workfare. Una misura social-liberista per il controllo e la selezione dei poveri. Chi assumerà un beneficiario, senza licenziarlo per 24 mesi, riceverà un contributo non inferiore a 5 mensilità: è una norma simile agli incentivi del Jobs Act

Andrea Fumagalli – Il Manifesto

E la montagna partorì il topolino. Questo è il commento a caldo più consono alla lettura della bozza del decreto legge che il governo dovrebbe approvare per rendere attuativa l’introduzione del «reddito di cittadinanza» (RdC).

Si tratta comunque di un provvedimento che è meglio del nulla o del pochissimo (vedi il «reddito di inclusione», «Rei») fin qui fatto dai governi precedenti in materia di contrasto alla povertà assoluta. Perché di questo si tratta: di un provvedimento, che per la sua limitatezza e i vincoli imposti non va a incidere in modo significativo sulla distribuzione del reddito, né a invertire la sua polarizzazione, né a garantire la liberta scelta del lavoro in contrasto alla ricatto della precarietà. Incide piuttosto sulla limitazione del disagio sociale connesso alle situazioni di povertà estrema.

SECONDO I DATI forniti dallo stesso governo, la platea dei beneficiari del RdC dovrebbe essere di 1.437.000 famiglie e di 4.340.000 individui (numero inferiore, seppur di poco, ai poveri assoluti, ma pari a meno del 50% dei poveri relativi). Per il 2019, la cifra messa a disposizione ammonta a 6,11 miliardi di euro, per poi salire a 7,77 nel 2020 e a 8,02 nel 2021 (art. 12). Se questi dati vengono confermati, l’obiettivo dichiarato di portare tutto coloro che hanno un reddito inferiore alla soglia di 780 euro mensili appare difficilmente raggiungibile. Facendo infatti dei semplici calcoli matematici, la cifra media che spetta mensilmente a livello familiare sarebbe di 472 euro e, a livello individuale, di 156 euro al mese.

OCCORRE tuttavia tenere presente che il provvedimento ha come obiettivo l’integrazione ai 780 euro mensili del reddito già disponibile e che quindi non tutti riceveranno l’intera somma – come invece vogliono far credere i detrattori e i media. Più concretamente, gli importi su base annua sono composti di due elementi: un’integrazione del reddito familiare di seimila euro e una componente a integrazione del reddito per coloro che abitano in affitto fino ad un massimo di 3360 euro (art. 3). Di fatto, la soglia massima di reddito percepibile per chi è proprietario di casa non è più di 780 euro al mese, ma di 500 euro.

Il RdC potrà essere chiesto, oltre che dai cittadini italianim anche dagli extracomunitari purché siano residenti in via continuativa in Italia da almeno 10 anni. Si stima che le famiglie composte da soli stranieri in tale condizione siano 259.000 (18% delle famiglie beneficiarie, quando i poveri stranieri sono il 35% del totale dei poveri, il doppio). L’erogazione è condizionata alla dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro da parte dei componenti del nucleo familiare maggiorenni. Oltre a ciò, il disoccupato dovrà aderire a un percorso personalizzato etero-diretto finalizzato all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale: frequentare i corsi di formazione, sostenere test psico-attitudinali e prove finalizzate all’assunzione e, infine, accettare almeno una di tre offerte di lavoro congrue.

I CRITERI per definire «congrua» un’offerta di lavoro sono comunque peggiorativi rispetto a quelli definiti dalla legge di petizione popolare (tramutata nel disegno di legge 1670 del 2014): una remunerazione, come minimo, pari a quella precedentemente percepita dal soggetto interessato, il mantenimento della professionalità acquisita, e una sede di lavoro che non sia più distante di 50 km (80 minuti di tempo di trasporto) dal luogo di residenza. Ne consegue, che il soggetto beneficiario è indirettamente obbligato, pena la perdita del sussidio, ad accettare di fatto qualunque offerta viene proposta. E, tenendo conto, che la maggior parte dei poveri (53%) sono situati nelle regioni meridionali, e che la maggioranza dei posti di lavoro si trovano invece nelle regioni settentrionali, è facile immaginare lo sviluppo di nuovi flussi migratori, finanziati dallo Stato a vantaggio delle imprese del Nord.

ED È PROPRIO sul capitolo «aiuti alle imprese» che il RdC mostra la sua vera natura social-liberista. È un indiretto strumento di politica dell’offerta, finalizzata a incentivare assunzioni sotto-qualificate a costi ridotti per le imprese. I datori di lavoro che assumono un lavoratore e non lo licenziano nei primi 24 mesi (tranne che per giusta causa e giustificato motivo!) potranno, infatti, ricevere sotto forma di sgravio contributivo, un contributo comunque non inferiore a cinque mensilità. Si tratta di una norma assai simile agli incentivi stabiliti dal Jobs Act.

INFINE, il reddito viene erogato a livello familiare (non individuale!) attraverso un apposita carta RdC. Si potrà monitorare il tipo di acquisti fatto e in tal modo eventualmente intervenire se la spesa viene ritenuta non consona allo «stato di povertà». Il provvedimento si presenta così in linea con le premesse: una misura di controllo sociale, sostanzialmente di inserimento coattivo al lavoro, fortemente selettivo e non per tutti coloro che si trovano in povertà relativa, la vera misura della povertà. Ma neanche per tutti coloro che si trovano in povertà assoluta, in particolare per i migranti poveri, che non hanno una continuità di residenza in Italia da 10 anni e sono la maggioranza.

10 Gennaio 2019 / by / in
Il DEF e le misure messe in campo dal governo non contrastano le disuguaglianze e non ci aiutano a combattere le mafie e la corruzione

Il Def e le misure messe in campo dal governo non contrastano le disuguaglianze e non ci aiutano a combattere le mafie e la corruzione. Il Def peggiora la condizione dei ceti popolari e dei ceti medi e non ci aiuta ad uscire dalla crisi, bensì la allarga ulteriormente tradendo le aspettative di milioni di cittadini.

Dopo aver annunciato “la fine della povertà” e una sequenza infinita di dichiarazioni su social e televisioni, le misure messe in campo dal governo sono nella realtà inadeguate a rispondere alla crisi generata dall’aumento delle disuguaglianze e non lavorano per ridurle, anzi le allargano e le istituzionalizzano. Assistiamo giornalmente a cambiamenti e marce indietro che stanno aumentando la distanza tra la nostra proposta di introdurre anche in Italia una forma di “Reddito di dignità” firmata tra gli altri da 91 deputati e 35 senatori del M5S nella scorsa legislatura, e l’attuale proposta del governo nazionale Lega/M5S. La misura messa in campo con il Def, impropriamente detta Reddito di cittadinanza, nella realtà altro non è che un modesto sussidio di povertà, nemmeno garantito a tutti gli aventi diritto, vincolato ad un lavoro sottopagato che non risolve la condizione di disagio economico e sociale determinata da fattori sui quali il governo volontariamente non interviene. Si riducono gli investimenti e se ne cambia il segno, mentre si continua a propagandare l’idea che le priorità siano la guerra ai migranti ed ai poveri. Si fanno battaglie mediatiche e generiche contro “l’Europa” quando in realtà il governo ha confermato tutte le misure di austerità, così come i precedenti governi, e non ha fatto nulla per mettere fuori dal patto di stabilità almeno le spese per garantire i servizi sociali e la dignità delle persone.

Abbiamo lavorato e lavoriamo per far comprendere la necessità di istituire in un quadro così cambiato a livello nazionale, europeo e mondiale un nuovo diritto economico, il diritto al reddito. Il governo viaggia invece nella direzione opposta, violando tutte le caratteristiche e gli elementi essenziali stabiliti dalle risoluzioni europee e dalla stessa CE da diversi anni. Il governo tratta i poveri come un problema, stigmatizzando la loro condizione con misure che istituzionalizzano l’esclusione ed aumentano la guerra tra poveri. Sul cosiddetto reddito di cittadinanza il governo fa l’opposto di quanto stabilito da molte risoluzioni europee, a partire dal 1992. Caratteristiche e elementi essenziali che contraddistinguono una misura di reddito minimo garantito e che vogliamo qui riportare per ulteriore chiarezza:

  1.  che il rmg venga dato a tutti quelli che stanno sotto il 60% del reddito mediano del paese, compresi coloro che sono in formazione, così da combattere la dispersione scolastica ed universitaria- il governo non stanzia la cifra necessaria, circa 17 miliardi, e non garantisce a tutta la platea degli aventi diritto questa misura, praticando forme di universalismo selettivo identiche a quelle portate avanti dal tanto criticato Rei del precedente governo;

  2. che vi sia congruità dell’offerta lavorativa in cambio del reddito e non obbligatorietà di lavoro purchè sia, visto che il reddito minimo garantito in Europa è inteso come una misura che dovrebbe garantire e liberare l’autonomia dell’individuo, valorizzandolo attraverso forme di reinserimento sociale – il governo intende invece il cosiddetto reddito di cittadinanza come una classica misura di workfare, con l’obiettivo di rendere “impiegabili” purchè sia i “poveri”, condannando il beneficiario a lavoretti mal pagati che non daranno sbocchi, ne crescita professionale, avviando milioni di individui nella cosiddetta “trappola della povertà”, svelando un approccio culturale che sposta la colpa della condizione economica e sociale sulle vittime, ritenute responsabili uniche della loro condizione;

  3. che il rmg sia individuale – il governo lo intende e lo calcola sul livello familiare, come il Rei del precedente governo;

  4. che il rmg sia riservato a tutti i residenti- il governo ha proposto qualche mese fa di darlo solo agli “italiani”, proponendo una misura palesemente discriminatoria e incostituzionale; oggi viene indicata una durata di residenza minima di almeno tre anni sul nostro territorio per chi volesse accedere al sussidio;

  5. la durata della misura è per le risoluzioni europee da intendersi fino al miglioramento della propria condizione economica in modo da impedire che si rimanga senza alcun sostegno economico- il governo stabilisce invece una durata di 18 mesi oltre la quale la misura non è rinnovabile anche se la condizione economica del beneficiario non fosse cambiata;

  6. garantire un’offerta di servizi sociali di qualità ed il diritto all’abitare come prevedono i “pilastri sociali” europei indicati dalla CE a partire dal 2008 – il governo taglia i fondi per le politiche sociali, non garantisce il diritto all’abitare ed anzi con il Decreto Salvini attacca i movimenti che rispondono all’emergenza abitativa utilizzando il patrimonio pubblico abbandonato o dismesso, promuovendo allo stesso tempo nuove forme di welfare rigenerativo capaci di rispondere a partire dalla comunità alle esigenze dei singoli;

  7. rafforzare i centri per l’impiego pubblici – il governo non ha garantito gli investimenti necessari e non ha una proposta efficace di riorganizzazione dei centri per l’impiego.

Dunque, il governo non introduce nessuna forma di reddito minimo garantito come previsto dalle risoluzioni europee e dalla CE, nonostante la propaganda e gli slogan, ma istituisce con il Def un sussidio di povertà che si configura come una misura di workfare, incapace di rispondere alle esigenze del paese ma che garantisce ulteriore sfruttamento, esclusione sociale e disuguaglianze. La misura introdotta dal governo sembra rispondere più all’esigenza di controllo sugli (im)poveriti, alla necessità di renderli “occupabili”, così da migliorare sulla carta le statistiche. Siamo dinanzi all’ennesimo business sulla pelle di chi è in difficoltà. Obiettivi diametralmente opposti alla nostra proposta di Reddito di Dignità, firmata anche dal M5S, e dalle aspettative dei cittadini che hanno sostenuto il M5S durante la campagna elettorale.

Continueremo a sostenere e batterci per il Reddito di Dignità, perché crediamo sia una misura necessaria ed urgente per contrastare la povertà; perchè ce lo chiede l’Europa dal 1992 e dal 2005 con molte risoluzioni europee; perchè è già uno strumento attivo in quasi tutti i paesi europei; per contrastare il ricatto esercitato dalle mafie su quei soggetti ai margini, precari, sfruttati; per garantire sicurezza a coloro che non possono lavorare o accedere a sistemi di sicurezza sociale; perchè avrebbe effetti positivi sull’economia, sostenendo la domanda aggregata e liberando nuove energie sociali, considerando come sostiene l’Europa che anche in periodi di crisi i regimi di reddito minimo garantito non andrebbero mai intesi come fattori di costo, bensì un elemento centrale della lotta alla crisi.

Ma c’è un’altra questione taciuta prima ed elusa oggi dalla manovra del governo: le politiche di austerità. Non ha senso parlare di reddito di cittadinanza quando poi si continuano a sostenere le politiche di austerità e le scelte di una governance liberista che per sua natura genera ingiustizie sociali ed ambientali. Così come risulta impossibile mettere insieme flat tax e lotta alle disuguaglianze, visto che parliamo di politiche fiscali regressive nel primo caso e della necessità di politiche progressive, come previste nella Costituzione, nel secondo. Delle due l’una. Il governo Lega/M5S sta infatti portando avanti le stesse identiche politiche di austerità dei precedenti governi, nonostante la propaganda e gli insulti. La sostanza dei fatti e degli atti governativi ci dice che il regime di austerità imposti dalla governance europea e dal liberismo economico sono pienamente accettati e condivisi anche da questo governo, che nulla sta facendo per andare in direzione opposta. Denunciamo anche su questo punto il tradimento del M5S che durante la campagna elettorale e nella precedente legislatura aveva firmato la proposta (im)Patto Sociale avanzata da centinaia di realtà rappresentate dalla rete dei Numeri Pari e dalla campagna Sbilanciamoci. Una proposta che puntava a mettere i servizi sociali fuori dal calcolo del deficit per il patto di stabilità, così da liberare decine di miliardi di euro dal controllo della finanza e delle banche, restituendoli alle politiche sociali in un momento in cui nel nostro paese un terzo della popolazione è a rischio esclusione sociale e non sono mai stati riscontrati nella storia della nostra Repubblica indici così alti di disuguaglianza e povertà.

Continuità con le politiche di austerità, nessuna priorità alla lotta alle disuguaglianze, propaganda da permanente campagna elettorale, nessun approfondimento sui principali problemi del paese, attacchi violenti a chiunque osi criticare l’operato del governo, continua ricerca del nemico da accusare per le proprie incapacità – siano i migranti, i poveri o l’Europa-, annunci di politiche mai realizzate, nessun ascolto dei corpi sociali intermedi e della società civile organizzata, operazioni mediatiche di facciata che scavano sul rancore e sulla frustrazione degli italiani, politiche che criminalizzano chi soffre e chi lotta per cambiare la situazione: questo è quanto sta caratterizzando l’azione di questo governo nei suoi primi mesi.

19 Dicembre 2018 / by / in ,